Max Stirner

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Pagina ereditata dal sito di Atheia

Stirner nel disegno di Engels

Stirner in una rielaborazione di un sito a lui dedicato

Scrivo qualcosa su questo grande personaggio, e lo faccio in una pagina creata apposta. Contemporaneo di Marx, tedesco, non ha scritto molto, ma quello che ha scritto ha lasciato un'impronta indelebile nel pensiero occidentale. La sua opera fondamentale, "L'Unico e la sua proprietà", aveva colpito profondamente Friedrich Engels, che ne aveva scritto a Marx. Questi lo lesse attentamente e lo ritenne un pericolo per lo sviluppo del suo pensiero. Marx ed Engels, poi, ne fecero una critica aspra e sarcastica, che noi non approviamo, ne "L'ideologia tedesca", impiegando altrettante pagine di quante ne contava lo stesso libro di Stirner. Più tardi Friedrich Nietsche temette di essere accusato di plagio una volta letta l'opera del nostro. Ma le differenze tra Stirner e Nietsche sono profonde. Noi siamo soliti fare un esempio, in proposito: Nietsche si trovò davanti una tavola, su cui erano posati diversi oggetti, rappresentanti i miti e i luoghi comuni della morale, della politica, della religione del tempo. Lui ne tolse molti dalla tavola, ma ne mise degli altri: la nazione tedesca, la tragedia, la musica "alta" eccetera. Striner invece aveva preso la tovaglia da un angolo, l'aveva tirata violentemente e aveva lasciato la tavola sgombra di tutto il ciarpame prima esistente, ed era rimasto solo l'IO, l'individuo, unico ed indistinguibile arbitro ed artefice del proprio destino.

Certo, non bisogna leggere "L'Unico" e prendere tutto alla lettera: Stirner stesso probabilmente si è lasciato andare a una provocazione su tutta la linea. I suoi detrattori (da destra) gli rimproverano che la sua stessa vita non fu "eccezionale" come traspariva la sua personalità dalla sua opera: insegnante in un istituto per signorine della buona borghesia lo lasciò per dedicarsi completamente ai suoi scritti, la moglie divorziò e finì i suoi anni poco più che cinquantenne malato e con debiti, che cercò di coprire negli ultimi tempi con appelli pubblici sui giornali. Ma questo cosa significa? Marx stesso, se non ci fosse stato l'amico Engels, straricco, avrebbe fatto una ben tragica fine, ma non per questo la grandezza complessiva del suo pensiero ne viene minimamente offuscata.

Per quanto mi riguarda Stirner rappresenta il campione assoluto dell'Individualismo e dell'Ateismo, i cardini stessi del mio pensiero. Che poi di questo pensiero si siano appropriati, di volta in volta, anarchici, fascisti e nazisti non è importante. E' questione di interpretazioni. Importante è notare che Stirner accusava i "comunisti" di volere una società di straccioni: in effetti è ciò che è (quasi) avvenuto, ovvero il livellamento verso la mediocrità economica, verso il basso, la mitizzazione del "lavoro", dell'operaio e via di questo passo. E, diciamocelo, in quanto a retorica il comunismo non ha scherzato affatto.

Comunque, in attesa che si compili meglio questo tema, andate alla pagina del Link, nell'elenco proposto ci troverete anche dei siti, in inglese, su Stirner e sull'Egoismo stirneriano. Buona lettura.


Inseriscoo uno scritto su Stirner che ho basato su "Accompagnamento alla lettura de l'Unico" di Roberto Galasso, presente sull'edizione dell'Adelphi.

"L'Unico e la sua proprietà" di Max Stirner. L'epoca e la vicenda culturale.

 

Max Stirner è lo pseudonimo di Johann Caspar Schmidt, che nasce a Bayeruth nel 1806 e muore a Berlino nel 1856.

Figlio di un intagliatore di flauti, sulla sua vita si sa ben poco. Finite le scuole trova impiego, dal 1839, come insegnante in una scuola privata per fanciulle di famiglie agiate, il Lehr und Erzihungs Anstalt fur hohere Totcher di Madame Gropius, situata a Berlino al numero 4 del Kollnishcer Fischmarkt.

Il 1° Ottobre del 1844, a 38 anni, abbandona l'impiego. Nello stesso mese l'editore Wigand di Lipsia, a cui faceva capo il radicalismo politico e filosofico del momento (aveva stampato opere di Ruge e Feurerbach, ma anche quel "Socialismus un Communismus der heuitigen Frankreichs" (socialismo e comunismo degli odierni francesi) di Lorenz von Stein che già parlava di "lotta di classe" e faceva sognare Bakunin di sette e sommosse), pubblicava in una tiratura di mille copie "L'Unico e la sua proprietà", primo libro di Schmidt, che si firmava Stirner come già in vari articoli comparsi su giornali e riviste nei tre anni precedenti. Sul frontespizio del libro si leggeva però la data 1845.

L'opera è dedicata alla seconda moglie dell'autore, Marie Dahnhardt, che presto si dividerà dal marito, lasciandolo nella più completa solitudine. Stirner muore nel Giugno del 1856, a pochi mesi dai 50 anni, oppresso dai debiti e dopo due appelli pubblici sui giornali. Aveva passato anche due brevi periodi in prigione, proprio per i debiti. Si dice che la causa della morte fosse un'infezione provocata da una mosca che aveva infettato un carbonchio che gli era apparso sul collo, uno di quei dolorosi "favi" che torturarono Marx per anni, sull'ano, mentre scriveva "Il Capitale". Alla sua morte, che venne annunciata da pochi giornali, la salma di Stirner fu accompagnata da Bruno Bauer e da pochi amici.

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Il primo accenno all'Unico apparso sulla stampa si trova in una rapida corrispondenza da Berlino della "Mannheimer Abendzeitung" del 12 Novembre 1844. Dopo aver presentato Stirner come "amico intimo" di Bruno Bauer l'anonimo giornalista spiega che però l'Unico è un attacco a fondo contro il "punto di vista del 'liberalismo umanitario'" (che era quello di Bauer). Ma ciò che lo impressiona innanzitutto è l'eccessività di Stirner: "con questo libro la tendenza neo-hegeliana si è spinta sino al suo estremo: la libertà dello spirito soggettivo viene qui cercata nella totale sfrenatezza del singolo, nell'individualità propria di ogni uomo, nell'egoismo". Anche se impaurito lo scrivente è però attratto da Stirner: "seppure questo principio, quale è qui presentato, sia ancora troppo unilaterale e insostenibile, esso si fonda però su intuizioni giuste e vere e, se opportunamente filtrato, si potrà rivelare fecondo". Dall'Unico questo primo recensore si aspettava un brivido, e l'aveva avuto. Erano gli anni culminanti della "critica critica", della critica che "avanza senza tregua": appariva naturale l'attesa di un qualcosa che obbligasse a dire un 'qui si va troppo in là', che sbaragliasse tutti i precedenti sbaragliamenti come troppo timidi e cauti. E quell'opera finalmente c'era. L'ultima fase del "processo di decomposizione dello spirito assoluto" (Marx-Engels, L'ideologia tedesca) si stava compiendo.

Dopo essersi già fatto notare con alcuni brevi saggi, tra cui il più importante, "Il falso principio della nostra educazione", era apparso sulla "Rheinische Zeitung", la rivista a cui collaborava anche Marx che ne divenne caporedatore due giorni dopo che Stirner aveva pubblicato il suo ultimo articolo, il silenzioso, appartato Stirner si presentava ora con un'opera massiccia che aveva una sola pretesa: quella di seppellire la filosofia in generale.

Le prime recensioni lunghe e articolate all'Unico sarebbero venute da Feuerbach, da Hess (in forma di phamphlet: "Die letzten Philosophern" (Gli ultimi filosofi), Darmstadt, 1845, poi in "Sozialistische Aufsatze (Bozze socialiste)-Componimenti socialisti) 1841-1847", Berlino, 1921, e dall'ufficiale prussiano, futuro generale, Szeliga, sui "Norddeutsche Blatter" (Foglio della Germania del Nord) del Marzo 1845. Ma il volenteroso Szeliga, piuttosto bistrattato da Marx ed Engels, oltre che dallo stesso Stirner, avrebbe tentato di incorporare qualcosa di Stirner in un pamphlet dell'anno successivo, in cui nella conclusione afferma che "testimonia di una grande mancanza di chiarezza designare l'egoismo come il nemico della riforma universale; esso anzi è il suo precorritore, la sua dura scuola" ("Die Universalreform und der Egoismus"-La riforma universale e l'egoismo, Charlottenburg 1846). A esse Stirner rispose con un saggio che ribadisce le tesi dell'Unico, rendendole se possibile ancora più intollerabili ("Recensenten Stirners", poi ristampato da MacKay in "Scritti minori", "Kleinere Schriften", Berlino, 1912). Lo stesso avvenne due anni dopo, quando l'illustre storico della filosofia Kuno Fischer attaccò con violenza il libro di Stirner. La risposta dell'autore, che l'avrebbe firmata G. Edward, anche questa volta sarebbe stata dura e sarcastica ("I filosofi reazionari", "Die philosophischen Reaktionare", poi in "Kleinere Schriften").

Dopo l'Unico l'attività pubblica di Stirner sembra sfilacciarsi, sino a scomparire. Pubblica traduzioni da J.B. Say e da Adam Smith, che dovrebbero essere accompagnate da un suo commento, ma nella prima si annuncia il commento per la seconda, ma in questa il commento annunciato manca senza alcuna giustificazione. Nel 1848 scrive per il "Journal des osterreichischen Lloyds"-Giornale dei Lloyd austriaci- una serie di asciutte cronache politiche, qua e là punteggiate di annotazioni esoteriche, ma non firma questi articoli. Poi pubblica a Berlino nel 1852 i due volumi di "Storia della Reazione", "Geschichte der Reaktion", un saggio sulla reazione controrivoluzionaria ai moti tedeschi ed europei del 1848, dietro un titolo così interessante essi celano un lavoro di compilazione, una antologia dal profilo sfuggente, dove lo Stirner de L'Unico compare beffardamente in poche occasioni. Con la sua opera principale e le due repliche ai suoi primi recensori si può affermare che Stirner abbia dichiarato il silenzio e lo abbia poi mantenuto.

