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A volte ci si ostina a scrivere. Io non avrei mai potuto vivere di scrittura, dal momento che mi viene un'idea ogni 15 anni. Il primo racconto che ho scritto, "L'ultima roccaforte", non è qui: andrebbe riscritto. Anche il secondo manca: entrambi appartengono ai miei quindici anni circa.

Di seguito trovate i successivi: manca l'ultimo, che sto ancora scrivendo....


Una storia quasi impossibile

primi anni '80

 

Egli si tolse gli occhiali, li posò sul tavolo, quasi davanti a sé, e cominciò a massaggiarsi i lati del naso, dove erano rimaste due fossette rossastre. Sarebbe dovuto andare dall'oculista, pensò. Quella montatura era piuttosto costosa, e non voleva corre il rischio di danneggiarla modificandola con le sue mani. Prese una sigaretta senza filtro dal pacchetto e l'accese, non prima di aver aspirato l'intenso aroma di quelle sigarette tanto famose. Per essere in sintonia con quella marca, pensò, avrebbe dovuto essere un avventuriero, un esploratore, un cacciatore, ma non certo un astronomo professionista, che da circa venticinque giorni stava facendosi evaporare il cervello su una serie di dati che non riusciva a decifrare.

 

Si alzò, tendendo la schiena, e si avvicinò alla doppia finestra che dava sul panorama sottostante. Lui, che si rivolgeva sempre al cielo, verso le stelle, scrutando nelle profondità… impenetrabili dello spazio, si perdeva a guardare sotto di sé la distesa di montagne e valli, a perdita d'occhio, ammantate di neve. Ora era quasi notte, ma lui poteva ugualmente "vedere" tutto ciò con gli occhi della memoria, aiutato dalle luci che brillavano qui e là, ora isolate, ora a gruppi di tre o quattro. Erano minuscoli villaggi, baite di montagna in cui qualche irrinunciabile pastore dormiva, col suo sparuto gregge di pecore e la scorta di fieno per l'inverno. Egli vedeva tutto ciò, rimanendone rinfrancato.

 

La sigaretta fini, ed egli tornò al suo lavoro. Era stanco, ma quei calcoli lo affascinavano. Era successo qualcosa, là nello spazio, a molta distanza dal sistema solare, ma ancora non riusciva a capire di che si trattasse. L'esplosione di una supernova, che gli appariva molto più vicina di quanto non fosse? Uno scontro tra due pianeti? O tra due stelle? Ci sarebbe voluto del tempo, ma lo avrebbe scoperto. "Doveva" farlo. Era una specie di gara, e lui doveva vincerla.

 

Passarono altre due ore, e poi non ce la fece più. Gli occhi gli si chiudevano, e lui non riusciva più a concentrarsi. Decise così che erano meglio andarsene a letto, se non voleva crollare di schianto sulle sue carte. Abbandonò tutto e si buttò sul letto, senza neanche svestirsi. Si addormentò di colpo.

 

* * * * * *

 

Dormì per dieci ora filate, e quando si svegliò era quasi mezzogiorno. Pensò che prima di mangiare fosse meglio uscire all'aperto, approfittando di un sole abbastanza caldo da fargli rinunciare alla giacca a vento e ai guanti. Uscì nella neve fresca, costeggiando il ripido pendio su cui era costruito l'osservatorio, a cavallo della cresta della montagna. Più in basso, verso sud-ovest, si scorgeva il lago ghiacciato e la diga che lo sbarrava, e le costruzioni vicine, tra cui la casa dei custodi. Quello era il più vicino contatto con il resto del mondo, quel mondo da cui si era esiliato dal settembre dell'anno precedente, e ormai si era a febbraio. Non era stato facile convincere i dirigenti dell'istituto astronomico di ricerca per il quale lavorava che egli fosse in grado di cavarsela da solo, lassù. Ma il telescopio non era molto grande, e l'antenna parabolica che captava i segnali radio dallo spazio veniva fatta funzionare da uno dei più avanzati e recenti modelli d'elaboratore elettronico, che era relativamente semplice da manovrare, e lui era in grado di farlo. Sicuramente lo dovevano aver preso per un tipo strano, ma alla fine non avevano avuto obiezioni. Del resto non era completamente isolato: a parte i tecnici della revisione periodica dell'osservatorio, che venivano più raramente, egli veniva raggiunto una volta alla settimana da uno o due uomini che gli portavano i viveri, qualche rivista ed altri generi indispensabili. Lui li tratteneva a pranzo, parlava con loro, si teneva aggiornato. E poi aveva la radio, e un impianto audio abbastanza buono da consentirgli di distrarsi la sua musica preferita.

 

Restò quasi mezzora, seduto sulla neve, a guardarsi intorno fumando la pipa. Poi rientrò, e pranzò con calma.

 

Fu solo alle tre del pomeriggio che si rituffò nella marea di carte che invadeva la sua scrivania. E dopo un'ora e mezza di revisioni di calcoli già fatti cominciò ad intravedere una luce. E pensò che anche quella volta sarebbe andato a letto molto tardi. Si stupì alquanto, però, quando già verso le dieci di sera ebbe scoperto di cosa si trattava.

 

Al di fuori del sistema solare, ad una distanza doppia di quella intercorrente tra il Sole e Plutone, una cometa di dimensioni notevolmente più grandi della Terra percorreva la sua orbita come faceva da milioni di anni quando si era improvvisamente scontrata con un altro corpo celeste. Quale che fosse la causa della presenza in quei pressi di quest'ultimo, lo scontro era avvenuto formando un angolo di 45 gradi, circa. I due corpi principali erano rimasti pressoché intatti, deviando le rispettive orbite, mentre un grande corpo incandescente, con una miriade di frammenti più piccoli, era stato scagliato in una traiettoria che, se i suoi calcoli erano esatti, e non c'era motivo per ritenere che non lo fossero, lo avrebbe condotto nel bel mezzo del sistema solare.

 

Ci avrebbe messo del tempo prima di arrivare, ma lui avrebbe dovuto scoprire quale fosse la giusta traiettoria e la velocità…. Ma per farlo il suo telescopio non bastava.

 

Decise che era meglio dormirci su. L'indomani avrebbe deciso se doveva avvertire qualche altro telescopio e se il suo amor proprio lo avrebbe indotto a verificare di persona l'esattezza delle sue previsioni.

 

Dopo aver cenato normalmente ascoltò della musica a luci spente, per rilassarsi. Dopodiché si mise a letto, stanco ma soddisfatto.

 

* * * * * *

 

Il giorno dopo si alzò verso le dieci, e cominciò a preparare il necessario per la partenza. Non aveva più dubbi ormai, e aveva deciso che avrebbe verificato di persona.

 

Si attrezzò per la discesa, mise in un unico zaino tutto ciò di cui aveva bisogno e tutte le carte con i dati indispensabili. Chiuse a chiave tutti gli ingressi, dopo aver spento l'impianto di riscaldamento, si mise gli sci ai piedi e si avviò.

 

Avrebbe potuto percorrere il sentiero fino alla diga, ma preferì tagliare per la neve fresca, godendosi una lenta discesa nel manto nevoso, con la neve che gli scorreva intorno alle gambe mentre procedeva. Era da parecchi giorni che non si recava ai campi da sci per farsi qualche discesa, usufruendo dello speciale permesso che aveva ottenuto tramite alcune sue conoscenze.

 

Quando fu arrivato alla diga trascorse una mezzora al piccolo bar della centrale elettrica, rifocillandosi e facendo alcune telefonate. Doveva pure avvertire di suoi spostamenti le autorità… competenti, ma quando lo fece si sorprese a non specificare i motivi: restò nel vago, e parlò di semplici controlli di vecchie rilevazioni che riteneva errate. Più tardi, mentre era in pullman, si chiese perché si fosse comportato così, ma non trovò una risposta valida. O, piuttosto, il suo subcosciente non la volle trovare. In ogni modo, rifletté, la cosa più importante era arrivare al più presto all'osservatorio di V., e mettersi all'opera.

 

Quando ci arrivò lo trovò ad accoglierlo il direttore del centro, che lo presentò a colleghe e colleghi. Ed anche lui, quasi d'istinto, non precisò il motivo che gli aveva fatto abbandonare il suo esilio in montagna, distante quasi duecento chilometri. Dette la stessa versione che aveva fornito all'Istituto astronomico. Accettò questo comportamento che lo coglieva alla sprovvista e decise di continuare così, in piena coscienza. Avrebbe potuto fornire più tardi i dettagli. Il suo comportamento, frattanto, poteva benissimo essere interpretato come correttezza professionale, o modestia. Non c'era di che preoccuparsi, pensò.

 

* * * * * *

 

Chino alla scrivania, con lo sguardo perso nel vuoto, era immobile da ormai cinque minuti. Non riusciva a capacitarsi.

 

Quello che intimamente aveva presagito e che aveva addirittura sperato era accaduto: dopo calcoli e calcoli aveva accertato definitivamente che la meteora, col suo sciame di frammenti, si dirigeva proprio verso la Terra! E con questa scoperta era iniziato il ritorno, nella sua mente, di ricordi avvilenti, di speranze deluse e di un cieco, devastante furore che negli ultimi anni, grazie alla sua ricompensata passione per l'astronomia, era riuscito a soffocare. Il cuore iniziò a battergli in fretta, la fantasia riprese a correre, non più imbrigliata dalla solitudine, e ricominciò a formulare pensieri già pensati, a rivedere scene già sognate, e l'antico sogno di una vendetta universale tornò in vita. Di nuovo si scoprì a disprezzare l'umanità intera, le sue miserie, le sue bassezze, le sue cecità, i suoi errori, i suoi facili entusiasmi e le altrettanto repentine frustrazioni, i giochi di parole d’intellettuali non si sa se estremamente furbi o abissalmente idioti, le filosofie e le ideologie contrapposte infantilmente e ciecamente le une alle altre, le corse al successo, all'affermazione di sé solo per vanità, all'apparire più interessanti di qualche altro, tentativi squallidi per quanto, a volte, tragicamente, comicamente necessari. Egli rivide anche i suoi errori, uno dopo l'altro, da quelli dell'infanzia a quelli dell'adolescenza, e più oltre ancora, e tutti gli avvenimenti che aveva vissuto, dalla stagione della rivolta politica e delle certezze incontaminate e fatte proprie spesso acriticamente e senza competenza, all'epoca delle critiche e della lotta controcorrente, con la conseguente perdita dei vecchi amici, tali solo perché apparentemente si aveva tutti le stesse idee, tutti uniti nel "branco", dall'epoca delle nuove certezze assunte a compensare quelle lasciate per strada, fino all'abbandono, al lancio della spugna, al rifiuto della lotta politica perché ritenuta troppo fondata sui tempi lunghi, e alla fine inutile.

 

Ed era venuta anche la serenità, ma era la serenità della stasi, dell'immobilismo, della sfiducia più completa. E, se non fosse stato per l'astronomia e i lunghi difficili studi che lo avevano portato alla sua condizione attuale, il tarlo della sensazione di appartenere ad una minoranza d’idealisti disadattati, in mezzo ad una maggioranza ignorante, stupida, squallida e inconsapevole ma forse proprio per questo più tranquilla e meno tormentata, avrebbe continuato a roderlo. Anche in quei mesi di solitudine, là sulle montagne ammantate di neve, in quel silenzio più vitale che qualsiasi discorso, ogni volta che leggeva un giornale e si rimetteva in contatto con il mondo, finiva sempre per rifuggirne nauseato e cinicamente ironico. Neanche un affetto vero aveva, oltretutto, a ridare fiducia in una vita che, per essere degna di nota in quel mondo di competitività, doveva per forza essere eccezionale, fuori del comune: solo amori passeggeri e provvisori, avvelenati dalla noi e dall'incomprensione.

 

Egli pensò tutto questo, ed altro ancora, senza un ordine preciso, perché quando la coscienza è in fermento non rispetta la logica e la sintassi, e l'effetto fu peggio di un colpo di maglio nella schiena: tutta la sua sicurezza e la sua tranquillità duramente conquistate erano state spazzate via dal sogno bruciante e delirante di un'umanità distrutta, di cui lui diventava l'unico depositario, rifiuto e nuovo germe nello stesso tempo! Già se la vedeva, quell'enorme palla di fuoco e il suo corteo di faville, sfiorare la Terra e portarsi via intere nazioni, interi popoli, lasciando in eredità terremoti, alluvioni, catastrofi e sconvolgimenti, conflitti sociali e razzie tra i sopravvissuti, il trionfo dell'illegalità e della violenza, e lui, messosi al sicuro dove niente sarebbe accaduto, avrebbe fatto ritorno nei luoghi del disastro, vagando tra le rovine di quel mondo distrutto come il protagonista di quel romanzo, sì, "La nube purpurea", che alla fine, novello Adamo, aveva trovato all'altro capo del mondo un’Eva con cui ricominciare da zero, e tentare un'altra volta la via della Società Perfetta, l'Utopia!

