Trotski

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Lev Trotsky

Riproduco alcuni testi su Trotski comparsi su riviste, libri, quotidiani e siti Internet. Gli eventuali miei sono in colore rosso


Inizio con un articolo di Arturo Colombo sul "Corriere della sera", nel 1978

Perché si parla del leader bolscevico vittima di Stalin- Ecco il suo ritratto

Trotski, profeta armato e disarmato

Una vita densa di lotte, finita con l'assassinio nel 1940 in Messico-Arresti, deportazione, esilio-L'incontro a Londra con Lenin e il ritorno in Russia alla vigilia della rivoluzione d'ottobre-Aveva sottovalutato il dittatore georgiano che s'impadronì di tutte le leve del partito e gli rinfacciò il <<peccato mortale>> della rivoluzione permanente

Il nome di Trotski é tornato all'improvviso alla ribalta soprattutto per il suo crudele assassinio nell'Estate del '40 e per le dirette responsabilità di Stalin, ormai riconosciute apertamente anche da parecchi comunisti europei (a cominciare dal PC francese, che ha riaperto il "caso" pubblicando su "l'Humanité" parti di un libro-testimonianza del messicano Valentin Campa).

Ma chi é stato davvero Trotski, il leader bolscevico che lo stalinismo ha preteso di cancellare addirittura dalla storia, mentre altri lo considerano uno degli eroi del nostro secolo?

Lev Davidovic Trotski (il suo vero cognome però era Bronstein) era nato il 7 Novembre 18799 a Janovka, in Ucraina, quinto di otto figli di una famiglia ebrea, proprietaria di una fattoria agricola, che viveva - lo dirà lui stesso - "in una certa agiatezza". Il padre voleva farne un ingegnere, ma Trotski sente presto il richiamo della politica, in un periodo in cui al declinante movimento populista e terrorista si sostituivano i gruppi marxisti. "Esitavo ancora fra la matematica pura e la rivoluzione" racconterà più tardi nell'autobiografia.

E' arrestato per la prima volta nel 1898, dopo avere partecipato a fondare l'Unione Operaia della Russia meridionale. va in prigione a Nikolaev, a Cherson, a Odessa (dove legge "con entusiasmo" due saggi di Antonio Labriola, tradotti in francese), é deportato in Siberia, dove ricorda che studiava i testi di Marx "cercando le blatte che si infilavano tra le pagine".

Fuggito con un passaporto falso intestato a Trotski (il nome che lo renderà famoso) comincia l'esilio a Vienna, a Parigi, a Zurigo, a Londra dove nell'Autunno del 1902 incontra Lenin, già impegnatissimo nel lavoro per il partito operaio socialdemocratico russo (POSDR), fondato quattro anni prima. Uno scontro con Lenin lo ha al secondo congresso del POSDR nel 1903, quando avviene la scissione tra i menscevichi, accusati di essere "molli" nella lotta rivoluzionaria, e i bolscevichi, sotto la guida di Lenin, ritenuti "duri", intransigenti nel volere un partito fatto solo di "rivoluzionari di professione". Trotski si schiera con i menscevichi, anche se se ne stacca presto, rimanendo fuori delle due fazioni. Poi, nel 1905, appena la "Domenica di sangue" lascia prevedere una lotta a fondo per abbattere lo zarismo, Trotski accorre in Russia e diventa l'esponente più in vista del Soviet di Pietrogrado. Per lui la rivoluzione del 1905, anche se non distrugge il sistema autocratico di Nicola II, sarà la "prova generale del 1917".

Di nuovo incarcerato e mandato in Siberia evade nel 1907 e inizia il secondo esilio, vivendo in prevalenza a Vienna ma con frequenti viaggi e soggiorni un po' in tutta Europa (in Bulgaria, Romania, Francia e Spagna). L'obiettivo é sempre lo stesso: lavorare coi vari gruppi rivoluzionari, magari discutere e litigare coi socialisti, specie coi "destri" della II Internazionale (Trotski infatti era il "re dei polemisti" secondo l'immagine di Bernard Shaw); comunque sempre convinto che la rivoluzione era l'unico mezzo indispensabile per dare un nuovo volto alla Russia e al quadro internazionale, dominato dal cosiddetto nemico di classe, la borghesia capitalistica. Agli inizi del '17 era andato sino a New York, "la città leggendariamente prosaica dell'automatismo capitalistico". Ma alla notizia della rivoluzione di Febbraio, quella menscevica capeggiata da Kerenski (lo "spaccone" lo chiamava Lenin) intuisce che per lo zarismo sta giungendo il "redde rationem".

Il 17 Maggio 1917 é di nuovo in Russia, un mese dopo che ci era tornato anche Lenin. E a contatto con la sconvolgente raltà di un sistema in sfacelo, con le masse operaie e contadine stremate dalla guerra e dalla crisi interna, Trotski (fino a Luglio capo del gruppo degli "interdistrettuali") decide di confluire definitivamente nelle file del bolscevismo, e Lenin dirà subito che "non c'é miglior bolscevico del compagno Trotski". La sua diagnosi politica, esposta già due mesi prima delle giornate di Ottobre, era drastica. "La rivoluzione permanente contro il massacro permanente! Questa é la lotta in cui sono in gioco le sorti dell'umanità". Da quando il 7 Novembre 1917 i bolscevichi conquistano il potere, sino al 1923, il nome di Trotski é a fianco di quello di Lenin, anche se talvolta "in concordia discors" su certi problemi di importanza vitale.

Per dare la misura del peso politico di Trotski bastano le cariche ricoperte: presidente del Soviet di Pietrogrado, capo del Comitato militare rivoluzionario, commissario del popolo agli affari esteri per la pace di Brest-Litovsk e poi dal '18 commissario alla guerra e capo dell'Armata Rossa durante l'esperienza terribile della guerra civile, quando bisognava battere i nemici interni e vincere i massicci attacchi esterni.

Anche il passaggio dal "comunismo di guerra" alla NEP, la nuova politica economica inaugurata nel '21, trova Trotski sostanzialmente d'accordo con Lenin, un Lenin costretto dal male a ridurre l'attività politica quotidiana, specie dalla seconda metà del '22. E infatti, già al XII Congresso del partito, tenutosi nel '23 (Lenin assente), comincia contro Trotski la congiura degli epigoni, orchestrata dalla trojka di Stalin, Zinovev e Kamenev.

Certo, anche Trotski non é esente da colpe: sottovaluta Stalin, che con spregiudicatezza si stava impadronendo di tutte le leve del partito, e non rinuncia a quell'insistente "eccesso di fiducia in se stesso", che anche Lenin gli aveva rimproverato nel testamento (scritto alla fine del '22), pur riconoscendolo "forse l'uomo più capace del comitato centrale".

"La calunnia vomitava lava gelata" dirà, commentando la violenza della lotta, che già nel '25 lo priva della carica di commissario alla guerra. Nel '26, appena Stalin si é disfatto anche di Zinovev e Kamenev, cerca di allearsi con loro nella cosiddetta "opposizione unificata". Ma dietro la disputa ideologica di Stalin, che voleva imporre la via del "socialismo in un paese solo" e rinfacciava a Trotski il peccato mortale della "rivoluzione permanente", in cui coinvolgere tutto il mondo, c'é lo scontro ben più aspro per imporsi al vertice del partito. E a vincere sarà il furbo georgiano, empirico e senza scrupoli, sempre "posseduto dalla volontà di potenza", come De Gaulle dirà di Stalin.

Nel '27 Trotski é espulso dal comitato centrale del partito e dal comitato esecutivo del Komintern, il 14 Novembre é radiato anche dal partito, e costretto al confino di Alma Ata, e nel '29 all'esilio nell'isola di Prinkipo, in Turchia, dove scriverà il suo capolavoro, la "Storia della rivoluzione russa".

Per 'indomito "profeta armato", come lo definirà Isaac Deutscher, il suo maggior biografo (che scriverà anche la successiva parabola del "profeta disarmato" (mia nota: e anche del "profeta esiliato"), cominciava il periodo tragico e amaro degli ultimi dodici anni di esilio, a fianco della seconda moglie Natalia, mentre da Mosca lo stalinismo trionfante lanciava contro di lui violente campagne per squalificare, anche sul piano morale, l'antico leader dell'Ottobre Rosso, dipingendolo come un traditore, un criminale, un venduto al soldo dei nemici antisovietici.

