Politica e Società-9

(ateismo e agnosticismo inclusi...)

2012 dc

commenti, contributi e opinioni

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kynoos@jadawin.info

Ho unificato le due precedenti pagine di Politica e Sociale perché, in fondo, si occupavano degli stessi temi. Per non appesantirne il peso nel sito le ho numerate progressivamente a partire da quella con notizie e fatti più vecchi.

In questa pagina ci sono testi con data 2012 dc, il più recente all'inizio.


da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it il 18 Novembre 2012 dc:

I Patti Lateranensi

I Patti Lateranensi, il più viscido dei trattati internazionali, la più orribile stortura che i costituzionalisti dovettero approvare. Ho sempre avuto il sospetto che Togliatti avesse subito una indebita pressione e se inizialmente si era mostrato contrario all’articolo 7 della Costituzione, concordando il voto dei comunisti con i socialisti di Nenni, all’improvviso cambiò idea e il suo cambiamento fu motivato, a suo dire, dalla necessità di mantenere “la pace religiosa”.

Ho cominciato a sospettare che questo cambiamento di posizione in realtà nascondesse altro. Forse una spiegazione va cercata all’estero, quando i fascisti, con l’aiuto del Vaticano, si erano rifugiati in Argentina e da lì cercavano di ricostruire un Governo fascista in esilio. Nel contempo facevano arrivare in Italia oro, gioielli e denaro per finanziare le bande fasciste con il compito di destabilizzare il nascente Stato democratico. Non è difficile ipotizzare che il Vaticano, attraverso quegli stessi prelati che avevano coperto la fuga dei fascisti, si fossero resi depositari di quei finanziamenti per foraggiare le bande criminali fasciste. La strage di Portella delle Ginestre fu uno degli episodi più cruenti di queste bande criminali.

Continuo a chiedermi perché Togliatti parlasse di “pace religiosa”. Non c’era uno scontro di religione in atto, gli italiani erano tutti cattolici, perché allora la pace religiosa non poteva essere garantita? Cosa si celava veramente dietro quella espressione? O forse non era in pericolo la “pace religiosa” quanto piuttosto la “pace civile”? E chi più dei fascisti poteva compromettere la pace civile? E da dove potevano arrivare i finanziamenti ai fascisti se non dal Vaticano? L’articolo 7 serviva forse al Vaticano quale contropartita per mantenere la pace civile? Forse Togliatti pensava che se l’articolo 7 fosse stato approvato il Vaticano avrebbe smesso di foraggiare le bande criminali fasciste? L’articolo 7 era frutto di un ricatto politico innescato dal Vaticano?

Qualcuno la chiamerà fantapolitica ma, comunque siano andate le cose, resta il fatto che quell’orribile accordo antidemocratico e incivile ci ha condannato alla incapacità di essere un popolo unito e orgoglioso. E non è un caso che oggi quei Patti scellerati vengano festeggiati da due uomini che la storia ci consegna già come ridicoli e malvagi.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea


da Democrazia Atea   www.democrazia-atea.it il 30 Settembre 2012 dc:

Il cortile dei gentili,

storie di ordinaria sottomissione clericale

Le sue omelie non trascuravano di negare dignità umana a chi "aveva perso dio".

Gli attacchi sono continuati nei mesi successivi, probabilmente nel maldestro tentativo di bilanciare le accuse che arrivavano soprattutto dall'Inghilterra, dal Canada e dagli Stati Uniti sulle responsabilità del Vaticano in tema di pedofilia.

La crescente difficoltà di arrestare una progressiva secolarizzazione delle società occidentali, non è sfuggita al monarca vaticano, conscio che la secolarizzazione e il progresso che ne consegue, mal si conciliano con lo strapotere delle caste sacerdotali, le quali per spadroneggiare hanno bisogno di società in difficoltà economica e in arretratezze sociali.

Nella pianificazione ideata per confinare le spinte secolariste in Italia, Ratzinger ha ordito un confinamento degli atei italiani attraverso un finto dialogo tanto ipocrita quanto mistificatorio.

Ha dato incarico a tale Gianfranco Ravasi, in arte cardinale, di organizzare gli eventi nei quali depotenziare il pensiero ateo, cercando di far cadere nella rete gli atei più famosi, ritraendoli in foto storiche e filmati pregiudizievoli accanto a preti di diverso ordine e grado.

Insomma un ovile nel quale riportare le pecore nere.

Con collaudata adulazione, il cortile nel quale sono stati idealmente confinati gli atei è stato qualificato "dei gentili" lasciando che si potesse ipotizzare, di contro, per gli atei non partecipanti, la qualifica di "scortesi".

Una operazione di comunicazione decisamente ben riuscita per chi l'ha inventata, rassicurante per i creduli e fortificante per le finanze pontificie.

Il battage pubblicitario di questa enorme operazione di marketing religioso non ha trascurato la comunicazione su internet e scorrendo i testi, gli interventi, le fotografie, anche al più sprovveduto degli indifferenti, appare inequivocabile l'opera di catechesi messa in piedi per soverchiare il libero pensiero.

L'unico stupore che si prova nel leggere gli interventi è quello di trovare alcuni intellettuali notoriamente atei, radunati sotto le effige della setta cattolica.

Sorge il dubbio, per taluni, che le necessità contrattuali delle loro case editrici siano state una motivazione più che sufficiente per aderire.

Anche per questi intellettuali atei sicuramente varrà il detto: "tengo famiglia".

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it


da Democrazia Atea   www.democrazia-atea.it il 27 Settembre 2012 dc:

Dove c'è corruzione c'è Chiesa

Finalmente Renata Polverini ha formalizzato le sue dimissioni.

Da oggi non è più Presidente della Regione Lazio.

Salvi gli adempimenti in prorogatio fino alle elezioni, da oggi non potrà più continuare il saccheggio della Regione.

Da oggi è tornata ad essere la fascista di sempre, quella dai contenuti squallidi ma rigorosamente filoclericali.

La ricorderemo come quella che ha chiuso molti ospedali pubblici per gonfiare i bilanci degli ospedali privati cattolici.

Quella che ha elevato i ticket degli esami di laboratorio per favorire i laboratori privati cattolici, quelli dove, nelle sale d'aspetto, trovi l'immancabile statuetta di quell'equivoco personaggio di nome Francesco Forgione, in arte padre Pio.

La Polverini la ricorderemo come quella che ha fatto chiudere, per assenza di finanziamento, i centri antiviolenza cui si rivolgevano le donne stuprate.

E oggi vogliamo anche ricordare chi ha voluto che ricoprisse quel ruolo, chi ha permesso che si compisse lo scempio delle tutele costituzionali.

Non c'è stato un solo parroco in tutto il Lazio che non abbia celebrato messe pro-Renata.

Non c'è stato un solo gruppo di preghiera che non abbia recitato i suoi rosari per scongiurare l'elezione di Emma Bonino.

La Chiesa cattolica è responsabile del saccheggio del Lazio perché, pur di mantenere blindati i suoi luridi affari, ci ha travolto con i suoi berluscones, regalando il Lazio a una destra clericale becera, fascista e corrotta.

A mai più Renata.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it


da Democrazia Atea   www.democrazia-atea.it il 3 Settembre 2012 dc:

Beatà omertà

L'Arcidiocesi di Milano conta oltre 1100 parrocchie, due seminari, 1900 preti diocesani, 150 unità pastorali e 100 comunità pastorali. In questo mare magnum di preti almento il 3%, come riferisce padre Lombardi portavoce ufficiale del Vaticano, è "fisiologicamente" pedofilo.

L'Arcidiocesi di Milano è stata guidata per 32 anni dal cardinale Martini e noi non possiamo fare a meno di chiederci come mai nessuna denuncia di pedofilia clericale sia mai arrivata alla magistratura civile da parte di Martini.

Pensare poi che possa assurgere a baluardo di laicità è ridicolo.

Faceva parte di una organizzazione che nega i diritti umani a prescindere e se avesse avuto coerenza con talune sue dichiarazioni, avrebbe dovuto abbandonare quell'organizzazione.