 

Il sogno lo aveva contagiato, e una pazzia lucida e cosciente si era impossessata di lui: ormai aveva deciso, ma ancora alcuni dubbi gli rimanevano. Era veramente in grado di farlo? Avrebbe resistito al desiderio di salvare con sé pochi amici e amiche cui era ancora legato, portarli via al sicuro, e ritornare con loro tra le rovine? No, era meglio di no, sicuramente lo avrebbero giudicato pazzo, avrebbero avvertito le autorità e, se fossero stati creduti, si sarebbe trovato il modo di mandare contro la cometa una selva di missili nucleari che l'avrebbero fatta esplodere lontana dal pianeta! No, doveva fare tutto da solo, soltanto dopo sarebbe passato a vedere se qualcuno di loro era sopravvissuto. Era certamente crudele e inumano il suo proposito, ma nella sua follia si era ormai innalzato a giustiziere di tutta l'umanità, passata e futura, e nulla poteva ormai fargli cambiare idea.

 

Si riscosse dal suo fantasticare, e in meno di due ore di frenetico lavoro stabilì anche la traiettoria della cometa: della grandezza di Francia e Italia insieme, la meteora avrebbe precorso un'orbita a spirale intorno alla Terra, passando sulla Siberia orientale, su tutta la regione russa, sull'Europa, avrebbe attraversato l'Oceano Atlantico, sorvolato il sud degli Stati Uniti, l'Oceano Pacifico, l'Indocina, l'India meridionale e così via. Sarebbe stata un'orbita molto stretta, sufficiente a provocare immani sconvolgimenti sulla crosta terrestre. Probabilmente avrebbe perso molta materia incandescente dietro di sé, che sarebbe caduta qui e là arrecando ulteriori disastri. Poi, sicuramente, sarebbe precipitata nell'Oceano Atlantico o nel Pacifico. Sarebbe stato un impatto terrificante, e le conseguenze potevano essere ulteriori terremoti e maremoti, ma anche una spaccatura della superficie del pianeta sul fondo del mare e neanche lui, a quel punto, poteva prevedere ciò che sarebbe successo.

 

Ci sarebbe stato il rischio, pensò, che qualcuno individuasse il pericolo imminente sondando il cielo con un telescopio o con un'antenna parabolica: riflettendo più attentamente, però, il rischio gli parve ridotto, dato che tutti gli osservatori del mondo erano impegnati insieme, da qualche tempo, nello studio di una grandissima supernova, da tutt'altra parte nello spazio. Solo qualche astrofilo dilettante avrebbe potuto individuare la meteora, ma non con gli strumenti di cui erano dotati in genere gli appassionati d’astronomia!

 

Tutto, da quel momento, accadde molto in fretta: raccolse le sue carte, preparò di nuovo i bagagli, si scusò per il disturbo con il personale dell'osservatorio, e ripartì. Si precipitò nella città in cui aveva ancora la sua residenza, ottenne anticipatamente le ferie dal suo istituto astronomico di ricerca parlando di una crisi di solitudine, e ciò fece enormemente piacere ai suoi dirigenti, che gli avevano sempre assicurato che non sarebbe resistito a lungo completamente solo, lontano dal mondo civile!

 

Portò via da casa sua tutto ciò che riteneva indispensabile, facendolo spedire a Bombay, in India. Prelevò tutto il denaro che aveva in banca, lasciandone una piccola parte, però, tanto per non correre il rischio di destare sospetti. Ottenuti dei traveller's chèque acquistò un biglietto d'aereo per la città indiana. Da lì, una volta prelevato il suo bagaglio, con una jeep sarebbe partito alla volta dell'Himalaya, l'unico posto veramente sicuro e sulle cui pendici avrebbe aspettato l'Apocalisse: mancavano solamente ventotto giorni, ormai.

 

Mentre faceva questi preparativi gli venne di pensare anche all'eventualità che il disastro venisse evitato e che in qualche modo lui venisse sospettato di quello che ora stava facendo. Ma si rassicurò, sapendo che le prove scritte delle sue osservazioni le aveva prudentemente distrutte, fidando poi nella sua capacità di giustificarsi.

 

Quando fu sull'aereo diretto a Bombay finalmente si rilassò, e per tutta la durata del viaggio rimase incollato al finestrino, affascinato dal mare di nubi e dal panorama che si intravedeva dagli squarci nel bianco strato nuvoloso.

 

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Il vento fischiava gelido, e portava con sé folate di neve polverizzata, che gli si attaccava alla barba lunga, si posava sugli occhiali scuri e sul naso, mentre il respiro quasi gli mancava.

 

Conficcò la piccozza mezzo metro più avanti e si fermò, voltandosi indietro: la sua tenda era ormai un punto verde scuro molto più in basso.

 

Non gli conveniva raggiungere il crinale, perché là il vento sarebbe stato veramente insopportabile. C'era un bel sole, però, e bastava a riscaldarlo un po'.

 

A poca distanza c'era uno sperone di roccia, coperto di neve, ed egli ci si riparò dietro, spianando la neve e sistemando intorno a sé il telescopio, la radio ricetrasmittente e gli strumenti di rilevazione della latitudine e della longitudine.

 

Puntò il telescopio in direzione nord-est-est, accese la radio, trasse dallo zaino un sandwich e una bottiglia di birra e attese, appoggiandosi alla roccia coperta di neve.

 

Era una questione di minuti, ormai.


Intervista al Presidente

2000 circa

 

Luigi Fazio, giornalista, si mosse a disagio sulla sua sedia girevole. L'incarico che aveva ricevuto era lusinghiero, ma non sapeva come iniziare.

Poco meno di dieci minuti prima il caporedattore, Alberto La Monica, gli aveva telefonato perché il direttore de "Il Corriere della Repubblica", Gianni Bonfanti, li voleva tutti e due nel suo ufficio. Naturalmente La Monica sapeva già di cosa si trattava, ma la prassi gli suggeriva di non rivelarglielo, altrimenti il direttore avrebbe avuto ancora meno cose da dire.

Lui si era recato nel piccolo ufficio di Alberto e subito erano andati in Direzione, al quinto piano. Nell'ascensore non avevano quasi parlato, guardando fisso davanti a sé.

--Entrate, entrate e accomodatevi-- disse loro il direttore, indicando due delle numerose poltrone presenti nella stanza.

--Allora, Fazio, come se la passa?--gli chiese Bonfanti, prendendola alla larga.

--Non c'è male, grazie, il lavoro non manca e non mi posso certo lamentare--gli rispose lui, sincero.

--Bene, naturale, meglio così--disse il direttore, giocherellando con la penna--allora, il motivo per cui vi ho fatti venire è presto detto. Tra 15 giorni è la festa della Repubblica Federale, e tra l'altro è il trentennale. Voglio che il mio giornale spicchi su tutti gli altri con una bella intervista al Presidente per questa duplice ricorrenza. Il taglio è a sua scelta, veda lei, deve decidere se fare una rievocazione, concentrarsi sull'attualità o inserire le parole del Presidente in un articolo più ampio, di suo pugno. Mi raccomando, però--e Bonfanti guardò Fazio sopra gli occhiali--...la più assoluta trasparenza, niente domande-tranello o ambigue, il Presidente poi non è certo uno stupido--il direttore si appoggiò più comodamente allo schienale--il signor La Monica le spiegherà tutti i dettagli e, mi raccomando, se ha dei problemi mi tenga informato-.-

--Non ne dubiti signor Direttore, e grazie per la fiducia--disse Fazio, e se ne uscì, con La Monica al fianco.

Ora era lì, e non sapeva se esultare o infastidirsi per l'impegno preso. Forse era meglio fare un'intervista classica, e lasciar parlare il Presidente. Comunque ci avrebbe pensato ancora un po'.

Prese la giacca, salutò i colleghi e uscì dall'edificio

                                                                       * * *

Il giorno dopo, mentre con l'automobile si recava al Palazzo del Governo Federale situato alla periferia Sud di Milano, aveva già le idee più chiare: avrebbe fatto delle domande al Presidente mirate a chiarire alcuni aspetti specifici del governo del Paese durante tutti quegli anni rievocando, se fosse stato necessario, gli avvenimenti accaduti, a cominciare, e questo per chi, soprattutto i giovani, non ne fosse a conoscenza, dalla "presa del potere".

Quella mattina di Aprile il tempo era splendido, il sole era moderatamente caldo e spirava un leggero vento: proprio il tempo per lui ideale.

Giunse al complesso di edifici creati a partire dal 1985 per ospitare il Governo Federale, gli Uffici della Presidenza Federale, alcuni Dipartimenti, la Radio Televisione Italiana e il Parlamento Federale, oltre a diversi altri organi politici e amministrativi. L'architettura degli edifici richiamava quella dell'EUR a Roma, con spunti più moderni e priva delle ridondanze "patriottiche" presenti nel quartiere a sud dell'ex-capitale.

Superò i rigidi controlli agli ingressi e parcheggiò l'auto negli spazi riservati ai visitatori.

Non ci volle molto per accedere agli uffici del Presidente. I controlli erano rigidi, dovette mostrare il permesso, che l'Ufficio di Presidenza aveva rilasciato al suo giornale, e il tesserino personale di giornalista, ma fu poi subito accompagnato nell'ufficio personale del Presidente.

Il Capo di Stato era seduto alla sua scrivania, quando lui venne fatto entrare. Sollevò la testa dalle carte che stava esaminando, si alzò e gli venne incontro.--Il signor Fazio, vero?...prego, si accomodi--gli disse, stringendogli la mano, e subito si risedette dietro la scrivania.

Fazio si adagiò nella comoda poltrona di fronte, di tessuto bordeaux, e cominciò un rapido esame della stanza.

La scrivania modulare, a forma di "L", era di legno di mogano, piuttosto ampia, con una cassettiera con rotelle alla destra del Presidente. Posizionato nell'angolo c'era un personal computer dell'ultima generazione e a sinistra, nella parte corta della "L" c'era la stampante. Di fronte al Presidente c'era un calendario elettronico, dotato di un orologio digitale con diverse funzioni.

Alcune carte e dossier ingombravano la scrivania, ma la loro disposizione era ordinata e faceva capire chiaramente che il Presidente era un uomo preciso e metodico, tanto più che all'altro lato della stanza c'era un tavolo dello stesso stile, molto più ingombro di carte, disposte però in modo piuttosto regolare. Spostando lo sguardo a sinistra vide un mobiletto con un televisore, un videoregistratore e un altro apparecchio, probabilmente un pannello di controllo per la ricezione delle televisioni via satellite. Appesi alle pareti c'erano alcuni quadri di buon gusto, figurativi, e un preraffaellita originale, di cui però lui non riconobbe l'autore. C'erano anche manifesti di vario tipo, incorniciati sobriamente, e tra tutti spiccava, alle spalle del Presidente, un manifesto dell'Islanda, un collage di fotografie dei punti più belli di quell'isola che, come tutti sapevano ormai, era nel cuore e nella mente di quell'uomo.

--Allora, mi dica, da dove cominciamo?--l'uomo politico distolse Fazio dalle sue considerazioni e lo riportò alla realtà.

--Signor Presidente, io pensavo di farle alcune domande specifiche, con qualche richiamo, diciamo così, di storia, più che altro per avere un'occasione in più per informare quelli che...non sono informati--Fazio fece una breve pausa--e penso che in questo paese ce ne siano ancora molti, purtroppo!--

--Certo, sono d'accordo con lei, è sempre meglio fare  un po' di..."ripasso", non guasta mai--disse il Capo di Stato, e si accomodò meglio sulla poltrona.

Fazio estrasse dalla sua borsa un registratore e lo piazzò sulla scrivania, a metà strada tra lui e il suo interlocutore--Signor Presidente, sono un tipo previdente--disse--... ho portato anche le batterie di scorta, nel caso si esaurissero quelle nel registratore--e così dicendo gliele mostrò.

L'uomo al di là della scrivania sorrise, mostrando una fila di denti bianchi e regolari.

--Allora, per prima cosa le vorrei chiedere come nacque l'idea della presa del potere. So che alcuni la chiamano "rivoluzione federale", altri "rivoluzione italiana", ma che Lei, soprattutto, ha sempre parlato di "colpo di stato".--

Il Presidente si aggiustò l'ascot che portava al collo--Sì, io ho sempre parlato di colpo di stato perché è quello che è stato, sostanzialmente. E' stata un'operazione segreta, preparata per circa sette anni, a partire dal 1975, da un ristretto gruppo di persone, anche se si è realizzato, nel corso di quegli anni, un più vasto consenso che ci ha permesso di mantenerlo, il potere, dopo averlo conquistato. Una rivoluzione, come lei ben saprà, è un processo collettivo, che coinvolge ampi strati di masse popolari, anche se è sempre diretto da intellettuali, nel caso di rivoluzioni "colte", o da un gruppo di sinceri rivoluzionari, magari non colti, ma comunque determinati e con alcune idee di base molto chiare. E' il caso delle rivoluzioni contadine del Terzo Mondo. Ma comunque c'è sempre, seppur minimo, un gruppo di persone colte che sta alla base di ogni processo rivoluzionario--fece una breve pausa, e si accese una sigaretta, porgendola a Fazio, che l'accettò volentieri--Nel nostro caso, invece, si trattava di un'idea che ha cominciato a girare nelle interminabili discussioni di politica, nei bar, nei locali e nelle case, tra noi "estremisti di sinistra" delusi dalla piega degli avvenimenti nella prima metà degli anni '70 dello scorso secolo...--si interruppe, ridendo--...sto dicendo delle assurdità...siamo nel 2013, è superfluo dire "dello scorso secolo"...mah, comunque, andiamo avanti--scosse la cenere dalla sigaretta e riprese a parlare.--Stavo dicendo, dunque, che non vedevamo uno sbocco "di massa" a quella stagione incredibile nata alla fine degli anni '60, stagione incredibile ma anche velleitaria, ingenua, e per molti versi spietata, da parte di tutti...compagni, camerati, borghesi, poliziotti e gente comune. Dopo averne a lungo parlato, tra militanti di vari gruppi, decidemmo che forse era il caso di tentare invece un'altra via: più corta, per certi versi, ma comunque difficile e complessa...il colpo di stato, appunto. Considerando che non avevamo soldi, ne armi, ne protettori potenti e coperture politiche, la cosa a volte sembrava impossibile anche a noi. Ma una volta deciso che andava fatta, ci mettemmo anima e corpo a studiare "come" e quando si doveva fare. Lei saprà--disse guardando fisso negli occhi del giornalista--che molti aspetti di quell'evento non sono stati divulgati e forse non lo saranno mai, e la ragione è semplice: non ci teniamo a essere proprio noi a spiegare come si fa un colpo di stato, magari proprio a coloro che lo vorrebbero fare a nostro danno.

