Politica e Società-6

(ateismo e agnosticismo inclusi...)

2009 dc

commenti, contributi e opinioni

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kynoos@jadawin.info

Ho unificato le due precedenti pagine di Politica e Sociale perché, in fondo, si occupavano degli stessi temi. Per non appesantirne il peso nel sito, le ho numerate progressivamente a partire da quella con notizie e fatti più vecchi.

In questa pagina ci sono testi con data 2009 dc, il più recente all'inizio.


Da il Fatto Quotidiano di mercoledì 16 dicembre - link valido per gli abbonati

L'amore berlusconiano

Coglioni, kapò e mentecatti" l'amore secondo B.

Dal ‘94 ad oggi l’infinita serie di insulti del premier e dei suoi

di Peter Gomez e Marco Travaglio


Il capogruppo dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ieri ha spiegato in Parlamento che dal 1994 è in corso in Italia “una campagna d’odio” contro Silvio Berlusconi. Fortunatamente il premier è intervenuto subito e dall’ospedale San Raffaele, dove è ricoverato dopo la vergognosa e ingiustificabile aggressione subita domenica sera, ha ricordato che "l’amore vince sull’odio”. Lo dimostrano, tra l’altro, le centinaia di interventi suoi e di esponenti del centrodestra che negli ultimi 15 anni sono sempre stati improntati al buon senso e alla moderazione.

Ecco dunque una necessariamente breve antologia delle migliori frasi di quello che potrebbe essere chiamato il Partito dell’Amore.

Il bon ton con gli avversari "Veltroni è un coglione" (Berlusconi, 3/9/95). "Veltroni è un miserabile" (Berlusconi, 4/4/2000). "Giuliano Amato, l'utile idiota che siede a Palazzo Chigi" (Berlusconi, 21/4/2000). "Prodi? Un leader d'accatto (Berlusconi, 22/2/95). "La Bindi e Prodi sono come i ladri di Pisa: litigano di giorno per rubare di notte" (Berlusconi, 29/9/96). "Prodi è la maschera dei comunisti" (Berlusconi, 22/5/2003). "Prodi è un gran bugiardo pericoloso per tutti noi" (Berlusconi, 21/10/2006). “Prima delle elezioni ho potuto incontrare due sole volte in tv il mio avversario, e con soli due minuti e mezzo per rispondere alle domande del giornalista e alle stronzate che diceva Prodi” (Berlusconi alla scuola di formazione politica di Forza Italia, 2 luglio 2007)."Con Prodi a Palazzo Chigi è giusto dire: piove governo ladro" (Berlusconi, 10/4/2008). “Il centrosinistra? Mentecatti, miserabili alla canna del gas” (Berlusconi, 4/4/2000)."Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti. La suggerirò per il ruolo di kapò" (inaugurando la presidenza italiana dell’Unione europea e rispondendo a una domanda del capogruppo socialdemocratico, il tedesco Martin Schulz, sul conflitto d’interessi, 2 luglio 2003). "Sono in politica perché il Bene prevalga sul Male. Se la sinistra andasse al governo l’esito sarebbe questo: miseria, terrore, morte. Così come avviene ovunque governi il comunismo (Berlusconi, 17/1/2005).

Il rispetto per gli elettori “Lei ha una bella faccia da stronza!” (alla signora riminese Anna Galli, che lo contestava, 24/7/ 2003).“Non credo che gli elettori siano così stupidi da affidarsi a gente come D’Alema e Fassino, a chi ha una complicità morale con chi ha fatto i più gravi crimini come il compagno Pol Pot” (Berlusconi, 14 dicembre 2005). "Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare facendo il proprio disinteresse" (discorso di Berlusconi davanti alla Confcommercio il 4/4/2006). “Le nostre tre “I”: inglese, Internet, imprese. Quelle dell’Ulivo: insulto, insulto e insulto” (27/5/2004).

 L'armonia con gli alleati. Berlusconi: “Parliamo della par condicio: se non abbiamo vinto le elezioni, caro Follini, è colpa tua che non l’hai voluta abolire”. Follini: “Io trasecolo. Credevo che dovessimo parlare dei problemi della maggioranza e del governo”. Berlusconi: “Non far finta di non capire, la par condicio è fondamentale. Capisco che tu non te ne renda conto, visto che sei già molto presente sulle reti Rai e Mediaset”. Follini: “Sulle reti Mediaset ho avuto 42 secondi in un mese”. Berlusconi: “Non dire sciocchezze, la verità è che su Mediaset nessuno ti attacca mai”. Follini: “Ci mancherebbe pure che mi attacchino”. Berlusconi: “Se continui così, te ne accorgerai. Vedrai come ti tratteranno le mie tv”. Follini: “Voglio che sia chiaro a tutti che sono stato minacciato” (Discussione con l’Udc Marco Follini, secondo i quotidiani dell’11 luglio 2004).

La sacralità delle toghe “I giudici sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana... Se fai quel mestiere, devi essere affetto da turbe psichiche” (Berlusconi, The Spectator, 10/9 2003). “In tutti i settori ci possono essere corpi deviati. Io ho una grandissima stima per la magistratura, ma ci sono toghe che operano per fini politici. Sono come la banda della Uno bianca” (Berlusconi, dopo l’arresto del giudice Renato Squillante, 14/5/96. Ma il riferimento è per quelli che l’hanno arrestato). “I Ds sono i mandanti delle toghe rosse. Noi non attacchiamo la magistratura, ma pochi giudici che si sono fatti braccio armato della sinistra per spianare a questa la conquista del potere” (Berlusconi, 1/12/99). “I giudici di Mani Pulite vanno arrestati, sono un’associazione a delinquere con licenza di uccidere che mira al sovvertimento dell’ordine democratico” (Vittorio Sgarbi, “Sgarbi quotidiani”, Canale5, 16/9/94).“Gian Carlo Caselli è una vergogna della magistratura italiana, siamo ormai in pieno fascismo: si comporta come un colonnello greco, in modo dittatoriale, arbitrario, intollerante. I suoi atti giudiziari hanno portato alla morte” (Vittorio Sgarbi, 8/12/94). “Nelle mie televisioni private non ci sono mai state trasmissioni con attacchi, perché noi siamo liberali” (Berlusconi, 21/ 5/2006). "Silvio Berlusconi, durante l'ufficio di presidenza del Pdl ancora in corso, secondo quanto riferito da alcuni partecipanti, ha parlato di una vera e propria persecuzione giudiziaria nei suoi confronti , che porta il Paese sull'orlo della guerra civile" (Ansa, 29/11/09)

La fiducia nella democrazia "Si è messo mano all’arma dei processi politici per eliminare l’opposizione democratica. Non siamo più una democrazia, ma un regime. Da oggi la nostra opposizione cessa di essere opposizione a un governo e diventa opposizione a un regime" (Berlusconi, dopo una condanna in primo grado tangenti, 8/8/98). “La libertà non si può più conquistare in Parlamento, ma con uomini lanciati in una lotta di liberazione. Senza la devoluzione, da qui possono partire ordini di attacco dal Nord. Io sono certo di avere dieci milioni di lombardi e veneti pronti a lottare per la libertà” (Umberto Bossi al “parlamento padano”, presente Berlusconi, Ansa, 29/9/2007). "Boicotteremo il Parlamento, abbandoneremo l’aula, se necessario daremo vita a una resistenza per riconquistare la libertà e la democrazia” (Berlusconi, 3/3/95). "In Italia c’è uno Stato manifesto, costituito dal governo e dalla sua maggioranza in Parlamento, e c’è uno Stato parallelo: quello organizzato in forma di potere dalla sinistra nelle scuole e nelle università, nel giornalismo e nelle tv, nei sindacati e nella magistratura, nel Csm e nei Tar, fino alla Consulta. Se si consentirà a questo Stato occulto di unirsi allo Stato palese, avremo in Italia un regime vendicativo e giustizialista, mascherato di legalità e ostile a tutto ciò che è privato" (Berlusconi, 5/4/2005). "Adesso diranno che offendo il Parlamento ma questa é la pura realtà: le assemblee pletoriche sono assolutamente inutili e addirittura controproducenti".(Berlusconi, 21/5/2009)

Il galateo istituzionale “Il presidente Scalfaro è un serpente, un traditore, un golpista” (Berlusconi, La Stampa, 16/1/95). "Altro che impeachment! Scalfaro andrebbe processato davanti all’Alta Corte per attentato alla Costituzione. E di noi due chi ha maneggiato fondi neri non sono certo io. D’altra parte, Scalfaro da magistrato ha fatto fucilare una persona invocandone contemporaneamente il perdono cristiano. Bè, l’uomo è questo! Ha instaurato un regime misto di monarchia e aristocrazia” (Berlusconi 18/1/95). "Io non sono in contrasto con il capo dello Stato, non ne ho nessun motivo, anzi sono un suo sostenitore convinto. Ho con lui un rapporto molto cordiale" (Berlusconi, 28/2/95). "Ma vaffanculo!" (Berlusconi, accompagnando l’insulto con un gesto della mano, mentre il presidente emerito Scalfaro denuncia in Senato il «servilismo» della politica estera del suo governo nei confronti degli Usa sull’Iraq, 27/9/2002). "Italia vaffanculo" (Tre eurodeputati leghisti, commentando in aula a Strasburgo l'intervento del presidente Carlo Azeglio Ciampi, 5/7/05). "Questi signori, che hanno vinto delle elezioni taroccate, hanno arrogantemente messo le mani sulle istituzioni: il presidente della Repubblica è uno di loro" (Berlusconi, riferendosi al presidente, Giorgio Napolitano, 21/10/06).

Il premier durante il comizio di domenica 13/12/09 dc a Milano (Foto ANSA)


Da "Il Fatto Quotidiano" di mercoledì 16 dicembre-link valido per gli abbonati (le ovvie correzioni degli errori sono mie)

Questa stampa spuntata

 sotto il tacco di Silvio”

di Stefano Feltri

Sono sessant’anni che Piero Ottone fa il giornalista, ha diretto il Secolo XIX e il Corriere della Sera negli anni del terrorismo. E oggi, ottantacinquenne, dice: “Quando la nostra generazione, negli anni Settanta, cominciava a prendere in mano le redini dei giornali aveva un senso di ribellione contro quel giornalismo conformista alla Mario Missiroli. Anche nel giornalismo ci sono periodi migliori e periodi peggiori, come quello che stiamo vivendo”.

Ieri alla Camera Fabrizio Cicchitto, capogruppo dei deputati del Pdl, se l’è presa con la “campagna di odio iniziata fin dal 1994”, soprattutto da il Fatto e dal gruppo Espresso-Repubblica, della cui storia Ottone è un pezzo importante. Dice: “Queste polemiche sono stupidaggini. Ogni frase è risposta a una frase precedente, è come quando i bambini dicono ‘ha cominciato lui’. L’atmosfera in Italia è quella che è. Non c’è da dare la colpa a nessuno, a destra o a sinistra, cercare i mandanti è un esercizio futile”.

Alla fine degli anni Ottanta Ottone lavorava alla Mondadori dell’amico Mario Formenton. Dopo che Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo vendettero le loro quote alla Mondadori, di cui erano già azionisti Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, Ottone aveva il compito di curare le relazioni con il gruppo Espresso. Ha appena ripubblicato “La guerra della rosa” (Longanesi), il libro in cui racconta la guerra di Segrate tra De Benedetti e Berlusconi per il controllo della Mondadori vista dall’interno. Una guerra che ancora non è finita: il 22 dicembre c’è la prossima udienza sul risarcimento da 750 milioni di euro che la Fininvest deve pagare per la corruzione giudiziaria con cui Berlusconi ha strappato l’azienda a De Benedetti   (che, con una mediazione, conservò il gruppo Espresso con la Repubblica, il settimanale e le testate locali). “E’ stato un episodio importante nella storia di questo Paese e del suo giornalismo ma non spiega tutto”, racconta oggi, con la consapevolezza di chi si è trovato a negoziare per evitare che perfino la Repubblica e l’Espresso diventassero berlusconiani.

Secondo Ottone nella storia del nostro giornalismo si osservano “fenomeni che non sono mai riconducibili a un fatto solo, per esempio che in Italia sia considerato normale che i giornali appartengano a grandi gruppi di interesse. Ma conservare una certa autonomia è possibile. Giulio De Benedetti, il grande direttore de la Stampa nel dopoguerra, perseguiva il pareggio di bilancio, per garantirsi un margine di indipendenza dalla Fiat e anche Luigi Albertini, che del Corriere è diventato azionista, aveva un suo orgoglio professionale che gli permetteva di non prendere ordini dalla proprietà, così come più tardi anche Scalfari è stato alieno da condizionamenti”.

Quello della proprietà è un problema di contesto (“siamo abituati a giornali di poteri finanziari o di gruppi ideologici”), poi ci sono le deficienze individuali dei giornalisti. Ottone le riassume così: “In Italia in materia di obiettività il massimo che si può chiedere ai giornalisti sembra essere di dichiarare da quale parte stanno, ecco, con una categoria di questo tipo il nostro non è un giornalismo paragonabile a quello del resto dell’occidente”. Ottone ha visto Berlusconi conquistare la Mondadori, prendere possesso dell’azienda preparandosi a espugnare per conto di Bettino Craxi le testate nemiche: “Segrate era la capitale dell’impero, occupata la capitale bisognava estendere l’occupazione alle province”. Poi l’occupazione è fallita, il gruppo Espresso è andato a De Benedetti, ma quella guerra ha chiuso una stagione: “Il tono e la qualità dei giornali dipende molto dalla situazione circostante. Negli anni Settanta e Ottanta il potere politico era in declino e quindi si aprivano maggiori spazi per i giornali”.

