Politica e Società-8

(ateismo e agnosticismo inclusi...)

2011 dc

commenti, contributi e opinioni

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kynoos@jadawin.info

Ho unificato le due precedenti pagine di Politica e Sociale perché, in fondo, si occupavano degli stessi temi. Per non appesantirne il peso nel sito le ho numerate progressivamente a partire da quella con notizie e fatti più vecchi.

In questa pagina ci sono testi con data 2011 dc, il più recente all'inizio.

Inizio con due articoli dello scorso anno ormai agli sgoccioli ma che aprono le argomentazioni con il nostro grande bastardo e farabutto preferito, pubblicate anche sul blog.


In e-mail il 9 Dicembre 2011 dc:

Uno spettro s’aggira in Europa: la rivolta dei proletari

di Lucio Garofalo

Il capitale internazionale ha individuato nella Germania il suo punto di forza e di riferimento, il bastione politico dietro cui si riparano gli interessi delle tecnocrazie e delle élite finanziarie mondiali. Se la Germania è l’interlocutore privilegiato del grande capitale all’interno dell’area dell’euro, la conseguenza è esattamente l’imposizione dall’alto di una linea politica di “germanizzazione” di tutti i Paesi che fanno parte dell’euro, perciò chi non si adegua agli “standard” richiesti dai vertici della BCE rischia di essere emarginato dall’euro, oppure di retrocedere in una “categoria” inferiore.

Per continuare a restare nell’euro si esige la condicio sine qua non di soddisfare subito il pagamento degli interessi sul debito pubblico e ridurre progressivamente tale debito fino alla solvibilità dei singoli Paesi. In nome di questo “totem” vengono sacrificate le conquiste che in passato l’Europa ha ottenuto in termini di progresso civile, diritti, democrazia e stato sociale, e si scatena l’ennesima offensiva capitalistica contro gli interessi della classe operaia, colpendo e tartassando puntualmente le masse proletarie.

I sacrifici imposti al popolo italiano dall’emissario della BCE, Mario Monti, al solo scopo di assicurare il pagamento degli interessi sul debito pubblico al grande capitale finanziario, possono garantire al massimo un breve periodo di ripresa dei titoli italiani.

Oltre il 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono pagamenti immediati, pena il tanto temuto default: sono gli usurai dell’economia globale, i signori del denaro e dell’alta finanza, i padroni delle grandi banche mondiali, a cui la BCE e le banche italiane sono consociate. Ecco a chi vanno i soldi estorti ai proletari italiani ed europei.

In questo contesto storico ha un peso enorme una variabile che è un elemento imponderabile anche per il grande capitale, ossia il punto oltre il quale rischia di venir meno e di esaurirsi la rassegnazione dei proletari, rendendo imprevedibile ed ingovernabile il corso della crisi. Il tenore di vita del proletariato europeo sta precipitando verso livelli di paurosa indigenza: solo in Italia sono 18 milioni le famiglie che versano in condizioni di pauperismo, ma negli altri Paesi che si trovano in bilico tra il permanere nell’area dell’euro e il default, la situazione risulta addirittura peggiore.

Le dimensioni sociali della disoccupazione raggiungono ormai cifre inquietanti, mentre il precariato è diventato uno status permanente per milioni di giovani in tutta Europa. Per i proletari indigenti non ha alcuna importanza la risalita degli indici di borsa: essi misurano la loro esistenza su ciò di cui hanno bisogno e di cui non riescono a privarsi.

Una prossima dichiarazione di insufficienza della bilancia dei pagamenti, con il relativo varo di nuove manovre estorsive che impongano ulteriori sacrifici alle masse popolari, potrebbe non incontrare più quello spirito di rassegnazione che si richiede ai proletari.

La repressione potrebbe non essere sufficiente, ma la preoccupazione principale del potere è che cominci a rompersi la catena dell’obbedienza al comando capitalistico.


In e-mail il 2 Dicembre 2011 dc:

Nessun sacrifico

per arricchire speculatori e sfruttatori

di Lucio Garofalo

Negli ultimi anni si è assistito alla trasformazione delle società cosiddette “opulente” ed “occidentali” in masse di lavoratori proletarizzati, con la liquidazione degli strati sociali intermedi. In altre parole, siamo giunti a quella situazione storica in cui la società si è drasticamente polarizzata, come aveva previsto Engels, tra il proletariato e i cosiddetti “tagliatori di cedole”, ossia il capitale finanziario. E poiché i proletari, per mancanza di reddito, non riescono più ad acquistare tutte le merci che hanno prodotto, l’attuale risultato è semplicemente un misero (e, aggiungo, vano) tentativo di sopravvivenza del capitalismo sulla base delle sperequazioni materiali esistenti tra i vari Paesi del mondo.

Ma è una fase che durerà poco, se pensiamo che oggi sono le ex colonie a soccorrere gli ex Paesi colonialisti: ad esempio, l’Angola sta acquistando i grandi beni immobiliari di Lisbona e il Portogallo sta sopravvivendo grazie agli aiuti (in termini di risorse alimentari) forniti dal Brasile, oppure la Spagna che viene soccorsa dall’Argentina. È evidente che le ex colonie dispongono di autentiche ricchezze materiali, infatti l’Angola possiede ingenti risorse minerali, mentre l’Argentina è assai ricca di prodotti alimentari.

Nel contempo brucia un’inimmaginabile ricchezza virtuale giocata nelle borse, che sono in preda agli andamenti schizofrenici degli indici, incluso il famigerato “spread”. Di passaggio, ricordo con il vecchio barbuto di Treviri che lo “spread”, ossia il rendimento dei titoli di Stato, è semplicemente il plusvalore che il capitale finanziario estrae dai titoli di ogni Paese e la preoccupazione del capitalismo finanziario internazionale è difendere o addirittura accrescere questi profitti che non generano alcun reddito reale.

Se non si può definire fallito, impazzito, dunque in profonda crisi, un sistema economico come il capitalismo, temo si debbano rivedere concetti essenziali quali (appunto) “crisi”, “fallimento” e così via. Se queste ed altre disfunzioni strutturali, insite nella natura stessa del capitalismo, non inducono a ritenerlo un sistema che produce solo crisi, miseria, guerra e sottosviluppo, dunque un modello fallimentare e rovinoso, da cancellare definitivamente dalla scena storica, francamente non saprei aggiungere altro.

Sia chiaro una volta per tutte. Il sottoscritto (come tutti i proletari coscienti e incazzati) non è disposto a subire alcun sacrificio per salvare gli interessi e le franchigie di banche, capitali finanziari, evasori fiscali, nonché le rendite e prebende delle caste privilegiate.

Preferisco il crollo dell’euro e del capitalismo piuttosto che pagare i debiti accumulati da un sistema di affaristi, parassiti, speculatori e delinquenti istituzionali. Monti ha annunciato provvedimenti di “equità”, ma simili promesse fanno solo ridere (o piangere) se pensiamo per un solo istante a come il nostro Paese sia scombinato, iniquo e corrotto.

E non mi riferisco banalmente al solo ceto politico, bensì all’intera classe “digerente”.


In e-mail il 13 Novembre 2011 dc:

Prove di golpe tecnocratico

di Lucio Garofalo

L’art. 1 della Costituzione italiana recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Parole sacrosante. Ma la sovranità popolare è di fatto negata o limitata da una sorta di assolutismo mediatico, una strisciante dittatura ideologica generata dalla televisione. Una tirannide che Pasolini aveva raccontato come il vero fascismo, cioè la peggior forma di oppressione totalitaria.

Il potere di persuasione occulta della televisione è immenso, subdolo e penetrante, è un dispositivo ideologico pervasivo e monopolizzante, funzionale ad un disegno di autoconservazione e rafforzamento dell’ordinamento vigente. Oggi, più che mai, si rivela in tutta la sua sconcertante verità un principio sacro al ministro della propaganda hitleriana, Joseph Goebbels, il quale sosteneva (non a torto) che una menzogna ripetuta ossessivamente, prima o poi viene recepita dalla gente come un dogma incontestabile.

In altri termini, non si inventa nulla di nuovo, ma si tratta di un fenomeno addirittura elementare e primitivo; tuttavia cambiano le soluzioni e le forme, le strategie e i mezzi tecnici, ritenuti più utili e convenienti, soprattutto adeguati all’attualità del momento.

Il sentimento immediato e primordiale su cui agisce e si impernia l’apparato ideologico della (dis)informazione televisiva, è la paura, ossia l’inquietudine suscitata negli animi di fronte ad una presunta “minaccia” (reale o immaginaria che sia, poco importa) descritta e agitata come uno spauracchio capace di influenzare e mobilitare le masse.

La paura è il fulcro istintivo ed emotivo su cui fa leva la macchina propagandistica della “strategia della tensione” ed è un formidabile strumento di controllo esercitato nei confronti dell’opinione pubblica. In passato si faceva ricorso al “nemico” individuato, in base alle circostanze e alle necessità, nel terrorismo di tipo interno (di matrice brigatista o di altra provenienza) ed esterno (come ad esempio al-Qaida o altre sigle internazionali), ovvero nel pericolo rappresentato da un’epidemia sconosciuta (si pensi all’Aids negli anni ’80, o altri morbi contagiosi, come in epoca medievale la peste nera) o altre infezioni di origine alimentare (cito i casi noti della mucca pazza e dell’aviaria).

Il meccanismo psicologico irrazionale innescato da chi detiene il potere, è una modalità di sorveglianza e di pressione sociale adatta a scatenare fenomeni di panico collettivo e isterismi di massa, creando ad arte un contesto di allarmismo diffuso che permette di giustificare interventi destabilizzanti e svolte politiche di segno autoritario e repressivo.

Oggi si preferisce impiegare le armi più sofisticate e “sublimi” della guerra finanziaria.

Mediante un bombardamento incessante e quotidiano, i mass-media agitano lo spettro terrificante dello “spread” o del “default”, in modo che l’opinione pubblica di una nazione sia messa nella condizione di accettare anche la soluzione più estrema e dolorosa. Si pensi al clima di “emergenza nazionale” provocato in modo puntuale da chi mira a legittimare e cavalcare “rivoluzioni” antidemocratiche che si inseriscono in un piano di ristrutturazione economica e ricomposizione del capitalismo su scala globale.

Si tratta di una piattaforma aggressiva e agguerrita, di impronta oltranzista ed eversiva, egemonizzata dalla borghesia imperialista ed imperniata sulla costruzione di un governo presieduto da un tecnocrate, che evidentemente fa comodo a quei centri di potere che invocano e perseguono misure drastiche e draconiane contro la crisi, per scaricare gli effetti più duri sui lavoratori e cancellare in un colpo solo le tutele sociali e i diritti sindacali conseguiti dal movimento operaio attraverso decenni di lotte tenaci e costanti.

Con l’incarico conferito dal Quirinale al professor Mario Monti, un tecnocrate promosso senatore a vita, si è insediato un governo ultraconservatore appoggiato e sponsorizzato dalle principali forze parlamentari di destra e di “sinistra”, che formano un fronte compatto al servizio del capitale quando si tratta di salvaguardare gli interessi dei gruppi economici dominanti. L’esecutivo di “emergenza” nato sotto la pressione dei mercati borsistici si rivelerà persino più reazionario e antipopolare di quello guidato da Silvio Berlusconi. Per la serie: “dalla padella nella brace”. Ce ne accorgeremo presto.

Per introdurre un regime dittatoriale non serve più il ricorso alla violenza militare, ma è indubbiamente più efficace l’autorità morbida e persuasiva esercitata dalla televisione.

Non a caso, se un colpo di Stato è attuato direttamente dall’esercito, si definisce “golpe militare”, ma se è il potere delle grandi banche a sovvertire (o a condizionare, che dir si voglia) in modo astuto e capzioso le istituzioni democratiche, consolidando il primato della finanza sulla politica, si preferisce chiamarlo ipocritamente “governo tecnico”.

L’esperienza storica insegna che un governo cosiddetto “tecnico” riesce più facilmente (e abilmente) ad imporre all’opinione pubblica quei rimedi percepiti come impopolari e coercitivi, diversamente da un governo eletto democraticamente, che è più sensibile alla volontà di estendere o, in ogni caso, mantenere la base del consenso elettorale.

L’arroganza e la spregiudicatezza del capitale finanziario sono tendenze apertamente ostili alle istanze di partecipazione e democrazia rivendicate dal basso, ed oppongono un baluardo insormontabile che ostacola ed impedisce l’esercizio della sovranità popolare.

Si riconferma l’antitesi assolutamente insanabile che esiste tra i mercati azionari, da un lato, che rispondono solo alla ferrea, spietata e disumana legge del plusvalore, e le regole o i valori essenziali di ogni forma di convivenza civile e democratica, dall’altro. Si tratta di una situazione di inconciliabilità conflittuale e di irriducibile contrapposizione, intrinseca alla natura autentica e all’origine stessa del capitalismo, inteso tout-court.


In e-mail il 10 Novembre 2011 dc:

La sovranità nella bancarotta del capitalismo

di Lucio Garofalo

Si parla ormai abitualmente (e impropriamente) di “debito sovrano”. Ma non c’è nulla di più errato e fuorviante del concetto di “debito sovrano”, coniato non a caso in un momento storico in cui gli Stati nazionali hanno ceduto totalmente la loro sovranità e autonomia decisionale di fronte all’arroganza e allo strapotere dei mercati finanziari.

In un’assurda e perversa catena di domino, i bilanci degli Stati più esposti al debito pubblico sono a turno travolti e assorbiti nel dissesto finanziario, coinvolgendo le altre nazioni, per cui risulta sempre più complicato adottare le politiche di “austerità” che mirano ad intensificare oltremisura la pressione fiscale e ad inasprire l’offensiva contro le tutele sociali del mondo del lavoro, al fine di sottrarre ingenti risorse dirottate verso il capitale bancario e finanziario, poiché una simile prospettiva comporta la dissoluzione definitiva di ogni intesa sociale, causando e autorizzando la sollevazione del popolo. 

Papandreu ha dovuto sottomettersi alle costrizioni delle oligarchie finanziarie e revocare il referendum appena poche ore dopo l’annuncio. Papandreou non è Lenin e non serviva una mente eccezionale per capirlo. Diversamente da Papandreou, Lenin avrebbe promosso il referendum dichiarando l’insolvenza del debito pubblico del suo Paese. D’altronde è esattamente ciò che fece nel 1917: denunciò il debito pubblico dell’impero zarista e promulgò un decreto che fece tremare il mondo, azzerando l’enorme debito accumulato dalla Russia nei confronti delle potenze occidentali. Invece Papandreou non ha affrontato la sfida, temendo che un default della Grecia avrebbe risucchiato nel baratro finanziario l’intera Europa: ha preferito demolire la democrazia piuttosto che contrastare ed eliminare l’accerchiamento usuraio del proprio popolo da parte del capitale finanziario. L’entità del debito pubblico greco è assai modesta, ma sufficiente a rompere i rapporti di forza vigenti negli assetti della finanza capitalista internazionale.

Salvare la Grecia è un’impresa già ardua per gli equilibri politici europei, ma salvare un mondo sull’orlo della bancarotta è un’impresa praticamente impossibile. In un sistema globale in cui si agita lo spauracchio della crisi e si pretende di usare l’arma del ricatto finanziario per costringere gli Stati nazionali a compiere scelte inique e impopolari, ogni governo rischia di trasformarsi in una mostruosa tirannide esercitata in nome delle banche, un abietto strumento di rapina ed estorsione che annienta ogni elemento di sovranità popolare. Solo pochi mesi fa la maggioranza degli Italiani non sapeva nemmeno che esistesse il Fondo Monetario Internazionale, mentre oggi lo scopre improvvisamente a tutela del Paese. Anche dopo l’imminente cacciata di Berlusconi il rapporto stretto con il FMI vincolerà l’azione dei futuri esecutivi nazionali. Nei periodi di assenza di credibilità e sovranità della politica, le tecnocrazie finanziarie hanno imposto direttamente i loro fiduciari alla guida di governi detti impropriamente “tecnici”. E’ già avvenuto in Italia negli anni ’90 con Ciampi, Dini, Amato. Accadrà di nuovo con Monti.

Chiudo con un episodio salito recentemente alla ribalta della cronaca, destando un certo scalpore: un negozio di gadget elettronici, situato nel centro di Roma, è stato assalito da un’enorme ressa di clienti attirati dall’offerta di prezzi stracciati. La notizia è la classica eccezione che conferma la regola, la riprova del delirio allucinante del capitalismo, una testimonianza ulteriore che certifica l’aberrazione consumistica di massa, una droga che procura demenza e assuefazione: chi non consuma, sprofonda in una crisi d’astinenza.


In e-mail il 7 Novembre 2011 dc:

Chi specula sulla crisi e perché

di Lucio Garofalo

Sarà l’effetto contagioso prodotto dal ghigno beffardo di Sarkozy, irriso a sua volta dalle smorfie buffe e canzonatorie di Ferrara, ma non si intravedono validi motivi per ridere.

Se qualcuno ha interesse a nascondere il capo sotto la sabbia, alla stregua degli struzzi, è padrone di farlo, ma se ne deve assumere ogni responsabilità politica e personale. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. E non addebiti ad altri colpe che sono proprie.

Analogamente, rispetto alle infamie che screditano l’Italia, è giusto additare al pubblico ludibrio qualche goliardico e disonorevole burlone (o buffone) che si autodefinisce “premier a tempo perso”, non il solito capro espiatorio dei “comunisti che infangano il proprio Paese”. E’ un alibi troppo comodo ed è un atto di grave disonestà intellettuale.

L’atteggiamento di chi persevera, con ottusa e colpevole ostinazione, nell’intento di negare l’evidenza della crisi, equivale a prolungarne e aggravarne gli strascichi dolorosi.

E’ indubbio che chi specula cinicamente sulle tragedie di una nazione può agire in mala fede affinché non si risolvano i problemi estirpandoli alla radice, per lucrare meglio.

Ma chi sta speculando sulla crisi del debito sovrano? Vediamo alcune ipotesi plausibili.

Tutti sanno che lo stato italiano detiene il controllo di grandi aziende pubbliche e dispone di quote azionarie consistenti di imprese private (si pensi a colossi come ENI, ENEL, ecc.), che sono bocconi assai appetitosi per il grande capitale multinazionale. Ma non tutti sanno che un’altra ricchezza economica è il vero, principale bersaglio dell’assalto speculativo messo in atto contro l’Italia, vale a dire le sue cospicue riserve auree, che ammontano a circa 2.451,80 tonnellate. Infatti, l’Italia possiede la terza maggior riserva d’oro al mondo, subito dopo gli Stati Uniti e la Germania. E non è poco.

Un’altra interpretazione potrebbe riguardare l’esistenza della moneta unica europea e le sue implicazioni più controverse. Non a caso, oggi è sotto attacco. Ma ciò che induce a riflettere è l’eccessivo allarmismo, fondato solo in parte, a cui stiamo assistendo.

Già in passato (si pensi, ad esempio, agli anni ’70) l’Italia ha conosciuto periodi di drammatica austerità e crisi economica, con un tasso di inflazione assai elevato, i BOT attesati oltre il 20% e lo spread, di cui all’epoca non si parlava, che aveva raggiunto cifre considerevoli. Il debito pubblico era già mostruoso, mentre il livello di crescita economica non ha mai oltrepassato il 3%. L’unica differenza era la presenza della lira al posto dell’euro, eppure non si è mai parlato di default. Cioè di fallimento di uno Stato.

Oggi i BTP sono al 6%, l’inflazione è sotto il 3%, e si paventa la bancarotta per l’Italia.

Ebbene, quale sarebbe la differenza? Qualcosa non convince e si avverte un intenso e micidiale odore di truffa. Una probabile spiegazione potrebbe essere che negli ultimi anni l’ascesa dell’euro abbia disturbato e minacciato lo strapotere del dollaro, per cui oggi l’euro è insidiato nei suoi “anelli più deboli”, vale a dire Grecia, Portogallo, Italia.

Non c’è dubbio che le analisi formulabili siano molteplici e forse controverse, magari complementari e integrabili tra loro, ma è altrettanto innegabile che sia in corso una spietata guerra monetaria tra il dollaro e l’euro. La crisi globale del capitalismo ha semplicemente acuito e accelerato le dinamiche conflittuali e le contraddizioni latenti.


In e-mail il 3 Novembre 2011 dc:

Lo spettro della democrazia spaventa i mercati

di Lucio Garofalo

All’indomani del crack finanziario del 2008 si levò un coro di voci “indignate” persino ai vertici delle più importanti istituzioni politiche mondiali (cito su tutti il presidente degli Usa) per reclamare interventi finalizzati a regolamentare e “moralizzare” i meccanismi della finanza globale, vista come “rea e perversa” e additata quale capro espiatorio.

Si invocarono varie misure tese ad arginare soprattutto il cinismo, la spregiudicatezza e la sfrenatezza dei mercati speculativi, introducendo imposte fiscali sulle rendite azionarie e sulle transazioni finanziarie. In altri termini, per impedire che le attività speculative continuassero ad attrarre plusvalore sottraendolo all’economia produttiva.

Sono passati tre anni, è in corso di svolgimento l’ennesimo summit mondiale (il G20 in Francia) e nessuna proposta politica degna di questo nome è stata mai adottata in tal senso. Né poteva essere altrimenti, considerando (appunto) le interferenze che le élite finanziarie sovranazionali sono in grado di esercitare, ricorrendo anche a mezzi spregiudicati e criminali, nei confronti delle autorità politiche ad ogni livello, limitando di fatto la sovranità e l’autonomia decisionale degli organismi eletti democraticamente.

Perciò, cianciare di “democrazia” quando questa forma di governo è destituita di ogni legittimità e ogni fondamento, non ha più molto senso. O, per meglio dire, ha senso solo se si intende rilanciare e rinvigorire il funzionamento della democrazia ripartendo dal basso, ossia promuovendo le forme e i canali della partecipazione diretta e popolare.

A tale proposito, le reazioni di panico e di feroce ostilità che le tecnocrazie europee e le oligarchie finanziarie hanno manifestato apertamente nei confronti della proposta, assolutamente legittima, avanzata dal premier George Papandreou di indire in Grecia un referendum popolare, attestano in modo inequivocabile, casomai servissero ulteriori conferme, che la democrazia è assolutamente incompatibile con il sistema capitalista.

Per rendersene conto basta leggere la dichiarazione dell’agenzia di rating Fitch: “Il referendum greco dice Fitch - mette a repentaglio la stabilità e la vitalità stessa dell’euro”. Non occorre aggiungere altre parole per commentare una simile posizione.

Ma cos’è accaduto in Grecia? Forse Papandreou si è ricordato improvvisamente di essere di sinistra? O, come è più facile immaginare, l’ondata di scioperi e le rivolte sociali sempre più estese e partecipate, le tenaci proteste popolari che hanno infiammato le città greche, a cominciare dalla capitale Atene, hanno sortito un effetto persuasivo?

E’ inutile supporre quale potrebbe essere l’esito del voto referendario, a dir poco scontato: il popolo greco si pronuncerà molto probabilmente contro le misure draconiane imposte dall’alto, provocando di conseguenza l’uscita della Grecia dall’euro.

Al di là delle ipotesi sul referendum in Grecia, la questione di fondo è costituita dal diritto all’autodeterminazione dei popoli, un principio inalienabile che ispira da sempre la cultura liberale e legittima il criterio della sovranità popolare che è alla base delle democrazie moderne. Un principio che oggi è gravemente insidiato e calpestato dalle tentazioni oligarchiche e tecnocratiche insite nella natura illiberale del capitalismo.

Se questa crisi ha un  merito, consiste nell’aver messo a nudo le insanabili contraddizioni del sistema capitalista, rivelando la sua matrice autoritaria e antidemocratica, che è incompatibile con la sovranità popolare e con qualsiasi forma di governo democratico.


In e-mail il 30 Ottobre 2011 dc:

Come volevasi dimostrare

di Lucio Garofalo

Anche l’ultimo vertice europeo, quello in cui il “premier a tempo perso” è stato sottoposto ad una sorta di “esame di riparazione”, ha ribadito esplicitamente le ricette di austerità economica a senso unico, calate dall’alto dalla Banca Centrale Europea.

In altri termini, i summit non fanno che confermare e rafforzare i timori della “vigilia”, cioè l’idea che a pagare la crisi saranno sempre e solo coloro che non l’hanno provocata.

Si tratta di un’impostazione violenta e ricattatoria, che si traduce in una serie di provvedimenti draconiani prescritti in modo verticistico e coercitivo, ad esclusivo interesse del sistema bancario e finanziario europeo. La linea sposata dalla BCE, accolta in modo supino e subalterno dai governi europei, non è affatto risolutiva dei problemi che stanno per esplodere. Al contrario, è una visione autoritaria che rischia di peggiorare ulteriormente gli sviluppi drammatici e depressivi della crisi in atto, che potrebbe degenerare in una spaventosa recessione. Le cui conseguenze si abbatteranno ciecamente su chi finora ha scontato la gravità della situazione, vale a dire i lavoratori del sistema produttivo, i pensionati, i giovani (e meno giovani) precari, i ceti “medi”.

Una “soluzione” che non risolve nulla, anzi aggrava il problema che dice di voler debellare, è come una terapia errata che rischia di essere peggiore del male stesso. Le direttive imposte dalla BCE, a cui soggiacciono passivamente i capi di Stato europei, sono inaccettabili nella misura in cui esautorano, o comprimono drasticamente, la sovranità politica da cui discende l’autorità dei singoli governi e Parlamenti nazionali, ma sono soprattutto una spada di Damocle, una clava usata contro la civiltà dei popoli europei, per annichilire definitivamente i diritti democratici e le tutele sociali conquistate con grande spirito di sacrificio e con tenacia dalle generazioni precedenti.