Si ha la stessa credibilità di chi raccoglie fondi per una campagna anti-fumo e poi li spende per mettere in piedi una piantagione di tabacco.

Ci raccontano che abbia rifiutato l'accanimento terapeutico e questo non ci meraviglia perché sappiamo che i preti, di qualunque ordine gerarchico siano, rivendicano le loro libertà in base ai nostri principi e negano le nostre libertà in base ai principi loro.

Tra Gaetano Salvemini e un Carlo Maria Martini non possono esserci dubbi su chi debba essere un valido riferimento per laicità in Italia e il secondo ha cavalcato l'onda di un così palese opportunismo che la morte non basterà a cancellarne le tracce.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it


Dal sito Cronache Laiche http://cronachelaiche.globalist.it 1 Settembre 2012 dc:

Carlo Maria Martini,

il nuovo santo laico

All'indomani della sua morte, il cardinale viene celebrato come un vessillo di laicità. Come se un gerarca della Chiesa potesse incarnare il principio di libertà.

di Cecilia Calamani

Stupiscono le reazioni, pubbliche e non, alla morte del cardinale Carlo Maria Martini. Da una parte lo osannano i cattolici "illuminati", quelli che vorrebbero una Chiesa al passo con i tempi come se fosse possibile cambiare un sistema che elegge scritture anacronistiche a parola di dio, immutabile per sua stessa definizione in secula seculorum. Quelli, cioè, che rincorrono una Chiesa su misura in cui il loro stile di vita, qualsiasi esso sia, non costituisca il preludio per le fiamme eterne di una fede che premia solo castità, ubbidienza, carità.

Dall'altra parte, e qui sta il vero stupore, il mondo "altro" rispetto alla Chiesa: atei, agnostici, indifferenti stanno facendo di Martini una sorta di santo laico, un vero riformatore, un cattolico aperto ai diritti, al cambiamento. Accanto ai social network in cui anche i più anticlericali pubblicano tutte le sue esternazioni su diversità e diritti (come se fossero perle di saggezza scoperte solo ieri), spiccano dichiarazioni di maggior peso pubblico. Una per tutte quella di Umberto Veronesi, che ricordando il rifiuto all'accanimento terapeutico del cardinale parla di «coraggio che viene dalla forza e dalla libertà del pensiero».

C'è qualcosa che non va. Dove sarebbe la libertà di pensiero di un «servitore della Chiesa», come lo ha definito lo stesso papa? Dove sarebbero l'innovazione e lo spirito critico di un uomo che ha fatto carriera raggiungendo i massimi vertici di una istituzione bigotta e reazionaria? Perché Carlo Maria Martini non era un dissidente e neanche un prete di strada, bensì un cardinale. Uno che ha accettato la negazione dei più elementari diritti umani e della libertà personale, la discriminazione verso la diversità di genere, l'ostracismo verso il progresso e la scienza, gli inaccettabili privilegi economici e legislativi di cui la sua stessa casta gode. Altrimenti non sarebbe diventato cardinale.

"Il cardinale aperto al dialogo": ecco il motto della santificazione laica di questi due giorni. Ma questi non credenti sostenitori del "dialogo" si sono mai chiesti cosa significhi confrontarsi con un'istituzione che ha già pronto il ricettario del "bene" e quello del "male"? Ma soprattutto: perché i laici dovrebbero dialogare con un'organizzazione religiosa? Perché continuano a cercare concessioni e aperture dall'ospite d'Oltretevere? Sui diritti non si dialoga e non si negozia: è la civiltà che li promuove, è la giustizia che li esige. I diritti non tolgono nulla a chi crede nel dio cattolico o nel Mostro degli spaghetti volante, ai neocatecumenali o ai testimoni di Geova. Negarli, invece, toglie libertà a tutta quella popolazione che non è sotto il cappello di Santa Romana Chiesa.

Se Martini fosse stato davvero un difensore dei diritti avrebbe abbandonato quella casa immutabile e stantia che li nega a prescindere. Se fosse stato un rivoluzionario avrebbe abbracciato ben altre cause che non la cieca obbedienza al sistema di potere vaticano. Invece ne era la sua massima espressione: un cardinale.

Ma la morte, come al solito, è un potente anestetico del pensiero critico.


da Democrazia Atea   www.democrazia-atea.it 18 Agosto 2012 dc:

Stato ateo, perché

Parliamo dell’Africa e della penetrazione dell’islam in tutto il continente. È stato facile sovrapporre alle religioni africane quella islamica: stessa sottomissione della donna, stessa modalità di esercizio del potere aggressivo da parte dei maschi, stesse ritualità ripetute e assenza di caste sacerdotali a creare la distanza della mediazione con la divinità.

Gli Stati africani, proprio a causa della forte penetrazione islamica, non trovano pace dopo il colonialismo e si fronteggiano militarmente nella gara della povertà culturale e tecnologica, con buona pace delle potenze straniere che ne traggono vantaggio diretto e irrinunciabile.

In uno Stato come la Cina, con politiche di controllo demografico assai restrittive, una penetrazione islamica troverebbe il favore di una popolazione che subisce legislativamente il limite alla procreazione. I cinesi stanno incontrando invece il favore di una religione che incita alla maggior procreazione possibile.

In India la separazione tra le caste di puri e impuri è l’ostacolo insormontabile per una spinta verso un nuovo ordine sociale e la società resta bloccata. L’islam invece potrà consentire di superare la barriera dei destini segnati perché permetterà di uscire dalle caste ed entrare nella protezione di un dio, Allah, che rende tutti fratelli.

In Iran l’adesione all’islam si rafforza in un sistema sanitario che si dirama in tutti gli angoli rurali del Paese, e che non ha lasciato scoperte le zone più remote.

L’islam non lascia spazio alla modernità perché la modernità, intesa sia come progresso tecnologico sia come costumi sociali emancipati, non si concilia con i modelli arcaici della teocrazia.

Le ritualità islamiche non hanno bisogno di mediatori spirituali, tutto si svolge nella famiglia e il maschio detiene il primato sulla moglie e sui figli, non solo sociale ed economico, ma anche religioso.

Le categorie del Sacro non accettano l’intromissione razionale. Nessuno si chiede il perché dei gesti che compie. Le cose si fanno e basta. E non solo nell’islam ma anche nelle altre religioni. Le donne italiane continuano a desiderare l’abito bianco sull’altare e non hanno mai riflettuto sul potente significato di sacrificio rituale della loro sessualità rappresentato dal “bianco sull’altare”. Nell’ignavia sono felici. Le donne islamiche interiorizzano la ritualità con modalità ancora più profonde perché più arcaiche.

La progressione demografica dei popoli mussulmani, che registreremo nei prossimi decenni, consegnerà la maggior parte degli Stati alla gestione del potere teocratico.

L’islam non è solo messaggio religioso ma si propone, anzi, mi correggo, si impone come azione politica che rifiuta tutto ciò che è moderno e avanzato, lasciando gli individui in balia di prepotenze primitive, quando è più facile la gestione del potere che, senza sforzo, si identifica con il Sacro.

Pochi Stati riusciranno a sottrarsi, e saranno quelli che avranno costruito la gestione del potere sulle categorie della razionalità: gli Stati atei.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it


da Democrazia Atea   www.democrazia-atea.it 9 Agosto 2012 dc:

Crocifisso: simbolo politico

L’Italia è uno Stato teocratico e non democratico e tra le tante azioni che lo confermano c'è che il Ministero della Pubblica Istruzione stampa pagelle con il solo riferimento alla religione cattolica e nei programmi ministeriali adottati non esistono riferimenti alle altre confessioni religiose.

È di tutta evidenza che ai nostri amministratori e politici occorre lo scudo cattolico.

Del resto una classe politica immorale e corrotta ha sempre bisogno di essere legittimata eticamente e la strada più facile e veloce è quella religiosa. Così tutti noi paghiamo una cessione di sovranità ad uno Stato straniero, al Vaticano, il quale con arroganza impone a tutti i cittadini italiani il suo simbolo politico più forte: il crocifisso. Una parte acritica del popolo italiano percepisce il crocifisso come simbolo religioso e culturale, ed è per questo che noi laici abbiamo il dovere di ricordare a tutti che i simboli non hanno mai un significato univoco e storicamente condiviso.