Poi c’è stata la breve stagione di Mani Pulite subito seguita dal berlusconismo e “oggi la stampa italiana è molto meno spregiudicata, ma non continuerà a essere così dopo Berlusconi, perché soltanto lui ha il carisma, il denaro e la capacità di tenere tutti in riga”. Per ora, però, resta la domanda: ma in Italia c’è una vera libertà di stampa anche oggi che Cicchitto attribuisce ad alcuni giornalisti la responsabilità di aver armato la mano dello squilibrato che ha colpito Berlusconi a Milano? La risposta Ottone l’ha affidata al suo libro: “L’Italia contemporanea, nella quale è possibile manifestare dissenso, critica e magari vilipendio, non è una dittatura. È però anche vero che in una vera democrazia, in un Paese libero nella sostanza oltre che nella forma, il fiume dell’informazione giornalistica, quell’informazione che si presenta ai cittadini come autonoma e indipendente, non subisce limitazioni, intimidazioni, condizionamenti”.  


Dal Windows Live Space dell'amico Sestante http://se-stante.spaces.live.com 15 Dicembre 2009 dc

Gli avvelenatori del clima politico

che si spacciano per innocenti

Eccoli qua i soliti fanfaroni. Basta la scusa di una deprecabile aggressione di uno squilibrato che ci buttano addosso le accuse di ogni male. Come se non fossero stati loro ad attaccare pesantemente - e non da ora - i mezzi di comunicazione non allineati, la magistratura e i giornalisti dalla schiena dritta, dare dei coglioni a chi non la pensa come loro e usare un linguaggio da taverna perfino in ambito internazionale. È inutile che blaterano. L'aureola dei santi non ce l'hanno.

Da "Il Fatto Quotidiano" di martedì 15 dicembre 2009 dc

Io confesso

di Marco Travaglio

Ebbene sì, han ragione Cicchitto, Capezzone e Sallusti, con rispetto parlando.

Inutile negare l’evidenza, non ci resta che confessare: i mandanti morali del nuovo caso Moro siamo noi di Annozero e del Fatto, in combutta con la Repubblica e le procure rosse. Come dice Pigi Battista sul Corriere, abbiamo creato “un clima avvelenato”, di “odio politico”, roba da “guerra civile”.

Le turbe psichiche che da dieci anni affliggono l’attentatore non devono ingannare: erano dieci anni che il nostro uomo, da noi selezionato con la massima cura (da notare le iniziali M.T.), si fingeva pazzo per preparare il colpo. E la poderosa scorta del premier che si è prodigiosamente spalancata per favorire il lancio del souvenir (come già con il cavalletto in piazza Navona) non è che un plotone di attivisti delle Brigate Il Fatto, colonna milanese Annozero. Siamo stati noi. Abbiamo spacciato per cronaca giudiziaria il racconto dei processi Mills, Mondadori e Dell’Utri, nonché la lettura delle relative sentenze, mentre non era altro che “antiberlusconismo” per aprire la strada ai terroristi annidati nei centri di igiene mentale.

Ecco perché non ci siamo dedicati anche noi ai processi di Cogne, Garlasco, Erba e Perugia: per “ridurre l’avversario a bersaglio da annichilire” (sempre Battista, chiedendo scusa alle signore). Ci siamo pure travestiti da leader del centrodestra e abbiamo preso a delirare all’impazzata. Ricordate Berlusconi   che dà dei “coglioni” alla metà degli italiani che non votano per lui, dei “matti antropologicamente diversi dal resto della razza umana” ai magistrati, dei “golpisti” agli ultimi tre presidenti della Repubblica, dei fomentatori di “guerra civile” ai giudici costituzionali e ai pm di Milano e Palermo, dei “criminosi” a Biagi, Santoro e Luttazzi, che minaccia Casini e Follini di “farvi attaccare dalle mie tv” perché “mi avete rotto il cazzo” e invoca “il regicidio” per rovesciare Prodi? Ero io che camminavo in ginocchio sotto mentite spoglie e tre chili di cerone. Poi, già che ero allenato, mi sono ridotto a Brunetta per dire che questa “sinistra di merda” deve “morire ammazzata”.

Ricordate Bossi che annuncia “300 uomini armati dalle valli della Bergamasca”, minaccia di “oliare i kalashnikov” e “drizzare la schiena” a un pm poliomielitico, sventola “fucili e mitra”, organizza bande paramilitari di camicie verdi e ronde padane perché “siamo veloci di mano e di pallottole che da noi costano 300 lire”? Era Santoro che riusciva a stento a coprire il suo accento salernitano con quello varesotto imparato alla scuola di dizione.

Ricordate Ignazio La Russa che diceva “dovete morire” ai giudici europei anti-crocifisso? Era Scalfari opportunamente truccato in costume da Mefistofele. E Sgarbi che su Canale5 chiamava “assassini” i pm di Milano e Palermo e Caselli “mafioso” e “mandante morale dell’omicidio di don Pino Puglisi”? Era Furio Colombo con la parrucca della Carrà.

E chi pedinava il giudice Mesiano dopo la sentenza Mondadori per immortalargli i calzini turchesi? Sandro Ruotolo, naturalmente, camuffato sotto le insegne di Canale5.

Chi si è introdotto nel sistema informatico di Libero e poi del Giornale di Feltri e Sallusti per accusare falsamente Dino Boffo di essere gay, Veronica Lario di farsela con la guardia del corpo, Fini di essere un traditore al soldo dei comunisti? Quel diavolo di Peter Gomez.

Chi ha seviziato Gianfranco Mascia, animatore dei comitati Boicotta il Biscione? Chi ha polverizzato la villa della vicedirettrice dell’Espresso Chiara Beria dopo una copertina sulla Boccassini? Chi ha spedito a Stefania Ariosto una testa di coniglio mozzata per Natale? Noi, sempre noi.

Ora però ci hanno beccati e non ci resta che confessare. Se ci lasciano a piede libero, ci impegniamo a non dire mai più che Berlusconi è un corruttore amico di mafiosi. Lui è come Jessica Rabbit: non è cattivo, è che lo disegnano così.

 


In e-mail da Lucio Garofalo, 6/12/2009 dc:

Sulla natura della crisi

La pesante recessione economica sta facendo riemergere molti segnali che inducono a ragionare meglio sull’origine e sulla natura della crisi, che non è solo economica, in quanto tradisce uno stato di decadenza e dissoluzione di un mondo imperniato storicamente sulle fragili certezze della scienza e della tecnica al servizio del profitto economico privato. Si tratta di un sistema di convinzioni pompate e sbandierate come assiomi granitici, ma che si sono rivelati per ciò che sono: facili ed ingenue illusioni. La crisi economica globale è solo l’aspetto più evidente di un processo di decomposizione avanzata di un ordine sociale incentrato sui dogmi della nuova religione pagana del capitale che si arroga il ruolo di padrone assoluto del mondo. E’ la religione più ottusa e fanatica che venera il dio denaro, promuove con ogni mezzo il feticismo del mercato, predica l’adorazione cieca dei falsi idoli del neoliberismo e del consumismo più sfrenato, esercita il culto idolatrico di un modello di sviluppo talmente vorace, inquinante e distruttivo che in pochi lustri ha saccheggiato le principali risorse ambientali del pianeta, depredando popoli ed ecosistemi che per millenni erano rimasti inviolati.

Lo stato di irreversibile putrescenza in cui versa l’odierna società tardo-capitalista, è talmente palese da non poter essere negato nemmeno dai fautori più esaltati e incalliti della globalizzazione neoliberista. Le classi dominanti non sono più in grado di propugnare e proporre in modo credibile alcun valore etico e spirituale, alcuna visione o idea di società e di progresso che possa infondere nell’animo delle giovani generazioni una vaga fiducia nell’avvenire, eccetto l’apoteosi acritica del presente, tranne l’offerta incessante, ma destinata fatalmente ad esaurirsi, di beni effimeri per antonomasia, legati al consumismo materiale, per cui le odierne classi dirigenti rappresentano lo specchio più patetico e grottesco del declino e della decomposizione sociale in atto.

La realtà dimostra in modo irrefutabile che l’attuale modello di sviluppo economico, imposto per secoli dall’occidente con la violenza delle armi e il ricatto alimentare, con la propaganda ideologica e mediatica, attraversa una fase di crisi non solo strutturale, nella misura in cui non riesce più a convincere, incapace com’è di sedurre ed attrarre la gente che abita sul pianeta, in particolare i giovani e i popoli del Sud del mondo. Basti pensare a quanto sta accadendo negli ultimi anni in un vasto continente come l’America Latina, scosso e rinvigorito da forti spinte anticapitaliste ed antimperialiste. Si pensi a quanto accade altrove, in Africa, in Medio Oriente, in Estremo Oriente, ecc.

Ma cosa potrebbe fare ognuno di noi? Non so gli altri, ma per quanto mi riguarda nutro alcune convinzioni consolidate e alcune speranze. Io sono un insegnante. Nel mio ambito di competenza potrei contribuire a promuovere una presa di coscienza critica da parte dei giovani. Non inseguo l’assurda pretesa, assolutamente ingenua e velleitaria, di cambiare il mondo con la mia professione quotidiana. Tuttavia, qualcosa si potrebbe cominciare a fare, anzitutto nelle scuole. Faccio un esempio concreto e praticabile.

Detto francamente, auspico che un giorno, anche nelle scuole pubbliche italiane si approdi finalmente all’adozione di un autentico e necessario spirito laicista, ad un approccio relativistico e interculturalistico nella comunicazione tra docenti e discenti, nel processo di scambio ed interazione didattica che dovrebbe costituire il rapporto centrale nel quadro delle dinamiche socio-relazionali della scuola, benché prevalgano altri interessi, momenti e mansioni professionali. Come, ad esempio, gli incarichi legati allo svolgimento delle cosiddette "attività aggiuntive", delle "funzioni strumentali", dei "progetti di arricchimento" (arricchimento per chi?). Tutti ruoli che, allo stato attuale degli stipendi riconosciuti agli insegnanti italiani (i più miserabili d’Europa), attraggono i docenti distraendoli dal loro compito primario: la crescita e l’educazione dei giovani.

Questo spirito di apertura, tolleranza e liberalismo etico e civile, rappresenta una preziosa linfa vitale, una forma mentis assai importante e proficua per la formazione culturale e la piena emancipazione intellettuale della personalità umana. Infatti, credo che non arrecherebbe alcun danno ai nostri studenti se cominciassimo a far conoscere le ragioni degli altri, cioè di quelle genti e culture per noi estranee e distanti, in particolare di quei popoli comunemente ritenuti "inferiori", "incivili", "sottosviluppati", per far comprendere che non lo sono e che avrebbero molto da insegnarci. Come avrebbero potuto trasmetterci utili insegnamenti i popoli pre-colombiani (Aztechi, Maya, Incas) in diversi ambiti dello scibile umano, come la matematica, l’astronomia, l’architettura. Purtroppo, quei popoli sono stati annientati brutalmente, la loro cultura e il loro sapere sono stati cancellati e sepolti nell’oblio dall’uomo bianco occidentale.

Sono convinto che questa sia l’interpretazione più corretta e accettabile dell’umanesimo laico, che probabilmente costituisce la linfa vitale e la spina dorsale della cultura e della "civiltà occidentale", la cui storia è comunemente (ed erroneamente) concepita come una linea di crescente progresso che parte dalla civiltà greco-romana classica e giunge sino ad oggi, percorrendo due momenti storici che hanno segnato e generato un’importante rivoluzione culturale e sociale in Europa: la rivoluzione umanistica rinascimentale del 1400-1500 e la rivoluzione illuministica realizzatasi nel XVIII secolo. Tuttavia, questa visione idealistica è esattamente quella di uno sviluppo spiritualistico che in realtà cela una grave mistificazione storica, mentre sottintende un altro tipo di sviluppo di ordine economico e colonialista sostenuto dal mondo "occidentale", esercitando una spinta politica di orientamento eurocentrico e cristiano-centrico. Mi riferisco al processo di espansione violenta delle principali potenze europee nella storia.

Per tali ragioni il razzismo è insito e istituzionalizzato nella storia, nella cultura e nella società dei bianchi occidentali. In tal senso, il razzismo non è solo e non è tanto un comportamento individuale, quanto soprattutto un fenomeno sociale e istituzionale, che appartiene intimamente alla storia e alla cultura del mondo bianco occidentale. Una storia che è in sintesi un percorso di violenze, crimini, ruberie, raggiri e mistificazioni, poste in essere contro il resto dell’umanità. Finché la nostra società si ostinerà ad ignorare il razzismo istituzionalizzato in essa latente, le tragiche colpe dell’occidente non saranno mai espiate, né svaniranno i sensi di colpa che turbano la coscienza sporca dell’occidente. Ma è pur vero che la rinuncia a fare qualcosa di concreto e significativo contro il razzismo istituzionalizzato presente nella nostra società, si spiega chiaramente col fatto che la società occidentale trae il suo benessere e la sua opulenza economica proprio dall’esistenza del razzismo stesso, che serve a legittimare lo sfruttamento materiale dei popoli del Terzo Mondo. Senza questo razzismo istituzionalizzato e questo sfruttamento economico, la società occidentale scomparirebbe immediatamente.

Come è spesso accaduto in passato (si pensi a Roma nei confronti di Cartagine) i vincitori scrivono e riscrivono la storia, falsificandola e rettificandola a proprio esclusivo vantaggio. Così si è verificato nel caso dei pellerossa, la cui storia è stata raccontata e divulgata dal cinema western, che ha celebrato come "epica" la conquista del West, degli sterminati territori occidentali del continente nordamericano, sottratti con la forza delle armi, con mille trucchi ed inganni ai legittimi abitanti indigeni, le tribù pellerossa, mistificando e alterando la verità storica. Da questi scippi, massacri, raggiri, totalmente occultati e distorti, commessi dai pionieri, dai colonizzatori e dai soldati bianchi, hanno tratto origine i miti e i cliché, ovviamente artificiosi e fittizi, legati alla cosiddetta "epopea western": dallo stereotipo del cowboy solitario, onesto e coraggioso, al luogo comune dell’indiano selvaggio e crudele. La mitologia hollywoodiana ha riproposto lo schema manicheo di sempre, l’equazione semplicistica "bianco = buono" e "indigeno = selvaggio = malvagio", un modello che si ripete e si rinnova da secoli in ogni occasione in cui i bianchi occidentali si sono incontrati e scontrati con esponenti di altre culture e altri popoli, considerati "inferiori", ”incivili” o "sottosviluppati", per cui sono stati soggiogati con le armi, con astuti stratagemmi ed altri strumenti coercitivi o fraudolenti.