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Stirner non ha trovato particolare favore presso la critica filosofica. Se ha incontrato una certa notorietà ciò è avvenuto nell'ambito ideologico. Il suo nome fa parte ormai della cerchia dei classici teorici dell'anarchismo, i cui esponenti principali agiscono più o meno nel decennio 1840-1850. Negli Stati Uniti J. Warren, in Francia P.J. Preoudhon, in Germania lo stesso Stirner, in Russia il romantico M. Bakunin e, più tardi, l'altro grande, P. Kropotkin. Ma bisogna anche dire che questo appropriarsi di Stirner da parte degli anarchici è andato ben al di là delle intenzioni stesse di Max Stirner, che non ha mai avuto alcuna intenzione di fondare una scuola di pensiero ne tantomeno di tracciare guide ed indicazioni a chicchessia: la sua dimensione dell'individualismo, dell'egoismo, termine questo da lui ampliato ed ingigantito fino a diventare un "valore" e una vera categoria di pensiero nonché un atteggiamento complessivo verso tutte le manifestazioni della vita e della realtà, ha trovato una connotazione "sociale" soltanto nella concezione da lui teorizzata, e neanche tanto insistentemente proposta, della "Unione dei Liberi", che deriva dalla frequentazione a Berlino del circolo intellettuale dei "Freien", "Liberi", appunto, alle cui riunioni e discussioni movimentate partecipò lo stesso Engels (e fu lì che Engels fece degli schizzi a matita dei partecipanti, e a lui si deve l'unica immagine conosciuta dello stesso Stirner, l'essenziale profilo a matita conosciuto da tutti i lettori del nostro autore). Tale concezione prevedeva una unione di individualità che, salvaguardando strenuamente la propria peculiarità, avrebbero potuto comunque fondare un progetto politico e organizzativo capace di guidare la vita dell'intera società. Ma su questo concetto Stirner non insistette mai più che tanto.

E' evidente che alla formazione della notorietà di Stirner anarchico è stato determinante il pesante giudizio di Engels, espresso in particolare nel suo breve scritto del 1886 "Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie"-L.F. e la fine della filosofia classica tedesca-, in cui Engels prende in considerazione alcuni rappresentanti della "Hegelei" che dominava allora in Germania. Dopo aver accennato alla formazione dell'ala sinistra verso la fine del 1830 Engels passa a parlare piuttosto sinteticamente dell'opera "Das Leben Jesu"-La vita di Gesù- di F. Strauss, nonché della successiva polemica con Bruno Bauer, ed infine fa il nome di Stirner, dicendo che egli è "il profeta dell'odierno anarchismo" e ispiratore dell'opera di Bakunin. Più precisamente Bakunin avrebbe "amalgamato" Stirner con Proudhon, e proprio a tale amalgama si sarebbe dato il nome di anarchismo. E ancora, per Engels, tra gli ultimi esponenti della filosofia hegeliana Strauss, Bauer, Stirner e Feuerbach soltanto quest'ultimo sarebbbe significativo nel campo filosofico, e Stirner sarebbe rimasto soltanto un "Kuriosum", un personaggio "curioso".

Appena il libro è stampato e la prima recensione pubblicata tre lettere ne commentano l'apparizione incrociandosi per l'Europa. Engels scrive a Marx, Feuerbach a suo fratello, Ruge all'editore Frobel. Reazioni febbrili alla travolgente lettura dell'opera e per ragioni diverse ognuno ammette, pur timorosamente, un certo entusiasmo per il libro. Poi passeranno glia anni, i destini degli scriventi divergeranno sempre di più ma in una cosa saranno, senza saperlo, d'accordo: nel condannare Stirner, e soprattutto nel tacere su di lui.

Feuerbach scrive una lettera al fratello, alla fine del 1844: la prima impressione è che l'Unico sia un'opera "di estrema intelligenza e genialità", che ha "la verità dell'egoismo - anche se eccentrica, unilaterale, non vera - dalla parte sua" (citato dal libro di W. Bolin "Ludwig Feuerbach", Stoccarda 1891). Feuerbach prosegue dicendo che la polemica di Stirner contro l'antropologia (cioè contro lui stesso) è fondata su un malinteso. Per il resto lo considera "lo scrittore più geniale e libero che mai abbia conosciuto". Così all'inizio Feuerbach pensò di dare a Stirner una risposta leggera e amichevole, nella forma di una lettera aperta che avrebbe dovuto iniziare con le seguenti parole: "'indicibile' e 'incomparabile', amabile egoista: come il Suo scritto stesso, il Suo giudizio su di me è davvero 'incomparabile' e 'unico'". Ma presto la prudenza e il sospetto ebbero il sopravvento: in un'altra lettera al fratello, del 13 Dicembre 1844, Feuerbach insinua che "gli attacchi di Stirner tradiscono una certa vanità, come se volesse farsi un nome a spese del mio". Infine, nella recensione che poi decise di dedicare all'Unico, Feuerbach appare intimorito e preoccupato soprattutto di difendersi. Non vuole fare concessioni a Stirner e tutela l'onorabilità della propria dottrina. Poi è il silenzio. Nel 1861, in una lettera a Julius Duboc, ricorderà quella vecchia polemica come una causa liquidata per sempre.

Ruge, in un biglietto del Novembre-1844 all'editore Frobel, spedito da Parigi, dice che le poesie di Heine e l'Unico di Stirner sono "le due apparizioni più importanti degli ultimi tempi".Le audacie dei "Deutsch-franzosichen Jahrbucher" (ovvero di Marx) appaiono ormai "di gran lunga sorpassate". Ruge era stato prima protettore e amico e poi aspro nemico di Marx. Nella lettera a Frobel del 6 Dicembre 1844 mescola le lodi a Stirner con le stoccate a Marx e, anzi, per la prima volta usa Stirner contro Marx: "Marx professa il comunismo, ma è il fanatico dell'egoismo, e con una coscienza ancora più occultata in rapporto a Bauer. L'egoismo ipocrita e la smania di fare il genio, il suo atteggiarsi a Cristo, il suo rabbinismo, il prete e le vittime umane (ghigliottina) riappaiono perciò in primo piano. Il fanatismo ateo e comunista è in realtà ancora quello cristiano….L'egoismo di una persona meschina è meschino, quello di un fanatico è ipocrita, falso e avido di sangue, quello di un uomo onesto è onesto. Perché ognuno vuole e deve volere se stesso, e nella misura in cui ciascuno lo vuole veramente le sopraffazioni si equilibrano. Le ho fatto le lodi del libro di Stirner (Schmidt)". Poi, in una lettera del 17 Dicembre alla madre, Ruge riprende il discorso su Stirner: "il libro di Max Stirner (Schmidt), che forse anche Ludwig conosce (veniva la sera alla bettola di Walburg e stava seduto davanti a noi), è una strana apparizione. Molte parti sono assolutamente magistrali, e l'effetto del tutto non può che essere liberatorio. E' il primo libro leggibile di filosofia che appaia in Germania; e si potrebbe dire che è apparso il primo uomo del tutto privo di pedanteria e antiquatezza, anzi del tutto disinvolto, se non fosse che lo rende assai meno disinvolto la sua propria fissazione, che è quella dell'unicità. Comunque mi ha dato una grande gioia vedere che la dissoluzione ha raggiunto ormai questa forma totale, per cui nessuno può giurare impunemente su niente". Ma anche in questo caso l'entusiasmo per Stirner avrebbe retto per poco. Già nel 1847 Ruge approva con zelo il violento attacco di Kuno Fischer contro Stirner e i "sofisti moderni", che segna l'inizio della pratica per bollare l'Unico come libro famigerato. E, quando Stirner pubblica la sua replica, Ruge suggerisce subito a Fischer "è senz'altro una buona cosa se risponde a Stirner con una lettera e lo fa inciampare un'altra volta pesantemente sulla sua fondamentale stupidità. Questa gente si infuria se uno prova loro la loro mancanza di genialità e arguzia, perché alla fine tutto sfocia nel fatto che loro sono geni e gli altri sono asini…Confondono il movimento teologico col movimento filosofico o, in altri termini, la praxis dell'arbitrio con la praxis della libertà".

Engels scrive una lettera a Marx il 19 Novembre 1844 da Barmen a Parigi e dice: "Avrai sentito parlare del libro di Stirner, L'Unico e la sua proprietà, se non ti è già arrivato. Wigand mi aveva spedito le bozze impaginate, che mi ero portato dietro a Colonia e poi avevo lasciate a Hess. Il principio del nobile Stirner - sai quello Schmidt di Berlino che ha scritto sui Mysteres de Paris nella rivista di Buhl - è l'egoismo di Bentham, solo che nel suo caso viene sviluppato per un verso più consequenzialmente, per un altro meno consequenzialmente. Più consequenzialmente perché Stirner pone il singolo in quanto ateo al di sopra di Dio o addirittura come entità ultima, mentre Bentham lascia ancora stare Dio al di sopra di tutto in una qualche nebbiosa lontananza….Meno consequenziale Stirner lo è in quanto vorrebbe evitare la ricostruzione della società dissolta in atomi, quale viene messa in opera da B (entham), ma non ci riesce. Questo egoismo non è che l'essenza portata a coscienza della società di oggi, la cosa ultima che la società di oggi può dire contro di noi, la punta acuminata di ogni teoria che si muova all'interno della stupidità corrente. Ma appunto per questo la cosa è importante…non dobbiamo accantonarla, bensì sfruttarla proprio in quanto perfetta espressione della pazzia corrente e, operando in essa un ribaltamento, continuare a costruirci sopra. Questo egoismo è così spinto all'estremo, così pazzo e al tempo stesso così cosciente di sé che nella sua unilateralità non può mantenersi un solo momento, ma deve subito rovesciarsi in comunismo". Più avanti dice che "Stirner ha ragione, quando rifiuta "l'uomo" di Feuerbach, per lo meno quello dell'Essenza del cristianesimo, l'"uomo" di F(euerbach) è derivato da Dio, F(euerbach) è arrivato da Dio all'"uomo", e così l'"uomo" è incoronato da un'aureola teologica di astrazione. La vera via per giungere all'"uomo" è la via inversa. Noi dobbiamo partire dall'io, dall'individuo empirico, corporeo, non per restarci attaccati, come succede a S(tirner), ma per innalzarci da lì "all'uomo"". Poco più avanti Engels arriverà al punto di esigere un'ulteriore acutizzazione dell'egoismo stirneriano: "ma se l'individuo in carne e ossa è la vera base, il vero punto di partenza per il nostro "uomo", così anche ovviamente l'egoismo - naturalmente non solo l'egoismo stirneriano dell'intelletto, ma anche l'egoismo del cuore - è il punto di partenza per il nostro amore per gli uomini, altrimenti esso resta sospeso per aria….Il libro di Stirner mostra ancora una volta quanto profondamente radicata sia l'astrazione nell'essenza berlinese. Fra i "Liberi", S(tirner) è evidentemente quello che ha più talento, indipendenza e precisione, ma con tutto ciò fa anche lui le sue capriole dall'astrazione idealistica a quella materialistica senza arrivare a nulla".

Ciascuno di questi apprezzamenti dovrebbe essere ricordato leggendo, ne "L'ideologia tedesca", le pagine rabbiose dedicate a Stirner (numerose quanto quelle del libro di Stirner stesso), che ormai viene presentato come "il più fiacco e ignorante di quella confraternita filosofica [il gruppo dei "Liberi", Ndr].