Fazio lo interruppe--Lei pensa che sia un pericolo reale, ora, a trent'anni di distanza, un tentativo delle opposizioni per riprendere il potere?--

Il Presidente aspirò lentamente dalla sigaretta--Il pericolo c'è sempre, anche se sembra tutto tranquillo...abbiamo molti nemici, che magari non ci pensano, ma stia pur sicuro che se noi ci indebolissimo e le condizioni fossero favorevoli, loro ci riproverebbero--fece una pausa, guardando un punto imprecisato della stanza--comunque, all'epoca, ci andò tutto bene, ci furono alcuni fatti che non andarono per il giusto verso, ma il corso degli eventi si risolse per il meglio. Per esempio, noi avevamo studiato il piano in modo che ci impadronissimo dei luoghi del potere centrale, e questo fu abbastanza facile, ma anche della periferia, che è molto importante, altrimenti si ha il potere a livello centrale, a Roma, ma il resto del Paese è fuori controllo. Ci furono alcune di queste località che, per imprevedibili inconvenienti, furono prese "prima" e altre "dopo", e il rischio era che quelle prese prima fossero subito lasciate, che le forze si disperdessero pensando che a Roma fosse andato tutto storto. Ma non fu così, tramite radio e telefoni riuscimmo a tenere tutti in contatto e a "raddrizzare" la situazione. Naturalmente, il problema era soprattutto mantenere il potere resistendo ai tentativi di reazione e contrattacco di quei reparti di polizia, esercito e carabinieri che non erano stati neutralizzati. Ci riuscimmo, tenendo come si sa in ostaggio centinaia di parlamentari, giocando sull'assoluta disorganizzazione delle Forze Armate, già leggendaria all'epoca. Qualcuno tentò di reagire, ma per fortuna non riuscì a far molto. La Polizia restò in attesa di "ordini" e i Carabinieri, che erano proprio i più pericolosi, si limitarono a pattugliare le strade di mezza Italia non sapendo cosa fare. Noi ne approfittammo subito per rinforzarci nelle nostre posizioni e, avendo naturalmente occupato tutte le più importanti emittenti radiofoniche e televisive e "oscurato" la maggioranza delle altre, provvedemmo subito a lanciare gli storici primi "messaggi alla nazione" che pietrificarono la situazione e buona parte di chi avrebbe potuto reagire. L'appello al benessere del Paese, unito al ricatto dei parlamentari prigionieri, produsse il suo effetto.--

--Ci furono delle vittime. Quante furono?--domandò Fazio.

Il Capo di Stato si grattò brevemente un lobo--Furono per l'esattezza 32, 24 tra le forze governative e 8 tra i nostri. Appena normalizzata la situazione furono svolti funerali solenni per tutti questi caduti, vennero dichiarati Martiri della Libertà, e alle famiglie furono assegnate congrue rendite. Avremmo preferito nessuna vittima, ma considerate le circostanze furono anche poche. Se si decide di usare la violenza bisogna mettere in conto un esito doloroso--.

--Come furono i primi mesi dopo il colpo?--chiese il giornalista.

--Bisogna dire--continuò il Presidente--che negli anni della preparazione avevamo stabilito dei contatti con alcune "forze" straniere, come la Repubblica Federale Jugoslava, la stessa URSS, i paesi dell'Est e diversi paesi del Medio Oriente, dell'Africa e del Sudamerica, per avere appoggio militare, in caso di attacco interno o esterno da parte dei paesi Nato e gli USA, scambi commerciali in caso di blocco, come quello degli USA e dei loro accoliti verso Cuba, in cambio di scambi commerciali preferenziali e sostegno politico. Tutto ciò fu necessario e indispensabile, e avemmo anche forniture militari e tecniche, ma noi mettemmo in chiaro subito che non saremmo stati assolutamente "satelliti" di questo e di quello, non avremmo subito alcun ricatto: la storia ci insegnava che era meglio fare patti chiari fin dall'inizio. Per quasi tutti i paesi da noi interpellati la cosa convenne: loro guadagnavano un alleato prezioso nel cuore dell'Occidente, un partner commerciale che avrebbe rinvigorito le loro economie sulla via della crisi, causata da fattori esterni ma anche dai guasti della loro burocrazie, e su questo fummo ben chiari, e per le nazioni con ideologia "socialista" la nostra vittoria avrebbe avuto un'importanza anche al loro interno, sarebbe stata una molla per rilanciare il consenso delle masse a regimi che erano sull'orlo di un collasso profondo, in questo senso. E noi saremmo riusciti a stare a galla, a rafforzare il regime senza doverci legare mani e piedi a paesi che "sopravvivevano" a loro stessi, a nostro stesso danno, come è successo per Cuba, Vietnam e vari altri--Fazio spense la sigaretta nel portacenere e disse--Signor Presidente, una volta che la situazione si stabilizzò, quali furono le vostre prime iniziative?--.

--In quella situazione dovevamo fare le mosse giuste, e per cominciare decidemmo di lasciare uscire i giornali per una settimana...a puro beneficio dei collezionisti--e qui l'uomo politico rise di gusto--, poi sospendemmo le pubblicazioni di tutta la stampa quotidiana. Lasciammo uscire i periodici, con un certo controllo preventivo sugli articoli. Naturalmente ci furono proteste. Una volta messi i nostri uomini nelle redazioni e nelle case editrici, con il titolo di "Commissari governativi per la riforma della stampa", gettammo le basi per questa riforma, di cui possiamo parlare più avanti, se Lei è d'accordo--e si fermò, aspettando la reazione di Fazio. Il giornalista rispose subito che era più che favorevole, e il Presidente riprese a parlare--Dovevamo riformare tutto, ma l'importante era mantenere il potere e il controllo della situazione. Vennero organizzate delle manifestazioni pro e contro il nuovo regime: quelle contro vennero tenute sotto controllo dalle nostre milizie, definite per il momento "Milizia popolare", con una divisa abbastanza improvvisata e non sempre uguale per tutti, e quelle a favore vennero enfatizzate, favorite e "gonfiate" da nostri uomini. Nel giro di tre o quattro mesi il favore popolare al governo aumentò e l'opposizione si sgonfiò notevolmente, anche a seguito delle misure intraprese dal governo.--

--Quali furono queste prime misure immediate?--chiese il giornalista.

--Una volta che il potere fu saldo, procedemmo a sconvolgere completamente l'apparato militare e di polizia: l'Esercito venne sciolto e immediatamente ricreato con la denominazione di "Esercito popolare italiano", che come Lei sa in seguito divenne "Esercito Federale Italiano". La Milizia Popolare si sciolse ed entrò nell'esercito, ma in seguito si riformò con altre funzioni. L'apparato militare venne sconvolto e semplificato, per diventare finalmente un organo di Difesa del Paese e di Sostegno del potere. Fu dotato in tempi brevi di tutte quelle modernizzazioni di cui aveva bisogno da tempo, in una parola fu sconfitta la Burocrazia. Finì di essere un esercito borbonico-sabaudo e diventò un esercito moderno, dinamico, vicino prima al Potere e poi al Popolo, badi bene--sottolineò rivolto a Fazio--in quest'ordine: il popolo non fu mai enfatizzato, semmai fu controllato prima ed educato poi...non ripetemmo l'errore di tutti i poteri socialisti. L'esercito fu diviso semplicemente in Forza Terrestre, Marittima ed Aerea: tutte le sotto-divisioni e "complicazioni" pre-esistenti furono semplicemente "cancellate". E questo principio uniformò, del resto, tutte la nostra azione successiva: semplificare, sburocratizzare, ammodernare, informatizzare.--.

Il Presidente si accese un'altra sigaretta, si prese una breve pausa cambiando posizione sulla poltrona.--La Polizia, la Guardia di Finanza, i Carabinieri, la Guardia Forestale e diversi altri sottocorpi furono sciolti: tutto rientrò nell'esercito, la Milizia Popolare si riformò divenendo "Milizia Popolare Federale" e assunse, tra gli altri, i compiti di polizia e controllo del rispetto delle leggi, anche quelle ambientali, del traffico, della viabilità e del comportamento. Sempre rispettando il principio della "semplificazione", attuammo la riforma della stampa, di cui le ho accennato prima. Mentre eravamo stati contrari alla "concentrazione delle testate", ovviamente perché era a favore dei grandi gruppi economici e industriali, ora invece fummo per la riduzione delle testate, nel senso che favorimmo la concentrazione di tutti i quotidiani locali in grandi quotidiani "nazionali", con relative case editrici dotate di mezzi e finanziate dallo Stato fino alla loro autosufficienza. Gli ex-quotidiani locali rimasero come edizioni locali e supplementi legati al territorio. Così "Il Corriere della Sera" e "la Repubblica" diventarono "Il Corriere della Repubblica", "Il Giornale nuovo" e "Il Tempo" divennero "Il Giornale del Tempo", "Il Messaggero" e "Il Mattino" divennero "Il Messaggero del Mattino", e così via.--

--Mi sembra che venne soddisfatta anche l'esigenza di "salvare" i vecchi nomi dei quotidiani, più che altro per i lettori abituali--disse il giornalista.