L’occidente è sempre stato sconvolto dall’idea della violenza, quando ad usarla sono gli altri: i pellerossa, i negri, gli islamici, ecc. Ma come giudicare le efferatezze e i delitti perpetrati dall’occidente? Il punto è questo: chi detiene il potere detta legge e decide chi sono i "buoni" e i "cattivi". E’ sempre stato così, sin dai tempi antichi. I Romani erano maestri nel campo, come insegnano Giulio Cesare e gli altri storici e conquistatori latini.

L’ignobile violenza della guerre, delle stragi, delle rapine, dei falsi trattati di pace e via discorrendo, è sempre stata dissimulata ipocritamente sotto vesti posticce, sbandierando di volta in volta nobili ideali assolutamente inesistenti quali, ad esempio, i valori della "fede religiosa" (si pensi all’epoca delle Crociate in Palestina), della "civiltà" e del "progresso" (si pensi alle conquiste coloniali in America, in Africa, in Asia), della "libertà" e della "democrazia" in tempi per noi più recenti e noti. Ogni riferimento alla guerra in Iraq o alle altre guerre attualmente in corso nel mondo, è puramente casuale.

Lucio Garofalo


In e-mail da Lucio Garofalo il 30/11/2009 dc:

L'Italia è una Repubblica "antimeritocratica"

fondata sul lavoro precario

A volte mi chiedo perché in Italia, come altrove, la cosiddetta “meritocrazia” venga invocata solo nei riguardi dei lavoratori subordinati, che sono sempre più soggetti e vincolati a parametri di efficienza produttiva, evidentemente per costringerli a farsi sfruttare in modo crescente, mentre tali principi meritocratici non valgono e non sono applicati nei confronti dei livelli padronali, ossia i megadirigenti e i supermanager che percepiscono compensi abnormi a prescindere dal rendimento e dai risultati ottenuti. Si pensi, ad esempio, al caso dei quadri dirigenti responsabili del fallimento dell’Alitalia o ad altri scandali e bancarotte indubbiamente eclatanti nella recente storia nazionale.

E’ evidente che un sistema economico sociale che pretenda di essere meritocratico, solo a chiacchiere, non potrebbe conciliarsi con la realtà di un paese clamorosamente ingiusto e sperequato, eccezionalmente sprecone, corrotto e mafioso come l’Italia.

Il nostro Paese si regge su un assetto economico privo di ogni criterio di giustizia sociale e materiale, di democrazia economica e di equa redistribuzione del reddito nazionale, è uno Stato in cui si evidenziano comportamenti furbeschi, spregevoli e cialtroneschi, in cui si registra il primato mondiale dell’evasione fiscale, in cui si pretende di imporre ai lavoratori, già fortemente precarizzati e sottosalariati, uno standard di meritocrazia e di efficienza produttiva in senso unilaterale, rischia di degenerare in modo ineluttabile, causando drammatiche iniquità, divaricazioni crescenti e sperequazioni assolutamente inaccettabili, scatenando dunque contraddizioni sociali esplosive. A maggior ragione in una fase storica contrassegnata da una gravissima recessione economica come quella attuale, una crisi di sistema che è di natura strutturale ed è estesa su scala globale.

Pensare (ingenuamente) di introdurre una concezione meritocratica in Italia, come altrove, equivale a compiere una vera rivoluzione sociale e materiale, etica e culturale.

Per adottare un regime di autentica meritocrazia, credo che occorra promuovere una profonda trasformazione, in senso egualitario, della struttura economico-sociale e della mentalità comune, attuando un cambiamento epocale sul piano politico e culturale.

In altri termini, la vera meritocrazia è possibile e praticabile solo in una società formata da lavoratori liberi ed uguali, in una società autenticamente comunista: "una società dove ognuno produce secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni". Questo è un modello di società estremamente meritocratica, prima ancora che democratica.

Dunque, l'antitesi tra comunismo e meritocrazia è solo apparente. Con buona pace (e scandalo) dei ciarlatani e dei farisei dell’ideologia filo-capitalista: mi riferisco ai falsi liberisti, ai finti apologeti e fautori del sistema meritocratico quali, ad esempio, Berlusconi, Tremonti, Brunetta, Padoa Schioppa, Tronchetti Provera e i loro lacchè.

Lucio Garofalo


Da http://palermo.repubblica.it/ , edizione di Palermo di la Repubblica, 25/11/2009 dc

La preside non espone il crocifisso
il sindaco è pronto a multarla

di Salvo Intravaia

Palermo - Cinquecento euro di multa perché manca il crocifisso nel suo ufficio. E´ quello che rischia la preside dell´istituto comprensivo Reina di Chiusa Sclafani, dopo il blitz della polizia municipale di ieri mattina. Tutto inizia venerdì scorso, quando il sindaco del paese Francesco Di Giorgio (Pdl) fa notificare alla preside dell´istituto, Francesca Accardo, un insolito provvedimento in netta contrapposizione con la recente sentenza della Corte suprema di Strasburgo.

Il sindaco ordina di «mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici del comune di Chiusa Sclafani, come espressione dei fondamentali valori civili e culturali dello Stato italiano». «Il personale della polizia municipale - continua l´ordinanza - controllerà entro 15 giorni l´osservanza dell´ordinanza» e «ai trasgressori sarà applicata la sanzione di 500 euro».

Ieri mattina, parecchi giorni prima dei 15 ipotizzati nel provvedimento, al portone della scuola si presentano due vigili urbani. «Avrei anche potuto non farli entrare - dichiara la preside - ma come rappresentante delle istituzioni ho pensato che non fosse corretto». I due hanno fatto un rapido sopralluogo in tutte le classi e negli uffici amministrativi trovando il crocifisso al proprio posto.

«Ma quando sono entrati nella mia stanza mi hanno fatto notare che il crocifisso mancava», spiega la Accardo, che non riesce a darsi pace per «l´assurda ordinanza» e la celerità della visita. «Non riesco a spiegarmi - continua - i motivi del provvedimento e penso che adesso possano anche farmi la multa: nessuno ha toccato i crocifissi nelle aule e nelle altre stanze e, francamente, non mi ero neppure accorta che nel mio ufficio mancava».

Il capo d´istituto è letteralmente furibonda mentre racconta una storia che ha del surreale. «Penso di vivere in un paese democratico, non in una dittatura: vorrei continuare a lavorare serenamente come ho fatto in questi anni», conclude. E non intende darsi per vinta. Denuncerà l´accaduto al ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini e al direttore dell´Ufficio scolastico regionale, Guido Di Stefano, sperando che prendano le sue difese. Intanto, si sta consultando con un legale.

L´istituto del piccolo paese in provincia di Palermo ospita 284 alunni di scuola dell´infanzia, primaria e secondaria di primo grado, trovandosi a fare i conti giornalmente con un bilancio sempre più magro. Anche perché dal Comune non arrivano i fondi che tutti gli enti locali dovrebbero erogare alle scuole: da due anni, il Comune non provvede ad erogare i fondi per il funzionamento e la manutenzione.

Copio parte di quanto dice NoGod:  "I catto-talibani danno inizio alla persecuzione in nome di Cristo...E se non paga 60 frustate ?"

Jàdawin di Atheia
 


Da http://www.nessundio.net/blog/2009/11/13/2957/ , su un articolo di http://www.avvenire.it del 12/11/09 dc:

Assurda pretesa

della Conferenza Episcopale Italiana nei confronti delle Istituzioni Europee.

Il Cardinale Angelo Bagnasco, Capo del Governo Ombra dei vescovi che controllano e guidano il Governo apparente del nostro Paese, nonché Vicerè d’ Italia su nomina del Papa Re, si rivolge alle istituzioni Europee perché contrastino la decisione dei giudici della Corte di Straburgo a proposito del crocifisso appeso negli edifici statali: scuole, tribunali, ministeri, ecc. Però il cardinale sa bene che le Istituzuioni a cui si rivolge non hanno nessun potere di intervento sulla Corte di Strasburgo, anche perché in Europa il potere politico non può influire o determinare il corso della giustizia: ma sa anche bene che è comunque vantaggioso promuovere queste pretestuose lamentele. Infatti dietro l’apparente difesa di una identità cattolica dell’Italia (che esiste soprattutto nella scaramanzia applicata al simbolo apotropaico del crocifisso più che nella fede concretamente praticata e coerentemente vissuta), si possono ottenere compensazioni di ben altra natura che, conoscendo la bramosia di privilegi, soldi e potere della SS Vaticana, possiamo ben immaginare.

 Da notare infine che il Vicerè, a differenza dei politicanti cristianisti, si guarda attentamente dall’auspicare una Legge che obblighi l’esposizione dei crocifissi, sapendo bene che anche se gli zuavi pontifici l’approvassero a maggioranza grandissima in Parlamento, non potrebbe mai passare al vaglio della Corte Costituzionale. Almeno fino a quando quest’ultima non sia scelta e nominata da un nuovo Duce del fascio-clericalismo che faccia strame del supremo principio di laicità della nostra Costituzione.

Qui di seguito la parte di interesse dell'articolo de l'Avvenire:

.La Conferenza episcopale italiana, per voce del suo cardinale presidente Angelo Bagnasco, ha chiesto alle istituzioni europee di pronunciarsi  sul “merito e sul metodo” della sentenza di Corte di Strasburgo contro la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane. Il porporato è tornato sull’argomento in una conferenza stampa oggi al termine della sessantesima assemblea dei 250 vescovi italiani ad Assisi.  Il cardinale, rispondendo alle domande dei giornalisti, non ha voluto pronunciarsi su un eventuale esito negativo al ricorso presentato dall’Italia contro il tribunale del Consiglio d’Europa, né si è mostrato ansioso di vedere approvare una legge per tutelare i crocifissi nelle aule italiane.

È apparso preoccupato da altro: dall’ideologismo della sentenza e anche, ha detto, dalla mancanza di conoscenza e di rispetto per la cultura e i sentimenti di un popolo. Per questo, anche se la Corte per i diritti umani di Strasburgo non è un’istituzione dell’Unione europea, proprio alle massime istanze comunitarie si è rivolto il cardinale, al fine di chiamarle allo scoperto e di avviare una chiarificazione su che tipo di Europa si vuole costruire.  “Io spero che sia veramente l’Europa, nei suoi organismi, a fare una riflessione seria, perché questo è un segnale di una direzione sbagliata sul suo cammino, specie se dovesse fare propria la sentenza di Strasburgo”, ha osservato. “Mi auguro che ci sia un pronunciamento istituzionale sul merito e sul metodo”, ha sottolineato.

Non riusciamo a comprendere questa sentenza, che ho già definito surreale, talmente fuori della realtà”, ha rimarcato poi, ricordando le parole della sua relazione in apertura dell’Assemblea della Cei, lunedì scorso.  “Surreale perché e - ha spiegato il cardinale - sinceramente ideologica, e perché chi ha sentenziato non conosce niente della nostra storia”. “Sentenziare in modo così astratto - ha affermato il presidente del vescovi italiani - a prescindere cioè dall’èthos di un popolo, non è un buon servizio a quel cammino europeo in cui noi vescovi crediamo profondamente, ma che deve avere un’anima spirituale. L’economia, la finanza, non possono costituire l’anima di un popolo, di una nazione o di un nuovo soggetto, come l’Europa, che riscalda i cuori delle nazioni”. Dobbiamo poterci dire, ha concluso, “noi europei”.

Non ho proprio la forza e la voglia di commentare ulteriormente....

Jàdawin di Atheia


10 Novembre 2009 dc:

"Uomini, mezzi uomini...":

quale definizione per Giovanardi?

Leonardo Sciascia ne "Il giorno della civetta" da una definizione esemplare dei tipi umani. Questa definizione viene messa in bocca al padrino del paese in una conversazione, rimasta nella storia della letteratura e poi del cinema nello splendido film omonimo di Damiano Damiani del 1968, con il capitano dei carabinieri (c'è chi ha pensato che l'autore si sia ispirato all'allora capitano Dalla Chiesa).

In quella occasione Sciascia fa dialogare i due durante un confronto, che è anche scontro, sulla terrazza di casa del boss, dominante la piazza del paese, in un pomeriggio infuocato dal sole accecante della Sicilia.

L'incontro è intenso, fatto di poche parole, caratterizzato da un rispetto senza formalismi e ipocrisie.

Entrambi accettano la comune natura dell'altro.

Il brano (del romanzo) è il seguente:

"Io - proseguì poi don Mariano - ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, che mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo. "

Ora, Sciascia non si è dilungato nello specificare meglio, né lo ha fatto Damiano Damiani nel film.

Qualcuno, magari dimenticandosi i pigliainculo o cambiando il termine in quello, un po' più "nobile", di "ruffiani" ha spiegato che i veri uomini (più semplicemente, uomini) sono quelle persone che, guardando onestamente in se stesse, hanno realizzato la maturità di prendersi il peso della propria vita sulle spalle, e si sono fatti forti a tal punto che, alcune volte e in alcuni momenti, possono farsi carico anche di quella di altri, allora posso affermare che anche qualche femmina e qualche gay può essere Uomo (in http://www.riflessioni.it/forum/psicologia/11166-essere-uomo.htm , intervento di Visir).

Nello stesso intervento è scritto anche: ci sono momenti nella vita in cui una persona incontra se stesso e li vede di che cosa è fatto.
Qui non parlo della natura comune e perfetta di tutti gli esseri senzienti, qui parlo di carattere, della pasta di cui un uomo è fatto.
Parlo delle palle.
Parlo dell'attenzione di non parlare alla a...zzo e di fare quello che si dice.
Parlo di capire, di saper troncare ciò che fa del vero male, ma anche di saper mandare avanti una situazione anche difficile anche se è dura e verrebbe voglia di mandare tutto alle ortiche.
Parlo della capacità di mettere se stessi da parte e darsi completamente, parlo del sacrificio.
Parlo di conoscere la differenza fra ciò che è importante e ciò che non lo è.

Essere Uomo (anche mezzo uomo) costa.