Marx, che fin dall'inizio, con la sua consueta chiaroveggenza politica, aveva visto in Stirner il Nemico per eccellenza, (a torto o a ragione, dubiteremmo noi), dovette rispondere a Engels con asprezza. Ma purtroppo quella lettera è andata perduta. In risposta, nel Gennaio 1845, Engels fa ammenda piuttosto senza ritegno. Passano diversi mesi e, al ritorno da un viaggio nell'Estate del 1845 in Inghilterra, Marx ed Engels decidono di procedere a una definitiva liquidazione dei giovani-hegeliani fra i quali erano cresciuti. Una prima liquidazione, "La Sacra Famiglia", era già apparsa pochi mesi prima: ma questa volta il libro è centrato chiaramente su un avversario: Max Stirner. Ne viene fuori una critica all'Unico che occupa 320 delle fitte pagine delle Opere complete di Marx ed Engels. Riga per riga le affermazioni di Stirner vengono isolate, aggredite, malmenate. E le astuzie del procedimento riveleranno non tanto i segreti di Stirner quanto quelli di Marx ed Engels in una loro fase di irreversibile trasformazione, quella in cui Marx inventa il marxismo come lingua franca.

Ancora a molti, oggi, il nome di Stirner dice qualcosa solo perché Marx ed Engels parlano di lui ne "L'ideologia tedesca" e, di fatto, leggere l'Unico tenendo accanto il commento di Marx ed Engels rimane un esercizio ascetico inevitabile per ogni buon lettore di Stirner (e di Marx).

Portata a termine l'opera distruttiva, che criticava aspramente anche altri pensatori, come si è detto, come lo stesso Bruno Bauer, Marx ed Engels tentarono per vari mesi di pubblicare il loro testo. Ma, dopo laboriose trattative, a un certo punto i fondi vennero a mancare. Ad altri "nemici" dovevano rivolgersi ancora, soprattutto Proudhon, e a tal proposito Marx avrebbe chiesto a Engels il permesso di travasare vari temi de "L'ideologia tedesca" ne "La miseria della filosofia". Così quel grosso libro rimase fra gli inediti . Marx non ne fu molto dispiaciuto: come avrebbe accennato nella introduzione a "Per la critica dell'economia politica", del 1859, quello scritto aveva già assolto alla sua funzione occulta, quella di un "chiarimento di se stessi" da parte dei suoi due autori. E quel chiarimento era stato al tempo stesso troppo intimo e troppo drastico perché lo si potesse rendere pubblico.

Qualcosa di simile doveva pensare anche Engels: nel 1883 propose a Berstein di pubblicare il manoscritto de "L'ideologia tedesca" a puntate sul feuilleton del "Sozialdemokrat" e definì il testo "la cosa più insolente che sia mai stata scritta in lingua tedesca". Ma si pentì subito della sua idea perché, secondo Berstein, temeva che il testo avrebbe offeso una certa destra socialdemocratica. Quanto a Stirner Engels si sarebbe lasciato sfuggire su di lui un ultimo giudizio illuminante, che spiega retrospettivamente in termini ben diversi le ragioni politiche de "L'ideologia tedesca", e ben più convincenti, rispetto a quelli che Marx ed Engels avevano proposto nel loro testo: "Stirner ha vissuto una sua rinascita attraverso Bakunin, in quale fra l'altro era anche lui a Berlino a quel tempo e stava seduto davanti a me, con altri quattro o cinque russi, al corso di logica di Werder (era il 1841-1842). L'innocua, e soltanto etimologica, anarchia (cioè assenza di un'autorità statale) di Proudhon non avrebbe mai portato alle dottrine anarchiche di oggi se Bakunin non vi avesse versato una buona parte della 'ribellione' stirneriana. In conseguenza gli anarchici sono diventati altrettanti "unici", così unici che non se ne trovano due che riescano ad andar d'accordo" (lettera a Max Hildebrand del 22 Ottobre 1889). E' questo il controcanto privato al breve, allusivo riconoscimento pubblico che Engels aveva appena dedicato a Stirner: "E alla fine venne Stirner, il profeta dell'anarchismo attuale - Bakunin ha preso moltissimo da lui - e al di sopra della sovrana "autocoscienza" fece svettare il suo "unico" sovrano" (Ludwig Feuerbach und der Anfang der Deutschen Philosophie, 1888, Opere complete M & E). L'"Antistirner", come sarebbe giusto chiamare il libro contro Stirner che erompe dalla cornice de "L'ideologia tedesca", finì per essere pubblicato postumo sia a Marx che a Engels. Nel 1903-1904 Bernstein ne offriva un'edizione parziale sotto il titolo "Der 'Heilige Max'"-Il santo Max. Fino ad allora non si sapeva dunque che Stirner era un avversario a cui Marx ed Engels avevano dedicato qualche centinaio di pagine per infamarlo. E questo aiuta a capire come mai, ancora negli anni novanta del XIX secolo, vari teorici e studiosi socialisti mostrassero ancora una evidente simpatia per Stirner.

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Le edizioni del libro

Dopo la prima edizione, del 1844, appare nel 1882, sempre edita da Wigand, una ristampa dell'Unico che non sembra essere stata notata. Il libro irrompe invece tra le letture d'obbligo con l'edizione del 1893 a 80 Pfennig nella Universal-Bibliotek della Reclam, preceduta da un'introduzione di Paul Lasuterbach. Da allora l'Unico viene continuamente ristampato. L'edizione oggi corrente in Germania (al 1979) è sempre nella stessa collana della Reclam. Dal 1972 appare con l'annotazione e un saggio di Alrich Mayer.

Le traduzioni.

Il primo paese dove l'Unico viene tradotto è la Francia. E il testo fa breccia nella zona culturale e politica più vivace di quegli anni, fra il simbolismo e l'anarchia. I primi estratti appaiono sul "Mercure de France"-Mercurio di Francia-, tradotti da Henri Albert, che era anche traduttore di Nietsche. Poi, nel 1900, vengono pubblicate due traduzioni: una, di Reclaire, edita da Stock; l'altra, di Lasvignes, presso "Edition de la Revue Blanche"-Edizioni della Rivista Bianca-, altro centro presso cui si raccoglieva il meglio della letteratura di quegli anni. Uno dei primi a scrivere in Francia su Stirner sarebbe stato Gustave Kahn. E Gide avrebbe sospirato sulle differenze tra Stirner e Nietsche, inclinando per quest'ultimo.

Ben diverso il clima italiano, dove anche si avranno due traduzioni: una del 1902, edita da Bocca, ampiamente tagliata e preceduta da un'introduzione di Ettore Zoccoli, che è anche il traduttore. Preoccupato dalla dilagante fortuna che "l'individualismo criminale" di Stirner stava incontrando Zoccoli traccia un profilo piuttosto dettagliato delle vicende dell'Unico e soprattutto, come voleva la tendenza di allora, mette a confronto le idee di Stirner con quelle di altri maestri dell'anarchismo. L'altra traduzione italiana, senza menzione del traduttore, sarebbe apparsa nel 1911, presso la Libreria Editrice Sociale. La seconda edizione del 1920 e la terza, del 1922, avrebbero avuto anche uno studio introduttivo sulla vita e l'opera di Stirner a firma di V. Roudine. Nel frattempo Zoccoli, che aveva già pubblicato un breve libro su Stirner e l'anarchismo americano , "I gruppi anarchici degli Stati Uniti e l'opera di Max Stirner", gli dedicava il primo capitolo della sua opera più ambiziosa, "L'anarchia", Torino, 1907. Questo libro, subito tradotto in russo e tedesco, fu uno dei canali principali attraverso cui il nome di Stirner si diffuse in Italia.

La "Casa Editrice Vulcano", della provincia di Bergamo, stampò un'edizione del libro nel 1977, dalla cui traduzione la "Demetra" di Verona ne fece una ulteriore per la Collana Anarchici nel 1996.

L'"Adelphi Edizioni", nella sua "Biblioteca Adelphi", ha pubblicato un'altra stampa del libro di Stirner, nel 1979, con al fondo del libro un "Accompagnamento alla lettura di Stirner" a firma di Roberto Calasso. Questa edizione ebbe una grossa fortuna editoriale e una costante ristampa, e si può dire che fu la consacrazione in una collana prestigiosa dell'opera di Stirner.

La "Casa Editrice Patròn" di Bologna pose mano a un'ulteriore pubblicazione del libro di Stirner nel 1981, con un'introduzione di Giorgio Penzo, ordinario di storia della filosofia all'Università di Padova, che nello stesso anno pubblicò, presso la medesima casa editrice, il fondamentale "Max Stirner - la rivolta esistenziale", uno studio molto approfondito dal punto di vista filosofico.

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Stirner e Nietzsche

Se non si sapesse che Stirner scrisse le sue opere ben prima che Nietzsche cominciasse a scrivere le sue verrebbe di fare il seguente paragone: mentre Nietzsche aveva trovato una tavola apparecchiata, su cui erano posati diverse oggetti, cioè tutte le "idee fisse", i "fantasmi" e le astrazioni della Morale, dell'Etica, della Religione, dell'Amore, dell'Amicizia, del Dovere, insomma tutte le categorie "alte" sedimentatesi nel corso di secoli di storia del pensiero e del costume occidentali e, davanti a questa tavola, l'aveva poi sgomberata di molti di quegli oggetti per mettervene sopra altri, per esempio la Nazione Germanica, la Tragedia, la Musica e altri concetti, Stirner invece, disgustato da tutto ciò che aveva trovato su una tavola simile, in un'altra stanza, avrebbe semplicemente tirato la tovaglia da una parte gettando tutto sul pavimento, ponendo sulla tavola un'unica cosa, l'Io individuale, ovvero, appunto, l'Unico.

In realtà le cose andarono diversamente.