--Si, in effetti una delle esigenze fu anche questa--rispose il Presidente, tamburellando con la penna sulla scrivania--poi, comunque, ci dedicammo alla stampa periodica. Lei sapeva, caro Fazio, che in quegli anni, tra quotidiani e periodici, a larghissima, larga e...minima tiratura esistevano circa 14000 testate?--e qui il giornalista manifestò il suo stupore--Bene. Provvedemmo a ridurne drasticamente il numero, naturalmente non sopprimendo ma, anzi, aiutando finanziariamente le nuove iniziative. Ma stabilimmo una regola: lo Stato avrebbe aiutato le nuove testate nella fase più delicata e problematica, l'inizio, appunto, ma se, entro 6 mesi per quotidiani e mensili e un anno per gli altri periodici, la vendita non si fosse attestata su un numero di copie sufficienti a garantire l'autonomia, e magari il profitto di una testata, questo avrebbe significato una cosa sola: il pubblico non gradiva e non era interessato. Quindi la testata, lasciata a se stessa, chiudeva. Tanto più che la pubblicità fu drasticamente ridotta per legge. Avrebbe potuto ritentare più avanti, con le idee più chiare o con un'azione preventiva di marketing più soddisfacente. Il pubblico sarebbe stato messo in grado di "vedere" le riviste in "tutto il territorio nazionale", fin nei paesetti più sperduti, perché le agenzie di distribuzione, vero flagello dal punto di vista dei costi e delle "scelte", furono semplicemente spazzate via. Si costituì una "Agenzia Federale di Distribuzione della Stampa", moderna ed efficiente. Caro Fazio, nel giro di 3 soli anni, il numero si ridusse a 9000, e dopo altri 3 anni il numero scese a 5000, per poi stabilizzarsi. Per quanto riguarda la pubblicità, fu fatta una riforma...definitiva. Ripulimmo l'intero territorio nazionale dello strabordante spazio che era stato concesso fino a quel momento a questa forma di "comunicazione", cioè case, palazzi, vie, strade provinciali e statali e perfino monumenti storici, e si ritornò cosi finalmente a vedere il nostro bel paesaggio, fu stabilito che ciascuna testata non poteva ricavare più del 20 per cento dei suoi introiti dalla pubblicità, e per radio e televisioni fu abbassato al 10, e stabilimmo un vero Codice di Etica Pubblicitaria che vietava le falsificazioni e le speculazioni, prima tra tutte quella sul sesso. E non certo per moralismo bigotto ma per un sano, onesto e semplicissimo buon senso...della misura. Naturalmente per le radio e le televisioni ci comportammo come per la carta stampata: ne riducemmo il numero favorendone la concentrazione. E' ovvio che, soprattutto per le radio, concedemmo prestiti iniziali più alti ma creammo nel contempo forme di abbonamento che legassero fruitori e fornitori di comunicazione. Per quanto riguarda la musica e il balletto cercammo di svecchiare tutto l'ambiente: sfavorimmo opera lirica, musica classica e balletto classico, favorimmo l'operetta, la musica contemporanea, rock e sperimentale, e il balletto moderno. Facemmo in modo di creare sempre più nuovi spazi per la creazione e per la fruizione della musica, quindi più sale prova e grandi spazi per concerti, e mettemmo ordine nel sottobosco della musica leggera e delle case editrici musicali. I nuovi talenti furono aiutati e favoriti ma all'insegna della qualità, non certo degli interessi di parte e del divismo. E per  quanto riguarda il Cinema e la Televisione--e qui il Capo di Stato sottolineò con un tono più marcato di voce le sue parole--mettemmo la parola fine allo strapotere di Roma e dei romani: creammo Centri di Produzione Cinetelevisiva nelle singole Repubbliche, che attingevano risorse umane e culturali nelle proprie regioni, con particolare riguardo alle condizioni specifiche e alle tradizioni popolari. Finalmente si sentì parlare la gente, nei film e negli sceneggiati, come veramente parlava: poco italiano e molto dialetto, non più in quella strana lingua italiana meridional-romana che aveva imperversato fino ad allora. Lo stesso criterio fu adottato nella musica: la riscoperta vera, scientifica, sentita della nostra multiforme tradizione musicale popolare, dalla musica celtica del Nord Italia alla musica latina e araba del meridione. Con tutto quel che ne consegue sul piano culturale, storico, politico. Fu una stagione entusiasmante senza precedenti! Oltretutto, all'inizio degli anni '90 venne dagli Stati Uniti la moda della musica rap! Noi abbiamo avuto il modo di anticipare questo evento, e siccome ritenevamo tale genere il gradino più basso e volgare mai raggiunto dalla musica giovane, ne contrastammo con efficacia lo sbarco nel nostro paese con un'opera di preselezione di ogni singolo prodotto. E fu così che quel tale Lovanotti non riuscì a impadronirsi del genere diffondendo anche la stupida abitudine di indossare i berretti a visiera capovolti sulla testa, e continuò col suo sound precedente, che di là a qualche tempo abbandonò per migliorare notevolmente il suo stile, bisogna ammetterlo. Ci risparmiammo così tutta una generazione di gioventù cretina che invece  afflisse  per  qualche  tempo  gli  altri  paesi europei. Ci comportammo nello stesso modo per quanto riguarda un'altra moda: i capelli a coda per i maschi, il cosiddetto "codino". Le assicuro che il nostro fu uno dei pochi paesi in qui questa abitudine praticamente non attecchì. Ancora riguardo alla musica, grazie alla riscoperta delle nostre radici celtiche e mediterranee, istituimmo annualmente il Festival di Musica Celtica e il Festival di Musica Mediterranea, che divennero occasioni di grande richiamo, anche internazionale. E' superfluo aggiungere che  la musica napoletana ritornò ad essere quel grande esempio di musicalità intensa ed emozionante che era stata in passato, e di ciò dobbiamo ringraziare quel grande interprete che è stato Roberto Murolo, che ci fece da consulente nella nostra iniziativa. I generi allora in voga come la sceneggiata e la canzone melensa e strappalacrime in dialetto napoletano cominciarono a perdere consenso. E inoltre, lo stavo quasi dimenticando, abolimmo la pubblicità dai film trasmessi in televisione e abolimmo anche l'intervallo al cinema, che tanto serviva solo a disturbare il pubblico e a vendere pop-corn e Coca Cola. Naturalmente adottammo in tutte le sale il sistema anglosassone: non si entrava a spettacolo iniziato! Sul fronte delle videocassette, con opportuni contatti con le case produttrici di tutto il mondo favorimmo il riversaggio in videocassetta di quanti più film ci fu possibile, in modo che il pubblico potesse trovare più facilmente ciò che interessava. D'altra parte unificammo il sistema del videonoleggio a livello nazionale, in modo che con la tessera magnetica Credital si potesse noleggiare da qualsiasi distributore: naturalmente la cassetta doveva essere restituita dove la si era prelevata--.

Il Presidente si rivolse al giornalista--Senta, gradisce qualcosa da bere? Io ho già la gola secca, e non mi piace bere da solo--

--Fazio, piacevolmente sorpreso dalla ospitalità del Capo dello Stato, si affrettò a rispondere affermativamente.

--Bene, allora vanno bene due "Martini" bianchi con ghiaccio?--

--Se non le sembro sfacciato, signor Presidente, io preferirei uno "Zucca" con ghiaccio e soda--rispose Fazio.

--Ci mancherebbe...un attimo solo--rispose lo statista, e telefonò per fare la richiesta.

Dopo che ebbero bevuto, conversando piacevolmente, ripresero l'intervista, non prima di concedersi una pausa ulteriore per fumarsi in tutta tranquillità una sigaretta.

--Signor Presidente--ricominciò il giornalista--quali furono le resistenze al riordino delle Forze Armate e alla riforma della stampa?--

--Le resistenze ci furono, eccome--rispose il Capo di Stato--innanzitutto Carabinieri, Polizia ed Esercito ne furono sconvolti. Tutti i vecchi apparati di potere furono spazzati via, e l'epurazione fu pesante. Ma dalla nostra parte avevamo sempre il ricatto dei parlamentari prigionieri, tenuti ovviamente in un luogo segretissimo, non--e il Presidente qui sottolineò ampiamente il concetto--come il tipo di "segreto" usato prima...il segreto di Pulcinella, per intendersi. Quando le cose che si volevano far sapere si sapevano, "chissà come" diceva qualcuno, ma i segreti veri non venivano fuori ufficialmente, come le Stragi di Stato degli anni '70 e '80, per esempio. Avemmo poi in seguito un riscontro positivo alla nostra azione: le persone rimaste in carica si accorsero dei benefici risultanti dalla nostra azione, alcune di quelle espulse si ricredettero e vollero rientrare nei ranghi, e furono quasi tutte accolte, e quelle che ne rimasero fuori passarono direttamente alla delinquenza, dove era naturale che fossero da sempre, o cessarono di fare opposizione. Rimasero alcuni gruppi di irriducibili, naturalmente, ma il loro peso non era determinante e lo fu sempre meno col passare degli anni. Oltretutto il reclutamento di nuovi elementi andò poi molto bene, dopo un naturale primo momento di difficoltà. La gente era motivata, anche economicamente: i rischi, se ci sono, vanno compensati nella giusta misura--.

--Quali furono le azioni del governo verso il Vaticano?--

--Azioni che dovevano essere prese quasi due secoli prima--rispose il Presidente, accalorandosi un poco-- se ciò fosse avvenuto, avremmo evitato danni economici, morali, sessuali, culturali rilevantissimi per intere generazioni! Dopo che la situazione si fu quasi normalizzata, e ciò nel giro di qualche mese, potemmo dedicarci appieno anche a questo problema. Ma la prima mossa ci fu subito dopo la presa del potere: utilizzammo parte delle forze militari a nostra disposizione per presidiare lo Stato Vaticano, fin dal confine, che prima non era mai neanche stato dipinto sull'asfalto. Dipingemmo questo confine, ci mettemmo una dogana, delle barriere, un posto di frontiera e diversi carri armati.--

--Addirittura dei carri armati? Non era un esagerazione?--chiese stupito il giornalista.

--Dal nostro punto di vista no di certo. Il Vaticano pretendeva di essere uno stato indipendente? E noi, per la prima volta, ci comportavamo come se lo fosse! Le migliaia di "fedeli" italiani volevano affollare la piazza per sentire le fandonie che un uomo vestito di bianco diffondeva da un alto balcone? Benissimo, non lo avremmo impedito: avremmo chiesto il passaporto dotato di visto consolare, che facemmo durare una settimana. Così, visto che il Papa parlava due volte, se andava bene ognuno poteva assistere a due comizi, perché di questo si trattava. Ma poiché per ottenere un visto ci volevano due settimane, il gioco era presto fatto. Nonostante le proteste, la folla nel giro di quattro mesi diminuì del sessanta percento. Quando poi il papa voleva fare i suoi viaggi per ficcare il naso negli affari di stati esteri, come il nostro, non era più così semplice. Oltretutto, per recarsi in altri Paesi doveva passare dal nostro, noi gli concedemmo il visto di transito col contagocce e fu così che gli passò la voglia di andarsene in giro per il mondo a imporre il suo credo a popolazioni ignoranti, culturalmente neanche in grado di ragionare.--

--Senza dubbio le resistenze ci furono, in un paese cattolico come il nostro--

--La correggo--rispose il Presidente--...in un paese "bigotto" e ipocrita come il nostro. Se gli italiani fossero stati buddisti o avessero creduto nella religione dei celti non avremmo fatto tutto ciò: la religione buddista e il credo celta sono due tra le confessioni più tolleranti mai esistite. Per i loro sacerdoti e per i fedeli ognuno è libero di credere o non credere, non tentano di convertire, anzi, con la gente più parlano e più sono felici, il loro piacere è parlare, discutere, confrontarsi, nella più assoluta libertà di giudizio. Ecco perché noi, oltre naturalmente a fare propaganda antireligiosa e anticlericale, favorimmo e promuovemmo lo studio delle religioni, di tutte le religioni, e della filosofia, e i risultati si sono visti--.

--Il papa di quegli anni, Paolo Giovanni I, aveva fatto molti viaggi in tutto il mondo--chiese Fazio--cosa fece dopo?.

--Non poté fare come prima, non glielo permettemmo, nel modo di cui ho accennato adesso--rispose il Presidente--la sua influenza calò considerevolmente, e se non fossimo arrivati noi chissà cosa sarebbe successo...i paesi "socialisti", invece di riformarsi e modernizzarsi, come poi fecero grazie, devo dirlo, anche al nostro esempio, sarebbero probabilmente caduti uno dopo l'altro--

--E il Concordato?--domandò il giornalista.

--Una delle prime cose che facemmo fu sconfessare subito il concordato fascista, in tutti i suoi aspetti. Fummo appena in tempo, perché Praxi, segretario socialista e Presidente del Consiglio all'epoca, ne aveva in mente una versione che ne lasciava inalterati i principi sostanziali, e anzi li aggravava. Lo Stato divenne per definizione aconfessionale, quindi la religione cattolica non ebbe più alcun privilegio. Le proprietà del Vaticano, tutte, vennero confiscate senza indennizzo, tutti i fondi, i finanziamenti, gli aiuti e quant'altro cessò immediatamente, e suore e preti presenti negli ospedali, in tutti gli ospedali, furono sostituiti da personale civile. E, naturalmente, sparì il crocefisso da tutte le scuole e i luoghi pubblici per legge, e l'infrazione veniva punita con sei mesi di carcere--.

--Però non vi fermaste qui. Avevate già deciso cosa fare alla morte del Papa?--.

--In realtà avevamo rimandato la decisione. Si arrivò quasi al '90, e a seguito di un dibattito interno decidemmo che avremmo inglobato d'autorità lo Stato del Vaticano nel nostro territorio: il Papato, se voleva sopravvivere, doveva trovarsi un'altra sede. Onde per cui, quando il Papa morì in seguito a un secondo attentato nel '92, questa volta all'aeroporto di Ciampino, colpito da un mini-ago avvelenato sparato probabilmente da una finta macchina fotografica, noi permettemmo i funerali previsti in questi casi. Ci fu una folla enorme, questo è vero, ma non come ci si poteva aspettare solo qualche anno prima. Non demmo però il tempo all'elezione di un altro Papa: invademmo il Vaticano con l'Esercito, che era pronto da tempo, e demmo due mesi alla gerarchia cattolica per trovarsi un'altra sede, magari in Spagna o in Portogallo. Piazzammo la bandiera federale sulla cupola di S.Pietro, e lasciammo la Basilica alle normali gerarchie vescovili di Roma. Il nuovo Papa, come sa, venne eletto poi ad Andorra, l'unico stato che gli concedette ospitalità, ma la sua influenza diminuì considerevolmente. L'Italia finalmente si era liberata di tale invadenza, e gli italiani se ne resero conto mano a mano che il tempo passò--.

Fazio scrisse alcuni appunti sul suo blocco e poi riprese:--Come vi venne in mente l'idea federalista?--

Il Presidente fece una pausa, visibilmente soddisfatto: si aspettava quella domanda, si sarebbe dispiaciuto se non gli fosse stata rivolta.