Molto spesso verrebbe voglia di girare la testa da qualche altra parte, di far finta di non vedere, di rimanere in santa pace di condurre una tranquilla vita....è solo un momento, ma chi è uomo sa che non può più vivere una tranquilla vita da quaquaraquà.

Altri hanno scritto (da http://www.raimondo.it/pianetaterra/politica/ommini-mezzi-ommini-omminicchi-e-quaquara.htm , intervento di Florigi) che per uomini il detto intende definire quelle persone che sono intere,  quelle che mettono in gioco tutte le proprie capacità assumendosi l’onere delle decisioni e l’assunzione di responsabilità. Ovviamente, mezzi uomini sono coloro che pur avendo ambizioni ed idee grandiose, in pratica si lasciano soggiogare dai timori, dalla paura di non riuscire, di nuocere a qualcuno potente. Omminicchi sono quelle persone senza ossatura caratteriale che fuggono davanti al primo ostacolo e stanno un gradino sopra i quaquaraquà, che di umano hanno soltanto l’aspetto.

Bene: la discussione resta aperta, le definizioni sono soggettive, ed alcune mancano proprio. Ognuno ci può costruire sopra quello che vuole. Ma lo stesso Florigi, di cui sopra, quasi per caso nel suo intervento del 29 Novembre 2008 dc, ci viene incontro proprio parlando del nostro campione: detto questo, spostiamo la riflessione in campo politico. Prima delle ultime elezioni politiche nell’ambito del centro destra, dopo la presa di posizione di Silvio Berlusconi di non allearsi con il partito di Pierferdinando Casini, l’UDC, si sono verificati alcuni passaggi di personalità da questo partito al nascente Partito delle Libertà (nota mia: nome un tantino meno scemo di Popolo della Libertà). Il più eclatante è stato quello di Carlo Giovanardi che, pur rivestendo un ruolo importante essendone stato il fondatore, sceglie, in nome della pagnotta, di passare al servizio del magnate milanese. I fatti gli hanno dato ragione: l’Udc dal 3% è passata al 7% dei suffragi ma resta all’opposizione e quindi lontana dalla tavola imbandita, mentre chi è dentro il PDL racimola o racimolerà qualche briciola.

Possiamo anche dire che il signor Giovanardi, cointeressato in una azienda che costruisce tunnel autostradali, diventa Ministro dei Trasporti senza che nessuno, nemmeno nella cosiddetta "opposizione", osi prospettare un pur minimo conflitto di interessi.

Ma quando leggiamo ciò che questo individuo dichiara, in merito alla vicenda del ragazzo Stefano Cucchi presumibilmente morto a causa delle percosse subite dalle nostre tanto decantate e glorificate "forze dell'ordine", qualche perplessità ci viene spontanea. Il Corriere della sera

http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_09/giovanardi-cucchi-spacciatore_a657ba5a-cd21-11de-b7a9-00144f02aabc.shtml    scrive il 9 Novembre:

«Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto, e la verità verrà fuori, soprattutto perché pesava 42 chili». Le frasi del sottosegretario con delega per la lotta alla droga ,Carlo Giovanardi, intervenuto a «24 Mattino» su Radio 24 per parlare di droga, hanno scatenato l'ennesima, aspra polemica politica. Parlando di Cucchi, Giovanardi ha continuato: «La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente... E poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato... Certo, bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così». Immediata la replica di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, dai microfoni di Cnrmedia: «A Giovanardi che fa queste dichiarazioni a titolo gratuito, rispondo semplicemente che il fatto che Stefano avesse problemi di droga, noi non l'abbiamo mai negato, ma questo non giustifica il modo in cui è morto». E conclude: «Non voglio aggiungere altro, la cosa che ha detto si commenta da sola».

Naturalmente il campione ha replicato

http://www.asca.it/news-CASO_CUCCHI__GIOVANARDI__QUELLE_DI_IERI_PAROLE_RIPORTATE_FUORI_CONTESTO-873341-ORA-.html

dicendo ''Sulla morte di Stefano Cucchi ho scritto e ripetuto nei giorni scorsi una cosa che evidentemente ha dato fastidio e cioè come è possibile che una persona che entra in carcere sulle sue gambe ma fortemente debilitato non viene curato''. Così il senatore Carlo Giovanardi (Pdl) questa mattina (10/11/09 dc) ai microfoni di Radio Città Futura. Rispondendo poi alle critiche piovutegli addosso dopo le dichiarazioni di ieri, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha spiegato che ''purtroppo è stata estrapolata da un lungo dibattito con l'ex ministro Ferrero solamente una parte del mio ragionamento e omesso tutto il resto. Evidentemente - ha concluso Giovanardi - in Parlamento c'è qualcuno che è sostenitore del fatto che se uno non vuole mangiare, non vuole bere e non vuole curarsi bisogna lasciarlo morire''.

Non traggo conclusioni, le lascio al lettore, ricordandogli soltanto di andare con la memoria indietro nel tempo a scovare altre bellissime perle del summenzionato.

Allora: uomo, mezzo uomo, pigliainculo, omminicchio o quacquaracquà?

Jàdawin di Atheia


Da la Repubblica del 28 Ottobre 2009 dc:

Perché il Cavaliere

si affanna tanto a voler riformare la giustizia

L'incubo del Cavaliere

di Giuseppe D'Avanzo

Anche per i giudici dell´appello, David Mackenzie Mills è un testimone corrotto e, se c´è un corrotto, ci deve essere un corruttore. Il corruttore è Silvio Berlusconi. Non è in aula, è decisamente in salvo. Ma questa nuova sentenza pesa su di lui come un macigno - o come un incubo - perché ripropone un paio di cose che sappiamo (o dovremmo sapere) del capo del governo. Se ne possono elencare tre.

Raccontano come la frode sia stata la via maestra per costruire - prima - e per difendere - poi - l´impero Fininvest/Mediaset. Spiegano le torsioni della sintassi legale del presente. Annunciano la tempesta politica che scuoterà il Paese in un prossimo futuro.

Non c´è bisogno di farla tanto lunga. Mills, per conto di Berlusconi, crea un arcipelago di società off-shore (All Iberian). Quando i procuratori di Milano ne scorgono il profilo, per Berlusconi è questione vitale inventarsi l´impossibile per uscire dall´angolo. La corruzione di Mills, pagato dal capo del governo per mentire in aula, è un passaggio obbligato. Il motivo è elementare. Le società, create e amministrate dall´avvocato inglese, custodiscono il grande, indicibile segreto dell´Egoarca. Lungo i sentieri storti del «group B very discreet della Fininvest» transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che premiano Bettino Craxi per l´approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi in Cct destinati alla corruzione del Parlamento che approva quella legge; la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le «fiamme gialle»); il controllo illegale dell´86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l´acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (gli consegnano la Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente.

Strappato il velo che nasconde questa scena, Berlusconi non solo ci rimette le penne in un tribunale, ma del mito che ha costruito per sé e il suo talento che cosa resta? Il tableau polverizza il «corpo mistico» dell´ideologia berlusconiana. Ecco ora che cosa si vede: al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, la corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa. Ancora nel giugno dell´anno scorso, Berlusconi nega: «Non conoscevo Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l´Italia» (Ansa, 20 giugno 2008, ore 15,47).

Come sempre, Berlusconi intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico, «responsabile di fronte agli elettori», e il suo passato di imprenditore di successo. Crea un confine indefinibile tra pubblico e privato. Se ne comprende il motivo perché, nell´ideologia del premier, è il suo trionfo personale che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la garanzia del patto con gli elettori e dell´infallibilità della sua politica; il canone ineliminabile della «società dell´incanto» che lo beatifica. Per salvarsi da questo disvelamento, Berlusconi è disposto a ogni magia. E´ storia dell´altro ieri. Cancella reati. Distorce le regole del processo. Riscrive i tempi della prescrizione. In posa da povero cristo, dice di aver subito 106 processi. E´ una favola. La ripetono come un´eco i commessi a stipendio e le ugole obbedienti retribuite con il canone televisivo (sono dodici i processi finora, più quattro ancora in corso). Non si accontenta. Minaccia di gettare per aria l´intera amministrazione della giustizia fermando centomila processi per affossarne uno solo, il suo. Ottiene in cambio dal Parlamento - quasi fosse un´estorsione - una legge che lo rende immune. La scrivono male. E´ uno sgorbio.
La Corte costituzionale la cancella, ma il risultato - l´Egoarca - l´incassa. Era a un passo dalla condanna, la "legge Alfano" lo esclude dal processo.

Che ora ricomincia di nuovo, davanti a nuovi giudici che dovranno valutare le fonti di prova, le ventidue testimonianze, le nove rogatorie, come se un processo non ci fosse già stato.
Non ce la si farà in un anno e mezzo e quindi il processo nasce ferito a morte in attesa che l´uccida la prescrizione. Siamo al presente. Berlusconi non si fida di quest´esito. Si sente accerchiato dalle ombre. Vive di sospetti. Vede in ogni angolo un congiurato. Avverte, come un tormento, il declino della sua parabola. "E se usassero quel processo per farmi fuori?" si chiede. Vuole una norma ordinaria, approvata presto, prima di Natale, che gli dia la certezza che quella storia si chiuda definitivamente. Vuole una prescrizione ancora più stretta. Difficilmente l´avrà, a quanto pare. Manipolerà così un «legittimo impedimento» più rigido e restrittivo, che gli consentirà di prendere tempo, di rinviare le udienze, di deciderne il calendario, di mandarlo a cart´e quarantotto.

Salvo, ancora una volta, dal giudizio, Berlusconi non può accontentarsi. E´ impensabile che possa insediarsi al Quirinale nell´anno 2013 con quella condanna indiretta sul gobbo.

Siamo al futuro. E´ un corruttore, anche se in tribunale ci ha rimesso soltanto il corrotto. Pure un Parlamento, comandato come una scolaresca, potrebbe negargli l´ascesa a Monte Cavallo. L´Egoarca sceglierà la via più breve, la più diretta. Come sempre. Vorrà riscriversi la Costituzione e farsi spingere lassù dal «popolo» per far dimenticare la rete di imbrogli che lo ha fatto ricco, i garbugli che lo hanno protetto, l´inganno del suo mito.


In e-mail il 22 Ottobre 2009 dc:

Priorità vere ed emergenze finte

Riporto in breve due inquietanti ed emblematici casi di cronaca della scorsa settimana.

Il primo episodio si è verificato a Milano lunedì 12 ottobre. Un uomo di origini libiche ha fatto esplodere un ordigno rudimentale di bassa potenza, contenente all’incirca due chili di esplosivo artigianale, all'ingresso della caserma Santa Barbara, sede del Primo Reggimento Trasmissioni e del Reggimento artiglieria a cavallo dell'esercito di piazzale Giuseppe Perrucchetti, nella zona di San Siro, provocando una violenta esplosione. Una compagnia di questo reggimento è attualmente dislocata in Afghanistan. Il bilancio dell'attentato è di due feriti: oltre all'attentatore, che versa in gravissime condizioni, è rimasto coinvolto un caporale di 20 anni, che ha riportato solo lievi ferite.

Il secondo episodio è accaduto a Napoli sabato 17 ottobre. In una casa del rione Sanità, nel centro storico di Napoli, un bambino di 6 anni è morto asfissiato dal monossido di carbonio generato da un braciere che la madre aveva acceso in camera per vincere il freddo. Da due settimane l’Enel aveva staccato i fili della corrente elettrica perché i genitori non riuscivano nemmeno a pagare la bolletta. Il corpo esanime del bambino è stato rinvenuto accanto alla madre agonizzante, anche lei intossicata dalle esalazioni di gas velenoso prodotto dal legno bruciato nella piccola stanza. Entrambi sono originari delle isole di Capo Verde, situate al largo delle coste del Senegal, in Africa Occidentale.

Questo tragico e raccapricciante avvenimento denuncia in modo crudo e inequivocabile la triste realtà in cui sono costretti a vivere molti stranieri immigrati nel nostro Paese.

Il reato di “immigrazione clandestina” è stato introdotto dall’articolo 10 comma bis della Legge n. 94 del 15 luglio 2009 (facente parte del cosiddetto “pacchetto sicurezza”) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 24 luglio 2009, n. 170. Il Decreto Legislativo è in vigore dal 3 agosto. Tale provvedimento ha indotto molte procure a sollevare rilievi e dubbi di legittimità presso la Corte costituzionale. A Torino la Procura guidata da Gian Carlo Caselli ha scritto che le nuove norme prevedono sanzioni pecuniarie irragionevoli e inapplicabili e puniscono “una mera condizione personale dello straniero”.

Il 2 luglio su Micromega, vari intellettuali, tra cui Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia e Gianni Amelio, avevano sottoscritto un “Appello contro il ritorno delle leggi razziali in Europa”, in cui si legge: “Il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l'adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali. È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati irregolari, che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti”.

Come è noto, il tema della sicurezza collegato in termini strumentali al problema dell’immigrazione clandestina, è uno storico cavallo di battaglia della Lega, che istiga ed asseconda gli istinti e i sentimenti peggiori diffusi tra la popolazione, in modo particolare tra gli strati più insoddisfatti e frustrati sotto il profilo economico e sociale.

Di fronte all’enorme tragedia rappresentata dalle nuove povertà che affliggono soprattutto gli immigrati, ma anche i settori più degradati e marginali della società italiana, persino le fasce che un tempo godevano di un relativo benessere, le questioni securitarie cavalcate in chiave elettorale dalla Lega Nord passano inevitabilmente in secondo piano. La vera emergenza è costituita dalla guerra tra i poveri e contro i poveri, non dalle finte emergenze di ordine pubblico legate al bisogno di sicurezza urbana di natura privata ed egoistica o dalle false pandemie inventate ad arte dai mass-media.

Lucio Garofalo

 


Da Gaspare Serra, in e-mail il 20 Luglio 2009 dc, GRUPPO FACEBOOK “ETICA E’ LIBERTA’ ... (liberiamo la mente da dogmi e pregiudizi!)”:

 http://www.facebook.com/group.php?gid=47587620953&ref=mf

L’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica:

educazione o "indottrinamento”?