Per molti popoli il crocifisso è stato il simbolo del genocidio, dello sterminio.

Per molti oggi è il simbolo di una casta ecclesiastica che attraverso la sodomizzazione violenta dei fanciulli, praticata impunemente in molte nazioni, continua a tenere sotto scacco gli adulti. Verrebbe da sospettarne la preordinazione.

Abbiamo il dovere di reagire tutti indistintamente per riaffermare che il nostro Stato è laico, che la nostra Costituzione disegna uno Stato democratico e non teocratico.

Chi condivide questo assunto deve agire anche individualmente e deve farlo come può.

Ogni genitore dovrebbe inviare una lettera al dirigente scolastico della scuola frequentata dai propri figli, inviandola per conoscenza anche alla Presidenza del Consiglio, chiedendo la rimozione del Crocifisso.

Dovrebbero farlo anche i cattolici rispettosi della Costituzione, perché solo così potrebbero recuperare al loro simbolo una valenza religiosa, da vivere nel privato della loro spiritualità.

Togliamo al crocifisso la stessa valenza pubblicistica che hanno le bandiere quando si conquista un territorio.

I cattolici dovrebbero trovare la forza e la lealtà di non imporci il loro simbolo religioso con prevaricazione, solo allora meriteranno il nostro rispetto.

La segreteria nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it


da Gaspare Serra http://gaspareserra.blogspot.it/2012/07/dove-ce-casta-ce-italia.html 27 Luglio 2012 dc:

Dove c'è "casta" c'è Italia

(pillole di "spending review")

N° 1- Il costo della repubblica

di Gaspare Serra

Quanto ci costano i “Palazzi” del Potere?

Quanto costa agli Italiani mantenere un tanto pletorico quanto ipertrofico apparato politico-istituzionale?

Che la (Casta) politica italiana sia la più costosa d’Europa (probabilmente tra le più dispendiose al mondo!) è un fatto notorio…

L’ITALIA, rispetto agli altri paesi europei, SPENDE in media IL 30% IN PIÙ PER I COSTI DELLA POLITICA.

Per l’esattezza (dati Uil):

OGNI CONTRIBUENTE DESTINA AL MANTENIMENTO DELLA macchina della REPUBBLICA circa “646 EURO” L’ANNO, e I COSTI DELLA POLITICA ITALIANA (diretti e indiretti) AMMONTANO a circa “24,7 MILIARDI” DI EURO (cifra, per intendersi, pari al 2% del Pil nazionale e ad oltre il 12% dell’intero gettito Irpef!).

Più in dettaglio (secondo quanto emerge dai rapporti sui costi della politica presentati da Uil e Confindustria):

GLI ORGANI DELLO STATO centrale (Presidenza della Repubblica, Camera, Senato, Corte Costituzionale, Presidenza del Consiglio e Ministeri) COSTANO ai cittadini “3,2 MILIARDI” DI EURO l’anno (in media, 82 euro per ogni contribuente!);

le quattro più alte Istituzioni dello Stato (QUIRINALE, SENATO, CAMERA E CONSULTA) pesano sulle tasche degli Italiani per “2,2 MILIARDI” DI EURO;

il solo funzionamento della PRESIDENZA DEL CONSIGLIO (dati 2011) comporta spese per “477 MILIONI”;

i costi per il funzionamento dei MINISTERI (dati 2011) ammontano a “226 MILIONI”;

per gli Organi di REGIONI, PROVINCE E COMUNI (Giunte e Consigli) si spendono “3,3 MILIARDI” (ossia 85 euro per contribuente!);

ed Organi quali la Corte dei Conti, il Consiglio di Stato, il CNEL, il CSM ed il Consiglio Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia pesano sul bilancio dello Stato per “529 milioni” di euro.

Spulciando i conti delle due Camere, poi, si scopre che:

dal 2001 al 2011, il bilancio della CAMERA DEI DEPUTATI è salito da 749 milioni di euro ad oltre “1 MILIARDO e 70 MILIONI”;

mentre il bilancio del SENATO DELLA REPUBBLICA è passato da 349 milioni nel 2001 a “603 MILIONI” nel 2011.

Secondo la Banca d’Italia, in barba a ogni crisi, DAL 2001 AL 2010 LA SPESA PER LA PUBBLICA AMINISTRAZIONE È PASSATA (in rapporto al Pil) dal 48,1% AL 51,2%.

“Questo è il normale costo di ogni democrazia”, si sostiene…

Ma quanto è “normale” il fatto che IN FRANCIA L’ELISEO E IL PARLAMENTO COSTANO “900 milioni” di euro l’anno (MENO CHE LA METÁ DELLE PARI ISTITUZIONI ITALIANE) e in Spagna soli “700 milioni”?

Come spiegare il fatto che IN SPAGNA IL CONGRESSO DEI DEPUTATI COSTA soltanto “100 milioni” (MENO DI UN DECIMO DI MONTECITORIO)???

Come dar conto del dato “impressionante” per il quale (fonte la Stampa, 30/01/2012) IL PARLAMENTO ITALIANO COSTA PIÙ DELLA SOMMA DEGLI ALTRI QUATTRO GRANDI PARLAMENTI NAZIONALI D’EUROPA (la Bundestaq, la Assemblée Nationale, la House of Commons e il Congreso de Los Deputados), i cui costi di funzionamento solo complessivamente ammontano a 3,18 miliardi di euro l’anno?!

Come giustificare il fatto che (sempre secondo la Stampa) OGNI CITTADINO ITALIANO SPENDE “27,15 EURO” l’anno SOLO PER mantenere LA CAMERA DEI DEPUTATI, mentre:

uno francese 8,11 euro per la Assemblée Nationale (tre volte meno che in Italia);

uno inglese 4,18 euro per la House of Commons (quasi sette volte meno);

ed uno spagnolo 2,14 euro per il Congreso de Los Deputados (dieci volte meno)???

Cosa giustifica simili “sproporzioni”?

Delle due l’una:

a- o l’Italia vanta la classe dirigente “migliore” al mondo, che conseguentemente merita anche un trattamento “unico” al mondo (il che, non fosse per altro, si contraddice con la constatazione d’avere l’unica classe politica, al pari di quella greca, al contempo “commissariata” da un tecnico, “sfiduciata” dall’Europa e “screditata” da ogni agenzia di rating!);

b- oppure siamo di fronte alla più grande “truffa” orchestrata ai danni di un’intera Nazione da una vera e propria “Associazione politica a delinquere”!

Per quanto altro tempo tale odioso “spread” (tra il costo della politica italiana e d’oltralpe) sarà tollerabile???

LA DEMOCRAZIA HA certamente UN COSTO, tanto fisiologico quanto irrinunciabile…

MA LA POLITICA ITALIANA HA RAGGIUNTO COSTI che definire “PATOLOGICI” è dir poco!

Il debito pubblico italiano ormai si attesta sui “2.000 miliardi” di euro, i conti dello Stato hanno più buchi di un gruviera (il pareggio di bilancio nel 2013 è solo un’ipotesi…), la finanza pubblica rischia il collasso (il debito pubblico ha superato quota 123% sul Pil, mentre molti enti locali rischiano il dissesto finanziario), la “stagflazione” è dietro l’angolo (una fase di pesante recessione coniugata ad una perdurante inflazione…).

In questo scenario l’aumento delle tasse per “far cassa” non è più una strada percorribile (la pressione fiscale italiana “effettiva” o legale, secondo gli ultimi dati della Confcommercio del luglio 2012, si attesta al 55%, facendo registrare un record mondiale!).

Prima di trovarsi costretti a metter mano al welfare ed alla spesa sociale, ovvero a tagli sulla “viva carne” delle persone (dai licenziamenti nel pubblico impiego alla cancellazione delle tredicesime…), è dunque un “dovere morale” per la classe politica mostrare un “sussulto di dignità”: provvedere da subito ad un taglio netto della spesa pubblica “parassitaria”!