Stirner viene riscoperto negli anni novanta del XIX secolo sulla scia della improvvisa fortuna di Nietzsche. E presto si articola una disputa che proseguirà poi per anni. C'è chi afferma che Nietzsche ha derivato molte, troppe idee da Stirner, senza mai citarlo. C'è chi nega che Nietzsche abbia mai letto Stirner (è la posizione della famigerata sorella Elisabeth, quindi dell'Archivio). C'è chi è pieno di dubbi e incertezze, come Franz Overbeck, che però finisce poi per raccogliere le prove decisive: consulta l'elenco dei libri presi in prestito alla biblioteca dell'Università di Basilea e vi scopre che nel 1874 l'Unico era stato letto dal discepolo prediletto da Nietzsche in quel momento: Adolf Baumgartner. Chiede allora conferma a Baumgartner, il quale ricorda benissimo di aver letto il libro su insistente suggerimento di Nietzsche. E ricorda anche alcune sue parole sull'Unico: "è quanto di più audace e consequenziale sia stato pensato dopo Hobbes". A quella di Baumgartner si aggiungeva poi la testimonianza di Ida Overbeck: il ricordo di due conversazioni in cui Nietzsche le aveva accennato a Stirner, con una sorta di fosca esaltazione, dicendole anche che non avrebbe dovuto parlargliene, perché un giorno lo avrebbero accusato di plagio. Dopo aver raggiunto anche sgradevoli asprezze (sarà un argomento nelle varie vendette che Elizabeth scatenerà contro gli Overbeck), questa polemica viene inghiottita dal tempo. Negli anni successivi, e fino ad oggi, la questione dei rapporti Nietzsche-Stirner non è stata mai più sollevata in tutte le sue implicazioni, che sono enormi. Per lo più ci si contenta di rimandare alla polemica di fine secolo, in brevi accenni. Per introdursi a questa intricata vicenda si possono leggere: Robert Schellwien, "Stirner und Nietzsche", Leipzig, 1892 (libro insulso ma il primo che ponga sullo stesso piano i due scrittori, in quanto "poeti consequenziali dell'individualismo"); Ola Hansson, "Seher und Deuter", Berlino, 1894; C.A. Bernoulli, "Overbeck und Nietzsche", Jena, 1908 (è la fonte di gran lunga più importante, riporta le testimonianze di Franz e Ida Overbeck oltre che offrire una cronaca della polemica); R.F. Krummel, "Nietzsche und der deutsche Geist"-N. e lo spirito tedesco-, Berlino, 1974 (da questa preziosa bibliografia commentata degli scritti su Nietzsche sino all'anno 1900 si può ricostruire l'intrecciarsi della fortuna di Stirner a quella di Nietzsche negli anni novanta del secolo scorso, sino al formarsi di due fazioni in una certa cultura tedesca del tempo, bramosa di eccessi e rigenerazioni: una che vede Stirner come l'ombra di Nietzsche, l'altra che vede Nietzsche come l'ombra di Stirner); Ernest Seilliére, "Apolon oder Dionysos?", Berlino, 1906 (uno fra i più singolari libri su Nietzsche di quegli anni, tratta in dettaglio il rapporto Nietzsche-Stirner ed è il primo a elencare una serie di corrispondenze testuali senz'altro convincenti); Albert Lévy, "Stirner et Nietzche", Parigi, 1904 (interessa soprattutto per la ricostruzione delle letture di Nietzsche nel periodo di Basilea, sulla base dei libri presi in prestito alla biblioteca dell'università); C.P. Janz, "Friedrich Nietzsche", vol.III, Monaco, 1979 (è la più ricca biografia su Nietzsche, ma sul rapporto Nietzsche-Stirner porta una documentazione insufficiente e non priva di errori).

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La biografia ufficiale

Negli anni '90 del secolo scorso un giovane scozzese, John Henry MacKay, si troverà al British Museum con il libro di F.A. Lange "Geschichte der Materialismus", del 1866, che parla dell'Unico come dell'"opera più estrema che conosciamo in genere". Da lì nasce una curiosità che si trasformerà presto in devozione. Assistiamo così al formarsi di uno dei molti paradossi che circondano Stirner: intorno all'essere da molti considerato il più empio comparso sulla faccia della Terra si crea un clima di venerazione santimoniosa, acritica, melensa. Per anni MacKay si sarebbe gettato sulle tracce della vita di Stirner cercando le testimonianze di una grandezza esteriore e pubblica che non ci fù veramente, per la stessa natura schiva di Stirner. Il libro di MacKay è comunque la prima e sola biografia di Stirner fino ad oggi, uscì col titolo "Max Stirner. Sein Leben un sein Werk", Berlino, 1898, e fu poi arricchita nelle successive edizioni: Treptov, 1910, e Charlottenburg, 1914. Riferimento perciò inevitabile, non solo per i dati che offre (sono pochi, però non ne abbiamo quasi altri), ma come monumento di quel culto per Stirner che si sarebbe sviluppato negli anni. L'elemento più singolare che risalta nelle ricerche biografiche di MacKay è la scarsezza dei dati: perduti tutti i manoscritti, morte, scomparse o inavvicinabili quasi tutte le persone che avevano conosciuto Stirner, non rimangono sue lettere, ne ritratti (il solo che abbiamo fu tracciato a memoria da Engels quarant'anni dopo, come si è già detto). Con fatica è stata ritrovata la sua firma su un documento.

Tutta la documentazione raccolta da MacKay in molti anni, invano offerta alle autorità di Berlino, fu acquistata nel 1925 per una cifra assai modesta dall'Istituto Marx-Engels di Mosca, poi diventato Istituto per il marxismo-leninismo, nei cui archivi, forse, giace tuttora, se dopo il crollo dell'Unione Sovietica non è andata completamente distrutta.

Di questo scritto di MacKay esiste una edizione in Internet, in tedesco e in inglese, su un sito dedicato a Stirner, molto interessante e approfondito.

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A mo' di conclusione e di epitaffio a questa breve panoramica sulla storia del libro di Stirner e sulla sua persona, per quel poco che se ne sa, possiamo citare questo brano, tratto dal libro di F. Mauthner "Der Atheismus un seine Geschichte im Abendlande", Stoccarda-Berlino, 1923: "ancora oggi ci sono certi uomini devoti che per via del suo libro prendono l'anarchico Stirner per un matto e per Satana in persona; e ancora oggi ci sono certi uomini diversamente devoti che fanno partire da lui una nuova epoca dell'umanità, appunto perché era un anarchico. Ma non era un diavolo e non era un pazzo, anzi era un uomo silenzioso, nobile, che nessun potere e nessuna parola sarebbero riusciti a corrompere, un uomo così unico che non trovava un posto nel mondo, e di conseguenza più o meno fece la fame; era soltanto un ribelle interiore, non era un capo politico, perché agli uomini non lo legava neppure una lingua comune".


Un po' di tempo fa il settimanale "L'Espresso" pubblicava un servizio su Max Stirner firmato da Domenico Settembrini: pubblico il suo articolo centrale.

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Grandi ritorni Max Stirner

"L'Unico e la sua proprietà"

Io, Io, Io, Io, Io e Io

Secondo le tesi di questo singolare pensatore anarchico l'individuo non deve avere altro Dio all'infuori di sé e deve agire soltanto per il proprio interesse. La sua opera, presa in considerazione a destra e a sinistra, esaltata o rifiutata, ancora una volta è presente. Perché?

Tre sono gli atteggiamenti che può assumere il pensiero umano di fronte alle difficoltà insuperabili con cui si presenta il problema dell'individuo nella società e nella storia. Il primo atteggiamento consiste nel prendere atto di quelle difficoltà e tentare di attenuarle e conviverci, come si fa con le malattie. E' l'indirizzo antimetafisico, pragmatico, e tuttavia pervaso di pessimismo, di Hume, che prelude al liberalismo moderno di Popper.

Secondo atteggiamento: esorcizzare quelle difficoltà degradandole a realtà inferiore o apparente, che prevarrà infallibilmente in un al di là sovrannaturale o storico, dove il destino di ogni singolo si identificherà e si appagherà perfettamente nel destino del tutto. E' l'impostazione metafisica, totalizzante, che nello sforzo di eternare l'individuo finisce invece con l'annullarlo in Dio. E' l'impostazione propria del cristianesimo, ma che rivive sostanzialmente immutata in Hegel e Marx (**nostra nota: questa é pura follia!). Per Hegel infatti gli individui si riscattano dalla propria finitezza, dal dolore, dall'ingiustizia e dalla morte e si parificano in quanto strumenti inconsapevoli dell'epifania storica dello Spirito, guidata dall'astuzia della Ragione, versione laica della Provvidenza divina. Per Marx invece gli individui acquistano un valore immortale mettendosi al servizio del comunismo, il cui avvento é guidato da leggi economiche altrettanto inesorabili e provvidenziali dell'astuzia della Ragione (**nostra nota: chissà cosa aveva mangiato di pesante l'autore per arrivare a simili conclusioni). Cambia il simbolo, la realtà é la stessa: al posto di Do, realtà metastorica, Hegel e Marx pongono sull'altare la Specie, realtà che si vorrebbe storica, ma che sovrasta e schiaccia dall'esterno l'individuo non meno del Dio trascendente.

In polemica con lo storicismo hegeliano e con il collettivismo - ecco il terzo atteggiamento - Max Stirner imbocca una strada ardua: per sfuggire alle difficoltà implicite nella realtà individuale le esaspera fino alle conseguenze più assurde. Feuerbach, maestro di Marx, svelando come l'intima essenza del Dio cristiano e dello Spirito hegeliano fosse la proiezione fantastica di attributi umani, credeva di avere restituito all'individuo "la sua proprietà". E non si era accorto, secondo Stirner, di avere invece solo cambiato nome al Trascendente. "Chi é il suo Dio? L''uomo'. Che cos'é il divino? L''umano'. Si tratta solo di una nuova religione". Perché "se Dio ci ha tormentati, l'uomo é in grado di opprimerci con torture ancora maggiori". Durante il Terrore infatti é "per servire l'uomo" che "i preti della Rivoluzione tagliavano le teste 'agli uomini'".

Per Stirner l'individuo insomma, poiché é Unico, non deve avere altro Dio all'infuori di se stesso, nella propria "corporeità particolare", e deve "agire secondo il proprio interesse, non già secondo ideali". Dietro ogni ideale c'é infatti sempre qualcuno che se ne serve per farci agire secondo i suoi interessi invece che secondo i nostri, e non si vede perché tra interessi particolari uno non debba sempre dare la preferenza ai propri. Così Stirner condanna sì la proprietà privata, ma solo quella degli altri (**nostra nota: siamo convinti che l'autore Stirner non l'abbia proprio letto!), che giudica comunque più tollerabile di quella collettiva, perché "il comunismo investe la comunità di un potere ancor più terribile su di me". Stirner intuisce infatti acutamente che la collettivizzazione ha una sua logica che non le consente di arrestarsi ai beni materiali, ma la sospinge verso l'espropriazione dell'individualità stessa del singolo. "Sono forse i soldi e le ricchezze l'unica proprietà, oppure ogni pensiero é cosa mia, mia proprietà?" Perché il comunismo raggiunga il suo scopo "la persona non deve perciò avere alcuna opinione", ma solo la "fede" adottata dalla società.

Oltre queste vi sono in Stirner altre geniali premonizioni di sviluppi a venire. Non gli sfugge per esempio la tendenza irresistibile del partito moderno, specie poi fanaticamente antistatalista e antireligioso, a diventare attraverso la rivoluzione uno Stato ideocratico più oppressivo di ogni altro. E tuttavia ciò non basta a controbilanciare il fatto che la critica di Stirner, nascendo dalla stessa ansia di assoluto delle filosofie che aggredisce, si risolve in un messaggio anarcoide ancor più illiberale (**nostra nota: costui era proprio ubriaco...).

