Quasiracconti

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A volte ci si ostina a scrivere. Io non avrei mai potuto vivere di scrittura, dal momento che mi viene un'idea ogni 15 anni. Il primo racconto che ho scritto, "L'ultima roccaforte", non è qui: andrebbe riscritto. Anche il secondo manca: entrambi appartengono ai miei quindici anni circa.

Tra fine 2010 dc e inizi 2011 dc ho pubblicato il volumetto Quasiracconti presso www.ilmiolibro.it , un'iniziativa del Gruppo Espresso-Mondadori. Per chi è iscritto al sito il volume è acquistabile nella versione cartacea ed in quella e-book.

Di seguito trovate i racconti in esso contenuti, compreso l'ultimo, il quinto del volume e settimo in senso cronologico, finalmente completato e inserito nella terza edizione del libro..


Una storia quasi impossibile

Prefazione dell’autore

Questo quasiracconto è stato il terzo, è stato scritto tra il 1980 dc e il 1983 dc. I primi due andrebbero sicuramente riscritti, essendo risalenti il primo ai miei 15 anni circa e il secondo intorno ai 18 anni. Al di là delle ingenuità e delle manie infantili in essi contenute, non brillavano certo per stile (non che la “copiosa” produzione successiva sia migliorata granché, del resto...)

Una storia quasi impossibile è molto autobiografico: nei sentimenti verso l’umanità in generale, nel pessimismo, nel rancore, nella cocente frustrazione degli ideali rivoluzionari con cui ero cresciuto dai quindici anni in poi.

Una storia quasi impossibile

primi anni '80 dc

Egli si tolse gli occhiali, li posò sul tavolo, quasi davanti a sé, e cominciò a massaggiarsi i lati del naso, dove erano rimaste due fossette rossastre. Sarebbe dovuto andare dall'oculista, pensò. Quella montatura era piuttosto costosa, e non voleva corre il rischio di danneggiarla modificandola con le sue mani. Prese una sigaretta senza filtro dal pacchetto e l'accese, non prima di aver aspirato l'intenso aroma di quelle sigarette tanto famose. Per essere in sintonia con quella marca, pensò, avrebbe dovuto essere un avventuriero, un esploratore, un cacciatore, ma non certo un astronomo professionista, che da circa venticinque giorni stava facendosi evaporare il cervello su una serie di dati che non riusciva a decifrare.

Si alzò, tendendo la schiena, e si avvicinò alla doppia finestra che dava sul panorama sottostante. Lui, che si rivolgeva sempre al cielo, verso le stelle, scrutando nelle profondità… impenetrabili dello spazio, si perdeva a guardare sotto di sé la distesa di montagne e valli, a perdita d'occhio, ammantate di neve. Ora era quasi notte, ma lui poteva ugualmente "vedere" tutto ciò con gli occhi della memoria, aiutato dalle luci che brillavano qui e là, ora isolate, ora a gruppi di tre o quattro. Erano minuscoli villaggi, baite di montagna in cui qualche irrinunciabile pastore dormiva, col suo sparuto gregge di pecore e la scorta di fieno per l'inverno. Egli vedeva tutto ciò, rimanendone rinfrancato.

La sigaretta finì, ed egli tornò al suo lavoro. Era stanco, ma quei calcoli lo affascinavano. Era successo qualcosa, là nello spazio, a molta distanza dal sistema solare, ma ancora non riusciva a capire di che si trattasse. L'esplosione di una supernova, che gli appariva molto più vicina di quanto non fosse? Uno scontro tra due pianeti? O tra due stelle? Ci sarebbe voluto del tempo, ma lo avrebbe scoperto. "Doveva" farlo. Era una specie di gara, e lui doveva vincerla.

Passarono altre due ore, e poi non ce la fece più. Gli occhi gli si chiudevano, e lui non riusciva più a concentrarsi. Decise così che erano meglio andarsene a letto, se non voleva crollare di schianto sulle sue carte. Abbandonò tutto e si buttò sul letto, senza neanche svestirsi. Si addormentò di colpo.

***

Dormì per dieci ore filate, e quando si svegliò era quasi mezzogiorno. Pensò che prima di mangiare fosse meglio uscire all'aperto, approfittando di un sole abbastanza caldo da fargli rinunciare alla giacca a vento e ai guanti. Uscì nella neve fresca, costeggiando il ripido pendio su cui era costruito l'osservatorio, a cavallo della cresta della montagna. Più in basso, verso sud-ovest, si scorgeva il lago ghiacciato e la diga che lo sbarrava, e le costruzioni vicine, tra cui la casa dei custodi. Quello era il più vicino contatto con il resto del mondo, quel mondo da cui si era esiliato dal settembre dell'anno precedente, e ormai si era a febbraio. Non era stato facile convincere i dirigenti dell'istituto astronomico di ricerca per il quale lavorava che egli fosse in grado di cavarsela da solo, lassù. Ma il telescopio non era molto grande, e l'antenna parabolica che captava i segnali radio dallo spazio veniva fatta funzionare da uno dei più avanzati e recenti modelli d'elaboratore elettronico, che era relativamente semplice da manovrare, e lui era in grado di farlo. Sicuramente lo dovevano aver preso per un tipo strano, ma alla fine non avevano avuto obiezioni. Del resto non era completamente isolato: a parte i tecnici della revisione periodica dell'osservatorio, che venivano più raramente, egli veniva raggiunto una volta alla settimana da uno o due uomini che gli portavano i viveri, qualche rivista ed altri generi indispensabili. Lui li tratteneva a pranzo, parlava con loro, si teneva aggiornato. E poi aveva la radio, e un impianto audio abbastanza buono da consentirgli di distrarsi la sua musica preferita.

Restò quasi mezzora, seduto sulla neve, a guardarsi intorno fumando la pipa. Poi rientrò, e pranzò con calma.

Fu solo alle tre del pomeriggio che si rituffò nella marea di carte che invadeva la sua scrivania. E dopo un'ora e mezza di revisioni di calcoli già fatti cominciò ad intravedere una luce. E pensò che anche quella volta sarebbe andato a letto molto tardi. Si stupì alquanto, però, quando già verso le dieci di sera ebbe scoperto di cosa si trattava.

Al di fuori del sistema solare, ad una distanza doppia di quella intercorrente tra il Sole e Plutone, una cometa di dimensioni notevolmente più grandi della Terra percorreva la sua orbita come faceva da milioni di anni quando si era improvvisamente scontrata con un altro corpo celeste. Quale che fosse la causa della presenza in quei pressi di quest'ultimo, lo scontro era avvenuto formando un angolo di 45 gradi, circa. I due corpi principali erano rimasti pressoché intatti, deviando le rispettive orbite, mentre un grande corpo incandescente, con una miriade di frammenti più piccoli, era stato scagliato in una traiettoria che, se i suoi calcoli erano esatti, e non c'era motivo per ritenere che non lo fossero, lo avrebbe condotto nel bel mezzo del sistema solare.

Ci avrebbe messo del tempo prima di arrivare, ma lui avrebbe dovuto scoprire quale fosse la giusta traiettoria e la velocità…. Ma per farlo il suo telescopio non bastava.

Decise che era meglio dormirci su. L'indomani avrebbe deciso se doveva avvertire qualche altro telescopio e se il suo amor proprio lo avrebbe indotto a verificare di persona l'esattezza delle sue previsioni.

Dopo aver cenato normalmente ascoltò della musica a luci spente, per rilassarsi. Dopodiché si mise a letto, stanco ma soddisfatto.

***

Il giorno dopo si alzò verso le dieci, e cominciò a preparare il necessario per la partenza. Non aveva più dubbi ormai, e aveva deciso che avrebbe verificato di persona.

Si attrezzò per la discesa, mise in un unico zaino tutto ciò di cui aveva bisogno e tutte le carte con i dati indispensabili. Chiuse a chiave tutti gli ingressi, dopo aver spento l'impianto di riscaldamento, si mise gli sci ai piedi e si avviò. Avrebbe potuto percorrere il sentiero fino alla diga, ma preferì tagliare per la neve fresca, godendosi una lenta discesa nel manto nevoso, con la neve che gli scorreva intorno alle gambe mentre procedeva. Era da parecchi giorni che non si recava ai campi da sci per farsi qualche discesa, usufruendo dello speciale permesso che aveva ottenuto tramite alcune sue conoscenze.

Quando fu arrivato alla diga trascorse una mezzora al piccolo bar della centrale elettrica, rifocillandosi e facendo alcune telefonate. Doveva pure avvertire di suoi spostamenti le autorità… competenti, ma quando lo fece si sorprese a non specificare i motivi: restò nel vago, e parlò di semplici controlli di vecchie rilevazioni che riteneva errate. Più tardi, mentre era in pullman, si chiese perché si fosse comportato così, ma non trovò una risposta valida. O, piuttosto, il suo subcosciente non la volle trovare. In ogni modo, rifletté, la cosa più importante era arrivare al più presto all'osservatorio di V., e mettersi all'opera.

Quando ci arrivò lo trovò ad accoglierlo il direttore del centro, che lo presentò a colleghe e colleghi. Ed anche lui, quasi d'istinto, non precisò il motivo che gli aveva fatto abbandonare il suo esilio in montagna, distante quasi duecento chilometri. Dette la stessa versione che aveva fornito all'Istituto astronomico. Accettò questo comportamento che lo coglieva alla sprovvista e decise di continuare così, in piena coscienza. Avrebbe potuto fornire più tardi i dettagli. Il suo comportamento, frattanto, poteva benissimo essere interpretato come correttezza professionale, o modestia. Non c'era di che preoccuparsi, pensò.

***

Chino alla scrivania, con lo sguardo perso nel vuoto, era immobile da ormai cinque minuti. Non riusciva a capacitarsi.

Quello che intimamente aveva presagito e che aveva addirittura sperato era accaduto: dopo calcoli e calcoli aveva accertato definitivamente che la meteora, col suo sciame di frammenti, si dirigeva proprio verso la Terra! E con questa scoperta era iniziato il ritorno, nella sua mente, di ricordi avvilenti, di speranze deluse e di un cieco, devastante furore che negli ultimi anni, grazie alla sua ricompensata passione per l'astronomia, era riuscito a soffocare. Il cuore iniziò a battergli in fretta, la fantasia riprese a correre, non più imbrigliata dalla solitudine, e ricominciò a formulare pensieri già pensati, a rivedere scene già sognate, e l'antico sogno di una vendetta universale tornò in vita. Di nuovo si scoprì a disprezzare l'umanità intera, le sue miserie, le sue bassezze, le sue cecità, i suoi errori, i suoi facili entusiasmi e le altrettanto repentine frustrazioni, i giochi di parole d’intellettuali non si sa se estremamente furbi o abissalmente idioti, le filosofie e le ideologie contrapposte infantilmente e ciecamente le une alle altre, le corse al successo, all'affermazione di sé solo per vanità, all'apparire più interessanti di qualche altro, tentativi squallidi per quanto, a volte, tragicamente, comicamente necessari. Egli rivide anche i suoi errori, uno dopo l'altro, da quelli dell'infanzia a quelli dell'adolescenza, e più oltre ancora, e tutti gli avvenimenti che aveva vissuto, dalla stagione della rivolta politica e delle certezze incontaminate e fatte proprie spesso acriticamente e senza competenza, all'epoca delle critiche e della lotta controcorrente, con la conseguente perdita dei vecchi amici, tali solo perché apparentemente si aveva tutti le stesse idee, tutti uniti nel "branco", dall'epoca delle nuove certezze assunte a compensare quelle lasciate per strada, fino all'abbandono, al lancio della spugna, al rifiuto della lotta politica perché ritenuta troppo fondata sui tempi lunghi, e alla fine inutile.

Ed era venuta anche la serenità, ma era la serenità della stasi, dell'immobilismo, della sfiducia più completa. E, se non fosse stato per l'astronomia e i lunghi difficili studi che lo avevano portato alla sua condizione attuale, il tarlo della sensazione di appartenere ad una minoranza d’idealisti disadattati, in mezzo ad una maggioranza ignorante, stupida, squallida e inconsapevole ma forse proprio per questo più tranquilla e meno tormentata, avrebbe continuato a roderlo. Anche in quei mesi di solitudine, là sulle montagne ammantate di neve, in quel silenzio più vitale che qualsiasi discorso, ogni volta che leggeva un giornale e si rimetteva in contatto con il mondo, finiva sempre per rifuggirne nauseato e cinicamente ironico. Neanche un affetto vero aveva, oltretutto, a ridare fiducia in una vita che, per essere degna di nota in quel mondo di competitività, doveva per forza essere eccezionale, fuori del comune: solo amori passeggeri e provvisori, avvelenati dalla noi e dall'incomprensione.

Egli pensò tutto questo, ed altro ancora, senza un ordine preciso, perché quando la coscienza è in fermento non rispetta la logica e la sintassi, e l'effetto fu peggio di un colpo di maglio nella schiena: tutta la sua sicurezza e la sua tranquillità duramente conquistate erano state spazzate via dal sogno bruciante e delirante di un'umanità distrutta, di cui lui diventava l'unico depositario, rifiuto e nuovo germe nello stesso tempo! Già se la vedeva, quell'enorme palla di fuoco e il suo corteo di faville, sfiorare la Terra e portarsi via intere nazioni, interi popoli, lasciando in eredità terremoti, alluvioni, catastrofi e sconvolgimenti, conflitti sociali e razzie tra i sopravvissuti, il trionfo dell'illegalità e della violenza, e lui, messosi al sicuro dove niente sarebbe accaduto, avrebbe fatto ritorno nei luoghi del disastro, vagando tra le rovine di quel mondo distrutto come il protagonista di quel romanzo, sì, "La nube purpurea", che alla fine, novello Adamo, aveva trovato all'altro capo del mondo un’Eva con cui ricominciare da zero, e tentare un'altra volta la via della Società Perfetta, l'Utopia!

Il sogno lo aveva contagiato, e una pazzia lucida e cosciente si era impossessata di lui: ormai aveva deciso, ma ancora alcuni dubbi gli rimanevano. Era veramente in grado di farlo? Avrebbe resistito al desiderio di salvare con sé pochi amici e amiche cui era ancora legato, portarli via al sicuro, e ritornare con loro tra le rovine? No, era meglio di no, sicuramente lo avrebbero giudicato pazzo, avrebbero avvertito le autorità e, se fossero stati creduti, si sarebbe trovato il modo di mandare contro la cometa una selva di missili nucleari che l'avrebbero fatta esplodere lontana dal pianeta! No, doveva fare tutto da solo, soltanto dopo sarebbe passato a vedere se qualcuno di loro era sopravvissuto. Era certamente crudele e inumano il suo proposito, ma nella sua follia si era ormai innalzato a giustiziere di tutta l'umanità, passata e futura, e nulla poteva ormai fargli cambiare idea.

Si riscosse dal suo fantasticare, e in meno di due ore di frenetico lavoro stabilì anche la traiettoria della cometa: della grandezza di Francia e Italia insieme, la meteora avrebbe precorso un'orbita a spirale intorno alla Terra, passando sulla Siberia orientale, su tutta la regione russa, sull'Europa, avrebbe attraversato l'Oceano Atlantico, sorvolato il sud degli Stati Uniti, l'Oceano Pacifico, l'Indocina, l'India meridionale e così via. Sarebbe stata un'orbita molto stretta, sufficiente a provocare immani sconvolgimenti sulla crosta terrestre. Probabilmente avrebbe perso molta materia incandescente dietro di sé, che sarebbe caduta qui e là arrecando ulteriori disastri. Poi, sicuramente, sarebbe precipitata nell'Oceano Atlantico o nel Pacifico. Sarebbe stato un impatto terrificante, e le conseguenze potevano essere ulteriori terremoti e maremoti, ma anche una spaccatura della superficie del pianeta sul fondo del mare e neanche lui, a quel punto, poteva prevedere ciò che sarebbe successo.

Ci sarebbe stato il rischio, pensò, che qualcuno individuasse il pericolo imminente sondando il cielo con un telescopio o con un'antenna parabolica: riflettendo più attentamente, però, il rischio gli parve ridotto, dato che tutti gli osservatori del mondo erano impegnati insieme, da qualche tempo, nello studio di una grandissima supernova, da tutt'altra parte nello spazio. Solo qualche astrofilo dilettante avrebbe potuto individuare la meteora, ma non con gli strumenti di cui erano dotati in genere gli appassionati d’astronomia!

Tutto, da quel momento, accadde molto in fretta: raccolse le sue carte, preparò di nuovo i bagagli, si scusò per il disturbo con il personale dell'osservatorio, e ripartì. Si precipitò nella città in cui aveva ancora la sua residenza, ottenne anticipatamente le ferie dal suo istituto astronomico di ricerca parlando di una crisi di solitudine, e ciò fece enormemente piacere ai suoi dirigenti, che gli avevano sempre assicurato che non sarebbe resistito a lungo completamente solo, lontano dal mondo civile!

Portò via da casa sua tutto ciò che riteneva indispensabile, facendolo spedire a Bombay, in India. Prelevò tutto il denaro che aveva in banca, lasciandone una piccola parte, però, tanto per non correre il rischio di destare sospetti. Ottenuti dei travellers chèque acquistò un biglietto d'aereo per la città indiana. Da lì, una volta prelevato il suo bagaglio, con una jeep sarebbe partito alla volta dell'Himalaya, l'unico posto veramente sicuro e sulle cui pendici avrebbe aspettato l'Apocalisse: mancavano solamente ventotto giorni, ormai.

Mentre faceva questi preparativi gli venne di pensare anche all'eventualità che il disastro venisse evitato e che in qualche modo lui venisse sospettato di quello che ora stava facendo. Ma si rassicurò, sapendo che le prove scritte delle sue osservazioni le aveva prudentemente distrutte, fidando poi nella sua capacità di giustificarsi.

Quando fu sull'aereo diretto a Bombay finalmente si rilassò, e per tutta la durata del viaggio rimase incollato al finestrino, affascinato dal mare di nubi e dal panorama che si intravedeva dagli squarci nel bianco strato nuvoloso.

***

Il vento fischiava gelido, e portava con sé folate di neve polverizzata, che gli si attaccava alla barba lunga, si posava sugli occhiali scuri e sul naso, mentre il respiro quasi gli mancava.

Conficcò la piccozza mezzo metro più avanti e si fermò, voltandosi indietro: la sua tenda era ormai un punto verde scuro molto più in basso.

Non gli conveniva raggiungere il crinale, perché là il vento sarebbe stato veramente insopportabile. C'era un bel sole, però, e bastava a riscaldarlo un po'.

A poca distanza c'era uno sperone di roccia, coperto di neve, ed egli ci si riparò dietro, spianando la neve e sistemando intorno a sé il telescopio, la radio ricetrasmittente e gli strumenti di rilevazione della latitudine e della longitudine.

Puntò il telescopio in direzione nord-est-est, accese la radio, trasse dallo zaino un sandwich e una bottiglia di birra e attese, appoggiandosi alla roccia coperta di neve.

Era una questione di minuti, ormai.


Intervista al Presidente

Prefazione dell'autore

Questo quasiracconto è il quarto, scritto nel 2006 dc. Ho immaginato un colpo di Stato di rivoluzionari comunisti nel 1983 dc e, trenta anni dopo, nel 2013 dc, un giornalista viene incaricato dal direttore del quotidiano per il quale lavora di intervistare il Presidente della Repubblica. In questa lunga intervista viene rievocato il colpo di Stato e tutto quello che è successo poi.

Alcuni nomi di personaggi degli anni ottanta del ventesimo secolo dc sono stati lievemente modificati, ma è facile intuire chi siano.

Allegati al racconto ci sono alcune appendici, che ritenni potessero illustrare ulteriormente il quadro delle vicende.

Intervista al Presidente

novembre 2006 dc

Luigi Fazio, giornalista, si mosse a disagio sulla sua sedia girevole. L'incarico che aveva ricevuto era lusinghiero, ma non sapeva come iniziare.

Poco meno di dieci minuti prima il caporedattore, Alberto La Monica, gli aveva telefonato perché il direttore de "Il Corriere della Repubblica", Gianni Bonfanti, li voleva tutti e due nel suo ufficio. Naturalmente La Monica sapeva già di cosa si trattava, ma la prassi gli suggeriva di non rivelarglielo, altrimenti il direttore avrebbe avuto ancora meno cose da dire.

Lui si era recato nel piccolo ufficio di Alberto e subito erano andati in Direzione, al quinto piano. Nell'ascensore non avevano quasi parlato, guardando fisso davanti a sé.

--Entrate, entrate e accomodatevi-- disse loro il direttore, indicando due delle numerose poltrone presenti nella stanza.

--Allora, Fazio, come se la passa?--gli chiese Bonfanti, prendendola alla larga.

--Non c'è male, grazie, il lavoro non manca e non mi posso certo lamentare--gli rispose lui, sincero.

--Bene, naturale, meglio così--disse il direttore, giocherellando con la penna--allora, il motivo per cui vi ho fatti venire è presto detto. Tra 15 giorni è la festa della Repubblica Federale, e tra l'altro è il trentennale. Voglio che il mio giornale spicchi su tutti gli altri con una bella intervista al Presidente per questa duplice ricorrenza. Il taglio è a sua scelta, veda lei, deve decidere se fare una rievocazione, concentrarsi sull'attualità o inserire le parole del Presidente in un articolo più ampio, di suo pugno. Mi raccomando, però--e Bonfanti guardò Fazio sopra gli occhiali--...la più assoluta trasparenza, niente domande-tranello o ambigue, il Presidente poi non è certo uno stupido--il direttore si appoggiò più comodamente allo schienale--il signor La Monica le spiegherà tutti i dettagli e, mi raccomando, se ha dei problemi mi tenga informato-.-

--Non ne dubiti signor Direttore, e grazie per la fiducia--disse Fazio, e se ne uscì, con La Monica al fianco.

Ora era lì, e non sapeva se esultare o infastidirsi per l'impegno preso. Forse era meglio fare un'intervista classica, e lasciar parlare il Presidente. Comunque ci avrebbe pensato ancora un po'.

Prese la giacca, salutò i colleghi e uscì dall'edificio

***

Il giorno dopo, mentre con l'automobile si recava al Palazzo del Governo Federale situato alla periferia Sud di Milano, aveva già le idee più chiare: avrebbe fatto delle domande al Presidente mirate a chiarire alcuni aspetti specifici del governo del Paese durante tutti quegli anni rievocando, se fosse stato necessario, gli avvenimenti accaduti, a cominciare, e questo per chi, soprattutto i giovani, non ne fosse a conoscenza, dalla "presa del potere".

Quella mattina di Aprile il tempo era splendido, il sole era moderatamente caldo e spirava un leggero vento: proprio il tempo per lui ideale.

Giunse al complesso di edifici creati a partire dal 1985 per ospitare il Governo Federale, gli Uffici della Presidenza Federale, alcuni Dipartimenti, la Radio Televisione Italiana e il Parlamento Federale, oltre a diversi altri organi politici e amministrativi. L'architettura degli edifici richiamava quella dell'EUR a Roma, con spunti più moderni e priva delle ridondanze "patriottiche" presenti nel quartiere a sud dell'ex-capitale.

Superò i rigidi controlli agli ingressi e parcheggiò l'auto negli spazi riservati ai visitatori.

Non ci volle molto per accedere agli uffici del Presidente. I controlli erano rigidi, dovette mostrare il permesso, che l'Ufficio di Presidenza aveva rilasciato al suo giornale, e il tesserino personale di giornalista, ma fu poi subito accompagnato nell'ufficio personale del Presidente.

Il Capo di Stato era seduto alla sua scrivania, quando lui venne fatto entrare. Sollevò la testa dalle carte che stava esaminando, si alzò e gli venne incontro.--Il signor Fazio, vero?...prego, si accomodi--gli disse, stringendogli la mano, e subito si risedette dietro la scrivania.

Fazio si adagiò nella comoda poltrona di fronte, di tessuto bordeaux, e cominciò un rapido esame della stanza.

La scrivania modulare, a forma di "L", era di legno di mogano, piuttosto ampia, con una cassettiera con rotelle alla destra del Presidente. Posizionato nell'angolo c'era un personal computer dell'ultima generazione e a sinistra, nella parte corta della "L" c'era la stampante. Di fronte al Presidente c'era un calendario elettronico, dotato di un orologio digitale con diverse funzioni.

Alcune carte e dossier ingombravano la scrivania, ma la loro disposizione era ordinata e faceva capire chiaramente che il Presidente era un uomo preciso e metodico, tanto più che all'altro lato della stanza c'era un tavolo dello stesso stile, molto più ingombro di carte, disposte però in modo piuttosto regolare. Spostando lo sguardo a sinistra vide un mobiletto con un televisore, un videoregistratore e un altro apparecchio, probabilmente un pannello di controllo per la ricezione delle televisioni via satellite. Appesi alle pareti c'erano alcuni quadri di buon gusto, figurativi, e un preraffaellita originale, di cui però lui non riconobbe l'autore. C'erano anche manifesti di vario tipo, incorniciati sobriamente, e tra tutti spiccava, alle spalle del Presidente, un manifesto dell'Islanda, un collage di fotografie dei punti più belli di quell'isola che, come tutti sapevano ormai, era nel cuore e nella mente di quell'uomo.

--Allora, mi dica, da dove cominciamo?--l'uomo politico distolse Fazio dalle sue considerazioni e lo riportò alla realtà.

--Signor Presidente, io pensavo di farle alcune domande specifiche, con qualche richiamo, diciamo così, di storia, più che altro per avere un'occasione in più per informare quelli che...non sono informati--Fazio fece una breve pausa--e penso che in questo paese ce ne siano ancora molti, purtroppo!--

--Certo, sono d'accordo con lei, è sempre meglio fare un po' di..."ripasso", non guasta mai--disse il Capo di Stato, e si accomodò meglio sulla poltrona.

Fazio estrasse dalla sua borsa un registratore e lo piazzò sulla scrivania, a metà strada tra lui e il suo interlocutore--Signor Presidente, sono un tipo previdente--disse--... ho portato anche le batterie di scorta, nel caso si esaurissero quelle nel registratore--e così dicendo gliele mostrò.

L'uomo al di là della scrivania sorrise, mostrando una fila di denti bianchi e regolari.

--Allora, per prima cosa le vorrei chiedere come nacque l'idea della presa del potere. So che alcuni la chiamano "rivoluzione federale", altri "rivoluzione italiana", ma che Lei, soprattutto, ha sempre parlato di "colpo di stato".--

Il Presidente si aggiustò l'ascot che portava al collo--Sì, io ho sempre parlato di colpo di stato perché è quello che è stato, sostanzialmente. E' stata un'operazione segreta, preparata per circa sette anni, a partire dal 1975, da un ristretto gruppo di persone, anche se si è realizzato, nel corso di quegli anni, un più vasto consenso che ci ha permesso di mantenerlo, il potere, dopo averlo conquistato. Una rivoluzione, come lei ben saprà, è un processo collettivo, che coinvolge ampi strati di masse popolari, anche se è sempre diretto da intellettuali, nel caso di rivoluzioni "colte", o da un gruppo di sinceri rivoluzionari, magari non colti, ma comunque determinati e con alcune idee di base molto chiare. E' il caso delle rivoluzioni contadine del Terzo Mondo. Ma comunque c'è sempre, seppur minimo, un gruppo di persone colte che sta alla base di ogni processo rivoluzionario--fece una breve pausa, e si accese una sigaretta, porgendola a Fazio, che l'accettò volentieri--Nel nostro caso, invece, si trattava di un'idea che ha cominciato a girare nelle interminabili discussioni di politica, nei bar, nei locali e nelle case, tra noi "estremisti di sinistra" delusi dalla piega degli avvenimenti nella prima metà degli anni '70 dello scorso secolo...--si interruppe, ridendo--...sto dicendo delle assurdità...siamo nel 2013, è superfluo dire "dello scorso secolo"...mah, comunque, andiamo avanti--scosse la cenere dalla sigaretta e riprese a parlare.--Stavo dicendo, dunque, che non vedevamo uno sbocco "di massa" a quella stagione incredibile nata alla fine degli anni '60, stagione incredibile ma anche velleitaria, ingenua, e per molti versi spietata, da parte di tutti...compagni, camerati, borghesi, poliziotti e gente comune. Dopo averne a lungo parlato, tra militanti di vari gruppi, decidemmo che forse era il caso di tentare invece un'altra via: più corta, per certi versi, ma comunque difficile e complessa...il colpo di stato, appunto. Considerando che non avevamo soldi, ne armi, ne protettori potenti e coperture politiche, la cosa a volte sembrava impossibile anche a noi. Ma una volta deciso che andava fatta, ci mettemmo anima e corpo a studiare "come" e quando si doveva fare. Lei saprà--disse guardando fisso negli occhi del giornalista--che molti aspetti di quell'evento non sono stati divulgati e forse non lo saranno mai, e la ragione è semplice: non ci teniamo a essere proprio noi a spiegare come si fa un colpo di stato, magari proprio a coloro che lo vorrebbero fare a nostro danno.

Fazio lo interruppe--Lei pensa che sia un pericolo reale, ora, a trent'anni di distanza, un tentativo delle opposizioni per riprendere il potere?--

Il Presidente aspirò lentamente dalla sigaretta--Il pericolo c'è sempre, anche se sembra tutto tranquillo...abbiamo molti nemici, che magari non ci pensano, ma stia pur sicuro che se noi ci indebolissimo e le condizioni fossero favorevoli, loro ci riproverebbero--fece una pausa, guardando un punto imprecisato della stanza--comunque, all'epoca, ci andò tutto bene, ci furono alcuni fatti che non andarono per il giusto verso, ma il corso degli eventi si risolse per il meglio. Per esempio, noi avevamo studiato il piano in modo che ci impadronissimo dei luoghi del potere centrale, e questo fu abbastanza facile, ma anche della periferia, che è molto importante, altrimenti si ha il potere a livello centrale, a Roma, ma il resto del Paese è fuori controllo. Ci furono alcune di queste località che, per imprevedibili inconvenienti, furono prese "prima" e altre "dopo", e il rischio era che quelle prese prima fossero subito lasciate, che le forze si disperdessero pensando che a Roma fosse andato tutto storto. Ma non fu così, tramite radio e telefoni riuscimmo a tenere tutti in contatto e a "raddrizzare" la situazione. Naturalmente, il problema era soprattutto mantenere il potere resistendo ai tentativi di reazione e contrattacco di quei reparti di polizia, esercito e carabinieri che non erano stati neutralizzati. Ci riuscimmo, tenendo come si sa in ostaggio centinaia di parlamentari, giocando sull'assoluta disorganizzazione delle Forze Armate, già leggendaria all'epoca. Qualcuno tentò di reagire, ma per fortuna non riuscì a far molto. La Polizia restò in attesa di "ordini" e i Carabinieri, che erano proprio i più pericolosi, si limitarono a pattugliare le strade di mezza Italia non sapendo cosa fare. Noi ne approfittammo subito per rinforzarci nelle nostre posizioni e, avendo naturalmente occupato tutte le più importanti emittenti radiofoniche e televisive e "oscurato" la maggioranza delle altre, provvedemmo subito a lanciare gli storici primi "messaggi alla nazione" che pietrificarono la situazione e buona parte di chi avrebbe potuto reagire. L'appello al benessere del Paese, unito al ricatto dei parlamentari prigionieri, produsse il suo effetto.--

--Ci furono delle vittime. Quante furono?--domandò Fazio.