Quali nuovi ed alternativi “sistemi educativi” sono possibili?

IN COSA CONSISTE L’I.R.C.?

L’I.R.C. è l’acronimo di “insegnamento della religione cattolica”.

Sulla natura di tale insegnamento il protocollo addizionale del Concordato tra lo Stato italiano e la Santa Sede stabilisce che “l’I.R.C. (…) è impartito in conformità della dottrina della Chiesa”.

L’ora di religione, dunque, si presenta a tutti gli effetti come:

- uno strumento educativo di cui la Chiesa Cattolica è l’unica autorità religiosa autorizzata a servirsene (in via privilegiata)

- finalizzato all’insegnamento della religione cattolica all’interno delle strutture scolastiche pubbliche (anche al di fuori delle parrocchie, per intendersi).

L’insegnamento di altre religioni (diverse dalla cattolica) nel corso dell’ora di religione non è previsto: il docente che si azzardasse a proporlo, anzi, rischierebbe perfino di perdere il posto!

Come prescrive il Codice di diritto canonico, infatti, “l’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti:

- per retta dottrina,

- per testimonianza di vita cristiana

- e per abilità pedagogica”.

L’INSEGNAMENTO RELIGIOSO NEL RESTO D’EUROPA:

Ecco alcuni significativi esempi della realtà educativa religiosa che si presenta in altre realtà a noi vicine:

In Germania i cittadini berlinesi (a seguito di un referendum tenutesi appena lo scorso 26 aprile) hanno detto “no” al riconoscimento di pari dignità all’ora di religione rispetto alla lezione di etica.

Attualmente a Berlino (capitale tedesca ma anche Città­-Stato):

- l’etica è materia “obbligatoria”

- mentre la religione è disciplina “facoltativa” (chi la sceglie deve sostenere un’ora in più di lezione rispetto al piano di studi ordinario!).

In Francia la religione è considerata una scelta privata: ogni ostentazione pubblica è generalmente ritenuta fuori luogo (ad esempio, gli ufficiali di stato francesi devono essere neutrali rispetto sia agli ideali politici che alla religione: ogni pubblica espressione di affiliazione religiosa è proibita).

Il termine “Laïcité” è un concetto chiave della Costituzione francese: secondo l’articolo I, “La France est une République, une, indivisible, laïque et sociale”.

Recentemente una controversa legge ha proibito l’ostentazione di simboli religiosi vistosi nelle scuole pubbliche (come grandi hijab, turbanti Sikh, vistose croci cristiane e Stelle di Davide):

- negli edifici pubblici è possibile indossare simboli religiosi solo se non assumono un carattere rivendicativo

- mentre è vietata espressamente l’esposizione di simboli o emblemi religiosi su monumenti e in spazi pubblici (ad eccezione di luoghi di culto, cimiteri, musei, ecc …).

La Costituzione prevede espressamente la forma laica dello Stato:

- non si prevede alcuna forma di finanziamento per nessuna chiesa

- né alcun “insegnamento religioso” scolastico.

In Belgio l’ora di religione e quella di etica sono:

- “alternative”

- ed entrambe “non obbligatorie”.

In Finlandia nelle scuole è previsto un insegnamento di etica “alternativo” a quello della religione.

In Lussemburgo nelle scuole pubbliche vi sono (in “alternativa”) lezioni di etica oppure di religione (cattolica).

In Danimarca l’ora di religione nelle scuole è impartita dai ministri della Chiesa Nazionale (luterana). Si può esserne dispensati qualora i genitori garantiscano un loro personale impegno pedagogico alternativo.

L’insegnamento, però, è neutro dal punto di vista confessionale.

In Spagna (analogamente all’Italia) l’’insegnamento della religione è “facoltativo” ed esercitato da professori selezionati dalla struttura ecclesiastica.

(per un’ulteriore approfondimento ed un’analisi più completa del rapporto Stato-religioni in Occidente, si consiglia il testo “Diritto e religione in Europa occidentale”, di Silvio Ferrari e Ivàn C. Ibàn)

L’I.R.C. IN ITALIA:

Nella legislazione post-unitaria l’I.R.C. era un insegnamento:

- facoltativo

- previsto solo per le scuole elementari

- e la cui gestione era affidata direttamente ai comuni.

Solo nel 1923 il primo governo fascista, con la riforma della scuola, lo rese per la prima volta “obbligatorio”.

Con il Concordato Stato-Chiesa del 1929 si introdusse l’ora di religione anche nelle scuole medie e superiori, giudicandola “fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica”.

Con le modifiche concordatarie del 1984 la formula concordataria venne così riformulata: “La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principî del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado”.

In tal modo, di fatto, l’I.R.C. venne esteso anche alle scuole materne!

QUANTO COSTA L’I.R.C. AI CONTRIBUENTI ITALIANI?

L’ora di religione costa ai contribuenti italiani circa “1 MILIARO DI EURO” all’anno, tanto:

- da risultare la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato italiano alla confessione cattolica (di pochi milioni inferiore all’otto per mille)

- e da tendere (secondo le previsioni) a divenire la prima nel giro di pochi anni!

L’ultimo dato ufficiale del Ministero dell’Istruzione, in realtà, stima solo in 650 milioni di euro la spesa per gli stipendi degli insegnanti di religione.

Stima, però, inattendibile risalendo all’ormai lontano 2001, quando gli insegnanti di religione erano solo 22 mila (e tutti precari): oggi questi ultimi sono saliti a 25.679 (dei quali 14.670 passati di ruolo!).

L’I.R.C. E’ VERAMENTE FACOLTATIVO?

La C.e.i. (la “Conferenza episcopale italiana”: in pratica, l’assemblea dei vescovi in Italia) ha sempre sostenuto che l’ora di religione è un grande successo, raccogliendo il 92% di adesioni (enfatizzando tali numeri a riprova delle profonde radici cattoliche del nostro Paese).

Quello che, però, la pubblica opinione generalmente ignora è la profonda ostilità della Chiesa verso ogni tentativo di spostare l’I.R.C., nel corso dell’ordinaria attività scolastica mattutina:

- dalla metà mattinata (in cui normalmente, oggi, viene svolta)

- all’inizio o alla fine delle lezioni (come, invece, parrebbe più congeniale per un insegnamento “facoltativo”).

Se si ha fiducia nella partecipazione massiccia e convinta degli studenti all’ora di religione:

- perché la C.e.i. continua a rivendicare (e ad aver riconosciuto, di regola!) il diritto a che l’I.R.C. venga svolto in un orario più consono ad una materia obbligatoria?

- e perché la stessa C.e.i. continua ad osteggiare in ogni modo (di fatto conseguendo il risultato auspicato!) la predisposizione da parte delle scuole di corsi di insegnamento alternativi all’I.R.C.?

Per non avvalersi dell’I.R.C. (diritto formalmente riconosciuto a tutti gli studenti di tutte le scuole, di ogni ordine e grado) vi sono tre possibilità:

a. frequentare “attività alternative”. Ciò, ovviamente, possibile solo laddove previste dai piani di studio scolastici (ovvero in pochissimi casi, a causa dei costi aggiuntivi che per tal ragione graverebbero sui bilanci delle scuole e/o dell’impraticabilità logistica di accorpare più studenti di più classi!)

b. dedicare l’ora allo “studio di altre materie”. Ciò dovrebbe avvenire col supporto di altri insegnanti (di fatto, però, non disponibili perché impegnati in altre classi, visto la costante carenza di personale scolastico!)

c. “uscire dalla scuola”, non essendovi alcun obbligo di frequentare l’ora alternativa (come sancito nel 1989 dalla Corte Costituzionale con la sent. n. 203). Extrema ratio, però, giustamente osteggiata dalla generalità dei genitori per ovvie ragioni di sicurezza!

I problemi su esposti sarebbe facilmente risolvibili collocando l’I.R.C. all’inizio o alla fine delle lezioni, così da consentire agli alunni esenti da tale insegnamento:

- di recarsi a scuola a partire dalla seconda ora di lezione

- oppure di uscire dalla scuola un’ora prima dal termine delle lezioni rispetto ai frequentanti l’I.R.C. .

Soluzione, però, che ha sempre incontrato (in Italia) un ostacolo insormontabile: l’opposizione della Chiesa cattolica, preoccupata di una sensibile diminuzione del numero dei frequentanti l’ora di religione!

Occorre ricordare, difatti, un dato significativo: le gerarchie ecclesiastiche hanno in passato concesso (e di buon grado …) la collocazione dell’I.R.C. all’inizio delle lezioni. Questo, però, solo quando esso era ancora un insegnamento “obbligatorio”!

QUAL’E’ LO STATUS DEGLI INSEGNANTE DI RELIGIONE?

Oggi sono ben 14.670 gli insegnanti di religione passati di ruolo (grazie a una rapida serie di concorsi di massa, inaugurati dal governo Berlusconi con la legge n. 186 del 2003 e poi ripetuti con i governi di centrosinistra …).

Il “regalo” del posto fisso agli insegnanti di religione, però, pone almeno tre ordini di obiezioni:

1- l’I.R.C. è un insegnamento “facoltativo”. Come può, allora, prevedere docenti “di ruolo”?

2- lo Stato, assumendo a tempo indeterminato gli insegnanti di religione, mantiene “a libro paga” dei docenti formalmente propri dipendenti ma:

a. su cui non detiene il minimo potere di “selezione”, essendo questi scelti direttamente dai vescovi

b. su cui non detiene il minimo potere di “controllo”, essendo questi sottoposti (ogni dodici mesi) alla concessione del “nulla osta” da parte dell’autorità diocesana, in grado di revocare l’idoneità all’I.R.C. anche per ragioni che nulla hanno a che fare con le capacità d’insegnamento (per “condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa”: come, ad esempio, nel caso di un docente separato o in stato di gravidanza al di fuori del matrimonio!)

c. e pagati per svolgere un insegnamento per definizione “di parte”, il più delle volte in contrasto con lo stesso principio di “laicità” dello Stato (più volte dichiarato dalla Corte Costituzionale costituzionalmente rilevante!).

3- infine, lo Stato realizza una irragionevole disparità di trattamento economico fra gli insegnanti di religione e tutti gli altri insegnanti pubblici (di materie “obbligatorie”): a parità di prestazioni, infatti, gli insegnanti di religione sono maggiormente retribuiti!

ALCUNE CONSIDERAZIONI GENERALI:

E’ ragionevole spendere “un miliardo di euro l’anno” di risorse pubbliche (ancor di più in tempi di tagli notevoli ed indiscriminati all’Istruzione) per mantenere in vita l’I.R.C.?

E come può chiunque creda che la “laicità” sia un valore fondante per ogni democrazia moderna non chiedersi se sia opportuno trasformare la Scuola pubblica in luogo di formazione religiosa (dove, di fatto, fare “catechesi”)?

Perché l’insegnamento religioso non viene svolto “esclusivamente” nei luoghi e nei modi più opportuni, ossia:

- nelle parrocchie (o in altri locali adibiti all’esercizio di culto)

- con appositi corsi pomeridiani “su base volontaria” (rivolti, in primis, ai bambini ed ai ragazzi)

- finanziati col contributo dei fedeli (fruitori, direttamente o in qualità di genitori, di un servizio che dovrebbe da loro essere considerato “spiritualmente prezioso”)?

In uno Stato “laico” (non laicista!) e moderno, aperto nei confronti di tutte le culture e rispettoso delle libertà individuali di ognuno, non dovrebbe in nessun caso prevedersi l’insegnamento di una religione (qualsiasi essa sia!) nella Scuola pubblica: ciò equivarrebbe a considerare la stessa religione alla stregue di una “religione di Stato”!

L’unica soluzione per mantenere in vita l’insegnamento religioso nelle scuole, semmai, potrebbe essere solo quella di:

- rendere l’insegnamento della religione una disciplina realmente “facoltativa” per gli studenti (così che chi la scelga debba sostenere un’ora in più di lezione rispetto al piano di studi ordinario)

- aprire la Scuola pubblica non solo all’insegnamento della religione cattolica ma anche di ogni altra religione (ovviamente nei limiti in cui le istituzioni scolastiche ricevano una sufficiente domanda in tal senso da famiglie e studenti frequentanti)

- e caricare il costo dell’insegnamento alle stesse Comunità religiose interessate (non prevedendo alcun onere pubblico se non quello della concessione in uso dei locali scolastici).

NUOVI POSSIBILI “INSEGNAMENTI SOSTITUTIVI” DELL’I.R.C.:

I: ETICA E STORIA DELLE RELIGIONI

La scuola non può essere (in nessun modo ed in nessun caso) luogo di “catechismo”, in cui inculcare un pensiero unico (anche se dominante!). Dovrebbe, al contrario, aspirare a divenire luogo di incontro e dialogo tra diverse culture e concezioni del mondo e della vita, in cui insegnare la difficile arte di “ragionare” con la propria testa e secondo la propria “individualità” ed un autonomo “spirito critico”.

Nell’ottica di una formazione culturale completa e matura dei giovani, allora, sarebbe opportuno introdurre in tutte le scuole pubbliche (di ogni ordine e grado) un nuovo insegnamento “obbligatorio” (non “in alternativa” bensì “in sostituzione” dell’IRC): quello di “Etica e storia delle religioni”.

La cura di tale corso di studio dovrebbe essere affidata ad insegnanti:

- laureati in corsi di laurea appositi

- ed assunti secondo le normali procedure pubbliche concorsuali.

A testimonianza del fatto che la cancellazione dell’I.R.C. non dovrebbe assumere alcun intento persecutorio nei confronti degli attuali insegnanti di religione (svolgendo questi, in molti casi, un lavoro comunque ammirevole), sarebbe ragionevole, nell’assunzione dei nuovi docenti di tale corso di insegnamento (anche per ragioni di carattere sociale), attingere in gran parte dagli stessi (dopo che questi abbiamo seguito un apposito corso formativo e superato un idoneo concorso pubblico).

Alla libera ed insindacabile scelta di famiglie e studenti, in ogni caso, rimarrebbe la possibilità (fuori dall’ambito scolastico) di frequentare le parrocchie e seguire ogni forma di insegnamento religioso.