Parimenti il cosiddetto “fondo salva-Stati” si iscrive in una logica ultraliberista e tecnocratica, muovendosi in una direzione a dir poco illegittima e controversa, che travalica i confini di ogni ragionevole buon senso. E’ una piattaforma economica di fatto criminale, nella misura in cui è propensa a varare e autorizzare una serie di manovre estremamente ingiuste e dolorose per chi versa già in condizioni di grave sofferenza.

Mentre si decide di salvare e consolidare i capitali delle banche, nel contempo si invocano e si prospettano misure impopolari tese ad inasprire le condizioni di vita dei lavoratori, facilitando la libertà di licenziare, che in tempi di crisi economica equivale ad una sorta di “licenza di uccidere”, imponendo aumenti brutali dell’età pensionabile, aggravando il livello già insopportabile di liberalizzazione (cioè precarizzazione) del mercato del lavoro, aggiungendo altri oneri e sacrifici alle fasce più deboli della società.

A tale riguardo i sindacati dei lavoratori sono già sul piede di guerra, e non poteva essere altrimenti. Per tali prese di posizione sono tacciati d’essere “antiquati” e “ottocenteschi”, ma è il capitale ad attestarsi su schemi o atteggiamenti da vecchi padroni delle ferriere. Il capitalismo è ancora l’unica forza materiale che nell’epoca contemporanea persevera nella lotta di classe, nella misura in cui prosegue con ottusa ostinazione ad applicare nella pratica i principi “ottocenteschi” della lotta di classe, conducendo una spietata guerra globale contro il mondo del lavoro produttivo e sociale.

Bisogna smascherare e denunciare la vera violenza, che è quella del capitalismo, un raffinato meccanismo di oppressione e di sfruttamento votato al collasso generale dell’economia, della società e della cultura. Un sistema di potere che, agitando lo spauracchio della crisi, intende costringere la gente, i lavoratori che stentano ad affrontare le difficoltà quotidiane, a rinchiudersi in uno stato di paura e rassegnazione.

Di fronte alla minaccia di una recessione non si può essere settari o succubi verso una fazione, in un teatrino schiacciato sul dualismo tra berlusconiani e antiberlusconiani. Occorre sottrarsi al ricatto imposto negli ultimi anni da una falsa dialettica democratica, ormai logora, che ha avvelenato il clima politico in Italia. Una pseudo contrapposizione che ha appiattito il livello del dibattito politico e culturale, alterando la percezione della realtà e delle sue priorità vere. Non è un caso che su temi di importanza cruciale per i centri del potere, si registri spesso e volentieri una sorta di complicità, una coincidenza di intenti tra “destra berlusconiana” e finta “sinistra antiberlusconiana”.

Si sa che il diavolo si annida sempre nei dettagli. Infatti, è da notare come su alcune questioni si formino ampie convergenze di posizione all’interno del Parlamento. Ad esempio, merita di essere letta e sottolineata questa “diabolica” concordanza tra “destra” e “sinistra”, nella fattispecie tra Berlusconi e Ichino, esponente del PD: “E se ora - ha scritto Berlusconi sul Foglio di Ferrara - il governo si propone di intervenire sui contratti di lavoro, seguendo la strada indicata dal disegno di legge presentato dal senatore dell’opposizione Pietro Ichino, è solo per aumentare la competitività del Paese, aprire nuovi spazi occupazionali per le donne e per i giovani, e garantire a chi perde il lavoro l’aiuto della cassa integrazione per trovare una nuova occupazione”.

Occorre demistificare i falsi stereotipi e i luoghi comuni che circolano in quanto diffusi dai media ufficiali che contribuiscono ad alimentare una propaganda ideologica capziosa e strumentale. Il fulcro che sta all’origine della crisi economica, che è sistemica e di portata globale, non è costituito dai licenziamenti più o meno facili, tantomeno dalla normativa vigente che regola i rapporti di lavoro, ma consiste nel fatto che, tanto per citare un esempio concreto, i magazzini sono pieni di merci invendute, dunque risiede nel crollo dei consumi di massa e nella sovrapproduzione accumulatasi negli ultimi anni.

Una politica economica ottusa e avventata, che comporta un ulteriore indebolimento dei redditi da lavoro, è inevitabilmente destinata a provocare un calo verticale dei consumi, innescando un circolo vizioso che rischia di alimentare e procrastinare la recessione.

I processi storici sono difficilmente reversibili. Dalla crisi in atto non è possibile uscire con soluzioni adottate all’interno del quadro capitalistico. Finora il capitalismo è caduto in crisi per causa propria, ma inizia ad affacciarsi tra la gente (non solo tra gli Indignati) l’ipotesi che esso possa non essere l’unico modo per organizzare i rapporti economici e sociali e possa esistere un’alternativa storica credibile e praticabile, oltre che urgente.


Islanda,

quando il popolo sconfigge l'economia globale

Bellissimo articolo di Andrea Degl'Innocenti del 13 Luglio 2011 dc, tratto dal giornale web IL CAMBIAMENTO, e tradotto in audio, sulla rivoluzione silenziosa islandese. L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

Altro video da Youtube

 


Mi scuso con Giorgio Pagano: gli ho chiesto io il materiale su questa iniziativa conosciuta attraverso Facebook, poi non sono riuscito a pubblicarla sul sito prima della data interessata. La pubblico ora, 29 Maggio 2011, per cercare di diffonderne le tematiche:

To give millions a knowledge of english is to enslave them.
Dare a milioni una conoscenza dell'inglese equivale a schiavizzarli.
Gandhi 1908

Manifestazione nazionale
Per la democrazia linguistica, contro l'occupazione inglese dell'Italia e del mondo.
Roma, Via di Torre Argentina 76, Sabato 28 maggio 2011, ore 15.

Programma:
 
Ore 15 Assemblea nazionale, in diretta con Radio Radicale, con intervento di apertura di uno dei massimi esperti al mondo di colonizzazione linguistica, il Prof. Robert Phillipson "L'imperialismo linguistico continua";
Ore 17 partenza del Corteo in fila indiana lungo Largo Arenula e prosecuzione per Viale Trastevere fino al Ministero della Pubblica Istruzione.
Mentre la Gran Bretagna ha abolito dal 2004 l'obbligo dello studio di una qualsiasi lingua straniera:
segnalano inequivocabilmente non solo l'accerchiamento finale e l'ineluttabile fine della seconda lingua comunitaria ma, anche, la progressiva marginalizzazione del cemento linguistico del Paese: la lingua italiana.
La colonizzazione linguistica inglese costa agli italiani oltre 60 miliardi di Euro l'anno e ai Paesi Ue nel loro complesso 350 miliardi di euro l'anno, mentre la Gran Bretagna ne risparmia circa 18 di miliardi annui avendo abolito l'insegnamento della lingua straniera dal 2004. Oggi il genocidio linguistico-culturale è la nuova frontiera nella distruzione dei popoli e, in Europa, costituisce il pieno asservimento al mercato anglo-americano di mezzo miliardo di europei. 
È importante quindi partecipare alla manifestazione del 28 maggio.
Preannuncia subito la tua partecipazione compilando il modulo questo indirizzo:
http://www.eraonlus.it/modulo.html
Qui potrai trovare videoregistrata l'assemblea per salvare la seconda lingua comunitaria fatta nel 2009:
http://www.radioradicale.it/scheda/273359/salviamo-la-seconda-lingua-comunitaria-assemblea-nazionale-dellesperanto-radikala-asocio-era
http://www.esperanto.tv/video/salviamo-la-seconda-lingua-comunitaria-assemblea-nazionale-dellera-2222009
Cordialissimi saluti e, chiedendoti un sostegno anche con il 5 per 1000 della tua dichiarazione dei redditi, a rivederci sabato 28 maggio alle 15!
Giorgio Pagano
(Segretario ERA onlus)
Tel. 0668.97.97.97 Cell. 3477608756 Fax 0623312033 http://www.facebook.com/eraonlus  info@democrazialinguistica.it 
 
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In e-mail il 13 Maggio 2011 dc:

Via la Moratti da Milano!
Via Berlusconi dal governo!

Brevi note e strumenti per intervenire sulle ultime vicende della campagna elettorale

La nostra Associazione, salvo in casi che riteniamo eccezionali, non è solita dare indicazioni di voto, dato che condividiamo le analisi, le valutazioni e le indicazioni di coloro che sostengono che non sono certo le elezioni in grado di cambiare le stato di cose presenti, bensì l'organizzazione e la lotta di classe coerente contro il sistema capitalistico e lo Stato borghese che lo rappresenta. Questo ragionamento vale ancora di più quando si tratta di elezioni amministrative.

Quelle che si terranno a Milano e in altre centinaia di città e paesi stanno assumendo però una valenza politica particolare, soprattutto a seguito della volgarità vomitevole e dell'aggressività bavosa che individui come Berlusconi, La Russa, Santanché, Moratti e tanti altri provocatori mediatici come Stracquadanio e la sua amica Majolo praticano contro le formazioni avversarie, seppur poco alternative e sempre più moderate.

In queste vicende un altro aspetto che sconcerta è l'inadeguata e, a volte, difensiva risposta a quella sorta di associazione a delinquere con finalità di creare confusione e distogliere l'attenzione della gente dai problemi reali (salari sempre più bassi, sanità sempre più cara, trasporti inadeguati, città sempre più invivibili, spreco di soldi per le guerre che il governo sostiene, aumento ingiustificato della benzina e di tutti gli altri prezzi ecc.)

Un esempio di questa inadeguatezza colpevole dell'opposizione è il modo flebile e "composto" con cui ha reagito e sta reagendo di fronte alla provocatoria menzogna della Moratti contro il candidato sindaco di centro-sinistra Pisapia.

Perché non si è ricordato e denunciato con sufficiente forza la presenza di individui legati alla destra radicale eversiva e fascista e alla criminalità organizzata dentro le liste del Pdl ( vedi Napoli e Milano)?

Perché non si è denunciato con più determinazione e costantemente la presenza nel governo di individui già condannati o indagati per reati legati al patrimonio e per l'appartenenza alla malavita organizzata (es. il nuovo ministro dell'agricoltura recentemente comprato da Berlusconi)?

Perché non si è costantemente denunciata la presenza enorme della n'drangheta in Lombardia, dove non c'è appalto o discarica in cui, in un modo o nell'altro, non c'è la sua influenza?

Perché non si "martella" quotidianamente denunciando il livello mediocre del personale politico del Pdl, che magari ricopre importanti incarichi governativi o sottogovernativi e contribuisce con Tremonti a portare nel baratro la classe lavoratrice ( Santanché, Brambilla, Gelmini ecc...)?

Perché lo studio Pisapia non rinuncia alla difesa di imprese criminali che hanno causato la morte per amianto di decine di persone? Non sarebbe un bel segnale di "glasnost" Giuliano?

Perché non si rilancia politicamente denunciando, per esempio, lo strategico trasformismo impunito di elementi come la Majolo? Da il Manifesto (nel quale si occupava di cronaca giudiziaria) passa attraverso una formazione vicina ai radicali transitando poi in Rifondazione Comunista, dove sciaguratamente viene eletta deputata, per approdare successivamente (non si sa come...) in casa Berlusconi che la fa rieleggere deputata nonché presidente della Commissione Giustizia, mentre la sorella (della Majolo) viene fatta eleggere in Consiglio Regionale della Lombardia per lo stesso partito, ovviamente (lei che non aveva mai fatto politica). Ma il curriculum di questo elemento non finisce qui: fa l'assessore prima a Milano, dove viene cacciata dalla Moratti, poi a Buccinasco, uno dei centri dell'hinterland maggiormente pervasi dalla n'drangheta, ma nel 2010 esce (o meglio finge di uscire) dal Pdl per aderire alla scissione di Fini. Dopo pochissimo tempo si allontana nei fatti anche da questa area per collaborare attivamente con l'associazione che ha fatto affiggere i manifesti anti-Procura. Riprende, cioè, la sua forsennata e ossessiva attività contro i giudici che ha contraddistinto la sua squallida vita politica, rivendicando, di fatto, la correttezza politica del manifesto incriminato.

Si sa, lei di magistrati e di come schizzare fango se ne intende, basti pensare alle sue frequentazioni (?!) di quando era cronista de il Manifesto e alla sua partecipazione ad una cena con Alessandrini, Toni Negri ed un altro magistrato.

L'entourage di Pisapia e alcuni quotidiani si domandano da dove può essere venuta l'idea di mestare nel passato di Pisapia. Credo che alcuni dati qui forniti possano facilitare tale ricerca, o no?

Perché Pisapia ed il suo staff non hanno usato almeno alcuni di questi argomenti, e ce ne sono tanti altri non citati, per contrastare il berlusconismo milanese e non solo, visto che questa area politica fa del killeraggio mediatico la sua arma principale?

La risposta a queste domande retoriche è forse più semplice di quanto si pensi: manca la volontà e la capacità politica, di fatto i programmi perseguono gli stessi obiettivi strategici, vedi Expo, e gli interessi che i due schieramenti rappresentano sono sostanzialmente gli stessi e, quindi, non si possono combattere tra di loro con la decisione e la forza che almeno l'elettorato di sinistra si aspetta da parte di chi li vorrebbe rappresentare.

COMUNQUE BERLUSCONI E MORATTI SARANNO CACCIATI DALLA LOTTA DI MASSA ESTESA E GENERALIZZATA.

Milano, 12 maggio 2011

Giorgio Riboldi

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In e-mail il 2 Maggio 2011 dc:

Considerazioni inattuali n. 28 2 maggio 2011

LELIMINAZIONE DI BIN LADEN,

INDISCUTIBILE ANCHE SE TARDIVO SUCCESSO USA, NON PRELUDE A IMMEDIATE RAPPRESAGLIE DI AL QUAEDA, MA NON RIDURRà LA RESISTENZA VIOLENTA DELL’ESTREMISMO ISLAMICO ALLA PRESENZA MILITARE DEGLI STATI UNITI NEL MONDO MUSULMANO. 

di Lucio Manisco

L’uccisione di Bin Laden ad opera della CIA e dei “Seabees” rappresenta indubbiamente un successo della cosiddetta guerra al terrorismo condotta nell’ultimo decennio dagli Stati Uniti in Medio Oriente, in Asia, in Africa ed in altre parti del mondo. Il costo in vite umane è stato enorme, la destabilizzazione e la devastazione prodotte da due guerre contro due paesi che poco o nulla avevano avuto a che fare con l’attacco alle Due Torri sono state e continuano ad essere inaccettabili anche e soprattutto se comparate agli esigui risultati conseguiti.

Esistono infine tutti i motivi per ritenere che la resistenza violenta e sanguinosa del mondo musulmano alla presenza militare del Grande Impero d’Occidente non cesserà con la scomparsa di un personaggio simbolo di questa resistenza. Non ci saranno probabilmente quelle rappresaglie immediate anticipate all’unisono dai Governi occidentali interessati per ragioni economiche e di politica interna a mantenere alto il livello di guardia ed a limitare i diritti civili e le libertà dei loro popoli: continuerà al tempo stesso la loro politica dei due pesi e delle due misure per contrastare e ingabbiare la protesta della primavera araba su cui Bin Laden e la galassia di Al Quaeda non avevano finora esercitato influenza alcuna.

Altre considerazioni sia pure preliminari sono inevitabili su quanto ufficialmente reso noto dal presidente Obama e dagli esponenti governativi a Washington sull’uccisione di Osama Bin Laden perché la versione fornita è piena di buchi come una forma di groviera. Anche se disdicevole data la drammaticità dell’episodio è inevitabile pensare ad un’arcinota barzelletta napoletana, quella dell’agente segreto che si presenta al portiere di un edificio con la battuta in codice “La primavera è arrivata” e riceve come risposta: “se vuie cercate il sarto, lo spione, chillo abita al secondo piano”.

È difficile pensare che un comprensorio di lusso cintato da alte mura costruito nel 2005 nel quartiere residenziale di Abbotabad (una città di 550.000 abitanti vicina alla capitale Islamabad) ed a poche centinaia di metri dalla principale accademia militare delle forze armate pachistane, non abbia attratto l’attenzione dei vicini sul suo misterioso inquilino. E’ difficile pensare che i servizi segreti dell’ISI non conoscessero l’identità dell’ospite e non ne avessero tutelato la sicurezza. Ed è semplicemente incomprensibile come gli agenti della CIA abbiano impiegato cinque o sei anni per scoprire che quell’inquilino era l’uomo più ricercato del mondo, Osama Bin Laden, mentre l’aviazione USA e i suoi “droni” continuavano a bombardare una catena montana a 150 chilimetri di distanza ed a fare centinaia di vittime tra la popolazione civile nella speranza di colpire l’inafferrabile primula rossa. Poi c’è la storia del corriere oggetto di una confessione estratta con la tortura da un prigioniero a Guantanamo (il che giustificherebbe l’esistenza del “lager” a Cuba), una storia contraddetta dall’altra versione secondo cui sarebbe stato quello stesso corriere meno di due mesi fa ad esporsi proteggendo un collega indonesiano catturato in un ufficio postale di Abbotabad. E si può credere alla sepoltura in mare della salma quattro ore dopo l’incursione dei “seabees” ed una sommaria identificazione tramite il DNA?

Nessun dubbio che l’ucciso sia effettivamente in Laden e che l’evento porti ad una crisi irreparabile tra Washington e Islamabad, con la sospensione di aiuti economici ammontanti ad un miliardo di dollari l’anno e l’abbandono di un altro piano quinquennale che sarebbe costato al contribuente americano altri cinque miliardi e mezzo di dollari.

E la storia continua…

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In e-mail l'1 Maggio 2011 dc.

La beatificazione di Wojtyla e la teocrazia di Ratzinger

di Lucio Garofalo

Dopo la proclamazione a beato di Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, non mi azzardo ad entrare nel merito specifico della causa di “beatificazione” poiché non dispongo di adeguate competenze su un argomento così ostico. Mi preme invece, esporre un giudizio storico sulla figura e sull’opera, senza dubbio vasta, articolata e complessa, di uno dei papi più longevi, controversi ed influenti nella storia della curia pontificia.

Di fronte all’imponente e insistente campagna di esaltazione mediatica condotta a reti unificate, confesso di aver provato un senso di fastidio. Ho avvertito l’impressione di un salto temporale a ritroso che ci ha trasportati all’epoca dello Stato pontificio e del papa-re. Non intendo sfidare l’ira cattolico-nazionale, ma vorrei provare ad esprimere un’opinione difforme rispetto al vento di conformismo neoguelfo che si respira sul fronte mediatico. In effetti, un papa che sin dall’avvio del suo pontificato ha rivelato notevoli e sorprendenti abilità nell’usare il potere dei media, si è confermato tale anche post mortem, quando gli è stata tributata un’apoteosi planetaria. Abbiamo assistito ad uno spettacolo di ipocrisia mediatica e mistificazione storica, ad una sbornia apologetica e filo-clericale, ad un martellante bombardamento volto a santificare ed osannare la figura del papa, vanificando ogni tentativo di analisi critica aperta e sincera. In un clima di fanatismo è quasi impossibile formulare una valutazione seria, onesta ed imparziale.

Bisogna analizzare con attenzione e senso critico i “successi” storici di Wojtyla. Il quale, almeno nelle enunciazioni di principio, seppe ergersi a paladino della “pace universale” in un momento difficile come il 1991, durante la prima guerra nel Golfo persico, quando le parole di aperta condanna del papa si imposero come una delle poche voci contrarie al conflitto, quando non era ancora apparso il movimento no-global, protagonista da Seattle in poi. Tuttavia, mentre il pontefice esecrava la guerra in Iraq, alcune banche cattoliche, ribattezzate non a caso “banche armate”, finanziavano (e finanziano tuttora) l’esportazione di armamenti che sono all’origine dei numerosi conflitti nel mondo. Non bisogna dimenticare che il 1991 fu l’anno in cui, dopo la caduta del muro di Berlino e dei regimi incancreniti e burocratici dell’Est europeo, si affermò il “nuovo ordine mondiale”, un assetto unipolare del mondo imperniato sulla superpotenza statunitense, un sistema imperiale che consacrò l’ascesa dei dogmi neoliberisti del “pensiero unico” e della “fine della storia”. Nessuno dubita che il pontificato di Giovanni Paolo II sia stato segnato da eventi epocali come il crollo del “socialismo reale”, alla cui causa ha fornito un apporto ideologico importante proprio Wojtyla, che nel contempo non ha lesinato critiche al cinismo immorale del mercantilismo, deplorando l’arroganza e l’ingerenza del capitalismo in una fase espansiva dell’economia di mercato. Ma un bilancio obiettivo e sereno sul suo pontificato non può ignorare la cifra ambigua che affiora da alcuni comportamenti e scelte del papa, ben sapendo che la sua voce è stata recepita soprattutto dalle masse dei dannati e diseredati che vivono nei continenti più poveri come l’Africa, non dai potenti che al suo funerale hanno versato lacrime di coccodrillo.

Eletto papa nel 1978, Wojtyła favorì l’ascesa dell’Opus Dei, una congrega occulta condannata dalla chiesa stessa, assegnandole ufficialmente un’autonomia giuridica nella Chiesa. L’Opus Dei, detta anche Octopus Dei, “la piovra di Dio”, con un richiamo esplicito alla sua struttura mafiosa, controlla una catena mondiale di banche e di aziende. Il fondatore dell'Opus Dei, José María Escrivá de Balaguer, fu consigliere del dittatore spagnolo Francisco Franco, fu proclamato beato nel 1992 e canonizzato nel 2002 proprio da Wojtyła. Un papa che non ha esitato a stringere la mano di un boia come Pinochet durante la visita in Cile nel 1987, che ha condannato la “Teologia della Liberazione”, l’unico serio e credibile movimento di militanza cattolica a favore della libertà e della giustizia sociale dei popoli oppressi dalle dittature in America Latina. Un papa che ha coperto le responsabilità vaticane nello scandalo del Banco Ambrosiano, in particolare del cardinale Paul Marcinkus, presidente dello IOR, la potente banca vaticana che il predecessore di Wojtyla, papa Luciani, in arte Giovanni Paolo I, aveva programmato di riformare, così come aveva in mente di aprire ufficialmente la Chiesa all’uso dei contraccettivi. Quando nel 1983 Marcinkus fu condannato per bancarotta fraudolenta e istigazione all’omicidio nel caso Ambrosiano, Giovanni Paolo II permise al reo di fuggire negli Usa e restarvi fino alla morte nel 1992. Inoltre, Wojtyla indignò l’opinione pubblica mondiale quando rifiutò di ricevere Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace per aver dedicato la sua vita alla lotta per i diritti degli indios messicani.

Insomma, Giovanni Paolo II è stato il monarca dell’unica autocrazia feudale e l’unica gerarchia piramidale tuttora esistente al mondo. Un regno scandito da decisioni equivoche e contrastanti. Sul piano della politica “estera” l’opera del papa è stata ispirata nelle dichiarazioni ufficiali da ideali evangelici, ma al di là delle chiacchiere menzognere e strumentali è stata discutibile, come sul fronte interno l’azione pontificia ha sancito in modo assolutistico e dogmatico posizioni di conservazione nel campo dei diritti al divorzio e all’aborto, in materia di costumi sessuali che sono abitudini interiorizzate dalla coscienza di milioni di donne e uomini che vivono nel mondo occidentale e professano una fede cattolica. E’ innegabile che su temi di enorme rilevanza etica e civile, la linea della chiesa governata da Wojtyla sia stata apertamente miope ed incapace di adeguarsi alla realtà secolare dei costumi odierni. Giovanni Paolo II si è dimostrato tanto fermo e perentorio nell’escludere le donne dal sacerdozio quanto deciso a scagliarsi contro la contraccezione e l’uso del profilattico. Questa crociata ha coinciso con l’incremento esponenziale dei decessi per Aids nel mondo, specie in Africa.

Non si può fingere di non vedere le attuali posizioni del Vaticano e del clero contro-riformatore e preconciliare, il cui peso si estrinseca in termini di arroganza e di fariseismo che tradiscono rigurgiti neoguelfi ed attestano un processo di egemonia e di restaurazione clericale che sono tendenze intrinseche alla storia, alla cultura e alla società italiane. Un blocco di fattori politici e culturali hanno causato la resa della laicità e della democrazia nel nostro Paese, riconsegnato, semmai si fosse affrancato, nelle mani di una teocrazia cattolico-integralista il cui despota è Ratzinger, la mente strategica della reazione clericale. È innegabile che l’avvento di Ratzinger ci abbia consegnato un papa oscurantista e retrogrado. I politici di professione, con ambizioni di carriera, rinunciano o esitano a fare simili affermazioni per non urtare la suscettibilità delle gerarchie ecclesiastiche e non perdere i consensi elettorali. Ma chi non persegue scopi elettorali sarebbe ipocrita se non denunciasse quella che è una realtà evidente, cioè che in Italia si è verificato un profondo regresso socio-culturale in senso illiberale. Non ha senso accettare, in nome di una democrazia bigotta, la sovranità e la volontà del popolo italiano, poiché questo non ha mai avuto l’occasione di manifestarsi liberamente avendo subito ingerenze che ne hanno condizionato o impedito il libero arbitrio, a causa di un regime che non è mai morto ed oggi è più forte e radicato rispetto al passato. Il potere clerico-fascista è risorto (semmai fosse defunto) più intollerante e arrogante che mai. Si avvalora un dato storico già sancito da Gramsci e ribadito da Pasolini: in Italia la sinistra laica, democratica e progressista è politicamente minoritaria. Non a caso, per vincere le elezioni e battere una destra filo-clericale, populista e reazionaria, la sinistra è costretta a stringere alleanze con una parte del centro e dei cattolici moderati.

www.luciomanisco.com


In e-mail, come inoltro, il 5 Aprile 2011 dc:

Poiché in questo testo si viola un buon numero di articoli del Codice (dalla diffamazione a mezzo stampa all'incitamento a impiccare si può immaginare chi), nel momento in cui mi accingo anch'io (oltre a Pino Bertelli) ad aiutare il novello Spartaco per farlo circolare, dichiaro di assumermi la corresponsabilità (penale, ovviamente) per tutto ciò che vi è scritto. Spero solo che ci mettano nella stessa cella o almeno in celle contigue, in modo da tirar insieme sassi alla luna, come viene detto teneramente alla fine di questo antipanegirico.