L'unica filosofia in grado di non annullare l'individualità in assoluti di pura fantasia - Dio, l'Umanità, la Classe - é quella che accetta consapevolmente il carattere transitorio, imperfetto, contraddittorio delle realtà individuali. L'unico ordinamento politico che consente all'individualità una realizzazione seppur limitata e disuguale è lo Stato di diritto di tradizione liberale. Per sottrarre l'individualità alla sublimazione nell'assoluto e alla "libertà limitata" Stirner finisce per distruggerla a favore dell'Unico. Con quali criteri infatti distinguere il mio dal tuo quando "nessun altro all'infuori di me può giudicare se ho ragione o no"? Ebbene: "stendi la mano e prendi quanto ti è necessario", togliendolo agli altri. E' il ritorno all'anarchia di natura hobbesiana: "con ciò è dichiarata la guerra di tutti contro tutti". Fino a che, come in Hobbes, Uno non emerga imponendo a tutti la sua volontà: "se l'impresa gli riesce, gli sta bene ed è nel suo diritto".

Benito Mussolini, che negli anni della giovanile milizia rivoluzionaria aveva scelto Stirner a maestro, pensava certamente a questa sua esperienza quando, ormai duce del fascismo, dichiarava a Ludwig: "in ogni anarchico sta dentro un dittatore incallito".


Il 31 Gennaio 1980 il "Corriere della Sera" pubblicò un articolo su Stirner a firma di Claudio Magris. Lo propongoo quasi integralmente.

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Torna Stirner, con il suo fascino e il suo limite.

Ma dell'"Unico" non si può parlare.

L'individuo, dicevano i filosofi scolastici, è ineffabile, nessun parola rende giustizia all'irripetibile singolarità, a ciò che è unico e che consiste proprio nella diversità da ogni altra realtà del mondo, perché la parola si richiama all'universalità del concetto ed inserisce ogni fenomeno nella categoria che lo comprende e lo trascende, nella classe che lo abbraccia insieme agli altri fenomeni affini e che dunque non dice la sua unicità, bensì astrae da quest'ultima per dire ciò che esso ha in comune con molti altri. Il linguaggio, osservava Hegel, distrugge il "questo", non sa esprimere la cosa o l'esperienza immediata che cade sotto gli occhi ("questa" foglia, e nessun'altra), ma la generalizza nella categoria del "questo", nel pronome valido per tutti gli oggetti collocati vicino a chi sta parlando e non soltanto per un oggetto, insostituibile e inconfondibile.

Il linguaggio, come il pensiero, dice la generalità delle proprie regole, alle quali subordina la selvaggia e inafferrabile molteplicità della vita.

Il pensiero che si sofferma radicalmente sulla peculiarità di ciò che è unico, su ciò che costituisce l'unicità dell'individuo, approda al silenzio: la più coerente critica rivolta contro la generalizzazione del pensiero in nome dell'irriducbile diversità dell'"unico", ossia la critica di Max Stirner, "socia nell'afasia", come scrive Roberto Calasso nel suo bel saggio - un saggio chiaro e tagliente - che accompagna la nuova edizione del famoso - o "famigerato" - libro di Stirner, L'Unico e la sua proprietà, assai efficacemente tradotto da Leonardo Amoroso. I pensieri possono venire detti, afferma infatti Stirner, ma noi siamo indicibili, io sono indicibile.

Il libro di Stirner è un effettivo scandalo della filosofia in quanto conduce la consequenziarietà del pensiero sino a quel limite estremo presso il quale la coerenza filosofica si capovolge nella propria parodia. Stirner vuole pensare sino in fondo la filosofia moderna, avviandosi sulla strada ch'essa ha aperto ma percorrendola sino alla fine, sino a quella meta ch'essa, a suo avviso, non osa raggiungere perché sarebbe costretta a negare ogni pensiero ed a distruggersi. La filosofia moderna appare a Stirner una progressiva emancipazione dell'uomo da ogni religione ossia da ogni vincolo che lo lega (religio) e lo incatena in nome di pretesi valori superiori, vale a dire estranei alla realtà della sua persona: Dio, la trascendenza, i decaloghi di norme morali presentate come assolute sarebbero dei tipici fantasmi dei quali l'uomo si sarebbe ormai liberato.

Ma il pensiero moderno, secondo Stirner, si è limitato a sostituire i vecchi dèi con degli altri, ancor più tirannici perché interiorizzati, insediati nell'interiorità umana, dalla quale controllano e asservono l'individuo. Stirner nega ogni essenza che venga scissa dall'esistenza e collocata al di sopra di essa, ogni senso della vita che pretenda di imporle un valore e dettarle delle leggi: l'imperativo kantiano è prevaricatore quanto i dieci comandamenti, la ragione intesa quale modello universale è più autoritaria della fede, la Libertà o la Giustizia sono dèe che esigono dispoticamente il sacrificio del singolo. Stirner aggredisce soprattutto la religione moderna, quella dfell'Umanità, che ha edificato un nuovo aldilà all'interno dell'individuo: egli proclama la necessità di abbattere l'intero Uomo-Dio. Non solo il Dio, ma anche l'Uomo, che si erge a imperioso modello universale cui ognuno deve adeguarsi, sacrificando - come un penitente medievale - le proprie passioni, i desideri, i capricci momentanei, le inclinazioni anomale, l'egoismo, il godimento.

L'Umano appare a Stirner una tirannia, che non tollera deviazioni dal modello universale e reprime l'inumano, il mostruoso, l'irriducibile diversità del particolare. Ogni valore posto a base della vita è un fantasma; perciò Stirner afferma di "fondare la sua causa su nulla" e considera questa assenza di fondamento la vera libertà. Il fondamento su cui poggia l'unico, il singolo effimero ed immediato, è la sua stessa esistenza fisica e concreta, la sua vita che si dissolve e si consuma: la verità della vita è solo il vivere del singolo, l'esistenza che viene goduta e consumata come il cibo e il vino.

Il singolo deve solo appropriarsi delle cose, servirsene senza permettere che nulla lo assoggetti: il suo pensiero è valido non in quanto pensiero, ossia conformazione a un modello di ragione universale, bensì in quanto suo in quanto è qualcosa di cui egli si appropria e che egli, senza alcun dovere di fedeltà nemmeno alle sue stesse idee, può mutare o gettare via come gli pare. Ogni meta ideale, ogni fine, ogni causa superiore, ogni facoltà generale (lo spirito, la coscienza), ogni dover essere è un fantasma menzognero, perché ogni vita è perfetta così com'è e non può esser sottomessa ad alcun "Tu devi". La verità è semplicemente ciò che è, è l'esistenza unica ed immediata - essa è indicibile, perché la parola è giudizio, riflessione, generalità e oltrepassa sempre il puro accadere istantaneo.

La provocazione di Stirner costringe il pensiero a ricordarsi dell'anarchica immediatezza che esso sacrifica quando instaura dei valori. La provocazione diviene tuttavia patetica e totalitaria quando pretende di sostituire ogni affermazione di valori, disconoscendo la sua necessità e la reale libertà che viene conquistata a prezzo di quel sacrificio (**mia nota: è ovvio che su questo non sono d'accordo). L'io indicibile ed immediato, che si pretende concreto quando si affranca da ogni valore, svanisce nell'astrazione e nell'inconsistenza, si riduce a un indicibile nulla (**mia nota: per me è esattamente il contrario!).

Stirner stesso si sottrae a una precisa definizione ideologica: invita a riappropriarsi della propria persona e del proprio corpo, come molti anarchici libertari, ma identifica il diritto di fare qualcosa col potere rale di farla e proclama il suo assenso a tutto ciò che è, anche ad ogni prevaricazione ed ogni arbitrio, perchè non ci sono valori in nome dei quali si possa contestarli (**mia nota: la teoria è giusta e coerente col suo pensiero e poi, altrimenti, che "provocazione" sarebbe?). Talora Stirner sembra proporre un assennato rispetto degli uomini concreti, spesso perseguitati e tormentati in nome dell'Umanità ossia di un modello di Umanità loro imposta con violenza: la sua libera "Unione degli Egoisti"(**mia nota: errore, lui proponeva una "Unione dei Liberi"!) che egli propone sembra una patetica e nobile lega umanitaria (**mia nota: qui di patetico c'è ben altro!).Altre volte, e più spesso, la sua rivendicazione dell'unicità di ogni atto e desiderio, e quindi pure dell'inumano e del mostruoso, implica la proclamazione dostoievskijana che "tutto è permesso", anche ogni violenza, perchè non c'è un'istanza superiore che possa proibirla (**mia nota: è evidente qui la superficiale lettura di Stirner, in quanto è palese che il fatto che non ci sia una istanza superiore non proibisce ad ogni individuo di farsi da sé le leggi, a suo unico ed insindacabile giudizio, leggi che possono ammettere o proibire alcuni atti, tra cui quelli, ma definiti tali solo dall'individuo, "criminali").

Stirner denunciò la prudenza timorata della filosofia laica moderna e, soprattutto, le insanabili contraddizioni del pensiero moderno, condannato a smascherare i valori ma incapace di farlo se non in nome di altri valori, destinati a subire la stessa sorte. La filosofia gli rispose, come documenta Calasso, con lo scherno e col disprezzo, cercando spesso - come accadde forse a Marx e a Engels - di esorcizzare con l'ingiuria, ossia con l'eliminazione dal "serio" dibattito ideologico, l'imbarazzo di fronte a quella provocazione. E' vero, come scive Calasso, che l'eredità di Stirner l'hanno raccolta non i filosofi ma i poeti randagi e ribelli, i solitari nevrastenici, rissosi e autodistruttivi di Hamsun o di Jack London. Ma ciò dimostra che l'insopportabile verità intravista da Stirner può venire rappresentata in un gesto o mostrata in un destino, ma non può venire teorizzata ed esposta secondo le regole della filosofia (**mia nota: e questo è un esempio perché giustamente Stirner venga considerato un "antifilosofo"!). L'esistenza è impredicabile, diceva Kierkegaard, ma non si può predicare la sua indicibilità nè tenere una conferenza sulla sua ineffabile singolarità. Stirner ha la pretesa di essere contempraneamente il silenzioso vagabondo di Hamsun, che fissa il fuoco abbagliato dall'insensatezza della vita, e il professore di filosofia o di letteratura, che illustra l'unicità di quello sguardo e di quel fuoco (**mia nota: i grandi eroi dell'individualità e della vita vera, solitari e sapienti e dotti, stanno lì a dimostrare che ciò è possibile!).