--Vede, il nostro gruppo iniziale era di comunisti, di varie tendenze, ma con esclusione assoluta di stalinisti e maoisti, e con una presenza intellettuale determinante di trotzkisti, e io ero tra quelli. I militanti e i simpatizzanti della Quarta Internazionale in Italia erano sempre stati pochi, tranne un breve periodo alla fine degli anni '60, per poi subire il tracollo totale con l'arrivo del maoismo e della sua pedissequa imitazione da parte di una pletora di gruppi e gruppetti. I trotzkisti sono sempre stati più che altro un gruppo di intellettuali, ancora di più degli "altri" comunisti. Ed era naturale che fosse così. Ma questo è un lungo discorso, ci porterebbe troppo lontano. Al di là di questo, il nucleo originario del nostro gruppo fu al Nord, e soprattutto a Milano, e comprendeva persone delle più disparate origini: settentrionali puri, figli di coppie miste, nati al Nord da genitori meridionali, immigrati dal Sud e via di questo passo. In gran parte di queste persone si era sviluppato un forte antimeridionalismo, e le parlerò molto chiaro, come ho sempre fatto: io sono figlio di un meridionale e di una settentrionale, e sostanzialmente detesto, ripeto, detesto la mentalità meridionale, e amo invece quella settentrionale, non solo, ma la mia cultura è nordica nel senso radicale del termine. Per cui per me esistono i paesi anglosassoni, quelli scandinavi, germanici, finlandesi, canadesi...quelli sono i miei punti di riferimento. Ma non mi stancherò mai a ripeterlo, non sono razzista, perché conosco la lingua italiana, ho un ottimo vocabolario e invito tutti a leggere le voci "razza" e "razzismo". Non esiste una "razza" meridionale, o "terrona", come si usava dire, come non esiste il suo contrario. Se un neonato di Catania lo scambiamo con uno di Bolzano, ed entrambi li facciamo vivere negli opposti ambienti, cresceranno e si formeranno con le stesse modalità dei loro "familiari", coetanei, amici e colleghi di lavoro. E così avremo un perfetto "polentone" altoatesino, i cui genitori però si chiamano Sciacca e Petruzzelli, e un perfetto "terrone" siculo, che non sa però che i suoi genitori si chiamavano Kurtz e Locatelli.--

--Non mi ha ancora detto come diventaste federalisti, signor Presidente--disse ridendo Fazio, sapendo che quello era uno degli argomenti preferiti del suo interlocutore

Il Presidente rise di gusto, e questa volta si accese la pipa, che aveva appena finito di preparare. Le volute di fumo azzurrino e profumato della miscela di Anphora e Amsterdamer si levarono sopra la scrivania, per poi stabilizzarsi in strati orizzontali.

--La vedo impaziente e curioso, ma lo sono anch'io, e mi fa piacere--disse il Presidente, assaporando con gusto il fumo--Vede, il nostro antimeridionalismo esigeva però, per il nostro scopo, che anche nel resto del Paese, a Roma come a Bari, ad Ancona come a Palermo, fossero tutti d'accordo a creare un paese libero, avanzato, proiettato nel futuro tenendosi ben stretto il proprio passato, le poche tradizioni ancora rimaste, la propria peculiarità "regionale". Ognuno per la propria parte, ognuno geloso della sua autonomia ma pronto a sacrificarsi e collaborare, se necessario, come lo fu, con gli "altri". E così raccogliemmo le idee del movimento autonomista lombardo, piemontese e veneto, che in quegli anni si stava formando sotto l'influenza e la guida sempre più determinante di Umberto Fossi, di cui saprà certamente tutto, le influenzammo a nostra volta, spurgandole delle idee cattoliche e liberiste che a noi, naturalmente, non andavano bene affatto, e dopo la presa del potere le organizzammo in un "corpus" unico e originale che, per la prima volta nella storia, coniugava il comunismo, accentratore e dirigista, con il federalismo, decentratore e partecipativo. Non male, per un gruppo di intellettuali clandestini, non le pare?--

Fazio rise, ma insistette:--Mi risulta difficile credere che non ci furono resistenze, se non contrapposizioni, da parte della popolazione centro-meridionale che, anche al Nord, era comunque la maggioranza--.

Il Presidente non si scompose e replicò:--Certo, questo è vero, anche tra di noi ci furono dubbi e discussioni infinite, che però avevano trovato la loro quasi completa soluzione prima del "golpe": altrimenti non saremmo riusciti ad andare avanti. Riuscimmo a far capire alla popolazione che non avremmo istigato l'odio o la faida tra le diverse componenti etniche di una nazione che, da questo punto di vista, non era mai stata unita, checché ne blaterassero gli epigoni di un Risorgimento fin troppo enfatizzato e mitizzato. Gli "italiani" non erano mai stati "fatti", bisognava ammetterlo una volta per tutte, tanto valeva porre rimedio a un errore grossolano, e operare diversamente. Bisognava costruire l'"unità degli intenti", vista l'impossibilità o, meglio, l'estrema difficoltà a realizzare l'"unità del popolo". Fu un processo travagliato, ma ebbe successo. Finalmente la coscienza del popolo si spostò dal livello "basso" del campanilismo becero, chiuso e inconcludente al livello "alto" della "unione nella diversità": ogni Regione diventò Repubblica, ogni Repubblica cominciò a insegnare nelle proprie scuole il dialetto, che diventò lingua, e la lingua italiana...corretta, naturalmente. Fu sconvolta, è ovvio, anche l'istituzione scolastica, con quel che ne consegue--.

Il giornalista sembrò abbastanza soddisfatto della risposta, e continuò:--Lei prima mi stava parlando delle resistenze nelle Forze Armate, ma non ha continuato con quelle della stampa...--.

--Ha ragione--disse il Presidente, aggrottando la fronte--...come le ho detto, iniziammo la riforma. Ma anche la televisione era importante, eccome. Per entrambe stabilimmo un codice di comportamento che scoraggiò, con adeguate multe e anche misure penali, la violazione della privacy del cittadino. I giornalisti "sciacalli", di cui avevamo sempre avuto sotto gli occhi il comportamento, scomparvero nel giro di breve tempo. Cambiarono atteggiamento o mestiere, per loro era finita. I giornali sportivi furono decimati, i quotidiani sportivi furono chiusi per sempre, e le pagine sportive nei quotidiani fu limitata per legge a sei il lunedì e a due gli altri giorni--.

--Come la prese il pubblico?--.

--Si adeguò, semplicemente. Chi leggeva "solo" quotidiani sportivi fu obbligato ad acquistare gli altri e così, per non buttare via i propri soldi, cominciò a leggere...--.

--E per la televisione?-- chiese Fazio.

--E' presto detto--ricominciò il Presidente--la Rai diventò Radio Televisione Italiana, RTI, i canali finirono di farsi concorrenza, specializzandosi. Canale Uno, attualità e cronaca nazionale, Canale Due attualità e cronaca estera, Canale Tre attualità e cronaca regionale. I programmi di intrattenimento e quelli culturali vennero realizzati da tutte le reti. Le assicuro, caro signore, che Pippo Paudo, Raffaella Barrà, Gianni Malcompagni e Mike Bonforno si cercarono un altro mestiere. E ne ho citati solo alcuni--.

Il giornalista non nascose il suo stupore:--Ma non erano nelle tv private?--chiese, guardingo. Il Capo di Stato non nascose la sua soddisfazione:--Non più, dal momento che le emittenti di Silvio Ferlusconi furono chiuse, per essere poi messe all'asta di gruppi consorziati, a livello regionale, che si impegnassero a fare programmi di qualità. Fu un successo senza precedenti. Una moltitudine di persone, aiutata dallo Stato, come per la stampa, si organizzò e fece, col tempo, cose grandi e molto interessanti--

Fazio si sporse un po' in avanti, verso la scrivania:--Ferlusconi che fine fece, allora? Cambiò qualcosa, nel costume?--

--Ci fu una ventata di novità--disse il Presidente, con malcelato compiacimento--Ferlusconi e compagnia, non più protetti a livello politico da Praxi e dai "socialisti", tentarono di reagire, ma con scarso successo, nella nuova situazione preferirono aspettare gli eventi e, nel frattempo, tornarono a fare il loro mestiere, gli imprenditori. Noi, innanzitutto, cominciammo il rinnovamento proprio dal "look". Finalmente fu detto basta ai mezzibusti con giacca e cravatta, si cominciarono a vedere ascot al collo, maglioni dolcevita, camicie aperte, tutto molto "casual classico" senza stravaganze eccessive ma senza più "divise" e colori grigi. Questo valse anche per i funzionari dello Stato, naturalmente, a tutti i livelli. Tutto ciò giovò all'"immagine pubblica" dell'Italia, anche a livello internazionale, e proiettò intorno al nostro Paese un'aura di dinamismo e gioventù. Svecchiammo tutto l'apparato statale, prepensionammo migliaia di addetti e funzionari, assumemmo personale più giovane, più disponibile alle novità e ai cambiamenti. Il che facilitò notevolmente il complesso di tutta la nostra azione. Cambiammo finalmente anche la linea editoriale e il modo di esporre le notizie. Dal momento che l'ipocrita concezione di una informazione "obiettiva" era esattamente all'opposto della realtà e della nostra concezione, lo stile divenne aggressivo, e se si doveva esprimere opinioni lo si faceva con grinta e determinazione. Certo, la prevengo, fu un'informazione "faziosa", ma oltremodo sincera. Del resto, più avanti liberalizzammo l'emittenza televisiva, e chiunque poté esprimere la propria opinione--.

--Cambiaste anche l'inno nazionale e la bandiera, a un certo punto--disse il giornalista.

--Era veramente ora. Per la bandiera avevamo alcuni progetti, e li sottoponemmo alla prima consultazione popolare dopo il colpo di stato. La consultazione non era vincolante, ma confermò le nostre scelte. L'affluenza alle urne fu del 60%, e a maggioranza venne adottata la bandiera attuale: croce bianca a “x” al centro e triangoli alternati rossi e verdi. Il tricolore era salvo, ma in una luce nuova e facendola finita per sempre con quelle tre orrende bande verticali della vecchia bandiera. L'inno nazionale fu sottoposto solo a un sondaggio, ma prima bandimmo un concorso tra musicisti per trovare qualche idea originale. Risposero in tanti, prova che la fantasia e l'iniziativa creativa degli italiani aveva ricominciato a pulsare. Fu adottato un nuovo motivo, abbastanza svelto e nello stesso tempo solenne quanto bastava, e il successo che ha riscontrato ha dimostrato che avevamo scelto bene. L'Inno di Mameli fu accantonato, e bisogna dire che fu dimenticato abbastanza in fretta--il Presidente fece una pausa e disse, quasi ripetendolo a se stesso--...uno dei peggiori inni nazionali di tutti i tempi!--

Il giornalista sembrava sempre più interessato alle parole del Presidente, e chiese subito:--Come proseguì il rinnovamento delle istituzioni pubbliche?--

Il suo interlocutore cominciò a giocherellare con un righello:--Avemmo molto da fare. Dovunque dirigessimo la nostra attenzione trovavamo Burocrazia, Interessi corporativi e ... Vecchio--.

Fazio rimase stupito:--Vecchio? Cosa intende?--

--Per Vecchio intendo tutto quello che è ancorato alla tradizione, al conformismo, ai modi di agire e di pensare immobili da decenni, caratteristiche di tutti gli Stati che non stanno al passo coi tempi. Ma attenzione--e guardò accigliato il giornalista--non per essere moderni a tutti i costi. Non tutto ciò che è moderno è positivo! Tornando a quel che mi preme sottolineare, le dirò che occorreva prendere di petto quei tre Nemici di cui le ho detto prima, e sconfiggerli senza ripensamenti. Se lasciavamo loro solo un po' di spazio, lentamente avrebbero riconquistato terreno. La Burocrazia fu sconfitta con l'ammodernamento di tutto l'apparato, abolendo uffici inutili, creandone di nuovi con compiti anche mai affrontati prima e, tra l'altro, rivoluzionammo completamente i vecchi Ministeri, diminuendone il numero e accorpandoli tra loro. Li chiamammo Dipartimenti: Interno, che si occupò di ordine pubblico e difesa interna, Estero, che si occupò di tutto, e dico tutto, quello che aveva a che fare coi rapporti con gli altri Paesi, Cultura, con interessi dall'Istruzione Pubblica allo Spettacolo, Industria, Agricoltura, intendendo anche l'allevamento, Servizi, che si occupò di tutto ciò che necessitava per il funzionamento dello Stato, Comunicazione, accorpando le Poste e Telecomunicazioni e i Lavori Pubblici, Economia, accorpando Tesoro, Bilancio, Economia, Finanze e quant'altro prima era separato, e Militare, che si interessò della difesa del Paese. Tra l'altro, le società delle telecomunicazioni preesistenti vennero fuse in una nuova società, Italcom, che venne rinnovata tecnicamente, informatizzata, e che si occupò di ammodernare l'intero settore delle telecomunicazioni, informatizzando tutte le reti--

--E gli altri ...ministeri?--chiese Fazio.

--Alcuni rimasero, per poi essere aboliti, altri ricomparvero: per un po' si sperimentò, del resto il compito che ci eravamo assunti era immane, ed era logico che si andasse avanti anche per tentativi, con ripensamenti, cambi di rotta, accelerazioni e frenate. Il Ministero della Giustizia, per esempio, fu prima abolito...eravamo inviperiti con quel vecchio baraccone di burocrati, toghe di ermellino, vecchiume, odore di muffa, scartoffie e lungaggini degne di un paese medievale--il Presidente, mentre pronunciava queste parole, lasciava trasparire tutto il suo sdegno: il volto accigliato, i lineamenti contratti, il tono di voce più elevato del solito.--Quel carrozzone divenne poi definitivamente Dipartimento Sociale, e fu irriconoscibile: le toghe e i paludamenti scomparvero per sempre, l'Informatica vi entrò come un tornado, la burocrazia conseguì qui la sua più pesante sconfitta, ritengo, e anche la Legge, proprio quella con la "l" maiuscola, tornò sempre più velocemente a essere veramente "eguale per tutti"...tranne per quelli che non se l'erano mai meritata--l'intervistato sottolineò ampiamente con grandi gesti quanto aveva appena detto.