Trotski, ormai solitario e costretto a vagare per il mondo (in Francia, in Norvegia, infine nel Messico) cerca di ribattere le accuse più ignobili e smontare "le calunnie stupide e vili" come le chiamerà persino nel suo testamento. Denuncia con lungimirante acume la crescita del processo degenerativo nell'URSS, la "rivoluzione tradita" di Stalin ormai dittatore sovrano. Vede con notevole lucidità la minaccia del nazismo; tenta addirittura nel '38 di dar vita a Parigi alla IV Internazionale, per raccogliere quanti rifiutavano i crimini e le degenerazioni del comunismo sovietico.

Ma anche lontano, isolato, Trotski restava una voce troppo potente perché Stalin non facesse di tutto per ridurlo al silenzio, attraverso qualche sicario o qualche "longa manus" del Komintern o della GPU. Così, il 20 Agosto 1940 Trotski cade ucciso da un agente di Stalin, di nome Ramon Mercader, detto anche Jacques Mornard.

Adesso, sembra che anche i comunisti (almeno fuori dall'URSS) comincino a riconoscere che il manico della picozza, con cui Trotski ebbe spaccata la testa, fu manovrato dal Cremlino. Eppure se sarà lunga e tortuosa la via per "riabilitare" Trotski dopo le vergogne ripetute da tanta e sedicente storiografia ufficiale, ormai il processo é avviato. E al di là degli errori politici, da cui anche Trotski non fu immune, c'é solo da attendere da parte comunista un esame critico e autocritico.

"Verrà il giorno che il partito lo capirà e la storia lo riconoscerà", aveva scritto Adolf Joffe, suo compagno di lotta. L'anno venturo é il centenario della nascita di Trotski: non potrebbe essere la volta buona?


E ora un articolo sul settimanale "L'Espresso" di almeno 15 anni fa, circa il 1985. Il titolo era

Lev Trotzki 

di Gianni Rocca, nella rubrica L'ORSA MAGGIORE

E così l'inquieto fantasma di Trotzki continuerà ad aggirarsi senza pace tra le mura del Cremlino. Nemmeno settant'anni sono bastati per restituirgli il diritto di far parte di quel pugno di uomini, fanatici e decisi, che nell'ottobre del 1917, a Pietrogrado, "sconvolsero il mondo". Anche Gorbaciov lo ha lasciato nell'inferno della storia comunista, dove con l'inganno e la violenza lo aveva gettato Stalin. Ha solo provveduto a spostarlo in un girone meno infamante. Non più "giuda del marxismo-leninismo", lacchè dell' "imperialismo", "agente provocatore", "spia della Gestapo", ma "piccolo borghese ambizioso", "nemico della linea di Lenin".

Milioni di sovietici, soprattutto delle nuove generazioni, avranno appreso della sua esistenza, per la prima volta, sentendolo nominare da Gorbaciov. E chi era mai Trotzki? Su di lui da molti decenni era calato il silenzio. Dopo le maledizioni di Stalin, i suoi successori al Cremlino avevano deciso di non parlarne più. Scomparso dai libri di storia, espunto persino nelle enciclopedie, il suo volto cancellato nelle storiche foto che lo vedevano accanto a Lenin, era ormai il "grande assente".

Non si poteva certo pretendere da un segretario del partito sovietico la "verità" storica. Ma in epoca di perestrojka e di glasnost riconoscere, almeno, che senza la selvaggia energia, l'infiammata oratoria, le eccezionali qualità organizzative di Trotzki non sarebbe stata possibile la conquista del Palazzo d'Inverno, era un atto dovuto.

Trotzki piccolo borghese? Ma chi se non lui seppe appieno capire, proprio settant'anni fa, l'intuizione di Lenin, secondo la quale la rivoluzione bolscevica o avrebbe vinto in quelle poche ore o sarebbe stata impossibile per sempre? E chi se non Trotzki, alla testa di un'Armata rossa, improvvisata e stracciona, seppe preservarla dalle guardie bianche di Denikin, Kolciak, Wrangel che la volevano soffocare nella culla? Come si può negare, ancora oggi, il ruolo decisivo del padre, con Lenin, del potere sovietico, unica legittimazione, sempre ricercata da tutti i segretari che dal 1924 si sono succeduti alla guida del partito?

Certo far posto all’ingombrante, aspro e ribelle Trotzki è difficile per chiunque non intenda ripudiare la politica staliniana. Lev Davidovic Bronstein non fu mai un dirigente ossequente alla volontà del "capo". Era un menscevico che solo poche settimane prima dell'Ottobre divenne bolscevico. Perché aveva un’altra concezione del partito rivoluzionario. E si oppose alla umiliante pace di Brest Litovsk, imposta da Lenin, e che aprì i territori russi alle truppe di Hindemburg e di Ludendorf, perché voleva che la rivoluzione russa fosse solo il prologo di quella più ampia che travolgesse in tutto il mondo l'imperialismo capitalista. E osteggiò la Nep di Lenin e di Bucharin perché la considerava un arretramento. Trotzki non intuì per tempo che il suo sogno era ormai tramontato, che Stalin stava "russificando" la rivoluzione, costruendo il "Socialismo in un solo Paese.

Non gli restò che recitare la parte del "profeta disarmato", da un esilio all’altro, finché il sicario di Stalin non pose fine alla sua esistenza in Messico. Ma non attese certo il XX° congresso kruscioviano per stabilire scientificamente che la rivoluzione d’Ottobre era stata tradita. Che la dittatura del proletariato si era trasformata nella tirannia di un uomo e di un apparato.


Intorno al 1979 il settimanale "L'Espresso" pubblicò un ampio servizio. Ne propongoo una trascrizione quasi integrale.

Un doppio centenario/Stalin e Trotzky: pensiero, azione, conseguenze e bilancio.

Quei due terribili "ismi"

(colloquio con Lucio Colletti)

Stalinismo e trotskismo: due religioni che hanno terremotato la storia del ventesimo secolo. I loro profeti nacquero cento anni fa in Russia. Che ne è oggi delle loro profezie?

Nell'aprile del 1879 Karl Marx scrisse una lettera ad un amico russo in cui criticava aspramente coloro che prendevano per buono il mito della stabilità del regime zarista: sotto lo zar Alessandro, scriveva l'autore de "Il Capitale", le condizioni della Russia sono ad un punto di disgregazione analogo a quello della Francia sotto Luigi XV. Si sbagliava. Il 1879 non fu per Mosca e Pietroburgo l'anno dei Danton, Marat, Desmoulins e Robespierre. Bisognava aspettare ancora trentotto anni e una guerra mondiale prima che il regime dello zar fosse travolto dalla rivoluzione. Eppure quell'anno è passato ugualmente alla storia del movimento operaio russo anche se solo come anno di nascita dei due più importanti protagonisti - assieme a Lenin - della Rivoluzione d'Ottobre: Stalin e Trotsky.

Di Stalin e Trosky si è già ricominciato a parlare già da qualche mese, in particolare dalla fine di luglio dell'anno scorso quando il quotidiano del Partito Comunista Francese, "L'Humanité", ha pubblicato una testimonianza del dirigente comunista messicano Valentin Campa che raccontava di essere stato contattato da agenti di Stalin per organizzare l'uccisione di Trotsky. Era la prova definitiva della partecipazione del dittatore sovietico al delitto consumato nel 1940. Ma era anche l'occasione per riprendere la discussione sui due dirigenti sovietici in vista dei bilanci da centenario che si terranno quest'anno. Una discussione diversa da quella degli anni Sessanta che cercava di riportare sul piedistallo ora il monumento di Trotsky ora quelo di Stalin. Un bilancio in cui Leonard Shapiro può affermare che Trotsky avrebbe costruito una spietata dittatura forse peggiore di quella di Stalin e Roy Mevdevev può smontare pezzo a pezzo le teorie giustificazioniste dello stalinismo mostrando come molte di esse siano costruite su presupposti trotskisti. Un bilancio che con ogni probabilità sarà fatto all'insegna più delle somiglianze che delle diversità tra Trotsky e Stalin e che potrebbe portare quasi ad una sovrapposizione d'immagine dei due leader sovietici (**mia nota: il vecchio tentativo di accomunare due opposti caro sia alla borghesia che agli stalinisti!).