Il Capo di Stato si grattò brevemente un lobo--Furono per l'esattezza 32, 24 tra le forze governative e 8 tra i nostri. Appena normalizzata la situazione furono svolti funerali solenni per tutti questi caduti, vennero dichiarati Martiri della Libertà, e alle famiglie furono assegnate congrue rendite. Avremmo preferito nessuna vittima, ma considerate le circostanze furono anche poche. Se si decide di usare la violenza bisogna mettere in conto un esito doloroso--.

--Come furono i primi mesi dopo il colpo?--chiese il giornalista.

--Bisogna dire--continuò il Presidente--che negli anni della preparazione avevamo stabilito dei contatti con alcune "forze" straniere, come la Repubblica Federale Jugoslava, la stessa URSS, i paesi dell'Est e diversi paesi del Medio Oriente, dell'Africa e del Sudamerica, per avere appoggio militare, in caso di attacco interno o esterno da parte dei paesi Nato e gli USA, scambi commerciali in caso di blocco, come quello degli USA e dei loro accoliti verso Cuba, in cambio di scambi commerciali preferenziali e sostegno politico. Tutto ciò fu necessario e indispensabile, e avemmo anche forniture militari e tecniche, ma noi mettemmo in chiaro subito che non saremmo stati assolutamente "satelliti" di questo e di quello, non avremmo subito alcun ricatto: la storia ci insegnava che era meglio fare patti chiari fin dall'inizio. Per quasi tutti i paesi da noi interpellati la cosa convenne: loro guadagnavano un alleato prezioso nel cuore dell'Occidente, un partner commerciale che avrebbe rinvigorito le loro economie sulla via della crisi, causata da fattori esterni ma anche dai guasti della loro burocrazie, e su questo fummo ben chiari, e per le nazioni con ideologia "socialista" la nostra vittoria avrebbe avuto un'importanza anche al loro interno, sarebbe stata una molla per rilanciare il consenso delle masse a regimi che erano sull'orlo di un collasso profondo, in questo senso. E noi saremmo riusciti a stare a galla, a rafforzare il regime senza doverci legare mani e piedi a paesi che "sopravvivevano" a loro stessi, a nostro stesso danno, come è successo per Cuba, Vietnam e vari altri--Fazio spense la sigaretta nel portacenere e disse--Signor Presidente, una volta che la situazione si stabilizzò, quali furono le vostre prime iniziative?--.

--In quella situazione dovevamo fare le mosse giuste, e per cominciare decidemmo di lasciare uscire i giornali per una settimana...a puro beneficio dei collezionisti--e qui l'uomo politico rise di gusto--, poi sospendemmo le pubblicazioni di tutta la stampa quotidiana. Lasciammo uscire i periodici, con un certo controllo preventivo sugli articoli. Naturalmente ci furono proteste. Una volta messi i nostri uomini nelle redazioni e nelle case editrici, con il titolo di "Commissari governativi per la riforma della stampa", gettammo le basi per questa riforma, di cui possiamo parlare più avanti, se Lei è d'accordo--e si fermò, aspettando la reazione di Fazio. Il giornalista rispose subito che era più che favorevole, e il Presidente riprese a parlare--Dovevamo riformare tutto, ma l'importante era mantenere il potere e il controllo della situazione. Vennero organizzate delle manifestazioni pro e contro il nuovo regime: quelle contro vennero tenute sotto controllo dalle nostre milizie, definite per il momento "Milizia popolare", con una divisa abbastanza improvvisata e non sempre uguale per tutti, e quelle a favore vennero enfatizzate, favorite e "gonfiate" da nostri uomini. Nel giro di tre o quattro mesi il favore popolare al governo aumentò e l'opposizione si sgonfiò notevolmente, anche a seguito delle misure intraprese dal governo.--

--Quali furono queste prime misure immediate?--chiese il giornalista.

--Una volta che il potere fu saldo, procedemmo a sconvolgere completamente l'apparato militare e di polizia: l'Esercito venne sciolto e immediatamente ricreato con la denominazione di "Esercito popolare italiano", che come Lei sa in seguito divenne "Esercito Federale Italiano". La Milizia Popolare si sciolse ed entrò nell'esercito, ma in seguito si riformò con altre funzioni. L'apparato militare venne sconvolto e semplificato, per diventare finalmente un organo di Difesa del Paese e di Sostegno del potere. Fu dotato in tempi brevi di tutte quelle modernizzazioni di cui aveva bisogno da tempo, in una parola fu sconfitta la Burocrazia. Finì di essere un esercito borbonico-sabaudo e diventò un esercito moderno, dinamico, vicino prima al Potere e poi al Popolo, badi bene--sottolineò rivolto a Fazio--in quest'ordine: il popolo non fu mai enfatizzato, semmai fu controllato prima ed educato poi...non ripetemmo l'errore di tutti i poteri socialisti. L'esercito fu diviso semplicemente in Forza Terrestre, Marittima ed Aerea: tutte le sotto-divisioni e "complicazioni" pre-esistenti furono semplicemente "cancellate". E questo principio uniformò, del resto, tutte la nostra azione successiva: semplificare, sburocratizzare, ammodernare, informatizzare.--.

Il Presidente si accese un'altra sigaretta, si prese una breve pausa cambiando posizione sulla poltrona.--La Polizia, la Guardia di Finanza, i Carabinieri, la Guardia Forestale e diversi altri sotto-corpi furono sciolti: tutto rientrò nell'esercito, la Milizia Popolare si riformò divenendo "Milizia Popolare Federale" e assunse, tra gli altri, i compiti di polizia e controllo del rispetto delle leggi, anche quelle ambientali, del traffico, della viabilità e del comportamento. Sempre rispettando il principio della "semplificazione", attuammo la riforma della stampa, di cui le ho accennato prima. Mentre eravamo stati contrari alla "concentrazione delle testate", ovviamente perché era a favore dei grandi gruppi economici e industriali, ora invece fummo per la riduzione delle testate, nel senso che favorimmo la concentrazione di tutti i quotidiani locali in grandi quotidiani "nazionali", con relative case editrici dotate di mezzi e finanziate dallo Stato fino alla loro autosufficienza. Gli ex-quotidiani locali rimasero come edizioni locali e supplementi legati al territorio. Così "Il Corriere della Sera" e "la Repubblica" diventarono "Il Corriere della Repubblica", "Il Giornale nuovo" e "Il Tempo" divennero "Il Giornale del Tempo", "Il Messaggero" e "Il Mattino" divennero "Il Messaggero del Mattino", e così via.--

--Mi sembra che venne soddisfatta anche l'esigenza di "salvare" i vecchi nomi dei quotidiani, più che altro per i lettori abituali--disse il giornalista.

--Si, in effetti una delle esigenze fu anche questa--rispose il Presidente, tamburellando con la penna sulla scrivania--poi, comunque, ci dedicammo alla stampa periodica. Lei sapeva, caro Fazio, che in quegli anni, tra quotidiani e periodici, a larghissima, larga e...minima tiratura esistevano circa 14000 testate?--e qui il giornalista manifestò il suo stupore--Bene. Provvedemmo a ridurne drasticamente il numero, naturalmente non sopprimendo ma, anzi, aiutando finanziariamente le nuove iniziative. Ma stabilimmo una regola: lo Stato avrebbe aiutato le nuove testate nella fase più delicata e problematica, l'inizio, appunto, ma se, entro 6 mesi per quotidiani e mensili e un anno per gli altri periodici, la vendita non si fosse attestata su un numero di copie sufficienti a garantire l'autonomia, e magari il profitto di una testata, questo avrebbe significato una cosa sola: il pubblico non gradiva e non era interessato. Quindi la testata, lasciata a se stessa, chiudeva. Tanto più che la pubblicità fu drasticamente ridotta per legge. Avrebbe potuto ritentare più avanti, con le idee più chiare o con un'azione preventiva di marketing più soddisfacente. Il pubblico sarebbe stato messo in grado di "vedere" le riviste in "tutto il territorio nazionale", fin nei paesetti più sperduti, perché le agenzie di distribuzione, vero flagello dal punto di vista dei costi e delle "scelte", furono semplicemente spazzate via. Si costituì una "Agenzia Federale di Distribuzione della Stampa", moderna ed efficiente. Caro Fazio, nel giro di 3 soli anni, il numero si ridusse a 9000, e dopo altri 3 anni il numero scese a 5000, per poi stabilizzarsi. Per quanto riguarda la pubblicità, fu fatta una riforma...definitiva. Ripulimmo l'intero territorio nazionale dello straboccante spazio che era stato concesso fino a quel momento a questa forma di "comunicazione", cioè case, palazzi, vie, strade provinciali e statali e perfino monumenti storici, e si ritornò cosi finalmente a vedere il nostro bel paesaggio, fu stabilito che ciascuna testata non poteva ricavare più del 20 per cento dei suoi introiti dalla pubblicità, e per radio e televisioni fu abbassato al 10, e stabilimmo un vero Codice di Etica Pubblicitaria che vietava le falsificazioni e le speculazioni, prima tra tutte quella sul sesso. E non certo per moralismo bigotto ma per un sano, onesto e semplicissimo buon senso...della misura. Naturalmente per le radio e le televisioni ci comportammo come per la carta stampata: ne riducemmo il numero favorendone la concentrazione. E' ovvio che, soprattutto per le radio, concedemmo prestiti iniziali più alti ma creammo nel contempo forme di abbonamento che legassero fruitori e fornitori di comunicazione. Per quanto riguarda la musica e il balletto cercammo di svecchiare tutto l'ambiente: sfavorimmo opera lirica, musica classica e balletto classico, favorimmo l'operetta, la musica contemporanea, rock e sperimentale, e il balletto moderno. Facemmo in modo di creare sempre più nuovi spazi per la creazione e per la fruizione della musica, quindi più sale prova e grandi spazi per concerti, e mettemmo ordine nel sottobosco della musica leggera e delle case editrici musicali. I nuovi talenti furono aiutati e favoriti ma all'insegna della qualità, non certo degli interessi di parte e del divismo. E per quanto riguarda il Cinema e la Televisione--e qui il Capo di Stato sottolineò con un tono più marcato di voce le sue parole--mettemmo la parola fine allo strapotere di Roma e dei romani: creammo Centri di Produzione Cinetelevisiva nelle singole Repubbliche, che attingevano risorse umane e culturali nelle proprie regioni, con particolare riguardo alle condizioni specifiche e alle tradizioni popolari. Finalmente si sentì parlare la gente, nei film e negli sceneggiati, come veramente parlava: poco italiano e molto dialetto, non più in quella strana lingua italiana "meridional-romana" che aveva imperversato fino ad allora. Lo stesso criterio fu adottato nella musica: la riscoperta vera, scientifica, sentita della nostra multiforme tradizione musicale popolare, dalla musica celtica del Nord Italia alla musica latina e araba del meridione. Con tutto quel che ne consegue sul piano culturale, storico, politico. Fu una stagione entusiasmante senza precedenti! Oltretutto, all'inizio degli anni '90 venne dagli Stati Uniti la moda della musica rap! Noi abbiamo avuto il modo di anticipare questo evento, e siccome ritenevamo tale genere il gradino più basso e volgare mai raggiunto dalla musica giovane, ne contrastammo con efficacia lo sbarco nel nostro paese con un'opera di preselezione di ogni singolo prodotto. E fu così che quel tale Lovanotti non riuscì a impadronirsi del genere diffondendo anche la stupida abitudine di indossare i berretti a visiera capovolti sulla testa, e continuò col suo sound precedente, che di là a qualche tempo abbandonò per migliorare notevolmente il suo stile, bisogna ammetterlo. Ci risparmiammo così tutta una generazione di gioventù cretina che invece afflisse per qualche tempo gli altri paesi europei. Ci comportammo nello stesso modo per quanto riguarda un'altra moda: i capelli a coda per i maschi, il cosiddetto "codino". Le assicuro che il nostro fu uno dei pochi paesi in qui questa abitudine praticamente non attecchì. Ancora riguardo alla musica, grazie alla riscoperta delle nostre radici celtiche e mediterranee, istituimmo annualmente il Festival di Musica Celtica e il Festival di Musica Mediterranea, che divennero occasioni di grande richiamo, anche internazionale. E' superfluo aggiungere che la musica napoletana ritornò ad essere quel grande esempio di musicalità intensa ed emozionante che era stata in passato, e di ciò dobbiamo ringraziare quel grande interprete che è stato Roberto Murolo, che ci fece da consulente nella nostra iniziativa. I generi allora in voga come la sceneggiata e la canzone melensa e strappalacrime in dialetto napoletano cominciarono a perdere consenso. E inoltre, lo stavo quasi dimenticando, abolimmo la pubblicità dai film trasmessi in televisione e abolimmo anche l'intervallo al cinema, che tanto serviva solo a disturbare il pubblico e a vendere pop-corn e Coca Cola. Naturalmente adottammo in tutte le sale il sistema anglosassone: non si entrava a spettacolo iniziato! Sul fronte delle videocassette, con opportuni contatti con le case produttrici di tutto il mondo favorimmo il riversamento in videocassetta di quanti più film ci fu possibile, in modo che il pubblico potesse trovare più facilmente ciò che interessava. D'altra parte unificammo il sistema del videonoleggio a livello nazionale, in modo che con la tessera magnetica Credital si potesse noleggiare da qualsiasi distributore: naturalmente la cassetta doveva essere restituita dove la si era prelevata--.

Il Presidente si rivolse al giornalista--Senta, gradisce qualcosa da bere? Io ho già la gola secca, e non mi piace bere da solo--

--Fazio, piacevolmente sorpreso dalla ospitalità del Capo dello Stato, si affrettò a rispondere affermativamente.

--Bene, allora vanno bene due "Martini" bianchi con ghiaccio?--

--Se non le sembro sfacciato, signor Presidente, io preferirei uno "Zucca" con ghiaccio e soda--rispose Fazio.

--Ci mancherebbe...un attimo solo--rispose lo statista, e telefonò per fare la richiesta.

Dopo che ebbero bevuto, conversando piacevolmente, ripresero l'intervista, non prima di concedersi una pausa ulteriore per fumarsi in tutta tranquillità una sigaretta.

--Signor Presidente--ricominciò il giornalista--quali furono le resistenze al riordino delle Forze Armate e alla riforma della stampa?--

--Le resistenze ci furono, eccome--rispose il Capo di Stato--innanzitutto Carabinieri, Polizia ed Esercito ne furono sconvolti. Tutti i vecchi apparati di potere furono spazzati via, e l'epurazione fu pesante. Ma dalla nostra parte avevamo sempre il ricatto dei parlamentari prigionieri, tenuti ovviamente in un luogo segretissimo, non--e il Presidente qui sottolineò ampiamente il concetto--come il tipo di "segreto" usato prima...il segreto di Pulcinella, per intendersi. Quando le cose che si volevano far sapere si sapevano, "chissà come" diceva qualcuno, ma i segreti veri non venivano fuori ufficialmente, come le Stragi di Stato degli anni '70 e '80, per esempio. Avemmo poi in seguito un riscontro positivo alla nostra azione: le persone rimaste in carica si accorsero dei benefici risultanti dalla nostra azione, alcune di quelle espulse si ricredettero e vollero rientrare nei ranghi, e furono quasi tutte accolte, e quelle che ne rimasero fuori passarono direttamente alla delinquenza, dove era naturale che fossero da sempre, o cessarono di fare opposizione. Rimasero alcuni gruppi di irriducibili, naturalmente, ma il loro peso non era determinante e lo fu sempre meno col passare degli anni. Oltretutto il reclutamento di nuovi elementi andò poi molto bene, dopo un naturale primo momento di difficoltà. La gente era motivata, anche economicamente: i rischi, se ci sono, vanno compensati nella giusta misura--.

--Quali furono le azioni del governo verso il Vaticano?--

--Azioni che dovevano essere prese quasi due secoli prima--rispose il Presidente, accalorandosi un poco-- se ciò fosse avvenuto, avremmo evitato danni economici, morali, sessuali, culturali rilevantissimi per intere generazioni! Dopo che la situazione si fu quasi normalizzata, e ciò nel giro di qualche mese, potemmo dedicarci appieno anche a questo problema. Ma la prima mossa ci fu subito dopo la presa del potere: utilizzammo parte delle forze militari a nostra disposizione per presidiare lo Stato Vaticano, fin dal confine, che prima non era mai neanche stato dipinto sull'asfalto. Dipingemmo questo confine, ci mettemmo una dogana, delle barriere, un posto di frontiera e diversi carri armati.--

--Addirittura dei carri armati? Non era un esagerazione?--chiese stupito il giornalista.

--Dal nostro punto di vista no di certo. Il Vaticano pretendeva di essere uno stato indipendente? E noi, per la prima volta, ci comportavamo come se lo fosse! Le migliaia di "fedeli" italiani volevano affollare la piazza per sentire le fandonie che un uomo vestito di bianco diffondeva da un alto balcone? Benissimo, non lo avremmo impedito: avremmo chiesto il passaporto dotato di visto consolare, che facemmo durare una settimana. Così, visto che il Papa parlava due volte, se andava bene ognuno poteva assistere a due comizi, perché di questo si trattava. Ma poiché per ottenere un visto ci volevano due settimane, il gioco era presto fatto. Nonostante le proteste, la folla nel giro di quattro mesi diminuì del sessanta percento. Quando poi il papa voleva fare i suoi viaggi per ficcare il naso negli affari di stati esteri, come il nostro, non era più così semplice. Oltretutto, per recarsi in altri Paesi doveva passare dal nostro, noi gli concedemmo il visto di transito col contagocce e fu così che gli passò la voglia di andarsene in giro per il mondo a imporre il suo credo a popolazioni ignoranti, culturalmente neanche in grado di ragionare.--

--Senza dubbio le resistenze ci furono, in un paese cattolico come il nostro--

--La correggo--rispose il Presidente--...in un paese "bigotto" e ipocrita come il nostro. Se gli italiani fossero stati buddisti o avessero creduto nella religione dei celti non avremmo fatto tutto ciò: la religione buddista e il credo celta sono due tra le confessioni più tolleranti mai esistite. Per i loro sacerdoti e per i fedeli ognuno è libero di credere o non credere, non tentano di convertire, anzi, con la gente più parlano e più sono felici, il loro piacere è parlare, discutere, confrontarsi, nella più assoluta libertà di giudizio. Ecco perché noi, oltre naturalmente a fare propaganda antireligiosa e anticlericale, favorimmo e promuovemmo lo studio delle religioni, di tutte le religioni, e della filosofia, e i risultati si sono visti--.

--Il papa di quegli anni, Paolo Giovanni I, aveva fatto molti viaggi in tutto il mondo--chiese Fazio--cosa fece dopo?.

--Non poté fare come prima, non glielo permettemmo, nel modo di cui ho accennato adesso--rispose il Presidente--la sua influenza calò considerevolmente, e se non fossimo arrivati noi chissà cosa sarebbe successo...i paesi "socialisti", invece di riformarsi e modernizzarsi, come poi fecero grazie, devo dirlo, anche al nostro esempio, sarebbero probabilmente caduti uno dopo l'altro--

--E il Concordato?--domandò il giornalista.

--Una delle prime cose che facemmo fu sconfessare subito il concordato fascista, in tutti i suoi aspetti. Fummo appena in tempo, perché Praxi, segretario socialista e Presidente del Consiglio all'epoca, ne aveva in mente una versione che ne lasciava inalterati i principi sostanziali, e anzi li aggravava. Lo Stato divenne per definizione aconfessionale, quindi la religione cattolica non ebbe più alcun privilegio. Le proprietà del Vaticano, tutte, vennero confiscate senza indennizzo, tutti i fondi, i finanziamenti, gli aiuti e quant'altro cessò immediatamente, e suore e preti presenti negli ospedali, in tutti gli ospedali, furono sostituiti da personale civile. E, naturalmente, sparì il crocefisso da tutte le scuole e i luoghi pubblici per legge, e l'infrazione veniva punita con sei mesi di carcere--.

--Però non vi fermaste qui. Avevate già deciso cosa fare alla morte del Papa?--.

--In realtà avevamo rimandato la decisione. Si arrivò quasi al '90, e a seguito di un dibattito interno decidemmo che avremmo inglobato d'autorità lo Stato del Vaticano nel nostro territorio: il Papato, se voleva sopravvivere, doveva trovarsi un'altra sede. Onde per cui, quando il Papa morì in seguito a un secondo attentato nel '92, questa volta all'aeroporto di Ciampino, colpito da un mini-ago avvelenato sparato probabilmente da una finta macchina fotografica, noi permettemmo i funerali previsti in questi casi. Ci fu una folla enorme, questo è vero, ma non come ci si poteva aspettare solo qualche anno prima. Non demmo però il tempo all'elezione di un altro Papa: invademmo il Vaticano con l'Esercito, che era pronto da tempo, e demmo due mesi alla gerarchia cattolica per trovarsi un'altra sede, magari in Spagna o in Portogallo. Piazzammo la bandiera federale sulla cupola di S. Pietro, e lasciammo la Basilica alle normali gerarchie vescovili di Roma. Il nuovo Papa, come sa, venne eletto poi ad Andorra, l'unico stato che gli concedette ospitalità, ma la sua influenza diminuì considerevolmente. L'Italia finalmente si era liberata di tale invadenza, e gli italiani se ne resero conto mano a mano che il tempo passò--.

Fazio scrisse alcuni appunti sul suo blocco e poi riprese:--Come vi venne in mente l'idea federalista?--

Il Presidente fece una pausa, visibilmente soddisfatto: si aspettava quella domanda, si sarebbe dispiaciuto se non gli fosse stata rivolta.

--Vede, il nostro gruppo iniziale era di comunisti, di varie tendenze, ma con esclusione assoluta di stalinisti e maoisti, e con una presenza intellettuale determinante di trotzkisti, e io ero tra quelli. I militanti e i simpatizzanti della Quarta Internazionale in Italia erano sempre stati pochi, tranne un breve periodo alla fine degli anni '60, per poi subire il tracollo totale con l'arrivo del maoismo e della sua pedissequa imitazione da parte di una pletora di gruppi e gruppetti. I trotzkisti sono sempre stati più che altro un gruppo di intellettuali, ancora di più degli "altri" comunisti. Ed era naturale che fosse così. Ma questo è un lungo discorso, ci porterebbe troppo lontano. Al di là di questo, il nucleo originario del nostro gruppo fu al Nord, e soprattutto a Milano, e comprendeva persone delle più disparate origini: settentrionali puri, figli di coppie miste, nati al Nord da genitori meridionali, immigrati dal Sud e via di questo passo. In gran parte di queste persone si era sviluppato un forte antimeridionalismo, e le parlerò molto chiaro, come ho sempre fatto: io sono figlio di un meridionale e di una settentrionale, e sostanzialmente detesto, ripeto, detesto la mentalità meridionale, e amo invece quella settentrionale, non solo, ma la mia cultura è nordica nel senso radicale del termine. Per cui per me esistono i paesi anglosassoni, quelli scandinavi, germanici, finlandesi, canadesi...quelli sono i miei punti di riferimento. Ma non mi stancherò mai a ripeterlo, non sono razzista, perché conosco la lingua italiana, ho un ottimo vocabolario e invito tutti a leggere le voci "razza" e "razzismo". Non esiste una "razza" meridionale, o "terrona", come si usava dire, come non esiste il suo contrario. Se un neonato di Catania lo scambiamo con uno di Bolzano, ed entrambi li facciamo vivere negli opposti ambienti, cresceranno e si formeranno con le stesse modalità dei loro "familiari", coetanei, amici e colleghi di lavoro. E così avremo un perfetto "polentone" altoatesino, i cui genitori però si chiamano Sciacca e Petruzzelli, e un perfetto "terrone" siculo, che non sa però che i suoi genitori si chiamavano Kurtz e Locatelli.--

--Non mi ha ancora detto come diventaste federalisti, signor Presidente--disse ridendo Fazio, sapendo che quello era uno degli argomenti preferiti del suo interlocutore

Il Presidente rise di gusto, e questa volta si accese la pipa, che aveva appena finito di preparare. Le volute di fumo azzurrino e profumato della miscela di Anphora e Amsterdamer si levarono sopra la scrivania, per poi stabilizzarsi in strati orizzontali.

--La vedo impaziente e curioso, ma lo sono anch'io, e mi fa piacere--disse il Presidente, assaporando con gusto il fumo--Vede, il nostro antimeridionalismo esigeva però, per il nostro scopo, che anche nel resto del Paese, a Roma come a Bari, ad Ancona come a Palermo, fossero tutti d'accordo a creare un paese libero, avanzato, proiettato nel futuro tenendosi ben stretto il proprio passato, le poche tradizioni ancora rimaste, la propria peculiarità "regionale". Ognuno per la propria parte, ognuno geloso della sua autonomia ma pronto a sacrificarsi e collaborare, se necessario, come lo fu, con gli "altri". E così raccogliemmo le idee del movimento autonomista lombardo, piemontese e veneto, che in quegli anni si stava formando sotto l'influenza e la guida sempre più determinante di Umberto Fossi, di cui saprà certamente tutto, le influenzammo a nostra volta, spurgandole delle idee cattoliche e liberiste che a noi, naturalmente, non andavano bene affatto, e dopo la presa del potere le organizzammo in un "corpus" unico e originale che, per la prima volta nella storia, coniugava il comunismo, accentratore e dirigista, con il federalismo, decentratore e partecipativo. Non male, per un gruppo di intellettuali clandestini, non le pare?--

Fazio rise, ma insistette:--Mi risulta difficile credere che non ci furono resistenze, se non contrapposizioni, da parte della popolazione centro-meridionale che, anche al Nord, era comunque la maggioranza--.

Il Presidente non si scompose e replicò:--Certo, questo è vero, anche tra di noi ci furono dubbi e discussioni infinite, che però avevano trovato la loro quasi completa soluzione prima del "golpe": altrimenti non saremmo riusciti ad andare avanti. Riuscimmo a far capire alla popolazione che non avremmo istigato l'odio o la faida tra le diverse componenti etniche di una nazione che, da questo punto di vista, non era mai stata unita, checché ne blaterassero gli epigoni di un Risorgimento fin troppo enfatizzato e mitizzato. Gli "italiani" non erano mai stati "fatti", bisognava ammetterlo una volta per tutte, tanto valeva porre rimedio a un errore grossolano, e operare diversamente. Bisognava costruire l'"unità degli intenti", vista l'impossibilità o, meglio, l'estrema difficoltà a realizzare l'"unità del popolo". Fu un processo travagliato, ma ebbe successo. Finalmente la coscienza del popolo si spostò dal livello "basso" del campanilismo becero, chiuso e inconcludente al livello "alto" della "unione nella diversità": ogni Regione diventò Repubblica, ogni Repubblica cominciò a insegnare nelle proprie scuole il dialetto, che diventò lingua, e la lingua italiana...corretta, naturalmente. Fu sconvolta, è ovvio, anche l'istituzione scolastica, con quel che ne consegue--.

Il giornalista sembrò abbastanza soddisfatto della risposta, e continuò:--Lei prima mi stava parlando delle resistenze nelle Forze Armate, ma non ha continuato con quelle della stampa...--.

--Ha ragione--disse il Presidente, aggrottando la fronte--...come le ho detto, iniziammo la riforma. Ma anche la televisione era importante, eccome. Per entrambe stabilimmo un codice di comportamento che scoraggiò, con adeguate multe e anche misure penali, la violazione della privacy del cittadino. I giornalisti "sciacalli", di cui avevamo sempre avuto sotto gli occhi il comportamento, scomparvero nel giro di breve tempo. Cambiarono atteggiamento o mestiere, per loro era finita. I giornali sportivi furono decimati, i quotidiani sportivi furono chiusi per sempre, e le pagine sportive nei quotidiani fu limitata per legge a sei il lunedì e a due gli altri giorni--.

--Come la prese il pubblico?--.

--Si adeguò, semplicemente. Chi leggeva "solo" quotidiani sportivi fu obbligato ad acquistare gli altri e così, per non buttare via i propri soldi, cominciò a leggere...--.

--E per la televisione?-- chiese Fazio.

--E' presto detto--ricominciò il Presidente--la Rai diventò Radio Televisione Italiana, RTI, i canali finirono di farsi concorrenza, specializzandosi. Canale Uno, attualità e cronaca nazionale, Canale Due attualità e cronaca estera, Canale Tre attualità e cronaca regionale. I programmi di intrattenimento e quelli culturali vennero realizzati da tutte le reti. Le assicuro, caro signore, che Pippo Paudo, Raffaella Barrà, Gianni Malcompagni e Mike Bonforno si cercarono un altro mestiere. E ne ho citati solo alcuni--.

Il giornalista non nascose il suo stupore:--Ma non erano nelle TV private?--chiese, guardingo. Il Capo di Stato non nascose la sua soddisfazione:--Non più, dal momento che le emittenti di Silvio Ferlusconi furono chiuse, per essere poi messe all'asta di gruppi consorziati, a livello regionale, che si impegnassero a fare programmi di qualità. Fu un successo senza precedenti. Una moltitudine di persone, aiutata dallo Stato, come per la stampa, si organizzò e fece, col tempo, cose grandi e molto interessanti--

Fazio si sporse un po' in avanti, verso la scrivania:--Ferlusconi che fine fece, allora? Cambiò qualcosa, nel costume?--

--Ci fu una ventata di novità--disse il Presidente, con malcelato compiacimento--Ferlusconi e compagnia, non più protetti a livello politico da Praxi e dai "socialisti", tentarono di reagire, ma con scarso successo, nella nuova situazione preferirono aspettare gli eventi e, nel frattempo, tornarono a fare il loro mestiere, gli imprenditori. Noi, innanzitutto, cominciammo il rinnovamento proprio dal "look". Finalmente fu detto basta ai mezzibusti con giacca e cravatta, si cominciarono a vedere ascot al collo, maglioni dolcevita, camicie aperte, tutto molto "casual classico" senza stravaganze eccessive ma senza più "divise" e colori grigi. Questo valse anche per i funzionari dello Stato, naturalmente, a tutti i livelli. Tutto ciò giovò all'"immagine pubblica" dell'Italia, anche a livello internazionale, e proiettò intorno al nostro Paese un'aura di dinamismo e gioventù. Svecchiammo tutto l'apparato statale, prepensionammo migliaia di addetti e funzionari, assumemmo personale più giovane, più disponibile alle novità e ai cambiamenti. Il che facilitò notevolmente il complesso di tutta la nostra azione. Cambiammo finalmente anche la linea editoriale e il modo di esporre le notizie. Dal momento che l'ipocrita concezione di una informazione "obiettiva" era esattamente all'opposto della realtà e della nostra concezione, lo stile divenne aggressivo, e se si doveva esprimere opinioni lo si faceva con grinta e determinazione. Certo, la prevengo, fu un'informazione "faziosa", ma oltremodo sincera. Del resto, più avanti liberalizzammo l'emittenza televisiva, e chiunque poté esprimere la propria opinione--.