Una richiesta, caro Spartaco, però voglio fartela a nome di vari altri compagni e compagne: a quando un tuo Elogio dell'Imbecille di sinistra? Mi riferisco a quella strana figura antropologica (il BES, il Buon elettore di sinistra, come fu definito in uno dei primi libri della collana Utopia rossa) che ha fatto di tutto per spianare la strada all'Imbecille di destra (dall'interno o dall'esterno del governo), mentre si sgolava a parlarne male.

Nel caso, mi assumerei la corresponsabilità anche di questo secondo antipanegirico, sperando sempre in una comunanza cellulare (e qui può affiorare un terzo tipo di Imbecille, né di destra né di sinistra, che penserà subito a un nuovo modello di telefonino...).

Affinché non si levi un movimento di popolo a dichiarare corresponsabilità con l'Antimbecille di Spartaco, ricordo lo stato di penoso sovraffollamento in cui versano i carceri italiani...

Invito a leggere, a pubblicare e a far circolare questo testo inviato da Spartaco a Pino Bertelli e da Pino a me, nel quadro delle celebrazioni per il 2525° anniversario dell'epico gesto di Armodio e Aristogitone.

(r.m.)

Riceviamo e volentieri allarghiamo la diffusione di questa favola veridica di un imbecille che si fece primo ministro di un Paese di voltagabbana... chi è fornito di una salutare ironia o intelligenza belligerante potrà comprendere le metafore in modo appropriato... la pregevolezza del testo contiene il delitto di indiscrezione... tuttavia per chi scrive a un certo grado di qualità il disprezzo contro ogni forma di potere  è qualcosa di raffinato che ispira rispetto e dignità... questa forse è la ragione per cui solo i pazzi, i poeti o i bambini vanno presi in considerazione... il sorriso scanzonatorio che fuoriesce da questa favola passa di smarrimento in smarrimento e mostra che non è grazie alla politica, ma alla sofferenza,  e solo grazie ad essa, che la facciamo finita di essere marionette legate ai fili di un burattinaio senza nessuna qualità... la fine dello spaventamento è nella nascita dello stupore e della meraviglia troppo a lungo calpestate...

Pino Bertelli

Elogio dell'imbecille

che si fece primo ministro

Favola veridica di un burattinaio ai tempi della società dello spettacolo

di Spartaco

A mia nonna partigiana,
perché mi ha insegnato a non baciare mai la mano ai padroni o ai preti,
semmai bisogna prenderli a calci in culo e brindare sulle loro zucche rotte...
per ritrovare il rispetto e la dignità che ogni uomo e ogni donna si meritano...

Volevo scrostare le pareti del traballante edificio della giustizia
e mi sono accorto che era meglio buttarlo giù e — al di là del pregiudizio, della colpevolezza,
del merito, del demerito, della pena — ricostruirlo su relazioni che siano
quelle di un senso umano finalmente privilegiato... lo Stato è niente, noi siamo tutto!”.

Raoul Vaneigem


Elogio dell’imbecille che si fece primo ministro.

C’era una volta e una volta non c’era... un burattinaio che ai tempi della società dello spettacolo riuscì a farsi credere l’ultimo dei profeti di una casta che fece del profitto indiscriminato e dell’appropriazione indebita la sua fortuna e quella dei burattini che si abbeveravano ai liquami della sua vanesia cialtroneria...l’imbecille con la faccia da piazzista di apparecchi televisivi si trasformò in vorace palazzinaro alle porte del feudo di Milano... s’infiltrò alla corte di un bestione con il garofano rosso in mano, prese la tessera della P2, si pregiò pubblicamente di connivenze con la mafia, divenne capo del consiglio di un parlamento di figli di troia, stupratore di minorenni e instaurò un impietoso regime neo-fascista nel Paese dei coglioni (specie di sinistra) che lo amarono come presidente di una squadra di calcio, lo servirono come padrone di giornali e televisioni a dire poco idioti e si genuflessero fino alla prostrazione come elettori. Vi è dell’imbecille in chiunque trionfi in qualsiasi campo della società spettacolare.

L’imbecille non diventò mai principe, restò sempre un imbecille incensato dai partiti di opposizione, dalla chiesa, dai vassalli addomesticati (per mezzo della dittatura dei media) che gli conferirono il consenso e il successo... al mercato del tempio comprava i voti dei farisei/parlamentari allo stesso modo che comprava la dignità delle puttane di strada o d’alto bordo, da magnaccia di bassa lega, nemmeno capace di metterlo nel culo a qualcuno senza un filo di grazia... si vedeva che era un ignorante che parlava milanese e non conosceva la bellezza amorosa, insolente, libertaria dei grandi filosofi libertini, ma praticava solo la pornografia delinquenziale... insieme a marchettari/burattini cresciuti nel teatrino televisivo dell’indecenza... suscitava fascino e repellenza, un farabutto da non rimpiangere, semmai da eliminare all’istante o poco dopo un suo qualsiasi discorso sul popolo e sulla libertà.

Era l’imbecille più ricco del Paese dei tarocchi, divorato dalla nostalgia di ascendere al trono del Paradiso, senza avere avuto una sola contaminazione purulenta di vera fede... voleva anche salire alla presidenza di quel Paese di voltagabbana che lo sostennero in tutta la sua carriera politica e nella gestione totalitaria del malaffare... insieme alla sua cosca di bravacci allevati alle rapine, saccheggi, violenze inaudite a danno di chi non aveva voce, ammucchiava i tesori (insieme ai magi della finanza pubblica e privata) nei conti segreti delle banche internazionali... intrepido smantellatore di fabbriche da delocalizzare, esperto in espropriazioni di fondi per i terremotati, trafficante di armi in guerre umanitarie... inquisitore maldestro di operai, disoccupati, precari e delle giovani generazioni in rivolta che chiedevano il diritto di avere diritti e un’esistenza più giusta e più umana... il burattinaio trascorse un’intera vita baciata dall’ottimismo, senza sapere che l’ottimismo, come è noto, è una patologia degli imbecilli in agonia.

Alcuni uomini togati dell’epoca, ma senza cappuccio, forse... cercarono di processarlo, buttarlo in galera insieme alle sue famiglie, le sue puttane, i suoi servi sciocchi e anche i suoi cani da cortile mediatico... l’imbecille con la bandana da pirata che cantava canzoni napoletane da ritardati mentali (scritte da lui medesimo e da un altro deficiente)... la fece franca per molte lune... i senatori, i deputati , i papponi (compresi quelli non meno cretini della sinistra) del Paese degli stupidi che volavano come le oche, a colpi di euro e posti di potere, votarono leggi di protezione a persona e con la disinvoltura degli struzzi nelle camere del governo, lo eressero a simulacro (intoccabile) dell’efficienza dei tagliagole.

L’imbecille che si fece primo ministro non faceva mistero di essere complice di crimini contro l’umanità commessi insieme ai compari/amici di bagordi (dittatori sovietici, africani, cinesi o mafiosi italo-americani)... bisognerebbe essere fuori dalla realtà come un politico di professione o come un idiota per credere che le bande criminali che albergano nei parlamenti possano occuparsi del bene comune... non abbiamo incontrato una sola persona disturbata che non sia stata in adorazione di questo imbecille.

Non c’è Elogio della follia che tenga... al quale questo nano di fogna diceva di ispirarsi... Erasmo da Rotterdam (1466 o 1469 — 1536) era un gigante della politica eversiva (contro la demenza del mondo), questo barbaro con la protervia da nazista in gita, sosteneva un branco di tangheri, frequentatori di bordelli, spacciatori e consumatori di polvere degli angeli, terroristi della Borsa, profittatori della protezione civile, assassini impuniti e poeti dell’impiccagione mediatica... il confine tra il cretinismo e il genio è labile e la storia dei suoi misfatti poi mostrò che l’imbecille che si fece primo ministro non era un genio ma un cretino che molti avevano confuso come genio... l’imbarazzo della sacralità idolatrica era già stato vissuto con Cristo (contraffatto dalla santa romana chiesa), Hitler, Mussolini o Stalin... per dire dei più famelici imbecilli adorati — fino alla nausea — nei secoli da masse sterminate... — Chi conosce la forca non sempre sa scrivere la storia e chi scrive la storia non sempre conosce la forca, anche se qualche volta lo meriterebbe —, diceva l’ultimo boia di Londra, forse.

Fu così che un maggio fantastico scoppiò una primavera di bellezza come non se ne erano mai viste da anni... ritornarono le lucciole nei campi di grano e il profumo del biancospino mutò il corso delle costellazioni... dalle periferie invisibili del Paese dei nidi di ragno uscirono gli uomini della foresta (con uno straccetto rosso al collo, Pasolini diceva) e si armarono con tutti i mezzi necessari per riconquistare la felicità e la gioia di tutti gli uomini e tutte le donne...assaltarono i palazzi del potere e impiccarono i gerarchi della politica ai cancelli dei giardini pubblici... l’imbecille che si fece primo ministro venne impalato vivo su una spiaggia privata di paradisi fiscali ed esposto al pubblico ludibrio... nemmeno i cani randagi vollero pisciare sui suoi resti.

Questa favola veridica me l’ha raccontata mia nonna partigiana in quel vicolo di una città-fabbrica dove i gatti in amore giocavano con i bambini che tiravano i sassi alla luna e mentre buttava le sardine sul fuoco diceva che — “un uomo ha diritto di guardare un altro uomo dall’alto soltanto per aiutarlo ad alzarsi!” —... l’aveva ricevuta in sorte dal padre suo e il padre dal padre del padre...finiva sempre con un appello accorato... — “finché vi sarà un imbecille— in piedi — in parlamento, il compito dei potatori di rami secchi non sarà finito —... a proposito dell’abate di campagna, Jean Meslier (1664-1729), ricordava le sue parole sante — “con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo padrone!... che la festa cominci!”... formidabili quegli anni!

30 volte marzo 2011


In e-mail il 29 Marzo 2011 dc:

Cristo si è fermato a Lampedusa

di Lucio Garofalo

Esordisco con una testimonianza personale, sia pure solo verbale, di solidarietà e di vicinanza morale nei confronti dei migranti e dei cittadini di Lampedusa, giustamente esasperati dall’inettitudine, dall’arroganza e dal menefreghismo del governo italiano.

L’ignominiosa vicenda di Lampedusa è estremamente paradigmatica nella misura in cui fornisce l’ennesima, agghiacciante conferma (di cui si poteva tranquillamente fare a meno) che i diritti umani sono sistematicamente violati e calpestati nel nostro Paese e poi ci vengono a parlare di interventi “umanitari” da compiere in Libia o altrove. Quanto sta accadendo a Lampedusa è un esempio emblematico e grottesco dell’ipocrisia e della cattiva coscienza del mondo occidentale, nella fattispecie è una rappresentazione inequivocabile del degrado e dell’imbarbarimento politico dell’Italia e dell’Europa.

È innegabile che il comportamento del governo Berlusconi di fronte ad una reale e drammatica emergenza umanitaria sia stato quanto meno deprecabile e disonesto, tant’è che nel corso dell’ultima puntata di Anno Zero, a cui erano presenti Gino Strada e Ignazio La Russa, il portavoce di Emergency ha chiesto al ministro che fine avesse fatto il senso di umanità e di civiltà nel nostro “Belpaese”, ma soprattutto tra gli esponenti del governo in carica. Francamente mi è parso come pretendere compassione e comprensione da parte di un muro di pietra. Infatti, dall’altra parte sedeva La Russa.

Ma il “capolavoro” lo ha compiuto Tremonti, che ha tardivamente scoperto la classica “acqua calda” nel momento in cui ha suggerito di soccorrere i popoli arabi “a casa loro” come sento ripetere, senza alcun riscontro pratico, da quando ero ancora in fasce. Il ministro dell’economia ha rilanciato questa vecchia proposta di stampo paternalista e cripto-colonialista per una finalità che è comoda e funzionale agli interessi egoistici e meschini della piccola borghesia “padana” che fa capo alla Lega Nord, evidentemente terrorizzata all’ipotesi di un’invasione in massa di immigrati africani, per cui sta imponendo la “linea dura” che è quella di evitare che i flussi migratori giungano a “casa propria”. L’importante, per costoro, è che l’ondata migratoria resti confinata, finché possibile, nella piccola e remota isola di Lampedusa o in altri luoghi “miserabili” del Sud Italia, tanto chi se ne frega: “sono tutti marocchini”. È un’ottica allucinante e miope.

Una persona, evidentemente di buon senso, mi ha posto una domanda oltremodo scontata e legittima, che definirei addirittura ingenua nella sua estrema semplicità e franchezza: “perché non li smistano altrove?”. In effetti questa sembra essere l’unica soluzione possibile e praticabile, oltretutto di facile attuazione nel breve periodo, trattandosi di un’ipotesi pragmatica e di buon senso, eppure non viene eseguita. Perché?

Sinceramente mi pare di poter cogliere una serie di inquietanti analogie con la vicenda, altrettanto obbrobriosa e raccapricciante, dell’immondizia di Napoli, con la differenza (non di poco conto) che ora stiamo parlando di esseri umani, che evidentemente sono considerati e trattati alla stregua dei “rifiuti” in quanto nessuno li accetta a “casa propria”, esattamente come è accaduto con la spazzatura proveniente da Napoli.

L’accostamento tra i rifiuti di Napoli e i “rifiuti umani” di Lampedusa potrebbe risultare una provocazione assurda ed esagerata, ma è probabilmente l’unica chiave interpretativa per spiegare quanto sta accadendo in questi giorni in un paese che si proclama “civile” e che in questi mesi sta festeggiando i 150 anni della sua “unità”.

È evidente che nel caso specifico le difficoltà oggettive sono aggravate da fattori di ordine soggettivo, riconducibili cioè all’ambito delle decisioni dettate dai responsabili della politica. Mi riferisco all’inettitudine, all’impreparazione ed alle lentezze, a dir poco grossolane, messe in mostra dalle autorità politiche soprattutto governative, e all’assenza di un’efficace volontà di risoluzione che coincide e si intreccia in qualche misura con una logica becera e razzista che ha l’interesse a generare un elemento di ulteriore conflittualità e lacerazione sociale, che oltretutto fornisce una sorta di “diversivo”, un mezzo di “distrazione di massa” rispetto ad altre vicende ed altre questioni, interne ed esterne, che hanno imbarazzato ed hanno messo alla berlina la figura, già goffa e ridicola, del capo del governo italiano. E non mi riferisco solo agli eclatanti scandali sessuali che ultimamente sono passati, guarda caso, in secondo piano.


In e-mail il 22 Marzo 2011 dc:

Guerra e pace in Libia

di Lucio Garofalo

L’idea di una “guerra per la pace”, come quella che viene propagandata dai mass-media in questi giorni, costituisce un orrendo ossimoro concettuale che tuttavia riesce a riscuotere ampi consensi e simpatie presso l’opinione pubblica mondiale. I concetti di guerra e pace sono un’evidente contraddizione terminologica che nessuno può negare.

Anche in passato si ricorreva ad ossimori concettuali per giustificare le guerre come, ad esempio, le ”guerre sante” (si pensi solo alle crociate in Palestina). Oggi le ”guerre umanitarie”, o ”guerre per la pace”, sono il più sofisticato e, nel contempo, controverso stratagemma lessicale e ideologico inventato dall'imperialismo per ripararsi dietro un volto più ”umano” e più accettabile, perché abilmente camuffato, per coprire i crimini commessi in nome di un ideale assolutamente ipocrita, celando la reale natura del sistema economico-militare capitalista, che è una macchina guerrafondaia e sanguinaria.

Che la causa “nobile” consista poi nella fede religiosa, nella democrazia o nella libertà, nella pace o nell’umanitarismo, è irrilevante in quanto l’intervento bellico è in ogni caso brutale e sanguinoso, ma soprattutto l’ipocrisia che si traveste sotto il falso ideale è la stessa, nella misura in cui gli interessi sono ignobili e disonesti, riconducibili facilmente agli affari neocoloniali delle potenze occidentali che mirano ad impossessarsi delle ricchezze altrui, estorte con la violenza delle armi. Quindi, anche questa è un’altra (l’ennesima) guerra di rapina compiuta in nome della mostruosa ed insaziabile voracità consumistica dell’occidente. Altro che la “guerra umanitaria” o la “guerra per la pace”.

Non è banalmente una questione di pacifismo. La storia dimostra che le guerre non costituiscono la giusta soluzione per questo tipo di problemi, non sono uno strumento utile per salvaguardare i diritti umani, nella misura in cui le guerre non risolvono i problemi ma rischiano di aggravarli e moltiplicarli. Infatti, il principale pericolo che si corre è di incendiare l’intero fronte dei Paesi arabi, incentivando e fomentando le spinte oltranziste ed islamico-integraliste che, almeno finora, erano parse inesistenti o comunque marginali nelle rivolte sociali del Maghreb, causando una pericolosa escalation militare in Medio Oriente, che è una polveriera ad alto rischio di esplosione.

Sgombrando il campo da ogni ipocrisia bisognerebbe porsi almeno un paio di interrogativi. Anzitutto, perché la risoluzione dell’Onu n. 1973 non viene applicata in tutte le circostanze in cui i diritti umani sono violati? Perché si interviene militarmente in Libia ma non si interviene per bloccare, ad esempio, la repressione delle rivolte in Baharein, nello Yemen e negli altri paesi della penisola arabica e del Golfo persico, oppure non si è intervenuto quando Israele commetteva atti di violenza contro la popolazione palestinese della striscia di Gaza? Oltretutto non si può fingere di non sapere che Gheddafi è stato fino ad ieri il principale alleato degli interessi imperialistici occidentali e un ottimo socio in affari del governo Berlusconi e di altre cancellerie europee, in quanto è più facile e conveniente stringere patti scellerati e stipulare intese poco pulite con i regimi tirannici e dittatoriali piuttosto che con governi democratici.

Detto ciò, non bisogna sottovalutare le ragioni riconducibili al controllo delle risorse petrolifere di cui la Libia è uno dei principali produttori, né si può dimenticare, o fingere di non sapere che la Libia del colonnello Gheddafi costituisce da sempre un acquirente importante di armamenti occidentali, in particolare italiani. Ricordiamo che l’Italia risulta tra i primi cinque paesi al mondo nell’esportazione di armi da guerra. Non a caso la resistenza delle truppe libiche, costituite in gran parte da mercenari, si sta rivelando più tenace del previsto anche perché le armi in dotazione all’esercito di Gheddafi sono tecnologicamente avanzate e soprattutto di fabbricazione italiana.

Sulla base del ragionamento esposto, si può asserire che l’intervento bellico in Libia non abbia nulla a che spartire con esigenze di natura “umanitaria” o “pacifista”, né con altre motivazioni più “nobili”, ma c’entra solo il folle e spietato cinismo degli affari, l’arroganza di un sistema economico scellerato, assolutamente privo di scrupoli etici, morali e ideali, l’avidità e la voracità spregiudicata di un capitalismo sprovvisto di umanità e di un minimo di razionalità, mosso esclusivamente da una logica ferrea basata sulle leggi perverse e disumane del profitto privato e del business economico. Nessuna persona dotata di buon senso e di onestà intellettuale può negare l’ignominiosa evidenza di un mondo dominato da pochi operatori finanziari in grado di determinare e condizionare, in modo abietto, le scelte politiche decisive per il destino dell’umanità.

Immagino che tali affermazioni possano suscitare reazioni di sdegno nella misura in cui rivelano l’abominevole realtà di un sistema economico-affaristico criminale, articolato su scala globale, un mostruoso apparato imperialista costruito su metodi scientifici di sfruttamento, di rapina e di estorsione, applicati a livello planetario. Questo sistema mondiale permette a speculatori totalmente privi di scrupoli di approfittare dei più atroci delitti per accumulare colossali "fortune" economiche, appannaggio esclusivo di pochi detentori delle ricchezze mondiali, a discapito del destino di tutti i popoli del pianeta, abitato da oltre sei miliardi di esseri umani, i due terzi dei quali vivono al di sotto della soglia della povertà, in particolare quasi due miliardi di individui si trovano al limite estremo della povertà, sopravvivendo a stento con meno di un euro al giorno.

Tale assetto economico, politico e militare, strutturato su scala globale, favorisce una concentrazione sempre crescente delle ricchezze, del controllo e delle decisioni politiche internazionali nelle mani di esigue minoranze, avide e corrotte, criminali e prepotenti, capaci di estorcere con la violenza, legale o meno che sia, le risorse materiali ed umane appartenenti ai popoli della Terra, cioè a miliardi di persone, e capaci di sottrarre, con l’inganno e l’astuzia, i risparmi di milioni di piccoli investitori e di semplici lavoratori in tutto il mondo, condannandoli alla fame ed alla miseria. In altri termini, questo sistema globalizzato è costruito in modo tale da accrescere nel tempo le già gravissime sperequazioni sociali e materiali oggi esistenti, approfondendo il divario a forbice tra ricche minoranze sempre più ricche e potenti, da un lato, e dall’altro masse sempre più estese di poveri, destinate ad impoverirsi e disumanizzarsi sempre più. Con l’ascesa e l’espansione del mercato capitalistico a livello mondiale, si è determinato un metodo di distribuzione delle ricchezze sempre più iniquo, irrazionale ed intollerabile per la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini che abitano il nostro pianeta, con conseguenze e costi inimmaginabili per l’equilibrio e la distensione internazionali, tenendo altresì conto delle tendenze demografiche a dir poco esplosive e destabilizzanti in atto nella realtà abnorme di continenti densamente popolati come l’Africa e l’Asia.

Concludo con un’amara constatazione circa il senso racchiuso nei principi fondamentali della nostra Costituzione. Ad esempio l’articolo 11, benché sulla carta sia inviolabile, è stato tradito e vilipeso talmente tante volte da essere diventato lettera morta.


In e-mail il 16 Marzo 2011 dc:

Nel quadro delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, che mi procurano un senso di fastidio e di insofferenza, ripropongo questo articolo che ho scritto tre anni fa pensando ad un parallelismo storico tra il genocidio dei Pellerossa e il massacro del Sud Italia.

Indiani d'America e Briganti meridionali

di Lucio Garofalo

Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni storiografiche è opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, dogmatici o apologetici per adottare un approccio possibilmente problematico verso le questioni e i processi storici. Francamente questo spirito libero non c’è nel clima di esaltazione retorica dei 150 anni dell’unità d’Italia.

Con questo articolo so di andare controcorrente per tentare di recuperare la memoria di due esperienze storiche che sono state letteralmente cancellate dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco al destino parallelo degli Indiani d’America e di coloro che sono definiti i “Pellerossa” del Sud Italia: i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Partiamo dai nativi americani. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, cominciarono a giungere i primi coloni europei. All’epoca il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, iniziarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente causando un rischio di estinzione. In tal modo i cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali da cui ricavavano cibo, pellicce e altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu opera soprattutto dell’esercito yankee che per espandersi all'interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre compiendo veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini.

I Pellerossa furono annientati attraverso un sanguinoso genocidio. Oggi i Pellerossa non costituiscono più una nazione essendo stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti, una parte di essi si è pienamente integrata nella società bianca, mentre una parte minoritaria vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile, benché in momenti e con dinamiche differenti, associa i Pellerossa e i Meridionali d'Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266mila morti e quasi 500mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato assai ricco. Il piccolo regno dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo sabaudo, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio, il Regno delle Due Sicilie, uno Stato civile e pacifico. Nessuno giunse in nostro soccorso. Solo alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere sugli spalti di Gaeta fino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse elevatissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie), si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, per cui molti insorsero.

Ebbe così inizio la rivolta dei Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate contro i Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite e ingannate dalle false promesse concesse da Garibaldi.

Contrariamente ad altre interpretazioni storiche non intendo equiparare il Brigantaggio meridionale alla Resistenza antifascista del 1943-45. Anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una sanguinosa guerra di conquista coloniale che ha avuto una durata molto più lunga della guerra di liberazione condotta dai partigiani: un intero decennio che va dal 1860 al 1870.

La repressione contro il Brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi in cui furono massacrati e trucidati centinaia di migliaia di contadini meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente e che ha prodotto drammatiche conseguenza, a cominciare dal fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali, in pratica un esodo biblico paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi nel mondo ad ogni latitudine, hanno messo radici ovunque facendo la fortuna di intere nazioni come l’Argentina, il Venezuela, l’Uruguay, gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, il Belgio, la Germania, l’Australia, ecc.

Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e la brutale repressione subita dal popolo meridionale con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute nello stesso periodo, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi americani. Un genocidio completamente ignorato e dimenticato, così come quello a danno del popolo del nostro Meridione.

In qualche modo condivido il giudizio rispetto al carattere retrivo e antiprogressista delle ragioni politiche che ispirarono le lotte dei briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre reazionario, tuttavia inviterei ad approfondire meglio i motivi sociali e le spinte ideali che animarono la resistenza contro i Piemontesi invasori.

Non voglio elencare i numerosi primati detenuti dal Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, nel campo sociale e così via, né intendo esternare sentimenti di nostalgia rispetto ad una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, cioè rispetto ad un passato che fu di barbarie e oscurantismo, ingiustizia e miseria, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali. Ma un dato è innegabile: la monarchia sabauda era molto più arretrata, rozza ed ignorante, molto meno moderna e illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno sabaudo, tant’è vero che costituiva un boccone invitante per le principali potenze europee del tempo, Inghilterra e Francia in testa. Questo è un argomento talmente vasto e complesso da esigere un approfondimento adeguato.

Infine, una breve chiosa a riguardo delle presunte spinte progressiste che sarebbero incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi “unitari” abbiano garantito un autentico progresso sociale, morale e civile, mentre hanno favorito uno sviluppo prettamente economico. Non a caso l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o globale, non coincide con l’unificazione e l’integrazione dei popoli e delle culture, locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare al secondo traguardo.