In queste pagine pubblichiamo alcuni inediti di Trotsky (le lettere che scriveva a Alfonso Leonetti); un racconto (a pag.75) di Victor Zaslavsky, uno scrittore sovietico emigrato in Canada, sullo stalinismo; una serie di opinioni e ricordi di esponenti della politica e della cultura sui due leader rivoluzionari, il confronto tra Stalin e Trotsky di due leadere delle rivolte degli anni sessanta (Silverio Corvisieri e Luca Cafiero). Riportiamo anche alcune pagine significative di Isaac Deutscher biografo di Trotsky e Stalin. Soprattutto ci chiediamo quali conseguenze hanno lasciato nella storia, nella politica del movimento operaio internazionale questi giganti del pensiero comunista. L'abbiamo chiesto in questa intervista a Lucio Colletti.

P.M.

Domanda. Professor Colletti, molti sostengono che Trotsky è stato con Lenin l'alfiere dell'"internazionalismo" della Rivoluzione d'Ottobre. E che perciò fu Trotsky e non Stalin il vero erede di Lenin. E' vero?

Risposta. Quando nel novembre del '17 il Partito bolscevico scatenò l'insurrezione e prese il potere, l'idea che dominava la mente di Lenin e Trotsky era che quello fosse il primo atto della rivoluzione mondiale. Il disegno non era quello di compiere la rivoluzione in un determinato paese e sia pure in un paese dalle proporzioni gigantesche come l'impero zarista, disteso su due continenti. Il disegno era la rivoluzione mondiale. La rivoluzione che i bolscevichi fecero in Russia fu da loro concepita non essenzialmente come una rivoluzione russa, ma come la prima tappa di una rivoluzione europea e mondiale. Come fenomeno esclusivamente russo essa non aveva per loro alcun significato, nessuna validità e nessuna possibilità di sopravvivere. Trotsky incarna quest proiezione internazionalista.

D. Ma Lenin e Trotsky non si erano divisi nel 1905?

R. Dato il carattere autocratico del regime zarista e l'assenza completa di qualsiasi forma di costituzionalismo liberale (oltreché, naturalmente, lo sviluppo ancora assai debole del capitalismo insustriale moderno), la situazione russa, nei primi anni del '900, poneva al partito marxista un compito difficile e insieme originale. Il partito si trovava ad operare in un ambiente dove, per uanime riconoscimento, prima della rivoluzione socialista avrebbe dovuto in ogni caso aver luogo la rivoluzione borghese. Ora, di fronte a questa situazione, come si sarebbe dovuto comportare il partito marxista? Prima del 1905 i marxisti russi avevano accettato la tesi secondo cui una rivoluzione socialista in un paese economicamente arretrato come la Russia non era possibile. In Russia, essi pensavano, la rivoluzione non poteva essere che una rivoluzione borghese e la funzione dei marxisti russi non poteva essere che quella di appoggiare la borghesia. Dopo il 1905 a sostenere questa tesi rimasero soltanto i menscevichi. Accanto alla loro linea nel corso della rivoluzione del 1905 presero definitivamente forma due altre prospettive strategiche (contrapposte alla prima e contrapposte anche tra loro): quella della "dittatura democratico-rivoluzionaria degli operai e dei contadini" elaborata da Lenin e quella della "rivoluzione permanente" di Trotsky. Rispetto ai menscevichi entrambe queste linee avvano in comune il fatto di assegnare ai socialdemocratici russi un ruolo dirigente anche nel corso della rivoluzione democratico-borghese ma con differenze così profonde ch le rendevano, per altri aspetti, antitetiche tra loro. Per Lenin il partito doveva farsi promotore di una rivoluzione operaio-contadina la quale, realizzando la rivoluzione borghese, avrebbe si preparato il terreno a quella socialista ma rimanendo pur sempre, almeno per tutto un periodo storico, una rivoluzione soltanto borghese, Trotsky, al contrario, riteneva che il proletariato russo avrebbe dovuto sì appoggiarsi ai contadini e guidarli alla rivoluzione borghese, ma che esso non avrebbe potuto arrestarsi lì: giacchè, completando la rivoluzione borghese, sarebbe stato inevitabile che il proletariato fosse indotto ad iniziare la propria, senza soluzione di continuità.

D. Malgrado queste differenze quali sono gli elementi che accomunano Lenin e Trotsky?

R. Entrambe le due strategie presupponevano un'integrazione, un sostegno o un completamento a livello internazionale. Cioè consideravano la rivoluzione in Russia un episodio che avrebbe potuto sostenersi soltanto se avesse ricevuto l'appoggio della rivoluzione in occidente. Fuori di questa premessa entrambe le due linee erano impraticabili. Impraticabile quella di Lenin, perché chiedeva al proletariato di partecipare come protagonista e forza dirigente all'instaurazione di un regime democratico-borghese in cui il proletariato stesso avrebbe trovato solo il regno generalizzato dello sfruttamento capitalistico e del lavoro salariato. Impraticabile quella di Trotsky, perché propugnava la continuazione ininterrotta della rivoluzione borghese in quella socialista in un paese dove il proletariato industriale era solo una piccola isola circondata da uno sterminato mare contadino. Una differenza significativa, tuttavia, tra Trotsky e Lenin è che mentre Trotsky in fondo rimane un marxista operaista secondo la tradizione occidentale, Lenin invece comincia a riconoscere un ruolo rivoluzionario (seppure ancora subordinato alla direzione operaia) ai contadini poveri. In questo senso, mentre è impossibile istituire un rapporto tra Trotsky e Mao, tra Lenin e Mao il rapporto può sussistere.

D. Fallita la rivoluzione in occidente Stalin elabora la teoria del "socialismo un paese solo"; egli viene presentato per questo come il solo tra i dirigenti bolscevichi in grado di offrire una prospettiva al paese...

R. Si vuole che Stalin sia stato il solo, in mezzo a un gruppo dirigente smarrito e confuso dopo il fallimento della rivoluzione in occidente, ad indicare una soluzione nelle condizioni di isolamento in cui l'URSS si era venuta a trovare. In realtà non c'è un programma o una strategia politica che porti propriamente il nome di Stalin. Zinoviev e Kamenev gli hanno fornito i temi della lotta antitrotskista. Le tesi di Bucharin sul "socialismo a passo di lumaca" gli sono servite da base per il "socialismo un paese solo" e per la lotta contro l'Opposizione Unificata. Il programma, infine, dell'industrializzazione, elaborato dall'Opposizione, gli è servito per battere Bucharin, dopo che però l'Opposizione era già stata espulsa dal partito. La teoria della pianificazione non risale a Stalin bensì alla "Nuova Economia" di Preobrazensky. Ma il tratto specifico di Stalin è stata la sua capacità di interpretare l'isolamento a cui la storia costringeva la Russia come un senso di fierezza "nazionalistico-rivoluzionario" che causava un piacere immenso a chi si sentiva assicurare che la Rssia sarebbe stata una guida per il mondo, non solo nel realizzare la rivoluzione ma anche nell'edificare una economia nuova. In cui riecheggiava qualcosa della vecchia tradizione slavofila russa.

D. Ma chi era "più marxista" Stalin o Trotsky?

R. Come per la maggior parte dei dirigenti bolscevichi e, anzi, assai più di loro Trotsky è l'intellettuale marxista occidentale per eccellenza. Un grande scrittore e un grande analista politico. Basti pensare alla "Storia della Rivoluzione Russa" e agli scritti in cui analizza la disfatta del partito comunista tedesco e l'avvento di Hitler. Come tutti i dirigenti della prima generazione e, anzi, in misura maggiore di tutti loro, Trotsky eredita, con il marxismo, tutta la tradizione del razionalismo occidentale del diciannovesimo secolo. Stalin, invece, si forma in una tradizione educativa e culturale che non solo è indifferente ai modi di vita e al pensiero occidentali, ma che li respinge deliberatamente. Come ha scritto Carr il marxismo di Stalin assume più "il carattere di una fede formalistica che di una convinzione intellettuale".