--Cambiaste anche l'inno nazionale e la bandiera, a un certo punto--disse il giornalista.

--Era veramente ora. Per la bandiera avevamo alcuni progetti, e li sottoponemmo alla prima consultazione popolare dopo il colpo di stato. La consultazione non era vincolante, ma confermò le nostre scelte. L'affluenza alle urne fu del 60%, e a maggioranza venne adottata la bandiera attuale: croce bianca a “x” al centro e triangoli alternati rossi e verdi. Il tricolore era salvo, ma in una luce nuova e facendola finita per sempre con quelle tre orrende bande verticali della vecchia bandiera. L'inno nazionale fu sottoposto solo a un sondaggio, ma prima bandimmo un concorso tra musicisti per trovare qualche idea originale. Risposero in tanti, prova che la fantasia e l'iniziativa creativa degli italiani aveva ricominciato a pulsare. Fu adottato un nuovo motivo, abbastanza svelto e nello stesso tempo solenne quanto bastava, e il successo che ha riscontrato ha dimostrato che avevamo scelto bene. L'Inno di Mameli fu accantonato, e bisogna dire che fu dimenticato abbastanza in fretta--il Presidente fece una pausa e disse, quasi ripetendolo a se stesso--...uno dei peggiori inni nazionali di tutti i tempi!--

Il giornalista sembrava sempre più interessato alle parole del Presidente, e chiese subito:--Come proseguì il rinnovamento delle istituzioni pubbliche?--

Il suo interlocutore cominciò a giocherellare con un righello:--Avemmo molto da fare. Dovunque dirigessimo la nostra attenzione trovavamo Burocrazia, Interessi corporativi e ... Vecchio--.

Fazio rimase stupito:--Vecchio? Cosa intende?--

--Per Vecchio intendo tutto quello che è ancorato alla tradizione, al conformismo, ai modi di agire e di pensare immobili da decenni, caratteristiche di tutti gli Stati che non stanno al passo coi tempi. Ma attenzione--e guardò accigliato il giornalista--non per essere moderni a tutti i costi. Non tutto ciò che è moderno è positivo! Tornando a quel che mi preme sottolineare, le dirò che occorreva prendere di petto quei tre Nemici di cui le ho detto prima, e sconfiggerli senza ripensamenti. Se lasciavamo loro solo un po' di spazio, lentamente avrebbero riconquistato terreno. La Burocrazia fu sconfitta con l'ammodernamento di tutto l'apparato, abolendo uffici inutili, creandone di nuovi con compiti anche mai affrontati prima e, tra l'altro, rivoluzionammo completamente i vecchi Ministeri, diminuendone il numero e accorpandoli tra loro. Li chiamammo Dipartimenti: Interno, che si occupò di ordine pubblico e difesa interna, Estero, che si occupò di tutto, e dico tutto, quello che aveva a che fare coi rapporti con gli altri Paesi, Cultura, con interessi dall'Istruzione Pubblica allo Spettacolo, Industria, Agricoltura, intendendo anche l'allevamento, Servizi, che si occupò di tutto ciò che necessitava per il funzionamento dello Stato, Comunicazione, accorpando le Poste e Telecomunicazioni e i Lavori Pubblici, Economia, accorpando Tesoro, Bilancio, Economia, Finanze e quant'altro prima era separato, e Militare, che si interessò della difesa del Paese. Tra l'altro, le società delle telecomunicazioni preesistenti vennero fuse in una nuova società, Italcom, che venne rinnovata tecnicamente, informatizzata, e che si occupò di ammodernare l'intero settore delle telecomunicazioni, informatizzando tutte le reti--

--E gli altri ...ministeri?--chiese Fazio.

--Alcuni rimasero, per poi essere aboliti, altri ricomparvero: per un po' si sperimentò, del resto il compito che ci eravamo assunti era immane, ed era logico che si andasse avanti anche per tentativi, con ripensamenti, cambi di rotta, accelerazioni e frenate. Il Ministero della Giustizia, per esempio, fu prima abolito...eravamo inviperiti con quel vecchio baraccone di burocrati, toghe di ermellino, vecchiume, odore di muffa, scartoffie e lungaggini degne di un paese medievale--il Presidente, mentre pronunciava queste parole, lasciava trasparire tutto il suo sdegno: il volto accigliato, i lineamenti contratti, il tono di voce più elevato del solito.--Quel carrozzone divenne poi definitivamente Dipartimento Sociale, e fu irriconoscibile: le toghe e i paludamenti scomparvero per sempre, l'Informatica vi entrò come un tornado, la burocrazia conseguì qui la sua più pesante sconfitta, ritengo, e anche la Legge, proprio quella con la "l" maiuscola, tornò sempre più velocemente a essere veramente "eguale per tutti"...tranne per quelli che non se l'erano mai meritata--l'intervistato sottolineò ampiamente con grandi gesti quanto aveva appena detto.

--Furono rivoluzionate anche le leggi, naturalmente--

--Rivoluzionate e semplificate. Procedemmo alla revisione e alla riforma del Codice Civile e del Codice penale, nonché di tutte le leggi. Snellimmo tutto, i richiami agli aggiornamenti successivi furono aboliti e integrammo tutto in un corpo unico. Per non parlare del linguaggio...pesante, logorroico, complicato, di chiara derivazione meridionale e borbonica. Finalmente parole chiare e semplici che spiegavano la realtà--.

--Lei prima ha detto che le Regioni divennero Repubbliche: mi vuole spiegare meglio? Mi risulta difficile immaginare Lombardia e Molise con confini, dogane e via dicendo, visto che ora non mi sembra proprio così--.

Il Presidente, evidentemente, si aspettava un po' di incredulità da parte di un cittadino così giovane:--Capisco la sua meraviglia, e le spiego subito. Ci rendemmo immediatamente conto che sarebbe stato ridicolo dividere l'Italia in questo modo, anche perché erano proprio i detrattori del federalismo che puntavano su questa immagine per la loro azione di disinformazione e di discredito, in corso con successo da vari anni, con la comparsa dei movimenti autonomisti del Nord. Infatti, come le ho già detto, fu una fortuna che arrivassimo noi, poiché i movimenti dei tardi anni '70 poi confluiti nel federalismo di Fossi avevano preso una piega che non avrebbe portato a grandi cose, se non nel Nord, tra mille contraddizioni, per poi, probabilmente, finire in farsa, magari alleandosi con le destre. Noi prendemmo quello che c'era di buono, come le ho già accennato, e lo rilanciammo alla grande. Le regioni divennero repubbliche, è vero, i confini vennero segnalati più vistosamente, certamente, ma non ci furono dogane o posti di confine nel senso stretto. Le merci continuarono a circolare liberamente, così come le persone, tanto più che c'era comunque un forte Governo Federale che uniformava su tutto il territorio la legislazione. Comparvero le bandiere, finalmente, le bandiere regionali e di tutte le minoranze etniche...se non ce n'erano di univoche vennero adottate quelle più significative. Le minoranze vennero non solo tutelate, ma acquistarono quella dignità che finora era stata calpestata dallo Stato borbonico-sabaudo. La Provenza, ad esempio, acquistò l'autonomia che non aveva mai avuto ma noi, naturalmente, favorimmo la riscoperta della lingua provenzale scoraggiando nel contempo l'uso del francese. E questo lo facemmo in tutte le zone di confine: volemmo ridare dignità alle popolazioni locali, senza cedere un millimetro alle etnie straniere, però! E su questo le garantisco che fummo determinati e irremovibili. Anche altre zone del Paese divennero repubbliche, la Valle d'Aosta venne sciolta nella più ampia Repubblica di Savoia, ad est nacque la Repubblica di Carnia, e così via. Le nuove regioni, diventate repubbliche, alla fine furono 32--.

Fazio colse al volo l'occasione:--E per l'Alto Adige, come vi comportaste? Era una delle regioni più "calde", da questo punto di vista--.

Il Presidente sorrise:--Me l'aspettavo, questa domanda. Il fascismo prima e i governi democristiani poi avevano compiuto uno sfacelo! Il fascismo aveva mandato ondate di meridionali per "italianizzare" il Sud Tirolo, come veniva chiamato dagli austriaci, e si può facilmente immaginare come la presero gli abitanti di quella regione, che si sentivano tedeschi e ne avevano la mentalità, questo è certo. Finì quasi in guerra civile, negli anni '50, '60, '70, con bombe, attentati, movimenti autonomisti nelle parole ma filo-austriaci nei fatti. Dall'altra parte, invece, il "patriottismo" e l'"irredentismo" fecero il gioco dei fascisti, che li avevano alimentati e che ne traevano nel contempo sostegno...come un serpente che si morde la coda. Nella provincia di Bolzano maggioranza austriaca e minoranza italiana, e nella provincia di Trento esattamente il contrario, questa fu la situazione che trovammo. I turisti italiani che entravano nella provincia di Bolzano avevano la netta sensazione di passare il confine di Stato. Del resto bisogna comprendere tutto ciò: gli "italiani" del luogo non davano certo l'immagine migliore di se, e lo si vedeva già da come apparivano le zone "italiane": sporche e disordinate, come il resto del Paese, e la situazione peggiorava mano a mano che si scendeva per lo "stivale"--.

--Una situazione piuttosto grave, allora--disse il giornalista.

--Certo, era grave, anche se naturalmente molti, nella loro beata ignoranza e insipienza, neanche se ne accorgevano...per loro era la "normalità". Noi cercammo di riparare, ponendo ordine, naturalmente, come nel resto d'Italia, e poi incoraggiando il ritorno ai luoghi d'origine degli immigrati interni...come facemmo, del resto, in tutto il Paese. Ma l'incoraggiamento divenne positivo, perché nel frattempo creammo le condizioni per un effettivo "sviluppo" del meridione. Esattamente il contrario di quello che era stato fatto fino ad allora! Insieme a questa azione, che avrebbe fatto diventare ancora più maggioranza l'etnia austriaca, favorimmo il rientro delle popolazioni locali che erano emigrate altrove, per formare, o riformare, una etnia "tirolese" con parlata dialettale di ceppo italiano, indipendente culturalmente sia dal centralismo "italiano", cioè "meridional-borbonico", sia dal centralismo "austriaco", cioè "settentrional-asburgico"...e mi consenta l'uso di siffatta terminologia che, ne convengo, può apparire piuttosto strana...--lo statista guardò Fazio, prevenendo un'eventuale obiezione già sentita da altri prima di lui. Il giornalista fece un gesto come per confermare quello che il suo interlocutore aveva immaginato, e poi disse:--La Vostra azione ebbe allora successo, come mi sembra di capire, o ci furono problemi?--.

--Naturale che ci furono problemi, del resto era inevitabile. E poi, mi dica, che gusto ci sarebbe stato se tutto fosse filato via liscio? Gli strati più retrivi della popolazione osteggiarono il cambiamento, era ovvio, come in tutte le situazioni in cui si modifica uno "status-quo" radicato nel tempo. Ancora adesso c'è qualche problema, ma tutto sommato l'operazione, che richiedeva del tempo e ne ha avuto, per fortuna, è proseguita con successo. Anche perché poté confidare nell'appoggio, sempre maggiore, che riscosse tra i giovani, che non ne potevano veramente più delle contrapposizioni sterili dei loro padri. Del resto fummo aiutati anche, e ci tengo a dirlo, da persone eccezionali come Reinhold Medner, il famoso alpinista, che in quegli anni si fece portavoce di chi, e non erano pochi, non si riconosceva in alcuna delle due parti ma rivendicava l'appartenenza a una insospettabile etnia "tirolese", come appunto le ho già detto prima. Questo ci fu di grande aiuto, tanto che, in seguito, Medner divenne Presidente della Repubblica del Tirolo, e non fece rimpiangere a nessuno questa scelta, che all'inizio imposta da noi venne ratificata poi da un referendum consultivo--.

Il giornalista, a questo punto, sembrò prendere fiato per una domanda fondamentale--Signor Presidente, come vi comportaste nei confronti dell'economia di mercato? In una parola, la proprietà privata, per voi, era ancora un furto?--

L'interlocutore rimase un attimo in silenzio, riaccese la pipa, guardò il solito punto imprecisato di fronte a lui e poi, lentamente, parlò--Le risponderò così. Per noi, allora come oggi, la proprietà privata è ancora, in senso lato, un furto. Ma trent'anni fa ci rendemmo conto che non saremmo durati molto, malgrado gli appoggi che ci eravamo garantiti, se avessimo voluto riproporre tout-court uno dei modelli marxisti che nel frattempo erano stati sperimentati nei paesi del cosiddetto "socialismo reale". Ed eravamo convinti anche che, in sé e per sé, la proprietà privata poteva non essere un furto se si coniugava a concetti di eguaglianza e pari opportunità. Mi spiego meglio: per noi non poteva creare scandalo che si fosse proprietari di una casa, di un terreno non eccezionalmente vasto, di una o più automobili, delle proprie cose personali come i mobili, gli oggetti e quant'altro, anche di attività, del resto, purché questo fosse condiviso il più possibile dalla stragrande maggioranza della popolazione. Lo scandalo era invece che l'80 per cento dei mezzi di produzione del paese fosse concentrato nel 10 per cento scarso della popolazione. Lo scandalo era che ci fossero milioni di cittadini che vivevano ai limiti della sussistenza, in quartieri-dormitorio degni di un paese sottosviluppato, in condizioni igieniche, lavorative e culturali assolutamente inaccettabili e che invece poche migliaia di persone vivessero nel lusso più sfrenato, in ville con decine di ettari di parchi e giardini a disposizione di poche persone, con la possibilità, del resto molto spesso ignorata, di avere una cultura medio-alta, di avere spalancate dinanzi a se numerose prospettive di lavoro e spesso di non-lavoro, cioè di vera e propria rendita, e via dicendo. Ciò era per noi assolutamente inaccettabile. Quindi il nostro impegno fu rivolto, prima di tutto, a un'opera di redistribuzione della ricchezza: i grandi capitali furono sequestrati, per poi essere reinvestiti prima in opere sociali e poi in produzione di nuova ricchezza, questa volta per la gente, per tutta la gente. Ma era importante anche colpire dove nessuno, in precedenza, aveva mai colpito veramente: l'evasione fiscale. Nei primi anni '80 si calcolava che l'evasione fiscale, di persone fisiche e aziende, ammontasse a circa 200000 miliardi l'anno, cioè il bilancio dello Stato, che era in deficit da diversi lustri proprio con quell'entità, e più passava il tempo più era peggio! Allora abolimmo la denuncia dei redditi volontaria: ci pensammo noi a verificare le entrate di avvocati, notai, medici, professionisti, aziende e di tutti coloro che avevano approfittato della connivenza interessata degli organi preposti al loro controllo. Tutto ciò che comportava movimento di denaro e merci dovette essere certificato e denunciato, il segreto bancario venne abolito, il fisco poté fare, finalmente, tutti gli accertamenti necessari, senza tutti gli impedimenti legali che avevano, in gran parte, bloccato la sua azione. Già con questo sistema dopo pochi anni il bilancio dello Stato tornò in attivo, perché pochi erano riusciti a sottrarsi al nostro controllo. Naturalmente le frontiere svolsero un ruolo essenziale, e anche i confini, anche quelli più impervi, furono sottoposti a un controllo costante ed efficace, come mai lo era stato. Ben poco riuscì a passare, perché è vero, ci fu una vera e propria fuga all'estero, ma quasi sempre senza esito. Anche le coste e i mari furono posti in stato d'assedio, la Forza Marittima fu potenziata e svolse un valido lavoro di sorveglianza e controllo, molte furono le imbarcazioni fermate mentre tentavano di portar via di tutto: dal denaro liquido ai titoli di stato, dall'oro alle opere d'arte. Ma quello che Lei mi ha chiesto, caro Fazio, è anche altro: come fu organizzata la vita economica del Paese. Le rispondo che all'inizio chiudemmo perfino la Borsa: non potevamo permettere che centinaia di aziende andassero in fallimento perché il mercato subiva il terrore della "rivoluzione". Anche la Borsa, lo dico senza problemi, per quanto ci riguardava poteva rimanere chiusa per sempre, tanto ci era assolutamente antipatico lo stesso concetto della sua esistenza. E comunque, quando la riaprimmo, fu con uno spirito completamente diverso, e in ogni caso al riparo di speculatori interni ed esteri. Quasi subito facemmo partire la lira pesante, e solo per problemi pratici: ormai i conti si facevano con una fila lunghissima di zeri, e non era più possibile andare avanti così. Il cambio di conversione fu di 1 a 1000, e la Zecca iniziò a lavorare a pieno regime per le nuove banconote e le monete, che vennero coniate anche con il materiale di recupero delle vecchie, che ritirammo man mano dalla circolazione, come era stato fatto in casi precedenti. La gente, come è comprensibile, ebbe qualche problema con i conti ma presto si accorse dei benefici pratici della cosa. Per quanto riguarda le aziende, favorimmo lo sviluppo delle cooperative, che divennero la forma societaria principale, ma lasciammo le società in nome collettivo, le società per azioni e le società a responsabilità limitata. Le ditte individuali assunsero la nuova forma di Imprese Individuali, e acquistarono pari dignità con le altre. La contabilità venne semplificata al massimo, e gli obblighi di legge vennero ridotti al minimo. Naturalmente noi favorimmo le Società Cooperative e scoraggiammo quelle per azioni, tant'è vero che attualmente, sul totale di tutte le imprese esistenti, il 50 per cento circa è di Imprese Individuali, il 25 per cento è di Società Cooperative, il 17 di Società per Azioni e il 13 di Società a Responsabilità, di fatto responsabilità limitata: tutte le altre le abolimmo--.

Fazio fece per fare un'altra domanda, ma il suo interlocutore lo fermò con un gesto--Mi scusi--disse--mi è venuto in mente un dettaglio tecnico: lei sapeva che sugli elenchi telefonici di allora era spesso difficile trovare, da parte della gente, ristoranti, pizzerie, alberghi e agenzie varie col nome a tutti conosciuto? Questo succedeva perché veniva inserito il nome della società o della persona che gestiva l'attività. Noi dettammo delle precise regole al riguardo: sugli elenchi doveva essere inserito il nome preciso del negozio, o del ristorante, o del marchio, seguito, se richiesto, dal nome della società o dell'impresa individuale. E finalmente gli elenchi divennero chiari ed esaurienti. Del resto di lì a poco, con la diffusione dell'informatica, le guide telefoniche vennero sostituite dagli elenchi telematici, consultabili via modem--.

--La ringrazio, signor Presidente--rispose il giornalista, piuttosto sorpreso--questo particolare mi era del tutto sconosciuto--.Fazio si grattò il mento, perplesso, e poi sembrò decidersi--Ancora non mi è chiaro, signor Presidente, come poté l'industria e la finanza digerire uno sconvolgimento tale--.

--Non aveva altra scelta! Gli imprenditori e i finanzieri a cui avevamo confiscato tutti gli averi non potevano espatriare, senza soldi! E siccome non riuscirono comunque a farlo, dovettero scendere a patti: noi avremmo affidato solo ad alcuni, quelli effettivamente capaci, per intenderci, la guida delle "loro" aziende, avremmo dato la possibilità di un certo agio economico, naturalmente niente a che vedere col precedente tenore di vita, e per contropartita si impegnavano, pena la definitiva esclusione dalla vita economica e anche la galera, a rispettare le leggi del nuovo Stato. Le assicuro che si adeguarono in fretta alla nuova situazione, dimostrando così nei fatti la fama di pragmatismo e adattamento di cui erano giustamente famosi.--

--E la criminalità? La mafia, la droga, la corruzione, la prostituzione? Come vi comportaste?--chiese il giornalista, sempre più affascinato dal racconto dell'illustre personaggio.

Il Presidente, questa volta, prese un piccolo sigaro da un cofanetto e lo offrì al giornalista:--Ne provi uno, non sono di quelli forti e dal cattivo odore--disse a Fazio, porgendogli il contenitore. Il giornalista si fece convincere di nuovo e ne prese uno. Dopo che l'ebbe acceso, aspirando con calma e gustandone il sapore, disse, passandosi la lingua sulle labbra--E' vero, non è tanto forte, e poi non brucia subito la lingua come gli altri!--Il Presidente sorrise compiaciuto--Li ho scoperti quasi per caso, a Monaco: io non fumavo sigari perché ero prevenuto...sa, quei sigari terribili, i "toscani" e anche gli Avana...troppo forti per me. A Monaco, all'Oktoberfest, la famosa festa della birra di Monaco, li vendevano tra i tavoli. Ne provai uno e da allora, ogni tanto ,li alterno alle sigarette e alla pipa--.

--La ringrazio tantissimo, signor Presidente, per l'ennesima volta--disse Fazio--questa è un'altra cosa che Le devo...e che d'ora in poi utilizzerò--.

Dall'altra parte della scrivania il Presidente riprese il discorso, visibilmente compiaciuto--come stavo per dirle, allora...ah sì, mi scusi: criminalità e mafia erano interconnesse, anche se non erano la stessa cosa, naturalmente, e interessavano anche gli altri aspetti che ha citato. Se il livello di vita si alzava, si riduceva nel contempo anche la "giustificazione" principe di tutto ciò: la povertà. E l'emarginazione, la mancanza di prospettive, di sostegno. Man mano che le giustificazioni diminuivano di importanza, cosa rimaneva? Il desiderio di ottenere la ricchezza attraverso "scorciatoie" che implicassero meno fatica fisica, meno lavoro: la criminalità, appunto. Una volta vagliata attentamente la singola situazione, e stabilito per ogni persona che proprio di questo si trattava, non rimaneva che una sola strada: la repressione. La gente capisce solo le maniere forti, mi creda. Non si stupisca che a dire questo sia un vecchio comunista, o post-comunista, come preferisce: l'ordine comunista si reggeva fin dove poteva sul consenso, il più ampio possibile, poi rimaneva la repressione. In tutta Italia, ma soprattutto in meridione, mandammo la milizia e l'esercito, senza problemi di autorizzazioni parlamentari o quant'altro. Fu una guerra: non c'era altro termine per definirla. Spezzammo la rete di connivenze e complicità, disfacemmo intere famiglie, mandammo centinaia di persone ai lavori forzati nei posti più scomodi. Usammo il pugno di ferro e i processi furono per direttissima. A volte sbagliammo, perché i pentiti facevano anche opera di depistaggio e delazione, accusando persone innocenti. Quando ci accorgevamo dell'errore, liberavamo immediatamente le persone che avevano sofferto per causa nostra e assegnavamo alle loro famiglie una degna somma di risarcimento, con la quale ricostruirsi la vita. Ma per i colpevoli ci fu la galera, più o meno lunga, naturalmente: e non ci furono più scarcerazioni facili, condoni, sconti e via dicendo: erano stati condannati a dieci anni per rapina a mano armata? Li facevano tutti. Erano colpevoli di omicidio? Non demmo loro l'ergastolo, poiché non eravamo d'accordo con questo tipo di pena, ma vent'anni non li toglieva loro nessuno! Nei casi più gravi ed efferati ripristinammo la pena di morte. Ma in questi casi ammettemmo un secondo processo di appello. Per i colpevoli delle stragi degli anni '70 non ci fu pietà, man mano che i processi venivano riaperti e i colpevoli trovati: pena di morte. Così come per i poliziotti assassini che avevano "suicidato" l'anarchico Rinelli, all'indomani della strage di piazza Fontana a Milano, per Treda e Lentura, gli organizzatori di quella strage, e per tutti gli altri. Non potevamo avere pietà, per quel tipo di reato. Anche per alcuni efferati assassini delle Brigate Rosse ci comportammo nello stesso modo, anche se molti di noi pensavano che spesso le persone da eliminare veramente, come Fontanelli, il bieco direttore de "Il quotidiano nuovo", erano solo state ferite, accrescendo così la loro fama e la loro protervia. Comunque--continuò il Presidente, gustandosi l'aroma del sigaro--il tutto diede i suoi frutti. In cinque anni l'indice generale di criminalità scese del 40 per cento, e quello specifico della mafia addirittura del 60. Svuotammo le carceri di tutti coloro che ci stavano a marcire per reati tutto sommato irrilevanti: dovevamo fare posto agli altri, che meritavano ben di pi— la galera! Anche la droga, una delle fonti principali di arricchimento della mafia, venne molto ridimensionata: fu lo Stato a favorire lo sviluppo delle Comunità di recupero, come quella di Tuccioli, che anche se era di destra svolgeva un buon lavoro. Anzi, concedemmo finanziamenti a quanti volevano cimentarsi con questa attività, perché dovevamo contrastare il predominio dei cattolici, che avevano avuto mano libera a causa della latitanza dello Stato, e anche della sinistra, che si era lasciata stoltamente sfuggire un vasto serbatoio non solo di voti, ma di consenso e di conferma, anche, che la solidarietà non voleva dire automaticamente religione!--.

Il presidente fece una pausa, spegnendo il sigaro e riponendolo su un vassoietto d'argento, per essere riacceso più tardi.--Caro Fazio, per quanto riguarda la prostituzione facemmo di meglio: riaprimmo i bordelli. Lei dirà senz'altro "ma come, una simile offesa per la donna, addirittura istituzionalizzata da uno Stato di Sinistra, che vergogna"...niente di più errato, mi creda. L'offesa era ed è, semmai, per l'uomo, che è sempre stato, e in questa società a maggior ragione, ridotto così male da dover ricorrere al sesso mercenario per avere qualcosa che non trovava nella sua compagna, spesso più repressa di lui, o nelle altre donne che, come il loro ruolo suggerisce, si concedono solo quando fa loro comodo. Ed è sempre stato così, premesso che il comportamento dei due sessi è così distante da far pensare non di trovarsi di fronte a due generi di una stessa specie, ma a due specie diverse, ad abitanti di pianeti diversi! Lei cosa ne dice?--concluse, prendendo il giornalista alla sprovvista.

Fazio si agitò sulla poltrona--Beh, sì, in effetti condivido parecchio di quello che ha detto ma...come andò a finire?--.

Il Presidente sembrava compiaciuto dello scompiglio provocato nel suo interlocutore--Come andò a cominciare, vorrà dire: istituimmo delle Case di Comunicazione in tutto il paese. In queste case, dotate di tutti i comfort e di assistenza medica e psicologica adeguata, tutti, soprattutto i giovani, potevano recarsi per fare l'amore, visto che il problema più frequente nelle giovani coppie era proprio quello di non sapere "dove" farlo. E poi le donne che volevano mettere il loro corpo a disposizione, e oramai più per "vocazione" che per bisogno, visto l'innalzarsi del tenore di vita, potevano farlo, nella maniera migliore possibile. Anche gli uomini potevano farlo, ma la percentuale sul totale, lascio a lei immaginare i motivi, fu alquanto più modesta--disse ridendo di gusto.

Il giornalista, continuando a fumare con piacere il sottile sigaro, consultò il blocco dei suoi appunti:--Nel '93 ci fu la Riforma dell'Aggregazione, come fu definita all'epoca: da allora non esiste più il concetto di Famiglia, e non esiste più il Matrimonio. Mi può spiegare come nacque tutto ciò, e le consuete reazioni allo smantellamento di quello che la cultura cattolica definiva il "pilastro della nostra Società"?--. Fazio si mise in una posizione arretrata sulla poltrona, quasi aspettandosi che il Presidente scattasse in avanti, travolgendolo.

Il Capo di Stato sembrò, in effetti, di nuovo galvanizzato dalla domanda postagli, e si protese sulla scrivania:--Lei ha colto nel segno, mio caro! Questa non se l'aspettavano davvero, ma avevamo atteso anche dieci anni...c'erano cose più importanti da fare, prima. In effetti fu un colpo basso, lo ammetto: per un paese come il nostro, bigotto, tradizionalista a parole, ipocrita, convenzionale...non se l'aspettavano proprio, ripeto. A un certo punto, a cose fatte, demmo l'annuncio, su tutti i mezzi di comunicazione: la Famiglia non c'era più, e nemmeno il Matrimonio.

Se l'immagina? Una bomba, glielo assicuro! Comunque spiegammo tutto per mesi, in giro per l'Italia, un esercito di esperti, giuristi, psicologi, con conferenze, dibattiti, comizi...accettammo anche molti suggerimenti, del resto, come avevamo fatto e continuiamo a fare per tutto, lei lo sa bene. In breve: la Famiglia, nel senso di una entità rigidamente codificata, Padre, Madre e Figli, diritti e doveri, così come l'avevamo sempre conosciuta, sparì. Ma non nel senso che divenne illegale ogni famiglia, presente o futura, ma semplicemente che non rientrava più nell'ordinamento della società, che su quel modello si ispirava e si basava. Chiunque poteva mettersi insieme ad altre persone, senza alcuna limitazione, e creare, diciamo così, "nuclei abitativi", che potevano liberamente formarsi, disfarsi, ampliarsi e ridursi senza alcun divieto, con l'unico obbligo di registrazione. Nel senso che, come lei ben sa perché da anni è diventata la nostra vita normale e ormai radicata e accettata, se io, Tazio Semproni, esco dalla mia "famiglia" di origine e vado ad abitare da solo in un appartamento in Via Caio 22 a Bologna, mi registrerò alla Comune di Bologna come Tazio Semproni, Nucleo Abitativo Singolo, Via Caio 22 Bologna. Incontro un amico, Erminio Ernesti, e di comune accordo decidiamo di abitare insieme: diverremo entrambi abitanti allo stesso indirizzo, Nucleo Abitativo Multiplo. Se uno dei due se ne va, semplice, quello rimasto ridiventa Nucleo Abitativo Singolo. Ne viene un altro, e poi un'amica? Si formerà di nuovo un Nucleo Abitativo Multiplo. Ognuno dei componenti avrà lo stesso indirizzo, con quella dicitura, e gli Uffici di Anagrafe delle Comuni, costantemente informati di tutte le variazioni, produrranno a richiesta, e come lei sa anche per via modem e fax, per chi ce li ha, e ormai sono moltissimi, Certificati Abitativi con questi dati, appunto: Nome dei componenti, indirizzo e scritta relativa: Nucleo Abitativo Multiplo. E questo anche nel caso di conviventi "figli": se i genitori vorranno farlo potranno chiedere alla Comune di prendere atto che Erminio Ernesti e Tiziana Poloni sono in Rapporto di Relazione, cioè "marito e moglie", e hanno due figli che riconoscono come propri, Stefania e Umberto. Sempre se vogliono, possono "sposarsi" celebrando non più un matrimonio ma una "Unione", con tanto di cerimonia, pranzo, corteo e quant'altro, anche dopo che sono nati i figli, senza alcun problema. Se non vogliono "unirsi" ufficialmente e hanno dei figli lo possono fare: i figli, come tutti, non saranno più obbligati ad avere un Cognome, avranno un nome soltanto, da adulti potranno anche cambiarlo di loro spontanea volontà e se vogliono un cognome potranno adottare quelli dei genitori, indifferentemente, o inventarselo completamente nuovo: il tutto liberamente, purché venga registrato e risulti agli atti. Questa è l'unica condizione. Ma lei queste cose le sa benissimo, sono in vigore da molti anni ormai, no?--.