In e-mail il 24 Febbraio 2011 dc:

I “rottamatori” del Pdl…

Intervista a Sara Giudice, consigliera “anti-Minetti” pronta a far tremare le "papine" del premier!

Esiste una difficoltà di “selezione della classe politica” e di “democrazia interna” ai partiti?

Ed esiste un problema di carenza di “meritocrazia” in politica (una “questione morale”, specie coniugata al femminile)?

Questi gli interrogativi sollevati da Sara Giudice, giovane militante prima di Forza Italia e poi del Pdl, dal 2006 consigliera di circoscrizione a Milano.

Domande che l'hanno spinta ad intraprendere un’iniziativa “inedita” nel suo partito (per la quale è salita alla ribalta delle cronache nazionali): l’indizione di una petizione pubblica per chiedere le dimissioni di Nicole Minetti, "igienista dentale" del Premier eletta alle elezioni regionali del 2009 dopo essere stata inserita "in extremis" nel listino bloccato del governatore Formigoni!

Tale iniziativa era destinata a suscitare "infuocate polemiche" e prese di distanza nel Pdl (partito ontologicamente poco "propenso" alla dialettica interna…).

Quello che in pochi si sarebbero aspettati, invece, sono le ampie "simpatie" che la Giudice ha riscosso tra la sua stessa base: ad oggi, sono oltre "12 mila" le firma raccolte!

Adesso, però, la Giudice rischia di pagare "a caro prezzo" il coraggio mostrato nello sfidare pubblicamente il suo Presidente: la prospettiva che le si apre davanti è l'"allontanamento" dal partito!

Troppo “rischioso” concedere spazio e visibilità ad una “meteora” fuoriuscita dall’"orbita totalizzante" del leader?

Convinto che sia sempre auspicabile “dar voce a chi non ne ha” (o a chi vorrebbero toglierla!), allora, ho invitato Sara Giudice a concedermi un’intervista per spiegare le sue ragioni e rispondere alle pesanti critiche ricevute (si è messa già in opera quella che Saviano ha definito la "macchina del fango"?).

Un’intervista che, in quanto di grande interesse politico-culturale (oltre che d’estrema attualità), ho deciso di porre alla vostra attenzione …

Potete così leggerla sul blog "Panta Rei" (per il quale Sara Giudice ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande), alla pagina: http://gaspareserra.blogspot.com/2011/02/i-rottamatori-del-pdl.html

Gaspare Serra

"Selezione" della classe politica, "meritocrazia" e "democrazia" interna ai partiti:

ne parliamo con...

Gaspare Serra: Grazie per aver accettato di confrontarti liberamente con “noi” (uso il “plurale maiestatis” parlando anche a nome dei lettori del blog "Panta Rei"…).

La prima domanda che sorge spontaneo porti è la seguente: quando (e perché) hai maturato l'idea di una petizione pubblica per chiedere le dimissioni di Nicole Minetti?

Sara Giudice: Ho contestato la sua candidatura al mio partito più di un anno fa, ancor prima che fosse formalizzata…

Il motivo? Semplicemente perché mi sono resa conto che la candidatura della Minetti sarebbe stato un esempio “estremamente negativo” per i giovani, una dimostrazione di facile “arrivismo”, di ricorso a scorciatoie e compromessi per puntare alla scalata sociale!

Quante firme hai raccolto ad oggi (e quante speri di aggiungerne)?

Cosa rispondi, inoltre, a coloro che denunciano che a firmare la petizione siano soprattutto elettori di sinistra (cui farebbe comodo strumentalizzare un certo “malessere” interno al Pdl)?

Le firme raccolte sono già più di “12.000” e la raccolta terminerà solo quando nessuno più firmerà.

La petizione (che è “pubblica”, quindi controllabile!) è stata sottoscritta, inoltre, per ben il “75%” da elettori di centrodestra delusi da come stanno andando le cose…

Cosa ti auguri di ottenere tramite questa iniziativa?

Mi auguro semplicemente di ridare “orgoglio” al centrodestra.

Noi abbiamo aderito al messaggio politico di Silvio Berlusconi perché ne abbiamo condiviso valori e speranze… Strada facendo, invece, ci siamo ritrovati con un personale politico dedito solo ai propri affari ed a soddisfare le propri esigenze “di ogni tipo”!

Essere uomini (e donne) impegnate in politica, invece, vuol dire a mio avviso avere anche un’etica ed un comportamento (sia pubblico che privato!) che deve essere di “esempio”.

Perché hai voluto esser presente alla manifestazione di Giuliano Ferrara (“In mutande, ma vivi”) dello scorso 12 febbraio?

L'accoglienza che hai ricevuto dal Presidente della tua regione, Roberto Formigoni, non lascia intendere che la tua sia una battaglia alquanto “solitaria” nel partito?

Ho voluto essere presente per testimoniare la contraddizioni di persone come Ferrara che ieri si battevano per il diritto alla vita e oggi per difendere i “capricci” del Premier, oppure della Santanchè che ieri di Berlusconi asseriva che al Premier piacevano solo “donne orizzontali” e che oggi (magari per interesse economico…) lo difende a spada tratta.

Quanto a Formigoni toccherà a lui spiegare al popolo di Comunione e Liberazione se i valori a cui si ispira sono compatibili con la condotta del Premier o della Minetti…

In tempi non sospetti ti sei chiesta: "Cosa c’entrano le soubrette con il Consiglio regionale della più importante regione d’Italia?".

Una risposta sembra essere indirettamente venuta dal Cavaliere, il quale, intervenuto telefonicamente a "l'Infedele", ha difeso a spada tratta la Minetti, elogiandola quale studentessa modello (laureata con lode e dotata di un'ottima conoscenza della lingua inglese...).

Ma un titolo di studio e la conoscenza di una lingua straniera (requisiti, tra l’altro, non sempre sufficienti "nemmeno" per entrare nel mercato del lavoro...) sono idonei a “legittimare” una candidatura, ossia a comprovare la "stoffa politica" di un candidato?

Penso di no. E credo che nemmeno Berlusconi lo pensi.

Io credo, e son convinta che anche la maggioranza degli italiani la pensi come me,  che la scelta di candidare la Minetti risponda “ad altri meriti”.

Non credi che l'attuale legge elettorale (o "Porcellum", come ribattezzata dal suo ideatore, il ministro Calderoli!), privando i cittadini della facoltà di esprimere una preferenza e trasformando le elezioni in un "nomina dall'alto" (instaurando, di fatto, un sistema di "cooptazione" dei candidati), abbia contribuito allo "scadimento" del livello della classe politica italiana?

Se pochi segretari di partito hanno avuto conferito dalla legge il potere di definire la “nomenclatura” parlamentare, non è immaginabile che vengano facilmente aggiunti in lista, insieme a personalità autorevoli, amici, medici o avvocati di fiducia dei leader di partito… e, perché no, anche qualche “segretaria particolare”?

Del resto, è stata proprio una deputata del Pdl, l’on. Angela Napoli, a dichiarare che la “prostituzione” (credo intendesse dire anche “intellettuale”...) è oramai divenuta un criterio di selezione per entrare in Parlamento...

Credo proprio di si.

Lo scadimento generale della politica, il suo allontanarsi dagli interessi e bisogni della gente ed il mercato “vergognoso” della compravendita di parlamentari rappresentano una delle pagine più buie della seconda Repubblica, che l’attuale sistema elettorale ha enormemente incoraggiato.

Tempo fa hai dichiarato: "Quando si parla di dare spazio alle donne, mi chiedo quali siano le donne a cui pensa il mio partito e se la tanto citata meritocrazia valga per tutte o solo per talune…".

Permettimi, allora, una domanda indiscreta: credi che tu, potendo certamente vantare un curriculum pari (se non superiore!) a quello della Minetti, avresti potuto sedere al suo posto in Consiglio regionale se solo avessi trovato il modo giusto per entrare nelle "simpatie" del Presidente (magari varcando i cancelli di Arcore per qualche "innocente" cena)?

No, non ci ho mai pensato perché ho sempre creduto che la meritocrazia, alla fine, venisse premiata!

Poi, purtroppo, i casi della Minetti e delle altre ragazze che, intercettate, rivelavano di auspicare come premio per la loro presenza alle feste di Arcore magari un posto in Parlamento (a spese dei contribuenti…) credo abbiano messo una “pietra tombale” alla speranza che questo sistema sia attento ai valori e al merito…

Ecco perché “darsi da fare” per cambiarlo, per dimostrare che esiste un Paese che fa sacrifici, che lavora e che è composto da tanti giovani perbene che sono la parte migliore del nostro Paese e sui quali bisogna investire.

Già ben prima del “caso Minetti” non erano mancati segni di una "anomalia" -politicamente parlando!- nel rapporto tra il Cavaliere e le donne…

Come giustificare la nomina a Ministro della Repubblica della show girl Mara Carfagna, o le farneticanti aspirazioni di un’appena maggiorenne Noemi Letizia, dichiarante in un’intervista di considerare -grazie ai servigi di “Papi Silvio”- la carriera parlamentare una possibile alternativa a quella dello spettacolo?

E come dimenticare i “corsi accelerati” di diritto europeo tenuti da Frattini e Brunetta, in occasione delle ultime elezioni europee, per “formare” un gruppo di donne di spettacolo cui il Cavaliere avrebbe promesso una candidatura all'Euro-Parlamento?

Sorge spontaneo, allora, chiedersi: perché i giovani del Pdl non hanno denunciato prima certe "anomalie" nella selezione della classe politica (specie femminile)?

E com’è possibile che abbiano accettato che il gruppo dirigente storico di Forza Italia (formato da personalità come Giuseppe Pisanu, Antonio Martino, Marcello Pera, Giuliano Urbani…) fosse sostituito da figure alquanto "surreali" quali la Santanché e la Brambilla?

Non penso, in tutta onestà, che tutti gli esempi portati rappresentino il modello Minetti di cui stiamo parlando…

Ad ogni modo, credo che nessuno potesse immaginare un simile decadimento nella selezione della classe politica come quello avvenuto negli ultimi due anni, dalle elezioni europee in avanti.

La linea del Pdl nei confronti del caso Minetti, dettata dal coordinatore lombardo Guido Podestà, sembra delineata: "Nessuno -ha dichiarato Podestà- è colpevole fino a quando non c'è una sentenza passata in giudicato. La presunzione d’innocenza è un concetto fondamentale ed è la base del vivere civile".

Non credi, però, che nel partito si faccia un po' di confusione tra giudizio penale (spettante alla magistratura) e giudizio politico (che gli elettori dovrebbero poter esprimere, sulla base anche di acclarate condotte private, “prescindendo” da eventuali responsabilità penali)?

E non credi che tale confusione sia dettata dall'anomalia di un Premier coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari, dai quali emergono “fatti” suscettibili di un giudizio non proprio "esaltante"?

Conosco bene Guido Podestà ed è una persona che stimo molto: la sua è stata solo una dovuta “difesa d’ufficio” nei confronti della Minetti e del Premier…

Podestà ha una figlia della mia stessa età, una ragazza preparata e che ha fatto sacrifici per studiare e laurearsi: sono pronta a scommettere, in realtà, che la pensa esattamente come me!

Per il resto, credo anche che Berlusconi sia stato oggetto di “troppa attenzione” da parte di uno sparuto gruppo di magistrati, ma la Magistratura merita il nostro rispetto.

Chi è “uomo di Stato”, per intendersi, ha il dovere di rispettare gli altri organi dello Stato.

Ritieni che il problema della selezione della classe politica riguardi solo le donne?

Sembrerebbe “non solo”, a dire il vero, stando almeno ad alcune discutibili candidature ed incarichi assegnati nel tuo partito (basti citare i casi Previti, Dell'Utri, Cosentino, Verdini, Brancher...).

Il problema di una cattiva selezione della classe politica credo riguardi sia gli uomini che le donne, sia la destra come la sinistra…

Nel nostro Paese, a mio avviso, si dovrebbe introdurre anzitutto il “limite di due mandati” per gli eletti, a tutti i livelli di governo (Comuni, Province, Regioni e Parlamento): questo, infatti, “obbligherebbe” i partiti a rinnovare la propria classe dirigente.

Tale rinnovamento, invece, oggi è molto lento e ostacolato, perché quando qualche nuova personalità politica emerge la vecchia nomenclatura tende a ridimensionarla per timore di perdere il posto.

Il risultato, così, è quello di vedere da un lato all’altro del Parlamento politici che occupano comodamente la propria poltrona da 20/30 anni senza alcuna volontà di lasciare libero il proprio posto!

Nella più grande democrazia al mondo, gli Stati Uniti, il Presidente invece dura in carica “al massimo” 8 anni (due mandati, per l’appunto): perché mai questo non sarebbe possibile anche in Italia?

Qual’è il tuo giudizio sulla manifestazione delle donne (“Se non ora, quando?”) dello scorso 13 febbraio?

Penso che sia stata una grande manifestazione per affermare che ci sono donne nel nostro Paese che lavorano, sorreggono e accudiscono la famiglia, fanno politica con passione e sacrifici e vogliono essere valutate per quello che sono e non solo per come appaiono!

È il segno che c’è ancora un Paese orgoglioso di affermare dei valori, da destra come da sinistra. Per questo ho partecipato con orgoglio alla manifestazione.

Ti va certamente riconosciuto il merito di non nasconderti "dietro un dito": di giocare "a carte scoperte" la tua battaglia politica su di un campo rivelatosi non proprio “amico”…

Ma come rispondi a coloro che ti accusano di esserti prestata al gioco di Michele Santoro (che ti ha concesso in più occasioni la ribalta televisiva di “Annozero”) per farti pubblicità e spianarti la strada in vista di una tua prossima candidatura alle Amministrative?

A chi mi dice che questa battaglia la conduco per averne un vantaggio personale rispondo che, se avessi voluto trarne veramente vantaggio, sarei stata “buona e zitta” ad aspettare il mio turno… invece ho preferito mettermi in discussione rischiando tutto!

Vorrei ricordare che mio padre, che è stato un importante esponente del PdL milanese (tra l’altro ex Presidente del Consiglio Comunale di Milano), probabilmente “pagherà le spese” per questa mia scelta, finendo con l’essere emarginato e isolato nel partito… È stato comunque lo stesso ad incoraggiarmi nella mia battaglia, perché mi ha insegnato che far politica vuol dire credere in alcuni valori “non negoziabili”!

Capisco che può essere complicato comprendere ciò da parte di chi proviene da Publitalia, Mediaset oppure Edilnord… ma far politica vuol dire esprimere e difendere valori, non prodotti da vendere o comprare!

Tu hai posto un problema di "assenza di democrazia" e di "mancanza di dialogo interno" nel Pdl.

Per questo hai dichiarato: "Vogliono mandarmi via dal partito, non sopportano il dibattito interno...".

Non credi che la tua posizione sia molto vicina a quella assunta negli ultimi due anni da Gianfranco Fini (co-fondatore del partito)?

E non temi -senza voler fare paragoni avventati!- di fare la stessa fine dell’attuale leader del Fli, ossia di essere “messa alla porta” (subendo magari lo stesso "trattamento" riservato al Presidente Fini dai giornali più vicini al Premier…)?

Si, questo è un partito “leaderistico”: quello che fa il leader è legge e chi contraddice questa legge è messo da parte!

Un po’ in tutti i partiti, in realtà, c’è questo aspetto, dettato anche da una forte “personalizzazione” che i partiti hanno assunto in questi anni…

Se pensiamo, poi, che con l’attuale legge elettorale i capi dei partiti nominano pure i deputati, capisci come l’omologazione al pensiero del leader sia pressoché “totale”!

Quando, come nel mio caso, c’è una voce fuori dal coro, allora la prima reazione è quella di “rimuoverla”, non certo di comprenderne le ragioni… Ecco perché spero che questa voce diventi un “insieme di voci”: più saremo, più sarà difficile toglierci dal coro!

Recentemente hai dichiarato: "Noi stiamo dando una grande lezione alla politica… Io la chiamo generazione 1000 euro, perché con grande difficoltà affronta i problemi del Paese…".

Credi che il Presidente Berlusconi sia in grado di affrontare i seri problemi cui hai fatto cenno?

Non credi, piuttosto, che i suoi "guai" politici (la rottura con i finiani, dopo quella con i casiniani…) e giudiziari (quattro processi a suo carico in corso…) rischiano di condizionare pesantemente l’azione di governo?

Io ho “sperato” di si, in tanti abbiamo sperato nella rivoluzione liberale che avrebbe cambiato la storia di questo Paese e che ci aveva promesso dalla discesa in campo.

La speranza, però, ha ormai lasciato il posto all’“illusione” ed oggi non penso più che Berlusconi possa portare questo Paese fuori dai gravi problemi che sta attraversando…

Si vocifera di “corteggiamenti” nei tuoi confronti (precisiamo: proposte di candidatura!) mossi sia dal Fli sia dall'Udc che da la Destra di Storace… Di contro, tu hai lasciato intendere la possibilità di costituire una nuova lista civica, chiamata "Generazione mille euro".

Dove sta la verità? Hai già deciso se candidarti alle prossime Amministrative di primavera?

Nessun partito mi ha offerto candidature.

Tanti elettori e militanti di altri partiti (sia di destra sia di sinistra), invece, mi hanno scritto e sostenuta, esortandomi ad andare avanti, a non fermarmi: ho sentito il bisogno di andare al congresso del Fli, allora, proprio per ringraziarli pubblicamente!

Il nostro obiettivo è quello di portare una novità, una “ventata di freschezza” nel panorama politico italiano (sia a livello locale che nazionale), e ci proveremo partendo da Milano e da quelle altre città italiane dove riusciremo a presentarci al voto con liste civiche che si rifaranno allo slogan di “Generazione 1000 euro”.

Noi sfidiamo la vecchia politica e ci rivolgiamo a tutti quelli che vogliono un Paese migliore. È una sfida ma anche un invito a tutti coloro che vogliano unirsi a noi: siamo in tanti e cresceremo ancora!

Hai dichiarato di volerti rivolgere a quella "generazione dei giovani per bene che studiano, lavorano e non scende a compromessi".

Credi di parlare solo ai giovani del Pdl delusi dalla gestione del loro partito oppure anche a giovani di diversa estrazione politica?

E in che modo credi che si debbano rapportare i partiti di oggi con le ideologie di ieri?

Io mi rivolgo a tutti, giovani e meno giovani, al mondo delle professioni e del lavoro, a tutti quelli che credono nel merito e nella possibilità di cambiare questo Paese: a distanza di “150 anni”, un'altra Italia è possibile! A tutti coloro che credono in questa possibilità, noi diciamo: non ci interessa da dove venite ma diteci se possiamo fare un pezzo di strada insieme.

I partiti oggi, tramontate le ideologie, sono chiamati ad essere portatori di valori ed a rappresentare al meglio le istanze della società, invece mai come in questo periodo sono lontani dal sentire comune.

Molti ti hanno definita "la rottamatrice" del Pdl (adattando un termine coniato dal sindaco di Firenze, il democratico Matteo Renzi...).

Accetti di “buon cuore” tale definizione?

Si, e dico al sindaco Renzi (dimostrazione vivente di come le cose possono cambiare!) che è vero che bisogna rottamare le idee e non gli uomini… ma se le idee camminano sulle gambe di questi uomini forse è utile rottamare anche loro!

A dimostrazione di una tua “coerenza” di fondo, fin dal primo momento in cui è stata avanzata la candidatura della Minetti, nel febbraio 2009, tu ti sei chiesta (“provocatoriamente” immagino…): "Che senso ha continuare con il mio impegno in politica?".

Ad oltre un anno di distanza ti sei data una risposta?

Si, il senso l’ho ritrovato nella voglia di dire “basta” a questo modo di intendere la politica e le istituzioni.

C’è un Paese migliore che dobbiamo far rinascere, una Paese di gente onesta, che lavora e fa sacrifici, che spesso prende porte in faccia ma non abdica alla propria dignità… un Paese che non merita che la sua parte migliore, rappresentata dai giovani, sia costretta ad andare all’estero per esprimere il proprio talento!

Noi vogliamo per noi questa Italia. Per questo io mi sono messa in gioco e traggo energia per il mio impegno politico dai tanti che mi sostengono.

Analisi su Berlusconi… ed il “post-berlusconismo”

Era il 1994 quando il magnate italiano delle tv commerciali, Silvio Berlusconi, è “sceso in campo” (abusando di un’immagina calcistica…) annunciando una “rivoluzione liberale”, riuscendo a smontare pezzo per pezzo l’allora Pds (presentatosi alle elezioni come una “macchina da guerra” e rivelatosi un “carretto rattoppato”…) e segnando, di fatto, l’inizio della seconda Repubblica.

Sembra trascorsa un’epoca geologica da allora (si potrebbe dire di essere passati dall’età delle “monetine” -di Craxi- a quella delle “papine” -di Silvio!-).

Eppure il quadro (salvo qualche “ritocco estetico”) è rimasto sostanzialmente immutato: un universo politico avente il suo centro di gravità permanente, oggi come ieri, in Silvio Berlusconi!

Molta acqua (a volte “fango”!) è scorsa sotto i ponti…

Eppure Mister B. resiste ancora al suo posto, contro ogni responso impietoso dell’anagrafe e nonostante le numerose separazioni (politiche e non…) e bufere (giudiziarie) patite, indomito come un Cavaliere (o un don Chisciotte…) su quel “teatrino della politica” oramai si direbbe ridotto a “festino”!

In questi 17 anni, però, l’Italia che nel ’94 accoglieva Berlusconi come “salvatore della Patria” è profondamente cambiata...

Se non altro perché, nel frattempo, è maturata quella generazione di giovani che allora si sono affacciati per la prima volta in politica affascinati dal carisma dell’“homo novus” di Milano e sedotti dal suo messaggio politico (tutto “lustrini e pailettes”!), generazione chiamata oggi alla prova più difficile: trarre un bilancio di questa lunghissima "stagione del berlusconismo", facendo i conti non più con gli slogan elettorali bensì con la cruda realtà dell'Italia.

Una realtà che testimonia come quella rivoluzione “messianicamente” annunciata nel ’94 non solo non è stata portata a termine ma non si è mai nemmeno avviata!

Se fino a ieri Berlusconi brillava ancora di “luce propria” agli occhi di molti Italiani, ciò si doveva soprattutto alla sua auto-rappresentazione di imprenditore “fattosi da sé” (che ha costruito le sue fortune puntando sul merito, sulle capacità e sull’innovazione) e “prestato alla politica” (rifiutante il linguaggio politichese per parlare “con la pancia” ed “alla pancia” del Paese).

Gli scandali (sessuali) e le “rotture” (politiche) di questi ultimi due anni, però, rendono sempre più “riflessa” la luce di cui ha amato attorniarsi il Cavaliere (autoproclamatosi “unto dal Signore”!).

Così sono due le questioni aperte che pesano come un "macigno" sulla reputazione del Premier, rischiando di infliggere un “colpo di grazia” a un’immagine di per sé già abbastanza “tirata”:

PRIMO:

Come può un elettore di centrodestra accettare il fatto che il Cavaliere, da campione della “meritocrazia” quale si è presentato, abbia trasformato la politica in una “merce di scambio” con la quale soddisfare i “piaceri più segreti" di giovani promesse dello spettacolo pronte a tutto per un posto di “ripiego” in Parlamento?

Basta leggersi la cronaca degli ultimi mesi (dal caso Noemi a quello Ruby, dalla candidatura di Nicole Minetti alla nomina a ministro di Mara Carfagna…) per porsi il dubbio se l’on. Daniela Santanché non avesse proprio tutti i torti quando, nel 2008, dichiarava senza pudore: “Silvio è ossessionato da me, ma non gliela do”, ed ancora “Silvio vede le donne solo in orizzontale”!

L’impressione è che nel Pdl il tanto sbandierato valore del “merito” -per mutuare un neologismo di Paolo Guzzanti- sia finito schiacciato sotto i tacchi di una “mignottocrazia”!

SECONDO:

E come può persino il più fedele berlusconiano non ammettere che il “leader maximo” del Pdl, da esegeta della “politica dei fatti” quale si è auto-rappresentato, non sia riuscito minimamente a cambiare il volto “stanco, vecchio e ingessato” non tanto suo quanto del nostro Paese?

Poniamoci tutti una domanda: l’Italia che il Cavaliere lascerebbe oggi in eredità agli Italiani (dopo 9 anni di suo governo negli ultimi 17!) sarebbe un Paese migliore di quello che gli Italiani gli hanno generosamente affidato nel ‘94?