D. Dunque per Stalin l'importante era la "patria socialista". Come utilizzò in questo senso la seconda guerra mondiale?

R. Il passaggio all'epoca di Stalin si vede nelle "forze" e nei "valori" a cui si fa appello nel corso della seconda guerra mondiale. Non ci si mobilita in nome e a difesa del comunismo ma del "patriottismo russo". Il 7 Novembre del 1941, quando i nazisti premono su Mosca, Stalin fa appello ai fondatori della "patria russa" e ai grandi generali zaristi. La stessa guerra mondiale passa alla storia sotto il nome ufficiale di "grande guerra patriottica". Il passato politico dell'URSS staliniana non è dunque più tanto il passato politico del bolscevismo ma il passato della Russia zarista.

D. Ma allora non esiste continuità tra Lenin e Stalin?

R. Le differenze tra i due, naturalmente, sono profondissime. Impossibile immaginare Stalin che (come Lenin a Berna nel '14-'15) si chiude in biblioteca per leggere "La scienza della logica" di Hegel e la "Metafisica" di Aristotele. Comunque la pretesa di negare ogni elemento di continuità tra i due è senza fondamento storico. Stalin costruisce la sua opera su alcune premesse di Lenin:1. Teoria del partito unico; 2. Centralizzazione assoluta del potere; 3. confusione tra Stato e Partito; 4. Teoria della "partiticità" della cultura e sua completa subordinazione alla politica; 5. Economia centralizzata e la pianificazione dall'alto (**mia nota: qualsiasi attento studioso si accorgerebbe presto che tali caratteristiche NON SONO quelle bolsceviche ma quelle della degenerazione del bolscevismo...).

D. Ma anche Trotsky era assertore di questo tipo di pianificazione...

R. E' vero. Risale anzi a lui la proposta (contrastata da Lenin) della militarizzazione dei sindacati nel periodo del "comunismo di guerra" (**mia nota: appunto, nel 'periodo' del 'comunismo di guerra'. Ma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire...). Trotsky è assertore dei soviet, della democrazia consiliare. Qui viene fuori l'aspetto per cui la teoria politica marxista dell'estinzione dello Stato è sostanzialmente improntata all'anarchismo. D'altra parte, nel momento stesso in cui il marxismo prospetta il deperimento e l'estinzione dello Stato (**mia nota: appunto, 'prospetta' nel lungo periodo e, comunque, io non sono d'accordo sul concetto di estinzione dello Stato), esso chiede l'avocazione allo Stato di tutti i mezzi di produzione: ciò che comporta l'espansione della burocrazia e la direzione gerarchica dell'economia.

D. In conclusione allora anche lei pensa che Stalin e Trotsky siano due facce della stessa medaglia?

R. Negli aspetti decisivi penso di no. Trotsky rimane fino all'ultimo un teorico e un politico marxista: continua a volere contemporaneamente sia la democrazia consiliare dei soviet sia la pianificazione centralizzata. E' significativo che, man mano che passano gli anni dalla Rivoluzione d'Ottobre, il suo discorso perda progressivamente di presa sulla realtà (**mia nota: povero Colletti, in confronto alla 'presa sulla realtà' di Trotsky l'intera tua carriera di voltagabbana è poco più di un esercizio da circo...). Stalin, viceversa, man mano che procede nell'edificazione dello stato sovietico, rompe progressivamente con la tradizione marxista e con il significato della Rivoluzione d'Ottobre. La sua opera di costruttore di un grande stato moderno si compie sempre più nel segno del realismo politico. Stalin si libera progressivamente da tutti i lacci dell'ideologia. Capisce che la pianificazione economica dall'alto è incompatibile con i soviet. Ma lo Stato che costruisce non ha più nulla a che fare con le speranze dell'Ottobre. Esso non è più un capitolo che appartenga alla storia del movimento operaio. E' un grande Stato imperiale, di tipo nuovo, che si muove ormai secondo le coordinate della realpolitik e della geopolitica.


Il 5-6 Ottobre 1980 l'intera doppia pagina centrale "Cultura" de "la Repubblica", in occasione del convegno internazionale per il quarantesimo anniversario della morte di Trotski, tenutosi a Follonica dal 7 all'11 Ottobre, fu dedicata alla figura di Trotski. Riproduco solamente l'articolo di Aldo Natoli.

***

L'ombra del Termidoro.

Secondo la ricostruzione che ne ha fatto Isaac Deutscher, il primo ad evocare l'ombra del Termidoro (il colpo di Stato del 1794 che portò all'eliminazione di Robespierre) per indicare l'involuzione del processo rivoluzionario nella Russia degli anni '20 sarebbe stato P. Zalutzkij, segretario dell'organizzazione di Leningrado, un pubblicista di origine operaia. Lo fece in un discorso pubblico, verso la metà del 1925. A quell'epoca Leningrado era ancora il punto di forza principale controllato da Zinovjev: questi aveva già condotto alcune fra le più violente campagne contro il "trozkismo" e non aveva ancora spezzato la propria alleanza con Stalin, Trotski era stato allontanato da poco dalla presidenza del Consiglio Militare Rivoluzionario, Bucharin aveva appena lanciato ai contadini la famosa parola d'ordine "arricchitevi!", infine nessuno sospettava il ruolo grande e terribile che Stalin avrebbe assunto prima che passassero tre anni. Oggi può sembrare un'ironia della storia il fatto che l'acceso sostenitore di Zinovjev, Zalutzkij, così precocemente preoccupato da presagi ternidoriani, sia stato forse il primo a chiedere pubblicamente, circa nello stesso periodo, che Trotski venisse espulso dal partito: e che fosse proprio Stalin a far respingere quella proposta (siamo nei primi mesi del 1925).

Per qualche anno Trotski pensò che il "Termidoro sovietico" fosse solo un pericolo che si andava profilando sulla base dell'apatia e della stanchezza dilaganti fra le grandi masse, del regime interno di partito sempre più fortemente repressivo, dell'iniziale formazione di un blocco sociale spostato "a destra" nel quadro della Nuova Politica Economica (NEP: la quale stimolava, secondo lui, un'alleanza fra la burocrazia ormai dominante, gli strati ricchi ed agiati della campagna e i nuovi mercanti e speculatori prosperanti negli spazi riaperti del libero mercato).

Nell'analisi che Trotski fin da quegli anni conduce del sistema staliniano ancora in formazione (lui stesso fu probabilmente l'inventore del termine "stalinismo", che ricorre in un suo discorso della fine del 1927, l'ultimo che egli pronunciò in un'assemblea di partito prima della espulsione e della successiva deportazione) colpisce l'insistenza con cui ritornano le analogie storiche fra i processi che caratterizzano rispettivamente la rivoluzione francese e la Russia degli anni '20. Il filo condutore parallelo dell'analisi di Trotski indica che in due epoche storiche diverse l'ascesa di una classe rivoluzionaria (la borghese nella prima, la classe operaia nella seconda (**mia nota: io  preferisco la definizione di 'classe proletaria') rovesciò un sistema politico e un modo di produzione storicamente superati (rispettivamente: il feudalesimo e il capitalismo). Ma, nella fase post-rivoluzionaria, una stagnazione della spinta trasformatrice delle masse può portare a una involuzione moderata del sistema politico senza che si abbia la restaurazione del modo di produzione precedente: il potere può essere infatti usurpato da nuovi raggruppamenti sociali - moderati e conservatori, appunto - senza che si abbia una vera e propria controrivoluzione. Il Termidoro e il colpo di Stato di Bonaparte non furono controrivoluzionari: essi stabilizzarono definitivamente le conquiste della borghesia e del capitalismo, tagliando contemporaneamente le punte più avanzate di nuove forse sociali.

Anche nell'URSS, fin dal 1924, avrebbe avuto inizio la formazione di un blocco sociale moderato intorno alla burocrazia dominante (Termidoro): e con l'accentramento di tutti i poteri nelle mani di Stalin sarebbe avvenuto il colpo di Stato bonapartista. Tuttavia all'usurpazione del potere non avrebbe corrisposto l'annientamento dei contenuti sociali: i rapporti di produzione e la natura di classe, proletaria, dello Stato sarebbero rimasti mmutati. Infatti, sempre secondo Trotski, la burocrazia non aveva restaurato il capitale privato: piuttosto, era stata costretta dal proletariato a rafforzare la proprietà statale dei mezzi di produzione. L'URSS rimaneva insomma uno Stato operaio affetto da degenerazione burocratica: la contraddizione fra il regime politico e le esigenze dello sviluppo socialista avrebbe finito col provocare il crollo della dittatura attraverso una nuova rivoluzione: politica, non sociale.