Fazio rispose subito--Certamente, Signor Presidente, ma alle giovani generazioni bisogna pur spiegare che prima era molto diverso, e che i loro "genitori" hanno vissuto la cosa un po' più "difficilmente"...perché così mi risulta!--.

Dietro la scrivania l'uomo sembrò considerare la cosa più attentamente--Si, ha ragione...in effetti ci fu parecchio trambusto, all'epoca. Capirà, come le dicevo prima, le abitudini secolari di questo popolo di mammoni vennero sconvolte. Ma tutto fu poi abbastanza "soft": l'obbligo imprescindibile era quello di registrare tutte le variazioni, e ci fu anche chi protestò perché si sentivano "menomati nella loro libertà"! Non li prendemmo molto sul serio, li lasciammo fare. La gente è strana, sa: ha paura della libertà, sostanzialmente, quando questa libertà viene loro concessa con l'unico obbligo, neanche poi tanto tassativo, di comunicare la realtà di fatto loro si spaventano, non sono più obbligati, non sono più costretti a mettersi la "fede" al dito e si sentono persi! Ma con il tempo e l'esperienza, tutto si aggiustò, o quasi: in privato volevano chiamarsi ancora marito e moglie? Potevano farlo, ufficialmente erano "Uniti". Volevano celebrare il "matrimonio" nel Palazzo della Comune, con sfarzo, eleganza, musica e tutto il resto? Potevano farlo, pagando proporzionalmente allo sfarzo richiesto una quota alla Comune, spendendo molto meno di prima, naturalmente, e sapendo che era un'"Unione", unica forma ammessa, e non un "matrimonio". Volevano "sposarsi" in chiesa? Potevano farlo, senza alcun effetto giuridico, a loro completo carico e in ogni caso dovevano "unirsi" comunque in Comune. La "moglie" voleva farsi chiamare col cognome del "marito"? Poteva farlo solo per "sfizio", ufficialmente era solo "convivente", manteneva il suo precedente cognome se non ne voleva un altro o se non preferiva rimanere col solo nome, ed era "unita" al convivente, non "sposata". E del resto--aggiunse il Presidente sottolineando ampiamente con lo sguardo le sue parole--dal momento che non esisteva più la vecchia "morale", con la distinzione ipocrita e maligna tra i sessi, le coppie "omosessuali" vennero perfettamente equiparate a quelle "eterosessuali", omosessuali maschi e femmine potevano "unirsi" con tutti i crismi della legge e adottare figli o riconoscere quelli esistenti senza più impedimenti. I transessuali potevano tranquillamente cambiare sesso, con tutta l'assistenza medica e psicologica prima ferocemente negata, o rimanere anche in uno stato precedentemente considerato "ibrido", che poteva, a richiesta dell'interessato, anche essere trascritto sul Documento di Identità: invece di Maschio o Femmina sarebbe stato scritto Erma, semplicemente, con riferimento alla parola "ermafrodito". Ed era, ripeto, facoltativo--.

Il Capo di Stato appoggiò completamente la schiena alla poltrona, adesso: era raggiante, soddisfatto. Quella era una della cose della "Rivoluzione Italiana" di cui si sentiva più fiero: finalmente, piazza pulita!

--La gente, in definitiva, come la prese?--chiese Fazio.

Il Presidente si rilassò, guardò il preraffaellita sulla parete, e si mise a disegnare su un foglio di carta--Beh, come ci si poteva aspettare, per un bel po' di tempo la gente continuò a sposarsi in chiesa, chiamarsi marito e moglie e via dicendo. Ci fu anche molta ironia sulla riforma da noi intrapresa, ma col tempo, circa cinque anni, i nuovi concetti cominciarono a penetrare nella coscienza pubblica, soprattutto grazie alle nuove generazioni. Le Case di Comunicazione, soprattutto, all'inizio ebbero molto successo tra gli uomini dai 35 anni in su, poi cominciarono a essere frequentate dai più giovani che, rendendosi conto che non erano bordelli, diffusero questa nuova abitudine alle grandi masse. La prostituzione fu definitivamente sconfitta. Naturalmente, se qualcuno voleva esercitarla privatamente a casa propria era libero di farlo, ma non doveva esserci criminalità, altrimenti veniva perseguita per legge.--

--E l'uso dei cognomi? Io stesso lo uso, ed è quello di mio padre--disse il giornalista.

--Questo fu un po' più difficile da digerire, ma quando ci si rese conto che si poteva tranquillamente cambiare cognomi assurdi come Pappalardo, Scognamiglio, Cazzoni, Pomicino, De Merdis o Caccamo, la gente ci pensò su un attimo e decise che tanto valeva approfittarne. La diffusione del fenomeno andò di pari passo con la conoscenza dello stesso, come sempre--.

--Mi dica, Signor Presidente, per quanto riguarda i Nuclei Abitativi Multipli: se due uomini e tre donne decidevano di abitare insieme, ed era chiaro che avevano rapporti sessuali tutti quanti tra di loro, per lo Stato cosa succedeva?--chiese il giornalista, facendo trapelare un certo interesse personale.

Il Presidente rispose senza esitare:--Nulla di più di quanto ho già detto. I rapporti sessuali sono sempre privati, e ciò che si fa tra le mura domestiche o anche all'aperto, se non da fastidio a nessuno, non è affar nostro. Quindi, nell'esempio che lei mi ha appena citato, per lo Stato quello rimane semplicemente un Nucleo Abitativo Multiplo. Certo, ci era venuto in mente di istituire ciò che negli anni '60 e '70 veniva definito "Comune" o "Comunità", ma per il momento è stato accantonato. Anche se il termine "Comune" viene usato al femminile al posto dell'ex-Comune al maschile di una volta, il che ingenererebbe confusione, non è detto che in futuro non si studi di istituzionalizzare un fenomeno ora largamente diffuso. Noi preferiremmo "Comunità", e non è escluso che prima o poi non si realizzi. Staremo a vedere. In ogni caso, con tutto questo cambiamento, quando iniziammo la politica demografica all'inizio nessuno se ne accorse. Dal momento che nel mondo, e in Italia in particolare, eravamo in troppi, troppo vicini e troppo conflittuali per vivere serenamente, decidemmo di agire in prima persona dando l'esempio a tutto il mondo. E poi molti paesi, dopo, ci seguirono. Dagli studi più approfonditi di geoeconomia risultava chiaro che il nostro Paese avrebbe potuto tollerare al massimo 35 milioni di persone, e se fossero stati 25 sarebbe stato ancora meglio. Dal momento che già nell''85 eravamo vicini ai 55 milioni, promulgando la nuova legge sull'Aggregazione stabilimmo che una coppia, comunque considerata, non poteva avere più di un figlio. Naturalmente considerammo anche il fatto che molte coppie si sciolgono e si ricompongono, per cui da uno stesso padre o madre potevano generarsi più di un figlio, e questo lo permettemmo. In ogni caso, per evitare prevedibili raggiri della legge, stabilimmo che un figlio veniva riconosciuto dai genitori solo dopo presentazione dell'esame dello sperma, nei primi anni, e poi del DNA. Come lei può ben immaginare, mio giovane giornalista--disse lo statista ridendo e guardando il suo interlocutore--ciò creò non pochi problemi, in alcuni casi, e molte coppie ebbero delle sorprese in tal senso. Come sempre, però, col passare degli anni questa drastica innovazione penetrò nella psicologia collettiva e venne mano a mano accettata. Quando la gente cominciò a sentirsi "più larga", a godere di più del maggiore "spazio vitale", quando ci furono meno code sulle strade e parecchi orrendi agglomerati urbani furono spazzati via per far posto a boschi, giardini, parchi e coltivazioni, la gente capì sempre più che ciò che era stato fatto era per il bene di tutti e dell'intera nazione. Fino ad adesso la popolazione è scesa di quasi dieci milioni, e gli effetti si vedono. Fra un po' potremo aumentare a due il numero di figli per coppia senza sconvolgere il sistema adottato finora--.

--Naturalmente vennero anche cambiate le norme e l'aspetto di Patenti, Carte di Identità, Passaporti--.

--Si, ci furono diversi esperimenti, fino ad arrivare alla situazione attuale: un unico documento plastificato e ridotto nelle dimensioni che unisce Carta di Identità "nazionale", nel senso di singola Repubblica, Carta di Identità Federale, valida anche come Passaporto per l'espatrio, e Patente di Guida. Un unico documento, con microprocessore elettronico incorporato, su cui si registravano le variazioni: queste andavano prima annotate elettronicamente e poi, con calma, se necessario, veniva sostituito il documento. Pensammo in un primo momento di inserirci anche tessera telefonica, carta di credito e bancomat, ma poi decidemmo in maniera diversa, come lei ben sa--.

Il giornalista venne chiamato in causa--Si certo, successivamente istituiste, valido per tutte le banche, un documento elettronico personale denominato Credital, abbinato alla propria banca, valido come denaro contante, carta di credito telefonica, documento per la prenotazione e il pagamento elettronico per ristoranti, agenzie viaggi, teatri, cinema e tutto il resto. Quando decideste di trasformare il nome della moneta?--.

--Verso il '96. Era tempo di ulteriori cambiamenti. La Nuova Lira si era stabilizzata, cambiammo il nome in Credito, Crediti al plurale, come in molti romanzi di fantascienza. Il denaro contante, di carta o di moneta, continuò ad essere usato, naturalmente, ma si diffuse sempre di più il denaro telematico, come era giusto che fosse. Attualmente si calcola che il 75 percento delle transazioni economiche viene effettuato con il Credital, anche all'edicola: una volta inserita la scheda nell'apposito lettore, in cinque secondi il gioco è fatto. Per le autostrade a pagamento adottammo il sistema svizzero: una tassa fissa annuale, certificata con un bollino adesivo applicato sull'automezzo. Il minor introito previsto, denunciato dalle opposizioni, fu compensato dal fatto che quasi tutti gli autoveicoli dovettero adottarlo, anche perché il termine ultimo di pagamento era il 31 gennaio di ogni anno! I caselli furono tolti e il personale reimpiegato nella sorveglianza di esercizio, con grande beneficio per il traffico e per la sicurezza. Dimenticavo--riprese il Capo di Stato--, in merito all'automazione monetaria, che, naturalmente, per rendere veramente di massa la rivoluzione telematica, tutti vennero messi in grado di avere un conto corrente bancario. Del resto, anche per le Banche fu rivoluzione: vennero accorpate e diminuite di numero, la maggior parte di esse ebbe una forte partecipazione statale, e tra l'altro finirono di essere i pescecani che fino a quel momento erano state. Come le assicurazioni, altra tipologia di sciacallaggio, nei confronti delle quali ci comportammo nello stesso senso--.

L'uomo politico sembrò riflettere su qualcosa di cui non riusciva a ricordarsi, poi si scosse:--Un'altra cosa: la benzina. Un altro aspetto vergognoso di uno Stato di balzelli. Il prezzo della benzina era per il 74 per cento formato da tasse, il 15 andava alle compagnie petrolifere e circa il 4 restava al dettagliante. Noi abbassammo la quota di tasse al 35 per cento, alzando quella del dettagliante al 10. Con questa operazione il prezzo della benzina scese della metà, e rimase legato unicamente al variare effettivo del prezzo del greggio sui mercati internazionali. Le tasse mancate sa già dove le recuperammo: in quelli che si erano sempre arricchiti non pagando la loro parte! Contemporaneamente sviluppammo la ricerca su sistemi alternativi di propulsione, cosa che ci ha permesso di avere attualmente circa il 20 per cento di automezzi che viaggiano con motori elettrici, a pannelli solari, ad alcool e via di seguito. Numero che continua ad aumentare, con benefici in ogni direzione. Sviluppammo anche la ricerca e l'impiego di energie alternative, prima tra tutte l'energia solare, naturalmente per le situazioni in cui questo tipo di energia era economicamente giustificato. E tutti possono verificare di persona i benefici che ne sono derivati, in tutti i sensi--.

Questa volta il giornalista tirò fuori dalla tasca della giacca un pacchetto delle sue sigarette, ne prese una per sé e ne porse al suo interlocutore. Il Capo di Stato l'accettò e l'accese e poi porse la fiamma al giornalista. Fazio, avvicinandosi allo statista, fece un'altra domanda--Mi dica, signor Presidente, sulla storia dei referendum che voi organizzaste dopo la presa del potere--.

Il Presidente aspirò una boccata di fumo:--Non sono male, queste sigarette. Si, risponderò volentieri. Ad un certo punto decidemmo che era giunto il momento di cominciare a tastare il polso della gente, e così facendo l'avremmo coinvolta maggiormente nella vita del Paese. Oltre ai referendum che le ho già citato, nel 1989 ne organizzammo uno con la domanda fondamentale: "giudicate positivamente nel suo complesso l'azione finora intrapresa dal Governo?". I votanti furono il 65%, i sì raggiunsero il 55% dei voti espressi, i no il 35, e un 10% mise nell'urna la scheda bianca o nulla. In termini generali significava che il governo aveva un consenso del 35%, e un'opposizione del 22, con un indecisione del 43%. Poteva essere considerato un buon risultato, dopo soli sei anni. Ripetemmo il referendum nel 1995: votò l'80%, i sì furono il 67%, i no il 27, gli indecisi il 6. Sempre in termini assoluti, il governo aveva un consenso del 53%, un'opposizione del 21, e un'indecisione del 24. Il che significava che dopo dodici anni l'opposizione rimaneva intorno al 20%, il consenso saliva di quasi 20 punti, e l'indifferenza scendeva di altrettanti--.

--Un risultato lusinghiero. Quali altre consultazioni organizzaste?--chiese Fazio, prendendo appunti.

--Gliele citerò in maniera sintetica--disse il Capo di Stato, scuotendo la cenere della sigaretta--Demmo una cadenza quinquennale a un certo numero di referendum importanti. Li facemmo nell'85, nel '90 e così via. L'ultimo lo abbiamo effettuato nel 2010, e il prossimo lo effettueremo tra due anni, nel 2015. La percentuale dei votanti complessiva passò dal 60 al 90% degli aventi diritto, cioè cittadini federali sopra i 16 anni.

Per la riforma dell'economia, i consensi, sempre in termini assoluti, passarono dal 37 al 58%, per la riforma della giustizia dal 32 al 74, per la riforma dell'organizzazione dello Stato dal 36 al 65, per la riforma dell'informazione dal 21 al 75, per i rapporti col Vaticano dal 19 al 63, per la riforma dell'esercito dal 25 al 84, per la riforma del dialetto e della lingua dal 27 al 72, per l'istituzione delle Case di Comunicazione dal 29 al 77, per la riforma del diritto comunitario, cioè famiglia, matrimonio, anagrafe e via dicendo, dal 24 al 65, per la riforma del sistema monetario dal 58 al 94, per la riforma dell'identità dal 48 al 89--. Al di là della scrivania lo statista fece una pausa, quasi ripensando a tutti quei dati.--Si può dire, tirando le somme--riprese--che, se il consenso generale è attualmente sul 65%, e l'opposizione al 18, sulle singole questioni il consenso attualmente è su una media del 75%--.

Fazio sembrò tirare un respiro profondo, quasi a scaricare la tensione accumulata dall'attenzione posta a quella interessante serie di dati:--E a questo punto, Signor Presidente, faceste l'ultimo passo--.

--So a cosa vuole alludere--disse il Capo di Stato, tirando fuori un incartamento da un cassetto--ecco, si tratta di questo--disse, girando verso il suo interlocutore la cartellina rossa. Il giornalista la raddrizzò davanti a sé e lesse sul frontespizio: "Prime elezioni generali della Repubblica Federale Italiana, anno 2010".

--Esattamente questo, le elezioni! Come ci arrivaste?--.

Il Presidente rise di gusto, e si riprese la cartellina--vede, mio caro, avevamo fatto tanti referendum, e la gente si aspettava qualcosa di più, e prima o poi ci dovevamo pensare. La classe dirigente che si era formata in trent'anni doveva anche pensare alla propria perpetuazione, alla continuità. La nostra età media si aggira sui 55, 60 anni: è ora che qualcuno prenda il nostro posto. In considerazione anche del fatto che la maggior parte di noi è areligiosa, materialista e individualista, non è che ci preoccupi più di tanto quello che succederà dopo la nostra morte--e qui quel personaggio sembrò incupirsi, abbassando lo sguardo e poi guardando fisso davanti a sé. --Ma non è questo il momento di tali riflessioni--disse poi, riprendendo il solito vigore--Allora, dopo che dal 90 al 2000 processammo i parlamentari che avevamo tenuto in ostaggio per tutti i crimini da loro commessi, dalle stragi alla corruzione, dal peculato alla truffa, dalla cospirazione all'inquinamento, e tutti sappiamo quant'altro, il risultato fu che la vecchia classe politica ne uscì decimata. Quelli che uscirono indenni da tutto ciò, assai pochi, si dedicarono ad altre attività a loro più congeniali, gli altri scontarono le loro pesanti pene, ed altri riuscirono anche a uscire dal carcere per godersi in pace, e in disparte, gli ultimi anni di vita. Già dal 1985 cominciammo a promuovere la formazione di nuove forze politiche, innanzitutto da parte nostra, è ovvio, ma in un'ottica che tendeva a una "democrazia pluralista controllata", se così si può dire--.

--Nulla a che vedere col precedente sistema politico--lo interruppe il giornalista.

--Si capisce--rispose lo statista--nulla avrebbe dovuto essere più come prima. Sulla scorta del pensiero politico di Marx, Lenin, Trotzki, Marcuse, Guevara, Hellenbock, Cattaneo, Kitzbohl e su quello economico, filosofico e sociale di Brown, LeMaistre, Reich, Stirner ed altri, e di tutti costoro prendemmo solo le cose migliori, senza fanatismi e idealismi, nel 1988 demmo vita all'Unione dei Liberi, associazione culturalmente impegnata su vari fronti, che nel 1990 dette vita alla sua costola politica, l'Unione Radicale Federale Italiana. Questa formazione politica governativa era la prima manifestazione pubblica del nostro gruppo. Contemporaneamente promuovemmo la formazione spontanea di altri gruppi politici di diverso indirizzo, che non avrebbe dovuto superare il numero di 4. Ognuna di queste forze era libera di raccogliere il consenso di altre organizzazioni minori. Di lì a poco si ebbero la Federazione Confessionale Italiana, che raccoglieva i gruppi che non condividevano la politica anticlericale e antireligiosa dello Stato, l'Unione Popolare Italiana, formazione laica moderata che sosteneva il governo, più o meno simile a una sorta di sinistra democratica, il Partito Democratico Italiano, formazione di centro-sinistra laico, e l'Unione Conservatrice, che poi cambiò nome in Unione Tradizionale, partito di destra di opposizione, nettamente contrario al governo. Il primo e il due di maggio del 2010 si tennero le prime elezioni per il Parlamento Federale, composto da una sola camera di 200 rappresentanti. L'affluenza fu altissima, 98%! L'U.R.F.I ottenne il 56%, la F.C.I. il 7, l'U.P.I il 10, il P.D.I. il 13, l'U.C. il 12, con un 2% di schede bianche o nulle. Naturalmente fu un successo senza precedenti per noi, che decidemmo per il momento di governare ancora da soli, con l'appoggio esterno di UPI e PDI, ma non è escluso che alle prossime elezioni non si possa formare una coalizione--.Il Presidente era raggiante.

Fazio prese qualche appunto, ma poi riprese--E subito dopo, e questa è storia recente, l'elezione del Presidente, cioè Lei!--.

Lo statista si aggiustò l'ascot--Sì, ma io fui eletto dal Parlamento, con l'82% dei voti, due mesi più tardi. Come si deduce, votò per me anche qualcuno dell'opposizione. Anche se io, naturalmente, ero da sempre membro del Consiglio Federale, praticamente il Governo per 27 anni, e tra i capi promotori dell'insurrezione--.

Il giornalista guardò ancora tra i suoi appunti--Signor Presidente, mi parli di due questioni fondamentali, la Scuola e lo Sport--.

Il Capo di Stato si ravviò i capelli moderatamente lunghi e quasi del tutto bianchi--Sì, in effetti da quanto le ho detto prima può sembrare che odiassimo lo sport, ma non è così. Quasi tutti noi eravamo degli appassionati, in varie forme, dell'attività fisica, ma non della speculazione economica che se ne faceva. Onde per cui, per sottrarre lo sport agli sponsor, non c'era che un sistema: le società sportive sarebbero diventate per legge Imprese Sportive, sarebbero diventate lo sponsor di se stesse, avrebbero avuto rami di attività legate alla propria missione, e avrebbero avuto finanziamenti dallo Stato per l'avviamento e in caso di bisogno. E' stato fatto divieto di cointeressare imprese private alla loro attività, e questo divenne un reato. Naturalmente è chiaro che ci fu un po' di confusione nei primi tempi, poiché le società estere furono avvantaggiate nell'acquisto dei migliori atleti, la qualità del nostro sport ne risentì, ma poi tutto cominciò a marciare bene. Il nuovo sistema superò un rodaggio di tre anni e dimostrò di funzionare. Creammo dei Prestiti Pubblici per lo Sport, naturalmente le lotterie e le giocate sportive continuarono ad esistere, e ovviamente i premi furono un po' abbassati: non aveva senso creare dei miliardari quando il nostro intento era di far diventare tutti dei plurimilionari! Fu fatto divieto di assumere, per le squadre, nomi di aziende, e la pallacanestro ne fu così rivoluzionata completamente, e cercammo di fare in modo che ogni grande città avesse anche più di due squadre: a Milano nacque per il calcio il Celtia, per la pallacanestro l'Iperborea, a Roma nacque la squadra calcistica di Alba, che ricordava la città distrutta dai romani, e per la pallavolo il Forum. Comunque facemmo in modo che fare sport divenisse una professione ben pagata, ma non certo come prima. E ricreammo dei grossi vivai di atleti, con le squadre giovanili. In ogni scuola si praticò, da quel momento in poi, almeno uno sport agonistico, sull'esempio degli stati anglosassoni, e ciò servì molto al miglioramento dell'efficienza fisica delle giovani generazioni, alla loro salute complessiva e ... al loro rendimento scolastico--il Presidente rise di gusto--e a questo punto arriviamo alla scuola. In questo campo c'era molto da fare. Innanzitutto dovevamo porre rimedio ai guasti provocati dall'insensata scolarizzazione di massa degli anni '60 e '70. Ormai gran parte della popolazione era dotata di diploma e anche i laureati erano diventati numerosi e molto spesso inutili. Avevamo il più alto numero in Europa, e forse anche del mondo, di medici in rapporto alla popolazione! Quando poi lo stato della Sanità era quello che era...comunque--il Capo di Stato sembrò concentrarsi sull'argomento--il problema era questo: la gente doveva studiare prima per passione personale e poi per lavoro. Quindi facemmo in modo che la scuola fosse divisa in due grandi periodi: Istruzione Primaria, dai sei ai sedici anni, inglobando in un unico ciclo scuola elementare, scuola media e un primo biennio uguale per tutti, e Istruzione Secondaria, nelle varie specializzazioni, con corsi da tre a cinque anni. Al termine del primo ciclo ci sarebbe stato un Accertamento che avrebbe dato a tutti un Attestato, non ci sarebbero stati "diplomati" e "respinti", ma nell'Attestato sarebbe stato redatto un rapporto dettagliato delle attitudini e delle carenze dei soggetti. Questo avrebbe equivalso al vecchio "diploma" e sarebbe stato accettato da tutti i datori di lavoro. Ognuno avrebbe potuto intraprendere qualsiasi attività, e se fossero emerse delle carenze, in base a questo Attestato, si sarebbe deciso se era necessario far frequentare al soggetto dei Corsi di Approfondimento. Lo stesso discorso valeva per l'Istruzione Secondaria, chiaramente a un livello più alto e più specialistico. Dopodiché c'era l'Università, a numero chiuso, la cui attività era in stretto contatto col Dipartimento Economico, che avrebbe dovuto fornire le indicazioni sul fabbisogno di "Univesitari", così sarebbero stati chiamati i "laureati" di prima. Gli esami sarebbero stati tutti scritti in Tesi, illustrate oralmente. Per un gradino più alto di specializzazione, praticamente gli "scienziati" veri e propri, istituimmo l'"Accademia", sempre a numero chiuso, che avrebbe sfornato, con gli stessi criteri, gli "Accademici". Il periodo di studio complessivo sarebbe così terminato all'età di trent'anni, e la scuola sarebbe stata solo diurna e legata al mondo del lavoro. Tutti avrebbero goduto dell'assoluta gratuità fino all'Istruzione Secondaria, l'Università e l'Accademia avrebbero avuto dei costi abbordabilissimi perché erano comunque finanziate dallo Stato e dalle Imprese, che avevano tutto l'interesse nell'avere persone veramente preparate e competenti alle loro dipendenze e alla loro direzione. L'età lavorativa massima sarebbe stata di 55 anni per uomini e donne, indipendentemente dal numero di anni di lavoro effettivo. Ci sarebbe stata una pensione di anzianità, più bassa, garantita dalla Stato, con un minimo di attività lavorativa dimostrabile di 20 anni, e una pensione di lavoro, più alta, calcolata sulle retribuzioni degli ultimi dieci anni e pari, al massimo, al novanta per cento dell'ultima, e più alta, retribuzione. E per continuare sul tema del lavoro--disse il Presidente guardando negli occhi il suo interlocutore--la settimana lavorativa fu stabilita in quattro giorni di otto ore ciascuno. Tenendo conto, naturalmente, delle esigenze di continuità della produzione e dei servizi. Nelle varie categorie e aziende le tre giornate di riposo potevano variare e essere anche non consecutive. Complessivamente il sistema fu armonizzato, nel tempo e con miglioramenti successivi, in modo tale da non creare scompensi. Lavorare meno e sempre meglio, con sempre meno fatica, tutti quanti per la loro parte, questi sono i principi cardine del nostro pensiero al riguardo--.

Il giornalista si guardò intorno un attimo, quasi a raccogliere le idee, e poi disse di nuovo allo statista di fronte a lui:--Ritornando allo sport, anche se la parola è impropria, ci sarebbe qualcosa da dire anche sul CAI, mi sembra--.

Il Presidente assentì con la testa, ridacchiando:--Eccome, se ce n'è da dire! Il CAI, come l'ACI e il Touring Club, di cui parlerò in seguito, faceva parte di quegli "enti" italiani talmente accademici e reazionari da avere causato molti problemi, in passato, ma con cui bisognava fare i conti. Il Club Alpino Italiano era un organismo centenario che raccoglieva più di trecentomila appassionati di attività della montagna in tutta Italia ma, come spesso accade in questo disgraziato Paese, il tutto era diretto da persone nostalgiche, reazionarie, ultra cattoliche, legate a doppio filo col corpo degli Alpini, nazionaliste e anche musicalmente del tutto noiose, visto che l'unico tipo di musica che ammettevano nell'ambiente montano erano i cori alpini! Naturalmente ciò che contraddistingueva la loro attività era l'enorme burocrazia e l'accademismo di tutti gli organi statutari. Anche in questo ambiente non potevamo fare a meno di far sentire la nostra azione riformatrice. All'inizio sciogliemmo d'autorità il CAI. Non le dico le reazioni: ci furono manifestazioni di piazza, blocchi stradali, scontri con la Milizia, sit-in di protesta, soprattutto nelle valli del nord. Il Governo, sembra incredibile, attraversò la più grave crisi dalla presa del potere, e si era già nel 1989. Allora noi fondammo la CAM, Confederazione delle Associazioni della Montagna, organizzata naturalmente sulla base delle repubbliche federate, molto decentrata economicamente e organizzativamente, che avrebbe dovuto raccogliere le ex-sezioni del CAI, diminuite di numero, allargate per competenza territoriale, ammodernate e sveltite nella gestione. Naturalmente era lasciata la libertà di formare nuove sezioni, purché non si accavallassero a quelle esistenti. A questi gruppi fu demandato anche la competenza sull'ambiente e i compiti del già sciolto Corpo Forestale dello Stato. Molti appartenenti divennero dei professionisti, con adeguato stipendio e preparazione. Tutto ciò che il CAI non aveva potuto fare prima, perché non di sua competenza, fu affidato come compito statutario alla CAM: manutenzione dei sentieri in modo efficace, controllo sullo sviluppo degli insediamenti in montagna, prevenzione dei disastri ambientali, protezione civile in ambiente montano e così via. L'ex-Soccorso Alpino divenne Soccorso Montano e dotato di mezzi più adeguati. Naturalmente i dirigenti e i quadri furono svecchiati per età e trovati tra coloro, ed erano tanti, che non sopportavano più di tanto il carattere reazionario, nazionalista e cattolico del vecchio CAI. Nelle attività del CAM scomparvero definitivamente messe e preti, e attività agonistiche in montagna, definite contrarie allo spirito stesso dell'istituzione. Chi voleva fare gare in montagna, da quel momento in poi, le dovette fare al di fuori del CAM. Con enorme beneficio per chi voleva continuare ad andare in montagna con calma, con spirito tranquillo e contemplativo! Nello stesso momento fondammo anche la CAS, Confederazione delle Associazioni di Speleologia, strutturata nello stesso modo della CAM, che dava finalmente indipendenza agli appassionati di questa disciplina, che non erano così pochi. Venne formato anche un Soccorso Speleologico, che poteva anche agire di concerto con il Soccorso Montano quando le situazioni lo richiedessero. Su queste basi queste due organizzazioni cominciarono a raccogliere gli ex-iscritti al CAI, la protesta rientrò e quando la gente cominciò ad accorgersi che le cose adesso funzionavano meglio di prima, il ritmo di iscrizione di nuovi soci aumentò e dopo tre anni si superò il numero di iscritti del vecchio CAI! Anche perché, bisogna dirlo, molti giovani, che non tolleravano il "vecchiume" del CAI, si iscrissero e finalmente dettero nuova linfa giovane a un'associazione che stava diventando veramente "vecchia", per mentalità e ottusità burocratica. E così vincemmo un'altra battaglia. Per quanto riguarda Automobile Club d'Italia e Touring Club, la prima un'associazione che ingiustamente deteneva il monopolio su questioni di cui doveva essere competente lo Stato e che era un ennesimo elefante burocratico romano che schiacciava l'utente, la seconda un'associazione nata come riunione dell'élite di persone che all'inizio del secolo poteva permettersi di fare del turismo e che era diventata una potente istituzione per far credere alla gente che in Italia tutto andava bene, furono semplicemente soppresse. Formammo invece la Federazione Automotociclistica Italiana, che aveva come compito prevenire e risolvere tutti i problemi di chi utilizzava mezzi a motore, studiare nuove soluzioni di trasporto, con un occhio di riguardo all'ambiente e molto meno per gli interessi delle fabbriche automobilistiche, gestire in toto l'organizzazione, la costruzione, la manutenzione e lo sviluppo di tutta la rete stradale italiana, che infatti fu tolta all'ANAS e alla Autostrade Spa, che furono entrambe sciolte, e la gestione delle polizze di assicurazione degli automobilisti e dei motociclisti, che furono tolte dalla competenza delle compagnie di assicurazione. Naturalmente la FAI si occupò anche dell'organizzazione di mostre e saloni dell'auto e della moto, che fu tolta così alla gestione più che interessata delle aziende del ramo. Ah, dimenticavo--disse il Presidente scuotendo l'indice--la FIAT, che era stata nazionalizzata, divenne Fabbrica Italiana Automezzi, e la famiglia Anelli non ne ebbe più a che fare, naturalmente, la gloriosa Alfa Romeo riacquistò la sua indipendenza e così l'altrettanto gloriosa Lancia, rinacquero l'Innocenti e l'Autobianchi su più solide basi, la Maserati, la Pininfarina, la Bugatti si dedicarono alla produzione di massa, e il mercato dell'auto in Italia si sviluppò ancora di più all'insegna della qualità piuttosto che della quantità: le nuove auto e le nuove moto furono più sicure, più solide, più economiche e, me lo lasci dire, ancora più belle. Come anche la Ferrari che smise di costruire esclusivamente modelli per ricchi e cominciò una produzione di massa più che degna di attenzione.--il Capo di Stato tossì un poco e bevve un sorso d'acqua da un bicchiere sul tavolo--Il Touring Club venne invece sostituito con la Federazione Italiana del Turismo, FIT, che si preoccupò principalmente di sviluppare il sistema ricettivo di alberghi e campeggi, che divenne in pochi anni degno di un paese civile, con strutture a prezzi finalmente competitivi con quelle straniere, qualità del servizio, comfort e iniziative parallele di incentivazione. Fu sviluppata finalmente la rete degli Ostelli della Gioventù, che era veramente vergognosa, naturalmente fu eliminata la gestione da parte delle associazioni cattoliche e venne sostituita da quella, gestita in prima persona, dalla FIT. I campeggi tornarono ad essere come erano nati in America e in Nord-Europa: strutture economiche di alloggio per "giovani di tutte le età", senza consumismo e per il contatto con la natura, distolte dagli interessi beceri di privati insensibili alle vere esigenze della gente. Anche le strutture relative furono migliorate e i costi vennero abbattuti. Nel giro di sette anni il fatturato complessivo, nonostante la diminuzione dei prezzi, aumentò del quaranta per cento grazie all'aumentato numero di presenze, di italiani e stranieri. Gli stranieri vennero di più nel nostro Paese non esclusivamente perché conveniva alle loro tasche, visto che l'inflazione era scesa nel frattempo al 2 per cento, ma anche perché l'Italia stava finalmente cominciando a diventare un paese bello, moderno ed ospitale. Oltretutto creammo su tutto il territorio nazionale, per rimarcare la nostra preferenza generale, una rete di Case del Nord: centri organizzati dove veniva ospitata, commentata, diffusa, analizzata e anche rappresentata la cultura dei Paesi del Nord, come Svezia, Norvegia, Islanda, Danimarca, Irlanda, Gran Bretagna, Finlandia, Germania, Austria, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Russia, Polonia, Canada e Alaska. L'iniziativa, contro le nostre aspettative, ebbe un certo successo ed ora, dopo quasi trent'anni, possiamo dire che sia diventata un'istituzione che è entrata a far parte delle nostre abitudini culturali--.