Lascio alla coscienza ed onestà intellettuale di ognuno di voi la facoltà di rispondere…

Non posso non notare, però, come l’Italia di oggi è lo specchio di un Paese rivelatosi "drammaticamente incapace":

1- di realizzare le “riforme costituzionali” necessarie a completare la fase di transizione alla seconda Repubblica (l’unica riforma organica della Costituzione è stata quella del Titolo V nel 2001, opera del centrosinistra... E se è vero che il centrodestra ci ha provato nel 2006, è anche vero che gli Italiani hanno "bocciato senza appello", tramite referendum costituzionale, una riforma ritenuta capace solo di "dividere" sia le forze politiche che il Paese!);

2- di “liberalizzare” l’economia e la società italiana, smantellando quella serie di privilegi ad appannaggio esclusivo della casta delle corporazioni professionali (le uniche liberalizzazioni di rilievo che si ricordino sono state quelle Bersani... paradossalmente oggi rimesse in discussione!);

3- di alleggerire il “carrozzone” della pubblica amministrazione, tramite un’opera di sburocratizzazione ed abolizione degli enti inutili, in primis le Province (l’unica riforma di sistema che si ricordi, così, è la legge Bassanini del 1997, sempre opera del centrosinistra...);

4- di avverare quel “miracolo economico” profetizzato nel ’94 (basti ricordare un dato: secondo il Fmi, negli ultimi 10 anni il Pil italiano è cresciuto di più solo di Haiti, collocandosi al 179simo posto in una classifica di 180 paesi al mondo!);

5- di conseguire la tanto attesa riduzione della “pressione fiscale”, necessaria per dar sollievo alle finanze familiari degli Italiani (secondo l’Ocse, piuttosto, la pressione fiscale in Italia è salita, dal 2000 al 2009, dal 42,2% al 43,5% del Pil! Senza considerare il fatto che l’approvazione del federalismo municipale, in giunta d’arrivo, rischia secondo molti osservatori di provocare un’ulteriore “stangata” per i contribuenti!);

6- e di sanare il “gap infrastrutturale” che ci vede fanalino di coda in Europa (dieci anni fa il Cavaliere, dagli studi di “Porta a Porta”, presentava agli Italiani una mappa piena di strade, ponti, trafori e ferrovie che avrebbero dovuto cambiare il volto del Paese... Ad oggi, le nostre strade sono il “50%” di quelle tedesche e francesi, il che costa 40 miliardi di euro alla nostra economia e circa 3.000 euro l’anno ad ogni impresa! Dell’inizio dei lavori del Ponte di Messina, ovviamente, nemmeno l'ombra... Senza considerare il fatto che il ministro Tremonti, avventuratosi nei giorni scorsi in un viaggio ferroviario Roma-Reggio Calabria, ha dichiarato: “a sud i moscerini sono più veloci dei treni”! Per recuperare il "tempo perduto", così, il Cipe, lo scorso dicembre, con delibera n.121 ha varato l'ennesimo piano infrastrutturale, con 250 opere pubbliche dal costo di ben “125 miliardi”. Peccato, però, che in cassa di miliardi ne residuano solo 43!).

ED ORA? COSA ASPETTARSI?

E’ arrivato il momento che anche il popolo del centrodestra (specie quella generazione di 20-30enni cresciuti sotto l’"orbita berlusconiana") si ponga seriamente delle domande sugli atavici “problemi” di questo Paese e sulla manifesta incapacità del berlusconismo di offrire vere “soluzioni” (diverse dagli “inviti all’ottimismo”, dagli incitamenti al consumismo… e dalle esortazioni, per le donne, di sposarsi l’uomo giusto per risolvere i propri problemi finanziari!)

Non suonano come “stonate”, dunque, le prime “voci di dissenso” che si alzano dalla base del Pdl contro la gestione del partito e l’immobilismo del Governo (tra le quali annoverare quelle di Sara Giudice…).

La petizione “anti-Minetti” non raggiungerà certamente le “10 milioni” di firme che si propone, contestualmente, il Pd (nel qual caso, però, per chiedere le dimissioni di Berlusconi, non della sua igienista dentale!).

Nonostante tutto, tale iniziativa acquisisce una rilevanza “ancor maggiore” di quella promossa da Bersani, se non altro perché non era affatto scontato che una consigliera circoscrizionale del Pdl mettesse in discussione il proprio leader e, al contempo, conquistasse così tanti consensi tra i propri elettori!

I risultati di questa coraggiosa (solitaria?) battaglia politica intestina al Pdl si valuteranno solo nel tempo…

Quel che è già certo, però, è che la “questione morale” aperta da alcuni giovani nel Pdl rivela come esista anche “un altro centrodestra”: un popolo liberal-conservatore che, oltre che nel carisma berlusconiano, fa affidamento in dei valori “non negoziabili”, direi “pre-berlusconiani” (quali il merito, la famiglia…), che possono rappresentare un retroterra “culturale” (non volendo usare l’obsoleto termine “ideologico”) su cui un futuro centrodestra potrà costruire ciò che, prima o poi, sarà inevitabile, ossia il “post-Berlusconi”.

Finché Berlusconi rimarrà in campo il suo potere “carismatico” (e -aggiungerebbe probabilmente Fini- “finanziario”…) potrà tranquillamente sopprimere sul nascere ogni “ribellione interna”… (un po' come il suo amico Gheddafi -per fare un paragone azzardato- sta tentando di fare in Libia!).

Quel che il Cavaliere non potrà impedire, invece, è che, su ciò seminato "oggi" da quell'elettorato di centrodestra che lo vota solo per mancanza di “alternative” (come “male minore”...), potrà nascere "domani" qualcosa di profondamente diverso (che probabilmente non si chiamerà Fli… ma certamente nemmeno Pdl!).


In e-mail l'8 Marzo 2011 dc:

Riti inutili e significati rimossi

di Lucio Garofalo

Come ogni anno il giorno dell’8 marzo si ripete (sempre più stancamente) la festa della donna, che nel 2011 coincide con un’altra ricorrenza molto celebrata, il Carnevale, con cui condivide forme rituali e modalità gestuali di segno squisitamente edonistico e commerciale, frutto di un processo di totale svuotamento, rimozione o travisamento del valore più autentico e profondo dell’idea di partenza, cioè del senso più antico di una festa laica come l’8 marzo, o di una tradizione pagana e popolare come il Carnevale.

Il valore storico, religioso, laico o politico di una ricorrenza, se non è stato definitivamente azzerato, volgarizzato o frainteso, rappresenta semplicemente la cornice esteriore, un elemento effimero e pletorico, mentre ciò che conta è il primato del dio denaro e della merce, la prassi consumistica standardizzata che annienta ogni capacità di giudizio e riflessione critica, alienando e mistificando la vita delle persone.

Nella società consumista tali ricorrenze, siano esse di origine religiosa come il Natale e la Pasqua, di chiara provenienza pagana come il Martedì grasso, o di matrice politica come il 25 aprile e il 1° maggio, costituiscono una serie interminabile di consuetudini esclusivamente commerciali, prive di ogni altro valore se non quello relativo alla più stolta e volgare mercificazione e all’estrazione del profitto economico individuale.

Si tratta di una sequenza monotona e reiterata di cerimonie ridotte a gesti rituali, consunti e abitudinari che sanciscono la supremazia del mercato e della logica del profitto, l’affermazione dell’edonismo e del cretinismo di massa, che si ripetono con l’acquisto dei regali, la consumazione del pranzo o del cenone, l’alienazione del ballo e dello sballo, in un contesto di conformismo di massa e intorpidimento delle coscienze all’insegna della sfrenatezza e della frivolezza assoluta, nell’esaltazione del disimpegno e del riflusso nella sfera egoistica, futile e meschina dell’individualismo borghese.

Soffermiamoci a riflettere sul senso autentico (ormai rimosso) dell’8 marzo. Mi riferisco al significato politico, intellettuale e sociale che diede luogo a tale manifestazione, non a caso introdotta nello scenario e nell’habitat del movimento socialista, cioè sul terreno fertile delle lotte e delle ragioni della classe operaia internazionale grazie ad un’idea di Rosa Luxemburg e Clara Zetkin, due donne di grande pensiero e personalità che furono militanti comuniste del proletariato rivoluzionario. Serve quindi una breve ricostruzione storica della cosiddetta “Giornata internazionale della donna” per comprendere il senso originario che nel corso del tempo è stato smarrito, cancellato, svilito o banalizzato.

Durante il VII Congresso della Seconda Internazionale nel 1907, a cui parteciparono delegati provenienti da varie nazioni, tra cui i massimi dirigenti socialisti dell’epoca come Rosa Luxemburg, Clara Zetkin e Lenin, si discusse anche della rivendicazione del suffragio universale esteso alle donne. Su questo tema il Congresso votò una mozione in cui i partiti socialisti si impegnavano per l’applicazione del suffragio universale femminile. La prima “Giornata della donna” fu celebrata ufficialmente negli Stati Uniti il 28 febbraio 1909, mentre in alcuni paesi europei si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911 su indicazione di Clara Zetkin. Le manifestazioni furono interrotte dallo scoppio della Prima guerra mondiale finché l'8 marzo 1917 nella capitale russa le donne guidarono un’imponente manifestazione per chiedere la fine del conflitto. In tal modo l'8 marzo del 1917 sancì l'inizio della Rivoluzione bolscevica in Russia. Per stabilire un giorno comune a tutte le nazioni, nel 1921 la Conferenza internazionale delle donne comuniste decise che l'8 marzo si celebrasse la “Giornata internazionale dell'operaia”.

Tenendo dunque presente le ragioni e gli avvenimenti che ispirarono l’istituzione di tale giornata, occorre ribadire e rilanciare con forza l’idea che l’emancipazione femminile sarà possibile solo in una società totalmente affrancata dal bisogno e dallo sfruttamento materiale dell’uomo (e quindi della donna) da parte di altri uomini, vale a dire in una società di liberi ed eguali, in un sistema che sia effettivamente egualitario e comunista.

La festa della donna, così come venne concepita e creata cent’anni fa, è oggi completamente priva di senso, ridotta ad essere un rito vuoto e pleonastico, è la conferma inequivocabile del trionfo capitalista, l’esaltazione dell’ideologia mercantilista borghese e delle sue liturgie sociali, l’estasi del dio denaro e il feticismo della merce, un culto massificato che celebra l’apoteosi dell’edonismo più alienante e dissennato.

Il sistema capitalista esercita un potere diabolico in grado di assorbire e neutralizzare ogni valore ed ogni sentimento, il significato di qualsiasi avvenimento, azione o idea, anche l’iniziativa o il movimento più audace e sovversivo. In altri termini, il sistema consumista di massa costituisce il vero totalitarismo e il vero fascismo, un mostro onnivoro capace di assimilare e divorare tutto, come sosteneva Pasolini oltre 35 anni fa.


In e-mail il 5 Marzo 2011 dc:

Lo sfacelo della scuola

di Lucio Garofalo

La scuola pubblica è ormai priva di risorse umane, intellettuali, finanziarie. I soldi sono dirottati ai privati. La scuola è un ambiente abbandonato a se stesso, in cui si recita un desolante teatrino che prepara i giovani alla futura commedia borghese di cui scriveva Sartre. Ma senza la scuola il destino dei giovani potrebbe essere peggiore. Si pensi al sistema statunitense, dove decenni di neoliberismo hanno scardinato ogni diritto. Quella statunitense è una società in cui pochi godono di un sistema scolastico eccellente, mentre i ceti popolari sono costretti a mandare i figli nelle scuole rottamate. E’ un modello miserabile e classista che il duo Tremonti/Gelmini vuole applicare nel nostro Paese: non più comunità educante e democratica, ma una scuola-parcheggio dove i docenti addestrano gli studenti per aiutarli a superare i quiz a risposta multipla.

È innegabile l’importanza della scuola nella formazione del carattere, delle attitudini e delle aspirazioni dei soggetti in età evolutiva. Credo che un rinnovamento sociale passi anzitutto attraverso un rinnovamento culturale e morale, per cui è decisivo rilanciare la funzione della scuola. Il principale problema della scuola italiana è costituito dalla svalutazione della professionalità degli insegnanti, dallo stato di insoddisfazione e avvilimento che li attanaglia. Il potere d’acquisto degli stipendi è crollato vertiginosamente, pertanto occorre rivalutare la posizione economica degli insegnanti italiani, che sono i più sottopagati d’Europa. Solo così si potrà attivare un processo di riqualificazione della scuola, rendendo più appetibile la professione docente. Il recupero del potere d’acquisto condurrà ad un aumento del prestigio sociale e favorirà il rendimento dei docenti. A beneficiarne saranno anzitutto gli studenti. Questo è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la scuola.

Nella scuola odierna è possibile, oltre che necessario, rilanciare un metodo di gestione realmente partecipativo. In questa prospettiva conta più il metodo che la finalità di un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si ottiene uno scopo, cioè il come, anziché il cosa. Nel nostro caso il metodo da recuperare si chiama “democrazia partecipativa”. In tempi di transizione la democrazia è un organismo fragile in quanto le inquietudini derivanti dalla crisi economica mettono a repentaglio le libertà individuali.

L’attuale situazione economica e politica evidenzia tali rischi: infatti sono in pericolo i diritti e le libertà personali. In fasi storiche segnate da una profonda crisi sociale ed economica l’unica democrazia possibile non è quella rappresentativa. Oggi l’unica democrazia possibile è la democrazia diretta. Nella scuola tale formula è incarnata dalla democrazia collegiale. Non ci sono altre modalità. L’alternativa sarebbe l’assenza di una reale condivisione e trasparenza democratica, la deriva verso il paternalismo e il dirigismo.

Pertanto, occorre riscoprire un metodo di gestione basato sulla più ampia condivisione possibile, un sistema collegiale da mettere in atto sin dalla fase di elaborazione iniziale di ogni iniziativa o progetto che riguardi l’educazione dei giovani. A proposito di progetti, in molte scuole anche quest'anno si è rinnovato il "miracolo" della moltiplicazione e della spartizione dei PON (Programmi Operativi Nazionali). I "progettifici scolastici" sono deprecabili non a priori, ma per ragioni pratiche. Nulla impedirebbe di appoggiare il finanziamento di progetti di qualità, purché siano discussi e realizzati seriamente. I "progettifici scolastici" si caratterizzano negativamente per una mancanza di trasparenza e rispondenza ai reali bisogni degli studenti, mentre obbediscono solo ad una logica affaristica. Non a caso i "progettifici" sono così chiamati proprio perché sono "fabbriche" di progetti che premiano la quantità "industriale" a discapito della qualità.


In e-mail il 24 Febbraio 2011 dc:

La lezione dei popoli magrebini

di Lucio Garofalo

Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria, appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine come Tunisia, Marocco, Egitto, nonché parte della penisola arabica, Arabia Saudita, Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen, Giordania, Libano, Siria ed altri Stati che non sono esposti all'attenzione dei mass-media.

In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello Gheddafi. Il quale, grazie anche alla complicità criminale del governo Berlusconi e alle armi di fabbricazione italiana, sta massacrando il suo popolo che rivendica maggiori diritti, libertà e un effettivo rinnovamento democratico della società e della politica. E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore europeo di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di armamenti bellici nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.

Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste settimane non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine di un "effetto domino", come molti analisti politici teorizzarono per descrivere il crollo dei regimi dell’Est Europeo a partire dall’abbattimento del Muro di Berlino alla fine degli anni ‘80, né la tesi di un “terremoto” politico su ampia scala, come sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre ipotizzare un accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni sociali nel quadro di un movimento complessivo paragonabile ad un’espansione tettonica rivoluzionaria.

La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi si anniderebbero dei “burattinai occulti” che farebbero capo alla solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è semplicemente ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una riduzione schematica e semplicistica della realtà, che invece è molto più complicata.

L'ondata rivoluzionaria non accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento infuocato della rivolta popolare rischia di soffiare ancora e spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo l’intera area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli interessi economici, strategici e politici più importanti e vitali per l’imperialismo internazionale.

Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini politici nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi rivoluzionaria di dimensioni epocali che potrebbe innescare un processo di rottura dei rapporti di forza economici e geo-politici internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto il mondo temono che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui ruolo è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato storico della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico, ricchi di riserve petrolifere indispensabili all’economia capitalistica mondiale.

Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato da giovani al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo rivoluzionario, stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e imborghesita sinistra europea, mostrando al mondo che solo le masse popolari compatte e decise nella lotta rivoluzionaria possono porre termine ad una crisi capitalistica che s’inasprisce sempre più. Le rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che nessun regime politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che l’appoggio fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a mantenerli in vita.

Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo e vittorioso di queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure in altri momenti storici è accaduto che la diserzione dei militari abbia rappresentato un fattore risolutivo per le sorti di una rivoluzione: si pensi ai soldati e agli ufficiali dell’esercito zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i cosiddetti “interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel 1917.

Venendo alla politica estera italiana, non si può non esecrare con fermezza la posizione, assolutamente inaccettabile e scandalosa, a favore del rais libico mantenuta finora dal governo Berlusconi che si ostina a difendere, nei fatti, il regime di Gheddafi. Coloro che oggi proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari con i regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile causa” della “esportazione della democrazia” attraverso la guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo nordamericano.

E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari d’oro anche con i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie politiche occidentali auspicano la classica soluzione di stampo gattopardesco, vale a dire una prospettiva di medio o lungo termine che consenta di cambiare tutto affinché nulla cambi e tutto rimanga come prima.


In e-mail il 20 Febbraio 2011 dc:

Lo sfacelo della scuola tra PON e progetti vari

di Lucio Garofalo

La scuola pubblica è ormai privata dei beni più preziosi: risorse umane, intellettuali e finanziarie. I fondi economici sono reperibili, ma sono sottratti alle scuole statali e dirottati per sovvenzionare gli istituti privati, depauperando le strutture pubbliche. La scuola è un ambiente esanime, senza vita né cultura, un luogo alienante in cui il piacere della lettura, la passione per l’arte, l’amore per il sapere e il libero pensiero, per la convivenza e la partecipazione democratica, sono diritti negati. La scuola, sostiene qualcuno, sarebbe un covo di “fannulloni”, “pelandroni”, “assenteisti” e “disertori”.

La scuola è un’istituzione abbandonata a se stessa, in cui si recita una desolante commedia corale, un teatro permanente in cui si segue un tirocinio che prepara i giovani alla futura commedia sociale della vita piccolo-borghese di cui scriveva Sartre. Ma senza la scuola il destino dei giovani potrebbe essere anche peggiore. Si pensi al sistema statunitense, dove decenni di neoliberismo hanno scardinato ogni elementare diritto, compreso il diritto all’istruzione. Quella nordamericana è una società in cui le elite godono di un sistema scolastico e sanitario eccellente, mentre i ceti popolari sono costretti a mandare i figli nelle scuole pubbliche rottamate, a curarsi negli ospedali pubblici depauperati. A riguardo cito il film-documentario “Sicko” di Michael Moore sull’assistenza sanitaria negli Usa. E’ un modello miserabile e classista che il duo Tremonti/Gelmini vuole trapiantare nel nostro Paese: una scuola-parcheggio per “bulli”, dove i docenti sono al massimo addestratori degli studenti per aiutarli a superare i quiz a risposta multipla proposti alle valutazioni internazionali. Una scuola che è una sorta di supermercato dell’offerta non-formativa, non comunità educante e democratica. Una scuola che è la negazione della cultura e che produce solo saperi-merci “usa e getta”.

È dunque ora di congedare i vandali che hanno occupato il governo della nazione, sciupando le risorse migliori, i beni culturali, lo stato sociale, il patrimonio di civiltà e legalità democratica del nostro Paese. Costoro hanno scambiato lo Stato per un’impresa privata e l’hanno smembrato e oltraggiato. Più di tutti la Gelmini, un flagello della cultura, ha rovinato la Scuola Pubblica, un’istituzione che era il vanto della nazione, in particolare la scuola materna e la scuola elementare erano considerate tra le migliori realtà pedagogiche del mondo, persino da parte degli esperti nordamericani, tanto cari ai fautori della “riforma”. Evidentemente gli “ideologi” del centro-destra sanno bene che la Scuola svolge un ruolo eversivo in quanto forgia personalità libere e ribelli. E’ innegabile l’importanza della scuola nella formazione della mentalità, del carattere, delle attitudini e delle aspirazioni ideali delle persone, in particolare dei soggetti in età evolutiva. Credo che un rinnovamento sociale e politico passi anzitutto attraverso un rinnovamento culturale e morale, per cui è decisivo rilanciare la funzione della scuola.

Il principale problema della scuola italiana è costituito dal corpo docente, dalla svalutazione della professionalità degli insegnanti, dallo stato di insoddisfazione, demotivazione e avvilimento che li attanaglia. Occorre rivalutare in modo concreto la professionalità didattica. Il potere d’acquisto degli stipendi è crollato vertiginosamente, come è in caduta verticale il sistema scolastico che vede nei docenti il perno centrale da ricostruire con iniziative tese a stimolare ed accrescere la loro professionalità. Pertanto occorre rivalutare la posizione economica degli insegnanti italiani, che risultano i più sottopagati d’Europa. Solo così si potrà innescare un meccanismo virtuoso, attivando un processo di riqualificazione della scuola. Infatti, rendendo più appetibile la professione dell’insegnamento inevitabilmente si creeranno le condizioni che indurranno le persone più ambiziose e preparate ad aspirare ad un lavoro ben remunerato, più apprezzato e riconosciuto rispetto al presente. Il recupero del potere d’acquisto condurrà ad un incremento proporzionale del prestigio sociale e, di conseguenza, favorirà un crescente impegno e rendimento dei docenti. Naturalmente, a beneficiarne saranno anzitutto gli studenti. Questo è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la scuola. Di certo la Gelmini, come altri ministri che l’hanno preceduta, ha arrecato danni quasi irreparabili alla scuola pubblica, in particolare al ruolo dei docenti.

È ormai un’impresa ardua insegnare. Infatti, sono aumentati i fattori che ostacolano l’esercizio della professione docente. Ad esempio, il carico di lavoro burocratico è cresciuto a dismisura. Come pure prevalgono gli incarichi aggiuntivi “funzionali all’insegnamento”, in realtà funzionali ad un assetto che pare una caricatura del modello capitalista. Tali adempimenti sottraggono tempo utile all’insegnamento e al rapporto con gli allievi. Inoltre, gli insegnanti sono sempre più umiliati dalle angherie e dai soprusi, dalle intimidazioni e dai ricatti esercitati da dirigenti arroganti che scambiano la scuola per un’azienda e l’autonomia scolastica per una tirannia personale.

L’esperienza di lavoro nella scuola mi ha insegnato, attraverso circostanze negative, che non c’è più alcun margine, né spazio di agibilità democratica e sindacale, e tanto meno politica, nella vita dei cosiddetti “organi collegiali”. Come si è verificato in molte occasioni, persino le proposte da apprezzare in virtù di finalità favorevoli agli alunni, inevitabilmente finiscono per suscitare reazioni di sdegno e dissenso rispetto alle modalità impiegate, che non sono un aspetto marginale o formale, in quanto le procedure e le regole costituiscono la base su cui poggia un’autentica democrazia collegiale. Tale deficit di trasparenza democratica si avverte sia in fase di elaborazione progettuale, discussione ed approvazione, sia in fase di esecuzione pratica ed operativa.

Ad esempio, una circostanza spiacevole ed emblematica che ha coinvolto anche la scuola dove insegno, concerne le modalità decisionali adottate in merito ai cosiddetti “Corsi di recupero”. Premesso che tali interventi compensativi sono un’iniziativa valida e persino eccellente, essendo finalizzata al recupero degli alunni che nel corso dell’anno accusano lacune, ritardi o difficoltà sul piano del rendimento e dell’apprendimento, è anzitutto da obiettare che la proposta non sia supportata da un’ampia condivisione collegiale. Infatti, sono di imprescindibile necessità quelli che ad altri appaiono come oziose procedure da eliminare. Mi riferisco ai momenti di confronto e partecipazione collettiva che sono valori essenziali tanto, se non più del merito stesso di un’idea, per quanto nobile e impareggiabile possa essere. Le procedure democratiche del dibattito, della partecipazione e della ratifica collegiale non possono essere sminuite al livello di un arido formalismo burocratico, come accade in molte realtà scolastiche, dove i Collegi dei docenti sono esautorati di ogni potere di controllo e decisione, privati della libertà di discutere sulle questioni. In tali contesti le delibere non scaturiscono da un confronto sincero, né poggiano su basi di compartecipazione e corresponsabilità corale. Ormai è evidente che gli organi collegiali sono stati ridotti a luoghi privi di ogni libertà democratica, divenendo centri di mera ratifica formale delle decisioni assunte altrove.

Nella scuola odierna è possibile, oltre che necessario, rilanciare un metodo di gestione realmente corale e partecipativo. In questa prospettiva conta più il metodo che la finalità d’un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si ottiene uno scopo, ovvero il come, anziché il cosa. Nel nostro caso, il metodo da recuperare si chiama “democrazia partecipativa”: è la democrazia dell’autonomia personale, il massimo possibile di democrazia in una società come la nostra e in una scuola come la nostra.

In tempi di trapasso come quelli che viviamo, la democrazia è un organismo fragile e precario, nella misura in cui le inquietudini derivanti dalla grave recessione economica mettono a repentaglio le libertà individuali. L’attuale situazione economica e politica nazionale ed internazionale evidenzia simili rischi: infatti, sono in serio pericolo i diritti e le libertà personali. In simili fasi di transizione storica, segnate da una profonda crisi sociale, economica e politica, l’unica democrazia possibile non è quella rappresentativa borghese, basata sulla rappresentanza liberale, ossia la democrazia della delega elettorale, su cui poggia il sistema politico-istituzionale vigente. Oggi l’unica democrazia davvero possibile e praticabile, è esattamente la democrazia a partecipazione diretta.

Nella scuola questa formula è incarnata dalla democrazia collegiale, l’unico esempio di democrazia davvero possibile. Non ci sono altre modalità organizzative. L’alternativa sarebbe l’assenza di una reale condivisione e trasparenza democratica, la deriva autoritaria verso il paternalismo e il dirigismo, la censura e la manipolazione delle idee e delle persone. Pertanto, occorre riscoprire un metodo di gestione politica basato sulla più ampia partecipazione e condivisione possibile, un metodo di organizzazione e direzione collegiale da mettere in pratica sin dalla fase di elaborazione iniziale di ogni iniziativa scolastica che investa l’istruzione e la formazione delle giovani generazioni.

A proposito di “progettifici scolastici”, anche quest'anno, in molte scuole d'Italia si è rinnovato il "miracolo" della moltiplicazione e della spartizione dei PON (Programmi Operativi Nazionali). Si è consumato l'ennesimo “mercato delle vacche”, senza offesa per le vacche. Con la differenza, non secondaria, che un mercato delle vacche denota maggior dignità e serietà, che invece mancano stando almeno alle oscenità a cui si assiste in un "progettificio scolastico". I "progettifici scolastici" sono deprecabili non per una presa di posizione ideologica e aprioristica, ma per ragioni pratiche maturate con l’esperienza diretta. Nulla impedirebbe di appoggiare il finanziamento di progetti di qualità, purché siano creati, discussi e realizzati seriamente, ma mi accorgo che i casi positivi sono eccezioni rare. I "progettifici scolastici" si caratterizzano negativamente anzitutto per un'assenza di creatività e trasparenza, per una non rispondenza ai bisogni formativi, sociali e culturali degli studenti, mentre obbediscono solo ad una logica affaristica. Per non parlare degli strappi alle regole, delle reiterate violazioni di norme e diritti sanciti dalla legge, delle innumerevoli e meschine scorrettezze commesse all'interno delle scuole.