La verità è che Trotski, pur fornendo con "La rivoluzione tradita" (1936) il saggio per quel tempo più profondo e acuto sul sistema staliniano, non riuscì a cogliere fini in fondo i mutamenti intervenuti nei rapporti di produzione nell'URSS, specialmente in seguito alla collettivizzazione nelle campagne e all'industrializzazione accellerata. Egli continuò a ritenere che i rapporti fra le classi e le loro alleanze fossero quelli della fine degli anni '20 quando, a suo giudizio, la base sociale del blocco termidoriano era costituita dalla burocrazia, dai contadini ricchi e dai nuovi mercanti. Uno schema che risaliva ad una insistente affermazione di Lenin, secondo cui dalla piccola attività mercantile privata, in particolare contadina, si sarebbero riprodotte le basi per la rinascita e la restaurazione del capitalismo.

In realtà, a partire dalla fine del 1928, non vi fu alcuna alleanza fra burocrazia, contadini ricchi e mercanti. Il commercio privato fu praticamente abolito: i contadini ricchi furono "distrutti come classe", la massa dei lavoratori ridotta sotto una oppressione "militare-feudale", secondo la triste profezia di Bucharin. L'alleato fondamentale della burocrazia politica  e amministrativa fu costituito invece dai dirigenti dell'industria e dell'economia e, subordinatamente, dai nuovi strati di tecnici e di aristocrazia operaia. Questo fu il nuovo blocco sociale dominante, termidoriano, se si vuole insistere nell'analogia storica: ed esso si formò nel corso tempestoso del 1° Piano quinquennale, parallelamente all'accellerata trasformazione repressiva e poliziesca del partito-Stato.

A Trotski non era sfuggito l'affermarsi di disuguaglianze e di privilegi nella dinamica della società sovietica. E tuttavia egli non colse il rapporto genetico fra la disuguaglianza e lo sviluppo del fenomeno burocratico. La burocrazia era per lui una sorta di escrescenza sociale, necessaria per la distribuzione dei consumi in una condizione di scarsezza di merci. Vedeva il pericolo di una restaurazione capitalistica nelle forme arretrate del capitalismo anarchico del mercato liberista. Non si rese conto che le modificazioni (comparse già al tempo della prima guerra mondiale e poi sviluppate e sperimentate fino a e dopo la grande crisi del '29) nel rapporto fra Stato ed economia in regime capitalistico - controllo attivo del mercato, politica di piano, nazionalizzazioni - avevano tolto ogni specificità socialista e proletaria alla proprietà statale dei mezzi di produzione, alla programmazione, alla politica di intervento anticongiunturale. Dimostrò eccessivo disprezzo per le idee di Bucharin sul "capitalismo organizzato": così gli sfuggì anche la sostanza restauratrice (e insieme "progressista", rispetto all'arretratezza della Russia) dell'industrializzazione accellerata. Nasceva allora una formazione economica, sociale e politica che era storicamente nuova. Il dramma di Trotski consistè nel non aver capito che quella formazione, senza riprodurre vecchie forme borghesi, era andata oltre Termidoro, aveva insomma perduto ogni stigmata operaia e socialista.


Sono in possesso di questo articolo fotocopiato, ma non si è in grado di risalire alla testata che lo ha pubblicato (sembrerebbe "Storia illustrata") ne alla data (all'incirca il 1988). L'autore è Aurelio Lepre. Chiunque possa aiutarmi a colmare queste lacune mi scriva, grazie!

Ovviamente, come sempre, nulla mi vieta di commentare e criticare, anche duramente, le affermazioni contenute negli articoli che pubblico sul sito. Questo articolo del signor Lepre non fa eccezione...

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(rubrica) Protagonisti

Dopo Nikolaj Bucharin anche Lev Trotzki verrà riabilitato?

Il profeta della rivoluzione

Fu il più convinto assertore della vittoria del proletariato. E il più duro antagonista di Stalin. Qual era il suo credo politico? Perché entrò in contrasto con la vecchia guardia marxista? E come mai ora torna alla ribalta?

La riabilitazione di Bucharin ha avuto un significato politico: alcune delle tesi da lui sostenute (sulla necessità di uno sviluppo economico più equilibrato della democrazia socialista) hanno, infatti, un forte sapore di attualità dell'URSS di Gorbaciov. Ma la riabilitazione di Trotzki, che comincia ad apparire anch'essa possibile nell'URSS di oggi, avrebbe, invece, un significato diverso. Nessun governo responsabile potrebbe, in realtà, rifarsi a quello che è l'elemento centrale dell'ideologia di Trotzki, cioè alla "rivoluzione permanente", intesa come necessario passaggio dalle rivoluzioni nazionali alla rivoluzione mondiale. E non esiste nemmeno, come riteneva invece Trotzki, un proletariato mondiale, senza il quale la "rivoluzione permanente" è impossibile. Tuttavia la riabilitazione di Trotzki, qualunque sia il giudizio che si voglia dare della sua attività ideologica e politica, resta una necessità per l'URSS: ignorando il ruolo che egli ha avuto nelle vicende del 1905, del 1917 e degli anni seguenti, o avendone una immagine deformata, il cittadino sovietico può conoscere solo una parte della storia dell'URSS o averne una visione fortemente falsata.

Lev Davidovic Bronstein, che sarebbe passato alla storia con il nome di battaglia di Trotzki, nacque il 26 ottobre 1879 (o, secondo il nuovo calendario, il 7 novembre), nella provincia di Cherson, in Ucraina, in una fattoria chiamata Janovka, che apparteneva al padre, David. David Bronstein era un ebreo non praticante, anzi indifferente verso la religione. Aveva raggiunto una certa agiatezza coltivando la terra e Lev, da bambino, cominciò a capire che le condizioni di vita dei poveri erano molto dure proprio osservando i contadini che lavoravano nella fattoria della sua famiglia.

Nel 1889 andò a studiare ad Odessa, dove rimase per sette anni. Nel 1896 si recò nella cittadina di Nikolaev per proseguire gli studi e lì entrò in contatto con un gruppo di studenti e operai di opinioni radicali. Fu un'esperienza molto importante, come avrebbe ricordato lui stesso nel 1937: nei quartieri operai di Nikolaev acquistò fede nella ragione, nella verità e nella solidarietà umana. Da quel momento l'apprendistato fu molto rapido. Già nel 1897 fondò un gruppo di opposizione operaia e nel 1898 fu arrestato. In carcere lesse molto e cercò di dare un fondamento teorico ad atteggiamenti di rivolta che all'inizio avevano avuto una radice soprattutto sentimentale. Ma i suoi primi contatti con le ideologie rivoluzionarie furono piuttosto confusi. Solo più tardi, come scrisse lui stesso, avrebbe trovato negli scritti di Marx, Engels e del russo Plechanov una conferma di quelle che, in prigione, gli erano sembrate soprattutto delle ipotesi da verificare. Al processo fu condannato alla deportazione in Siberia per quattro anni. Nell'esilio lesse la rivista Iskra (La scintilla), su cui scrivevano i maggiori rappresentanti del socialismo russo, e anche il Che fare? di Lenin, del quale già nel 1899 aveva letto un'altra importante opera, Lo sviluppo del capitalismo in Russia.

Nel 1902 Trotzki fuggì dalla Siberia e si recò a Londra per conoscervi Lenin. Lenin abitava allora, insieme alla moglie Nadezka Krupskaja, al numero 10 di Horfold square, in un modesto appartamento. I vicini ignoravano che sotto il nome del signor Richter, dalle apparenti abitudini piccolo-borghesi, si nascondeva quello che già allora era uno dei più noti e temuti rivoluzionari europei. Quando Trozki bussò rumorosamente alla porta, dopo aver detto al cocchiere che lo aveva portato a Horfold square di aspettarlo, la Krupskaja si affrettò ad aprire, prima che i vicini, disturbati dal rumore, potessero insospettirsi. Era ancora l'alba. Lenin, avrebbe ricordato poi la Krupskaja, "si era appena svegliato ed era ancora a letto. Li lasciai soli e me ne andai a pagare il cocchiere e poi a preparare il caffè. Quando tornai Ilic era sempre seduto sul letto, in conversazioni animate con Trotzki su un tema astratto".