Fazio mordicchiò la penna e chiese:--Signor Presidente, è a malincuore che cambio argomento, che è molto interessante, ma ora le devo chiedere: che fine fece l'Unione Europea?--.

L'uomo politico si mosse di nuovo sulla poltrona:--E' stato un problema, in effetti. L'Italia era legata mani e piedi alla CEE, al Mercato Comune e a quella che, chissà quando, doveva diventare l'Unione Europea, uno stato unico. Aveva ricevuto cospicui finanziamenti, non aveva quasi mai rispettato le direttive comunitarie, era sempre stata uno degli stati "trainati", mai uno stato "trainante" come Francia e Germania. Ma noi stavamo diventando troppo diversi per potervi restare dentro. Cosa dovevamo fare? Il dibattito fu lungo e difficile: alla fine decidemmo così. Intraprendemmo tre strade: da una parte chiedemmo e ottenemmo di fare parte della Comunità degli Stati del Nord, come i paesi scandinavi, la Danimarca ed altri. Stabilimmo così un ponte verso sud che saltava via Francia e Germania e apriva sbocchi insperati per quei Paesi e il nostro. Del resto la bandiera federale stava a rappresentare un'affinità voluta e cercata, specialmente dalle Repubbliche del Nord Italia. La seconda strada fu, invece, di promuovere una Comunità degli Stati Mediterranei. La nostra iniziativa ebbe successo, e di questa comunità entrarono a fare parte la Repubblica Federale Spagnola, con tutte le sue repubbliche federate, la Cataluna, l'Andalucia, l'Euzkadi e le altre, la Repubblica Portoghese, la Repubblica Greca, la Repubblica Federale Jugoslava, la Repubblica Confederata di Albania e Macedonia, la Repubblica Popolare di Bulgaria e la Repubblica Indipendente di Cipro, nonché quasi tutti gli Stati asiatici e africani che si affacciavano sul Mediterraneo, tranne le monarchie. Fu un buon successo, e per alcuni stati arroganti fu il caso di rivedere la loro politica. La terza strada fu di restare nella Comunità Economica Europea senza aderire all'unione politica. Rinegoziammo la nostra partecipazione dando per scontata l'impossibilità di un'unione politica effettiva tra tanti stati con così diverse e contrastanti tradizioni, lingue, caratteristiche. Gli altri Paesi partner accettarono questa soluzione, anche perché la nascita delle due nuove e più grandi Comunità Nordica e Mediterranea riduceva di molto il loro spazio di manovra. Fu tutto sommato la scelta più giusta, e il tempo, anche questa volta, ci ha dato ragione. E la nostra vocazione internazionalista ebbe modo di distinguersi nella promozione dello studio obbligatorio a livello scolastico della lingua universale dell'Esperanto, strumento eccezionale quanto inascoltato dai governi per un'effettiva comunicazione tra i popoli più diversi. In questo ambito sono stati fatti notevoli progressi, e grazie anche a noi adesso l'uso di questa lingua è diffuso, in Europa e nel mondo, venti volte di più di quanto lo fosse prima della nostra "rivoluzione"--.

--Ancora qualcosa le devo chiedere--disse Fazio--a proposito di aborto ed eutanasia--.

Lo statista si passò una mano tra i capelli--Certo, le due cose erano in un certo senso collegate. E la domanda che ci eravamo sempre posta era: è più importante una vita futura, come l'embrione umano, che non è ancora cosciente e dipende totalmente per la sua esistenza da un altro essere umano, la madre, o la vita vera, quella vissuta, nella sua pienezza e salute? Noi avevamo già la risposta, nel nostro intimo, ed era la seconda. Così, contrastando la "morale" che aveva dominato fino a quel momento "educatori", "insegnanti" e "medici", operammo per una assoluta liberalizzazione dell'aborto, che fu lasciato completamente alla responsabilità decisionale della donna, e che fu garantito in tutte le strutture ospedaliere, lanciammo una grande campagna di massa di sensibilizzazione all'uso di tutti i sistemi anticoncezionali sicuri, e di questi garantimmo la distribuzione quasi gratuita, sviluppando di concerto la ricerca per sistemi anticoncezionali definitivi anche per l'uomo, e come lei ben sa si arrivò alla realizzazione della "pillola" anticoncezionale maschile nel '93, e varammo una legge che garantiva l'applicabilità dell'eutanasia in tutti quei casi in cui la malattia provocava tali e tante sofferenze al malato senza lasciargli via di scampo o, peggio, lo riduceva a una larva in coma profondo tenuta in vita solo dalle macchine. Chiunque poteva depositare legalmente una memoria che autorizzava l'uso dell'eutanasia per sé nel caso si fossero realizzate certe condizioni insopportabili. Così pure, se il malato era ancora cosciente, poteva successivamente prendere questa decisione, per il principio, questo sì "sacro", che la vita era sua e poteva disporne come voleva. Nei casi di incoscienza del paziente i parenti potevano chiedere che venisse applicata, e un consiglio medico velocemente prendeva in esame la questione e, se era il caso, autorizzava il procedimento. Mettemmo così fine, tra le ultime polemiche, a una situazione intollerabile causata dalla solita morale ipocrita e bigotta e dall'interesse egoistico della corporazione medica--.

Ci fu un attimo di silenzio. Il giornalista si contorse sulla poltrona, guardò gli appunti e poi il registratore. Poi dette un'occhiata anche il suo orologio e sembrò ridestarsi da un attimo di pensierosità:--Signor Presidente, mi sembra che non ci sia proprio altro, e mi accorgo adesso che alla fine lo stile dell'intervista è venuto fuori da sé, e non è più un'intervista ma una lezione di storia!--

L'uomo al di là della scrivania assenti con il capo e disse:--Forse era proprio così che doveva essere...una cronaca, di cui io sono stato un testimone, e spesso un artefice. Se il suo compito è finito, caro Fazio, io la saluto e le dirò che mi ha fatto veramente piacere parlare con Lei, è una persona veramente simpatica. Una cosa però non mi ha chiesto--.

Il giornalista restò perplesso, guardò di nuovo gli appunti, in cui sembrò smarrirsi, per poi ritrovarsi esclamando:--E vero! La lingua! La Riforma della Lingua Italiana!--.

Il Presidente sembrò compiacersi:--Bene, alla fine se ne è accorto. Vede, non era una novità che la lingua italiana avesse delle carenze. Non erano gravi, e infatti io non parlerei di Riforma ma di aggiornamento. Sono piccole sottigliezze, ma sostanziali. Per esempio: se lei vuole dire in altro modo "io ho dato il libro a lui" sottintendendo l'oggetto libro, lei dirà "io glielo ho dato". Ma se l'oggetto dell'azione non è più "lui" ma "lei", non può esprimersi nello stesso modo, perché "glielo" vuol dire "a lui", non "a lei". Stessa cosa per il plurale. Se devo dire "ho dato i libri a loro", posso dire "ho dato loro i libri" ma non "glieli ho dati", perché è sbagliato. Allora--continuò con soddisfazione l'uomo politico--per il primo caso istituimmo il pronome "le", dicendo "lelo ho dato", nel secondo caso, il plurale, sostituimmo il "loro" posto alla fine dell'espressione con un "li", dicendo "lilo ho dati". Nel primo e nel secondo caso non esistevano pronomi specifici, non erano proprio considerati nella lingua. Le nuove soluzioni proposte destarono un po' di perplessità e anche di ironia, all'inizio, ma poi, col tempo, se ne diffuse l'uso. Poi fu abolito l'uso della doppia negazione. Fu scoraggiato l'uso di termini stranieri in presenza di sensati e funzionali equivalenti in italiano, ma nel contempo se era indispensabile l'uso di altre lingue, facemmo in modo che la gente si convincesse a pronunciarle nel modo giusto, cioè nella lingua originale, non "all'italiana", storpiando in modo orribile le parole straniere, come hanno sempre fatto quei nazionalisti stupidi dei francesi, del resto--concluse il Presidente, calcando il tono su quest'ultima espressione.

Fazio lo ascoltò a bocca aperta, poi disse:--Ma ci fu anche dell'altro, come il modo di parlare tra le persone--.

Il Capo di Stato annuì--Si è vero, noi abbiamo sempre aspirato ad abolire l'uso del "lei" per rivolgersi a persone che non si conoscono intimamente o verso cui si ha un comportamento più distaccato o rispettoso, sostituendolo con il "tu", come avviene ormai da tempo in inglese. Ma il modo stesso con cui noi abbiamo conversato finora, caro Fazio, è la riprova che forse questa è la riforma più difficile che ci siamo trovati ad affrontare--e l'uomo sembrò rattristarsi un poco--sembra quasi che la gente voglia mantenere le distanze, e tenga più in conto la gerarchia che la fratellanza...vedremo più avanti--. Il presidente si alzò, strinse con forza la mano al giornalista e accompagnandolo alla porta, estrasse da una tasca interna della giacca un biglietto e lo porse a Fazio--Mi raccomando--gli disse, aprendosi in un cordiale sorriso--d'ora in poi l'autorizzo a considerarsi un giornalista di fiducia, ufficializzerò questa posizione col suo quotidiano. Qui c'è il mio numero diretto e la mia E-mail, dopo che avrò consegnato la copia dell'articolo alla mia segretaria mi chiami quando vuole, sarò lieto di rivederla!--.

Fazio non sapeva come ringraziare, si sentiva un po' confuso, ma prese il biglietto:--La ringrazio, Signor Presidente, è veramente un onore per me e...grazie per ogni cosa. Non si preoccupi, le farò avere tutto entro domani--. Lo salutò ancora e uscì.

**********

Il Presidente restò vicino alla porta, in piedi, ancora qualche secondo, lisciandosi il mento con la mano destra. Dopo scosse la testa sorridendo, si diresse alla finestra e guardò fuori. Poi, con calma, andò ancora alla scrivania e mise la mano sotto il bordo, spegnendo così il registratore che aveva attivato appena il giornalista aveva messo piede nella stanza. Estrasse un mini-disc dall'apparecchio, e schiacciò un pulsante sul telefono. La segretaria avrebbe riversato su carta e su computer il testo dell'intervista in pochissimo tempo.

L'uomo rimase in attesa della donna, tenendo in mano il mini-disc e guardando il solito punto imprecisato della stanza.

La giornata non era affatto finita, altri problemi lo aspettavano.

F I N E

Appendice n.1

TESTO DELL'ARTICOLO DI PRIMA PAGINA DE "IL CORRIERE DELLA SERA",1 APRILE 1983

"COLPO DI STATO IN ITALIA!

Le notizie sono ancora incerte, ma è ormai sicuro che il governo è stato abbattuto e il potere è passato nelle mani di un non meglio precisato gruppo di persone. Gruppi armati hanno preso possesso con la forza di tutti i maggiori centri di potere del Paese: Comuni, Regioni, Provincie, Caserme di Esercito, Aeronautica e Aviazione, Commissariati di Polizia, Caserme di Carabinieri, Vigili del Fuoco, Guardia di Finanza, Comandi dei Vigili Urbani. A Roma sono stati conquistati tutti i centri del potere politico: Quirinale, Palazzo Chigi, Palazzo Madama, il Parlamento e tutti gli altri. Sembra che praticamente tutti i parlamentari siano stati sequestrati da numerosi commando nelle loro abitazioni, e le loro scorte neutralizzate. Nel resto d'Italia diversi commissariati di Polizia e Caserme dei Carabinieri non sono state prese dai rivoltosi, e ciò fa supporre in una non perfetta organizzazione. Il fatto stesso che le sedi dei giornali non siano state nemmeno sfiorate fa pensare in questo senso. Non si hanno notizie precise sulla sorte del Presidente della Repubblica, ma si pensa che anche lui sia nelle mani dei rivoltosi. Non ci sono stati comunicati stampa da parte delle forze golpiste, e stamattina nelle grandi città, come Roma e Milano, regna un clima di incertezza. Le edizioni dei giornali sono state ritardate, e sono state in edicola alle 10 del mattino. La popolazione non si è resa conto del motivo, pensando a uno sciopero. Nelle strade cittadine non si vede nessuna divisa, sembra che i reparti siano tutti consegnati. I pochi reparti di esercito, polizia e carabinieri non ancora neutralizzati girano per le strade o stazionano agli angoli, in attesa di ordini che non arrivano. La vita lavorativa procede come al solito, ma diverse centinaia di persone hanno abbandonato i propri posti di lavoro e sono scese in strada, cercando di capire cosa stia succedendo. Si attende da un momento all'altro un comunicato in televisione, e un dato è certo: tutte le emittenti radiotelevisive trasmettono programmi musicali, e questo fa pensare che siano in mano ai golpisti".

Appendice n.2

TESTO DEL PROCLAMA RADIOTELEVISIVO AGLI ITALIANI TRASMESSO OGNI TRE ORE DA TUTTE LE EMITTENTI DAL 1 AL 5 APRILE 1983

"Cittadine, Cittadini,

qui parla Umberto Bonomi, Responsabile del Comando Nord del Gruppo Rivoluzionario Federalista. Nella notte del 1 Aprile 1983 la nostra Milizia ha preso il potere in Italia. Il governo è stato sciolto, come pure il Parlamento e la presidenza della Repubblica. I deputati alla Camera e al Senato sono nostri prigionieri. Il Presidente della Repubblica è sotto la nostra custodia. Tutti gli organi dell'amministrazione e della difesa dello Stato sono nelle nostre mani. Invitiamo la popolazione e i militari a restare calmi, continuando a svolgere le proprie attività. Non c'è nessun pericolo, non ci sarà nessun spargimento di sangue. Abbiamo preso il potere per dare vita a un rinnovamento radicale del nostro Paese, per ristabilire la pace, l'ordine e un pacifico svolgimento della vita sociale. Per sconfiggere la degenerazione della nostra società ad opera di persone senza scrupoli, che pensano e hanno sempre pensato solo ed esclusivamente al proprio interesse. Queste persone, politici, industriali, magistrati, funzionari, amministratori, militari, commercianti, avvocati, commercialisti, medici, giornalisti e anche molti semplici lavoratori hanno rubato, corrotto, danneggiato il bene comune. E hanno sempre avuto la connivenza di coloro che dovevano impedirlo. Questo stato di cose è finito per sempre. Ognuno avrà la giusta punizione, e tutto subirà un profondo rinnovamento. A partire dalla forma dello Stato. Ufficialmente annuncio a tutta la popolazione che questo Paese assumerà la denominazione ufficiale di Repubblica Federale Italiana. Questa federazione sarà formata da 32 Repubbliche, che grosso modo ricalcheranno, con alcune modifiche, le preesistenti Regioni. Ognuna di queste Repubbliche avrà una bandiera, un proprio Governo, delle proprie leggi. Il Governo Federale, che avrà sede a Milano, assumerà il ruolo di un forte potere centrale che coordinerà il funzionamento di tutto lo Stato senza contrasti tra cittadini, repubbliche e apparati. D'ora in poi vedrete nelle strade la Milizia Popolare: sappiate che ad essa è affidato il mantenimento dell'ordine e della stabilità. Invitiamo tutti a collaborare nel cambiamento, nell'interesse di tutti. La popolazione sarà sempre più coinvolta nell'immane opera che ci attende. Invitiamo particolarmente i lavoratori, tutti i lavoratori, a sostenerci nel nostro compito perché la nostra volontà di cambiamento è iniziata principalmente dalla constatazione della spiacevole situazione in cui era ridotta la classe lavoratrice di questo Paese. Ed è nell'interesse di tutta la popolazione che le frontiere, per il momento, rimarranno chiuse, affinché non ci siano le fughe di capitali e di persone che sono prevedibili in situazioni come questa. Ripetiamo che non c'è nulla da temere, il nostro è un governo per il popolo, ma non tollereremo minacce da parte di chiunque. Chi tenterà di fermarci verrà abbattuto, e verranno abbattuti anche i rappresentanti di quel potere corrotto che ha imperversato finora.

I successivi comunicati saranno diramati dalla Capitale Federale, Milano. Ogni ruolo di direzione, comando e coordinamento precedentemente svolto da Roma è decaduto. Si invitano i funzionari dell'amministrazione pubblica a rimanere al proprio posto, in attesa dell'inizio delle Riforme.

A tutti voi, con noi, buon lavoro!"

Appendice n.ro 3

Testo di un box in un articolo di "La Repubblica Federale",11/5/92:

"COSA HA FATTO IL GOVERNO A MILANO:

-Realizzazione linea 2 verde Metropolitana Gorgonzola-Gratosoglio

-Realizzazione linea 3 gialla Metropolitana Bruzzano-San Donato

-Realizzazione linea 4 blu Metropolitana Duomo-Trezzo d'Adda con fermata Aeroporto di Linate

-Prolungamento linea 1 rossa Metropolitana a Monza e a Pero e Trezzano sul Naviglio

-Realizzazione linea 5 nera Metropolitana Sesto S. Giovanni-Opera

-Riapertura di tutti i Navigli e realizzazione sotto di essi di viabilità ordinaria

-Ricostruzione di gran parte degli antichi palazzi preesistenti nel centro storico e in periferia

-Realizzazione di parcheggi coperti e a prezzi equi in tutta la città, ogni 20000 abitanti 5000 posti auto

-Smantellamento dell'asfalto in Piazza Castello e messa a prato, con realizzazione di via sotterranea

-Eliminazione traffico stradale adiacenze Parco Sempione

-Realizzazione di isola pedonale da Via Palestro a Largo Cairoli attraverso il centro risistemato ed eliminazione della pubblicità dal palazzo fronte Duomo

-Smantellamento Tangenziale Est e sua sostituzione con una nuova Tangenziale più lontana dal centro e con lo stesso andamento della Tangenziale Ovest, contemporanea realizzazione di una Tangenziale Nord con gli stessi criteri

-Realizzazione nell'area Milano Fiori del complesso governativo -Spostamento completo delle attività fieristiche a Lacchiarella, smantellamento del quartiere fieristico, recupero di tale area, con l'ex-Portello, e realizzazione di verde pubblico e opere pubbliche di interesse sociale

-Realizzazione delle nuove aree verdi Baggio, Vigentino, Monluè, ex-ortomercato (con suo spostamento verso l'Adda) e ampliamento di quelle esistenti Barona, Parco Lambro, Bruzzano, Trenno

-Applicazione della Legge Federale n.22: ogni nucleo familiare ha a disposizione una sola autovettura (previste alcune deroghe), realizzazione di piani di spostamento collettivi su autovetture private su percorsi-tipo (casa-lavoro-casa) nelle ore di punta con massimo un posto libero per auto, e relativa riduzione di mezzi circolanti

-Consequente potenziamento dei mezzi pubblici su percorsi razionali in modo da avere, nelle ore non di punta, una vettura ogni 13 minuti, mantenimento dei vecchi tram, aumento di autobus non inquinanti

-Revisione completa di tutti gli scarichi fognari e industriali, bonifica delle aree abbandonate, pesantissime multe e galera per i trasgressori

-Accoglimento dell'iniziativa spontanea di un gruppo di "vigilantes", denominati "Keepers", per pattuglie spontanee di sorveglianza urbana e azioni di solidarietà sociale, coordinamento di queste pattuglie con la Milizia Popolare Federale e il Dipartimento Sociale, unica condizione l'assoluta laicità

-Riapertura e miglioramento di tutte le sale cinematografiche, soprattutto di periferia, e biglietto unico a 4 nuove lire, potenziamento delle strutture di Cinema d'Essai e Cineclub, apertura in tutte le periferie di Centri Sociali e Punti d'incontro

Appendice n.ro 4

Testo di un sommario di un articolo della rivista "Nuova Roma" 24/6/93

"LE PRINCIPALI INIZIATIVE DEL GOVERNO PER ROMA"

-La linea A viene ribattezzata linea 1 rossa, viene proseguita sull'Aurelia (via Ottaviano) e rimodernata

-La linea B viene ribattezzata linea 2 verde, viene proseguita a Sud alla Laurentina e a Nord-Est oltre Rebibbia, e rimodernata

-Viene realizzata, con notevole sforzo, la linea 3 gialla da Nord, Centro Sportivo Acqua Acetosa, a Sud, incrocio via Ardeatina-via di Vigna Murata

-Viene realizzata la linea 4 blu tra Tor Lupara e Tor Sapienza passando per Castro Pretorio (linea 2 verde)

-Viene migliorata e semplificata la rete pubblica dei trasporti eliminando i numerosi "doppioni" di percorsi, riversando le vetture eliminate sulle linee rimaste.

-Viene adottato lo stesso criterio ideato per Milano: realizzazione di parcheggi coperti di 5000 posti auto ogni 20000 abitanti, utilizzando le numerose aree abbandonate, anche in piena città, e imposta la circolazione in ore di punta con auto con massimo un posto libero, vietato l'acquisto di più auto per Nucleo Abitativo

-Con la confisca dei beni e terreni ecclesiastici vengono ampliate molte vie di grande circolazione

-Viene dato mano a un grande piano di bonifica delle periferie: interi quartieri-ghetto vengono abbattuti e ricostruiti o ammodernati, collegando le periferie al centro, eliminando delinquenza e criminalità con presenza massiccia della Milizia, affiancata da "vigilantes" spontaneamente costituitisi

-Come a Milano e in tutta Italia, dopo la legge sull'immigrazione (cittadinanza sì se casa sì - lavoro legale sì) la situazione va progressivamente migliorando. Tutti i nomadi e i clandestini vengono espulsi dal Paese se non si mettono in regola

-Come a Milano e in tutta Italia, tempo sei mesi e gli alloggi sfitti vengono requisiti senza indennizzo e affittati, gli affitti vengono stabiliti (compreso le spese) al 15 per cento dell'intero stipendio del Nucleo Abitativo, a ogni variazione di questo si adegua l'affitto

-Con il passaggio della capitale a Milano, diminuisce il traffico e diversi palazzi ritornano ad essere fruibili dal pubblico.


 Il Museo delle Religioni

 Prefazione dell'autore

Il terzo quasiracconto, quinto della mia “copiosa” produzione letteraria, è stato finito nel luglio del 2002 dc, ed è la divertente immaginazione di come potrebbe essere, in un prossimo futuro in cui non credo affatto (nel senso che è un futuro ultra ottimista, immaginato da un ultra pessimista), visitare un modernissimo museo che illustri l'ormai quasi dimenticata predisposizione dell'essere umano a nutrirsi di irrazionali fantasie su un universo creato, sul suo presunto creatore e su una fantasmagorica, nonché alquanto improbabile, eterna e noiosissima vita futura.

Il Museo delle Religioni

luglio 2002 dc

Xavier lo vide arrivare e si allontanò dal bancone del bar, lasciando a metà il suo Astro Martini.

--Magnus! Come stai? Sembri in gran forma!--esclamò dirigendosi verso l'amico che stava arrivando. Magnus, il suo amico, lo abbracciò con slancio e gli diede una grossa manata sulla spalla.--Xavier! Vecchia locomotiva! Aspetta, aspetta---e s’interruppe, fingendo di riflettere e alzando gli occhi al soffitto--Quant'è che non ci vediamo? Mi sembra...si, sono circa due anni, vero?--- L'amico, tornando a sorseggiare l'aperitivo e ordinandone uno per Magnus, disse---Si, più o meno due anni, da quando ti venni a visitare al cantiere dell'Opera Civica a Milano---Magnus si accomodò sullo sgabello di fronte al bancone: ---Si, quella è stata l'ultima volta. A proposito, sai che è venuto una meraviglia? Ho apportato le modifiche che mi avevi suggerito, e devo dire che avevi visto giusto. Dall'inaugurazione ci sono stati circa 40 concerti di musica eco, 14 convegni internazionali, più di 30 mostre d'arte e 64 eventi sportivi. E naturalmente tutte le altre attività quotidiane previste dalla Fondazione Uomo Nuovo---

I due amici continuarono a conversare per qualche minuto.--Bene, ora è venuto il momento di iniziare la visita cui ti ho invitato--disse, ad un certo punto, Xavier lasciando il bancone del bar. Magnus esclamò, a sua volta scendendo dallo sgabello: ---Certo, vediamo un po' questo Museo delle Religioni!---

I due si diressero verso gli ascensori.--Sapendo cosa dobbiamo vedere, con quelli facciamo prima--disse Xavier.

Gli ascensori erano dotati di un motore gravitazionale, un'invenzione del 2080 DNC (Dopo la Numerazione Convenzionale). All'interno un pannello riportava l'ubicazione di tutte le stanze del museo: scegliendone una l'ascensore, senza cavi ne ruote, si sollevava da terra ad una determinata altezza, in modo da non ostacolare i visitatori, e si recava senza rumore alla destinazione stabilita, scendendo dolcemente fino al pavimento. Per superare i vari piani utilizzava il pozzo centrale, largo una trentina di metri, su cui tutti i piani si affacciavano. All'inizio gli ascensori, ancora non perfezionati, ogni tanto si bloccavano per l'interruzione dell'alimentazione dei circuiti, crollando rovinosamente a terra. Per fortuna le imbottiture esterne avevano sempre evitato vittime.

--Allora non visitiamo tutto?--chiese Magnus, guardando all'esterno della parete di vetro dell'ascensore.

--Scherzi? Ma sai quante religioni e culti ci sono stati sul pianeta fino a non molti decenni fa? Non basterebbe una settimana a visitare tutto il museo!---rispose ridendo Xavier--No, visiteremo solo alcune stanze.--

I due, scesi dall'ascensore, cominciarono a passeggiare nella sala circolare. Xavier, indicando le vicinanze, disse: ---Vedi? Tutte le sale sono circolari. Al centro c'è l'installazione su cui è proiettato l'ologramma principale, nelle postazioni semicircolari tutt'intorno sono proiettati gli ologrammi inerenti lo stesso argomento, che illustrano scene, modi di vita e concetti concernenti la religione in argomento--

Magnus chiese: ---Quale è l'argomento di questa sala?-- L'amico, dirigendosi verso il centro della sala: --Il buddismo. Una religione estinta nel XXI secolo. Era molto complessa, da alcuni definita più che altro una filosofia, da altri addirittura una religione atea. Certo è che aveva molte correnti al suo interno.--

--Cosa rappresenta l'ologramma?--chiese Magnus, ammirandone i molti colori. Xavier disse:--Al centro c'è il profeta, Buddha appunto, che ricevette l'illuminazione. Tutt'intorno sono rappresentati i concetti di questa religione che, non facendo proseliti, non cercando di convertire nessuno e cercando invece di dialogare con tutti non resse l'urto di religioni ben più aggressive, come l'islamismo, l'induismo e il cattolicesimo. Fra gli ultimi seguaci di questa pacifica religione ci fu il famoso gruppo di monaci che si diede fuoco in Piazza San Pietro, a Roma nel Paese che allora si chiamava Italia, quando ancora c'era lo Stato del Vaticano. Fu all'incirca nel 2060 DNC.