--Furono rivoluzionate anche le leggi, naturalmente--

--Rivoluzionate e semplificate. Procedemmo alla revisione e alla riforma del Codice Civile e del Codice penale, nonché di tutte le leggi. Snellimmo tutto, i richiami agli aggiornamenti successivi furono aboliti e integrammo tutto in un corpo unico. Per non parlare del linguaggio...pesante, logorroico, complicato, di chiara derivazione meridionale e borbonica. Finalmente parole chiare e semplici che spiegavano la realtà--.

--Lei prima ha detto che le Regioni divennero Repubbliche: mi vuole spiegare meglio? Mi risulta difficile immaginare Lombardia e Molise con confini, dogane e via dicendo, visto che ora non mi sembra proprio così--.

Il Presidente, evidentemente, si aspettava un po' di incredulità da parte di un cittadino così giovane:--Capisco la sua meraviglia, e le spiego subito. Ci rendemmo immediatamente conto che sarebbe stato ridicolo dividere l'Italia in questo modo, anche perché erano proprio i detrattori del federalismo che puntavano su questa immagine per la loro azione di disinformazione e di discredito, in corso con successo da vari anni, con la comparsa dei movimenti autonomisti del Nord. Infatti, come le ho già detto, fu una fortuna che arrivassimo noi, poiché i movimenti dei tardi anni '70 poi confluiti nel federalismo di Fossi avevano preso una piega che non avrebbe portato a grandi cose, se non nel Nord, tra mille contraddizioni, per poi, probabilmente, finire in farsa, magari alleandosi con le destre. Noi prendemmo quello che c'era di buono, come le ho già accennato, e lo rilanciammo alla grande. Le regioni divennero repubbliche, è vero, i confini vennero segnalati più vistosamente, certamente, ma non ci furono dogane o posti di confine nel senso stretto. Le merci continuarono a circolare liberamente, così come le persone, tanto più che c'era comunque un forte Governo Federale che uniformava su tutto il territorio la legislazione. Comparvero le bandiere, finalmente, le bandiere regionali e di tutte le minoranze etniche...se non ce n'erano di univoche vennero adottate quelle più significative. Le minoranze vennero non solo tutelate, ma acquistarono quella dignità che finora era stata calpestata dallo Stato borbonico-sabaudo. La Provenza, ad esempio, acquistò l'autonomia che non aveva mai avuto ma noi, naturalmente, favorimmo la riscoperta della lingua provenzale scoraggiando nel contempo l'uso del francese. E questo lo facemmo in tutte le zone di confine: volemmo ridare dignità alle popolazioni locali, senza cedere un millimetro alle etnie straniere, però! E su questo le garantisco che fummo determinati e irremovibili. Anche altre zone del Paese divennero repubbliche, la Valle d'Aosta venne sciolta nella più ampia Repubblica di Savoia, ad est nacque la Repubblica di Carnia, e così via. Le nuove regioni, diventate repubbliche, alla fine furono 32--.

Fazio colse al volo l'occasione:--E per l'Alto Adige, come vi comportaste? Era una delle regioni più "calde", da questo punto di vista--.

Il Presidente sorrise:--Me l'aspettavo, questa domanda. Il fascismo prima e i governi democristiani poi avevano compiuto uno sfacelo! Il fascismo aveva mandato ondate di meridionali per "italianizzare" il Sud Tirolo, come veniva chiamato dagli austriaci, e si può facilmente immaginare come la presero gli abitanti di quella regione, che si sentivano tedeschi e ne avevano la mentalità, questo è certo. Finì quasi in guerra civile, negli anni '50, '60, '70, con bombe, attentati, movimenti autonomisti nelle parole ma filo-austriaci nei fatti. Dall'altra parte, invece, il "patriottismo" e l'"irredentismo" fecero il gioco dei fascisti, che li avevano alimentati e che ne traevano nel contempo sostegno...come un serpente che si morde la coda. Nella provincia di Bolzano maggioranza austriaca e minoranza italiana, e nella provincia di Trento esattamente il contrario, questa fu la situazione che trovammo. I turisti italiani che entravano nella provincia di Bolzano avevano la netta sensazione di passare il confine di Stato. Del resto bisogna comprendere tutto ciò: gli "italiani" del luogo non davano certo l'immagine migliore di se, e lo si vedeva già da come apparivano le zone "italiane": sporche e disordinate, come il resto del Paese, e la situazione peggiorava mano a mano che si scendeva per lo "stivale"--.

--Una situazione piuttosto grave, allora--disse il giornalista.

--Certo, era grave, anche se naturalmente molti, nella loro beata ignoranza e insipienza, neanche se ne accorgevano...per loro era la "normalità". Noi cercammo di riparare, ponendo ordine, naturalmente, come nel resto d'Italia, e poi incoraggiando il ritorno ai luoghi d'origine degli immigrati interni...come facemmo, del resto, in tutto il Paese. Ma l'incoraggiamento divenne positivo, perché nel frattempo creammo le condizioni per un effettivo "sviluppo" del meridione. Esattamente il contrario di quello che era stato fatto fino ad allora! Insieme a questa azione, che avrebbe fatto diventare ancora più maggioranza l'etnia austriaca, favorimmo il rientro delle popolazioni locali che erano emigrate altrove, per formare, o riformare, una etnia "tirolese" con parlata dialettale di ceppo italiano, indipendente culturalmente sia dal centralismo "italiano", cioè "meridional-borbonico", sia dal centralismo "austriaco", cioè "settentrional-asburgico"...e mi consenta l'uso di siffatta terminologia che, ne convengo, può apparire piuttosto strana...--lo statista guardò Fazio, prevenendo un'eventuale obiezione già sentita da altri prima di lui. Il giornalista fece un gesto come per confermare quello che il suo interlocutore aveva immaginato, e poi disse:--La Vostra azione ebbe allora successo, come mi sembra di capire, o ci furono problemi?--.

--Naturale che ci furono problemi, del resto era inevitabile. E poi, mi dica, che gusto ci sarebbe stato se tutto fosse filato via liscio? Gli strati più retrivi della popolazione osteggiarono il cambiamento, era ovvio, come in tutte le situazioni in cui si modifica uno "status-quo" radicato nel tempo. Ancora adesso c'è qualche problema, ma tutto sommato l'operazione, che richiedeva del tempo e ne ha avuto, per fortuna, è proseguita con successo. Anche perché poté confidare nell'appoggio, sempre maggiore, che riscosse tra i giovani, che non ne potevano veramente più delle contrapposizioni sterili dei loro padri. Del resto fummo aiutati anche, e ci tengo a dirlo, da persone eccezionali come Reinhold Medner, il famoso alpinista, che in quegli anni si fece portavoce di chi, e non erano pochi, non si riconosceva in alcuna delle due parti ma rivendicava l'appartenenza a una insospettabile etnia "tirolese", come appunto le ho già detto prima. Questo ci fu di grande aiuto, tanto che, in seguito, Medner divenne Presidente della Repubblica del Tirolo, e non fece rimpiangere a nessuno questa scelta, che all'inizio imposta da noi venne ratificata poi da un referendum consultivo--.

Il giornalista, a questo punto, sembrò prendere fiato per una domanda fondamentale--Signor Presidente, come vi comportaste nei confronti dell'economia di mercato? In una parola, la proprietà privata, per voi, era ancora un furto?--

L'interlocutore rimase un attimo in silenzio, riaccese la pipa, guardò il solito punto imprecisato di fronte a lui e poi, lentamente, parlò--Le risponderò così. Per noi, allora come oggi, la proprietà privata è ancora, in senso lato, un furto. Ma trent'anni fa ci rendemmo conto che non saremmo durati molto, malgrado gli appoggi che ci eravamo garantiti, se avessimo voluto riproporre tout-court uno dei modelli marxisti che nel frattempo erano stati sperimentati nei paesi del cosiddetto "socialismo reale". Ed eravamo convinti anche che, in sé e per sé, la proprietà privata poteva non essere un furto se si coniugava a concetti di eguaglianza e pari opportunità. Mi spiego meglio: per noi non poteva creare scandalo che si fosse proprietari di una casa, di un terreno non eccezionalmente vasto, di una o più automobili, delle proprie cose personali come i mobili, gli oggetti e quant'altro, anche di attività, del resto, purché questo fosse condiviso il più possibile dalla stragrande maggioranza della popolazione. Lo scandalo era invece che l'80 per cento dei mezzi di produzione del paese fosse concentrato nel 10 per cento scarso della popolazione. Lo scandalo era che ci fossero milioni di cittadini che vivevano ai limiti della sussistenza, in quartieri-dormitorio degni di un paese sottosviluppato, in condizioni igieniche, lavorative e culturali assolutamente inaccettabili e che invece poche migliaia di persone vivessero nel lusso più sfrenato, in ville con decine di ettari di parchi e giardini a disposizione di poche persone, con la possibilità, del resto molto spesso ignorata, di avere una cultura medio-alta, di avere spalancate dinanzi a se numerose prospettive di lavoro e spesso di non-lavoro, cioè di vera e propria rendita, e via dicendo. Ciò era per noi assolutamente inaccettabile. Quindi il nostro impegno fu rivolto, prima di tutto, a un'opera di redistribuzione della ricchezza: i grandi capitali furono sequestrati, per poi essere reinvestiti prima in opere sociali e poi in produzione di nuova ricchezza, questa volta per la gente, per tutta la gente. Ma era importante anche colpire dove nessuno, in precedenza, aveva mai colpito veramente: l'evasione fiscale. Nei primi anni '80 si calcolava che l'evasione fiscale, di persone fisiche e aziende, ammontasse a circa 200000 miliardi l'anno, cioè il bilancio dello Stato, che era in deficit da diversi lustri proprio con quell'entità, e più passava il tempo più era peggio! Allora abolimmo la denuncia dei redditi volontaria: ci pensammo noi a verificare le entrate di avvocati, notai, medici, professionisti, aziende e di tutti coloro che avevano approfittato della connivenza interessata degli organi preposti al loro controllo. Tutto ciò che comportava movimento di denaro e merci dovette essere certificato e denunciato, il segreto bancario venne abolito, il fisco poté fare, finalmente, tutti gli accertamenti necessari, senza tutti gli impedimenti legali che avevano, in gran parte, bloccato la sua azione. Già con questo sistema dopo pochi anni il bilancio dello Stato tornò in attivo, perché pochi erano riusciti a sottrarsi al nostro controllo. Naturalmente le frontiere svolsero un ruolo essenziale, e anche i confini, anche quelli più impervi, furono sottoposti a un controllo costante ed efficace, come mai lo era stato. Ben poco riuscì a passare, perché è vero, ci fu una vera e propria fuga all'estero, ma quasi sempre senza esito. Anche le coste e i mari furono posti in stato d'assedio, la Forza Marittima fu potenziata e svolse un valido lavoro di sorveglianza e controllo, molte furono le imbarcazioni fermate mentre tentavano di portar via di tutto: dal denaro liquido ai titoli di stato, dall'oro alle opere d'arte. Ma quello che Lei mi ha chiesto, caro Fazio, è anche altro: come fu organizzata la vita economica del Paese. Le rispondo che all'inizio chiudemmo perfino la Borsa: non potevamo permettere che centinaia di aziende andassero in fallimento perché il mercato subiva il terrore della "rivoluzione". Anche la Borsa, lo dico senza problemi, per quanto ci riguardava poteva rimanere chiusa per sempre, tanto ci era assolutamente antipatico lo stesso concetto della sua esistenza. E comunque, quando la riaprimmo, fu con uno spirito completamente diverso, e in ogni caso al riparo di speculatori interni ed esteri. Quasi subito facemmo partire la lira pesante, e solo per problemi pratici: ormai i conti si facevano con una fila lunghissima di zeri, e non era più possibile andare avanti così. Il cambio di conversione fu di 1 a 1000, e la Zecca iniziò a lavorare a pieno regime per le nuove banconote e le monete, che vennero coniate anche con il materiale di recupero delle vecchie, che ritirammo man mano dalla circolazione, come era stato fatto in casi precedenti. La gente, come è comprensibile, ebbe qualche problema con i conti ma presto si accorse dei benefici pratici della cosa. Per quanto riguarda le aziende, favorimmo lo sviluppo delle cooperative, che divennero la forma societaria principale, ma lasciammo le società in nome collettivo, le società per azioni e le società a responsabilità limitata. Le ditte individuali assunsero la nuova forma di Imprese Individuali, e acquistarono pari dignità con le altre. La contabilità venne semplificata al massimo, e gli obblighi di legge vennero ridotti al minimo. Naturalmente noi favorimmo le Società Cooperative e scoraggiammo quelle per azioni, tant'è vero che attualmente, sul totale di tutte le imprese esistenti, il 50 per cento circa è di Imprese Individuali, il 25 per cento è di Società Cooperative, il 17 di Società per Azioni e il 13 di Società a Responsabilità, di fatto responsabilità limitata: tutte le altre le abolimmo--.