Di conversazioni animate, e su temi assai concreti, se ne sarebbero svolte molte altre, tra Lenin e Trotzki. E vi sarebbero stati scontri molto duri. Ma anche periodi di intesa e fruttuosa collaborazione. Il fatto che gli storici dell'URSS debbano ancora oggi ignorare questi periodi per mettere l'accento solo sui contrasti impedisce ai sovietici, come si è detto sopra, di avere un'immagine chiara della loro storia (mia nota: l'autore dell'articolo sembra ignorare le mostruosità e le nefandezze commesse durante lo stalinismo, tra le quali la falsificazione sistematica della storia e dei fatti è solo uno degli aspetti di ciò che fu l'annientamento della rivoluzione e dei rivoluzionari...).

A Londra Trotzki cominciò a collaborare alla rivista Iskra, la cui redazione cominciava però a dividersi su alcuni importanti problemi. Le divisioni vennero alla luce nel 1903, a Bruxelles, al secondo convegno (mia nota: convegno o congresso?) del POSDR, il partito operaio socialdemocratico russo, in cui si delinearono anche altre questioni che, in seguito, avrebbero diviso i movimenti rivoluzionari. Ad esempio, quella della partecipazione degli ebrei. Al congresso (mia nota: oh, guarda, adesso è un congresso....), infatti, i delegati dell'organizzazione ebraica Bund chiesero di avere autonomia nel partito, con il diritto di eleggere un proprio comitato centrale. L'ebreo Trotzki, e anche un altro collaboratore ebreo dell'Iskra, Martov, si schierarono contro la richiesta del Bund, respingendo ogni forma di separatismo ebraico (mia nota: posizione più che giusta, addirittura ovvia...). Uno scontro più importante si ebbe tra l'intero gruppo dell'Iskra e i cosiddetti "economisti". I primi sostenevano il predominio della lotta politica rivoluzionaria, i secondi erano per il sindacalismo e le riforme.

Ma alla fine anche l'Iskra si divise: Lenin voleva che il partito fosse formato solo da coloro che militavano nella clandestinità; Martov, invece, voleva che fosse un'associazione più aperta. In quest'occasione Trotzki si schierò contro Lenin, a fianco di Martov, che ebbe l'appoggio dei delegati ebrei del Bund e degli "economisti". Era, però, una maggioranza eterogenea (mia nota: l'autore dell'articolo non ha scritto quale fosse la maggioranza. Lenin o Martov? Ma come scrive questo giornalista!), e quando fu il momento di eleggere i membri del comitato centrale (mia nota: si stava parlando dell'Iskra! Ora sembra che si parli del congresso del POSDR...Che stile chiaro e limpido!), vinsero i sostenitori di Lenin, che furono perciò detti bolscevichi ("maggioritari"), mentre i suoi oppositori furono chiamati menscevichi ("minoritari").

Si delineava così una prima, importante differenza fra Trotzki e Lenin. Questi voleva una centralizzazione di carattere giacobino del movimento rivoluzionario, sull'esempio di ciò che era avvenuto in Francia nel 1789. Trotzki la respingeva, attaccando Lenin con estrema violenza, anche sul piano personale (mia nota: in effetti ci furono toni accesi da parte di Trotski, un po' meno da parte di Lenin). Su quello politico, ne criticava ciò che definiva "sostituzionismo". Lenin, secondo Trotzki, stava cercando di formare un partito che "si sostituisse" alle classi lavoratrici. Per Trotzki il possesso della teoria proletaria marxista non poteva "sostituirsi" a un proletariato economicamente sviluppato. Se così fosse avvenuto, con il tempo l'organizzazione del partito si sarebbe "sostituita" al partito, il comitato centrale all'organizzazione del partito e infine il dittatore si sarebbe "sostituito" al comitato centrale.

Alla luce di ciò che è avvenuto nelle società socialiste, non si può certo dire che le previsioni di Trotzki fossero infondate. In realtà, già allora egli mostrava di possedere spiccate capacità di analisi, alle quali non si accompagnava una analoga capacità di fare concretamente politica, in modo da influire su quei processi di cui prevedeva gli approdi negativi. Era, come è stato definito da Isaac Deutcher, il suo maggiore biografo, "un profeta".

Sebbene continuasse a essere considerato un menscevico, Trotzki si distaccò da loro già nel 1904. Nello stesso anno conobbe le tesi di Parvus (pseudonimo di Aleksandr Helphand), il quale sosteneva che lo stato nazionale, così come si era venuto formando nel capitalismo, era ormai un'istituzione superata e che lo sviluppo economico mondiale avrebbe portato a una sollevazione rivoluzionaria proprio in un Paese, come la Russia, che sul piano economico era più arretrato di altri Paesi europei. Erano, allora, tesi eretiche per il marxismo ortodosso, che legava ancora la rivoluzione allo sviluppo economico. Trotzki ne fu fortemente e favorevolmente colpito.

La rivoluzione russa del 1905 sembrò dar ragione a Parvus. Trotzki tornò a Pietrogrado e diventò il rappresentante dei menscevichi nel Soviet, il nuovo organo di governo formato dalle forze rivoluzionarie. Ma la rivoluzione fu sconfitta e il 3 dicembre il Soviet venne sciolto dalla polizia. Quando un ufficiale entrò nella sala in cui il Soviet teneva quella che sarebbe stata la sua ultima riunione e annunziò di essere venuto ad arrestare i suoi dirigenti, Trotzki lo interruppe dicendogli: "Per favore, non disturbate l'oratore. Se desiderate la parola, date il vostro nome e chiederò all'assemblea se acconsente ad ascoltarvi". L'ufficiale rimase perplesso, temendo una reistenza armata, e aspettò. Ma quando, infine, poté leggere ("a scopo informativo", precisò Trotzki) l'ordine di arresto, Trotzki propose ironicamente che se ne prendesse atto e fosse posto all'ordine del giorno. Poi lo espulse dalla sala e l'ufficiale dovette tornare alla testa di un plotone di soldati. E' un episodio che mostra, insieme, il senso dell'umorismo di Trotzki e la sua propensione a gesti teatrali.

Nuovamente imprigionato, Trotzki rifletté in carcere sugli avvenimenti del 1905, arrivando a una prima formulazione della teoria della "rivoluzione permanente". In polemica con i marxisti tradizionali, i quali ritenevano che i socialisti avrebbero potuto conquistare il potere in Russia solo quando vi si fosse realizzata una moderna società capitalista, Trotzki si convinse che il proletariato russo, grazie alla sua preparazione politica, avrebbe potuto condurre la rivoluzione russa fino alla fase socialista, anche prima che la rivoluzione fosse cominciata in Occidente. Su questo punto si sarebbero trovati d'accordo con lui, nel 1917, tutti i rivoluzionari russi. Ma Trotzki credeva anche che la classe operaia sarebbe stata incapace di mantenersi al potere senza l'appoggio del proletariato europeo.

Processato per i fatti del 1905, Trotzki fu nuovamente deportato in Siberia, per dove partì il 5 gennaio 1907. Ma ne fuggì ancora una volta e riprese la sua lotta all'estero, a Londra, a Berlino, a Vienna. Nel 1912 fu di nuovo contro Lenin, quando questi proclamò che la frazione bolscevica costituiva ormai l'intero partito. Nel 1913 conobbe Stalin. Già allora i due provavano una reciproca avversione. A Trotzki Stalin appariva "torvo, ostile, chiuso". Per Stalin, lui era "un semplice atleta vanaglorioso, con falsi muscoli".

Nel 1914 lo scoppio della prima guerra mondiale pose nuovamente all'ordine del giorno la questione della rivoluzione. Trotzki ripropose le sue tesi: il proletariato non doveva difendere una ormai anacronistica patria nazionale, ma crearsene una nuova negli Stati Uniti d'Europa, prima tappa per la creazione degli Stati Uniti del mondo sul fondamento di un'organizzazione socialista dell'economia mondiale. La rivoluzione doveva cominciare su base nazionale ma, data l'interdipendenza economica e politico-militare degli stati europei, non poteva concludersi su quella stessa base. Riaffermava, perciò, la necessità della "rivoluzione permanente": le rivoluzioni nazionali dovevano trasformarsi in rivoluzione mondiale. Non credeva nemmeno, diversamente da Lenin, che una disfatta militare avrebbe potuto favorire la rivoluzione.