Non a caso i "progettifici" sono definiti in tal modo proprio perché si configurano come "fabbriche di progetti che sacrificano la qualità, mentre premiano la quantità "industriale". In gran parte si tratta di progetti privi di valore culturale e di estro creativo, non rispondenti al contesto territoriale, in grave disaccordo con le istanze effettive degli alunni. In molti casi si tratta di "progetti-fantasma", esistenti solo sulla carta, la cui attuazione non è soggetta ad alcun sistema di controllo. Gli stessi strumenti di monitoraggio sono inefficaci o inesistenti, ovvero esistenti solo sulla carta.

Sono sempre più numerose le scuole italiane che tendono a configurarsi come "progettifici" senza valore, per la semplice ragione che la produzione di progetti su scala industriale conviene economicamente ai dirigenti scolastici e ai colleghi più venali. I quali, non a caso, puntano sui "progettifici" e non sulla qualità, perseguendo esclusivamente la "produttività economica", ovvero il facile guadagno. In particolare, anche quest'anno nella scuola dove lavoro i progetti (mi riferisco non solo ai PON, ma anche ad altre tipologie di progettazione) hanno conosciuto una proliferazione a dir poco impressionante, si sono moltiplicati a dismisura, sono stati riciclati e riesumati in modo "prodigioso", mutando natura e caratteristiche, veste, tipologia e denominazione, persino il nome del docente referente. Perciò, sono sempre più nauseato e indignato .


In e-mail il 15 Febbraio 2011 dc:

Considerazioni inattuali 25

di Lucio Manisco www.luciomanisco.com

Borghesia e imprese:

forze propulsive della mafia

Se noi dobbiamo risvegliarci una volta e riprendere lo spirito di nazione il nostro primo moto deve essere non la superbia, né la stima delle cose nostre presenti, ma la vergogna.”

Giacomo Leopardi

Un verdetto amaro quello del grande poeta e saggista sull’Italia pre-risorgimentale, veritiero e calzante oggi come centottanta anni fa. Era indirizzato allora a classi dirigenti, intellettuali e politiche, imbelli, frantumate e chiuse nel loro particulare, ostili o indifferenti al riscatto unitario della nazione. Malgrado la paludata retorica del centocinquantesimo anniversario si avverte la stessa indifferenza se non la stessa ostilità nei confronti di un risveglio di valori civili e democratici che sottragga il paese all’obbrobrio internazionale ed al collasso ultimativo degli interessi più elementari della comunità nazionale. E’ vero, negli ultimi mesi, nelle ultime settimane è emersa un’altra Italia, ahimé ancora minoritaria, che sta avvertendo quel moto di vergogna di leopardiana memoria e che si sta mobilitando con lo spontaneismo dell’intollerabilità per dire basta allo strazio e al grande scempio del berlusconismo: le donne, gli operai rappresentati da agguerrite minoranze sindacali, i giovani e gli intellettuali – ancora pochi, troppo pochi – che stanno uscendo da un trentennale letargo.

Non di questo vogliamo parlare in queste brevi annotazioni, ma di quel particulare che cementa in una crosta rivoltante, deleteria e criminosa la borghesia imprenditoriale italiana.

I fatti al di là e al di sopra delle opinioni:

1) Secondo la Kris Network of Business Ethic l’evasione fiscale è cresciuta del 10,1% nei primi 11 mesi del 2010 ponendo così il nostro paese al primo posto in Europa con il 54,4% del reddito imponibile evaso. Sono state così sottratte all’erario imposte superiori ai 159 miliardi di euro. Il Dipartimento delle Finanze ha comunicato che nel 2008/2009 undici milioni di italiani non hanno pagato l’Irpef e che solo l’uno per cento dei contribuenti ha dichiarato più di centomila euro l’anno. I redditi dichiarati da lavoro dipendente e da pensione sono stati di 33.500 euro; i redditi d’impresa di 19.792 euro; quelli da lavoro autonomo 44.452. E, udite, udite, il 50% degli italiani, esclusi i pensionati e i lavoratori dipendenti, ma quasi tutti negozianti, artigiani, tassisti, commercialisti, ecc. hanno dichiarato tra i 12.000 e i 14.500 euro l’anno.

2) Secondo Transparency International l’Italia, per quanto riguarda la corruzione nella pubblica amministrazione, lo scorso anno è precipitata al 67° posto nella graduatoria mondiale di 178 nazioni, quattro punti al di sotto del Rwanda.

3) Gli “stress tests” o “controlli di rischio” effettuati dal Comitato dei Supervisori Bancari europei su 90 istituti ha espresso dubbi sullo stato di buona salute di una trentina degli istituti stessi o sulla veridicità dei dati da essi forniti. Le banche italiane avrebbero i conti in regola, ma, come ha commentato ufficiosamente un vice-presidente della BCE, i bilanci presentati da alcuni dei nostri istituti di credito “are as clear as mud”, “sono trasparenti come la mota”. Si manifesta sorpresa a Francoforte per il gran numero di istituti bancari e sportelli soprattutto nel meridione (Corigliano Calabro, un paesone di 29.000 abitanti da noi visitato, conta ben 13 banche i cui clienti dovrebbero essere quasi tutti pensionati e agricoltori) e, sempre a Francoforte, si esprime qualche perplessità sulla capacità e sui mezzi di cui dispone Bankitalia per controllare i flussi di liquidità o l’origine di depositi superiori ai 5.500 euro (procedure GIANOS e denunzie “volontarie” di operazioni sospette).

4) Il “fatturato” annuo della criminalità organizzata viene calcolato dalle autorità inquirenti con stime approssimative per difetto sui 130-160 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti i milioni o i miliardi del riciclaggio denunziati con scadenze ormai settimanali da pubblici ministeri, carabinieri e Guardia di Finanza (IOR, Credito Cooperativo Fiorentino e via dicendo).

E veniamo al dunque: facendo un semplice conto della spesa, tra evasione ed elusione fiscale, proventi di una corruzione endemica nella pubblica amministrazione e quelli della criminalità organizzata, condoni espliciti ed impliciti, si potrebbe arrivare ad un gran totale di 500 miliardi di euro, circa un terzo del PIL: un mare di liquidità illecita su cui galleggia quello che Prodi ha definito “un paese povero abitato da gente ricca e carente di regole”.

Che questa “gente ricca” si identifichi con una borghesia e un’imprenditoria di stampo mafioso ne erano convinti Falcone e Borsellino, ne aveva scritto l’allora magistrato del pool antimafia Giuseppe Di Lello nel saggio “Giudici” (Sellerio, 1994), lo aveva documentato nel contesto del capoluogo campano Giorgio Bocca in “Napoli siamo noi” (Feltrinelli, 2006), il migliore esempio di giornalismo investigativo dell’ultimo mezzo secolo, e poi ne hanno parlato e continuano a parlarne con narrazioni, testimonianze, atti giudiziari Roberto Saviano, Marco Travaglio, Peter Gomez, Milena Gabanelli e poi ancora con il riserbo dettato dalle inchieste in corso quei pubblici ministeri – pochi e coraggiosi – che conoscono a fondo il ruolo determinante della criminalità organizzata nell’economia oltre che nelle istituzioni nella politica e nella società in genere del nostro paese.

Per non parlare poi delle inchieste de “L’Express” del 9 agosto u.s., degli accenni tutt’altro che velati dell’Economist e del “Financial Times”.

Con fugaci e misurati accenni si è occupato del tema Giuseppe Pisanu: l’ex-Ministro degli Interni del Berlusconi bis ed ora presidente della commissione parlamentare antimafia ha alluso all’esistenza di una “borghesia mafiosa”. Un’osservazione tardiva ma veritiera anche se carente per difetto perché è ormai convinzione diffusa negli ambienti finanziari internazionali che la borghesia italiana, soprattutto quella imprenditoriale, media e grande, non è mafiosa perché infiltrata o dominata dalla criminalità organizzata; non subisce, non convive con essa, ma la promuove, la remunera legittimandola nell’alta e media finanza, nelle istituzioni, nella politica, nelle amministrazioni nazionali e regionali; a tutti gli effetti ed in tutti i suoi strati economici, di ceto, di reddito e di comportamenti sociali, è l’incontrastata e sempre sottaciuta forza propulsiva di tutte le mafie nazionali.

Dovrebbe essere questa, oggi ingigantita all’ennesima potenza, la vergogna del poeta di Recanati.


In e-mail il 13 Febbraio 2011 dc:

Chi di gossip ferisce di gossip perisce

Per la serie “chi la fa l’aspetti”

di Lucio Garofalo

L'ennesima vicenda "scandalistica" e "gossippara" che investe Berlusconi e le escort, tutto sommato ci riguarda molto da vicino, sebbene la gente sia interessata direttamente da questioni più concrete e prioritarie di ordine evidentemente economico. Gli scandali politici e morali si intrecciano con quelli economici e con le gravi ingiustizie sociali che pesano sulla vita delle classi lavoratrici del nostro Paese.

Il tema dell’etica pubblica, come pure la crisi della democrazia rappresentativa borghese che spinge il nostro Paese ad assomigliare sempre più ad un regime sudamericano, sono emergenze reali che incidono anche nell’ambito sociale ed economico. Dunque, non si tratta di questioni separate come si vuol far credere.

La riduzione degli spazi di agibilità democratica, la carenza di un minimo di opposizione sul piano parlamentare, non dico di segno "comunista" ma persino di natura "socialdemocratica" e riformista, la mancanza di un quadro politico che sia minimamente "di sinistra", l'inesistenza di un soggetto politico interessato a salvaguardare la sfera dei diritti e delle garanzie costituzionali che appartengono ad una mera democrazia formale, ossia liberale e rappresentativa, sono intimamente legate all'assenza di una forza politica e sindacale in grado di tutelare i diritti e gli interessi dei lavoratori.

In effetti, sia a livello politico nazionale come pure sul versante internazionale, è in atto uno scontro duro e feroce per il potere, che viene sostenuto anche con il ricorso a notizie scandalistiche e di gossip, e giunge a servirsi inevitabilmente dei sistemi più cinici e spregiudicati, scorretti ed immorali, come il ricatto e la diffamazione a mezzo stampa, mettendo in moto la cosiddetta “macchina del fango”. Ma l’aspetto sorprendente è che la parte che ha utilizzato finora con maggior disinvoltura tali metodi al fine di infangare e delegittimare gli avversari politici, vale a dire la stampa filo-berlusconiana, ora grida allo scandalo e s’indigna perché l’altra parte, ossia la stampa anti-berlusconiana, pratica la medesima tecnica per screditare Silvio Berlusconi e i suoi.


In e-mail l'1 Febbraio 2011 dc:

Previsioni sull'Italia: forti "venti di censura" dal nord-est?

Proposta "schock" dal Veneto: pronto un "indice degli autori proibiti"!

La notizia è emersa il 21 gennaio scorso da un servizio del Tg3: nel nord-est iniziano a circolare "liste di proscrizione" di autori "sgraditi", dei cui amministratori locali avrebbero chiesto la rimozione da ogni scuola e biblioteca pubblica!

Primo in lista? Ovviamente Roberto Saviano!

Di primo impatto la notizia può suscitare meraviglia, stupore, "incredulità"...Ma è ripercorrendo nei dettagli l'intera vicenda che prevale l'inquietudine, lo sconcerto... l' "indignazione"!

LEGGI L' "ARTICOLO-DENUNCIA" ALLA PAGINA:

http://gaspareserra.blogspot.com/2011/01/ultimi-censori-caccia-dautore.html

P.S.:

Pensi sia legittimo il "boicottaggio" proposto in Veneto contro gli autori firmatari di un appello del 2004 per la liberazione di Cesare Battisti (allora rifugiato in Francia)?

Ritieni giusto che la politica indichi cosa sia "degno" o meno di lettura?

Dì la tua esprimendo un parere o giudizio in commento all'articolo su linkato!

PER ULTERIORI CONTATTI:

Blog “Panta Rei”: http://gaspareserra.blogspot.com

Pagina “Panta Rei”: http://www.facebook.com/blog.di.GaspareSerra

Gruppo "Per la libertà d'informazione e di satira": http://www.facebook.com/group.php?gid=48446802407&ref=mf

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In e-mail il 6 Febbraio 2011 dc:

Com’è umano, lei!

di Lucio Garofalo

Com’è umano, lei!” è una battuta tormentone pronunciata da Giandomenico Fracchia, la maschera buffa e surreale inventata da Paolo Villaggio, che lo interpretò per la prima volta nel 1968 nel programma televisivo Quelli della Domenica. Il timido Fracchia è imparentato con il personaggio tragicomico più famoso ideato da Villaggio, il rag. Ugo Fantozzi, protagonista di una fortunata serie cinematografica e letteraria (in origine Fantozzi era il protagonista di un racconto umoristico scritto nel 1971 da Villaggio).

Fracchia è l’antesignano involontario di una situazione che, attraverso la finzione letteraria e cinematografica, anticipa e precorre una vicenda reale e paradossale insieme, impietosa e drammatica, per la serie “la realtà supera la fantasia”. Fracchia è l’espressione patetica e grottesca dell’Italia di oggi, una società che diventa sempre più assurda e mostruosa, crudele e disumana oltre ogni limite accettabile.

Nella fattispecie, la “belva umana” è un sindaco leghista che ha minacciato di far licenziare le maestre della Scuola dell'Infanzia di Fossalta di Piave, un piccolo comune in provincia di Venezia. Le insegnanti sono “colpevoli” di un gesto di elementare solidarietà umana nei confronti di una bimba africana di quattro anni, i cui genitori, a causa delle ristrettezze economiche, non potevano permettersi di pagare il servizio della refezione scolastica. Per risolvere il problema le maestre avevano deciso di rinunciare a turno al pasto a cui ciascun insegnante ha diritto durante la pausa mensa, per cederlo all’alunna. Ma l’intervento del sindaco, infuriato per l’atto di generosità (indubbiamente lodevole) compiuto dalle maestre, ha indotto la direttrice ad emanare un ordine di servizio nei loro confronti in base ad una lettera stilata dal primo cittadino in cui, fra le altre cose, si legge: “Si sottolinea che il personale non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”.

Così, mentre la Gelmini e i funzionari ministeriali gareggiano per dispensare consigli e impartire circolari, sorgono casi di ordinaria ferocia come quello raccontato. Inoltre, s’inaspriscono pregiudizi e rancori suscitati da velenose campagne ideologiche sugli “insegnanti fannulloni”, per cui nascono accuse che diffamano il corpo docente, già mortificato da tempo, una categoria professionale chiamata ad assolvere il compito delicato di formare i cittadini del futuro, per cui meriterebbe molto più rispetto.

D’altronde, le campagne demagogiche sul presunto "parassitismo" degli insegnanti e dei lavoratori statali in genere non sono affatto una novità. Esse servono soprattutto a coprire interessi affaristici. Gli emolumenti salariali assegnati agli insegnanti italiani sono i più bassi in Europa dopo quelli dei colleghi greci e portoghesi. E il governo si ostina a tagliare le risorse, arrecando danni irreversibili al già misero bilancio destinato alla scuola pubblica, dirottando i soldi altrove: alle banche e alle grandi imprese, oppure si pensi agli investimenti militari e ai massicci contributi regalati alle scuole private.

A commento della vicenda sopra descritta vale l’assunto racchiuso in Lettera a una professoressa, il manifesto programmatico della Scuola di Barbiana di don Milani: "Non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali". Un principio che invoca una concezione antiborghese della democrazia. La nostra è una scuola di disuguali inserita in una società sempre più ingiusta, laddove dure contraddizioni e sperequazioni materiali e sociali sono destinate ad aggravarsi. Dinanzi a disuguaglianze crescenti ed allarmanti situazioni di disagio legate alle nuove povertà generate dai fenomeni migratori, la nostra scuola non è attrezzata adeguatamente per fronteggiare tali emergenze anzitutto per ragioni di ordine finanziario. Ogni azione è affidata alla buona volontà, alla generosità, alle capacità, all’ammirevole zelo spontaneo (altro che fannulloni!) degli insegnanti, all'iniziativa autonoma delle istituzioni scolastiche e dei lavoratori delle scuole pubbliche, ormai abbandonate completamente a se stesse.

La stessa "democrazia" non può risolversi in un'offerta, oltretutto insufficiente, di "pari opportunità", riducendosi ad una proposta di uniformità distributiva delle risorse, così come avviene nelle società che hanno applicato un modello di welfare universalistico e indifferenziato. Occorre piuttosto rilanciare l’attenzione verso un’ipotesi di giustizia redistributiva del reddito sociale, intesa in termini di equità sociale e redistribuzione delle ricchezze che sono possibili solo in un altro assetto statale e sociale, in grado di fornire "a ciascuno secondo i propri bisogni" e chiedere ad ognuno "secondo le proprie possibilità". Il che significa ribaltare l'ordinamento sociale vigente, capovolgendo l'idea e la prassi finora applicata e conosciuta di democrazia, di scuola e di stato sociale.


In e-mail il 26 Gennaio 2011 dc:

Considerazioni Inattuali n. 24

Dal Lingotto al Gattopardo

Sergio Marchionne come don Calogero Sedara

di Lucio Manisco

Kennst du das Land,

wo die Betrüger blühn?

L’uomo dell’anno, secondo Gianno Riotta, rivendica la sua appartenenza all’era cristiana e relega i metalmeccanici della FIOM e ogni suo avversario o critico all’era pre-cristiana.

C’è invece chi fa risalire i suoi comportamenti a quelli dei dinosauri del Giurassico Superiore.

A noi, afflitti da una visione geologica e storica più limitata, ricorda un personaggio letterario più recente, mirabilmente descritto mezzo secolo fa da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”: il faccendiere rozzo e rampante Don Calogero Sedara che approfittando della decadenza della nobiltà latifondista siciliana e del subbuglio garibaldesco del 1860 arraffa terreni e quattrini, sposa la causa sabauda-piemontese, si dà una ripulita con il matrimonio della figlia con il principe Tancredi e diventa senatore del Regno.

Per mancanza di scrupoli, decisionismo, irresponsabilità sociale e violazione di norme, statuti e diritti dei lavoratori - i “ca’funi” di centocinquanta anni fa – l’italo-canadese Marchionne non ha nulla da invidiare al Sedàra ma una cosa è certa: anche ai fini dell’immunità parlamentare non darà la scalata ad una delle due camere. Il chietino (absit iniuria verbis, in un intervento in lingua inglese abbiamo dovuto spiegare che il termine si scrive in italiano con h e i e non con la r) ha finora dimostrato che il suo interesse per la repubblica fondata sul lavoro concerne unicamente i suoi rapporti con i titolari dell’azienda FIAT e qui finiscono le analogie con alcuni personaggi de “Il Gattopardo”. Perché c’è una rassegnata nobiltà del sentire nel principe di Salina – per non parlare del capostipite dei “Buddenbrook” di Thomas Mann – e nulla del genere è rintracciabile nei comportamenti pubblici e nei silenzi degli Agnelli.

Sono d’obbligo a questo proposito alcune meste considerazioni sul ruolo dell’informazione in Italia.

Due ex famigli del defunto avvocato hanno formulato risposte diverse al quesito: Gianni Agnelli avrebbe sottoscritto l’aut aut di Marchionne agli operai di Pomigliano e di Mirafiori? Del quesito spiritico da tavolino a tre gambe e di grande impatto ipotetico, come quello ”se mio nonno avesse avuto due ruote”, si sono ampiamente occupati alcuni quotidiani nazionali e non tutti tra i peggiori. A nessun organo dell’informazione è passato per l’anticamera del cervello di chiedere non solo al giovin signore John Elkann ma alla miriade di eredi Agnelli, Rattazzi & Co. se si siano per il momento accontentati delle poche decine di milioni elargite loro in borsa dall’AD o se insistano per liquidare su due piedi non solo l’Alfa, come sostiene la stampa tedesca, ma l’intera FIAT auto italiana senza attendere i dodici mesi di grazia apparentemente chiesti loro dallo stesso AD. I “molti, maledetti e subito” degli eredi dell’avvocato costituiscono un ostacolo non irrilevante per il grande imbonitore alle prese con una Chrysler più decotta del previsto e con la scadenza del gennaio 2012 entro cui dovrà restituire in contanti ai Governi degli Stati Uniti, del Canada e alle banche americane sette miliardi e mezzo di dollari, più un miliardo e novantanove milioni di interessi, per evitare di far la fine di altri imbonitori italiani nella repubblica stellata come lo infamous salvatore della lira. Nessun giornalista italiano gli chiede come fa a scommettere a parole sul successo di modelli “gas guzzlers” riciclati come la SUV, Jeep Cherokee e la Chrysler 300 con il petrolio che marcia verso i cento dollari al barile o, all’altro estremo, della 500 che data l’obesità degli improbabili acquirenti USA richiederà come accessorio essenziale un apriscatole.

E gli interrogativi mai posti non si fermano qui: perché non si consultano quotidiani di poco tempo fa come il “Frankfurter Algemeine” o il “Frankfurter Rundschau” per ricordare a tutti quali furono i motivi che indussero il governo federale tedesco e il sindacato IG-Metal a sbattere la porta in faccia a Marchionne che voleva acquistare la Opel con impegni altrettanto aleatori di quelli assunti oggi con la Chrysler, per non parlare dei venti miliardi nella FIAT Auto sui quali “è offensivo” chiedere ragguagli di sorta? Ben altri e più concreti impegni vennero assunti nel 1978 dall’italo-americano Lee Jacocca per salvare la Chrysler da un altro fallimento: oltre ad un ingente prestito garantito dal governo federale l’ex presidente della Ford portò con sé il grande expertise acquisito nell’altra compagnia e molti dei progetti di nuovi modelli incautamente respinti da Henry Ford II e poi rivelatisi di grande successo con il nuovo marchio.

Nell’expertise e nel patrimonio tecnologico portato in dote da Sergio Marchionne ha creduto solo il Presidente Obama che, pur di salvare dalla disoccupazione 58.000 metalmeccanici di quegli Stati che gli avevano assicurato la vittoria nelle presidenziali, avrebbe affidato la Chrysler al fratello di Bin Laden. E c’è da chiedersi perché nel maggio del 2007 la Daimler-Benz liquidò con una perdita secca di 600 milioni, a cui altre non meno gravose seguirono, il controllo della stessa compagnia e quale ruolo abbia avuto e tuttora probabilmente ha il gruppo finanziario “Cerberus Capital Management L.P.” nel fallimento (Capitolo 11 di bancarotta) del 2009 e poi nelle intese con la FIAT.

È mai possibile che nessuno dei giornali e telegiornali italiani abbia spedito un solo inviato alle locals del sindacato “United Automobile Workers, USA” o a quelle più agguerrite dello Stato canadese dell’Ontario, per capire cosa pensi la base operaia degli enormi sacrifici accettati dai loro vertici sindacali? È possibile che vere e proprie pubblicità occulte vengano travestite da inchieste giornalistiche sulla stampa nazionale?

È ovviamente possibile perché la FIAT è la principale inserzionista pubblicitaria di quotidiani, periodici e TV nazionali, anche se da un paio di settimane la presentazione dei suoi prodotti è praticamente assente dai mass media mentre è diventata massiccia quella della concorrenza straniera.

Per concludere chiediamo venia a Johann Wolfgang Goethe per aver sostituito zitronen (limoni) con betrüger nel famoso interrogativo su citato che tradotto in italiano recita “Conosci tu il Paese dove fioriscono i cialtroni?”


In e-mail il 9 Gennaio 2011 dc:

La crisi della Seconda Repubblica e le ambiguità della “sinistra radicale”

di Lucio Garofalo

Il giorno in cui cadrà la Seconda Repubblica saranno in pochi a rimpiangerla. Con ogni probabilità è stato il periodo più buio ed infausto della storia repubblicana, non solo perché ha coinciso con il lungo e vergognoso ciclo berlusconiano, bensì perché ha rappresentato una iattura per la partecipazione delle masse popolari alla vita politica nazionale e una maledizione per la stessa democrazia rappresentativa borghese.

In questo senso la Seconda Repubblica è stata devastante, nella misura in cui ha eroso i diritti e gli interessi delle classi subalterne, sempre più estranee e distanti dai teatrini del Palazzo, e minato le basi, incompiute e vulnerabili, dello Stato sociale italiano.

Inoltre, i vantaggi promessi, cioè la stabilità di governo, non hanno avuto alcun effetto e il Palazzo si è rivelato più ingovernabile di prima. La corruzione della politica è persino più dilagante rispetto al regime precedente. Per non parlare del trasformismo, un male atavico e irriducibile. Basti pensare all’ignobile mercato delle vacche (senza offesa per le vacche) a cui si è assistito in occasione del voto di fiducia del 14 dicembre scorso.

Ma torniamo al tema della libertà politica. Il sistema elettorale vigente, basato sulla legge denominata “Porcellum” riunisce i peggiori difetti del sistema maggioritario e di quello proporzionale. Oltretutto è stato annientato ciò che un tempo il regime proporzionale garantiva in termini di libertà di scelta e di rappresentatività politica ed elettorale, vale a dire il “piacere” di frequentare i propri simili o chi si preferiva, eleggendo chi ci rappresentava realmente, ovvero i referenti politici più attendibili.

Il sistema proporzionale puro, malgrado i limiti e i difetti, consentiva a tutti (o quasi) di essere rappresentati politicamente, mentre oggi la maggioranza reale della popolazione non è e non si sente rappresentata all’interno delle istituzioni. Non a caso è in netta crescita il tasso di astensionismo elettorale consapevole. E ciò è senza dubbio un bene.