Giunti nella sala dedicata al cristianesimo videro che le nicchie nei muri laterali erano più numerose che nell'altra sala. --È perché il cristianesimo ebbe un numero incredibile di confessioni, eresie, scuole di pensiero...--disse Xavier, prevenendo la domanda che l'amico stava per fargli. Xavier continuò--Derivava direttamente dalla religione ebraica, e il suo profeta, Gesù Cristo di Nazareth, per alcuni era direttamente parte della divinità, costituita dal Padre, il Dio principale che aveva nome Jehowa o Jahvè per gli ebrei, il Figlio, che appunto si sarebbe incarnato nel Cristo per salvare il genere umano, e lo Spirito Santo, di solito rappresentato sotto forma di una bianca colomba. Per altri invece Gesù era semplicemente uno dei tanti profeti. Altri ancora non credevano nella Trinità, e così via--

Magnus si avvicinò all'ologramma, in cui erano raffigurati diversi personaggi--Ma infine, qual'è la verità?--Xavier rimase perplesso lisciandosi il mento con la mano:--In campi come questo parlare di verità è un azzardo. Ma già si sapeva da diverse fonti, e nel XX° secolo queste versioni riemersero dall’oblio, che questo tale Gesù, che era figlio naturale di Maria, la quale aveva dovuto sposarsi con il falegname Giuseppe, ben più anziano di lei, dai 14 ai 30 anni si recò in oriente, nel Kashmir, già insediamento ebraico, e nel subcontinente indiano, dove seguì gli insegnamenti di alcuni maestri spirituali indù e dove si specializzò nello studio degli antichi Veda.--Xavier volse lo sguardo intorno nella stanza--Finì la sua predicazione in Galilea con l'arresto, la tortura e la crocifissione, che non prevedeva per niente l'uso dei chiodi, come i cristiani poi sostennero, ma che, anzi, contemplava il rilascio del prigioniero se questi sopravviveva almeno tre giorni sulla croce. Sembra in realtà che, prima ancora di questo termine, fu fatto scendere dalla croce dai suoi discepoli, che poi raccontarono la favola della sua deposizione nella tomba e la sua resurrezione. In realtà sembra ormai accertato che egli si recasse di nuovo verso il Kashmir, seguito dalla madre Maria, che morì nel Pakistan e di cui fu trovata la tomba, e da Maria Maddalena, che altri non era che la sua compagna. Visse a lungo, sempre predicando, e morì, pare, intorno agli 85 anni. Tra gli arabi fu conosciuto come Yussuf e considerato un grande saggio. La sua tomba esiste tutt'ora, sotto quella di un mussulmano, a Shrinagar. Di questa storia si è a lungo parlato e approfondite spedizioni scientifiche e ricerche nei testi ne hanno dimostrato l'attendibilità'. A parte, è ovvio, la presunta impronta di un piede di Gesù con la cicatrice originata dal chiodo: un chiaro manufatto posteriore!--

Guardò l'amico e gli disse--Comunque, Magnus, penso che tu ne sappia abbastanza su questo argomento, vero?--

Magnus lo guardò sorridendo:--Si, certo. Fin troppo. Passiamo oltre, va--

Entrarono nella sala successiva. L'ologramma al centro era terrificante: scene di devastazioni, di guerre, di carestie, di interi Paesi distrutti. Xavier, cupo in volto, disse:--Qui lascio parlare l'audio pre-registrato--

Su un ripiano c'era un'area circolare che diffondeva una luce rossa. Lui ci passò la mano sopra, l'area circolare divenne verde e si cominciò a sentire una voce. I diffusori audio, talmente avanzati che ormai erano solo lastre di uno spessore di pochi millimetri, erano disseminati nelle pareti e sul pavimento. Erano attivate dal pulsante che Xavier aveva sfiorato ma anche dalla presenza stessa delle persone, così che ognuno poteva sentire la voce narrante come fosse proprio accanto a se.

La voce continuava a parlare:--........Nel 2065 DNC le nazioni occidentali stavano sperimentando una terribile arma biologica, in grado di scatenare un virus sconosciuto e letale come mai altri prima di allora. La notizia divenne pubblica e provocò molte reazioni: la stragrande maggioranza della popolazione pensava che quest'arma fosse destinata ai Paesi arabi. Ma evidentemente i Paesi arabi fondamentalisti, con i loro servizi di spionaggio, ne erano venuti in possesso. E fu così, improvvisamente, che tutto cominciò. Non si seppe mai chi fece la prima mossa, sta di fatto che contemporaneamente, negli USA e nei Paesi arabi, furono fatte esplodere queste armi micidiali, che altro non erano che i vecchi razzi nucleari, la cui testata era stata modificata per l'occasione. L'epidemia, che provocava la morte in tempi rapidissimi sotto forma di una forte febbre, esplose nei due continenti con una velocità impressionante. Ci furono decine di milioni di morti, e quello che ne seguì fu ancora più spaventoso. La convivenza civile venne meno, l'economia crollò, la delinquenza e la violenza toccarono livelli mai raggiunti. Naturalmente è superfluo aggiungere che nemmeno una voce, né da parte dei mullah mussulmani né da parte dei sacerdoti cattolici, si levò, prima del disastro, ad evitarne il verificarsi. Anzi, da entrambe le parti molti soffiarono sul fuoco dell'intolleranza religiosa e razziale, accendendo ancora di più gli animi.

L'epidemia durò diversi mesi, intere popolazioni furono decimate. Gli USA, l'Iran, l'Iraq, il Pakistan e Israele cessarono di esistere. Il territorio degli Stati Uniti d'America, dopo dieci anni, fu dichiarato di nuovo abitabile dagli esseri umani e inglobato nella Confederazione Nord Americana di nuova costituzione, per via di un’iniziativa presa dal Canada con l'assenso delle Nazioni Unite. Poiché il virus aveva effetto solo sugli uomini la vegetazione e la fauna degli ex-USA diventarono lussureggianti. Di nuovo le praterie si popolarono di bisonti e fu allora che i nativi americani, rifugiatisi da qualche tempo in Canada, ripresero possesso delle terre dei loro avi sotto gli auspici dell'intera comunità internazionale. Distruggere le orripilanti megalopoli americane e le relative infrastrutture, come le gigantesche autostrade, costò un po’ di tempo e fatica ma, in capo a qualche anno ancora, quella zona diventò veramente un gran bel posto, con una popolazione complessiva di appena quindici milioni di persone!

In Asia, invece, i territori rimasti spopolati passarono direttamente sotto il controllo delle Nazioni Unite, che iniziarono un programma di riorganizzazione economica e agricola in grado di creare un nuovo Paese, fertile e ricco.--

Magnus era rimasto assorto ad ascoltare:--Sapevo queste cose, ma sentirle raccontare così è veramente incredibile--disse, mentre le immagini continuavano a cambiare davanti ai loro occhi.

La voce continuò:--Di fronte ad un disastro così grande la popolazione, soprattutto della vecchia Europa, prima restò perplessa, poi cominciò ad inquietarsi, quindi esplose nella rabbia. L'Islamismo e il cattolicesimo furono accusati d’essere complici del genocidio, gli stessi loro aderenti si ribellarono e le due religioni furono spazzate via in pochissimo tempo. Gli Stati Uniti d'Europa, che proprio in quegli anni si costituirono sotto la pressione delle masse popolari, dichiararono decaduto lo Stato del Vaticano e lo assorbirono all'interno della Federazione Italiana. L'ultimo papa, Franco I, perse ogni autorità e rimase a capo di una sparuta minoranza di irriducibili, la cui sede fu ospitata, per pochi anni ancora, da Andorra. L'Islamismo, d'altro canto, diminuì enormemente la sua diffusione e il suo posto fu preso dall'induismo, dall'ateismo, dall’agnosticismo e da vari culti minori, rimasti in sordina per secoli.--

--Certo che è veramente consolante ricordare che ci vogliono sempre grandi disastri per provocare grandi cambiamenti--disse Magnus con un tono triste nella voce. Xavier, avvicinandosi alle nicchie nelle pareti, rispose:--Ma è sempre stato così, infatti. Ma devi anche considerare che sono passati secoli di guerre e persecuzioni e sembrava che ciò fosse la norma. Basta vedere la storia dell'islamismo, per rendersene conto--Passarono così un po' di tempo a vedere gli ologrammi che descrivevano le interminabili guerre di conquista promosse dai paesi islamici, le stesse guerre ma promosse dai cristiani e chiamate 'Crociate', gli stermini reciproci, il terrorismo integralista del secolo XX, proseguito poi nel fanatismo del XXI.

Magnus ad un tratto intervenne:--Certo che lo stesso sistema energetico cambiò radicalmente. L'epidemia provocò il collasso dei pozzi petroliferi, non si estrasse più petrolio e ci fu una carenza di carburante che minò alle basi tutta l'economia occidentale. E fu a quel punto che i cosiddetti paesi del 'Terzo Mondo', risparmiati dal disastro, fecero la mossa vincente--

--È vero--disse Xavier, dirigendosi verso la sala successiva--già nel Brasile del XX secolo si estraeva alcool da alcune colture vegetali che abbondavano, e si utilizzava questo alcool per quei primitivi mezzi di locomozione chiamati 'automobili'. Gli Stati Uniti, insieme ai grandi monopoli mondiali, imposero al Brasile di non esportare automobili ad alcool, in modo che il grande business del petrolio continuasse a proliferare. Ma con l'epidemia diversi Paesi imitarono l'esempio del Brasile: le colture per produrre alcool si estesero a gran parte dell'America Latina, dell'Africa e dell'Asia, la produzione di automobili ad alcool aumentò e l'esportazione coinvolse quasi tutto il pianeta. L'economia mondiale ne fu sconvolta. I grandi monopoli legati al petrolio crollarono, i Paesi prima arretrati si presero la rivincita monopolizzando l'industria dell'alcool e per fortuna la democrazia che, sotto la sferzata del disastro appena passato, si era realizzata in quasi tutti i Paesi riuscì a fare in modo che il benessere raggiunto coinvolgesse abbastanza equamente la totalità della popolazione. E per fortuna l'alto incremento demografico del periodo anteriore al disastro non si ripropose. Nel volgersi di un secolo la popolazione mondiale diminuì consistentemente e, di conseguenza, il livello di benessere aumentò in proporzione. Ma ciò fu anche dovuto al fatto che la maggioranza dei Paesi si rese conto del problema demografico e adottò efficaci misure per contenere le nascite complessive ad un media di molto meno di una per ogni donna--

Magnus si rivolse all'amico:--Senti, perché non andiamo subito all'ultima sala? Mi sono accorto di essere in ritardo ad un appuntamento di lavoro-- Xavier si guardò intorno per ricordarsi il percorso:--Si, ora ricordo, possiamo arrivarci subito--

Le sale erano collegate tra di loro in modo incrociato e poterono arrivare all'ultima velocemente.

--Questa è l'ultima sala, che spiega la situazione attuale--disse Xavier--Naturalmente sai benissimo che, circa 20 anni fa, le ultime rilevazioni statistiche indicavano che, a livello mondiale, le religioni erano ormai tutte in fase di progressiva estinzione, di pari passo con l'enorme progresso culturale e scientifico che aveva coinvolto tutta la popolazione del pianeta, soprattutto dopo che le Nazioni Unite si erano date un effettivo Governo Mondiale che, pur lasciando ai singoli Paesi o, meglio, alle Federazioni dei singoli Paesi, grandi autonomie decisionali e culturali, unificava gli indirizzi economici e politici del Pianeta per la prima volta nella sua storia--.Magnus si ravviò i lunghi capelli:--Certo, e poi la colonizzazione dei pianeti aveva portato nuove materie prime senza bisogno di continuare a distruggere le ormai scarse risorse terrestri--

L'amico si avvicinò all'ologramma centrale:--Come puoi vedere, qui sono rappresentati in breve successione i riti tuttora presenti. Le religioni neo-pagane hanno già da molti decenni ripreso seguito, soprattutto quelle legate, in modo trasversale, a quella che viene da molti semplicemente definita la Tradizione. È questo infatti il collante che tiene uniti da un filo inestricabile religioni e culti apparentemente così distanti. Le divinità dell'antica Grecia e la pedissequa imitazione che ne fecero i Romani, così come le religioni fenicie e babilonesi, quella dei vichinghi e quella dei celti, insieme a molte altre. Senza dimenticare i culti degli Alieni ed Extraterrestri, nonostante che i contatti avuti nell'ultimo secolo abbiano mostrato che sono ben diversi da come alcuni se li immaginano--

Magnus stava sorridendo:--È vero. C'è' gente che vuole credere per forza nelle proprie fantasie, nonostante la stessa realtà quotidiana le smentisca puntualmente--

--Infatti--disse Xavier--Ci sono anche rinati culti panteisti e addirittura delle religioni, per così dire, 'agnostiche', che fanno dell'indeterminatezza e dell'inconoscibile il proprio fondamento. In ogni caso, mettendo insieme i nuovi riti e i resti di quelli vecchi, le ultime rilevazioni hanno mostrato che i credenti, a vario titolo e a livello mondiale, si attestano sul 20% circa della popolazione--

Magnus si stava dirigendo già verso l'uscita e, a mo' di congedo, si rivolse all'amico:--Bene. La visita è stata molto interessante, e conto di ripeterla, più approfonditamente, in un altro momento. Possiamo comunque dire che, anche se sopravvive una minoranza di credenti, l'importante è che questi, divisi tra loro, non costituiscano più, come in tutta la storia passata dell'umanità, quel pesante fardello di superstizione, intolleranza e violenza, oltre che d’oscurantismo e politica connivenza col potere che, per fortuna, ci siamo lasciati alle spalle!--

Xavier lo salutò calorosamente all'uscita e gli disse:--Già. Ma ricordati, amico mio: sempre in guardia!--

Fine


La vincita

Prefazione dell'autore

Questo ultimo quasiraconto, che conclude questo volume, inizialmente non doveva esservi incluso perché...non ancora finito! Ho iniziato a scriverlo, si può proprio dire a tempo perso, quando ancora in Italia esisteva la lira, quindi prima del 2001, ed è stato concluso, quasi con un colpo di mano, proprio nel gennaio del 2011 dc, ad evitare un ulteriore ritardo al suo finire solo per aggiungere qualche dettaglio non molto importante.

È letteralmente il realizzarsi del sogno: vincere una notevole somma a una delle tante lotterie e liberarsi per sempre del “dovere e necessità” del lavoro, e nel contempo realizzare finalmente, ma solo nella fantasia purtroppo, qualcuna delle proprie vere aspirazioni.

La vincita

gennaio 2011 dc

Era lì, seduto sul divano, con la ricevuta della giocata tra le mani, a controllare la schedina vincente sul televideo. Stava in quella posizione da circa 15 minuti, controllava e ricontrollava la schedina, fumando una sigaretta dopo l’altra. Non riusciva a crederci.

Dopo innumerevoli giocate con le stesse due serie di numeri il destino aveva voluto che lui, proprio lui, avesse vinto. Ed era l’unico ad avere indovinato la serie di sei numeri.

Porca miseriaccia zozza lurida impestata……” prima pensò e poi disse a voce alta, continuando la serie con una fila di improperi irripetibili. Era solo in casa e, anche se l’impulso era di alzarsi, saltare e urlare a squarciagola la sua gioia, si trattenne. Aveva immaginato la scena decine di volte, ma non aveva saputo fino all’ultimo quello che avrebbe veramente fatto.

Tutti i consigli e le strategie, immaginate in casi del genere da lui e da tutti coloro con i quali si era trovato a parlarne, gli tornarono in mente.

Non parlarne con nessuno, dammi retta”.

Assolutamente non dirlo ai parenti: ti verrebbero a cercare anche quelli che non vedi da anni”.

I vicini? Per carità, per invidia lo direbbero ai quattro venti, giornalisti compresi”.

Non ti far neanche vedere nella ricevitoria dove hai giocato, stanne alla larga!”.

Per fortuna non sei sposato, tua moglie chiederebbe il divorzio se non le dai la metà! E se le dessi la metà poi lo chiederebbe lo stesso”.

Avevano quasi tutti ragione a dirle, queste cose. La perfidia umana è incommensurabile, in questi casi.

Così, dopo avere controllato senza ombra di dubbio, per l’ennesima volta, quella fatidica schedina, si mise più comodo e posò i piedi sul tavolino davanti a lui.

27 milioni di euro e qualche spicciolo! Quasi cinquantaquattro miliardi di….lire! Qualche idiota, uno dei tanti, avrebbe detto “vecchie lire”….

Non aveva mai preteso tanto. Aveva sempre detto che gli bastava mezzo milione di euro. Non avrebbe comprato una casa, avrebbe pagato l’affitto a vita, ma avrebbe avuto un reddito di circa trentacinquemila euro l’anno dagli interessi, il che equivaleva a uno ‘stipendio’ di più di 2.900 euro al mese. Avrebbe dato immediatamente le dimissioni dalla compagnia telefonica per la quale lavorava da più di vent’anni, alla faccia di tutti quegli imbecilli, troppi, che vedeva in giro. E si sarebbe comunque ritirato a vita privata, come si usava dire.

Ma ora, con 27 milioni, era proprio diverso.

Già solo a lasciarli in banca, magari investiti in maniera oculata, avrebbero potuto garantirgli un ulteriore guadagno annuo di quasi un milione di euro!

Follia!

Ma ora era già il momento di agire. Prima di tutto avrebbe dovuto dirlo alla sua compagna Bianca. E già con questo si sarebbe divertito alquanto.

L’indomani sarebbe andato subito in banca. Avrebbe telefonato e si sarebbe messo in ferie, o magari in permesso. Avrebbe parlato col direttore della sua filiale e avrebbe subito stabilito nuove condizioni e un maggiore tasso di interesse per il conto corrente.

Il dubbio che lo pervadeva era se licenziarsi subito senza preavviso o aspettare un mese o due fino a che i soldi materialmente gli venissero accreditati. Ma sapeva anche che sarebbe stato difficile rimanere lì dentro, in quegli uffici mal combinati, facendo finta di nulla.

No, quasi sicuramente avrebbe dato le dimissioni e, al massimo, sarebbe rimasto una settimana a salutare i colleghi e gli amici. Senza dire nulla del reale motivo, però. Magari avrebbe detto di avere avuto la fortuna di ereditare inaspettatamente da un lontano parente.

E subito dopo Athos di Keltia, lo pseudonimo adottato nei newsgroup aziendali, sarebbe sparito.

Per l’immancabile destinazione nordica, l’Islanda!

Il solo pensiero di tutto ciò lo fece ridere.

E quella risata sembrò risuonare beffardamente nella stanza vuota.

***

Non mi stai prendendo in giro, vero?—gli chiese Bianca, posando delicatamente il bicchiere del vino sulla tavola, quasi a temere di farlo cadere per la sorpresa.

Lui aveva preferito farle l’annuncio a tavola, quando si è più rilassati e disposti al dialogo. Lei era rimasta notevolmente sorpresa ma pensava che lui scherzasse. Sì, perché ogni tanto si scherzava su che cosa si sarebbe fatto con una congrua vincita, non importa a quale gioco o lotteria. Si partiva dal milione, in questo gioco!

Lui si appoggiò comodamente allo schienale della sedia—Bianca, finché si scherza si scherza. Ti pare possibile che io riesca a fingere in un’occasione del genere? Lo sai benissimo che non ci riesco a raccontare balle!—

Lei sembrò riflettere su quello che lui le aveva detto ma ancor di più sembrò che valutasse il suo grado di affidabilità. Poi, con un gesto lentissimo, riprese il bicchiere del vino e disse, prima di accostarlo alle labbra—D’accordo, dici la verità. Ti voglio credere. Ma stai attento: se è una balla te ne farò pentire!—

Lui sapeva che ne era capace, per cui si affrettò a essere pragmatico—Allora, come ti ho detto, si tratta di ventisette milioni. Domani vado alla banca per incaricarla dell’incasso, e intanto—sottolineò la sua decisione con un gesto del braccio—ricontrattò le condizioni del conto, se vogliono quei soldi devono cambiare musica!--

Lei finì di masticare un pezzo di pollo e disse—Certo, questo è il minimo!—

Ci puoi giurare—ribatté lui—Per l’arrivo dei soldi penso che si sfioreranno i due mesi, io in ditta ci resto per una settimana, domani dopo la banca vado in ufficio e do le dimissioni!—

Lei sgranò gli occhi e lo guardò fisso—Ma scusa, non è meglio aspettare che arrivino i soldi sul conto, prima?--

Lui si versò nel piatto ancora un po’ di insalata—Sì lo so, sarebbe più prudente, ma non ce la faccio a passare tutto quel tempo in quella gabbia di matti, tra tutti quegli imbecilli, facendo finta di niente! Sto lì una settimana, saluto i colleghi e gli amici, e mi diverto a dire due o tre cosette a chi so io! Come si dice—si rivolse a lei quasi chiedendo soccorso—Ah sì: mi levo qualche sassolino dalla scarpa!—E inforcò soddisfatto l’insalata.

Sì, conoscendoti direi che più che sassolini dalla scarpa tirerai fuori qualche macigno—disse lei aggrottando la fronte e spalancando le labbra nel suo bel sorriso.

Lui spezzò ancora un po’ di pane, la guardò con compiacimento e rispose—Già, come sempre hai ragione. Quando avrò finito, con quelle due o tre persone che so io, la temperatura in quegli uffici sarà salita un bel po’!-

Ma riprendiamo la “programmazione”—disse, facendo un ghigno sadico—Dopo aver dato le dimissioni, me ne resto tranquillo fino a che i soldi non arrivano. Dopodiché, tanto per iniziare, restituisco a mia madre i soldi dell’eredità del cugino che mi sono serviti per l’auto. Poi magari do qualcosa a mia nipote, magari cinquecentomila euro, così si darà un po’ meno da fare col suo lavoro—

Lei finì quel che rimaneva del pollo—Ma dovrà continuare a lavorare, con cinquecento milioni!—

Lui finì il vino e disse—Già! Ma non è detto che non le dia qualcosa ancora. Devo capire bene se è una come tante altre o no: se lo è si deve accontentare di quelli. Non regalo i soldi a una borghese conformista, berlusconiana magari!—

Bianca lo guardò sorpresa—Perché, dici che è di Forza Italia?—

Athos fece un’espressione dubbiosa—Mah! Non lo so con certezza, non abbiamo parlato molto di politica io e lei, anche perché negli anni scorsi dava sempre ragione a mio fratello, quindi era perfettamente inutile anche discutere. Comunque, come era stabilito noi due dividiamo la vincita esattamente a metà. E voglio vedere se continui a lavorare, per la miseria! E ti comprerai senz’altro una casa, no?—

Bianca lo guardò stupita—Ma allora vuoi vivere da solo, con tutti quei soldi!—

--No, perché mai?—disse lui alzandosi per preparare il caffè—noi vivremo insieme, che c’entra?—

--Sì, sì, girala come vuoi, la frittata—disse lei, togliendo di mezzo i piatti—ma mi sa che un pensierino di andartene ce l’hai sempre avuto—

Lui sembrò spazientirsi ma riacquistò subito la calma abituale—Guarda, se ci saranno problemi li affronteremo, ma è così che voglio fare. La mia idea è che potremmo trovare una villa grande che abbia, che so, una dependance che utilizzerei come studio e laboratorio, e magari anche per altre cose. E magari faccio venire mia madre e chi la assista per la sua malattia. Già solo per trovare questa casa impiegheremmo un po’ di tempo a girare, e non sarebbe male spendere il tempo in questo modo—guardò la compagna per cercare di capire la sua reazione—Dopo di ciò io me ne andrei un po’ in giro per il mondo. Ho voglia di girare per un bel po’, prima di fare altri progetti—

Bianca gli si fermò davanti e gli disse—Ah, te ne andresti da solo, eh? E quali sarebbero questi progetti?—

Lui le girò intorno, posando le tazzine sulla tavola—Guarda che non ho detto che me andrei da solo! Ma mi ascolti, quando parlo? Al ritorno vorrei aprire finalmente la Libreria Atheia con i dovuti mezzi finanziari. Ma non ti preoccupare—si volse verso la donna—non intendo assolutamente giocarmi tutti quei soldi. Solo una minima parte, il resto deve garantirmi una vita super agiata fino alla morte!—

E dopo aver lentamente bevuto il caffè si misero comodi sul divano a vedere il DVD del film, guarda caso, “Chi più spende più guadagna”.

***

Si era svolto tutto come aveva previsto. La banca, e il suo direttore, quasi si prostrarono ai suoi piedi quando seppero che i milioni erano ben ventisette! “Che facce di merda” pensò Athos “fino a due minuti fa ero un povero scemo qualsiasi, a cui facevano estrema fatica a fare un prestito per l’automobile, ora addirittura mi danno il 3% netto di interessi, mi aumentano la disponibilità sulla carta di credito fino a cinquemila euro di prelievo al giorno e cinquantamila al mese di spesa, mi propongono investimenti con ottimi rendimenti….insomma, manca poco che mi stendano il tappeto rosso bordato d’oro davanti ai piedi!”

Era proprio vero: danno più soldi a chi ne ha già e a quelli che ne hanno veramente bisogno li negano!

Immediatamente dopo era andato al lavoro, si era subito precipitato alla amministrazione del personale, a cui aveva consegnato la lettera di dimissioni già scritta a casa, e mise subito in chiaro che stava lì ancora una settimana rinunciando alle briciole di soldi del preavviso. Fecero un po’ di storie, come già si aspettava, ma lui conosceva bene il contratto e i suoi diritti e li minacciò di querela. A questo punto abbozzarono…….

Subito dopo consegnò la copia della lettera al suo responsabile, che rimase allibito. Naturalmente lui non parlò mai di una vincita alla lotteria ma di una improvvisa e grossa eredità da un lontano pro-zio emigrato in Canada che, non avendo altri parenti, si era ricordato di lui!

Il giorno stesso si tolse i famosi “sassolini” nella scarpa e disse quello che pensava di loro a due o tre “persone”. Intanto che aveva cominciato estese la cosa ad altri ancora e pensò che fosse meglio invitare proprio “quelle” persone ad un “aperitivo d’addio” in un buon bar di Milano. Si sarebbe aspettato qualche rifiuto ed addirittura che alcuni non rispondessero minimamente al suo invito ma, no! Vennero tutti! La cosa fu veramente divertente: all’inizio erano lusingati, tutti sorrisi spalancati ed un certo orgoglio nell’essere stati invitati, come dire “guarda un po’ questo scemo, lo abbiamo sempre detestato e lui ci invita addirittura!”. Poi rimasero sbalorditi quando lui iniziò a maltrattarli, alcuni si arrabbiarono – e successe il finimondo! – altri si avvilirono, altri si misero a piangere!

Un triste spettacolo di nullità diffusa e un grande e satirico “numero” per tutti i colleghi che vi assistettero, molti dei quali faticarono a trattenersi dal partecipare direttamente allo sputtanamento da lui scatenato! Già, perché, come aveva attentamente organizzato, ad un orario leggermente sfalsato arrivarono anche tutti gli altri colleghi che aveva invitato, quelli “buoni”. Ma la figuraccia, per gli stronzi, fu così doppia: si videro sbeffeggiati dal collega che li aveva più detestati in assoluto e che loro, per anni, avevano cercato di “annullare” giorno per giorno e, per di più, di fronte a tanti altri che avrebbero voluto fare la stessa cosa nei loro confronti ma che, per una diffusa abitudine al non cercarsi grane e complicazioni, avevano lasciato perdere per anni tutte le angherie di cui anche loro erano stati vittima.

Il rinfresco si svolse in un bar molto bello e famoso, nel centro di Milano. Fu divertente: Athos aveva cominciato a organizzare tutto fin dal lunedì. Ci fu musica diffusa, scelta ovviamente da lui, alcolici e non, succhi di frutta, vini, cocktail, paste salate e dolci, tartine e tante cose ancora, ghiotte e stuzzicanti, ma assolutamente niente champagne: molti vini e spumanti, dolci e brut, ma lo champagne proprio no. Per un pregiudizio ideologico.

E quando fece il discorso finale il “dimissionario” non mancò di far rilevare che lì erano presenti i giusti di quella pessima azienda e che loro, soltanto loro, avevano fatto in modo che quella barca non affondasse e che loro stessi, Athos compreso, ne traessero le uniche due gratificazioni: la compagnia e l’allegria di persone in gamba e la consapevolezza di aver fatto il meglio malgrado capi, capetti, leccaculo, servi, “dirigenti” e “responsabili”, e imbecilli vari. Oltre, naturalmente, ai ringraziamenti ricevuti dai clienti-utenti per il buon lavoro svolto e per le esaurienti informazioni ricevute.

Quando terminò il finimondo e rimasero solo i “buoni”, dopo altre risate e piuttosto salaci commenti, si lasciarono con allegria, ripromettendosi di vedersi più spesso di quanto non avessero fatto fino a quel momento. Athos se ne andò perplesso: si diceva sempre così e poi ci si rinchiudeva nelle proprie case, ognuno preso dalle proprie tribolazioni.

***

I soldi finalmente arrivarono sul conto, il capitolo con il lavoro si concluse definitivamente, e finalmente Athos e Bianca, che nel frattempo si era fatta convincere e si era licenziata, cominciarono a passare il loro tempo a guardare annunci immobiliari nella prima parte della mattinata, decidere quali case vedere, fissare l’appuntamento e girare per la Lombardia a visitare case e ville e, ovviamente, pranzando sempre fuori: quasi ogni giorno!

Ma era difficile!

Mai più avrebbero immaginato quante case e ville, spesso con grandi giardini e parchi annessi, fossero in vendita ed alcuni anche a buon prezzo! Ogni tanto andavano anche fuori dalla regione, in Piemonte, in Trentino, anche in Svizzera, e le case e le ville aumentavano, erano tutte belle per uno o l’altro aspetto, e c’era ormai solo l’imbarazzo della scelta!

Passarono circa quattro mesi così, e portarono a casa tanta carta di documentazione che il salotto sembrava un ufficio: carte, piante, documenti, fotografie, disegni…

Era passato tutto l’autunno e ci si avvicinava alle solite feste del Natale cattolico: lui aveva anche trovato il tempo di fare qualche piccola escursione nei boschi. Ora però dovevano fare una scelta: non era logico far passare anche l’inverno andando in giro a cercare casa e, magari, non trovando neanche il tempo (ora che ce l’avevano!) per sciare o semplicemente passare alcuni giorni nella neve, finalmente liberi dall’angosciosa preoccupazione di “tornare al lavoro”.

Passarono un’intera domenica a vagliare le varie possibilità ed infine, ma con molta fatica, presero una serie di decisioni: scelsero di acquistare una villa a Milano in zona S. Siro, a due passi dall’ippodromo, in una zona esclusiva e signorile e abbastanza isolata dal trambusto delle domeniche “sportive”. Avevano anche pensato, nella stessa zona, ad un grande appartamento all’ultimo piano di un bel palazzo ma, in fondo, potevano permettersi di stare per i fatti loro, perché no? La villa era piuttosto grande ma non troppo: era situata all’interno di un vasto giardino quasi completamente all’ombra di grandi alberi, per lo più querce e faggi.

La villa era composta di dodici locali e tripli servizi, con due grandi terrazzi, uno al piano terra con un loggiato, con ingresso dall’esterno e dal soggiorno, ed uno al piano superiore. Il box interrato molto grande fungeva anche da cantina e poteva contenere tranquillamente tre grandi vetture, oltre a qualche moto e bicicletta, ed aveva anche un doppio ingresso. Ad un lato c’era il locale lavanderia.