Il suo libro è infatti incisivo ma anche verboso, e si ripete in troppe variazioni. E' il tono soddisfatto che tradisce Stirner e spiega forse le ingiurie di Marx nei suoi confronti. Stirner incarna una figura che è divenuto uno stereotipo nella cultura moderna e che trova un grande capostipite nell'atteggiamento di Descartes che è stato descritto da Calasso su queste colonne: Descartes che passeggia per Amsterdam avvolto nella sua cappa e osserva il brulicare caotico della società mettendo a nudo il suo meccanismo contraddittorio con l'occhio disincantato di chi non vi prende parte.

L'Unico di Stirner, come quasi tutta la cultura che si inebria del nichilismo, è un sale del pensiero, necessario ad ogni filosofia non scipita ma, da solo, di monotono sapore (**mia nota: di monotono sapore ci risultano, ancora una volta, le vuote argomentazioni dei soloni delle "regole").


Nel numero del Febbraio 1981 di "Critica Sociale" apparve questo articolo di Roberto Escobar. Lo ripropongo quasi integralmente.

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Laica è l'utopia: il resto è fantasma.

Lo Stato, la società, la morale, sono fantasmi, diceva Max Stirner, che una feroce polemica oppose a Marx. E il fantasma di Stirner è ancora fra noi.

Ich gab' Mein Sach' auf Nichts gestellt: ho posto la  mia causa su nulla: con queste parole - divenute poi tanto famose quanto incomprese - Johann Caspar Schmidt apre e chiude "Der Enizige und sein Eigentum (L'Unico e la sua proprietà)", da lui pubblicato alla fine del 1844 con lo pseudonimo di Max Stirner.

In Italia Stirner conosce una certa fortuna all'inizio del secolo tra gli anarchici. A lui, però, si riferisce - con superficialità - anche Benito Mussolini, negli anni tra il '10 e il '20. Il regime fascista non esiterà, tuttavia, a condannare l'autore dell'Unico. Il filosofo "ufficiale" Paolo Orano scriverà di Marx e di Stirner come di "apostoli della sinistra filosofica". Lulius Evola, poi, risolverà definitivamente la questione, rilevando che Stirner sarebbe ebreo e, in quanto tale, parteciperebbe all'opera distruttrice e sobillatrice di uomini quali Freud, Einstein, Lombroso, Debussy, Schömberg, Lévy-Bruhl, Wassermann ecc.

Solo recentemete, con la ripubblicazione in italiano dell'Unico a cura di Roberto Calasso, Stirner sembra poter diventare oggetto di una "riscoperta", sul modello di quanto è avenuto in questi anni per Nietzsche. Se Nietzsche è stato bandito dalla cultura italiana di sinistra lo si deve, come si sa, soprattutto all'influsso determinante di György Lukàcs ("La distribuzione della ragione"). Per Stirner, invece, si deve risalire addirittura sino agli stessi Marx ed Engels, e in particolare alle centinaia di pagine dedicate all'Unico ne "L'ideologia tedesca", scritta a ridosso dell'Unico, ma poi non pubblicata. A partire dal 1903 - anno in cui Eduard Bernstein pubblica in "Documenti del socialismo" alcuni brani de "L'ideologia tedesca" dedicati all'Unico - e poi dal 1932 - anno della prima pubblicazione integrale in lingua tedesca dell'opera giovanile di Marx ed Engels - le fortune di Stirner nell'ambito della cultura socialista sono compromesse. Johann Caspar Schmidt è ormai bollato: piccolo borghese individualista e velleitario oltre che pericoloso sostenitore dell"egoismo". Al di fuori del movimento socialista Stirner non gode di miglior stampa: il suo sistema filosofico viene addirittura equiparato alla sintomatologia paranoica e - come è accaduto anche per Nietzsche - le sue idee vengono respinte come espressione di "follia".

Marx contro Stirner

Nella prima metà del secolo XIX°, dal '35 fino almeno alla fine degli anni Quaranta, la cultura filosofica (e politica) tedesca vive la crisi della "filosofia assoluta", cioè dell'hegelismo. Con "La vita di Gesù" di David Strauss tra i seguaci di Hegel - la cui filosofia era diventata la filosofia, in piena sintonia anche con le scelte politiche dello stato prussiano - comincia a operarsi una profonda frattura, che porta velocemente alla costituzione di una sinistra e di una destra hegeliane (vi è anche qualche esponente di un "centro"). Ciò che divide è l'interpretazione, meglio la prosecuzione della filosofia della religione di Hegel. Mentre la destra resta ferma all'ortodossia ufficialmente professata dal maestro la sinistra - sia pure in misura diversa, secondo i diversi esponenti, da Strauss a Bauer, da Feuerbach a Stirner - tende a sviluppare gli impliciti elementi eterodossi, giungendo in tal modo a posizioni sempre più radicalmente laiche e immanentistiche. Culmine di questo processo è il sistema di Feuerbach, che riconduce la teologia all'antropologia, cioè interpreta la religione cristiana e i suoi dogmi come funzioni e creazioni dell'uomo e dei suoi bisogni. Morto il dio trascendente l'uomo diventa, in qualche misura, il dio di se stesso.

La sinistra hegeliana è condotta, proprio dalla critica religiosa, su posizione sempre più decisamente liberali. La sinistra hegeliana, soprattutto per quanto riguarda il gruppo dei cosiddetti "Liberi" di Berlino, concorre anzi alla formazione di un'ala radicale, che combatte il "riformismo" liberale.

Stirner, sia pure con un certo distacco, partecipa alle riunioni che i "Liberi" tengono a Berlino da Hippel, una birreria che è per qualche tempo il centro di una intensa attività intellettuale e, in qualche modo, politica. Se Stirner appartiene alla "cerchia interna" dei frequentatori di Hippel, a un "circolo più vasto" appartengono anche Engels e Marx, che peraltro se ne distaccano abbastanza velocemente, per l'insorgere di una profonda incompatibilità politica e filosofica.

A una "Nuova Atene" mirano sia Marx che Stirner, ognuno seguendo una strada che - pur partendo da presupposti parzialmente comuni - porta a risultati diversi. La polemica si sviluppa in una forma particolare. Mentre infatti Marx (e in subordine Engels) affronta direttamente lo scontro con le idee di Stirner, la controparte più significativa di Stirner è invece Feuerbach, nei confronti del quale - e sempre ne "L'ideologia tedesca" - anche Marx mette a punto la prima formulazione del materialismo storico. L'autore dell'Unico si colloca così - proprio a causa della stroncatura marxiana - al centro e all'ordine del momento filosofico o "tedesco" del marxismo. Leggere Stirner, perciò, oggi significa gettar luce su alcuni elementi del "socialismo scientifico" e, forse, anche su alcune sue conseguenze storiche.

Il problema fondamentale di Stirner è quello del rapporto tra i "valori" e l'individuo, tra la scelta o l'azione politica e i grandi sistemi filosofici, religiosi, ideologici. Questo problema Marx non lo coglie quasi per nulla, impegnato com'è nella sua confutazione storica e storico-filosofica. In altri termini Marx accusa Sirner di essere un "santo", cioè di prendere sul serio le interpretazioni del mondo, concentrando su di esse tutta la propria critica come se, dunque, fossero reali e non invece false. E però lo stesso Marx finisce, a propria volta, per prendere troppo sul serio la "santità" di Stirner, limitandosi a criticare appunto questa "santità" non vedendo ciò che, dietro di essa, Stirner tenta di esprimere.

Non si tratta, ora, di "rifiutare" Marx per "tornare" a Stirner. Si tratta invece - molto più laicamente - di "ripensare la parte di Stirner", dopo e oltre Marx. Oltre Marx, dunque, Stirner indica, oggi, un'esigenza di autonomia del singolo, che si oppone alla "sacralizzazione" e all'"ipostatizzazione" dell'autorità di una società di massa, sia essa neocapitalistica o comunista ("socialismo reale").

L'unico e i fantasmi

Uno dei motivi di fondo della filosofia - o della non-filosofia, della negazione della filosofia - di Stirner è quello del primato della dimensione etica, del comportamento, della prassi, della scelta morale e politica. Alla luce del primato della dimensione etica, appunto, va letto l'Unico, a partire dal troppo famoso "io ho posto la mia causa su nulla". Innanzitutto il "nulla" di Stirner ha un significato puramente negativo: Stirner rifiuta, infatti, di fondare - cioè di cercare una giustificazione assoluta - le proprie scelte di comportamento, morali e politiche. Fino a oggi - si legge nell'Unico - gli uomini hanno cercato di porre (fondare) la propria causa (il "principio" e il "fine" della propria vita) su entità a loro estranee e superiori: dio, l'umanità, l'altruismo ecc. Ora è tempo di rifiutare questa dipendenza e questa alienazione. "Io ho posto la mia causa su nulla" significa dunque: io non ho fondato la mia causa. Ogni tentativo di trasformare "nulla" in "il nulla", dandogli un senso positivo (nuovamente metafisico e religioso) è esplicitamente escluso dallo stesso Stirner in polemica con Feuerbach. Ciò che Stirner va sostenendo è l'autonomia, cioè l'autonormativa degli uomini, affrancati sia dal cielo della tradizione religiosa sia dalla nuova religione dell'uomo di Feuerbach.

Lo stesso programma, in un certo senso, è anche di Marx, che però privilegia nella propria analisi il sistema di dipendenza materiale degli uomini e delle classi. Se Marx individua nel proletariato il soggetto storico in grado di abbattere tale dipendenza Stirner individua un tale soggetto direttamente nel singolo, nell'io, inteso come ogni io, dunque non come categoria generale e astratta.

Il nome che Stirner dà all'Io, soggetto storico di questa "rivoluzione", è unico. Ciò significa che l'unico non è, neppure esso, una categoria generale e assoluta: è appunto solo un nome. Stirner dà all'io e all'unico, per quanto caduco, un'esistenza totalmente astratta dalle relazioni con gli "altri", fondando così il pericolo di una sfrenato individualismo.

Al di là di questo pericolo, storicamente realizzatosi nell'anarchismo individualista, il programma di Stirner resta chiaro: affrancare gli uomini dalla "gerarchia" morale e politica oltre che, in genere, culturale. In questo senso va interpretata un'altra troppo famosa frase di Stirner: "a me appartiene il mondo". Ben lontana dall'essere la farneticazione di un paranoico questa asserzione sta per: "ciò che non può diventare proprio dell'unico, non esiste". In altri termini ciò che sfugge al diretto controllo dell'individuo, ciò che pretende di essergli superiore, ciò che asserisce di abitare un "mondo dietro il mondo" o di stare nascosto in qualche vaga "essenza" o "natura", questo non esiste. In linguaggio stirneriano: è un fantasma.