A dirla tutta, questo fenomeno non dipende tanto dalla legge elettorale, quanto dal fatto che in un regime capitalistico come quello attuale, le libertà democratiche sono oggettivamente ridotte e mortificate dall’ingerenza delle oligarchie tecnocratiche e finanziarie sovranazionali, vale a dire dai centri di controllo della finanza globalizzata.

La politica ufficiale ha perso la sua credibilità in quanto la gente si rende conto di non riuscire ad incidere in alcun modo sul proprio destino, a meno che non si organizza autonomamente in un movimento di massa. Sta crescendo la consapevolezza che l’intervento nella vita istituzionale non paga come pagano le mobilitazioni di massa.

Lo scollamento tra società e palazzo è un dato fin troppo evidente e scaturisce da molteplici ragioni, soprattutto dalla chiusura autoreferenziale delle istituzioni rappresentative borghesi, che non devono dar conto al popolo che le “elegge”, ma alle oligarchie tecnocratiche che sovrastano il livello degli organismi parlamentari e liberali.

La separazione tra politica e “società civile” ha investito anche e soprattutto la sinistra. Infatti, il divorzio tra le masse popolari, storicamente collocate a sinistra, e i partiti tradizionali della sinistra, o i loro eredi ufficiali, è un discorso più vasto e complesso. Tale frattura ha avuto origine in una serie di eventi che risalgono agli anni ’80 e successivamente gli anni ’90, quando i partiti di massa che rappresentavano la sinistra, a cominciare dal PCI, si sono progressivamente imborghesiti, estraniandosi sempre più dall’immaginario collettivo e dal sentimento popolare che animano le classi subalterne.

Il vuoto che si è creato, in parte è stato occupato e riempito dal “populismo” della Lega Nord, ma in gran parte si esprime attraverso posizioni di protesta e di astensionismo elettorale, che di fatto rappresentano un fenomeno sempre più cosciente e di massa.

Nel panorama politico odierno si presenta senza veli chi tenta di colmare, o quantomeno ridurre, la distanza che separa il “popolo” dalle formazioni politiche di sinistra. Si pensi al caso di Nichi Vendola, il quale dichiara esplicitamente di voler stabilire una “connessione sentimentale” con il suo “popolo”. Per scopi palesemente elettoralistici.

A parte i settori che nel Partito Democratico sono conniventi con gli interessi del capitalismo bancario e confindustriale, si pensi alla ambiguità che fanno capo alla cosiddetta "sinistra radicale", in particolare la Federazione della Sinistra, i cui dirigenti nazionali si attestano su posizioni incerte e poco trasparenti, adiacenti al governismo, che suscitano l’imbarazzo di numerosi elettori e militanti della base. Sorge il fondato sospetto di un appiattimento su una linea priva di una coerente identità classista, distante rispetto ad una scelta di campo apertamente proletaria ed anticapitalista.

Mi riferisco esplicitamente ai quadri dirigenti del PRC, o come diamine si chiama il nuovo soggetto politico nato a sinistra, a quanti hanno abbandonato alla deriva (ideologica e politica) migliaia di compagni e militanti che affollavano i circoli territoriali di base, che non hanno più un'identità culturale precisa, non sanno più come definirsi e non hanno più valori di riferimento teorici e pratici ai quali aggrapparsi.

L’interrogativo cruciale da porsi è il seguente: cos’è questa Federazione della Sinistra? Un'organizzazione di stampo comunista, o aristo-comunista, un movimento radical-chic e democratico borghese? Un partito riformista? O semplicemente un cartello elettorale?

È evidente che si tratta solo di una forzatura dettata dall’attuale contingenza politica, cioè da una ristrutturazione dello scenario parlamentare allo scopo di eliminare i partiti minori. Partitini che alla prova dei fatti si sono rivelati assolutamente deboli, subalterni e impotenti rispetto ai condizionamenti esercitati dai poteri forti: il capitalismo bancario e finanziario, l'establishment militare nordamericano, il Vaticano e via dicendo.

È evidente che un rinnovamento effettivo è impossibile se viene concepito come sostituzione dei vertici della nomenclatura, mentre occorre rimediare a problemi più seri, come sconfiggere il "male" dell’opportunismo e del carrierismo che assale burocrati e funzionari di partito, eliminare le contraddizioni insite in una forza politica corrotta dall’ideologia borghese. Non serve rinnovare il personale dirigente se poi i metodi di gestione, di organizzazione e conduzione sono praticamente gli stessi del passato.


In e-mail il 5 Gennaio 2011 dc:

Rivoluzionari e conservatori

di Lucio Garofalo

Non è lontano il tempo in cui i giovani erano accusati di essere frivoli e disimpegnati politicamente. Ora che iniziano a mobilitarsi e a battersi per i propri diritti e per ottenere un futuro dignitoso, sono temuti e stigmatizzati addirittura quali “terroristi” e “potenziali assassini”. Come si fa a giustificare una simile discordanza di valutazioni?

E’ evidente il disorientamento e l’incapacità di cogliere la reale natura di un fenomeno che in molti temevano, una sollevazione generazionale che finora ha raggiunto il suo culmine nelle agitazioni e nei tumulti di massa del 14 dicembre, lo spauracchio di una rivolta sociale contro la dannazione del precariato che incombe sull’avvenire dei giovani. E come si può biasimare chi tenta di rigettare la condanna ad un simile destino?

Le iniziative studentesche suscitano alcune riflessioni, utili in una prospettiva di espansione e di maturazione del movimento nell’anno appena iniziato. Sgombriamo subito il campo dagli stereotipi che tentano di ridurre in modo semplicistico e superficiale la rabbia giovanile esplosa in forma spontanea, come è accaduto in Grecia, in Inghilterra e nel resto d’Europa. Tali mistificazioni sono diffuse ad arte dalla stampa di regime che non ha perso l’occasione per scatenare una furibonda canea sulla presunta identità tra studenti e violenza, formulando l’equazione: manifestanti = terroristi.

Le proteste di piazza hanno lanciato un segnale di vera opposizione sociale e di massa rispetto alla crisi e alle politiche antipopolari e ciò è senza dubbio positivo. In questa fase occorre sostenere la ribellione di questa generazione e respingere con fermezza le campagne repressive e i tentativi di criminalizzazione contro un movimento che ha deciso di sfidare il palazzo di un potere corrotto e delegittimato, capace solo di inciuci e totalmente incapace di programmare un futuro dignitoso per i lavoratori, i giovani e le donne di questo Paese. Nel contempo è illusorio credere che con queste manifestazioni siano stati rovesciati i rapporti di forza, né che sia stata battuta l’egemonia reazionaria che fa leva sulle paure generate dalla crisi, fomentando incessanti guerre tra miserabili.

Le mobilitazioni di massa hanno provato che le vertenze operaie contro i licenziamenti, le ristrutturazioni e le chiusure aziendali e per la difesa dei salari, si possono e si devono fondere con le lotte studentesche per la tutela dell’istruzione pubblica e dell’università, per la conservazione dei territori contro i saccheggi e le devastazioni ambientali, per il mantenimento della sanità pubblica, per il diritto ad una casa e ad un lavoro per tutti.

Una battaglia per la salvaguardia dei diritti e dei salari, per il mantenimento della scuola e della sanità pubblica, per la tutela del territorio, potrebbe apparire una posizione puramente difensiva e di retroguardia, di stampo conservatore. E in un certo senso lo è.

A tale proposito richiamo quanto sosteneva Pasolini, con intuito profetico, oltre 35 anni fa, cioè che in una società capitalistica e consumistica di massa che promuove “rivoluzioni di destra”, i veri rivoluzionari sono i “conservatori”. In effetti, le rivoluzioni in atto nella società contemporanea sono di natura regressiva e liberticida, sono mutamenti violenti e radicali prodotti dalla globalizzazione economica neoliberista, in ultima analisi sono (adoperando un ossimoro) “rivoluzioni conservatrici”, in quanto funzionali ad un disegno di stabilizzazione neoconservatrice dell’ordine sociale vigente.

Dunque, coloro che si impegnano per arginare la pericolosa deriva autoritaria e antidemocratica causata dalle forze del neoliberismo oligarchico e finanziario, per contrastare le offensive capitalistiche contro i diritti e le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti eversivi della destra più oltranzista e reazionaria, coloro che si battono per salvaguardare le condizioni residuali di legalità democratica e civile, le tutele sociali e costituzionali, sono oggi i veri conservatori, sono cioè i veri rivoluzionari.

Per chiarire il concetto suggerisco di pensare al sedicente “rivoluzionario” Marchionne, il supermanager della Fiat. Costui, per avallare le proprie tesi eversive, si appella alla nozione di “progresso”, di cui sarebbe un convinto fautore, mentre la Fiom, tanto per citare un esempio, rappresenterebbe un’organizzazione sindacale “retrograda” e “conservatrice”. Pertanto, se il signor Marchionne è un “artefice del progresso”, il sottoscritto ammette di essere un “conservatore”, se non addirittura un “misoneista”.

In questo ragionamento è presumibile che gli studenti mobilitati per la difesa della scuola pubblica, malgrado i limiti e le inefficienze del sistema, siano attestati su posizioni di “conservazione”, dunque siano i veri rivoluzionari dell’attuale situazione.

Ebbene, l’ennesimo tentativo dei mezzi di informazione per distogliere l’opinione pubblica dai nodi critici ed essenziali della protesta, insistendo sul carattere violento o meno delle manifestazioni, è la riprova dell’ottusa volontà del palazzo di ignorare le giuste rivendicazioni sollevate dalla piazza per arroccarsi in un atteggiamento di ostinata chiusura autoreferenziale e in un teatrino di marionette a cui ormai è ridotta la politica.

I partiti e i sindacati della sinistra tradizionale non rappresentano più gli interessi reali dei lavoratori e contribuiscono alla farsa attribuendo le responsabilità della catastrofe alla cattiva gestione del governo, illudendo le masse con la promessa di una “nuova politica”. I movimenti esprimono un bisogno di protagonismo e di autorganizzazione dei soggetti sociali che non si sentono più rappresentati dalla politica ufficiale del palazzo.

È giusto precisare che non esistono solo le lotte e le istanze rappresentate dal movimento studentesco, ma pure le vertenze e le questioni sociali espresse dagli operai, dai migranti, dai precari delle fabbriche, delle scuole e degli altri luoghi dello sfruttamento capitalistico. Non si tratta solo di un movimento studentesco in quanto le mobilitazioni coinvolgono diversi soggetti sociali: studenti, ricercatori, operai e migranti, uniti da un denominatore comune che è la precarietà economica e sociale. Le nuove agitazioni sociali parlano lo stesso linguaggio, quello della precarietà ontologica.

Mentre l’opposizione parlamentare è paralizzata, le masse proletarizzate prendono coscienza del loro destino e si sa che “i popoli non vogliono suicidarsi”. Alla recessione internazionale ovunque si sta reagendo con forme spontanee di protesta e di resistenza, in cui riacquista vigore l’idea dell’unità delle lotte. Fino a ieri le vertenze erano isolate, disperse e atomizzate. Di fronte alla gravità della situazione economica la convergenza delle lotte in un unico movimento, non solo nazionale ma internazionale, diventa vitale.

È possibile organizzare una opposizione corale di massa, formata da voci plurali e diverse, unificate nel tentativo di salvaguardare il futuro e la dignità dei lavoratori, contro le politiche concertate da Governo, MaFiat e Confindustria, che mirano a riaffermare il primato del profitto individuale a discapito dell’interesse generale.


In e-mail il 7 Dicembre 2010 dc:

Cacciamo il governo Berlusconi e rilanciamo la lotta di classe

CAMPAGNA DI ADESIONE E SOTTOSCRIZIONE 2011

L’obbligo alla rivolta, il diritto alla sommossa, ridivengono imperativi di valore civile in questi regimi totalitari..” I. Ramonet

L’adesione e la sottoscrizione a ”SU LA TESTA l’altra Lombardia” costituisce un atto minimo che sta ad indicare la propria disponibilità ad impegnarsi nella resistenza e nella controffensiva nei confronti dell’attuale sistema economico, politico e sociale del nostro paese e non solo. Con il governo della banda Berlusconi, l’Italia si connota sempre di più come un sistema autoritario, repressivo e con evidenti caratteristiche di regime corrotto e totalitario, alleato all’imperialismo USA che in questi anni ha prodotto guerre, distruzioni, violenze e morti in tutto il mondo, dall’Iraq all’Afganistan, dalla Colombia alla Palestina ecc.

Noi, coscienti dei nostri limiti e delle nostre dimensioni organizzative, vogliamo contribuire a mantenere vivo uno spiraglio di speranza nella lotta per la costruzione di un mondo diverso, liberato dalla schiavitù del lavoro salariato e dalla violenza dei rapporti sociali e di produzione capitalistici.

Noi, proseguendo l’esperienza di questi 10 anni, intendiamo continuare a lavorare con metodo sia a livello pratico che su quello teorico, sia sul piano nazionale e internazionale che su quello locale, mantenendo una rigorosa indipendenza politica, culturale ed organizzativa.

Quest’anno il nostro impegno è stato caratterizzato dal sostegno alla lotta di tutti i lavoratori contro il peggioramento delle condizioni lavorative e per il rilancio delle rivendicazioni salariali e contro l’organizzazione del lavoro capitalistica, che è sempre più disumana e alienante (vedi Pomigliano e Torino- Mirafiori ). Abbiamo inoltre contribuito ad organizzare, sostenere ed estendere il movimento degli studenti contro il disegno di legge Gelmini e il governo Berlusconi, a partire dal collettivo SU LA TESTA di Bologna, che aderisce alla nostra Associazione.

Abbiamo inoltre svolto un ruolo importante nella lotta vincente contro la realizzazione di una megadiscarica di amianto in provincia di Cremona (Cappella Cantone), contribuendo alla fondazione di “Cittadini contro l’amianto”, l’organismo in prima linea nella battaglia contro le megadiscariche di amianto in Lombardia e non solo.

A livello internazionale, dopo un viaggio in alcuni stati dell’America del sud, abbiamo realizzato dei documentari sulla situazione politica in Bolivia e Venezuela. A questo proposito stiamo montando un filmato sulla organizzazione delle milizie popolari in Venezuela e sulla specificità della costruzione del socialismo in questo paese. Il documento contiene, fra l’altro, un articolato intervento del Presidente Chavez in occasione dell’anniversario del tentato golpe reazionario del 2002 e mai diffuso nel nostro Paese.

IL FILMATO SARÁ PRONTO A PRIMAVERA DEL 2011 e potrà essere richiesto alla nostra associazione.

L’ADESIONE è di 20 euro all’anno. Il SOSTEGNO STRAORDINARIO per l’associazione è di 50 euro che darà diritto all’invio gratuito del materiale da noi prodotto, compresi gli atti dei seminari e convegni da noi organizzati.

Per tesserarti puoi contattarci telefonicamente o scrivere alla nostra e-mail.

Per sostenerci e sottoscrivere puoi fare un versamento sul conto corrente postale n. 57426959 intestato a Francesca Rodella.

ADERITE, SOSTENETE E SOTTOSCRIVETE per SU LA TESTA – l’altra LOMBARDIA.

AIUTATECI A NON CHIUDERE UNA VOCE LIBERA e INDIPENDENTE ! RIBELLARSI È GIUSTO E DOVEROSO !

Associazione SU- LA TESTA l’altra LOMBARDIA

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In e-mail il 2 Dicembre 2010 dc:

Siamo certi che nel 1861 si sia realizzata l'unità d'Italia?

Non voglio essere frainteso e tanto meno ho l’intenzione di modificare la storia, perché la storia rimane tale, casomai la si può interpretare in modi diversi, ma mai cambiare.

Perché dico ciò? Per il fatto che per quanto attiene l’unità d’Italia ovvero l’affermazione del Risorgimento, ci sono diverse scuole di pensiero, principalmente in riferimento al processo politico istituzionale ed anche geografico della Nazione Italiana.

Ne voglio parlare non solo come italiano, ma anche come romagnolo, perché molti romagnoli sono stati fautori di quel processo di rinnovamento e progresso che ha portato all’unità della Nazione.

Se l’unità d’Italia corrisponde all’unità nazionale allora, la datazione convenzionale del 1861 non è esatta. E’ invece più verosimile la datazione al 1870 che equivale all’episodio di Porta Pia con l’annessione dei restanti territori della chiesa al Regno d’Italia.

Il 1861 segna la proclamazione del Regno d’Italia e non l’Unità, poiché a tal data e dopo l’impresa dei mille del 1860 (vedi cartina n.1) non erano ancora annessi il Veneto (sotto la dominazione austriaca) ed il Lazio, compresa Roma (sotto lo Stato Pontificio). Se due territori così importanti dell’Italia, ed addirittura la sua futura capitale, non erano ancora stati inclusi, di che tipo di unità si trattava, se non la sola affermazione del Regno d’Italia?

Se la risposta di Garibaldi al Re con il famoso“obbedisco”, se la morte dei fratelli Bandiera e se la terza guerra di indipendenza fanno parte del Risorgimento e se il Risorgimento ha portato all’unità d’Italia, allora la data più consona è il 1870. Con l’armistizio di Cormons del 12 agosto 1866 ed il successivo plebiscito del 22 ottobre, veniva annesso il Veneto e parte del Friuli. Dopo questa data rimanevano ancora fuori dal Regno il Lazio, il Trentino – Alto Adige e la Venezia Giulia, la cui annessione era necessaria per completare il processo di unificazione. Dobbiamo attendere il 20 settembre 1870 quando i Bersaglieri ed i Carabinieri entrarono a Roma dalla breccia di Porta Pia, sancendosi poi con il plebiscito del 2 ottobre 1870 l’annessione di Roma al Regno d’Italia con la fine del potere temporale della chiesa sul territorio italiano (Cartina n. 2)

Si potrebbe quindi datare al settembre del 1870 l’Unità d’Italia, ma volendo essere ancor più precisi c’è da dire che il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia e l’Istria entreranno a far parte del Regno d’Italia dopo la vittoria della Prima guerra mondiale (1918).

Se dovessi dare un parere proporrei le seguenti ricorrenze con o senza festività: 1861 proclamazione del regno d’Italia (che personalmente non festeggerei), 1870 Unità d’Italia (che personalmente festeggerei), 1918 consolidamento dell’Unità d’Italia (che sto ancora pensando se festeggerei o meno).

Perché fu scelta la data convenzionale del 1861? Stante i tempi, forse la data del 20 settembre 1870 sarebbe stata troppo indigesta per qualcuno e quindi, per non creare dissapori si è preferito il 1861. Non me lo so spiegare in altro modo se non con un significato diplomatico più che storico.

Ugo Cortesi – Alfonsine (Dicembre 2010)


Da Lucidamente www.lucidamente.com Gennaio 2011 dc:

I tanti, troppi pregiudizi dei “progressisti”

 bigotti

La saga del politicamente corretto:

alcuni esempi da La cultura del piagnisteo di Robert Hughes (Adelphi)

di Rino Tripodi

Vi è un’ideologia, una visione del mondo, una “Weltanschauung”, fondata su certezze assolute e luoghi comuni. Qualche esempio. Chi delinque è spinto dal bisogno e da una società ingiusta. I disabili sono persone solidali. Chi va male a scuola è giustificato dall’esser nato in famiglie povere o “difficili”. I neri – mi raccomando, non scriviamo “negri” – “hanno la musica nel sangue”. Gli omosessuali sono tutti sensibili. Le donne sono vittime della storia e della violenza – congenita – degli uomini. Gli immigrati ci permettono di ampliare i nostri orizzonti culturali. Gli ebrei sono intelligenti. Gli artisti sono trasgressivi e libertari. Gli operai votano a sinistra. I cacciatori sono persone sadiche. Le prostitute – o escort? – sono costrette a vendersi per impellenti necessità economiche o perché sfruttate da malviventi. Gli imprenditori sono degli aguzzini delle proprie maestranze. I popoli orientali tendono al misticismo. Quelli africani all’armonia con la natura.

In realtà tutte le precedenti affermazioni assiomatiche sono aprioristiche ed errate. Così come lo sarebbero il loro contrario. Il criminale può esser spinto dal bisogno a trasgredire le leggi, ma quanti, pur in difficoltà, non commettono reati? Un disabile – per nascita o perché sfortunatamente lo è diveuto – ha le stesse probabilità di chiunque altro di essere solidale verso il prossimo o egoista, prepotente e vittimista. Molti studenti non ne vogliono sapere di studiare: non sono portati o non va loro e basta; non è responsabilità né della società, né della famiglia, né della scuola. Esistono neri stonati e negati per la musica. Molti gay sono malvagi, alla stessa stregua degli eterosessuali. Le donne sono vittime della storia e della violenza quanto chi è di sesso maschile. Dalla maggior parte degli immigrati non abbiamo nulla da imparare e faremmo bene invece a studiare e tutelare il nostro Rinascimento, il nostro Illuminismo o il nostro Romanticismo.

Esistono ebrei stupidi e ignoranti, così come i rappresentanti di altre etnie. Molti artisti lavorano, quanto a tempi e modalità, come un normale bancario. Gli operai italiani del Settentrione votano per lo più Lega Nord. Certi cacciatori hanno un rapporto con la natura più stretto, utile e “sensibile” di taluni ecologisti di città. La stragrande maggioranza delle operatrici del sesso si prostituisce volontariamente perché – e non c’è niente di male – è meglio guadagnare in un paio di notti quello che si ricaverebbe dal fare la badante; inoltre il più delle volte i “magnaccia” sono donne (violente). Quasi tutti gli imprenditori lavorano più delle proprie maestranze e – almeno fino a qualche anno fa – spesso non avevano la possibilità di mettere in riga e far licenziare operai fannulloni ed eternamente “malati”. Gli orientali hanno il senso del business quanto o più degli statunitensi. Gli abitanti dell’Africa hanno le stesse difficoltà nel rapporto con la natura che da sempre hanno avuto tutti gli uomini.

Gli schiavisti solo europei, i buoni pellirosse e le streghe al rogo…

L’ideologia che abbiamo cercato di smantellare si può definire come quella del “politicamente corretto”. Una sorta di religione laica (ma definirla “laica” non andrebbe neanche bene, visto che invero lo spiritò di laicità si fonda sulla apertura, sul pluralismo, sul relativismo e sulla problematicità dei punti di vista) costituita, allo stesso modo di quelle “rivelate”, da dogmi, verità indiscutibili, assoluta intolleranza per il pensiero “altro”, violenti autodafé. Come chiameremmo chi non discute liberamente, chi ha tesi precostituite, chi è rigidamente chiuso in un moralismo falso e ipocrita, chi ha tabù insuperabili? Ed è totalmente chiuso al sorriso, all’ironia dell’intelligenza? Bigotto. Allora, occorre concludere che esiste un bigottismo progressista.

A nulla serve scoprire ben altre verità, peraltro ormai appurate dalla Storia o da altre discipline. Qualche esempio. Si pensa generalmente che dell’orrore della schiavitù, con milioni di africani deportati nelle Americhe, siano responsabili soltanto i bianchi. In realtà, questi ultimi trovavano sulle rive dell’Africa occidentale la “merce umana” già imballata… da mercanti arabi e/o da altre popolazioni di colore (a proposito, il razzismo tra le tribù della nera Africa è ancora oggi violentissimo).

È vero che i pellirosse vivevano in perfetto equilibrio con la natura, tant’è che per migliaia di anni il rapporto abitanti/terra/risorse è rimasto inalterato. Peccato che non tutti ricordino come le guerre tra le nazioni indiane fossero costanti e che nessun pellerossa si sentiva “uomo” se non aveva ucciso un altro essere umano. Ancora. Di solito si associa l’idea della caccia alle streghe all’Inquisizione cattolica, all’intolleranza del papato romano. La verità è che la stragrande maggioranza dei roghi sono stati accesi in terre dove si professavano le religioni protestanti…

I pregiudizi resistono, sono duri a morire, in quanto permettono a chi li ha di pensare poco o nulla, di trovare risposte prefabbricate, di vivere, insomma, più tranquilli, sicuri… e ignoranti.

L’obiettivo di questo numero di LucidaMente

Il pensiero del politically correct sorge negli atenei statunitensi intorno agli Anni Ottanta dello scorso secolo. Qui non si vuole assolutamente deridere la struttura di fondo e le buone intenzioni di tale cultura, anzi le si dà merito di aver posto molti problemi reali. E pensiamo che non ci sia da ironizzare sul fatto di chiamare gli “spazzini” “operatori ecologici” o “gay” una determinata categoria di persone in precedenza designata con aberranti termini dispregiativi. Tutto quello che serve a ridare dignità alle persone è benvenuto. Vogliamo semplicemente denunciarne l’assolutismo, la rigidità che a propria volta diventa facile schematismo, quando non intolleranza.

In particolare, in questo numero, secondo gli obiettivi primari che ci siamo dati fin dalla nascita di LucidaMente, miriamo soprattutto a segnalare e ragionare sulle falsificazioni, banalità e sciocchezze propagatesi intorno alle cosiddette “differenze di genere” e al rapporto uomo-donna, ormai dilagate presso tutti gli schieramenti culturali, politici, religiosi. Di destra, di centro e di sinistra. Presso laureati e analfabeti, laici e “religiosi”, uomini e donne. Senza distinzione.

Ovviamente, ci riserviamo, in qualche numero successivo, di occuparci anche di altri campi del “politicamente corretto”.

Due saggi, ormai classici, di Bloom e di Hughes

In generale, sui pregiudizi dei bigotti progressisti risulta utile leggere due saggi ormai classici.

Il primo è il libro di Allen Bloom (1930-1992) La chiusura della mente americana. I misfatti dell’istruzione contemporanea (preceduto da una prefazione di Saul Bellow, fu edito nel 1987 con grande successo editoriale negli Usa e in varie parti del mondo, ma pubblicato con scarso successo in Italia nel 1988 da Frassinelli, e ora ristampato da Lindau, pp. 464, € 24,50).