In Italia è proprio la politica il principale terreno fertile per “sprechi e privilegi”.

Per tutto questo TAGLIARE I COSTI DELLA POLITICA E LA SPESA PUBBLICA IMPRODUTTIVA NON È PIÙ UN’OPPORTUNITÁ BENSÌ UNA NECESSITÁ per il Paese!

LA CRISI economica e finanziaria NON HA CAUSE ESCLUSIVAMENTE ENDOGENE, essendo legata a filo stretto alla capacità di autoriformarsi dell’Europa ed alle strategie occulte della speculazione internazionale.

MA SULL’ITALIA PESA, diversamente o più che in altri Paesi, anche L’INSOPPORTABILE FARDELLO di una classe dirigente inadeguata, DI UNA POLITICA “GATTOPARDESCA” sempre più obesa ed ingorda (praticamente un’“oligarchia insaziabile”!).

OGNI singolo CITTADINO PUÒ BEN POCO CONTRO LO STRAPOTERE DI CASTE consolidate, DI LOBBY coalizzate, DI POTERI FORTI ben radicati…

MA UN POPOLO CHE NON SENTE IL BISOGNO DI “INDIGNARSI” di fronte a insostenibili “sprechi” e insopportabili “privilegi”, che non mostra alcun moto di ribellione dinanzi all’autoreferenzialità, all’affarismo ed al professionismo politico di un’intera classe dirigente, È semplicemente UN POPOLO SENZA DIGNITÁ!

PANTA REI”

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da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 17 Luglio 2012 dc:

Stato ateo

Poi c'è Democrazia Atea, un nuovissimo schieramento che ancora non ha mai partecipato ad alcuna consultazione elettorale - anche locale -, a promuovere una democrazia senza dio (atea, appunto). Se appare fondato oggi in Italia creare un partito che per missione rivendichi il principio costituzionale di laicità, ci si domanda tuttavia se questo basti ad adottare una linea chiara e condivisa, ma soprattutto adeguata, anche per tutti gli altri aspetti che regolano la vita di un Paese.

(da Cronache Laiche)

Nell'articolo si chiede "se appare fondato oggi in Italia creare un partito che per missione rivendichi il principio costituzionale di laicità, ci si domanda tuttavia se questo basti ad adottare una linea chiara e condivisa, ma soprattutto adeguata, anche per tutti gli altri aspetti che regolano la vita di un paese."

Trovo legittimo porsi questa domanda. La risposta tuttavia è desumibile dal programma di DA che spazia dalle tematiche economiche a quelle militari, dal conflitto di interessi alle energie rinnovabili. La nostra linea politica è chiara. Solamente una competizione elettorale potrà dirci se e quanto potrà essere condivisa.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it


da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 31 Maggio 2012 dc:

Libertà di coscienza e Obiezione di coscienza

La LIBERTÁ DI COSCIENZA è un diritto fondamentale inviolabile che trova la sua fonte nella Costituzione e nelle Convenzioni internazionali sui diritti fondamentali dell’uomo.

La libertà di coscienza è un diritto supremo, che non può trovare limitazioni, che obbliga gli Stati a non compiere attività che possano limitarlo, è un diritto che non accetta deroghe.

Nessuno può accettare di compiere una azione che leda diritti assoluti, che incida sui diritti fondamentali.

Ognuno può legittimamente rifiutarsi di compiere un atto doveroso se dall’esecuzione di quell’atto ne possa derivare una lesione di diritti fondamentali inviolabili.

I diritti assoluti sono, a titolo esemplificativo, il diritto all’uguaglianza, alla non discriminazione, alla laicità dello Stato, il diritto alla salute, ovvero tutti i diritti di rango costituzionale.

Nessun organo dello Stato può incidere in maniera pregiudizievole e comprimere i diritti assoluti.

Chi si rifiuta di compiere un atto dovuto perché ritiene di subire la lesione di diritti inviolabili, non entra in conflitto con altri valori costituzionali, ma denuncia, al contrario, che le attività da cui ci si sottrae con il rifiuto sono attività che contrastano esse stesse con la Costituzione o con la Convenzione dei diritti dell’uomo e, attraverso il rifiuto, si sollecita il Legislatore a ripristinare la legalità.

Con l’OBIEZIONE DI COSCIENZA invece non si denuncia alcuna incostituzionalità della norma che si intende disattendere e ciò che si invoca sono i personali convincimenti, politici o religiosi, attraverso i quali si ritiene di poter legittimare il proprio rifiuto.

Nel caso della LIBERTÁ DI COSCIENZA il rifiuto è motivato dalla lesione di diritti costituzionali, nel caso della OBIEZIONE DI COSCIENZA il rifiuto è motivato dalla lesione di convinzioni personali.

Nel caso della LIBERTÁ DI COSCIENZA il cittadino, con il suo rifiuto, può sollecitare il Legislatore a ripristinare principi costituzionali violati.

Nel caso della OBIEZIONE DI COSCIENZA il cittadino con il suo rifiuto non può pretendere che il Legislatore si adegui alle sue convinzioni personali.

L’OBIEZIONE DI COSCIENZA nel nostro Paese è il paravento della misoginia religiosa.

Se partiamo dalla premessa antropologica secondo la quale il Potere passa attraverso il controllo della sessualità femminile e questo controllo, a sua volta, si declina nella limitazione all’accesso all’educazione sessuale, alla fecondazione assistita, alla contraccezione, alla interruzione di gravidanza, si spiega come mai l’obiezione di coscienza ruota sempre attorno alla sfera sessuale femminile.

Se, recandoci in un ospedale pubblico, trovassimo un medico che si rifiuta di praticarci una trasfusione di sangue per motivi religiosi la nostra rabbia e la nostra indignazione sarebbero giustificate dalla considerazione che è inaccettabile una obiezione di coscienza legata ad una pratica medica che il legislatore ritiene lecita.

Se alla trasfusione di sangue sostituiamo l’interruzione di gravidanza dovremmo giungere alle stesse conclusioni, e invece il discorso cambia perché in questo caso il Legislatore ha permesso ai medici di rifiutarsi, per motivi religiosi e di coscienza, di praticare una assistenza lecita e dovuta.

Noi demoatei non vogliamo comprimere le remore morali dei ginecologi che si rifiutano di dare assistenza sanitaria alle donne, ma vogliamo che non sia possibile esercitare questo diniego nelle strutture pubbliche o nell’espletamento di un pubblico servizio.

Noi demoatei vogliamo che nell’esercizio delle professioni sanitarie nelle strutture pubbliche non ci siano remore morali e, pertanto, se la religione impedisce ad un medico di praticare le trasfusioni di sangue come terapia lecita sicuramente quel medico dovrà scegliere di non fare l’ematologo, mentre se la religione impedisce ad un medico di praticare l’interruzione di gravidanza quel medico potrà sempre scegliere di fare il dentista o l’ortopedico, non deve necessariamente fare il ginecologo, ovviamente se opera nella sanità pubblica.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea


da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 24 Maggio 2012 dc:

L'oscurantismo repressivo cattolico

È stato chiesto alla Corte Costituzionale se la legge italiana sulla fecondazione eterologa fosse in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione.

La Corte Costituzionale ha rimandato gli atti ai Giudici del tribunale richiamando quanto già deciso dalla Corte europea. Sotto il profilo di stretto diritto non c'è contrasto con la Costituzione. Sotto il profilo politico la legge in vigore è violenta e repressiva della libertà di scelta, come tutto ciò che viene imposto dalla teocrazia cattolica.

Prendiamo atto che gli italiani sono costretti, per l'ennesima volta, a subire le angherie legislative che provengono dal mondo cattolico e dallo Stato extracomunitario del Vaticano che sulla fecondazione eterologa ha consumato una ingerenza vergognosa.

Siamo stufi del Vaticano e siamo stufi dei politici che non sono capaci di separare la loro morale privata dal piano pubblicistico delle legislazioni che riguardano anche coloro che non soffrono degli stessi limiti.