Un fantasma è lo Stato, inteso come "sacralità dello Stato" (propria di Hegel e anche della "sinistra"). Un fantasma è la proprietà privata dei liberali. Fantasmi sono, ancora, la società (anch'essa intesa - al pari dello stato - come "sacralità), la famiglia, il diritto, la morale. Comune a tutte queste entità è la pretesa di stare al di sopra degli individui quando ne sono, invece, al di sotto, come loro prodotti.

Tutti questi fantasmi sono ossessioni, idee fisse. Cos'è un'idea fissa? Essa è un pensiero, una convinzione che non ammette di essere messa in discussione. L'idea fissa è, in sostanza, l'ideologia, colta nella sua pretesa di essere autoevidente e sottratta al dubbio. Stirner non indaga le condizioni materiali della nascita di un'ideologia: si accontenta di mostrarne la natura e gli effetti sul pensiero.

Ne segue forse che tutta la dimensione etico-politica deve essere "ridotta" a quella della religione e, in quanto tale, confutata?

Politica religiosa e politica laica

"Anche la politica, come la religione - scrive Stirner - ha voluto 'educare' l'uomo, portarlo a realizzare la sua 'essenza', la sua vocazione, fare qualcosa di lui, farne cioè un 'vero uomo', la religione nella forma di 'vero credente', la politica in quella di 'vero cittadino o suddito'. Di fatto non è molto diverso chiamare 'divina' o 'umana' la vocazione dell'uomo".

Marx risponde direttamente a Stirner anche a proposito della 'vocazione', ma è opportuno ricordare che, nell'atmosfera culturale luterana della Prussia il termine vocazione (Beruf) ha un significato preciso. Da Lutero in poi esso indica una "chiamata" divina rivolta al singolo che si esprime, però, non solo nella dimensione strettamente religiosa ma anche nella dimensione "terrena", sociale, politica, economica. Marx obbietta a Stirner che per gli individui - e ancora più per le classi - la vocazione è solo la rappresentazione nella coscienza, nel pensiero, dei bisogni, degli interessi: essa è dunque solo "l'espressione ideale delle loro condizioni di vita reali". In questo senso dà anche la coscienza della soggettività di classe e, dunque, fornisce un'efficace indicazione all'azione.

E' difficile, certo, contestare la legittimità di tali obiezioni: effettivamente Stirner dimentica di considerare la "vocazione" all'interno delle reali condizioni storico-sociali. Tuttavia, ancora una volta, dopo e oltre Marx Stirner indica qualche cosa di tanto sottile quanto, soprattutto oggi, importante.  Questo "qualche cosa" rimane, comprensibilmente e giustamente, nascosto fino a che il movimento proletario e socialista deve dare la "scalata al cielo", cioè fino a quando il suo compito è quello di abbattere le barriere che lo separano dalla partecipazione alla distribuzione della ricchezza, al potere economico. E', questa, l'epoca mitica della cultura socialista: i miti, appunto, servono per la riconoscibilità, per la coscienza di classe. E servono, anche, per dare ai lavoratori la "sicurezza" che la loro lotta avrà il sopravvento. La prima, la seconda e la terza Internazionale hanno avuto bisogno di miti quasi religiosi. Nei paesi occidentali industrializzati, tutavia, il movimento socialista è ormai giunto dalla "pianura" priva di potere fin sull'"altipiano", dove finalmente può negoziare con efficacia (**mia nota: con quale efficacia per i bisogni reali dei lavoratori è sotto gli occhi di tutti!). La necessità del mito, dunque, viene meno con l'aumentare delle ricchezze distribuibili e, soprattutto, con l'aumentare della partecipazione al potere delle classi lavoratrici, mettendo in evidenza, invece, il significato "religioso" cui il povero Stirner - caduto nelle mani di quel grandissimo polemista che fu Marx - cerca di alludere (**mia nota: Stirner non era intellettualmente ne' 'povero' ne è mai "caduto" nella polemica irridente e faziosa di Marx, che avrebbe fatto bene invece a dirigere altrove, più proficuamente, le proprie fatiche iconoclaste).

La rivoluzione - sostiene Stirner nella sua "Storia della reazione" - è religiosamente rivolta al futuro; la reazione è altrettanto religiosamente rivolta al passato. La storia è così il palcoscenico della lotta tra profezia - la promessa di futuro della rivoluzione - e mito - il fissarsi delle verità nel passato, cui vuole tornare la reazione. La vocazione, sia essa "rivoluzionaria" o reazionaria, è dipendente da questa impostazione religiosa: per essa il valore del singolo non è mai nel presente, cioè non è mai in lui, ma fuori di lui, nel passato o nel futuro.

Proprio per questi motivi la rivoluzione sfocia sempre in una reazione, diventa essa stessa reazione. Poichè in essa protagonista è una prospettiva religiosa, assoluta, "alienante" (un'idea fissa). In essa c'é in germe la costituzione o la ri-costituzione di una ulteriore oppressione del singolo, di ulteriori "fantasmi" di un'ulteriore "gerarchia" o dipendenza morale e politica degli uomini. Alla "rivoluzione" Stirner contrappone la ribellione, che vede come protagonisti direttamente gli uomini e i loro interessi, e il cui tempo è esclusivamente il presente.

Come per la concezione religiosa che combatte anche per Stirner il tempo (nel suo caso, il presente) è solo una metafora per un'intuizione più profonda e originaria. Che l'uomo sia uomo già nel presente significa il rifiuto di qualsiasi sua "alienazione", di qualsiasi prospettiva che ne faccia l'oggetto di un programma a lui imposto, sovrapposto. La scelta del presente equivale, in Stirner, alla scelta di una politica laica (**mia nota: io la vedo come politica atea, laica non mi basta più), contrapposta alla politica religiosa. Per quest'ultima ogni scelta politica, ogni mutamento sono giustificati solo se sono inseriti all'interno di una visione del mondo, di un "sistema di verità", teista o ateo che sia. Per la politica laica - e per Stirner - la scelta politica e il mutamento non hanno neppure bisogno di essere fondati. Ciò che muove gli uomini sono piuttosto gli interessi concreti, indipendenti dalla loro trasformazione in idee fisse, in miti, in ideologie.

La ribellione dunque, ben lontana dall'essere - come invece Marx rimprovera a Stirner - il vuoto vaneggiamento velleitario di un piccolo borghese impotente, è il nome dato da Stirner all'atteggiamento politico laico, guidato solo dall'interesse, dal bisogno. Che poi questo nome sia, a sua volta, fuorviante, impreciso, persino mitico non deve impedirci di apprezzarne l'intuizione di fondo.

Ancora oggi vale la convinzione che l'agire politico volto al progresso e al socialismo non possa essere disgiunto da una prospettiva che Stirner definirebbe religiosa. Ancora oggi - nonostante la crisi delle "fedi" e delle ideologie - si cercano punti di riferimento fissi, "profeti", "vocazioni". In alternativa a questa "politica religiosa" conviene opporre una politica laica. Il suo slogan - per quanto possa avere significato uno slogan per i laici - potrebbe essere: progettare il presente. Forse è proprio la politica laica che può riscoprire il significato migliore del termine utopia, liberandolo dal suo originario significato religioso. Solo la politica laica, infatti, può progettare, scegliere, costruire: la politica religiosa è invece inchiodata dalla sua "fede" e dalle sue "verità" a modelli assoluti, fissi, dati una volta per sempre.

In definitiva: la politica religiosa attende il futuro, che la "profezia" assicura necessario; la politica laica, più pessimista, si muove, agisce per progettare il presente. Per questo può essere utopica.


L'amico Danilo Marotta, molto appassionato di Stirner, ha inviato ad Atheia questo scritto che volentieri pubblico nuovamente inn questo sito

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Azione, Io e Logos

Un problema fondamentale: coniugare egoismo stirneriano e razionalità.

Il nostro obiettivo è dimostrare che l’individualismo di Max Stirner, opportunamente modificato, può accordarsi con il pensiero razionale senza sfociare nell’irrazionalismo.

Partiamo dall’esame di una tematica apparentemente lontana dall’argomento di cui vogliamo discutere: l’incoerenza è un valore? Se la volessimo considerare un valore, in un ambito razionale, dovrebbe trattarsi di un’incoerenza determinata da un certo atteggiamento della nostra volontà. Essa dovrebbe quindi essere sensata, motivata.

Ecco dunque che l’incoerenza si coniuga perfettamente con il “giustificazionismo speculativo”, che presuppone l’uso della ragione per giustificare il cambio di idee, in merito ad una presa di posizione contraria, addirittura antitetica, ad un atteggiamento assunto in precedenza. Ma in questo modo la wheltashauung egoistica si coniuga con la razionalità solo svilendola, riducendola a mezzo per assecondare e dare un senso ai procedimenti della propria volontà. Ma in base a cosa agisce questa volontà ? Stirner non lo spiega, e questo è il suo limite. La volontà dell’unico diventa wille schopenaueriana, cieca ed indomabile. Come domarla ? Come razionalizzare la wille? Lo si potrebbe fare stabilendo, con un atto della volontà stessa,un obiettivo verso cui tendere, e poi agire razionalmente sulla base di quell’obiettivo. Ma l’atto stesso di orientare la nostra volontà verso un unico fine prestabilito implicherebbe una de-terminazione, una de-limitazione della volontà stessa, con conseguente perdita dell’ottica egocentrica. Le stesse conclusioni varrebbero nel caso in cui, invece di tendere verso un unico fine, si lasciasse perdere completamente la razionalità per abbandonare totalmente il nostro agire agli istinti. Ma è proprio vero che una de-limitazione della volontà limiterebbe catastroficamente anche il nostro egocentrismo? Forse no.

Definiamo intanto la volontà. Chiamiamo volontà la forza di comportarsi in un certo modo sulla base dell’analisi degli stimoli che ci colpiscono dal mondo esterno. Ecco quindi chiarito il rapporto che lega me stesso agli altri. Se, ad esempio, io potessi violare in un modo o nell’altro il II principio della Termodinamica, potrei tranquillamente fare a meno della realtà esterna. Ma dal momento che per vivere (N.B - vivere è si un fine,ma è il fine del nostro corpo) non posso non relazionarmi con la realtà esterna (mangiando,dormendo,bevendo,respirando,parlando,facendo l’amore etc.), ecco dunque che la realtà esterna MI SERVE. Aponìa e Atarassìa sono escluse in questo universo, sono condizioni al momento irrealizzabili. Io mi servo della realtà che mi circonda: essa non è ne sopra ne sotto di me, ma intorno a me. Una contrapposizione con la realtà è inutile, perché NON MI CONVIENE (vedi oltre) Dal momento che per vivere devo analizzare gli stimoli esterni, ecco che mi si presentano molteplici possibilità di analisi ed interpretazione degli stessi. Chiamo RAZIONALITA’ il modo migliore in cui analizzare questi stimoli. Ma cosa significa “igliore” ? In pratica abbiamo spostato il problema. Naturalmente per “migliore” intendo “migliore per me”, ma (di nuovo) questo cosa significa? Se vivere è il fine del mio corpo, il fine della mia mente sarà di vivere bene, cioè di ricevere gratificazione. [A questo proposito è importante non confondere il concetto di gratificazione con la concezione comune esistente del piacere. Anche il dolore può essere gratificante] .