Ma nel 1917 la rivoluzione in Russia scoppiò proprio in conseguenza della disfatta. Trotzki, che era negli Stati Uniti, rientrò in Russia. Sebbene non fosse ancora un bolscevico Lenin gli concesse piena fiducia. Gli altri bolscevichi, invece, lo guardavano con sospetto per le aspre polemiche che li avevano divisi negli anni precedenti: il 4 agosto rifiutarono di accoglierlo nelle loro file e solo in settembre vi venne tacitamente ammesso. I giorni che prepararono l'insurrezione del 7 novembre videro Trotzki svolgere un intenso lavoro di organizzazione e propaganda. I suoi discorsi, come disse un testimone, erano ascoltati in uno stato d'animo "assai prossimo al delirio estasiato". I suoi ordini diedero l'avvio all'insurrezione. "Quei giorni e quelle notti", ha ricordato la seconda moglie di Trozki, Natalia Sedova, che li visse accanto a lui, "mi hanno lasciato il ricordo di un lucido delirio. Tante cose accadevano e si accavallavano, che in seguito fu molto difficile ristabilire un po' alla volta l'ordine degli avvenimenti, le presenze, la parte che ciascuno aveva avuto in quell'azione così complessa".

Dopo la conquista del potere Trotzki diventò commissario agli esteri (mia nota: i bolscevichi rifiutarono, giustamente, il vecchio e pomposo termine di  "ministero" e adottarono quello di Commissariato del Popolo: quindi Trotzki fu nominato, più esattamente di quanto scriva il giornalista, commissario del popolo agli affari esteri). Il compito più difficile dovette affrontarlo trattando, a Brest-Litovsk, la pace con i tedeschi. Non era facile, per i rivoluzionari russi, accettarne le dure condizioni. D'altra parte, essi non erano nemmeno in grado di continuare la guerra. Trotzki assunse una posizione che avrebbe dovuto conciliare le due esigenze: "Ci ritiriamo dalla guerra e ne diamo l'annuncio a tutti i popoli e a tutti i governi", proclamò. Ma, aggiunse, "non possiamo mettere la firma della rivoluzione russa sotto un trattato di pace che porta oppressione, dolore e disgrazie a milioni di esseri umani". Una posizione del genere sarebbe stata sostenibile solo se anche il proletariato tedesco fosse insorto. Ma ciò non avvenne e l'esercito tedesco riprese la marcia verso oriente. Lenin allora decise di accettare la pace a qualsiasi condizione e alla fine anche Trotzki fu d'accordo.

Negli anni seguenti Trotzki impiegò tutte le sue forse nella lotta contro le truppe dei generali "bianchi". Come commissario (del popolo) alla guerra (mia aggiunta: "incarico a cui fu nominato subito dopo") riorganizzò l'esercito, che volle fortemente centralizzato e disciplinato. Per rafforzarlo si servì anche dei generali zaristi. L'esercito non sarebbe dovuto servire per esportare la rivoluzione. Ma, pur rifiutando la tesi di una rivoluzione da attuare mediante la conquista armata, Trotzki continuò a ritenere che il proletariato europeo sarebbe insorto contro i governi capitalistici e che la "rivoluzione permanente" si sarebbe realizzata.

Negli anni 1919-'20, dopo avere affermato che occorreva restituire ai contadini una certa libertà economica di fronte all'aggravamento delle loro condizioni di vita, si convinse che era necessario ricorrere alle misure più estreme. Isaac Deutscher ha cercato di giustificarlo scrivendo: "Poiché il partito aveva rifiutato di attenuare i rigori del comunismo di guerra non restò che aggravarli". Non è una spiegazione molto convincente. (mia nota: la spiegazione di Deutscher non è convincente, ma bisogna anche considerare che, nella realtà, molti contadini svolgevano effettivamente un ruolo reazionario accantonando derrate e prodotti. Le requisizioni forzate furono un dramma ma, come spesso accade nelle situazioni di conflitto, furono commessi degli abusi e delle angherie)

Trotzki, in realtà, fronteggiò il pericolo del collasso economico e della controrivoluzione adottando con convinzione, almeno apparente, gli stessi duri strumenti voluti da Lenin e da Stalin. Fu lui, del resto, a piegare o piuttosto, come disse lui stesso, a "schiacciare" la rivolta di Kronstadt (mia nota: la determinazione estrema dei bolscevichi, e di Trotzki, a trattare gli insorti di Kronstadt unicamente come "controrivoluzionari" fu sicuramente eccessiva ma bisogna pur tuttavia dire, una volta per tutte, che a Kronstadt, insieme ad anarchici e rivoluzionari che volevano il ripristino del potere effettivo dei soviet in opposizione alla dittatura del partito unico, c'erano anche effettivamente molti controrivoluzionari e reazionari autentici che giocavano uno sporco ed ambiguo ruolo nel tentativo di destabilizzare il potere bolscevico).

La stella di Trotzki cominciò a offuscarsi subito dopo la fine della guerra civile. Trotzki non si adattò facilmente ai compiti non meno importanti ma certamente molto meno esaltanti della difficile costruzione di una nuova società. Un dirigente bolscevico, Lunaciarski, notò alcuni significativi aspetti del suo carattere, facendo un paragone con Lenin. Lenin "non pensa mai a ciò che diranno i posteri"; Trotzki "tiene estremamente al suo ruolo storico" e sarebbe pronto a sacrificare la sua stessa vita "per restare nella memoria dell'umanità con l'aureola del capo rivoluzionario tragico".

Nelle situazioni in cui era possibile il gesto eroico (qualche volta anche quello teatrale), come le rivoluzioni del 1905 e del 1917 e la guerra civile, Trotzki fu protagonista. Quando si trattò di lavorare in maniera più oscura, insieme con gli altri, si sentì a disagio e, nello sforzo di continuare ad affermare la sua personalità, tese a isolarsi.

Nel 1923 si trovò in contrapposizione a tutta la vecchia guardia bolscevica. Fu contro Bucharin, che voleva lasciare un po' di respiro alla gente, dopo tanti sacrifici e sofferenze, facendo sviluppare l'agricoltura e l'industria leggera, mentre Trotzki era per lo svilupo accellerato dell'industria pesante. Fu anche contro Stalin, Zinov'ev e Kamenev, anch'essi consapevoli di non poter puntare, per il momento, su un'intensificazione dello sforzo economico, per il suo costo sociale troppo elevato. Ma il punto di maggior dissenso fu quello della possibilità di costruire il socialismo in un solo Paese. Trotzki restò in minoranza, sia nel partito che nel Paese.

Negli anni seguenti si impegnò a fondo nella lotta culturale Combattè la Proletkult che proclamava la necessità di una scienza e di un'arte proletaria. In Trotzki, come del resto in Lenin, non c'era nessuna idealizzazione del proletariato. Non riteneva che la conquista del potere fosse sufficiente a trasformare la classe operaia. Le offriva solo la possibilità di apprendere, di liberarsi dal sapere approssimativo e dalla scarsa competenza. Non poteva esistere, perciò, un'arte proletaria. L'arte, affermava Trotzki, doveva trovare la sua strada al di fuori del controllo del partito comunista. Anche lui, però, come gli altri capi bolscevichi, era favorevole alla censura, sia pure vista come una necessità temporanea, legata alle esigenze del più difficile periodo iniziale della rivoluzione, in attesa che "il proletariato vincesse durevolmente nei più potenti Paesi dell'occidente". Secondo Trotzki non si dovevano trasferire le concezioni proprie di una scienza sociale, qual era il marxismo, in altri campi scientifici. Per esempio, alcuni scienziati materialisti guardavano con scetticismo alla possibilità di scindere l'atomo, perché ritenevano la radioattività fondata su premesse antimaterialistiche. Trotzki era di diverso parere: "il massimo compito dei fisici contemporanei è di estrarre dall'atomo la sua energia latente, aprire una breccia da cui tale energia sprizzi con tutta la sua forza. Allora si potranno sostituire il carbone e il petrolio con l'energia atomica, che diventerà il nostro principale combustibile e forza motrice". Anche in questo, era un profeta.