Democrazia Atea propone l'abrogazione delle leggi inquinate dall'oscurantismo repressivo cattolico e l'adozione di legislazioni prive di qualsivoglia condizionamento etico religioso.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it


da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 6 Maggio 2012 dc:

Teocrazia scolastica

Nella terminologia del governo Monti la scuola non è più una "istituzione" ma è diventata un "servizio".

Il declassamento semantico è la naturale conseguenza di scelte scellerate, adottate dal precedente governo e confermate da quello attuale.

I nostri ministri sono consapevoli che la distruzione della scuola pubblica comporterà un abbassamento del livello critico della intera società, sono consapevoli del fatto che per governare pacificamente un gregge è necessario renderlo incolto.

E allora si distruggono i luoghi dove è possibile attuare il precetto costituzionale che assegna alla scuola la formazione di cittadini consapevoli.

Le riforme sulla scuola attuate da Berlusconi e confermate dal suo successore Monti, in perfetta continuità politica dall'uno all'altro, sono anticostituzionali.

La claque del governo Monti, detta anche PD, nulla obietta.

Se il problema reale fosse stato effettivamente quello di "tagliare sprechi" e di reperire fondi, bastava applicare l'articolo 33 della Costituzione e negare alle scuole cattoliche ogni forma di finanziamento.

Il Ministro dell'Istruzione Profumo, però, è un cattolico fondamentalista e la sua visione teocratica gli impedisce di capire il valore della scuola pubblica.

Profumo non farà nulla per fermare il fiume di denaro che scorre verso le scuole cattoliche e sarà anche orgoglioso di aver sottratto quel tanto di finanziamento che garantisce la dignitosa sopravvivenza alla scuola pubblica.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it


Considerazioni inattuali n. 39 13 aprile 2012 dc

L'uomo che parlava da solo senza muovere le braccia

di Lucio Manisco

Correva l’anno 1995 e quell’uomo a Linate parlava da solo. Ad attrarre l’attenzione dei passeggeri in attesa del volo Lione-Strasburgo non erano le sue parole ripetute e riformulate in un monotone sottovoce, ma la sua camminata su e giù nella sala d’attesa dell’aeroporto più lugubre d’Europa: non muoveva le braccia ma le teneva inchiodate sui fianchi senza seguire il ritmo alterno dei passi.

Stessa scena nei mesi seguenti all’aeroporto Zaventem di Bruxelles; stessa camminata e più o meno le stesse parole: “Ineludibile l’esigenza di una ristrutturazione del sistema pensionistico europeo… Una vera riforma del mercato del lavoro che rilanci gli investimenti… Senza liberalizzazioni verranno elusi i vantaggi per l’Europa di un’economia globalizzata…”.

Era chiaro che il personaggio si preparava ogni volta a pronunciare dei discorsi in qualche sede europea, ma la nostra colpevole ignoranza sulla sua identità venne dissipata solo quando intervenne in una delle molte finzioni parlamentari europee, il cosiddetto “Comitato di Conciliazione”: si trattava del prof. Mario Monti al quale il Presidente della commissione Jacques Santer, poi dimissionato per corruzione dal Parlamento, aveva affidato su proposta del cavaliere d’Arcore la delega al Mercato Interno, ai Servizi Finanziari, alla Fiscalità ed all’Unione Doganale.

E’ vero che avrebbe dovuto essere nostro dovere di parlamentare sapere molto prima chi fosse quella specie di manichino che compiva i suoi esercizi oratori passeggiando nei due aeroporti, ma è anche vero che nei primi mesi ed anni del suo mandato il professore non aveva lasciato tracce di alta visibilità o rilievo nelle aule della Commissione, del Consiglio Europeo o di Rue Wiertz. Per citare l’ironica battuta di un collega britannico “He did not blaze a path of glory in Bruxelles or in Strasbourg”, alla lettera “Non tracciò un fiammeggiante sentiero di gloria a Bruxelles o a Strasburgo”.

La gloria, diciamo meglio un’indiscutibile notorietà, raggiunse Mario Monti quando nella sua nuova veste di commissario alla concorrenza (nominato all’incarico dal governo D’Alema) sfidò – a suo dire - “i poteri forti”, denunziò la Microsoft di Bill Gates per abuso di posizione dominante ed inflisse ad essa una pesante multa di 497 milioni di euro (per altro solo l’1,6% del suo fatturato). In pratica il colosso statunitense aveva approfittato del sistema operativo Windows (il 95% dei PC) per eliminare dal mercato i concorrenti dei server di fascia bassa, le reti presenti nelle imprese. Il verdetto del commissario destò sensazione, anche se l’imposizione della multa rivelò carenze procedurali e divenne esecutiva solo grazie alle drastiche correzioni introdotte dal successore di Monti nel 2005, senza comunque bloccare i ricorsi della Microsoft, l’ultimo vinto l’anno scorso in un tribunale di Milano dalla multinazionale USA. Diciamo dunque che la sfida ad “un potere forte” venne posta in atto ma che il professore aveva alle spalle poteri altrettanto se non più forti. Tanto vero che al termine del suo mandato venne prontamente premiato con l’incarico di international advisor dalla Goldman Sachs, incarico mantenuto nel suo “Research Advisory Council” fino al 2011, che nel 2010 era divenuto presidente per l’Europa della Trilaterale fondata nel 1963 da David Rockfeller e passata alla storia per la sua insistenza sulla necessità di limitare gli esercizi dei diritti civili nelle democrazie per “assicurarne la governabilità”, per non parlare poi del ruolo direttivo di Monti nel gruppo semisegreto di consulenti finanziari Bilderbeg.

Doveroso riconoscere al nostro presidente del Consiglio la stessa coerenza ideologica che per dieci anni aveva manifestato in maniera ossessiva nel consesso d’Europa. Entro e fuori il contesto dei temi trattati aveva ribadito un giorno sì e l’altro pure quelle istanze che avevano costituito oggetto delle sue esercitazioni mnemoniche ed oratorie negli aeroporti di Malpensa e di Bruxelles: tre imperativi categorici, tre passioni; riforma delle pensioni, riforma del mercato del lavoro, liberalizzazioni. Il tutto innaffiato di equità (in inglese equities vuol dire “azioni in borsa”). Se come capo di governo sta raccogliendo insuccessi in tutti e tre i settori la colpa è naturalmente dell’inadeguatezza, incompetenza e inesperienza, sue e dei suoi ministri, nella gestione della cosa pubblica. Insuccessi naturalmente per chi ne paga le spese, il famoso 99% della comunità nazionale e non certo per coloro che ci governano e che sotto la maschera di supertecnici nascondono l’essenza di una forsennata ideologia di estrema destra, uno sprezzo viscerale per le classi subordinate, un malcelato compiacimento per ogni colpo inflitto allo Stato sociale. Come economisti potrebbero essere annoverati tra i più esaltati epigoni della scuola di Chicago e dell’iperliberale Milton Friedman, i famosi o famigerati Chicago Boys degli anni ’50 e ’60, ma anche in un contesto del genere sulla dottrina dei Monti, Draghi & Co. è giustificato avanzare fondate riserve. Non perché, come altri economisti di più grosso calibro, non avevano previsto la catastrofe che incombeva sul mondo da circa un decennio (Monti dichiarò nel 2004, e cioè tre anni prima dell’esplosione della bolla subprimes, che il suo intervento sulla Microsoft avrebbe portato ad una regolamentazione dei mercati e ad una disciplina delle transazioni finanziarie internazionali!). E neppure perché qualche Bocconiano, avvertendo gli scricchiolii del sistema, aveva suggerito l’applicazione di cerotti sulle sue piaghe più purulente. No, qui parliamo di incultura, di mancanza di conoscenze o di una loro voluta emarginazione. Questi professorini di economia non sono certo tenuti a rileggersi il capitolo XXIX del terzo volume di Das Kapital (Le componenti dei capitali bancari) in cui Karl Marx aveva previsto gli effetti della ipercapitalizzazione del gettito basato su futuri plusvalori, l’accumulazione finanziaria non produttiva in poche mani, la saturazione dei mercati e via dicendo: in altri termini alcune delle cause primarie della crisi in corso. Ma dovrebbero sicuramente rispolverare qualche testo degli studi universitari, ripassare gli ultimi capitoli della “General Theory of Employment Interest and Money” di John Maynard Keynes o magari il “Pieno Impiego in Libero Stato” di Lord Beveridge.