Quella sarebbe stata la loro “base” cittadina: un grande salotto, un altro soggiorno leggermente più piccolo, sette grandi camere da letto, una stanza con gli armadi, una grande cucina, una stanza per la dispensa, un grande ripostiglio, una biblioteca-sala svago ed uno studio per lui avrebbero costituito la “partenza” per una vita di molteplici viaggi e trasferimenti. Tra un viaggio e l’altro la casa avrebbe potuto ospitare numerosi ospiti: parenti ed amici che avessero voluto trascorrere con loro allegri e sereni momenti di “vera” vita, finalmente! C’era posto anche per sua madre, nell’altra struttura a pochi passi, per la sua amica con la quale abitava al quartiere Barona, dove lui era nato, e per l’infermiera professionale che avrebbe dovuto assisterla: perché tenerle lontane in un’altra casa quando potevano stare lì, in tutta autonomia? Sarebbero stati vicini ma non troppo, si sarebbero potuti fare compagnia mantenendo la propria indipendenza. Finalmente sua madre avrebbe vissuto in una casa degna di questo nome.

Nel parco c’era una piscina abbastanza grande: alcuni lavori di sistemazione e pulitura erano necessari ma non particolarmente impegnativi. Dal momento che nelle vicinanze della piscina non c’erano alberi lui aveva già deciso di spostare qualche pianta e porla vicino alla vasca, in modo di creare una possibilità d’ombra naturale che, chissà perché, ben poche piscine private possedevano, quasi fosse obbligatorio cuocersi al sole!

Vicino alla villa e all’altra casa c’era una costruzione più piccola, che avrebbe potuto accogliere il personale di servizio: era ovvio che non avrebbero mai pensato di tenere in ordine da soli un ambiente tanto vasto! Occasionalmente queste persone avrebbero dovuto cucinare, ma Bianca avrebbe lasciato loro con difficoltà questa incombenza, ora che poteva occuparsi, con tempo e tranquillità, della sua passione: la gastronomia!

Decisero poi di acquistare una villa in Trentino, in una valle frequentata ma in posizione elevata, isolata ma non troppo e con una vista eccezionale. La villa era in tronchi di legno e pietra a vista, molto accogliente e molto bella da vedere e da vivere, con un giardino tutto intorno e diverse piante: ovviamente non era delle dimensioni di quella di Milano ma poteva contenere diversi ospiti.

Ora avevano finalmente un luogo di villeggiatura dove potere rilassarsi, fare escursioni nei boschi e in montagna, sciare, vedere molte incantevoli località nei dintorni e godersi più neve possibile, dal momento che erano a circa 1000 metri di altezza!

Per quanto riguarda il mare, invece, decisero di pensarci più avanti: niente ormai impediva loro di avere anche una casa al mare o, chissà, una barca….

***

Athos si pose al centro del locale e fece un lento giro su sé stesso. –Allora, facciamo il punto della situazione—disse ai due collaboratori ed al suo segretario, che insieme a lui stavano decidendo l’arredamento e l’organizzazione della Libreria Atheia. Si avvicinò al rozzo tavolo da lavoro in legno su cui erano posate le mappe del locale ed altri documenti e si rivolse a Franco, il primo collaboratore che aveva assunto:--Franco, come vi avevo già spiegato questa non sarà una libreria come le altre, piena di volumi incastrati negli scaffali e di cui si vede solo il dorso e che, per la mancanza di regole nello stampare il titolo, obbliga il pubblico a continuare a muovere la testa per leggere il titolo—e si mise a mimare quel movimento per far capire ancora meglio quel disagio che non aveva mai sopportato—e, ovviamente, noi non terremo tutti i titoli ma solo la nostra scelta—.

--Mi sembra di avere capito che i libri saranno esposti solo col fronte, vero?—chiese a quel punto Davide, l’altro collaboratore, scostandosi i lunghi capelli castani dalla fronte.

--Proprio così—rispose Athos, avvicinandosi alla parete di sinistra per meglio spiegare quello che intendeva.

--Allora, Franco, dopo avere tinteggiato il locale con quel colore verde scuro che avevamo già scelto, tu ti dovrai occupare dell’acquisto dei mobili che dovranno contenere i libri—indicò con una mano una altezza sulla parete—avranno quel colore bordeaux già stabilito e avranno un’altezza contenuta e a portata di braccia, è inutile che arrivino fino al soffitto. I libri che mano a mano Davide ordinerà saranno esposti di piatto, con la prima copertina rivolta verso i clienti, con tutte le copie che decideremo di acquistare e di esporre. La profondità dei ripiani non sarà eccessiva e l’altezza sarà sufficiente a contenere anche grandi volumi. Ovviamente—disse rivolgendosi con lo sguardo a Walter, il segretario che gli faceva anche da amministratore personale—abbiamo avuto l’accortezza di scegliere dei mobili che hanno i ripiani regolabili e smontabili, in modo che possiamo organizzare i vari reparti con molta elasticità--.

--Scusa, una conferma—disse Davide—mi sembra di avere capito che la cassa e la scrivania saranno entrambe sulla destra, no?--.

--In effetti—rispose lui—avevo pensato di mettere la cassa sulla destra e realizzare un ufficio separato con la mia scrivania, che ovviamente verrà usata da chiunque ne abbia bisogno di volta in volta. Ma, dal momento che il locale è piuttosto grande, per il momento direi di mettere la cassa ed il relativo banco a destra appena all’ingresso e, proseguendo lungo la parete con una forma ad angolo, la mia parte della grande scrivania angolare all’altra estremità e, in mezzo, il posto per l’altra persona. Tutte e tre le postazioni saranno dotate, ovviamente, di personal computer indipendenti ma collegati comunque al sistema di gestione—. Nel pronunciare queste parole, Athos compì il percorso appena descritto spiegandosi con ampi gesti delle mani.

Franco si avvicinò al tavolo ed indico la mappa del locale:--Mi sembra però che, così facendo, togliamo disponibilità di una parte di parete ai libri--.

--È vero—disse Athos—ma se ciò dovesse costituire un problema potremo fare un cambiamento. Per il momento dietro le nostre postazioni possiamo mettere dei poster, che siano di argomento letterario, cinematografico, musicale o dei semplici paesaggi--.

Walter era rimasto in silenzio fino a quel momento ma aveva qualcosa da dire—Sono forse il meno indicato per suggerire qualcosa ma…volevo sapere…al centro del locale non ci sarà proprio niente?—

Athos si passò una mano intorno al mento e, dopo un attimo di riflessione, disse—Giusta osservazione! Allora, io pensavo che, se ce ne fosse necessità e in caso di promozione di qualche titolo in particolare, si potrebbe tirare fuori dal magazzino un mobile basso, o magari due, con ruote, quadrato o rettangolare, questo lo vedremo poi, e usarlo come espositore temporaneo, e potremo collocarlo dove ci pare—si recò in un angolo e proseguì—poi, dal momento che voglio proporre con decisione la vendita, magari in leasing, degli e-book e dei relativi titoli, pensavo di mettere qui un corner dedicato--.

--Che comunque—disse Davide—potremmo togliere e mettere a piacimento…---

--Proprio così—confermò lui. Quindi proseguì verso la parete opposta—Questa parete avrà la sua scaffalatura ma, se vorremo proiettare qualcosa, dal soffitto faremo scendere lo schermo, di cui abbiamo già parlato, e che Walter sta vedendo già dove acquistare, insieme al proiettore e agli altri accessori, casse acustiche eccetera—

Walter fece un cenno di assenso col capo.

--Inoltre—continuò Athos, questa sarà anche la parte del locale dove organizzeremo i dibattiti e le conferenza che ospiteremo nella libreria, e qui ci sarà il grande tavolo pieghevole e modificabile, che sarà rettangolare per le sole conferenze e quadrato se ci si dovrà sedere intorno, o se dovessero avervi posto parecchi libri per visione o vendita. Per le sedie ci abbiamo già pensato io e Walter, sono già di là in magazzino—fece un gesto con la mano indicando il locale adibito a magazzino nell’estremo angolo destro in fondo al locale—sono comode a sufficienza, non sono ingombranti ed hanno pure il ripiano pieghevole--.

Franco volse istintivamente la testa verso il magazzino—Scusa capo, quante sono?--

Athos si mise sonoramente a ridere, quasi piegandosi sulle ginocchia—Sì, come no! Ma quale capo! D’accordo che sono ricco e che la libreria per me è un hobby che realizza il sogno della mia vita, e che sono quello che vi paga, ma non c’è nessun capo: parliamo di tutto e decidiamo insieme, OK?—disse, veramente di buon umore.

Gli altri sembravano ugualmente divertiti. Si fece avanti Davide—Scusa Athos, ma quando abbiamo avuto il colloquio in quell’ufficio temporaneo non ci avevi mica parlato di un orario di lavoro particolare? Però non sei entrato nei dettagli…--

Athos guardò un punto imprecisato sul soffitto e poi si rivolse agli altri tre—È vero, ne ho accennato ma non mi sono spiegato per niente—fece una pausa—Walter, ne vuoi parlare tu, io vado a prendere qualcosa da bere, voi cosa volete?—

Davide e Franco, quasi all’unisono, optarono per una birra Kilkenny in bottiglia, Walter per un analcolico—Ed io mi faccio un Aperol con ghiaccio e soda—disse lui, avviandosi verso il frigo bar mentre, nel frattempo, Walter sistemava quattro bicchieri sul tavolo, scostando mappe e documenti.

Si sedettero sui quattro sgabelli intorno al tavolo—Dunque, come avete saputo quando avete svolto il colloquio in quell’ufficio temporaneo con Athos, il vostro stipendio sarà circa di 1350 euro netti al mese per 14 mensilità, un bel po’ al di sopra di quanto previsto per il vostro settore in quest’anno di grazia 2009 dc…data convenzionale—disse Walter, calcando sulle ultime parole—e Athos può permetterselo…--

Athos, quasi strozzandosi con un cubetto di ghiaccio, esclamo—E per fortuna! Almeno realizzo un po’ di quel comunismo che non ci sarà mai!—

Walter non si infastidì affatto di essere stato interrotto—Infatti! E dal momento che i recenti cambiamenti danno più libertà negli orari di apertura degli esercizi commerciali, vi comunico quale sarà il vostro—

Davide e Franco si fecero ovviamente più attenti. Walter fece una pausa ad effetto e proseguì—Athos ovviamente sarà in libreria di tanto in tanto, ma quando lo farà avviserà in anticipo. Dopo che verrà assunta un’altra persona il personale fisso in libreria sarà di tre unità, ma dovranno essere presenti solo due su tre, e quindi, considerando che il lunedì la libreria sarà chiusa tutta la giornata, ognuno di voi tre lavorerà in realtà 25 ore la settimana invece delle quaranta e più normalmente previste—

I due dipendenti strabuzzarono gli occhi e si guardarono con aria interrogativa—Ma veramente?—finalmente chiese Franco.

--Certamente— rispose questa volta direttamente

Athos—i turni verranno stabiliti in una tabella ma potranno all’occorrenza essere modificati. In questo modo ci sarà almeno una persona che baderà alla cassa e l’altra le varie incombenze, come rifornimento dal magazzino, riordino degli scaffali, ordini e consultazioni e le consegne a domicilio di libri ordinati, ma queste ultime verranno stabilite in anticipo ed affidate alla terza persona che verrà impegnata all’occorrenza. Per le serate in cui la libreria sarà aperta per riunioni, conferenze, proiezioni e quant’altro, oltre ad Athos quando e se sarà interessato, parteciperà il personale strettamente necessario, di solito una persona, pagata extra per l’ulteriore impegno—

--Non oso chiedere per le ferie, a questo punto!—disse Davide, non nascondendo il suo entusiasmo.

Walter riprese volentieri la parola—Nella stessa ottica le ferie saranno almeno di 32 giorni lavorativi l’anno, ma non sono esclusi altri periodi extra. Se verificheremo, dopo il primo anno, che non valga la pena tenere aperto in agosto chiuderemo per l’intero mese, ma si preferirebbe evitare di contribuire a questa insana abitudine tipicamente italiana di concentrare le ferie nel periodo peggiore dell’anno per godersele—si guardò intorno e poi aggiunse—almeno, non so voi, ma io e Athos la pensiamo così--.

Toccò questa volta a Franco confermare che anche lui la pensava allo stesso modo, e Davide confermò a sua volta:--Io di solito scelgo giugno o luglio, dipende dove decido di andare, ma a volte anche a settembre--

Athos intervenne di nuovo—Diventa ovvio che, scaglionando le ferie, non può rimanere una sola persona nella libreria, potremmo assumere personale temporaneo, anche se ne sono contrario, oppure organizzarci in qualche modo, ci penseremo più avanti--

--Perfetto, ora non ci resta che scegliere la data provvisoria per l'inaugurazione, direi indicativamente al massimo tra un mese da oggi—disse Walter, e finì di sciogliere in bocca l'ultimo cubetto di ghiaccio.

***

Prima che Athos e i suoi amici e collaboratori mettessero mano alla realizzazione della libreria, lui si era concesso un lungo periodo di vacanze e viaggi con Bianca, intervallati da brevi periodi di permanenza nella casa di Milano. Dopo circa sette mesi dalla vincita si trovarono in pieno gennaio e trascorsero circa un mese nella loro casa in montagna, tra sciate, gite a piedi con le racchette da neve, brevi percorsi in slitta coi cani e le lezioni di snow board che Athos si decise a prendere, trovandosi molto meglio che con gli sci!

A marzo andarono per qualche settimana nel Salento, alla casa che Bianca, suo fratello e sua sorella avevano nel paese natale, e Athos poté finalmente verificare la meraviglia della breve primavera salentina, prima che tutto ingiallisse nell'afa del meridione.

Per il 25 aprile e il primo maggio Athos fece una faticosa ma fruttuosa opera organizzativa per portare a Milano, nei due cortei cittadini, più atei e agnostici possibile sotto uno striscione, da lui progettato e commissionato, con la scritta “Ateismo è libertà! Liberiamoci dalle religioni! Atei e agnostici per un Paese veramente laico”. Naturalmente l'unica associazione ateoagnostica, di cui ancora era socio, scese in piazza col suo striscione, ma lui riuscì a fare in modo che il suo fosse davanti, e molti dei soliti pochi “manifestanti” che quell'associazione riusciva a portare in piazza, pur avendone molti di più come soci che avrebbero potuto farlo, passarono avanti dietro il suo striscione. Lui riuscì a fare venire a Milano, pagando anche, per alcuni, viaggio e permanenza, parecchie persone da tutta Italia. L'evento ebbe risonanza perché mai era successo di vedere in piazza, a ranghi serrati, combattivi con cartelli e slogan appropriati, almeno 1200 atei e agnostici! Athos ed altri con lui furono intervistati da giornalisti di radio, giornali ed emittenti televisive, e comparvero perfino in qualche telegiornale!

Dopo tale entusiasmante successo, e relativa soddisfazione personale, Bianca e Athos itinerarono con un camper noleggiato per Lombardia, Piemonte, Svizzera ed Austria. A luglio, finalmente, partirono per l'Islanda, facendo una prima adeguata sosta alle isole Faeroer, che Athos non aveva mai visto, trovandole veramente entusiasmanti. Complessivamente trascorsero in quei due paradisi cinque settimane e, appena tornati, solo qualche giorno di rilassamento e poi di nuovo via al nord, in Scandinavia, rifuggendo dal solito caldo demenziale di Milano e dell'Italia intera.

E fu appunto a conclusione della stagione calda, a settembre, che Athos mise mano al progetto della libreria.

***

Epilogo

Nei mesi e negli anni a seguire diversi avvenimenti intervennero a rendere ancora più entusiasmante quel nuovo periodo della vita di Athos e di chi gli era vicino: la libreria ebbe un interessante successo, e traslocò in locali più numerosi e più ampi, con ulteriore personale, dove ebbero successo le numerose iniziative letterarie, i convegni, le serate, i dibattiti, resi ancora più stimolanti con l'aggiunta di un angolo bar sempre aperto negli orari della libreria,

Non solo.

Athos e Walter trovarono sinergie con aziende ed enti privati e pubblici, e alla libreria seguì Radio Atheia, e alla radio, caratterizzata per molta musica e poche, ma sensate, parole e, soprattutto, niente scemenze, seguì Atheia Television, con un palinsesto completo di cultura, cronaca, cinema e telefilm, programmi musicali di qualità, una pubblicità mirata e una programmazione assolutamente limitata a parti della giornata, secondo la concezione che Athos aveva della televisione, ovvero priva del tabù di occupare a tutti i costi tutta la giornata che sembrava imperare in tutte le altre emittenti televisive, a cominciare da quelle pubbliche.

Qualche tempo dopo nacque Atheia Produzioni, che si occupò della produzione cinematografica, discografica e di musica dal vivo. Tra le tante soddisfazioni per Athos ci fu quella di essere il produttore di una serie di concerti in Italia di Crosby Stills Nash and Young finalmente di nuovo insieme tutti e quattro, e gli incontri con questi grandi...

E, naturalmente, rivide la luce, su basi diverse e con molti più mezzi, fortuna e determinazione, quell'Associazione Atheia, associazione culturale degli atei e agnostici della sinistra antistalinista, che qualche anno prima era esistita per circa quattro anni estinguendosi nella pigrizia dei suoi stessi soci.

Il racconto di questa favola moderna finisce qui, e può ragionevolmente concludersi con il classico “..e vissero tutti felici e contenti...”

Fine


Estinzione preventiva

Prefazione dell’autore

Finalmente, dopo alcuni anni, è finalmente giunto anche questo quinto quasiracconto. L’idea di un popolo alieno che girava il cosmo a fermare sul nascere qualsiasi sviluppo di specie “intelligenti”, per evitare che diventassero distruttive, la covano da almeno una decina d’anni, e la solita pigrizia mi aveva impedito di porci mano. A questa storia ho voluto unire, finalmente, anche le mie idee su come dovrebbe essere la specie umana, i suoi “generi”, la sua sessualità, il suo tipo di convivenza per essere più serena, più spontanea, più felice, meno costretta da imposizioni, naturali o artificiali che siano.

Estinzione preventiva

Aprile 2016 dc

L’erba era lievemente mossa dal vento fresco, che proveniva da nord.
Il sensore, che all’aspetto era un disco di metallo opaco, era immobile al suolo da circa venti minuti, ma non era inattivo.

I suoi sensibili meccanismi interni stavano continuamente scandagliando i dintorni analizzando tutte le forme di vita, e le loro eventuali onde cerebrali, secondo i parametri precedentemente programmati e inseriti nel suo software.

La radura era uno spazio irregolare, quasi un rettangolo, il cui lato più corto misurava circa centocinquanta metri e l’altro poco più di duecento. Lo spazio erboso era quasi perfettamente posto da sud a nord col suo lato più lungo, ed era leggermente in salita verso il lato orientale. A circa dieci metri dal bosco, nell’angolo a nord-est, un’animale stava tranquillamente brucando l’erba e non aveva minimamente intuito che qualcosa lo stesse osservando.

Il disco grigio, infatti, aveva anche delle telecamere: due sulla parte superiore, quattro sulla parte inferiore e quattro sul bordo esterno.

Il sensore, in fase di avvicinamento dall’alto, aveva già notato l’animale, aveva compiuto un largo giro per posarsi tra l’erba inosservato ed avvicinarsi lentamente al soggetto. Il fatto che fosse un quadrupede già costituiva una giustificazione per passare oltre nella procedura, ma l’osservazione iniziale doveva comunque essere completata da altre analisi.

L’animale era alto al garrese circa un metro e trenta, le zampe erano dotate di zoccoli con tre divisioni anteriori, il corpo era sinuoso, con un corto pelo di colore marrone-fulvo e una coda che terminava in un ciuffo di peli dello stesso colore. Il muso era triangolare e allungato in una proboscide, che probabilmente serviva a trattenere e strappare meglio l’erba e le foglie degli alberi. Due corte orecchie spiccavano sulla testa, muovendosi anche indipendentemente l’una dall’altra per ascoltare meglio i suoni dell’ambiente, oltre che per scacciare i pochi insetti presenti su quel pianeta.

Il disco sensore trasmise i dati rilevati, si allontanò seguendo il percorso dal quale era arrivato e si innalzò al di sopra della foresta, proseguendo in una serie di voli concentrici sempre più larghi in cerca di altri esseri viventi da analizzare. Qualche ora più tardi comparvero nel cielo, sul far della sera, due dei tre grandi satelliti naturali del pianeta: il terzo, infatti, era al momento visibile nell’altro emisfero. Il primo sulla sinistra era un pianeta senza atmosfera di rocce bianche e grigie mentre l’altro, leggermente più grande, aveva un’atmosfera vivibile ma sulla sua superficie crescevano solo erbe basse, muschi e licheni, che davano al pianeta una colorazione verde. L’insieme delle diverse luci che da quei satelliti illuminavano il pianeta era oltremodo fiabesca e misteriosa, e avvolgeva in un alone surreale tutti gli esseri che lo abitavano.
°°°
L’Analizzatore di Primo Livello Xortiag volse lo sguardo verso l’oloschermo sulla sua destra, quello su cui comparivano, in tempo reale, le analisi del sensore discoidale in navigazione nel quadrante AA15SW22 del pianeta WARS22F33, che stavano analizzando in quei mesi. Una delle voci della tabella stava lampeggiando in giallo: significava che la specie in analisi in quel momento aveva il 30% di probabilità di sviluppare un’intelligenza di grado B.
Xortiag digitò alcuni comandi sulla tastiera olografica proiettata sul tavolo comandi davanti a lui. Pur preferendo l’esperienza del tocco fisico sulle tastiere reali, non poté ancora una volta negare che le tastiere virtuali olografiche erano state un ulteriore passo verso la leggerezza e la diminuzione di parti meccaniche in movimento nelle applicazioni informatiche. Concentrandosi sui dati che stava analizzando, cambiò alcuni parametri di analisi. Pur modificando in peggio l’insieme delle condizioni ambientali ipotizzate, la percentuale prima evidenziata non scese al di sotto del 28%.

Non c’erano dubbi: mentre lo stadio di intelligenza A era caratterizzato da una moderata dose di iniziativa e indipendenza, che avrebbe nel migliore dei casi potuto sviluppare forme di vita superiori ma non paragonabili a quella umana, il livello B invece era il primo stadio di una precisa evoluzione verso un tipo di intelligenza cosiddetta “superiore massima”.

Non era più possibile indugiare. Avrebbe dovuto riferire al responsabile.
°°°
Quando Xortiag entrò nell’ufficio di Andler si ricordò che questi, in effetti, stava in quel periodo cambiando sesso e, per le culture e tradizioni di alcune civiltà del loro pianeta, sarebbe stato “la responsabile”. Per il popolo di Xortiag e di Andler, però, la cosa non aveva importanza perché la loro lingua mancava del genere: maschile, femminile, neutro o “ibrido” che fosse. E lo stesso era per la nuova lingua creata qualche secolo prima e diffusa obbligatoriamente come prima lingua mano a mano che le varie nazioni venivano unificate nella federazione mondiale. In realtà non si poteva parlare nemmeno di “cambio di sesso”, ma solo di un cambio della morfologia da un senso, genericamente definito maschile, a un altro, il femminile. E in ultima analisi “maschile” e “femminile” erano termini che distinguevano l'aspetto del corpo e differenze nelle zone erogene, più che la personalità e il carattere. Senza troppe marcate varianti nei vari popoli e razze, del resto. Nella sottorazza Van, la variante con la pelle più rosea della razza Anair, maggioritaria sul pianeta, i due concetti, nella loro lingua, erano definiti Yonuf e Xamef, ma nella nuova lingua planetaria erano Mar e Nar. Nel corso dei secoli, grazie anche alle interrelazioni tra popoli e genti, c'era stata una semplificazione e un discreto processo di uniformazione globale, senza che però questo sfociasse in un appiattimento e annichilimento totale delle differenze e delle peculiarità.

I lineamenti di Andler stavano lentamente cambiando, in effetti. Al di là dei capelli, che venivano portati indifferentemente lunghi o corti, e con varie fogge e colorazioni, da “maschi” e “femmine”, il suo viso si stava lievemente addolcendo, gli zigomi si stavano pronunciando, le labbra si stavano inturgidendo e la barba stava sparendo. Anche gli occhi si stavano ingrandendo, e il resto del corpo seguiva il cambiamento: cresceva il seno, si stringeva la vita e si arrotondavano i fianchi e la pelle stava diventando più liscia, morbida e vellutata.

--Ciao Xortiag--gli disse Andler appena lo vide entrare--qualche novità?--
L’analizzatore si sedette di fronte alla scrivania--In effetti ce ne sono. È stata trovata una specie che almeno al 28% diventerà livello B--disse.

La responsabile si passò una mano sul mento poi, spostando i lunghi capelli neri dal collo, domandò--C’è qualche margine d’errore?--
--Non credo, ho effettuato diverse prove con le varianti, ma il risultato è quasi lo stesso--
--Mi hai già passato la documentazione?--chiese Andler.

Xortiag cambiò posizione nella sedia--Fatto, la trovi sotto il nome “Ipotesi specie B-16AA24”--

La responsabile cominciò a digitare sulla olotastiera, poi congedò il collega--D’accordo. Ora passiamo alla fase di ricognizione di tutte le unità presenti sul pianeta e le circoscriviamo in zone. Quando avremo un quadro definitivo predisporremo la terza fase, ti tengo informato. Ottimo lavoro!--. E il sorriso si aprì su una fila di splendidi denti.
°°°
Nel maxischermo a parete della sala maggiore di controllo apparve la mappa completa del pianeta WARS22F33: la superficie totale era di circa 600 milioni di chilometri quadrati, il 40% per cento circa era rappresentato da tre continenti e una moltitudine di isole di varia grandezza. I punti rossi luminosi, che indicavano le comunità della specie sotto esame, erano concentrati in un’unica zona nel continente più grande, situata in una zona temperata a nord dell’Equatore.

Davanti allo schermo c’erano alcune persone: Xortiag, Andler, il responsabile Ricerca Scientifica Vlandor, la responsabile del Reparto Informatico Mliukor e la Comandante della cosmonave Kiursar. Mentre Mliukor era intenta a digitare su una olotastiera per le ultime verifiche delle simulazioni, Vlandor e Kiursar stavano discutendo. Xortiag e Andler assistevano attenti.

--Secondo me non ci possono essere ormai dubbi--stava dicendo Vlandor, un uomo con lunghi capelli biondi, baffi e pizzo dello stesso colore--questa sarà una specie intelligente!--
Kiursar lo ascoltava con le mani incrociate sul petto. Fece una mossa leggera, muovendo gli splendidi capelli rossi che le cadevano sulle spalle--Aspettiamo ancora un po’, non è il caso di essere precipitosi--disse, volgendo lo sguardo verso Mliukor, quasi a sollecitare il termine delle sue operazioni sul sistema--siamo sempre in tempo ad agire. Non credo infatti che qualche minuto in più faccia differenza--
Vlandor non poté che assentire col capo, mentre Andler volgeva uno sguardo d’intesa a Xortiag.

Dopo alcuni minuti Mliukor si allontanò dalla postazione, si girò e si appoggiò col braccio destro al lungo tavolo--Ecco--disse rivolgendosi a tutti i presenti--ora ho proprio finito, ci sono i risultati definitivi--
Anche se non ce n’era bisogno, si avvicinarono tutti al grande schermo, in un inconscio atteggiamento di maggiore attenzione.

L’analisi risultò convalidata definitivamente: la specie osservata sarebbe diventata, di lì a qualche decina di migliaia d’anni, una specie intelligente e avrebbe iniziato a espandersi a ritmi vertiginosi e a dominare il pianeta.

Vlandor, lisciandosi i biondi baffi, con un cenno richiamò l’attenzione e annunciò--Non essendoci più dubbi, organizziamo una breve videoriunione con i nostri responsabili su Antar, e poi passeremo all’azione--
°°°
La videoriunione con Antar si svolse come previsto, e venne presa la decisione inevitabile: la specie sarebbe stata sterminata!

Il pianeta Antar, dopo svariati decenni di esplorazione in molti dei sistemi stellari raggiungibili dalle cosmonavi, e dopo avere verificato sul posto l’esito disastroso che le specie “intelligenti” che avevano dominato i singoli pianeti avevano causato, ovvero, nel 95% dei casi, l’autodistruzione, il disastro ecologico e biologico, la sovrappopolazione dovuta all’ignoranza e ai dogmi religiosi, le guerre fratricide, la distruzione dell’ecosistema per fini speculativi e industriali e via di seguito, aveva deciso di arrogarsi il diritto di esplorare il cosmo e di evitare a priori il ripetersi di tali drammatici esiti.

Aveva cioè optato per l’estinzione preventiva.

Se avesse trovato una specie interessante l’avrebbe studiata e, se il risultato fosse stato quello di una probabilità come quella appena verificata su quell’ultimo pianeta visitato, avrebbero sterminato la specie “intelligente”.

Non tutti su Antar erano d’accordo.

Molti, sia nella comunità scientifica sia nella comune popolazione, a volte riuniti e organizzati in movimenti, organizzazioni e perfino tentativi di religione, ritenevano che non poteva esserci la certezza assoluta che l’evolversi dello sviluppo di quelle specie sarebbe stato quello cupo e pessimistico che il governo planetario riteneva quasi inevitabile.

Un’altra obiezione era che nessuno poteva ergersi a giudice di ciò che non si era ancora verificato e che, comunque, lo sterminio di una specie ancora incolpevole non era ammissibile.

Il governo planetario di Antar, pur essendo improntato al decisionismo razionale, era di natura democratica: venne organizzato un referendum planetario senza quorum, a cui partecipò l’83% della popolazione del pianeta.

Il 65% di quelli che avevano votato si era espresso a favore dell’estinzione preventiva.

Da quel momento il governo aveva proceduto speditamente. In venti anni di attività erano stati visitati 282 pianeti abitati, e in 41 di questi si era proceduto come previsto. In tutti gli altri casi c’era una buona prospettiva perché le specie animali superiori convivessero in modo tutto sommato armonico, se non del tutto pacifico, ovviamente.

Era però scontato che, se il programma non fosse stato interrotto, tutti i pianeti sarebbero stati periodicamente visitati e “verificati” nuovamente. E ogni dieci anni si sarebbe organizzato un nuovo referendum sulla materia. E gli altri due referendum poi effettuati sulla questione avevano prodotto più o meno lo stesso risultato.

L’operazione decisa su quel pianeta, però, non poteva venire organizzata prima che si fosse effettuato, per il personale preposto, un evento improrogabile. L’Evaporazione.
°°°
Sul pianeta Antar la specie intelligente era provenuta, già con un grado avanzato di sviluppo, dal mare, in un tratto della costa sud-est del grande continente Brevar che, con una forma vagamente ovale, pur se frastagliata di penisole e fiordi, occupava gran parte dell’emisfero occidentale, estendendosi per un quarto sotto l’Equatore e spingendosi a nord fino alla regione artica.