Tuttavia ancora una volta il problema è spostato, poiché esistono innumerevoli forme di gratificazione: crapula, digiuno, ascesi mistica, potere politico, ricchezza materiale, ricerca della spiritualità etc.  Queste forme di gratificazione variano da soggetto a soggetto, ma in base a cosa? I satanisti parlano di una natura che è propria di ognuno di noi, e che non dobbiamo far altro che assecondare. Ma tale natura non deriva per nulla dalla nostra volontà! Volendo essere stringati, la “natura” di ogni uomo gli deriva per una certa percentuale (stabiliamo empiricamente un buon 50%) dalle informazioni contenute nel suo DNA, e per la restante percentuale dall’ambiente in cui vive ed è cresciuto.

Ciò significa che un individuo A,nato e cresciuto in un ambiente X, non potrà mai (o potrà molto difficilmente) porsi nei confronti del mondo, e quindi esercitare la propria volontà, allo stesso modo di un qualsiasi altro individuo B, nato e cresciuto nell’ambiente Y. Del resto ognuno di noi occupa una precisa posizione fisica nella realtà (al di là della posizione centrale che ogni individuo occupa, metaforicamente, nell’universo!) e come potremmo non essere diversi l’uno dall’altro? L’invito alla tolleranza determinato da una tale visione della realtà mi pare quasi ovvio.

E chiaro quindi che la mia volontà è si illimitata, ma all’interno di un certo ambito, come se io potessi posizionare liberamente un punto all’interno di un segmento. Facciamo tutto ciò che vogliamo, certo, ma dal momento che la nostra volontà è condizionata (e perciò limitata contro il nostro stesso volere, è questo che non ci permette di essere onnipotenti!) da un certo ambito, facciamo tutto ciò che ci è possibile fare all’interno di quell’ambito.

Questo segmento (sia per ampiezza che per qualità) è determinato per buona parte da chi ci ha preceduto: abbiamo detto che l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo conta per il 50%, perciò anche noi possiamo cercare di modificare le caratteristiche del segmento per chi ci succederà. Ma dal momento che tutti coloro che ci hanno preceduto hanno cercato in vari modi e con diverse giustificazioni di ottenere la gratificazione, ecco che all’interno del segmento tutti i luoghi in cui il punto può posizionarsi sono potenzialmente gratificanti in base ad una certa ottica. 

E’ ovvio che la nostra razionalità consiste nello scegliere quello che mi gratifica di più.

Naturalmente agirò secondo una specie di morale utilitaristica, per cui se ad esempio assumo sostanze allucinogene dovrò anche tener conto delle conseguenze, e magari tenendone conto e valutando i pro e i contro deciderò di non assumere allucinogeni, o al contrario ne assumerò ritenendo che il gioco vale la candela. In ogni caso la nostra azione dovrebbe tendere al posizionamento del punto in tutti gli (infiniti) spazi che compongono il segmento, dal momento che ogni posizionamento ha una sua logica, ogni posizionamento potrebbe garantirci un livello di gratificazione superiore al massimo livello raggiunto in precedenza. E’ l’ “ideale” della conoscenza. Metto “ideale” tra virgolette perché qualsiasi persona potrebbe contestarmi questa affermazione, dal momento che si potrebbe decidere di agire in maniera diversa, non sperimentando le molteplici posizioni ma soffermandosi su una certa posizione e basando la propria vita su di essa. Certo, io non ho prove per dimostrare la mia tesi, ma chi agisce in quest’altro modo non è semplicemente uno schiavo dell’idea che ha scelto di utilizzare come base della propria esistenza ? Dogmatismo, estremismo, rusticità (per usare un termine tecnico che riprendo dalla wheltashauung di E. Della Monica) non sono forse figli di questo atteggiamento? Al lettore il giudizio.

Ritornando all’ “ideale” della conoscenza, in quel caso non potremmo far altro che considerare tutte le cose giustificabili e tutte dello stesso livello qualitativo (le distingueremmo magari in base al livello di gratificazione offerto, ma tale distinzione sarebbe sempre puramente soggettiva). Crederemmo in tutto e non crederemmo ciecamente a nulla. Valuteremmo sempre la possibilità di reiterare un certo atteggiamento o di compiere scelte innovative.

Potremmo agire in due maniere contrapposte, antitetiche tra loro, perché alla base di ciascuna di esse vi è una certa giustificazione che garantisce la nostra gratificazione.

Resta da dimostrare che posizionando il punto nel maggior numero di spazi all’interno del segmento, aumenti non solo la possibilità di trovare elementi sempre più gratificanti per il nostro Io ma anche, proporzionalmente, la possibilità da parte del singolo di modificare positivamente le caratteristiche dei segmenti delle generazioni future. Se così fosse, come personalmente credo, esperienza e conoscenza potrebbero considerarsi valori oggettivi (e perciò senza virgolette). Essi infatti ci permetterebbero di scardinare il sistema: ritornando alla metafora, ci permetterebbero di trasformare, a lungo andare, il segmento in una retta. A quel punto la nostra volontà non avrebbe limiti, e da “dei bardotti” diventeremmo perfetti.

Il Sultano e il borgomastro

Prima abbiamo parlato della necessità di confronto con la realtà che ci circonda. L’ubermensch non guarda dall’alto della torre d’avorio la gente “inferiore” che si affanna a vivere con i suoi problemi “troppo umani”. L’oltreuomo è cosciente della propria grandezza, della propria importanza, del proprio potere di disporre a suo piacere di ciò che lo circonda, della sua possibilità di “posizionare il punto nel maggior numero possibile di spazi”. Per attualizzare queste potenzialità, CONVIENE essere in sintonia, non in contrapposizione con l’ambiente che ci circonda. Sintonia non è accondiscendenza, è empatia: è capire PERCHE’ l’altro si comporta in un certo modo piuttosto che in un altro, è una forma di conoscenza anch’essa. L’esperienza conoscitiva riesce meglio in un clima in cui la contrapposizione è esclusa. Il sultano, sovrano assoluto dei suoi sudditi, vive nell’indifferenza delle loro vite, ma non può uscire dal suo lussuosissimo palazzo, poiché troverebbe solo miseria e correrebbe il rischio di attentati. Il borgomastro comanda il villaggio, conoscendo tutti i suoi abitanti nel dettaglio. Tutti gli vogliono bene perché egli cerca di far andare avanti nel migliore dei modi la comunità. Il mio non è ovviamente un invito a darsi alla politica o a svolgere vita comunitaria, ma a non isolarsi rispetto a scelte diverse dalle proprie, ne a confondere la tolleranza con il menefreghismo.

Altra considerazione: l’individualismo inteso come contrapposizione al mondo intero è sterile, oltre ad essere non proposizione, ma semplice reazione: nel profondo del loro animo, le formiche sono le più individualiste.

Danilo Marotta


Aforismi

Io rifiuto un potere conferitomi sotto la speciosa forma di "diritti dell'uomo". Il mio potere è la mia proprietà, il mio potere mi dà la proprietà. Io stesso sono il mio potere... e per esso sono la mia proprietà.

Il rude pugno della morale non ha alcun rispetto della nobile essenza dell'egoismo.

Rivoluzione e Rivolta non devono essere presi per sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento dello stato di cose esistente, dello statuto dello Stato o della Società; essa è dunque un atto politico o sociale. La seconda, pur comportando inevitabilmente una trasformazione dell'ordine costituito, non ha in questa trasformazione il suo punto di partenza. Essa deriva dal fatto che gli uomini sono scontenti di se stessi e di ciò che li circonda. Essa non è una levata di scudi, ma un sollevamento di individui, una ribellione che non si preoccupa assolutamente delle istituzioni che potrà produrre. La rivoluzione ha come obiettivo delle nuove istituzioni. La rivolta ci porta a non lasciarci più amministrare ma ad  amministrare da soli. La rivolta non attende le meraviglie delle istituzioni future. Essa è una lotta contro ciò che esiste. Una volta riuscita, ciò che esiste crolla da solo. Essa non fa che liberare il mio Me dallo stato di cose esistente, il quale, dal momento in cui me ne congedo, viene meno e cade in putrefazione!

La rivoluzione mira ad un'organizzazione nuova; la ribellione ci porta a non lasciarci più organizzare, ma ad organizzarci da soli come vogliamo, e non ripone fulgide speranze nelle "istituzioni" ... Se il mio scopo non è rovesciare un ordine costituito ma innalzarmi al di sopra di esso, il mio proposito e le mie azioni non sono politici e sociali, ma egoistici. La rivoluzione ci comanda di creare istituzioni nuove; la ribellione ci domanda di sollevarci o innalzarci.

Chi, per rimanere padrone di ciò che possiede, deve contare sulla mancanza di volontà di altri, è una cosa fatta da questi altri, così come il padrone è una cosa fatta dal servo. Se venisse meno la sottomissione il padrone cesserebbe d'essere.

Nelle mani dello Stato la forza si chiama diritto, nelle mani dell'individuo si chiama delitto.

Io dico: liberati quanto puoi e avrai fatto ciò che sta in tuo potere; infatti non è dato a tutti di superare ogni barriera ossia, per parlare più chiaramente, non per tutti è una barriera ciò che lo è per alcuni. Perciò non preoccuparti delle barriere degli altri: è sufficiente che tu abbatta le tue.

Per lo Stato è indispensabile che nessuno abbia una sua volontà; se uno l'avesse, lo Stato dovrebbe escluderlo, chiuderlo in carcere o metterlo al bando; se tutti avessero una volontà propria, farebbero piazza pulita dello Stato.

Lo Stato si fonda sulla schiavitù del lavoro. Se il lavoro diventerà libero, lo Stato sarà perduto.

Io aggiro l'ostacolo di una roccia finché non ho abbastanza polvere per farla saltare in aria e aggiro l'ostacolo delle leggi di un popolo finché non ho raccolto l'energia sufficiente per rovesciarle.

Nelle ricchezze del banchiere io vedo tanto poco qualcosa d'estraneo come Napoleone nelle terre dei re: noi non abbiamo alcun TIMORE di "conquistarle" e anzi cerchiamo i mezzi per poterlo fare. Noi togliamo loro, dunque, questo SPIRITO di ESTRANEITA' di cui un tempo avevamo timore.

Il cattolico é semplicemente e solamente un profano, il protestante é lui stesso sacerdote, uomo dello spirito. Questo appunto é il progresso rispetto al Medioevo e al tempo stesso la maledizione del periodo della Riforma: l'attuazione completa del regno dello spirito.

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