È invece mai possibile che la loro Bibbia sia “Atlas Shrugged”, “La rivolta di Atlante”, di Ayn Rand, un romanzo intriso di baggianate economico-finanziarie ultra reazionarie e fascistiche tornato in voga negli Stati Uniti di Bush e di Obama?

E infine: si tratta solo di pessimismo dovuto alla tarda età se ci sembra di avvertire il tonfo ritmato di stivali sull’uscio di casa?

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu


Democrazia Atea

intervista

Carla Corsetti

di Stefano Motti

L’avvocato Carla Corsetti è Segretario Nazionale del neopartito Democrazia Atea che, fondato da circa un anno e mezzo, propone nuove idee politiche per il nostro Paese. 

Una prima domanda a bruciapelo. Come e perché nasce Democrazia atea?

Democrazia Atea nasce dalla insofferenza nel vedere costantemente tradite le istanze di laicità nel nostro Paese. Nasce dalla crescente insofferenza nel vedere che il nostro Paese, seppure con una Costituzione laica, si è trasformato in una strisciante teocrazia di fatto nella quale le lobby religiose, intrecciate ad interessi economici e finanziaria di matrice diversa, non lasciano spazio ad un’etica dei diritti umani.

 Viviamo in un periodo reduce da un secolo di totalitarismi, dove la parola ateo veniva spesso collegata agli ateismi di stato, esperienza negativa del passato. Come mai proprio questo nome per il vostro partito? Non credete di poter cadere in qualche fraintendimento?

Il fraintendimento è la naturale conseguenza per chi non ha alcuna voglia di approfondire i contenuti o per chi, pur in un approccio più profondo, alla fine vede solo ciò che vuol vedere. Imporre l’ateismo, come è stato fatto nei regimi totalitari comunisti, è un crimine contro l’umanità. Ma anche imporre una religione, come avviene negli Stati teocratici, è un crimine contro l’umanità. Democrazia Atea propone uno Stato Ateo che si qualifica con un principio di astensione e di neutralità rispetto a chi crede e rispetto a chi non crede. Solo uno Stato Ateo potrà garantire il principio di uguaglianza tra chi crede e chi non crede, e vista la prevaricazione degli interessi religiosi nel nostro Paese, aggiungiamo che solo uno Stato Ateo potrà garantire e tutelare le istanze degli atei e la loro libertà di non credere, con tutto quello che ne consegue.  

 Potrebbe spiegarci i punti cardine della vostra proposta politica, evidenziando quella che ritiene la più grande novità da voi proposta?

Noi non disegniamo uno Stato diverso da quello che ci è stato consegnato dall’Assemblea Costituente. Il nostro riferimento è la Costituzione italiana e i principi che racchiude, con l’eccezione dell’articolo 7 che incamera i Patti Lateranensi. Noi riteniamo che l’articolo 7 della Costituzione si ponga in stridente contrasto con tutto l’impianto costituzionale. Forse la novità del nostro Partito risiede nel fatto che non ci qualifichiamo attraverso una identità ideologica, perché pensiamo che ognuno abbia la propria. Noi ci qualifichiamo attraverso una identità programmatica avendo già delineato il nostro programma politico. Altra novità risiede nel fatto che il nostro Partito sarà sciolto nel momento in cui avremmo raggiunto i nostri obiettivi, programmatici e statutari.

 In alcuni discorsi o interviste da lei tenuti, ha ribadito come il vostro partito sia di fatto l'unico a poter poggiare su millenni di filosofia, a partire dal celebre Pitagora, che molti non ritengono esser stato ateo. Potrebbe brevemente illustrarci questa vostra peculiarità?

Mi offre l’occasione di chiarire un lapsus nel quale sono incorsa in un intervento di qualche mese fa citando Pitagora invece di Platone. Che il mio riferimento fosse a Platone era pacifico anche perché subito dopo richiamai le sue leggi sull’empietà contro gli atei. Pitagora era un matematico non un filosofo e il mio lapsus era piuttosto evidente. Noi pensiamo che i presupposti per occuparsi di politica siano molteplici ma tra questi, fondamentale, ritengo debba esserci una personale elaborazione filosofica che costituisca il presupposto per motivare il proprio personale agire politico. Per quanto gli atei possano contare su millenni di elaborazioni filosofiche, riteniamo però che sia arrivato il momento storico per declinare le categorie della razionalità nel contesto politico, nella emergenza di una dilagante e strisciante teocrazia che invece non vuole lasciare spazio al pensiero diverso. Gli atei che hanno imposto l’ateismo appartengono ad un passato che noi condanniamo. Gli atei del terzo millennio potranno e dovranno garantire il rispetto dei diritti umani che invece le categorie dell’irrazionale tendono a negare.

 L'Italia è una giovane repubblica mentre altri stati, quali la Francia, sono addirittura alla terza repubblica, forte di secoli di politica nazionale. Crede che per il nostro Paese, nave sanza nocchier in gran tempesta come lo definì Dante Alighieri, questo possa essere un problema?

Il vero problema non è nella età della nostra Repubblica alla quale siamo comunque arrivati con una storia densa di avvenimenti e di presupposti culturali non comuni. La Repubblica italiana di oggi, purtroppo, è inficiata da una sovranità limitata costituita da una parte dalla ingerenza oscurantista dello Stato del Vaticano che vuole negare diritti fondamentali, e dall’altra da un Europa che per un verso ci riconosce diritti umani fondamentali e per altro verso con i meccanismi di stabilità ci sottrae risorse per renderli attuabili. Probabilmente saranno proprio gli interessi finanziari europei a chiarire come sia “antieconomico” mantenere lo Stato extracomunitario del Vaticano e potrebbe essere  più facile liberarcene. 

 Proprio in questi giorni è apparsa la notizia delle indagini condotte dalla Procura di Savona nei confronti del vescovo di Cremona D. Lafranconi, accusato di non essere intervenuto tempestivamente per prevenire gli atti di pedofilia da parte di due sacerdoti della sua precedente diocesi. Qual è la sua opinione in merito ed il parere generale del vostro partito?

Non si hanno opinioni sulla pedofilia, si ha solo la consapevolezza che è una deviazione criminale e che i preti hanno 51 possibilità in più di essere pedofili rispetto a chi non è prete. Se aggiungiamo che la stima delle “51 probabilità in più” è stata elaborata sui casi segnalati alla magistratura, e che milioni di casi sono sfuggiti a questa statistica, le conclusioni a trarsi sono evidenti. Al di là del caso specifico da lei citato, resta il fatto che per la prima volta un vescovo è stato iscritto nel registro degli indagati e trovo questo passaggio assai significativo. Mi auguro che altre Procure si muovano nella stessa direzione. La copertura di cui hanno goduto questi criminali è vergognosa.

 Democrazia Atea è un partito che si fa certamente portatore di idee nuove, ma ancora giovane e poco conosciuto. Non temete di rimanere all'ombra dei più grandi blocchi politici presenti in Italia?

Quando abbiamo fondato il Partito avevamo la consapevolezza delle difficoltà cui saremmo andati incontro, ma le difficoltà probabilmente costituiscono un autentico deterrente solamente per chi ha, tra i propri obiettivi, l’esercizio del potere, e non è il nostro caso. 

 Un’ ultima domanda. Cosa si aspetta dal futuro del vostro partito?

Le rispondo richiamando una riflessione di Giovanni Sartori: “C’è il partito elettoralistico che esiste per vincere le elezioni e catturare il governo, e all’altro estremo esiste il che si costituisce per affermare valori etico-politici e, appunto, dare testimonianza di una buona città politica. Questo secondo tipo di partito sa di non essere maggioritario, ma non se ne cruccia più di tanto. Se la sua volta verrà, tanto meglio; ma se non viene non è la fine del mondo. Forse il tempo è galantuomo. Diamo tempo al tempo”.