Educare i giovani si può, “si deve”: “indottrinare” no!

II: EDUCAZIONE CIVICA ED ALLA LEGALITA’

Un ulteriore corso di studi “obbligatorio” che sarebbe auspicabile introdurre nella Scuola pubblica è l’insegnamento della “Educazione civica ed alla legalità” (contrariamente all’ora di religione, infatti, attualmente l’educazione civica è una materia d’insegnamento largamente non presente o sottovalutata dalle scuole italiane!).

Tale corso di studi andrebbe finalizzato:

- a far conoscere ai giovani le “regolare basilari” della convivenza civile (dalla Costituzione -“carta madre” di tutti i nostri doveri e diritti- al Codice della strada …)

- e a far maturare il valore della vita, la cultura dell’ambiente, i principi di legalità … e la consapevolezza della “parità effettiva” tra uomo e donna!

Sarebbe a tal fine auspicabile un approccio metodologico:

- più “concreto” (meno teorico) alle problematiche della Società moderna (ad esempio, coinvolgendo gli alunni in prima persona in opere di volontariato ed assistenza sociale e mantenendo un filo tra la scuola e gli operatori del settore)

- e più “collaborativo” con le famiglie (che dovrebbero finalmente assumersi la “responsabilità” del delicato compito educativo loro attribuito).

III: EDUCAZIONE ALLA SESSUALITA’

Una riformulazione complessiva dei piani di studio scolastici, infine, sarebbe l’occasione migliore per far conseguire un’ulteriore crescita civile al livello dell’istruzione pubblica italiana introducendo in tutte le scuole l’insegnamento (anch’esso “obbligatorio”) della “educazione alla sessualità”.

L’introduzione di un simile ed innovativo corso di studi rappresenterebbe il segno più evidente della rinnovata volontà dello Stato di farsi carico del difficile impegno di accompagnare i giovani in una crescita matura della propria personalità (anche sessuale).

L’educazione è l’unica arma vincente in grado contrapporsi alla diseducazione morbosa e strisciante di giovani e ragazzi realizzata quotidianamente dal mondo della tv, dei mass media e di internet, capaci di trasmettere ossessivamente messaggi negativi come:

- la mercificazione della figura della donna

- la proposizione di modelli culturali aberranti (ad esempio, l’idea per cui “apparire” sia un valore di merito superiore all’“essere” per fare carriera)

- e l’istigazione ad una visione “morbosa” del sesso.

Come è possibile educare i giovani ad un rapporto “non traumatico” (o esagitato) col sesso se:

- in famiglia e nelle scuole questo aspetto integrante della vita di ogni individuo continua ad essere un “tabù”

- e la “pornografia virtuale”, il più delle volte, risulta essere l’unica vera lezione sessuale alla portata di tutti?!

PUOI LEGGERE L’ARTICOLO (e commentarlo) ANCHE:

SUL BLOG “SPAZIO LIBERO”:

- (parte I: l’educazione religiosa in Europa …)

http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/DALL-ORA-DI-RELIGIONE-ALLA-EDUCAZIONE-ALLA-SESSSUALITA-UN-PASSAGGIO-POSSIBILE-parte-I-b1-p190.htm

- (parte II: l’I.R.C. nella Scuola pubblica: educazione o “indottrinamento”?)

http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/DALL-ORA-DI-RELIGIONE-ALLA-EDUCAZIONE-ALLA-SESSSUALITA-UN-PASSAGGIO-POSSIBILE-parte-II-b1-p189.htm

- (parte III: quali nuovi ed alternativi “sistemi educativi” sono possibili?)

http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/DALL-ORA-DI-RELIGIONE-ALLA-EDUCAZIONE-ALLA-SESSSUALITA-UN-PASSAGGIO-POSSIBILE-parte-III-b1-p188.htm

O SULLA PAGINA FACEBOOK:

- http://www.facebook.com/note.php?saved&&suggest&note_id=138529559224#/note.php?note_id=138529559224&ref=mf

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Gaspare Serra


Da Lucio Garofalo in e-mail il 20 Luglio 2009 dc:

La Lega Nord, vero e proprio “cane da guardia” del padrone di Arcore, un partito da sempre aduso ad oltraggiare e demonizzare i propri avversari, o chi non fa parte del proprio elettorato, oppure chi semplicemente non si piega e non si conforma agli schemi dogmatici del “pensiero unico”, questa volta attacca ed insulta i precari della scuola definendoli addirittura come “disadattati sociali”. Si legga, infatti, il seguente articolo: http://www.territorioscuola.com/interazioni_2/2009/07/18/2226-180709-italiani-imbecilli-la-lega-attacca-i-precari-della-scuola-disadattati-sociali/

Di fronte alle scellerate e incessanti offese inflitte alle istituzioni della Scuola Pubblica e alla professionalità docente, che spesso ha saputo e dovuto supplire alle inadempienze e alle mancanze dello Stato, non si può fare a meno di reagire con sdegno e decisione. Simili aggressioni, vigliacche e vergognose, provenienti da “autorevoli” ambienti legati alle forze di governo, vanno immediatamente esecrate e respinte con fermezza. Nel contempo, credo che a simili attacchi vandalici si debba replicare facendo ricorso soprattutto alle "armi", efficacissime in questi casi, del sarcasmo e dell'ironia.

Pertanto, se mi è consentito replicare, mi piacerebbe postare un breve intervento, a sfondo satirico, che scrissi qualche tempo fa, esattamente all'epoca - non molto remota - del ministro Mor-Attila. La quale, col senno di poi, si è rivelata davvero una dilettante, persino maldestra, rispetto all'attuale ministro, molto più abile, esperta e specializzata nel devastare e cancellare quanto di buono esiste nella scuola italiana. Segue l'articolo.

L’AZIENDUOLA

Ormai sono cosciente di lavorare in un’azienda!...

Quando, anni fa, decisi di fare l’insegnante e fui assunto nella scuola in quel ruolo, non immaginavo certo di dover operare in un’azienda. Anzi, ero convinto che il mondo della scuola fosse totalmente estraneo ed immune da ogni logica capitalista. Anche per questo scelsi l’insegnamento, che reputavo una professione creativa e pensavo offrisse molto tempo libero, un bene più prezioso del denaro.

A distanza di anni dal mio esordio lavorativo, eccomi catapultato in un ingranaggio di fabbricazione industriale, con la differenza che nella scuola non si producono merci di consumo. Del resto, non mi pare di aver ricevuto una preparazione idonea ad un’attività manifatturiera - ma si sa, viviamo nell’era della “flessibilità”…

Ormai sento sempre più spesso adoperare un lessico tipicamente imprenditoriale: termini e locuzioni come “economizzare”, “profitto”, “utenza”, “competitività”, “produttività”, “tagliare i rami secchi” e via dicendo, sono diventati di uso assai comune, soprattutto tra i cosiddetti “dirigenti scolastici” che non sono più esperti di psico-pedagogia e didattica, ma pretendono di essere considerati “presidi-manager”. Perlomeno, in tanti si proclamano e si reputano “manager”, ma sono in pochi a saper decidere abilmente come e perché spendere i soldi, laddove ci sono.

Inoltre, anche nella Scuola Pubblica si sono ormai affermati tipi di organigramma e metodi di gestione mutuati dalla struttura manageriale dell’impresa neocapitalista. All’interno di questo assetto gerarchico sono presenti vari livelli di comando e subordinazione.

Si pensi, ad esempio, al “collaboratore-vicario” che, stando all’attuale normativa, viene designato dall’alto, direttamente dal dirigente (prima, invece, era il Collegio dei docenti che eleggeva democraticamente, cioè dal basso, i suoi referenti, a supportare il preside nell’incarico direttivo). Si pensi alle R.S.U., ossia i rappresentanti sindacali che sono eletti dal personale lavorativo, docente e non docente. Si pensi alle “funzioni strumentali”, ossia le ex “funzioni-obiettivo”.

In altri termini, si cerca di emulare, in maniera comunque maldestra, la mentalità economicistica, i sistemi ed i rapporti produttivi, i comportamenti e gli schemi psicologici, la terminologia e l’apparato gerarchico, di chiara provenienza industriale, all’interno di un ambiente come la Scuola Pubblica, cioè nel contesto di un’istituzione statale che dovrebbe perseguire come suo fine supremo “la formazione dell’uomo e del cittadino” così come detta la nostra Costituzione (altro che fabbricazione di merci).

E’ evidente a tutte le persone dotate di buon senso o di raziocinio, che si tratta di uno scopo diametralmente opposto a quello che è l’interesse primario di un’azienda, cioè il profitto economico privato.

La Mor-Attila (oggi la Gelmini) e i vari “manager” della scuola, in buona o in mala fede confondono tali obiettivi, alterando e snaturando il senso originario dell’azione educativa, una funzione che è sempre più affine a quella di un’agenzia di collocamento o, peggio ancora, a quella di un’ area di parcheggio per disoccupati permanenti.

Perché nessuno mi ha avvertito quando feci il mio ingresso nella scuola? Probabilmente, qualcuno potrebbe obiettare: “Ora che lo sai, perché non te ne vai?”. Ma questa sarebbe un’obiezione aziendalista e come tale la rigetto!

Lucio Garofalo


Da Lucio Garofalo in e-mail il 14 Luglio 2009 dc:

L'Africa e i potenti del G8

Al termine del summit internazionale tenutosi a L'Aquila nei giorni scorsi, Silvio Berlusconi ha proclamato con la consueta alterigia ed enfasi retorica: "Il G8 è stato un successo, sono stati stanziati 20 miliardi per l'Africa". In realtà, il vertice de L'Aquila si è concluso con una serie di clamorosi fallimenti rispetto agli ambiziosi obiettivi fissati nell'agenda. Sorvoliamo il tema dei mutamenti climatici, non tanto perché secondario o marginale, quanto per concentrarci sul nodo centrale dell'economia globale rappresentato dalla frattura sempre crescente tra Nord e Sud del mondo e dalle iniziative politiche a favore soprattutto del continente africano e contro la fame nel mondo. Ebbene, su tale versante il G8 ha annunciato solo vaghi e generici impegni e proclami verbali che, come ormai succede puntualmente, verranno smentiti dai fatti.

Dunque, il vertice del G8 si è rivelato come l’ennesima operazione mediatica sbandierata come un evento persino filantropico e umanitario, con uno scopo liberale quanto pragmatico, almeno stando agli scopi dichiarati e alle enunciazioni di principio, quale la cancellazione del debito economico che strangola i paesi africani. Al di là della buona fede e delle buone intenzioni, reali o presunte, di qualche ingenuo spettatore tendenzialmente credulone e sprovveduto, a chi è per indole, vocazione e formazione intellettuale sempre vigile e critico, diffidente e malpensante, non è sfuggito il vero carattere, per nulla caritatevole e misericordioso, di tale avvenimento, ossia una finalità ipocrita e strumentale di mera propaganda ideologica. Come altre precedenti iniziative persino spettacolari, anche questo annuncio “buonista” appare assolutamente funzionale, o comunque strumentalizzabile, ai fini di un disegno ideologico e propagandistico teso, tra l’altro, a “ripulire” la coscienza sporca della "ricca e opulenta" civiltà occidentale, per procedere infine a riabilitare un sistema economico di rapina, di espropriazione e sfruttamento materiale e intellettuale imposto a danno di miliardi di esseri umani, un sistema economico planetario che da anni è precipitato in una grave perdita di consensi, oltre che in una fase di profonda crisi strutturale.

A questo punto, mi sorge spontanea una domanda: ma chi sono i veri debitori e i veri creditori? Mi spiego meglio. L’Africa, culla del genere umano e delle prime civiltà storiche, è uno sterminato continente ricco di risorse umane e ambientali: forza-lavoro, acqua, petrolio, oro, diamanti, avorio e altre preziose materie prime. Queste immense ricchezze - non solo materiali, se si pensa al saccheggio culturale che ancora oggi subiscono le popolazioni africane - per secoli sono state depredate ed estorte ai legittimi proprietari, ossia gli africani, da parte di una ristretta schiera di superpotenze economico-imperialistiche (soprattutto europee, con l’aggiunta degli Stati Uniti, mentre il Giappone ha sempre mirato al dominio e allo sfruttamento coloniale del continente asiatico) che, in nome di una pseudo-legalità internazionale, continuano a pretendere la restituzione del cosiddetto debito economico accumulato da regimi locali dispotici e corrotti, collusi con lo strapotere occidentale, in seguito ad incessanti acquisti di armi da guerra, i cui principali produttori ed esportatori mondiali sono, non a caso, i suddetti Stati occidentali. Se leggiamo bene la storia dell’Africa (e dell’intero pianeta) ci rendiamo perfettamente conto che è il "ricco e civile" mondo occidentale ad essere debitore, sia sotto il profilo materiale che culturale, verso i popoli africani, non il contrario. Eppure, chi espone le cose come realmente sono, ossia crudamente e senza ipocrisie, è criticato e bandito quale “nemico” dell’occidente.

Dal canto suo, il G8 ha creato uno dei paradossi più assurdi che si siano mai conosciuti, ma che esprime emblematicamente ed efficacemente la follia e le violente contraddizioni che sono alla base dell’assetto economico sociale vigente su scala planetaria. Infatti, mentre da un lato i capi di Stato riuniti nel G8 hanno pomposamente annunciato di voler abbattere il colossale debito economico (che ammonta a svariate migliaia di miliardi di dollari: una cifra spaventosa) che affoga i Paesi africani e che in effetti non potrà mai essere estinto completamente dato che solo gli interessi annui stanno letteralmente strozzando lo sviluppo di quei popoli, soprattutto dell’Africa sub-sahariana e centro-meridionale, dall'altro lato dietro i proclami retorici si annidano nuove, pericolose liberalizzazioni in ambito economico internazionale.