Nel 1926, di fronte all'alleanza tra Stalin e Bucharin, Zinov'ev e Kamenev si riavvicinarono a Trotzki e diedero vita a un'alleanza "si sinistra" contro il nuovo gruppo dirigente che si era raccolto intorno a Stalin e Bucharin. Nel 1927 l'opposizione diede battaglia su questioni internazionali e interne.

Già nel 1919 Trotzki aveva sostenuto che la rivoluzione, fermata in occidente, avrebbe potuto trovare una nuova direttrice d'espansione a oriente. Nel 1927 la sinistra sostenne che i comunisti cinesi, abbandonando ogni tentativo di allearsi con il Kuomintang di Chaing Kai-shek, dovevano sviluppare la rivoluzione socialista anche in Cina. All'interno, chiese una lotta decisa contro un indirizzo economico che considerava favorevole alla rinascita di elementi capitalistici Il gruppo dirigente reagì con durezza. Trotzki lo accusò, riprendendo il paragone con la rivoluzione francese del 1789 che gli era sempre stato caro, (mia aggiunta: con l'accusa) di "degenerazione termidoriana". Lo scontro si fece sempre più acuto e i capi dell'opposizione furono espulsi dal partito. Quando, più tardi, Stalin, con una delle sue tipiche "svolte", adottò i metodi di industrializzazione che erano stati chiesti proprio dalla sinistra, Trotzki si trovò nuovamente isolato, perché Zinov'ev e Kamenev si riavvicinarono a Stalin.

Nel novembre del 1927 Trotki fu espulso dal partito comunista dell'Unione Sovietica. Nell'anno seguente fu deportato ad Alma Ata, che la moglie di Trotzki ricorda come un grosso villaggio, "senza fogne, senza luce, abbandonato alla miseria degli indigeni, alla malaria e a tutte le malattie dell'Asia centrale". Da Alma Ata Trotzki cercò di mantenere i contatti con i suoi amici, ma in condizioni sempre più difficili. Nel gennaio 1929 ricevette l'ordine di espulsione dall'URSS

La prima tappa del suo esilio fu a Prinkipo, un isolotto posto di fronte a Istambul, dove il governo turco gli concesse ospitalità (altri governi si erano rifiutati di accoglierlo). A Prinkipo svolse un'intensa attività intellettuale. Scrisse un'autobiografia e una storia della rivoluzione russa (nel 1930 fu pubblicata a Berlino anche una sua opera sulla rivoluzione permanente, che aveva però scritto ad Alma Ata). Uno studioso italiano, Vittorio Strada, ha riportato le origini di queste due opere alla concezione autobiografica e drammatica che Trotzki ebbe della storia e del ruolo che vi recitava dopo la sconfitta e l'espulsione dall'URSS: quello, a lui congeniale, del "cavaliere errante (e perseguitato) di una rivoluzione immaginaria". Per Trotzki era molto importante la costruzione di "un'autobiografia perfetta" e quindi di una "sua" interpretazione della "sua" rivoluzione d'ottobre (mia nota: curiose queste affermazioni dell'"ortodosso" Vittorio Strada, a cui andrebbero ricordate le ben più oscene e rivoltanti "interpretazioni storiche" di osservanza stalinista, tra cui il famoso Breve corso di storia del partito comunista (bolscevico) dell'URSS, pubblicato da L'unità nel secondo dopoguerra). A Prinkipo comunque nutrì ancora qualche speranza di rientrare nel gioco politico. Nel 1929, infatti, si ebbe la frattura tra Stalin e la destra di Bucharin. Stalin riprese e, anzi, portò all'estremo alcune tesi sostenute dalla sinistra. Ma l'atteggiamento di Stalin verso Trotki non cambiò ne, del resto, cambiò quello di Trotzki verso Stalin.

In quegli anni Trotzki sembrò rivedere alcune sue idee. Per la politica interna dell'URSS espresse forti riserve sulla durissima linea adottata da Stalin contro i contadini. Sul piano europeo, pur riaffermando la sua fedeltà alla "rivoluzione permanente", criticò, negli anni che precedettero la conquista del potere da parte di Hitler, la linea antisocialdemocratica del partito comunista tedesco e dell'Internazionale comunista. Nel 1935 e nel 1936 fu contro i Fronti popolari e condannò il tentativo dell'URSS di fronteggiare il nazismo attraverso alleanze con i governi borghesi e attraverso la Lega delle nazioni. Scondo Trotzki L'Unione Sovietica non avrebbe potuto vincere una futura guerra senza trasformarla in rivoluzione: "Se non viene paralizzato da una rivoluzione in occidente", affermò, "l'imperialismo spazzerà via il regime nato dalla rivoluzione d'ottobre". Era un grave errore di valutazione. Come tutti i profeti Trotzki alternava momenti di grande lucidità con momenti di totale annebbiamento.

I processi che si svolsero nell'URSS dal 1936 al 1938 videro come rpicnipale imputato un assente: Lev Davidovic Trotzki. Tra le accuse rivolte ai Zinov'ev, Kamenev e Bucharin quella di "trotzkismo" fu considerata la più grave. Nel gennaio del 1937 Trotki prese dimora in Messico, a Coyoacàn, un sobborgo della capitale.

L'attacco di SDtalin a Trotki divise gli intellettuali, che però si schierarono in massima parte contro di lui. Nell'URSS si schierarono contro Trotzki, tra gli altri, Gorkj, Sholokov ed Ehrenburg; negli USA Theodor Dreiser e Paul Sweezy; in Francia Aragon, Barbusse e Romain Rolland. Trotzki rispose chiedendo la formazione di una commissione d'inchiesta che fu presieduta dal filosofo americano John Dewey. Le sue sedute furono per Trotzki, nel 1937, un'importante tribuna per difendersi dalle accuse, ma il verdetto favorevole della commissione ebbe scarsa eco in Europa. Nel 1938 Trotzki si adoperò per fondare la quarta Internazionale. I suoi seguaci ormai erano pochissimi, ma egli credeva che la guerra avrebbe fatto crollare, oltre al fascismo, anche i partiti della seconda e della terza Internazionale. Anche questa si sarebbe rivelata una previsione errata.

Nello stesso 1938 una trotzkista americana, Sylvia Agelof, conobbe un uomo che si presentò come Jacques Mornard, figlio di un diplomatico belga, ma che in realtà era un agente della polizia segreta dell'URSS. Attraverso di lei Mornard riuscì ad avere accesso alla casa di Trotzki. Il 20 agosto 1940 si recò da lui con il pretesto di fargli leggere un suo articolo. Mentre Trotzki leggeva il dattiloscritto, Mornard lo colpì alla testa con una piccozza che nascondeva sotto l'impermeabile. Il giorno dopo Trotzki morì.

Alla luce di ciò che si è detto sopra può sembrare che il pensiero di Trotzki sia di scarsa attualità. Un suo studioso, Baruch Knei-Paz, ha scritto che Trotzki appare "un lupo solitario in ampo politico come in quello teorico, praticamente per tutto il corso della sua vita". Ma lo stesso Keni-Paz ha affermato che la teoria della "rivoluzione permanente" costituisce una teoria della rivoluzione socialista applicabile, in  modo specifico, alle società arretrate (in fondo lo stesso Mao Dzedong, che ha sempre proclamato la sua ortodossia marxista-leninista, nella sua attività concreta si è rifatto più a Trotzki che a Stalin). Il fatto che la rivoluzione oggi appaia sempre più legata all'arretratezza rende utile la rilettura degli scritti di Trotzki. Una critica a fondo dello stalinismo, inoltre, non può essere compiuta senza tener conto delle posizioni di Trotzki, che fu il più duro e coerente antagonista di Stalin. Infine, ci sono molte sue analisi che gettano luce non soltanto sulle vicende degli anni in cui visse Trotzki, ma anche sui nostri. Egli capì che la costruzione del socialismo in un solo Paese conteneva in germe il pericolo di un nuovo espansionismo russo e capì anche che, senza la rivoluzione in occidente, sarebbe stato molto difficile realizzare il sogno di Marx di una società che fosse non solo più giusta, ma anche più libera.

 

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