 (Intervista pubblicata su RAPPORTO DI MINORANZA - N. 23 ANNO III DEL 15/03/2012)

 

http://www.rapportodiminoranza.it/rm-menu9.html

 


In e-mail l'8 Gennaio 2012 dc:

Un blocco sociale contro il regime dei banchieri

di Lucio Garofalo

La crisi odierna è inequivocabilmente dovuta a fenomeni di sovrapproduzione e sottoconsumo, in sostanza deriva da una restrizione dei mercati che è un effetto della variazione della morfologia sociale. L’enorme rigonfiamento della massa proletarizzata, con la riduzione di gran parte dei ceti medi alla condizione salariata, significa che non ci sono abbastanza compratori per le merci: il proletariato non può ricomprare tutte le merci che esso stesso ha prodotto. Ma ciò rappresenta un’antinomia del capitalismo, dato che non può esistere una società composta esclusivamente da borghesi e proletari. La razione di miseria obbligatoria imposta a paesi come Portogallo, Grecia, Italia, Spagna e progressivamente a tutti i popoli europei, non basterà a fermare la caduta di rendimento del capitale finanziario, per cui serviranno altre manovre finanziarie che spingeranno sempre di più verso una condizione di insopportabilità dei sacrifici imposti ai proletari. Ormai il capitalismo non ha più nulla con cui tacitare la protesta sociale, anzi, per sopravvivere è costretto ad estorcere sempre di più e in dosi sempre maggiori.

Se Obama è costretto a raddoppiare i fondi sociali di assistenza con cui vengono finanziati sottobanco i grandi supermercati dei distretti popolari al fine di non fare esplodere rivolte, se in Europa si procede all’abolizione di ogni copertura di welfare (pensioni, sanità, scuola, ecc.), se neppure uno solo dei grandi economisti borghesi è stato in grado di prospettare un modo per uscire dalla crisi e stabilizzare l’economia, tutto questo procedere verso il disfacimento totale del capitalismo ha una sua ragione d’essere ed è l’irrazionalità del capitalismo rispetto alle ragioni dell’intera umanità. Oggi la miseria obbligatoria imposta dal proconsole della BCE per l’Italia, Mario Monti, al solo fine di garantire il pagamento degli interessi del debito pubblico italiano al capitale finanziario internazionale può valere qualche settimana di ripresa dei titoli italiani. Più del 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono i pagamenti, pena il default: sono le grandi banche mondiali, a cui la BCE e le banche italiane sono consociate. Di ripresa nemmeno l’ombra, anzi prosegue la liquidazione sistematica dell’industria e del piccolo commercio. La crisi abbatte chi non è abbastanza forte da resisterle: si contano già 60-70 mila piccoli esercizi commerciali chiusi con relativo numero di disoccupati, per lo più clandestini, dato che erano clandestini anche come lavoratori. Questa ecatombe forza il mercato in direzione dei grandi gruppi commerciali, cioè dei grandi supermercati nei quali i prezzi sono stabiliti nell’ambito dei commerci internazionali.

Ci avviamo verso un commercio con forti connotazioni autocratiche, verso cui i consumatori non dispongono di alcun mezzo di influenza e di contrattazione. Al momento i grandi centri commerciali mantengono i prezzi al di sotto di quelli del piccolo commercio, fa parte della strategia per liquidare quest’ultimo e la quantità di merci vendute assicura ai grandi gruppi margini soddisfacenti di profitto, dato anche che possono servirsi di lavoro precario a basso costo. Quando essi avranno imposto condizioni di monopolio, allora potranno esercitare tutta la loro forza per spremere i consumatori. Il piccolo commercio è stata una delle attività fondamentali della piccola borghesia urbana. Le sue attuali condizioni di reddito non sono dissimili da quelle dei proletari. Ma molta della sua sopravvivenza dipende dall’evasione fiscale sistematica, da essa concepita come lotta di sopravvivenza contro lo Stato e la concorrenza. Essa è oggi un rimasuglio di ciò che era quando il fascismo la mobilitò contro il movimento operaio Crollata l’illusione berlusconiana in cui essa si riconosceva completamente, oggi la piccola borghesia urbana si trova sul baratro della sua scomparsa come ceto sociale. Il capitale finanziario la sacrifica per acquisire il potere enorme di monopolizzare i commerci e utilizzarlo come forma di controllo e pressione sociale. E’ noto che i capitali dei grandi gruppi commerciali sono consociazioni internazionali gestite dalle banche.

È evidente che per gli ultimi residui della piccola borghesia urbana e commerciale le prospettive future sono uno status di proletarizzazione, disoccupazione e precarietà. Ma bisogna stare attenti poiché è proprio da questi ambienti sociali che stanno riemergendo le tesi complottiste, l’antisemitismo di ritorno, il razzismo contro gli extra-comunitari. Di fronte alla proletarizzazione forzata della piccola borghesia urbana, il proletariato non può più combattere con gli strumenti, ormai anacronistici, della democrazia parlamentare borghese, un nemico di classe che ha finalmente gettato la maschera, uscendo allo scoperto e ponendosi direttamente al vertice di Stati come Italia e Grecia. Un’analisi della situazione che sia attendibile, onesta e coerente, non può non generare una presa di posizione ferma ed intransigente di fronte all’inasprimento della crisi e alle soluzioni “lacrime e sangue” adottate dai governi in un quadro capitalistico. Governi che non sono più condizionati in modo occulto e latente, come succedeva all’interno dei precedenti scenari parlamentari, da lobby che fanno capo alle grandi banche d’affari e all’alta finanza, ma sono un’emanazione diretta e palese del potere capitalistico, poiché al vertice degli Stati, in Grecia e in Italia, si sono insediati ufficialmente dei regimi guidati da tecnocrati e alti funzionari del sistema bancario e finanziario internazionale.

Su questo punto non si può non concordare, a meno che non si voglia negare l’evidenza. In un quadro di crescenti ingiustizie e diseguaglianze sociali, è inevitabile che le proteste, frutto della disperazione dilagante, non saranno più facilmente gestibili con gli strumenti tipici della legalità costituzionale e della democrazia liberale borghese, e da semplici movimenti di indignazione e contestazione pacifica e non violenta, potranno assumere la forma delle rivolte o dei tumulti di massa, ovvero una veste insurrezionale. Pertanto, serve la formazione di un blocco sociale e popolare, di impronta classista, che sia in grado di esercitare un ruolo antagonista, intransigente e deciso, contro il regime dei banchieri, che è (per l’appunto) un’emanazione diretta e palese, persino dichiarata, di un blocco economico molto agguerrito che fa capo agli affari (di classe) del sistema bancario e dell’alta finanza internazionale, che sono evidentemente contrapposti in maniera irriducibile agli interessi del mondo del lavoro produttivo e salariato, precisamente a quelli delle classi operaie e, più in generale, delle masse proletarizzate. Ma come e con quale durata temporale si potrebbe conseguire un simile obiettivo? E con quali metodi di lotta è possibile, oltre che necessario, agire per concretizzare tale progetto? Ed è un traguardo di breve termine, o di medio e lungo periodo? Sempre che sia realizzabile. Inoltre, ammesso che lo sia, il processo dovrà e potrà svilupparsi dal basso, quindi compiersi in modo spontaneo ed auto-organizzato, o dovrà essere diretto dall’alto, cioè da un soggetto politico che si configuri come avanguardia rivoluzionaria? A tutti questi interrogativi, che non sono affatto accademici, astrusi o peregrini, bensì estremamente pratici, occorrerebbe dare una risposta. Una risposta che eventualmente può giungere solo dal basso, ovvero dal magma ribollente delle lotte sociali e materiali.