A parte le condizioni di estrema povertà materiale in cui versa oltre un miliardo di persone che vive con meno di un dollaro al giorno, occorre evidenziare la catastrofe sanitaria provocata dalla crescente diffusione di perniciose malattie epidemiche quali l’Aids, che in occidente sono ormai debellate o sotto controllo, mentre in vaste zone del continente africano stanno causando un vero e proprio sterminio di massa a causa degli alti costi dei vaccini imposti dalle multinazionali farmaceutiche. Ebbene, il mio profondo scetticismo scaturisce esattamente dall’analisi dell’esperienza storica, che mi induce a dubitare del valore di simili iniziative che servono, probabilmente, solo a rimuovere i sensi di colpa e la cattiva coscienza del mondo occidentale. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto finora ai Paesi poveri, sia finito in parte nelle tasche dei ceti ricchi dei Paesi poveri, in parte è ritornato ai ricchi dei Paesi più ricchi in termini di interessi (usurai) sul debito oppure attraverso la vendita di armi.

Allora, si dirà, come sono “bravi, buoni e generosi” i bianchi occidentali, che sono persino disposti ad azzerare il debito finanziario che uccide l’Africa e il Terzo mondo in generale! Ma, domando, quale strozzino ha mai estinto, di sua spontanea volontà, il debito (o una parte di esso) contratto dalle proprie vittime? Nessuno. Eppure siamo pronti a credere che una cosa del genere possa improvvisamente accadere agli usurai dell’economia globale, soltanto perché lo ha detto la Tv, solo perché lo hanno annunciato alcuni capi di Stato. Ma che ingenuità sovrumana! Inoltre, seguendo i telegiornali, ad un certo punto ho visto scorrere le immagini dei potenti del G8, alla stregua di un vero e proprio spot elettorale. Ciò mi ha ulteriormente confermato che un obiettivo strategico di simili iniziative “benefiche”, condotte a livello verticistico, è quello di sottrarre l’iniziativa ai movimenti di base e alle masse, che evidentemente possono solamente svolgere un ruolo da spettatrici, per assegnare invece una funzione decisiva e primaria agli statisti del G8 i quali, grazie anche ai loro giullari e servitori addetti alla propaganda, possono riacquistare la credibilità e il prestigio perduti.

Tuttavia, i capi di Stato del G8 non sono tanto potenti e determinanti quanto lo sono, invece, altri centri di comando e dominio “imperiale”, ovvero: le multinazionali, soprattutto quelle petrolifere, degli armamenti, dei farmaci, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e altre strutture del potere economico sovra-nazionale. Pertanto, le migliori campagne di sensibilizzazione non si promuovono organizzando eventi di pura retorica e demagogia politica, o allestendo megaspot elettorali a beneficio dei presunti padroni della Terra, bensì costruendo dal basso percorsi di lotta, di elaborazione, riflessione e progettazione politica, in cui le masse popolari riescano ad esercitare un ruolo di protagonismo reale, attivo e consapevole, e non quello di semplici spettatori e consumatori passivi di ciò che ormai è diventato soprattutto uno dei tanti mega-spettacoli dello star system politico internazionale. Ovviamente, mi riferisco al summit del G8.

Questa è l'umile opinione di un cittadino del mondo che non intende conformarsi agli schemi politici e culturali dominanti, ma cerca di sfuggire alle facili suggestioni suscitate dai mass-media e da iniziative prettamente propagandistiche. In buona sostanza, il mio intento è di smascherare la natura ipocrita e mistificante di tali operazioni di portata planetaria che vengono spacciate come attestati di solidarietà e di amicizia universale, ma in realtà approfittano della buona fede e delle speranze dei popoli. Non sono un mago né un profeta, per cui non conosco né intendo suggerire la “soluzione” rispetto ai gravi problemi che affliggono gran parte dell’umanità, come la drammatica emergenza della povertà estrema in cui versano i popoli africani. A tale scopo, comunque, non servono le iniziative quali il G8, che celano e perseguono altri interessi, orientati a vantaggio dei decisori del G8 e di quel 20 % di ricchi che consumano oltre l’80 % del reddito materiale prodotto dall’intero pianeta.

Lucio Garofalo


Da Lucio Garofalo in e-mail il 4 Luglio 2009 dc:

UNA SCUOLA DA DEMOCRATIZZARE

L’UNICA DEMOCRAZIA OGGI POSSIBILE E PRATICABILE NELLA SCUOLA È LA DEMOCRAZIA A PARTECIPAZIONE DIRETTA

L’esperienza di lavoro, più che decennale, nella scuola pubblica italiana (ma credo che il discorso valga a maggior ragione anche per quella privata) mi ha insegnato, attraverso frequenti casi e circostanze assolutamente negative, che attualmente non esiste più alcun margine, né spazio di agibilità e libertà sia democratica che sindacale, e tanto meno politica, nella vita e nel funzionamento dei cosiddetti “organi collegiali”, a partire dal Collegio dei docenti, che ironicamente ho ribattezzato “degli indecenti”.

Come si è verificato in molteplici occasioni, persino le idee e le proposte che sono indubbiamente da apprezzare nel merito, in virtù delle finalità dichiaratamente a favore degli alunni, inevitabilmente finiscono per suscitare reazioni di perplessità, di critica e dissenso rispetto alle modalità impiegate, che non costituiscono un aspetto secondario o marginale, né un elemento di pura formalità procedurale, in quanto i metodi e le regole formano la base su cui poggia un’autentica democrazia collegiale. Tale deficit, ovvero l’assenza di regole e di trasparenza democratica, si avverte sempre più spesso sia in fase di elaborazione e di creazione progettuale, quindi in fase di discussione e di approvazione formale, sia in fase di esecuzione pratica e operativa.

Per citare un caso recente ed emblematico, che investe la scuola dove (ahimè) insegno, una delle circostanze più amare, spiacevoli ed infelici che ho registrato, concerne le modalità e le procedure decisionali adottate in merito ai cosiddetti “Corsi di recupero”.

Premesso che tali interventi compensativi sono un’iniziativa senza dubbio valida e persino eccellente, essendo finalizzata al recupero a beneficio degli alunni che nel corso dell’anno hanno evidenziato lacune, lentezze o difficoltà sul piano degli apprendimenti e dei contenuti disciplinari, è quantomeno da obiettare che la proposta sia supportata da un’ampia condivisione della base collegiale. Infatti, sono di imprescindibile necessità quelli che ad altri appaiono evidentemente come oziose e noiose procedure burocratiche da eliminare o rimuovere. Mi riferisco a quei preziosi momenti di riflessione, dibattito e partecipazione collettiva che sono valori essenziali tanto, se non più del merito stesso di un’idea o di un progetto, per quanto nobile, originale e impareggiabile possa essere.

Le procedure democratiche del confronto, della partecipazione e della ratifica collegiale non possono essere sminuite o degradate al livello di un arido formalismo burocratico, come ormai accade in molte realtà scolastiche, laddove i Collegi dei docenti sono esautorati di ogni potere di controllo e decisione, sono privati della libertà di discutere e confrontarsi sulle questioni. In tali contesti le delibere non scaturiscono da un confronto sincero, né poggiano su basi di compartecipazione e corresponsabilità corale. Ormai è evidente che gli organi collegiali sono stati svuotati e ridotti a luoghi privi di ogni libertà democratica, divenendo centri di mera ratifica formale delle decisioni assunte altrove.

Nella scuola odierna, più che in quella del passato, è possibile, oltre che necessario, ripristinare e rilanciare un metodo di gestione effettivamente corale e partecipativo. In tale ottica conta molto più il metodo che la finalità di un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si raggiunge uno scopo, ossia il come, anziché il cosa. Nel nostro caso, il metodo da recuperare si chiama “democrazia partecipativa”, o “democrazia diretta”: è la democrazia suprema dell’autonomia personale, il massimo possibile di democrazia in una società come la nostra e in una scuola come la nostra.

In tempi di transizione e di passaggio epocale come quelli che stiamo vivendo, la democrazia è un organismo estremamente fragile e precario, nella misura in cui le inquietudini e le insicurezze derivanti dalla grave recessione economica in atto e dalla crisi sociale, mettono seriamente a repentaglio le libertà individuali. L’attuale situazione economico-politica nazionale e internazionale evidenzia simili rischi; infatti, sono in grave pericolo i diritti e le libertà democratiche delle persone.

Ebbene, in simili fasi storiche di transizione e trapasso, segnate da una profonda crisi sociale, economica e politica, l’unica democrazia effettivamente possibile non è quella formale e rappresentativa di stampo borghese, basata sul meccanismo della rappresentanza liberale, ovvero la democrazia delle deleghe elettorali, su cui poggia il sistema politico-istituzionale tuttora vigente. Oggi l’unica democrazia davvero possibile e praticabile, da rivalutare, è esattamente la democrazia a partecipazione diretta.

Nella scuola questa formula è incarnata nella democrazia collegiale, l’unico esempio di democrazia realmente possibile e praticabile. Non esistono altre forme o modalità organizzative. L’alternativa sarebbe semplicemente l’assenza di democrazia, di regole condivise e di trasparenza, ovvero la deriva verso il personalismo e l’autoritarismo, il dirigismo e il verticismo, la censura e la manipolazione delle idee e delle persone.

Pertanto, è necessario riscoprire ed applicare un metodo di gestione politica basato sulla più ampia partecipazione e condivisione collettiva possibile, un metodo di organizzazione e di direzione collegiale da mettere in pratica sin dalle fasi iniziali di elaborazione e creazione di qualsiasi progetto o iniziativa scolastica che investe l’istruzione e la formazione delle giovani generazioni.

Lucio Garofalo


A proposito di un articolo di Adriano Sofri su la Repubblica del 16 Luglio 2009 dc:

Il tabù del controllo demografico

induce al delirio

Adriano Sofri perde un'altra occasione per tacere

Su la Repubblica del 16 luglio 2009 dc (data convenzionale) Adriano Sofri annuncia in prima pagina col titolo "Non è uno scandalo votare contro l'aborto di Stato" ciò che poi spiegherà ulteriormente a pagina 35.

L'autore, condannato per un delitto per il quale tutte le persone dotate di raziocinio hanno avuto modo di essere certe della sua innocenza, in tutti questi anni di produzione giornalistica spesso ha sorpreso per dare l'impressione di volersi pentire di ciò di cui nessuno lo ha mai accusato. Ora sembra che le frequentazioni di intellettuali cattolici e di preti di varia gerarchia lo abbia addirittura portato a plaudire all'iniziativa di tale Giuliano Ferrara che, al contrario, ha meritato e merita ancora perlomeno l'ingiuria aperta, se non qualcosa di più esplicito.

Sofri esordisce dicendo che IL DIRITTO di abortire non può che coincidere col diritto di non abortire, dimostrando così di non essere abbastanza scaltro per non cadere nell'ovvietà. E continua informandoci che ieri la Camera ha votato una mozione presentata da Rocco Buttiglione che "impegna il governo a promuovere... una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l'uso dell'aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire". FAVORENDO politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell' aborto". Pd e Idv (con eccezioni singole e prevedibili di cosiddetti teodem) non l' hanno votata, ritenendo indispensabile che contenesse un richiamo alla necessità di promuovere la contraccezione. Il nostro si meraviglia che queste due formazioni, giustamente, vogliano bilanciare un intento così moralisticamente ed ambiguamente restrittivo (in cui è evidente la longa manus vaticana) con la necessità della contraccezione, che invece in tutto il mondo e a tutte le latitudini è ferocemente osteggiata dalle varie versioni di quella che, giustamente da alcuni, viene denominata la Menzogna Globale (ovvero tutte le religioni) e dai suoi scherani.

La ragione di tanta perplessità? Il nostro spesso pentito del suo passato si scandalizza che Ci sono interi paesi-continenti in cui l' aborto serve da strumento di controllo demografico, cioè di riduzione della natalità, e di persecuzione della natalità femminile - in Cina o in Nord-Corea o in alcuni Stati latinoamericani soprattutto per effetto di una legislazione repressiva e spesso violenta, in India soprattutto per effetto di un costume, a sua volta spesso violento; e in tanti altri luoghi. Ora è bene dire a questo riguardo ciò che evidentemente il Sofri ignora o finge di ignorare, ovvero che l'aborto è sì usato come contraccettivo e controllo delle nascite in assenza di una politica contraccettiva che ha un'origine antica ma quasi esclusivamente dovuta all'ignoranza generale, alle pressioni (spesso diktat) delle gerarchie di ogni religione, nessuna esclusa. Ma si dimentica che in Cina, ben lungi dal glorificare questo Stato che tutti si ostinano a considerare comunista ma che di comunista ha sempre avuto, ed ora meno che mai, assai ben poco, di fronte al più grande problema nazionale mai avuto ovvero la sovrappopolazione si è sempre cercato di sensibilizzare la popolazione sull'uso del preservativo (distribuito in tutti i modi ed a tutti gli angoli), a promuoverne l'utilizzazione e facendo di tutto, di fronte al costume nazionale di infischiarsene nella maniera più assoluto, perché il problema della sovrappopolazione diventasse ben presente e urgente. Di fronte a questo allarmante problema il governo cinese è arrivato a stabilire delle norme che, secondo chi scrive più che giustamente, disincentivano anche economicamente la procreazione di più di due figli per coppia.

Il pentito Sofri dimentica che ciò di cui parla, ovvero l'evitare che nascano delle femmine, è un costume antico della società contadina cinese che è causato dal fatto che le famiglie devono provvedere ad una dote per le figlie che si sposano e che, quindi, cercano di averne il meno possibile. Non sa, il pentito Sofri, che i contadini cinesi vanno ben oltre l'aborto e che uccidono i neonati femmine e che il governo cinese lotta da decenni, con scarsi risultati, contro questo orrendo malcostume? Il pentito Sofri parla dell'India. Bene, ma forse non sa che lo stesso problema della sovrappopolazione, altrettanto grave che in Cina, lo Stato indiano ha cercato di affrontarlo con gli stessi mezzi di quello cinese e che, di fronte alla feroce opposizione dei cleri induista, buddista, giainista e mussulmano, nonché, ovviamente, cattolico, ha tentato di percorrere la strada della vasectomia obbligatoria per i maschi con già due figli ma che non vi è riuscito per la pesante ingerenza di cui si è già detto?