Il secondo risale a pochi anni dopo (1993), ed è La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto di Robert Hughes, pubblicato nel nostro paese da Adelphi nel 1994 ne La collana dei casi, con la traduzione di Marina Antonielli (pp. 242, € 16,33), ma successivamente (2003) anche in quella più economica, gli Adelphi (pp. 242, € 8,00).

La crisi della scuola occidentale postsessantottina

In questa sede accenniamo appena al saggio di Bloom, più incentrato sulla decadenza dell’istruzione nelle scuole e nelle università americane – ma lo stesso varrebbe per qualsiasi nazione dell’Occidente –, secondo il quale, dietro l’aspetto di tolleranza e creatività, portati del Sessantotto, la scuola è divenuta da luogo di libertà intellettuale, dove tutte le opinioni sono prese in esame senza pregiudizi, a ricettacolo delle dannose influenze provenienti dalla cultura di massa.

L’apertura mentale si è così trasformata in chiusura: al sapere, ai valori, alle differenze, ai fatti. Per l’autore l’università deve tornare ai classici occidentali della filosofia, della letteratura, dell’arte, della storia. Deve rimettere al centro i libri e il loro studio, perché l’apprendimento sui libri è il più grande apporto che un docente possa offrire ai propri studenti, visto che l’unica strada è quella, non priva di sacrifici, di ricercare la verità attraverso il sapere.

Un critico d’arte e le sue libere riflessioni

Concentriamoci invece su La cultura del piagnisteo di Hughes.

Il bello è che l’autore è un critico d’arte australiano (oggi settantenne), esperto in Francisco Goya e Barcellona, non un “politico” o un docente universitario come Bloom… Ed è forse proprio per questo che egli è libero da pregiudizi e osserva senza barriere e filtri colorati la realtà, riuscendo a fornire un ritratto completo – e divertente – della “cultura del piagnisteo”.

Nel suo libro si alternano considerazioni, riflessioni, episodi, aneddoti, citazioni.

L’obiettivo principale sono i dogmi del politically correct e i suoi sacerdoti bacchettoni:

«Neoconservatori che fanno del multiculturalismo un babau (come se la cultura occidentale fosse mai stata altro che “multi”, vitale grazie al suo eclettismo, alla sua facoltà di felice emulazione, alla sua capacità di assorbire forme e stimoli “stranieri”); spacciatori di correttezza politica che vedrebbero volentieri la doglianza elevata automaticamente a un rango sacrale».

Papà ti ha violentato e le sdolcinatezze del politically correct

Il vittimismo è una tra le caratteristiche di tale perniciosa ideologia:

«Di qui la fortuna di terapie che insegnano che siamo tutti vittime dei nostri genitori; che non è colpa nostra se siamo scriteriati, venali o francamente scellerati, perché veniamo da “famiglie disfunzionali” […]. Abbiamo avuto modelli imperfetti di comportamento, abbiamo sofferto di mancanza d’affetto, siamo stati picchiati, o magari sottoposti alle voglie libidinose di papà; e se non ne siamo convinti è solo perché ne abbiamo rimosso il ricordo».

Un’altra peculiarità del politically correct è l’uso di termini eufemistici (non si tratta di un fallimento, ma di una “riuscita imperfetta”), di litoti (un cieco è un “non vedente”), di circonlocuzioni (un drogato diventa “individuo socialmente disagiato che eccede nell’uso di sostanze stupefacenti”), per definire realtà o situazioni “difficili”, scomode o sgradevoli. Pensiamo che, di fronte a una persona che, invece di dire pane al pane e vino al vino, si contorca linguisticamente e sintatticamente, il suo interlocutore sia assalito più da un senso di nervosismo, ansia e irritazione, che di bonomia.

Un poliziotto municipale, quindi, per avvertire che un drogato rumeno è entrato in casa uccidendo la nonna, dovrebbe dire: “Signore, la informo che un extracomunitario, abituale consumatore di sostanze che alterano la lucidità mentale, è penetrato nel suo appartamento, prelevando molti oggetti di sua proprietà, cui suppongo fosse affezionato. A proposito, sua nonna è adesso passata a una condizione di persona non vivente”.

Ora, scrive Hughes, «Se questi leziosi comportamenti inducessero la gente a trattarsi vicendevolmente con maggiore civiltà e comprensione, si potrebbe anche apprezzarli; ma in realtà non sortiscono alcun effetto. […] Nessuna sostituzione di parole è in grado di ridurre il tasso di intolleranza in questa o in qualunque altra società».

Tutti studenti di successo… senza studiare

Tornando al tema dell’istruzione, cui abbiamo fatto riferimento accennando al libro di Bloom, vi dedica molte pagine anche Hughes:

«Io so che per me è stata una fortuna avere l’istruzione scolastica che ho avuto. Era un’istruzione ampia, “elitaria” per l’importanza che dava al rendimento, e rigorosa: il carico di lavoro, la quantità di libri che dovevamo leggere e assimilare sembrerebbero una crudeltà al moderno scolaro americano. […] Questo non ci ha arrecato alcun danno. Eravamo promossi, oppure bocciati e ripetevamo l’anno: e le pagelle venivano mandate ai nostri genitori senza riguardi per i loro sentimenti. Ci facevano imparare brani a memoria e leggere a voce alta, col risultato che qualcosa attecchiva».

La “vecchia scuola” non era poi tanto male se ha formato persone in grado di criticare le strutture sociali, politiche, economiche, culturali imperanti. Oggi, tra pillole di nozioni che si insegnano a scuola, il marasma televisivo e l’illusione che si impari e ci si formi attraverso internet, quali individui si vanno formando? Invece, insegnare la propria cultura, a un livello “alto”, consente la formazione di una coscienza critica:

«In breve, quel programma scolastico eurocentrico e monoconfessionale ci diede un punto fermo dal quale, più tardi, avremmo potuto imboccare qualunque strada. […] Non è possibile vedere bene le altre culture finché, grazie alla conoscenza della propria, non si raggiunge un punto in cui la globalità abbia senso. […] Il mio ambiente, sebbene fortemente monoculturale, non era però monolitico: mi ha dato gli strumenti per ribellarmi».

Tutti artisti: ma chi legge?

Un’altra illusione imperante è che “siamo tutti artisti”: da qui il proliferare di ingannevoli corsi di scrittura, pittura, musica, ecc., col risultato che gli “artisti” ormai superano i fruitori dell’arte e che i veri e bravi scrittori, pittori o musicisti vengono sepolti da una valanga di prodotti scadenti.

Alle radici di tale tendenza, sempre secondo l’autore de La cultura del piagnisteo, vi è sempre il vittimismo del politically correct:

«Col diffondersi anche in campo artistico di una lacrimosa avversione all’eccellenza, la discriminazione estetica viene tacciata di discriminazione razziale o sessuale. Su questo argomento pochi prendono posizione, o rilevano che in materia d’arte “elitarismo” non vuol dire ingiustizia sociale e inaccessibilità. [...] Discriminare è nella natura umana: facciamo scelte e diamo giudizi ogni giorno. Queste scelte sono parte dell’esperienza concreta. Naturalmente vengono influenzate dagli altri, ma in sostanza non sono il prodotto di una reazione passiva all’autorità. [...] Il principio del piacere, in arte, ha un’importanza enorme».

Una democrazia senza élites?

Una società sana e funzionante deve dunque essere fondata su una classe dirigente valida e scelta, colta e preparata, non sull’indifferenziazione demagogica e populista:

«Le élites ci saranno sempre […] ma la loro composizione non è necessariamente statica. […] Il primo passo per diventare persone del genere è riconoscere che noi non siamo un’unica grande famiglia mondiale, e che probabilmente non lo saremo mai; che le differenze tra razze, nazioni, culture e rispettive storie sono profonde e durevoli almeno quanto le loro somiglianze. […] Il compito della democrazia, nel campo dell’arte, è di proteggere l’elitarismo. Non un elitarismo basato sulla razza o il denaro o il rango sociale, ma sul talento e sull’immaginazione».

E l’istruzione superiore deve tendere all’alto, all’eccellenza:

«Le università sono istituti di cultura superiore, non (almeno non principalmente) di terapia sociale. Hanno il diritto di abbassare i criteri d’ammissione e i livelli di insegnamento per permettere agli svantaggiati di stare al passo, a scapito del diritto all’istruzione degli studenti più capaci?»

Le fonti della Storia: i documenti o Radici?

Purtroppo, la penetrazione nella scuola di luoghi comuni e pregiudizi ha sortito l’effetto di non far studiare le varie materie, tra cui la Storia, come attenta analisi dei fatti. Hughes riporta un caso, cui abbiamo già accennato all’inizio del presente articolo:

«L’immagine divulgata dai romanzi popolari tipo Radici – gli schiavisti bianchi che irrompono, armati di moschetti e coltellacci, nella quiete di pacifici villaggi africani – è molto lontana dalla verità storica. Già da secoli esisteva un sistema di compravendita, e i rifornimenti erano controllati dagli africani. […] A differenza degli inglesi e degli americani, nell’Ottocento né gli arabi né i re africani videro la minima ragione umanitaria per opporsi alla schiavitù. […] Eppure l’idea della colpa solitaria di Europa e America continua a infestare le discussioni sulla schiavitù. […] Africani, islamici, europei, tutti ebbero parte nella schiavitù dei negri, la esercitarono e trassero profitto dalle sue miserie. Ma alla fine soltanto l’Europa (includendovi, in questo caso, il Nordamerica) si dimostrò capace di concepirne l’abolizione; solo l’immensa forza morale e intellettuale dell’Illuminismo, rivolta contro l’odiosa forma di oppressione rappresentata dalla schiavitù, fu in grado – in modo disuguale e con molta difficoltà – di far cessare la tratta degli schiavi».

Playboy? È violenza sessuale leggervi la Dichiarazione dei diritti

Hughes narra di un episodio che sarebbe divertente, se non fosse preoccupante. Ci troviamo a Berkeley, in California:

«Una mattina del 1991, una cameriera […] vede a un tavolo un giornalista che legge un articolo sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo […] ma l’articolo è pubblicato da “Playboy”, sicché […] rifiuta di servirgli la colazione, dicendo di essere “scandalizzata e inorridita”, che la sola vista di “Playboy” è una forma vicaria di stupro, di molestia sessuale sul posto di lavoro, di offesa alla dignità delle donne, e via di seguito. La cameriera e il direttore del locale chiedono al malcapitato giornalista di andarsene».

Ovviamente, non finisce lì. Poco dopo, davanti al locale, si succedono due diverse manifestazioni: una di fautori delle libertà civili, che distribuiscono gratuitamente copie di Playboy, un’altra di femministe, secondo le quali la presenza del celebre periodico (peraltro dallo stile elegante e colto) «in un ristorante danneggia la salute delle donne».

I marziani? Non possono essere cattivi!

Ovviamente, non ci attendiamo, con questo modesto articolo e col presente numero di LucidaMente di far breccia nell’ottusità, di scalfire il muro di rigidità, di riuscire a far cambiare idee e mentalità alle legioni di malati di politically correct.

C’è una bella sequenza nel film Mars Attacks! (1997, di Tim Burton, con Jack Nicholson, Glenn Close, Pierce Brosnan e molti altri celebri attori che si sono divertiti a partecipare all’opera): il generale Decker (interpretato da Rod Steiger), violento, rozzo, ignorante, “politicamente scorretto”, è il primo – e l’unico – a capire che i marziani giunti sulla Terra sono malvagi e pronti al genocidio dei terrestri, sicché urla disperato: «Bisogna distruggerli, bisogna distruggerli, bisogna distruggerli!!!». Gli intellettuali, i politici, gli scienziati, i giornalisti attorno a lui, nonostante gli alieni abbiano già dato esplicita prova di crudeltà e intenzioni assassine, gli lanciano sorrisetti di disprezzo e superiorità intellettuale…

Come per i bigotti “di destra” i comunisti hanno governato per cinquant’anni l’Italia, per quelli “di centro” gli omosessuali sono malati, così, per i bigotti “di sinistra”, chi delinque è spinto dal bisogno e da una società ingiusta; i disabili sono persone solidali; chi va male a scuola è giustificato dall’esser nato in famiglie povere o “difficili”… e riprendiamo da capo.


In e-mail il 26 Dicembre 2010 dc:

Il “populismo” di Berlusconi e i movimenti giovanili

di Lucio Garofalo

Il concetto di populismo, confuso abitualmente con la demagogia autoritaria e paternalista, gode di una pessima reputazione presso gli ambienti della sinistra radical chic e politically correct, affetta da un viscerale antipopulismo e snobismo intellettuale. Un vizio atavico e incorreggibile che la induce a nutrire un profondo disprezzo nei confronti delle masse popolari, in particolare verso il “popolo profondo”, visto con alterigia e spocchia aristocratica. Tuttavia, il discorso è più ampio, nella misura in cui la categoria del populismo è invisa alle moderne democrazie liberali, le quali ravvisano nel populismo una strategia per riscuotere facili consensi tra le classi ritenute poco colte ed evolute, facendo leva su cliché che garantiscono un immediato riscontro emotivo.

A tale riguardo è giunto il momento di sfatare alcuni luoghi comuni della politica. Una di queste persuasioni è la tesi che qualifica Berlusconi come un “leader populista”. Nulla di più falso e becero. Al di là di stereotipi banali e mistificanti, Berlusconi è solo un populista di comodo. Mi spiego. Se il popolo lo vota e lo sostiene, allora il popolo ha ragione e Berlusconi si spaccia per essere un populista, ma se la gente non lo vota ed osa contestarlo, in tal caso il popolo ha torto, perciò Berlusconi non è un sincero populista.

Il populismo di Berlusconi è dunque capzioso, una menzogna ripetuta ossessivamente e metabolizzata acriticamente come un dato di fatto, che sarebbe il caso di riesaminare per svelare la sua natura opportunistica, cioè uno strumento di propaganda e mistificazione ideologica. Se fosse un autentico populista, Berlusconi dovrebbe riconoscere piena sovranità al popolo in ogni caso, quando lo appoggia e quando lo contesta. Il populismo dovrebbe esprimere rispetto e devozione verso il popolo, un atteggiamento sincero e coerente, non basato su convenienze politiche, né sbandierato in termini di annunci e promesse elettorali menzognere, puntualmente disattese.

Bisogna ribadire che Berlusconi non è un populista, ma un nemico del popolo, un impostore che ha fatto regredire il popolo italiano di oltre 50 anni, lo ha ingannato e impoverito. Invece, altri statisti passati e presenti possono rivendicare i meriti di un populismo declinato nelle forme di un socialismo popolare e antimperialista. Un onesto leader populista ha in mente soprattutto il progresso del popolo. A parte il populismo russo e americano di fine Ottocento, si pensi a personalità di notevole prestigio come Mao Tse-Tung, la guida carismatica di una rivoluzione che ha fatto compiere al popolo cinese un poderoso balzo in avanti di secoli; si pensi a Fidel Castro, che ha beneficiato il suo popolo affrancandolo dalle piaghe secolari della miseria e dall’analfabetismo, al punto che Cuba può vantare gli ospedali e le scuole migliori del continente americano; si pensi a Hugo Chavez, che sta facendo progredire le condizioni del popolo venezuelano.

Insomma, occorre smascherare il populismo ipocrita e parolaio di Berlusconi e contrastarlo su un terreno politico e culturale, proponendo un modello alternativo e speculare insieme, sospinto da un’autentica ispirazione populista. Qui la nozione di populismo va intesa in un’accezione non demagogica, paternalista o sciovinista, bensì in un’ottica gramsciana, cioè nel senso di un blocco popolare avanzato e rinnovatore.

E’ in una prospettiva gramsciana che occorre imboccare la direzione di un populismo nuovo, inteso nella versione di un socialismo popolare che sposi i valori della democrazia partecipativa. Nulla esclude che il populismo possa assumere forme davvero progressiste e democratiche. Per evitare che una simile ipotesi resti sulla carta, è indispensabile una notevole maturità politica e teorica, ma soprattutto occorre che la situazione economica non peggiori. In un quadro di incertezza e precarietà sociale, in cui le istituzioni sono sorde a ogni forma di intervento sociale, la protesta dei movimenti populisti rischia di svilupparsi esaltando le componenti più aggressive e primitive, autoritarie e regressive.

A proposito di pregiudizi da sfatare, vale la pena di soffermarsi su alcuni stereotipi assolutamente banali e fuorvianti che iniziano a circolare per etichettare in modo superficiale la rabbiosa protesta giovanile esplosa nei giorni scorsi. Non c’è dubbio che le ultime manifestazioni studentesche, partecipate in modo massiccio e decisamente pacifico, sono state la migliore risposta proveniente dalla piazza e dagli altri scenari della contestazione, per smentire le infami accuse lanciate dalla solita stampa che aveva già scatenato una furiosa canea sulla presunta identità tra studenti e “potenziali assassini”. Fino a formulare l’irresponsabile equazione: manifestanti = terroristi.

Il tentativo dei mezzi di “distrazione” di massa per distogliere l’opinione pubblica dai nodi cruciali della protesta giovanile, ponendo l’accento sul carattere violento o meno delle manifestazioni, è la conferma dell’ottusa volontà del ceto politico di ignorare le rivendicazioni sollevate dalla piazza per proseguire ostinatamente in un atteggiamento di sterile chiusura autoreferenziale e in una recita di pupi a cui ormai siamo abituati.

E’ giusto ricordare che non ci sono solo le lotte e le istanze espresse dal movimento studentesco in forma spontanea e tumultuosa, ma pure le questioni sociali rappresentate dagli operai, dai migranti, dai precari delle fabbriche, delle scuole e degli altri luoghi dello sfruttamento. Non si tratta solo di un movimento studentesco in quanto le mobilitazioni coinvolgono diversi soggetti sociali: studenti, ricercatori, operai e migranti, uniti da un comune denominatore che è la precarietà economica e sociale. Le nuove agitazioni sociali parlano lo stesso linguaggio, quello della precarietà ontologica.

Emerge un altro luogo comune da confutare: fino a ieri i giovani erano rimproverati di essere “bamboccioni”, inerti e passivi politicamente, ora iniziano a ribellarsi e sono tacciati di essere “potenziali assassini”. Che si mettano d’accordo con il loro cervello. Ma chi sono i veri terroristi? La storia ci insegna che i peggiori furfanti sono coloro che detengono il potere economico, i veri sovversivi sono assorti al governo della nazione.

Il DDL Gelmini sull’università è, tutto sommato, il “casus belli” di una rivolta studentesca che mira a denunciare il dramma della precarizzazione economica e sociale che incombe come una “spada di Damocle” sul futuro delle nuove generazioni. E come si può dar loro torto? Perché biasimare chi rifiuta un destino di sottomissione e precarietà?

Infine, una chiosa critica circa i limiti di questo movimento. Nel ’68 circolava uno slogan che così recitava: “siamo realisti: vogliamo l’impossibile”. Ebbene, questa nuova rivolta non esige l’impossibile, non avanza richieste che potrebbero apparire “velleitarie” in quanto non pretende di realizzare una rivoluzione, ma si limita a rivendicare solo ciò che è possibile nell’immediato: una normale mediazione politica e dialettica, insomma il dialogo. Infatti, basta pensare all’esultanza con cui gli studenti, o una parte di essi, hanno accolto la disponibilità di Napolitano ad ascoltare le loro ragioni, per rendersi conto della diversità sostanziale rispetto al Sessantotto, per cogliere l’enorme distanza che separa questo movimento giovanile rispetto agli anni ’70. Nel bene e nel male.


In e-mail il 19 Dicembre 2010 dc:

Berlusconi, le manovre del Palazzo e le rivolte sociali

di Lucio Garofalo

Il nuovo movimento studentesco, che ha assunto le dimensioni di una rivolta sociale di massa, è stato demonizzato non tanto per gli atti di devastazione commessi (sempre deprecabili, ma su questo punto conviene ragionare meglio), quanto perché ha osato sfidare il Palazzo, dichiarando esplicitamente di voler sfiduciare il governo dal basso, mentre le congiure e gli intrighi del Palazzo non hanno ottenuto lo scopo di defenestrare Berlusconi e la sua cricca di affaristi, faccendieri e massoni che controlla il Paese.

Si dice che “le vie della politica sono infinite”, ma sarebbe più corretto parafrasare: “le anomalie della politica sono infinite”. In Italia, da almeno quindici anni, le anomalie infinite sono la regola, non l’eccezione. Il maestro dei conflitti di interesse e delle anomalie italiche è un monopolista senza scrupoli che si è impossessato del governo della nazione e lo gestisce come se fosse un’azienda privata. E’ “sceso in campo” nel 1994 annunciando di voler compiere una “rivoluzione liberale” con la gente meno liberale e meno democratica in circolazione, dai fascio-leghisti agli esperti prezzolati dello squadrismo e del fango mediatico. Il “campione del liberalismo” di cosa nostra ha messo in piedi una coalizione sedicente “moderata” aggregando i reduci dell’estremismo neofascista (qualsiasi delinquente da strada sarebbe stato più civile e mansueto del ministro guerrafondaio La Russa visto nell’ultima puntata di Anno Zero) con gli esemplari del leghismo razzista e secessionista, ex squadristi e piduisti, impostori e ciarlatani, urlatori arroganti, squilibrati e sguaiati con i sicari professionisti della disinformazione.

Per quanto concerne la violenza politica, il discorso si fa più vasto e complesso e non può essere ridotto al problema delle molotov o delle vetrine rotte, né conviene chiamare in causa gli “anni di piombo”, le Brigate Rosse ed altro, che anzi rischia di essere un’operazione criminale e mistificante. La situazione politica e sociale odierna è assai diversa, per molti versi peggiore. Oggi gli studenti non godono di alcuna collocazione sociale ed economica stabile, né nutrono speranze di miglioramento futuro. Non hanno neppure una rappresentanza politica come negli anni ’70. In pratica sono orfani e si pretende che si rassegnino ad una vita precaria, senza nemmeno protestare.

Le manifestazioni del 14 dicembre hanno visto partecipare oltre centomila persone. Non è dato sapere quanti fossero i poliziotti in piazza, ma non è corretto affermare che dall’altra parte gli “aggressori” fossero migliaia. Altrimenti potrebbero creare un esercito, per cui potrebbero organizzare un’insurrezione di massa. In questi casi il numero è determinante. Si dice che 10 teppisti sono una banda, mentre 10 mila formano un esercito. Inoltre, occorre precisare che in mezzo agli scontri s’infiltra sempre qualche provocatore addestrato dalle forze di polizia, per cui la situazione diventa più caotica.

Una cosa è certa: nessuno ha la bacchetta magica per risolvere i problemi, nessuno può prescrivere ricette e soluzioni precostituite, o almeno questo movimento di massa non crede più ai parolai e ai pifferai magici. Si tratta di un movimento che è sorto spontaneamente ed ha assunto connotazioni ed istanze sempre più decise e radicali, espresse in una maniera sempre più dura ed energica. Probabilmente anche a causa delle esperienze negative trascorse ed in seguito a circostanze che hanno visto tali istanze inascoltate e non recepite da nessuno all’interno dei palazzi istituzionali.

In passato, ad esempio negli anni ’70, il PCI tentava di filtrare e rappresentare (a modo suo, in base a logiche e convenienze elettorali) le istanze provenienti dal basso, anche dai movimenti più estremi e radicali. Oggi si contempla il deserto e forse è meglio, nel senso che i movimenti sono costretti ad auto-organizzarsi in modo da rappresentare e rivendicare fino in fondo le proprie istanze sociali e politiche. Ed è normale che in un vuoto di rappresentanza politica ci possa essere qualcuno che decida di urlare per farsi ascoltare e magari qualcun altro scelga di adottare metodi più aggressivi e veementi. Se poi si aggiunge qualche balordo e qualche provocatore infiltrato, il gioco è fatto. Ma è indubitabile che la violenza, fine a se stessa, non risolve i problemi, dato che a questo scopo dovrebbe servire la politica, intesa come risposta equa e democratica (non autoritaria, non clientelistica, non paternalistica) ai bisogni e alle richieste dei cittadini.

Il punto è che la politica istituzionale è ridotta ormai ad un ruolo autoreferenziale e non si occupa della vita reale della gente, ma si adopera solo al fine di preservare i propri privilegi e il proprio potere, che è subordinato ai centri di dominio sovranazionale che fanno capo alla finanza e al capitalismo globale. Il Palazzo non si prodiga affatto per risolvere i problemi concreti della gente, non ascolta e non accoglie le istanze avanzate dai movimenti. Perciò, è inevitabile che questi movimenti tendano a radicalizzarsi.

Occorre comprendere che le violenze sono un parto degenere di un sistema violento e corrotto, sempre più marcio ed incancrenito, capace di produrre soprattutto “merci” putride come l’odio e la violenza, di cui si serve per legittimare la propria esistenza. Una metastasi favorita dalla manipolazione delle notizie e dal terrorismo psicologico che i mezzi di comunicazione di massa attuano per costringere l’opinione pubblica in uno stato di tensione e ricatto permanente. La violenza è parte integrante di una società che la vitupera solo quando a praticarla sono gli altri, mentre è autorizzata ed esercitata legalmente in termini di diritto e potere istituzionale quando è opera del sistema stesso, come gestione armata a tutela dell’ordine sia all’interno, cioè in termini di repressione poliziesca, che all’esterno, ossia in termini di guerra e gendarmeria internazionale.

E’ stata messa in moto una sorta di mostruosa fabbrica della violenza e dell’odio, che genera comodi capri espiatori per suscitare e giustificare il bisogno di interventi repressivi da compiere all’interno e all’esterno delle società affaristiche e guerrafondaie. In questo meccanismo perverso e criminale trovano una loro ragion d’essere i vari Bin Laden ed affini, i violenti e i terroristi che rappresentano uno spauracchio utile ad una logica di riproduzione perenne della violenza istituzionalizzata che serve a perpetuare i rapporti di forza, di comando e subordinazione, sia all’interno, cioè sul piano nazionale, che all’esterno delle società imperialistiche ormai in fase di decomposizione avanzata.


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