Fazio fece per fare un'altra domanda, ma il suo interlocutore lo fermò con un gesto--Mi scusi--disse--mi è venuto in mente un dettaglio tecnico: lei sapeva che sugli elenchi telefonici di allora era spesso difficile trovare, da parte della gente, ristoranti, pizzerie, alberghi e agenzie varie col nome a tutti conosciuto? Questo succedeva perché veniva inserito il nome della società o della persona che gestiva l'attività. Noi dettammo delle precise regole al riguardo: sugli elenchi doveva essere inserito il nome preciso del negozio, o del ristorante, o del marchio, seguito, se richiesto, dal nome della società o dell'impresa individuale. E finalmente gli elenchi divennero chiari ed esaurienti. Del resto di lì a poco, con la diffusione dell'informatica, le guide telefoniche vennero sostituite dagli elenchi telematici, consultabili via modem--.

--La ringrazio, signor Presidente--rispose il giornalista, piuttosto sorpreso--questo particolare mi era del tutto sconosciuto--.Fazio si grattò il mento, perplesso, e poi sembrò decidersi--Ancora non mi è chiaro, signor Presidente, come poté l'industria e la finanza digerire uno sconvolgimento tale--.

--Non aveva altra scelta! Gli imprenditori e i finanzieri a cui avevamo confiscato tutti gli averi non potevano espatriare, senza soldi! E siccome non riuscirono comunque a farlo, dovettero scendere a patti: noi avremmo affidato solo ad alcuni, quelli effettivamente capaci, per intenderci, la guida delle "loro" aziende, avremmo dato la possibilità di un certo agio economico, naturalmente niente a che vedere col precedente tenore di vita, e per contropartita si impegnavano, pena la definitiva esclusione dalla vita economica e anche la galera, a rispettare le leggi del nuovo Stato. Le assicuro che si adeguarono in fretta alla nuova situazione, dimostrando così nei fatti la fama di pragmatismo e adattamento di cui erano giustamente famosi.--

--E la criminalità? La mafia, la droga, la corruzione, la prostituzione? Come vi comportaste?--chiese il giornalista, sempre più affascinato dal racconto dell'illustre personaggio.

Il Presidente, questa volta, prese un piccolo sigaro da un cofanetto e lo offrì al giornalista:--Ne provi uno, non sono di quelli forti e dal cattivo odore--disse a Fazio, porgendogli il contenitore. Il giornalista si fece convincere di nuovo e ne prese uno. Dopo che l'ebbe acceso, aspirando con calma e gustandone il sapore, disse, passandosi la lingua sulle labbra--E' vero, non è tanto forte, e poi non brucia subito la lingua come gli altri!--Il Presidente sorrise compiaciuto--Li ho scoperti quasi per caso, a Monaco: io non fumavo sigari perché ero prevenuto...sa, quei sigari terribili, i "toscani" e anche gli Avana...troppo forti per me. A Monaco, all'Oktoberfest, la famosa festa della birra di Monaco, li vendevano tra i tavoli. Ne provai uno e da allora, ogni tanto ,li alterno alle sigarette e alla pipa--.

--La ringrazio tantissimo, signor Presidente, per l'ennesima volta--disse Fazio--questa è un'altra cosa che Le devo...e che d'ora in poi utilizzerò--.

Dall'altra parte della scrivania il Presidente riprese il discorso, visibilmente compiaciuto--come stavo per dirle, allora...ah sì, mi scusi: criminalità e mafia erano interconnesse, anche se non erano la stessa cosa, naturalmente, e interessavano anche gli altri aspetti che ha citato. Se il livello di vita si alzava, si riduceva nel contempo anche la "giustificazione" principe di tutto ciò: la povertà. E l'emarginazione, la mancanza di prospettive, di sostegno. Man mano che le giustificazioni diminuivano di importanza, cosa rimaneva? Il desiderio di ottenere la ricchezza attraverso "scorciatoie" che implicassero meno fatica fisica, meno lavoro: la criminalità, appunto. Una volta vagliata attentamente la singola situazione, e stabilito per ogni persona che proprio di questo si trattava, non rimaneva che una sola strada: la repressione. La gente capisce solo le maniere forti, mi creda. Non si stupisca che a dire questo sia un vecchio comunista, o post-comunista, come preferisce: l'ordine comunista si reggeva fin dove poteva sul consenso, il più ampio possibile, poi rimaneva la repressione. In tutta Italia, ma soprattutto in meridione, mandammo la milizia e l'esercito, senza problemi di autorizzazioni parlamentari o quant'altro. Fu una guerra: non c'era altro termine per definirla. Spezzammo la rete di connivenze e complicità, disfammo intere famiglie, mandammo centinaia di persone ai lavori forzati nei posti più scomodi. Usammo il pugno di ferro e i processi furono per direttissima. A volte sbagliammo, perché i pentiti facevano anche opera di depistaggio e delazione, accusando persone innocenti. Quando ci accorgevamo dell'errore, liberavamo immediatamente le persone che avevano sofferto per causa nostra e assegnavamo alle loro famiglie una degna somma di risarcimento, con la quale ricostruirsi la vita. Ma per i colpevoli ci fu la galera, più o meno lunga, naturalmente: e non ci furono più scarcerazioni facili, condoni, sconti e via dicendo: erano stati condannati a dieci anni per rapina a mano armata? Li facevano tutti. Erano colpevoli di omicidio? Non demmo loro l'ergastolo, poiché non eravamo d'accordo con questo tipo di pena, ma vent'anni non li toglieva loro nessuno! Nei casi più gravi ed efferati ripristinammo la pena di morte. Ma in questi casi ammettemmo un secondo processo di appello. Per i colpevoli delle stragi degli anni '70 non ci fu pietà, man mano che i processi venivano riaperti e i colpevoli trovati: pena di morte. Così come per i poliziotti assassini che avevano "suicidato" l'anarchico Rinelli, all'indomani della strage di piazza Fontana a Milano, per Treda e Lentura, gli organizzatori di quella strage, e per tutti gli altri. Non potevamo avere pietà, per quel tipo di reato. Anche per alcuni efferati assassini delle Brigate Rosse ci comportammo nello stesso modo, anche se molti di noi pensavano che spesso le persone da eliminare veramente, come Fontanelli, il bieco direttore de "Il quotidiano nuovo", erano solo state ferite, accrescendo così la loro fama e la loro protervia. Comunque--continuò il Presidente, gustandosi l'aroma del sigaro--il tutto diede i suoi frutti. In cinque anni l'indice generale di criminalità scese del 40 per cento, e quello specifico della mafia addirittura del 60. Svuotammo le carceri di tutti coloro che ci stavano a marcire per reati tutto sommato irrilevanti: dovevamo fare posto agli altri, che meritavano ben di pi— la galera! Anche la droga, una delle fonti principali di arricchimento della mafia, venne molto ridimensionata: fu lo Stato a favorire lo sviluppo delle Comunità di recupero, come quella di Tuccioli, che anche se era di destra svolgeva un buon lavoro. Anzi, concedemmo finanziamenti a quanti volevano cimentarsi con questa attività, perché dovevamo contrastare il predominio dei cattolici, che avevano avuto mano libera a causa della latitanza dello Stato, e anche della sinistra, che si era lasciata stoltamente sfuggire un vasto serbatoio non solo di voti, ma di consenso e di conferma, anche, che la solidarietà non voleva dire automaticamente religione!--.

Il presidente fece una pausa, spegnendo il sigaro e riponendolo su un vassoietto d'argento, per essere riacceso più tardi.--Caro Fazio, per quanto riguarda la prostituzione facemmo di meglio: riaprimmo i bordelli. Lei dirà senz'altro "ma come, una simile offesa per la donna, addirittura istituzionalizzata da uno Stato di Sinistra, che vergogna"...niente di più errato, mi creda. L'offesa era ed è, semmai, per l'uomo, che è sempre stato, e in questa società a maggior ragione, ridotto così male da dover ricorrere al sesso mercenario per avere qualcosa che non trovava nella sua compagna, spesso più repressa di lui, o nelle altre donne che, come il loro ruolo suggerisce, si concedono solo quando fa loro comodo. Ed è sempre stato così, premesso che il comportamento dei due sessi è così distante da far pensare non di trovarsi di fronte a due generi di una stessa specie, ma a due specie diverse, ad abitanti di pianeti diversi! Lei cosa ne  dice?--concluse, prendendo il giornalista alla sprovvista.

Fazio si agitò sulla poltrona--Beh, sì, in effetti condivido parecchio di quello che ha detto ma...come andò a finire?--.

Il Presidente sembrava compiaciuto dello scompiglio provocato nel suo interlocutore--Come andò a cominciare, vorrà dire: istituimmo delle Case di Comunicazione in tutto il paese. In queste case, dotate di tutti i confort e di assistenza medica e psicologica adeguata, tutti, soprattutto i giovani, potevano recarsi per fare l'amore, visto che il problema più frequente nelle giovani coppie era proprio quello di non sapere "dove" farlo. E poi le donne che volevano mettere il loro corpo a disposizione, e oramai più per "vocazione" che per bisogno, visto l'innalzarsi del tenore di vita, potevano farlo, nella maniera migliore possibile. Anche gli uomini potevano farlo, ma la percentuale sul totale, lascio a lei immaginare i motivi, fu alquanto più modesta--disse ridendo di gusto.

Il giornalista, continuando a fumare con piacere il sottile sigaro, consultò il blocco dei suoi appunti:--Nel '93 ci fu la Riforma dell'Aggregazione, come fu definita all'epoca: da allora non esiste più il concetto di Famiglia, e non esiste più il Matrimonio. Mi può spiegare come nacque tutto ciò, e le consuete reazioni allo smantellamento di quello che la cultura cattolica definiva il "pilastro della nostra Società"?--. Fazio si mise in una posizione arretrata sulla poltrona, quasi aspettandosi che il Presidente scattasse in avanti, travolgendolo.

Il Capo di Stato sembrò, in effetti, di nuovo galvanizzato dalla domanda postagli, e si protese sulla scrivania:--Lei ha colto nel segno, mio caro! Questa non se l'aspettavano davvero, ma avevamo atteso anche dieci anni...c'erano cose più importanti da fare, prima. In effetti fu un colpo basso, lo ammetto: per un paese come il nostro, bigotto, tradizionalista a parole, ipocrita, convenzionale...non se l'aspettavano proprio, ripeto. A un certo punto, a cose fatte, demmo l'annuncio, su tutti i mezzi di comunicazione: la Famiglia non c'era più, e nemmeno il Matrimonio.

Se l'immagina? Una bomba, glielo assicuro! Comunque spiegammo tutto per mesi, in giro per l'Italia, un esercito di esperti, giuristi, psicologi, con conferenze, dibattiti, comizi...accettammo anche molti suggerimenti, del resto, come avevamo fatto e continuiamo a fare per tutto, lei lo sa bene. In breve: la Famiglia, nel senso di una entità rigidamente codificata, Padre, Madre e Figli, diritti e doveri, così come l'avevamo sempre conosciuta, sparì. Ma non nel senso che divenne illegale ogni famiglia, presente o futura, ma semplicemente che non rientrava più nell'ordinamento della società, che su quel modello si ispirava e si basava. Chiunque poteva mettersi insieme ad altre persone, senza alcuna limitazione, e creare, diciamo così, "nuclei abitativi", che potevano liberamente formarsi, disfarsi, ampliarsi e ridursi senza alcun divieto, con l'unico obbligo di registrazione. Nel senso che, come lei ben sa perché da anni è diventata la nostra vita normale e ormai radicata e accettata, se io, Tazio Semproni, esco dalla mia "famiglia" di origine e vado ad abitare da solo in un appartamento in Via Caio 22 a Bologna, mi registrerò alla Comune di Bologna come Tazio Semproni, Nucleo Abitativo Singolo, Via Caio 22 Bologna. Incontro un amico, Erminio Ernesti, e di comune accordo decidiamo di abitare insieme: diverremo entrambi abitanti allo stesso indirizzo, Nucleo Abitativo Multiplo. Se uno dei due se ne va, semplice, quello rimasto ridiventa Nucleo Abitativo Singolo. Ne viene un altro, e poi un'amica? Si formerà di nuovo un Nucleo Abitativo Multiplo. Ognuno dei componenti avrà lo stesso indirizzo, con quella dicitura, e gli Uffici di Anagrafe delle Comuni, costantemente informati di tutte le variazioni, produrranno a richiesta, e come lei sa anche per via modem e fax, per chi ce li ha, e ormai sono moltissimi, Certificati Abitativi con questi dati, appunto: Nome dei componenti, indirizzo e scritta relativa: Nucleo Abitativo Multiplo. E questo anche nel caso di conviventi "figli": se i genitori vorranno farlo potranno chiedere alla Comune di prendere atto che Erminio Ernesti e Tiziana Poloni sono in Rapporto di Relazione, cioè "marito e moglie", e hanno due figli che riconoscono come propri, Stefania e Umberto. Sempre se vogliono, possono "sposarsi" celebrando non più un matrimonio ma una "Unione", con tanto di cerimonia, pranzo, corteo e quant'altro, anche dopo che sono nati i figli, senza alcun problema. Se non vogliono "unirsi" ufficialmente e hanno dei figli lo possono fare: i figli, come tutti, non saranno più obbligati ad avere un Cognome, avranno un nome soltanto, da adulti potranno anche cambiarlo di loro spontanea volontà e se vogliono un cognome potranno adottare quelli dei genitori, indifferentemente, o inventarselo completamente nuovo: il tutto liberamente, purché venga registrato e risulti agli atti. Questa è l'unica condizione. Ma lei queste cose le sa benissimo, sono in vigore da molti anni ormai, no?--.