La razza venuta dal mare riuscì a diventare anfibia, e per questa ragione rimase nelle regioni costiere e lungo i fiumi e i laghi che poterono raggiungere. Aveva una pelle leggermente squamata, di colore azzurro, delle piccole branchie ai lati della testa, orecchie senza padiglioni auricolari, un naso con una sola narice e dita di piedi e mani palmate. L’iniziale frastagliata cresta rigida sulla sommità della testa si trasformò in una capigliatura nera e liscia, che in alcune popolazioni acquistò anche altri colori: rosso, verde, biondo. La grande conoscenza delle acque, sia dolci sia salate, e la grande capacità di cattura e allevamento delle specie ittiche erano diventate preziose anche per tutte le altre razze e popolazioni da questa derivate, e i rapporti rimasero quindi molto amichevoli e cordiali.

Da questa razza, quasi da tutti chiamata Pevar, si svilupparono, in milioni di anni di selezione, spostamenti e incroci, le altre razze presenti sul pianeta: l’Anair, gente di pelle bianca, capelli di varia struttura neri, biondi, castani, circa il venti per cento verdi e un forte quaranta per cento di capelli rosso fuoco, la razza Engalm, di pelle nera e capelli neri, amaranto o viola scuro, i Sairin, di pelle nera scurissima e lucida e capelli quasi esclusivamente ondulati e scuri, di solito di statura lievemente inferiore agli Engalm, e i Rosian, dalla pelle rossa, a volte quasi amaranto, con capelli lisci rossi, neri o castani, a volte quasi biondi.

Tutte queste razze, e le varie sottorazze, si erano variamente distribuite nei tre grandi continenti di Antar: il grande Brevar, a qualche migliaio di chilometri Eirhon, distribuito solo nell’emisfero settentrionale, e Sitheidon che, ancora più lontano, si estendeva con una forma relativamente stretta e allungata quasi completamente nell’emisfero australe, orientato da nord-ovest a sud-est. Tra questi continenti c’erano molte terre, più o meno estese, isole piccole, grandi e grandissime, arcipelaghi e atolli. Alcune di queste, ai due poli, erano perennemente coperte di neve e ghiaccio, ma pervicacemente frequentate, e a volte abitate stagionalmente, da diverse popolazioni.

La totalità della popolazione aveva in comune la mancanza dello scheletro, spesso presente in altre specie su altri pianeti, ma la presenza di una struttura portante di cartilagine che non si spezzava mai, si piegava e si adattava in condizioni estreme, molto elastica, in grado di consentire agli esseri umani movimenti e balzi impensabili per specie più pesanti, dotate di scheletro.

Arti e parti anatomiche interne ed esterne, se danneggiate o amputate, ricrescevano in tempi che variavano da pochi secondi ad alcune ore. Anche il cuore, se danneggiato, ricresceva. Gli unici modi sicuri per uccidere un antariano era asportargli il cuore o decapitarlo. E l’età media era arrivata ormai a 150 anni.

Un’altra peculiarità era che le scorie corporali e i rifiuti organici non venivano modificati ed espulsi in apparati per i liquidi o i solidi, come in altre specie, ma attraverso un sistema di purificazione progressiva che terminava sulla pelle: con una periodicità che variava da settimanale a quindicinale a mensile, a seconda delle varie razze, le persone interessate avvertivano una sensazione fisica preventiva, sulla pelle, che iniziava circa due giorni prima dell’evento vero e proprio. Dovevano disfarsi di tutti i vestiti per attuare il processo di Evaporazione, che tale era in effetti: dal corpo, da quasi tutti i pori della pelle, si levava una tenue coltre di vapore che andava verso l’alto e si disperdeva nell’aria. Il processo poteva durare dai quindici ai trenta minuti, non era sempre continuo ma subiva delle brevi pause. Alla fine il corpo andava lavato preferibilmente con acqua dolce, e la persona riacquistava una condizione di maggior vigore e benessere complessivo.

Nelle società civilmente avanzate e organizzate, dal momento che ogni individuo aveva il suo calendario personalizzato di Evaporazione, si era sempre cercato di organizzare collettivamente l’effettuazione del processo per renderlo armonico ed ottimale con le varie attività, soprattutto quando alcune di queste erano importanti per il funzionamento di un sistema o per la sicurezza.

Nello sviluppo delle varie genti questa necessità aveva assunto delle connotazioni differenti: per alcuni la nudità era una condizione imbarazzante, e quindi le persone tendevano a evaporare individualmente, in luoghi solitari e appartati, e a volte questi luoghi erano opportunamente costruiti nelle abitazioni. Per altri ancora l’evaporazione era in sé una vergogna, una perdita di dignità, e veniva vissuta come un evento a cui non ci si poteva sottrarre ma di cui si sarebbe volentieri fatto a meno.

Per altri popoli ancora il fenomeno aveva assunto connotazioni religiose, e l’Evaporazione veniva ritenuta una purificazione non solo dalle proprie scorie corporali, ma anche dai propri difetti, peccati o vergogne, e un momento di elevazione verso la divinità. Con la scomparsa delle religioni in tutto il pianeta l’Evaporazione era rimasta un fenomeno di purificazione fisica e di simbiosi con la natura. Anche in questi casi l’Evaporazione veniva svolta individualmente o collettivamente, a seconda della maggiore o minore inibizione verso la nudità.

Anche nel periodo attuale l’evaporazione veniva vissuta in modo diverso, c’erano consorterie non religiose che l’arricchivano di mosse e riti panteisti, e alcune tendenze ne facevano un episodio erotico che avrebbe favorito interessamenti e avvicinamenti amorosi e sessuali. Altre consorterie ne facevano seguire delle vere e proprie orge, e il periodo interessato arrivava, ovviamente, a occupare anche fino a tre o quattro ore. Altri, pur svolgendo collettivamente l’evaporazione, preferivano dividersi per “sessi”.

Era evidente che più la società, l’azienda, l’ente o l’organizzazione era complessa e importante più queste attività dovevano per forza essere organizzate e armonizzate. La cosmonave di Antar non faceva eccezione.

Quando la comandante Kiursar diramò l’ordine, la macchina organizzativa si mise in moto.

Il personale interessato nel periodo venne organizzato per modalità di fruizione, condizione associativa, consorteria. Nell’area imbarchi venne smistato con il passaggio, nei pressi di tornelli, del braccialetto dati sul polso, e indirizzati alla propria navetta. Vennero così organizzate quindici navette, tutte al massimo della capienza di trenta passeggeri l’una, solo l’ultima ne aveva ventuno. Per ragioni di sicurezza l’equipaggio delle navette non era coinvolto nell’Evaporazione.

Il convoglio si diresse sul pianeta, su un’isola relativamente piccola, in un’area di montagna, ricoperta da una fitta vegetazione. In una radura atterrarono le navette, vennero poste guardie armate tutt’intorno, e al centro si radunò il personale per essere smistato.

Il Pevar di nome Kjurkm, con i lunghi capelli verdi annodati mollemente dietro la nuca, stava radunando gli appartenenti alla Consorteria Akham: erano sedici individui di tutte le razze, che praticavano il rito collettivo tenendosi per mano.

Nei pressi c’era un bel torrente, con alcune cascatelle e vasche d’acqua. Lungo il suo corso, con la vegetazione così folta, bastavano pochi metri per garantire intimità e isolamento. Kjiukm organizzò il gruppo indirizzandolo verso altri colleghi in linea fino al ruscello, e poi pensò a sé. Era anfibio, e poteva rimanere fuori dall’acqua per almeno tre giorni. Non doveva evaporare, ma era costretto a immergersi per pochi minuti nell’acqua, dolce o salata che fosse.

Lasciò che l’ultimo del gruppo sparisse nel folto, poi si diresse anche lui verso il torrente per una via leggermente divergente.
°°°
I membri della consorteria Akham si erano disposti, mano nella mano e alternati per “sessi”, intorno a una vasca ai piedi di una cascatella. Si erano già liberati delle vesti, e attendevano pazienti il segnale di inizio, che di lì a poco venne pronunciato da una Rosian dai capelli castani con naturali striature più chiare. Alzò la mano sinistra verso il cielo, pronunciando, nella neolingua planetaria, la parola “arnam”, allungando molto le vocali. Il suffisso “ar” significava “verso”, ovvero un movimento o un flusso diretto in modo più o meno preciso, e “nam” significava “aria” o “atmosfera”, quindi il significato era “verso l’aria”, “verso l’atmosfera”. E quando la Rosian congiunse nuovamente la mano sinistra al suo compagno, dopo pochi secondi tutti i presenti, alcuni chiudendo gli occhi, altri alzando la testa verso il cielo e altri facendo entrambe le cose, cominciarono a emanare delle sottili volute di fumo argenteo dal loro corpo e queste volute, nella pressoché assoluta mancanza di vento lungo il torrente, pigramente si alzarono quasi verticali attraverso il fogliame e si dispersero nell’aria.

Quando l’Evaporazione terminò, simultaneamente per tutti, dopo circa venti minuti, gli Akham sembrarono tirare un respiro di sollievo, si guardarono gli uni con gli altri sorridendosi e poi si diressero nella vasca. Non era profonda, e l’acqua arrivava al collo, ma occorreva comunque prudenza per non scivolare sui sassi del fondo.

Gli Akham sguazzarono divertendosi nell’acqua per alcuni minuti, e poi ne uscirono lentamente, rimanendo diverso tempo a lasciarsi asciugare i corpi bagnati. A quel punto si sarebbero rivestiti e sarebbero tornati lentamente alla propria navetta.

Lungo il torrente si erano variamente distribuiti gli altri compagni di missione: gli individui pudici erano da soli a svolgere l’operazione, tranne quelli che vivevano una relazione amorosa, a coppie o in gruppo, poi c’erano i vari gruppi e consorterie.

Nel punto più a monte del torrente si erano riuniti gli appartenenti a una consorteria orgiastica interrazziale, gli Slodon, che necessariamente avrebbero impiegato più tempo a eseguire l’Evaporazione, a cui sicuramente avrebbero accompagnato rapporti sessuali. Erano quarantatre, disposti intorno a tre vasche, due quasi uguali larghe circa venti metri e una più piccola, larga più o meno otto metri.

Un visitatore alieno, che si fosse messo a osservarli attentamente, avrebbe avuto un quadro completo della particolare sessualità di quegli esseri. Non stavano amoreggiando necessariamente a coppie: alcuni erano gruppi di tre, quattro o anche cinque individui, e questo rifletteva il tipo di rapporti interpersonali, a carattere di semplice convivenza o anche sessuale, che nel pianeta aveva largamente superato la forma della coppia, che comunque era rimasta con una percentuale di circa il 25 per cento, per arrivare a un tipo di convivenza che coinvolgeva anche una cinquantina di persone, tra le quali potevano intercorrere rapporti sessuali, abbastanza stabili nel tempo, anche in gruppi di sei o sette individui.

Le particolarità non si fermavano qui: tra le coppie ce n’erano di “maschi”, di “femmine” e di miste. Non solo: tutti gli individui avevano in comune l’inguine, che apparentemente era del tipo “femminile” che si riscontrava in alcune specie umane di alcuni pianeti. Un leggero gonfiore che si distingueva dal ventre piatto e un taglio verticale, con una pressoché, ma variabile negli individui, assenza di peli, comunque sempre corti. Il colore di questa peluria era quasi sempre identica a quella dei capelli.

Il “taglio” nascondeva una cavità, all’interno della quale veniva fecondato l’uovo, al momento del concepimento da parte del seme “maschile”, che sarebbe cresciuto all’interno di un guscio gommoso per circa due settimane e poi facilmente espulso dalla “femmina” Nar. Questa avrebbe custodito al caldo del proprio corpo l’uovo per altre due settimane e poi il nuovo essere avrebbe rotto l’involucro e sarebbe venuto alla luce. Spesso anche i Mar custodivano l’uovo. La femmina avrebbe allattato il nuovo nato per circa tre mesi, fino allo svezzamento.

Tutti gli esseri, sia Mar che Nar, possedevano però anche un organo maschile, che era completamente interno, sopra la cavità e che usciva e si ingrandiva, per circa venti centimetri di lunghezza e un diametro di circa quattro, solo quando un particolare stato emotivo si verificava: seguendo alcune discipline di autocontrollo e consapevolezza questo stato emotivo poteva essere provocato volontariamente, e controllato. Introducendo ripetutamente l’organo rigido nella cavità, dopo circa venti minuti veniva raggiunto il culmine del piacere e veniva espulso un liquido roseo contenente il seme.

Il rapporto sessuale poteva essere quindi effettuato, con o senza penetrazione, tra qualsiasi combinazione di individui, poiché l’organo femminile Nar poteva procurare piacere indipendentemente dalla congiunzione con l’organo maschile Mar. La peculiarità degli esseri di quel pianeta, rispetto ad altri, era che si verificava la penetrazione di una Nar verso un Mar, di un Mar verso una Nar, di un Nar con una Nar e di un Mar verso un altro Mar.

Il desiderio sessuale era stagionale: il pianeta Antar girava intorno alla sua stella in un cerchio perfetto, secondo il calendario unificato planetario, per dieci mesi di trenta giorni ciascuno, ciascuno dei quali durava venti ore del pianeta Terra, formate però da cento minuti, a loro volta di cento secondi. L’asse di Antar, a sua volta, girava su sé stesso variando l’inclinazione una volta sola nell’anno, e questa era l’unica ragione per cui su Antar esistevano le due stagioni fredda e calda. Come per molte specie animali anche per gli umani il desiderio sessuale durava circa un mese per due volte l’anno, in concomitanza col passaggio graduale dalla stagione calda a quella fredda e viceversa. Con le varianti influenzate dalla distanza dall’equatore, gli umani erano liberi dalla pulsione sessuale nella restante parte dell’anno, e quindi non ne erano schiavi se non riuscivano a soddisfarla, soprattutto perché non ci pensavano proprio! Ma anche durante il mese di estro sessuale la pulsione cresceva piano fino alla metà del periodo e decresceva lentamente subito dopo, e si presentava in modo più o meno uguale in tutti gli individui.

A regolare in modo equilibrato l’aumento indiscriminato della popolazione c’era un fattore fondamentale: ai lati del pube di ogni individuo Mar o Nar c’erano due piccole aree ovali che diventavano colorate in modo visibile, rispetto al colore della pelle, solo quando l’individuo era fertile ed in grado di procreare, e questo variava per ognuno. Per poter quindi scegliere di dare al mondo un nuovo essere entrambi gli individui dovevano essere visibilmente fertili. Ma un Mar, per procreare l’uovo, doveva per forza diventare una Nar, e poteva di nuovo cambiare, se voleva. Per rendere visibile la condizione di fertilità erano sorte diverse mode: da determinati colori di alcuni capi d’abbigliamento, a bracciali, collane e anelli di un tipo ben preciso, a spille sui vestiti, al trucco del viso. Nelle società che, di norma, non usavano vestiti il problema, ovviamente, non si poneva.

Le coppie e i gruppi Slodon che si stavano amando lungo le sponde di quel torrente, all’ombra della fitta foresta, per una serie di scelte deliberate, dovute forse all’incertezza sulla durata della missione, non avrebbero sicuramente dato luogo a nuove nascite.

Le stesse scelte erano state prese anche da tutti gli altri membri della missione su quel pianeta.
°°°
L’Assistente di Navigazione Planetaria Boola, una Nar Anair dai capelli ondulati verdi e lunghi fino alle spalle, l’Esperto in Calcolo Evoluzionistico di 1° livello Tafus, un Engalm Mar con capelli lisci e non molto lunghi di color viola scuro, e la Nar Rosian Vendar, Specialista in Lingue Naturali e Artificiali, con corti capelli castani, stavano insieme in una relazione che durava da circa quattro anni, iniziata per il primo anno da Boola e Tafus.

Avevano da poco finito l’Evaporazione, e non si erano ancora rivestiti sapendo di avere ancora tempo a causa della presenza della confraternita orgiastica, che avrebbe protratto per almeno un’altra ora la permanenza sul luogo.

Si erano allontanati dai vestiti, appesi ai rami degli alberi, e stavano curiosando nel bosco lungo il percorso del torrente, verso valle. Boola era china su un masso a esaminare il muschio viola che lo ricopriva quando sentì dei rumori davanti a sé. Guardò bene tra i rami e le sembrò di intravvedere delle figure umane, in un breve spiazzo lungo il fiume, a una trentina di metri di distanza.
--Ehi, venite qui, ma non fate rumore!—Boola girò la testa e si rivolse, così, a bassa voce, agli altri due.
I due si guardarono perplessi, e si avvicinarono cautamente ai lati della loro compagna. Tutti e tre erano inginocchiati e incuriositi guardavano tra le fronde.

A pochi metri di distanza c’era una radura erbosa quasi del tutto circolare, e a semicerchio erano disposti alcuni individui, a prima vista erano circa una dozzina: erano per la maggior parte Rosian, con almeno due scuri Sarin. La decina di Rosian erano, o così sembrava, sei Nar e quattro Mar, i due Sarin erano entrambi Nar.

Al centro della radura c’era un Anair con capelli ondulati verdi mediamente lunghi, ed era visibilmente impegnato in uno sforzo notevole: stava piantato con le gambe larghe, il torace contratto e i pugni serrati che quasi si toccavano, il viso teso, la testa appena volta verso il cielo e gli occhi chiusi.

I tre curiosi, nascosti dietro la vegetazione, a prima vista non capivano perché aleggiava nel gruppo una tensione palpabile, anche se nessuno proferiva verbo, e perché l’Anair sudava così copiosamente nel suo sforzo.

Poi, osservando più attentamente, si resero conto che era avvenuto qualcosa di sorprendente.

Si capiva che l’essere era un Mar che voleva trasformarsi velocemente in un Nar, apparteneva quindi a un gruppo eterogeneo di persone, sparso in tutti i continenti, che teorizzava e praticava, con particolari tecniche, il cambiamento veloce di genere, in nome delle più varie giustificazioni: alcune erano quasi religiose, altre esistenziali, altre ancora filosofiche, e alcune meramente estetizzanti. Alcune di queste persone agivano individualmente, ed altre in gruppo, associate in vario modo.

Ma all’Anair nella radura qualcosa era andato storto: il processo, pur veloce, si era interrotto improvvisamente ed ora l’essere presentava, dalla cintola in giù, un corpo “maschile”. Aveva i fianchi più stretti, le gambe nervose e con i muscoli bene in evidenza, e una leggera peluria, e i piedi più grandi. Ma il busto era “femminile”, così come i tratti del volto, la carnagione più setosa e due magnifici seni ben sviluppati!

Mentre i suoi compagni erano esterrefatti e ammutoliti, ed incitavano silenziosamente il Mar nel suo sforzo, i tre spioni oltre le frasche non sapevano se ridere o preoccuparsi: sarebbe stato quello il primo tentativo riuscito di creare l’Ermafrodito, l’essere metà uomo e metà donna presente non solo in molte civiltà del loro pianeta, ma addirittura in molti pianeti del cosmo, distanti e sconosciuti tra loro?

Quasi in risposta ai loro pensieri, l’Anair sembrò svilupparsi improvvisamente e, alterando i tratti del volto per l’ulteriore sforzo, con un tremore diffuso che sembrò contagiare i presenti, in una quindicina di secondi completò la sua trasformazione in Nar: i fianchi si allargarono, le gambe divennero più sinuose, la peluria sparì del tutto e i piedi assunsero una dimensione e una forma più consona alla graziosa femminilità raggiunta.

L’Anair trasse un profondo sospiro, e cadde sul soffice terreno erboso, quasi svenuta.

I suoi compagni, tra grida di gioia, risate e qualche pianto, si affollarono subito intorno a lui, finalmente diventata “lei”. Sicuramente, dopo gli affettuosi complimenti, l’avrebbero aiutata a lavarsi nella fresca acqua del ruscello, lì a pochi passi.

I tre amici nascosti, sollevati, si allontanarono silenziosamente e, solo a una certa distanza, fecero tra loro qualche commento all’accaduto.
°°°
Naxor e Vibar erano molto amici, oltre che colleghi addetti alla manutenzione dell’armamento della cosmonave.

Erano seduti fianco a fianco con gli altri ventotto compagni in una delle navette, e stavano tornando alla cosmonave dopo avere compiuto la missione. Gli individui circondati erano  432, e la loro morte fu istantanea e indolore: i raggi delle navette prima e dei militari a terra, subito dopo, non lasciavano scampo.

I due amici si erano comportati come tutti gli altri: avevano esplorato la radura tra i cadaveri di quegli esseri, nell’eventualità che alcuni di loro fossero solo feriti, ma non era così. Erano tutti morti: tre femmine erano visibilmente incinte, era probabile che altre lo fossero. Insieme ai colleghi e ai robot preposti radunarono i cadaveri in un unico punto e usarono su essi il raggio smaterializzatore. In pochi secondi sul posto non rimase che una leggera traccia nell’erba pressata dai corpi, che erano stati letteralmente “vaporizzati”.

Ma Naxor, un Mar Rosian con i capelli neri corti, era convinto che adottare l’estinzione preventiva fosse una misura eccessiva, e che si dovesse aspettare che la specie si evolvesse effettivamente nel modo negativo, che il governo dava per scontato dovesse accadere, e si scontrava con Vibar, anche lui Mar ma Anair con i capelli biondi sulle spalle, appena un po’ ondulati, che invece era convinto che non ci fossero dubbi.

--Ma non ti bastano tutti i pianeti in cui abbiamo assistito alla stessa storia?—disse Vibar, che si era accalorato nella discussione e si muoveva spesso sul sedile, peraltro molto comodo, della navetta—Non ti ricordi quel pianeta, che noi chiamavamo Lavar, nel sistema stellare HP2-X20104, dove la razza dominante di fanatici della conquista sterminò tutti gli altri popoli e poi, rimasti soli, trovarono il sistema per sterminarsi gli uni con gli altri, senza alcun sopravvissuto, e lasciando il pianeta in uno stato pietoso? Lo sai che quel pianeta ci impiegherà almeno 30000 anni dei nostri per recuperare l’equilibrio?—

Naxor alzò gli occhi e fece una smorfia con la bocca—Ma sì, d’accordo, tutto quello che vuoi, ma non basta per uccidere indiscriminatamente—disse all’amico.

--Ah, non basta? E che mi dici del pianeta Biron?—replicò l’amico, gesticolando con le mani—Ti ricordi cosa combinarono e come ridussero il pianeta? Pur avendo le conoscenze tecnologiche per il volo spaziale e potendo andarsene su un altro pianeta, sprecarono decine di anni a farsi la guerra fino a che il loro sole divenne, prima del previsto, una gigante rossa e bruciò in pochissimo tempo il pianeta e tutto ciò che ci stava sopra!—Vibar era proprio esasperato. L’amico tentò di replicare e allora l’Anair riprese—D’accordo, allora non mi lasci scelta! Appena siamo sulla cosmonave ci colleghiamo al sistema enciclopedico e ti ricordo la storia di quel pianeta, chiamato Terra!—
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I due amici avrebbero potuto accedere al sistema enciclopedico da una qualsiasi postazione informatica dislocata nella cosmonave o da una delle loro camere private: erano entrambi in turno di riposo di otto ore, per cui non avrebbero dovuto giustificare in alcun modo l’utilizzo delle postazioni per un uso non propriamente produttivo, ma trovarono di meglio. Una delle sale per riunioni era libera per almeno tre ore, e l’accesso era libero per tuto il personale.

La sala era a ventaglio, con il vasto banco di presidenza sul lato corto, parzialmente occupato dalle apparecchiature tecnologiche e sovrastato da un grande schermo, a scomparsa, per le proiezioni e i filmati a due dimensioni. La platea era leggermente in salita per garantire la massima visibilità: nel caso di proiezioni olografiche rimanevano le file verso la parete, mentre le altre scomparivano nel pavimento.

Naxor e Vibar approntarono la sala e le apparecchiature per il video olografico. Tale tecnologia, dagli inizi monocromatici, si era sempre più perfezionata: ora era a colori reali, gli sfavillii e le perdite di contorni erano quasi del tutto scomparsi e il sistema di riproduzione audio aveva raggiunto altissimi livelli di spettacolarità e realismo veramente impressionanti.

I due amici e colleghi si sistemarono nelle comode poltrone del tavolo presidenziale e si accinsero alla visione. Le luci si affievolirono e al centro della grande sala cominciò a visualizzarsi qualcosa, mentre diverse voci, Mar e Nar, si alternarono nella narrazione.

Le cosmonavi di Antar avevano raggiunto il pianeta molto tempo prima che le popolazioni indigene raggiungessero un livello scientifico appena sufficiente per rendersi conto della loro presenza. Il pianeta, da alcuni popoli chiamato banalmente “terra”, su Antar era conosciuto come Biron: era il terzo pianeta del suo sistema stellare, il cui astro era tra i medio-piccoli di quella galassia, e già allora era rimasto l’unico abitato da forme di vita superiore.

Tutta la storia di tutti i popoli di quel pianeta, pur con momenti di alto sviluppo delle arti e delle scienze, era stata caratterizzata da diffusa ingiustizia, lotte fratricide, guerre, invasioni, oppressione, sfruttamento e, con l’imperioso sviluppo economico e industriale degli ultimi secoli, sovrappopolazione, esagerato sfruttamento di risorse naturali e micidiale inquinamento dell’ambiente. Tutto veicolato, favorito, sfruttato e provocato dalle innumerevoli religioni che imperversavano in tutti i Paesi, che giungevano a condizionare pesantemente la vita sociale e politica delle molte nazioni e addirittura a misurare il tempo a seconda della nascita di un presunto dio, di uno spostamento di un presunto profeta e di qualsiasi altro evento di presunta importanza.

Nonostante che, secondo la datazione della religione più diffusa sul pianeta, quella cosiddetta “cristiana”, dal diciottesimo secolo in poi si fosse sempre più diffusa, perlomeno nell’emisfero occidentale, una visione più laica e spesso areligiosa della vita e della società e che avesse preso avvio un movimento globale rivoluzionario per una società diversa e comunque più equa, non si erano prodotti cambiamenti sostanziali: il movimento rivoluzionario venne quasi subito bloccato dalla volontà di dominio personale di alcuni e dal servilismo di molti, e si trasformò, nei Paesi in cui aveva preso il potere, in una tragica brutta copia del modello iniziale. Il processo di laicizzazione della società, d’altro canto, se in molte società era in essere senza che la stessa popolazione ne fosse pienamente cosciente e, spesso, venisse ipocritamente avversato, in altre situazioni era pesantemente osteggiato e, di frequente, ferocemente perseguitato.

Il clima generale del pianeta, influenzato dalla sovrappopolazione, dall’eccessiva industrializzazione e dall’inquinamento, venne progressivamente e sempre più sconvolto e i timidi tentativi di contenerne i disastrosi effetti furono tardivi e, per questo, inefficaci. La temperatura si alzò, i ghiacciai, che già attraversavano una fase periodica di arretramento, si ridussero ancora più velocemente di quanto sarebbe successo naturalmente ed in modo catastrofico e senza recupero. Non alimentarono più le acque e le falde ma rovinarono a valle provocando disastrose alluvioni, che resero vaste aree del pianeta deserti di fango o acquitrini inabitabili.

Nel contempo le aree a clima temperato divennero sempre più calde e aride, mentre le aree calde tropicali e subtropicali vennero ancora più devastate da tempeste, piogge torrenziali non più periodiche ma croniche, e alluvioni. Le aree desertiche lo divennero ancor di più e si estesero ulteriormente. I ghiacci dei poli si sciolsero a ritmo impressionante ed aumentarono il livello dei mari, provocando la sommersione di estesissime aree sulle coste di tutti i continenti, oltre la scomparsa di migliaia di isole.

Mentre tutto questo succedeva, con il suo corollario tragico di emigrazioni di popolazioni superstiti nella vana ricerca di un posto migliore e gli scontri, le guerre e i conflitti che ne derivarono, i governi del mondo continuarono nella loro consueta nefasta politica di sempre e tralasciarono di dedicarsi, tutti insieme, allo sviluppo del volo spaziale nel tentativo di attuare l’ormai unico modo per sopravvivere: abbandonare il pianeta al suo destino e almeno tentare di colonizzare lo spazio e altri pianeti creando, in quelli inabitabili, con le conoscenze tecnologiche e scientifiche già in loro possesso, zone nelle quali avrebbero potuto trasferirsi e sopravvivere, forse anche meglio che sul pianeta di provenienza.

E nel tragico ripetersi di millenari errori l’umanità proseguì così fino a che il destino volle mettere la parola “fine” nel modo più imprevisto. La stella che aveva dato finora la vita, che veniva chiamato Sole, anticipò, per un imprevisto evento cosmico, quello che sarebbe avvenuto molte migliaia di anni più avanti, nel futuro: cominciò a trasformarsi in una gigante rossa. Nel giro di pochi anni si ingrandì e aumentò notevolmente il suo calore e le radiazioni mortali, inglobando i quattro pianeti più vicini. Senza che quasi se ne accorgessero, impegnati com’erano ad ammazzarsi l’un con l’altro, i popoli del pianeta abbrustolirono insieme ad esso, di cui non rimase alcunché, nemmeno uno scoglio roccioso su cui qualche alieno avrebbe almeno potuto visitare le rovine delle civiltà, distrutte da loro stesse.
°°°
La proiezione era finita e, con gli ultimi bagliori e sfarfallii, la sala piombò nel buio per mezzo secondo: le luci si accesero poi lievemente, e banchi e sedie spuntarono nuovamente, e silenziosamente, dal pavimento facendo riprendere a quel luogo il suo aspetto abituale.

Dopo alcuni secondi di silenzio fu proprio Naxor a proferire parola: --Non avevo proprio idea…--disse, stirando gambe e schiena sulla pur comoda poltrona.--Già--interloquì Vibar, che si era alzato ed era vicino alla parete ad aumentare, tramite l’apposito regolatore, l’intensità di luce nella sala—anch’io non ero a conoscenza di questa storia, benché di pianeti ne abbia visti parecchi, e in alcuni di essi c’erano comunque situazioni critiche—

Anche Naxor si alzò, e andò vicino ad uno dei visori da cui si poteva vedere lo spazio esterno--Una cosa è certa--disse piano, quasi pensando a voce alta—un tale livello di idiozia e irresponsabilità, per di più diffuso in tutti i popoli, è inimmaginabile e incomprensibile!—

Girò la testa, distogliendo lo sguardo dall’immensità dello spazio, interrotta soltanto dalla sagoma luminosa del grande pianeta attorno a cui orbitava la grande cosmonave di Antar. Si volse verso l’amico, e lo raggiunse vicino alla porta senza maniglie—Caro mio—disse, con una smorfia di rassegnazione—prima di vedere altri eventi come questi bisogna pensarci bene. Forse hai ragione tu: è meglio un pianeta, bello, rigoglioso e splendido della sua spontanea e prorompente vitalità, anche se mancante di una specie che si autodefinisca “superiore”, che uno destinato a questa triste fine per colpa dei suoi stessi stolti abitanti!—

Sfiorò con la mano un sensore nascosto, la porta si aprì con un leggero soffio, ed entrambi l’attraversarono.

Fine

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