In e-mail l'1 Gennaio 2012 dc:

La realtà non è mai come sembra

di Lucio Garofalo

È assolutamente capziosa e fuorviante quella congettura di origine fascistoide, oggi estremamente diffusa, secondo cui l’attuale crisi economica sarebbe il risultato di occulte trame politico-finanziarie internazionali, per l’esattezza sarebbe il frutto di un complotto “demo-plutocratico” ed “ebreo-massonico” ordito su scala mondiale. È questa un’interpretazione di marca nazi-fascista attualmente molto in voga, in quanto è accreditata non solo presso quei settori che fanno tradizionalmente capo alla destra estrema e radicale, ma incontra vasti consensi e adesioni anche presso frange vagamente riconducibili all’area multiforme ed eterogenea dell’antagonismo ideologico politico che abitualmente viene apostrofato in modo dispregiativo come “rosso-bruno”.

Capita di avere frequenti scambi di opinione con presunti o sedicenti compagni, i quali sono realmente convinti che la crisi economica sarebbe stata causata intenzionalmente dai padroni delle grandi banche e dai signori dell’alta finanza, esponenti di comitati d’affari e di potere: per intenderci, si tratta di mostruose società bancarie e finanziarie come la famigerata Goldman Sachs, il turpe Club Bildeberg, l’abominevole Commissione Trilaterale e via discorrendo. Sono deduzioni capaci di suggestionare e convincere una particolare tipologia di utenti del web, un’ampia percentuale dell’opinione pubblica internauta, forse perché quel genere di tesi sembra corrispondere alla realtà delle cose. Sembra, ma la realtà non è mai (o quasi mai) come risulta dalle circostanze apparenti.

Di norma, le insinuazioni dietrologiche attingono a fonti di natura fascista o cripto-fascista, piuttosto che fascio-comunista o “rosso-bruna”, come si usa dire oggi. Infatti, tali argomentazioni sono promosse soprattutto da parte di soggetti e formazioni politiche che si richiamano palesemente all’ideologia fascista e leghista. Tuttavia, nell’attuale fase storica, la confusione ideologica è talmente sovrana che simili illazioni finiscono per riscuotere simpatie persino a sinistra, in ambienti e movimenti politici che dichiarano di ispirarsi alla storia e alla cultura della cosiddetta “sinistra antagonista”.

Probabilmente, la “misteriosa” ragione che consente di spiegare il successo di simili teorie, risiede nell’immediatezza e nella facilità di comprensione che discendono dal loro carattere riduttivo e semplicistico. Non a caso, tali asserzioni si limitano a cogliere e denunciare solo i momenti esterni dei fenomeni, ma non riescono a penetrare in profondità, non vanno a ricercare le cause ultime, per scoprire l’origine dei processi. Al contrario, la visione dialettica, organica e totale, propria del materialismo storico anche in versione volgare, suggerisce di esplorare al di là delle manifestazioni esteriori, oltrepassando la fenomenologia superficiale, cioè i dati e gli aspetti epifenomenici, per desumere le contraddizioni strutturali che si riparano sotto un cumulo di orpelli e artifizi apparenti e che rappresentano le cause reali di un fenomeno storicamente determinato.

Riprendendo il tema iniziale, che concerne la crisi economica in corso, il pensiero di provenienza marxista non pretende affatto di porsi in termini esaustivi o definitivi, ma è in ogni caso superiore, sia intellettualmente che scientificamente, dialetticamente e qualitativamente, rispetto ai comodi stereotipi, alle banali percezioni e persuasioni comuni, alle teorie complottistiche di matrice para-fascista o cripto-fascista, e rispetto altresì alle idee ufficialmente accettate e sponsorizzate dalle élite capitaliste. L’analisi marxista non si accontenta di registrare ed esaminare i fenomeni superficiali, ma investiga a fondo i processi, per estrapolare le radici profonde e sviscerare le effettive dinamiche delle crisi capitalistiche, che costituiscono un elemento storico ricorrente. In tal senso, muovendo da informazioni e indizi rilevati costantemente, l’interpretazione marxista permette ed impone di indagare in profondità i devastanti fenomeni di crisi che sconvolgono periodicamente il sistema capitalista, fornendo una versione estremamente attendibile, rigorosa e razionale, che è senza dubbio più vicina e rispondente alla realtà rispetto alle varie concezioni pseudo-scientifiche, ai numerosi luoghi comuni, alle vulgate nazional-popolari e alle ottuse dietrologie propagandate dalla feccia fascistoide.

Provo a ricostruire, se possibile, in una sintesi sommaria, inevitabilmente semplificata, le linee essenziali dell’analisi marxista (ma sarebbe più corretto dire marxiana) delle crisi capitaliste. A partire dalla tendenza intrinsecamente e peculiarmente capitalistica, cioè la tendenza alla sovrapproduzione e al sottoconsumo, al crollo periodico del saggio di profitto. Si tratta di una poderosa e imponente teoria scientifica esposta nel Capitale di Marx e basata, com’è noto, sul metodo dialettico e sulla filosofia storico-materialista.

L’impianto teorico-scientifico di scuola marxista, più esattamente di impronta marxiana, utile a comprendere e spiegare anche l’odierna crisi capitalistica, procede a rilevare e investigare un complesso di fatti significativi e cicli storici ricorrenti, che possono configurarsi come “leggi”, da intendersi in chiave non meccanicistica, né deterministica, bensì in un’ottica dialettica che comprende la totalità delle contraddizioni immanenti nella realtà storica, tra cui il fenomeno più frequente e rilevante è costituito senza dubbio dalla cosiddetta “caduta tendenziale del saggio di profitto”. Il saggio di profitto è semplicemente il valore medio che si può dedurre dall’insieme degli utili capitalistici individuali. È la stessa concorrenza tra i singoli capitalisti che finisce per ottenere un risultato che è opposto alle intenzioni, perciò invece di aumentare, i profitti crollano. Si evince che l’eventualità della crisi è insita nell’anarchia strutturale che caratterizza il modo di produzione capitalistico. Per tale ragione i profitti e, di conseguenza, i salari, tendono a diminuire, quantomeno in termini relativi, ovvero in rapporto con l’inflazione, e non come valore monetario nominale, vale a dire in termini di valore assoluto. Ma la causa ultima delle crisi che investono periodicamente l’economia capitalista risiede nell’impoverimento progressivo dei lavoratori, i quali formano la massa dei consumatori.

La radice nascosta delle crisi capitalistiche affonda nel problema del sottoconsumo, cioè nella contrazione crescente dei consumi di massa, un elemento che agisce in aperto contrasto con la tendenza del mercato ad estendere il bacino dei consumatori. Pertanto, anche l’attuale crisi è stata generata da fenomeni di sovrapproduzione e sottoconsumo, che si ripetono ciclicamente nella storia del capitalismo moderno. In altri termini, tutto ciò significa che il modo di produzione capitalistico, concepito tout court, al di là dei rivestimenti e delle manifestazioni esteriori, o delle forme organizzative, a prescindere dalla fenomenologia superficiale, racchiude in sé le cause latenti della crisi in corso, come di quelle precedenti. Cause che si annidano in profondità, nelle disfunzioni e nelle incongruenze irrazionali e di ordine strutturale, in quanto connaturate al sistema stesso.

L’unica alternativa per scongiurare eventuali scenari catastrofici, è quella di una fuoriuscita globale e definitiva da un capitalismo destinato al collasso. Ciò significa restituire valore al lavoro collettivo, rilanciando la centralità del lavoro produttivo in un assetto di autogestione dei lavoratori. Non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza vigenti, ma occorre rivoluzionare il modo di organizzare e gestire la produzione stessa. Le aziende capitaliste sono nate per ricavare profitti privati, non per soddisfare le istanze vitali delle persone. È la loro natura intrinseca ad essere viziata. Perciò bisogna riconvertire le imprese alla produzione di beni di prima necessità, cosicché il valore d’uso recuperi il suo antico primato sul valore di scambio, e l’autoconsumo delle unità produttive locali, politicamente autogestite in termini di democrazia diretta, si imponga sulle false esigenze consumistiche indotte dal mercato, evitando di subordinare i bisogni umani alle aride e spietate leggi del profitto.

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