Fazio rispose subito--Certamente, Signor Presidente, ma alle giovani generazioni bisogna pur spiegare che prima era molto diverso, e che i loro "genitori" hanno vissuto la cosa un po' più "difficilmente"...perché così mi risulta!--.

Dietro la scrivania l'uomo sembrò considerare la cosa più attentamente--Si, ha ragione...in effetti ci fu parecchio trambusto, all'epoca. Capirà, come le dicevo prima, le abitudini secolari di questo popolo di mammoni vennero sconvolte. Ma tutto fu poi abbastanza "soft": l'obbligo imprescindibile era quello di registrare tutte le variazioni, e ci fu anche chi protestò perché si sentivano "menomati nella loro libertà"! Non li prendemmo molto sul serio, li lasciammo fare. La gente è strana, sa: ha paura della libertà, sostanzialmente, quando questa libertà viene loro concessa con l'unico obbligo, neanche poi tanto tassativo, di comunicare la realtà di fatto loro si spaventano, non sono più obbligati, non sono più costretti a mettersi la "fede" al dito e si sentono persi! Ma con il tempo e l'esperienza, tutto si aggiustò, o quasi: in privato volevano chiamarsi ancora marito e moglie? Potevano farlo, ufficialmente erano "Uniti". Volevano celebrare il "matrimonio" nel Palazzo della Comune, con sfarzo, eleganza, musica e tutto il resto? Potevano farlo, pagando proporzionalmente allo sfarzo richiesto una quota alla Comune, spendendo molto meno di prima, naturalmente, e sapendo che era un'"Unione", unica forma ammessa, e non un "matrimonio". Volevano "sposarsi" in chiesa? Potevano farlo, senza alcun effetto giuridico, a loro completo carico e in ogni caso dovevano "unirsi" comunque in Comune. La "moglie" voleva farsi chiamare col cognome del "marito"? Poteva farlo solo per "sfizio", ufficialmente era solo "convivente", manteneva il suo precedente cognome se non ne voleva un altro o se non preferiva rimanere col solo nome, ed era "unita" al convivente, non "sposata". E del resto--aggiunse il Presidente sottolineando ampiamente con lo sguardo le sue parole--dal momento che non esisteva più la vecchia "morale", con la distinzione ipocrita e maligna tra i sessi, le coppie "omosessuali" vennero perfettamente equiparate a quelle "eterosessuali", omosessuali maschi e femmine potevano "unirsi" con tutti i crismi della legge e adottare figli o riconoscere quelli esistenti senza più impedimenti. I transessuali potevano tranquillamente cambiare sesso, con tutta l'assistenza medica e psicologica prima ferocemente negata, o rimanere anche in uno stato precedentemente considerato "ibrido", che poteva, a richiesta dell'interessato, anche essere trascritto sul Documento di Identità: invece di Maschio o Femmina sarebbe stato scritto Erma, semplicemente, con riferimento alla parola "ermafrodito". Ed era, ripeto, facoltativo--.

Il Capo di Stato appoggiò completamente la schiena alla poltrona, adesso: era raggiante, soddisfatto. Quella era una della cose della "Rivoluzione Italiana" di cui si sentiva più fiero: finalmente, piazza pulita!

--La gente, in definitiva, come la prese?--chiese Fazio.

Il Presidente si rilassò, guardò il preraffaellita sulla parete, e si mise a disegnare su un foglio di carta--Beh, come ci si poteva aspettare, per un bel po' di tempo la gente continuò a sposarsi in chiesa, chiamarsi marito e moglie e via dicendo. Ci fu anche molta ironia sulla riforma da noi intrapresa, ma col tempo, circa cinque anni, i nuovi concetti cominciarono a penetrare nella coscienza pubblica, soprattutto grazie alle nuove generazioni. Le Case di Comunicazione, soprattutto, all'inizio ebbero molto successo tra gli uomini dai 35 anni in su, poi cominciarono a essere frequentate dai più giovani che, rendendosi conto che non erano bordelli, diffusero questa nuova abitudine alle grandi masse. La prostituzione fu definitivamente sconfitta. Naturalmente, se qualcuno voleva esercitarla privatamente a casa propria era libero di farlo, ma non doveva esserci criminalità, altrimenti veniva perseguita per legge.--

--E l'uso dei cognomi? Io stesso lo uso, ed è quello di mio padre--disse il giornalista.

--Questo fu un po' più difficile da digerire, ma quando ci si rese conto che si poteva tranquillamente cambiare cognomi assurdi come Pappalardo, Scognamiglio, Cazzoni, Pomicino, De Merdis o Caccamo, la gente ci pensò su un attimo e decise che tanto valeva approfittarne. La diffusione del fenomeno andò di pari passo con la conoscenza dello stesso, come sempre--.

--Mi dica, Signor Presidente, per quanto riguarda i Nuclei Abitativi Multipli: se due uomini e tre donne decidevano di abitare insieme, ed era chiaro che avevano rapporti sessuali tutti quanti tra di loro, per lo Stato cosa succedeva?--chiese il giornalista, facendo trapelare un certo interesse personale.

Il Presidente rispose senza esitare:--Nulla di più di quanto ho già detto. I rapporti sessuali sono sempre privati, e ciò che si fa tra le mura domestiche o anche all'aperto, se non da fastidio a nessuno, non è affar nostro. Quindi, nell'esempio che lei mi ha appena citato, per lo Stato quello rimane semplicemente un Nucleo Abitativo Multiplo. Certo, ci era venuto in mente di istituire ciò che negli anni '60 e '70 veniva definito "Comune" o "Comunità", ma per il momento è stato accantonato. Anche se il termine "Comune" viene usato al femminile al posto dell'ex-Comune al maschile di una volta, il che ingenererebbe confusione, non è detto che in futuro non si studi di istituzionalizzare un fenomeno ora largamente diffuso. Noi preferiremmo "Comunità", e non è escluso che prima o poi non si realizzi. Staremo a vedere. In ogni caso, con tutto questo cambiamento, quando iniziammo la politica demografica all'inizio nessuno se ne accorse. Dal momento che nel mondo, e in Italia in particolare, eravamo in troppi, troppo vicini e troppo conflittuali per vivere serenamente, decidemmo di agire in prima persona dando l'esempio a tutto il mondo. E poi molti paesi, dopo, ci seguirono. Dagli studi più approfonditi di geoeconomia risultava chiaro che il nostro Paese avrebbe potuto tollerare al massimo 35 milioni di persone, e se fossero stati 25 sarebbe stato ancora meglio. Dal momento che già nell''85 eravamo vicini ai 55 milioni, promulgando la nuova legge sull'Aggregazione stabilimmo che una coppia, comunque considerata, non poteva avere più di un figlio. Naturalmente considerammo anche il fatto che molte coppie si sciolgono e si ricompongono, per cui da uno stesso padre o madre potevano generarsi più di un figlio, e questo lo permettemmo. In ogni caso, per evitare prevedibili raggiri della legge, stabilimmo che un figlio veniva riconosciuto dai genitori solo dopo presentazione dell'esame dello sperma, nei primi anni, e poi del DNA. Come lei può ben immaginare,  mio giovane giornalista--disse lo statista ridendo e guardando il suo interlocutore--ciò creò non pochi problemi, in alcuni casi, e molte coppie ebbero delle sorprese in tal senso. Come sempre, però, col passare degli anni questa drastica innovazione penetrò nella psicologia collettiva e venne mano a mano accettata. Quando la gente cominciò a sentirsi "più larga", a godere di più del maggiore "spazio vitale", quando ci furono meno code sulle strade e parecchi orrendi agglomerati urbani furono spazzati via per far posto a boschi, giardini, parchi e coltivazioni, la gente capì sempre più che ciò che era stato fatto era per il bene di tutti e dell'intera nazione. Fino ad adesso la popolazione è scesa di quasi dieci milioni, e gli effetti si vedono. Fra un po' potremo aumentare a due il numero di figli per coppia senza sconvolgere il sistema adottato finora--.

--Naturalmente vennero anche cambiate le norme e l'aspetto di Patenti, Carte di Identità, Passaporti--.

--Si, ci furono diversi esperimenti, fino ad arrivare alla situazione attuale: un unico documento plastificato e ridotto nelle dimensioni che unisce Carta di Identità "nazionale", nel senso di singola Repubblica, Carta di Identità Federale, valida anche come Passaporto per l'espatrio, e Patente di Guida. Un unico documento, con microprocessore elettronico incorporato, su cui si registravano le variazioni: queste andavano prima annotate elettronicamente e poi, con calma, se necessario, veniva sostituito il documento. Pensammo in un primo momento di inserirci anche tessera telefonica, carta di credito e bancomat, ma poi decidemmo in maniera diversa, come lei ben sa--.

Il giornalista venne chiamato in causa--Si certo, successivamente istituiste, valido per tutte le banche, un documento elettronico personale denominato Credital, abbinato alla propria banca, valido come denaro contante, carta di credito telefonica, documento per la prenotazione e il pagamento elettronico per ristoranti, agenzie viaggi, teatri, cinema e tutto il resto. Quando decideste di trasformare il nome della moneta?--.

--Verso il '96. Era tempo di ulteriori cambiamenti. La Nuova Lira si era stabilizzata, cambiammo il nome in Credito, Crediti al plurale, come in molti romanzi di fantascienza. Il denaro contante, di carta o di moneta, continuò ad essere usato, naturalmente, ma si diffuse sempre di più il denaro telematico, come era giusto che fosse. Attualmente si calcola che il 75 percento delle transazioni economiche viene effetuato con il Credital, anche all'edicola: una volta inserita la scheda nell'apposito lettore, in cinque secondi il gioco è fatto. Per le autostrade a pagamento adottammo il sistema svizzero: una tassa fissa annuale, certificata con un bollino adesivo applicato sull'automezzo. Il minor introito previsto, denunciato dalle opposizioni, fu compensato dal fatto che quasi tutti gli autoveicoli dovettero adottarlo, anche perchè il termine ultimo di pagamento era il 31 gennaio di ogni anno! I caselli furono tolti e il personale reimpiegato nella sorveglianza di esercizio, con grande beneficio per il traffico e per la sicurezza. Dimenticavo--riprese il Capo di Stato--, in merito all'automazione monetaria, che, naturalmente, per rendere veramente di massa la rivoluzione telematica, tutti vennero messi in grado di avere un conto corrente bancario. Del resto, anche per le Banche fu rivoluzione: vennero accorpate e diminuite di numero, la maggior parte di esse ebbe una forte partecipazione statale, e tra l'altro finirono di essere i pescicani che fino a quel momento erano state. Come le assicurazioni, altra tipologia di sciacallaggio, nei confronti delle quali ci comportammo nello stesso senso--.

L'uomo politico sembrò riflettere su qualcosa di cui non riusciva a ricordarsi, poi si scosse:--Un'altra cosa: la benzina. Un altro aspetto vergognoso di uno Stato di balzelli. Il prezzo della benzina era per il 74 per cento formato da tasse, il 15 andava alle compagnie petrolifere e circa il 4 restava al dettagliante. Noi abbassammo la quota di tasse al 35 per cento, alzando quella del dettagliante al 10. Con questa operazione il prezzo della benzina scese della metà, e rimase legato unicamente al variare effettivo del prezzo del greggio sui mercati internazionali. Le tasse mancate sa già dove le recuperammo: in quelli che si erano sempre arricchiti non pagando la loro parte! Contemporaneamente sviluppammo la ricerca su sistemi alternativi di propulsione, cosa che ci ha permesso di avere attualmente circa il 20 per cento di automezzi che viaggiano con motori elettrici, a pannelli solari, ad alcool e via di seguito. Numero che continua ad aumentare, con benefici in ogni direzione. Sviluppammo anche la ricerca e l'impiego di energie alternative, prima tra tutte l'energia solare, naturalmente per le situazioni in cui questo tipo di energia era economicamente giustificato. E tutti possono verificare di persona i benefici che ne sono derivati, in tutti i sensi--.

Questa volta il giornalista tirò fuori dalla tasca della giacca un pacchetto delle sue sigarette, ne prese una per sé e ne porse al suo interlocutore. Il Capo di Stato l'accettò e l'accese e poi porse la fiamma al giornalista. Fazio, avvicinandosi allo statista, fece un'altra domanda--Mi dica, signor Presidente, sulla storia dei referendum che voi organizzaste dopo la presa del potere--.

Il Presidente aspirò una boccata di fumo:--Non sono male, queste sigarette. Si, risponderò volentieri. Ad un certo punto decidemmo che era giunto il momento di cominciare a tastare il polso della gente, e così facendo l'avremmo coinvolta maggiormente nella vita del Paese. Oltre ai referendum che le ho già citato, nel 1989 ne organizzammo uno con la domanda fondamentale: "giudicate positivam