Il pentito Sofri accenna anche alla Corea del Nord, i cui problemi sono gli stessi della Cina ma aggravati dalla dissennata politica economica di quel regime di stampo dinastico-feudale con la solita verniciatura di comunismo ortodosso, e ad alcuni Paesi latino-americani, ma su questi ultimi lo scrivente ha dei seri dubbi che soltanto si sia osato a porre un freno alla sovrappopolazione da parte di caste politiche pesantemente filo-cattoliche, tanto che quasi non c'è bisogno dei pronunciamenti da parte delle gerarchie cattoliche.

Ma al pentito Sofri questi ragionamenti non fanno neanche il solletico, perché compie poi il suo capolavoro scrivendo che la ribellione a questa violenza è la faccia ammirevole di una campagna contro l' aborto, come quella che "il Foglio" portò nelle scorse elezioni politiche, confondendo però gravemente l' aborto forzato, dallo Stato o dalla comunità, in tanta parte del mondo, con la scelta di abortire, e dunque di non abortire, che si vuole garantire in altri Paesi. Quale sarebbe l'aborto forzato di Stato o della comunità di cui parla? Non lo dice, ma dice, difendendo la legge 194, che perseguire penalmente l' aborto, condannarlo alla clandestinità e all' infamia,è un delitto contro la persona, e specialmente contro la donna. Ma vere scritto una cosa giusta è troppo per il nostro, che subito dopo torna a delirare affermando che, per la sua alta moralità (evidentemente) è un orribile delitto anche il controllo coercitivo della natalità, col quale lo Stato o la comunità tradizionale pretendono di espropriare e violentare, in nome del "corpo sociale", le famiglie e le persone, e soprattutto il corpo delle donne. Delitto aggravato dalla strumentalizzazione dell' allarme che suscita l' aumento della popolazione umana.

Non c'è niente da fare: l'allarme dell'aumento della popolazione è infondato e serve solo a strumentalizzare, il controllo coercitivo della natalità è addirittura un orribile delitto (apparentando in malafede lo Stato con la comunità tradizionale), ma il pentito Sofri va oltre, e scrive che questo è vero sia quando si sopprima una vita già iniziata (come nell' aborto indiscriminato o nell' infanticidio delle figlie femmine) sia quando la tecnologia riproduttiva permetta di predeterminare il sesso del figlio voluto escludendo le femmine. Addirittura parla di "vita già iniziata", recependo completamente le orrende argomentazioni cattoliche, vi accosta volutamente l'infanticidio delle femmine, senza ovviamente averne analizzato il fenomeno come invece lo scrivente ha cercato di accennare, e accenna alla tecnologia, cattivo demone infingardo, che predetermina il sesso del figlio escludendo le femmine, e qui afferma apoditticamente un fenomeno che da nessuna parte è provato, spiegato e conclamato, se non forse negli ambienti di danarosi borghesi, sui quali evidentemente Sofri è molto ben informato.

Ma non basta, neanche le Nazioni Unite sfuggono alla condanna del nostro, perché troppo spesso le Nazioni Unite hanno ceduto a un feticismo del controllo delle nascite che le ha portate a promuovere o fiancheggiare campagne di sterilizzazione coatta o "compensata". Sofri dovrebbe spiegarci dove ha appreso queste "campagne" che l'ONU avrebbe promosso o fiancheggiato perché, francamente, non ci risulta: chi le avrebbe votate, dal momento che gli USA e il Vaticano avrebbero certamente usato tutti gli strumenti in loro possesso per fermare tali iniziative, ammesso che qualcuno tra gli Stati membri le abbia pur proposte.

Ed è invece Sofri che specula sulle donne scrivendo che la condanna delle demografie coatte di Stato è conseguente al riconoscimento dell' autodeterminazione delle singole donne, che è a sua volta l' essenza più preziosa delle democrazie. Ma che senso ha che poi critichi la mozione approvata al Senato come il sottinteso permanente di certe assolutezze "pro-life", e bisogna restarne in guardia e che poi critichi come arrogante la ripresa in commissione della legge sul testamento biologico in senso ancora peggiorativo.

È veramente allucinante che poi tutti questi "ragionamenti", che di razionale e laico, nonché di logico, non hanno un bel nulla, si concludano poi con l'esortazione perché il mondo laico - credenti e non credenti - avrebbe ogni ragione per farsi protagonista di un impegno internazionale contro la demografia forzata davvero simile a quello contro la pena di morte. Meglio che chiosare parzialità e doppi sensi delle iniziative altrui, e astenersi.

Ecco, appunto, Adriano Sofri, si ribadisce, ha perso veramente un'occasione per astenersi: dal parlare.

Jàdawin di Atheia 22 Luglio 2009 dc anche su http://jadawin4atheia.wordpress.com/ e http://www.resistenzalaica.it


Inserisco solo ora (giugno 2009 dc) un articolo che mi ha segnalato in marzo 2009 dc Nunzio Miccoli:

Perché la Banca d'Italia è fallita

di Marco Saba (che precisa: scrivo questo articolo perché ne prenda visione la commissione voluta dal Ministro dell'Economia Tremonti, istituita per elaborare e proporre nuove regole da presentare al G20 di aprile 2009)

Abuso della credulità popolare e appropriazione indebita del potere d'acquisto, reati contro il patrimonio ed una catena margherita di frodi ai danni del pubblico sono solo alcune delle peculiarietà del nostro sistema bancario attuale (1) basato sul "miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci" che deriva dal meccanismo truffaldino della riserva frazionaria. Ne ho parlato diffusamente nei miei libri (2) ed in precedenti articoli (3) ma qui aggiungerò alcune considerazioni inedite. Il rischio fondamentale che sta correndo il sistema è che il pubblico si accorga che sta giocando una partita a poker dove un baro, il sistema bancario, viene sponsorizzato ad oltranza dallo stato. Questo trascinerà nel baratro ambedue, lasciando al popolo sovrano le macerie. Vediamo di ricapitolare, senza ri-capitolare - possibilmente.

Fin dall'inizio nel 1860 la banca centrale, che all'epoca si chiamava Banca Nazionale, barava nell'emissione delle banconote emettendone quattro volte la riserva aurea che aveva in deposito. Il rapporto era quindi uno a quattro e se tutti avessero chiesto la conversione delle banconote in oro, il sistema sarebbe subito fallito e non ci troveremmo nella condizione attuale. Invece, grazie ad una serie di artifici ed alla collusione di alcuni politici e statali, il sistema prosperò e siamo arrivati ad un rapporto attuale ufficiale di uno a cinquanta. Questo rapporto si è poi diluito ancor più col sistema dei derivati, ma per ora limitiamoci al "cinquantato credito". Un cinquantato credito non più verso una riserva aurea di cui si è appropriata di fatto la Banca d'Italia dopo il 1973, alla fine degli accordi Smithsoniani, ma verso la base monetaria creata dalle monete metalliche statali più le banconote private della BCE. Spiegherò il sistema illustrando un grave fraintendimento della criminologia contemporanea: il cosiddetto Schema Ponzi.

Lo "Schema Ponzi rivisitato"

In criminologia si fa riferimento allo Schema Ponzi per indicare una truffa in cui si raccolgono soldi promettendo dividendi elevati, dividendi che vengono prelevati direttamente dai nuovi aderenti allo schema secondo un sistema piramidale. Il sistema crolla quando finiscono i nuovi arrivati e diventa impossibile pagare ulteriormente i dividendi. Per questo è essenziale l'immigrazione continua di nuovi lavoratori, che pagano nuovi contributi, per mantenere in piedi lo Schema Ponzi del sistema pensionistico italiano, ma questo è un altro discorso... In realtà Carlo Ponzi negli anni venti del secolo scorso si era messo semplicemente d'accordo con un banchiere che praticava la riserva frazionaria, all'epoca al 10%. Ovvero, per ogni 100 dollari che Ponzi versava, il banchiere ne creava novecento e gliene ritornava 100 per pagare gli interessi. Cinquanta venivano distribuiti ai partecipanti allo schema e 50 se li teneva Ponzi. Al banchiere rimanevano 800 da prestare e reincassare, oltre agli interessi, tramite il "meccanismo del riflusso" - ovvero, incassando le rate ripagate periodicamente dai prestatari ed appropriandosene, proprio come fanno ancor oggi le banche. Così si spiega facilmente perché, anche quando ormai i quotidiani avevano montato uno scandalo descrivendo però il sistema come, appunto, uno Schema Ponzi tradizionale, la società di Ponzi riusciva ancora senza problema a rimborsare i clienti sia del capitale che degli interessi. Nel "vero" schema Ponzi, chi ci rimetteva erano le altre banche concorrenti che non partecipavano allo schema: mancando dei versamenti della moneta-base della clientela di Ponzi, non potevano innescare l'appropriazione indebita attraverso la moltiplicazione frazionaria. Bastava che si mettessero d'accordo tra banche, come fanno oggi attraverso la partecipazione in Bankitalia, per spartirsi proporzionalmente il malloppo, e tutto sarebbe andato a meraviglia...o quasi. Fino a quando cioè, come sta accadendo ora, una gran parte della popolazione si accorge del trucco. E' proprio perché i criminologi non sanno del reale funzionamento dello Schema Ponzi originale che diventa difficile individuare tutti quei crimini collegati a quel sistema. Per questo i magistrati non capiscono che le centrali internazionali del clearing interbancario, non sono altro che delle megalavanderie dei profitti dello "Schema Ponzi rivisitato". Tutto il denaro del riflusso bancario viene riciclato e lavato attraverso queste centrali di compensazione, attraverso migliaia conti "non pubblicati", come nel caso di Clearstream scoperto dal giornalista francese Denis Robert (4). Senza l'appropriazione indebita effettuata attraverso la privatizzazione della rendita monetaria, parecchie belle fortune sarebbero davvero inspiegabili...

Facciamo giustizia

La moneta emessa dalla privata Banca Centrale Europea (BCE) pesca nel potere d'acquisto di tutta la comunità europea, costretta ad accettarla perché "a corso legale", in realtà "corso forzoso". E questo è il primo 100% di valore che si paga in modo invisibile. Di più, quando lo stato ha bisogno di soldi, emette titoli di debito AL VALORE NOMINALE della moneta anziché sostenerne semplicemente le spese di emissione, come invece fa per le monetine metalliche. La BCE però nel bilancio occulta la rendita monetaria effettiva mettendola al passivo, sicché il cosiddetto signoraggio - come inteso da Bankitalia - risulta la differenza tra il falso passivo ed i titoli più i guadagni realizzati dalla banca centrale attraverso altre speculazioni e manipolazioni del mercato, messi all'attivo. La rendita monetaria quindi, illecita soprattutto perché privata e non incamerata come tassa di stato, viene chiamata signoraggio e la Banca d'Italia non ha nessuna intenzione di restituirla (5). Alla luce di quanto è emerso, è triste notare che il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ha addirittura citato in giudizio il giornalista Ugo Gaudenzi che aveva osato chiamarlo "criminale". Draghi farebbe bene a ricordarsi le lezioni del suo professore Federico Caffè, che non era certo a favore di un sistema truffaldino destinato ad arricchire una "èlite di nati stanchi" - per non dir di peggio! - negando di fatto, alla popolazione la redistribuzione della ricchezza. Questa però la chiamerei meglio: "bancarotta morale". Invece di lottare disperatamente per rimandare l'inevitabile, consiglio a Draghi un ravvedimento operoso. Segua l'esempio del Prof. Nino Galloni, altro allievo di Caffè, e scriva libri per educare i giovani, piuttosto.

La magistratura in generale non può fornire una soluzione alla truffa dell'emissione monetaria a doppio debito dei cittadini, più gli interessi. Lo ha dimostrato una sentenza recente a sezioni riunite della Cassazione (6). Va anche notato che i magistrati vengono pagati dalla Tesoreria dello Stato, gestita misteriosamente dal 1907 dalla Banca d'Italia, senza regolare gara d'appalto ma attraverso un "tacito" rinnovo ventennale... Mi pare evidente che c'è un pauroso conflitto d'interessi incestuoso per cui codesti magistrati andrebbero automaticamente esonerati dalle cause che riguardano cittadini e banche. Per quanto se ne sa, solo il procuratore generale Bruno Tarquini, ormai a riposo, si è occupato dello scandalo monetario nel suo libro istruttivo "La banca, la moneta e l'usura - La Costituzione tradita", ControCorrente Edizioni, 2001. Un questore che aveva avviato una causa giudiziaria in merito, Arrigo Molinari, venne assassinato a coltellate poco prima della convocazione in Tribunale (27 settembre 2005)... La polizia europea antifrode - OLAF - se ne è lavata le mani nel 2005 (7). Lo stato occulta la piena verità sulle politiche monetarie attraverso il segreto di stato imposto per legge (8), in barba alla cosiddetta "trasparenza". Il nuovo statuto regionale federale lombardo (9) addirittura, travalicando le intenzioni della Costituzione nell'articolo sul referendum abrogativo, all'art. 50 paragrafo 2 recita: Non è ammessa l’iniziativa popolare in materia statutaria, elettorale, finanziaria, tributaria, di bilancio, di ratifica di accordi con Stati esteri e di intese con enti territoriali interni ad altro Stato o con altre Regioni.

Siamo quindi in un vuoto che potrà essere colmato attualmente solo attraverso l'istituzione di uno strumento quasi-monetario pubblico (10), e/o attraverso l'istituzione di giurie popolari, come nel caso della Corte d'Assise Speciale che giudicò i gerarchi fascisti nel dopoguerra, che facciano emergere i reati facendo piena luce (11), o, in caso estremo, attraverso l'insorgenza e la rivoluzione, come nell'America del 1776. Da notare, per finire, che la situazione del debito italiana è simile a quella della Francia del 1780, dove più della metà delle entrate andavano a servire il debito pubblico. Fu un fattore scatenante della rivoluzione francese del 1789...

A voi la scelta.

Marco Saba

Fonte: http://www.studimonetari.org/articoli/bankitaliafallita.html 12.03.2009

Note:

1) Per capire bene la somma di illegalità e mostruosità giuridiche nella gestione attuale del sistema del credito, dal punto di vista del diritto romano, è necessario ed opportuno leggere il testo del Prof. Jesus Huerta De Soto "Money, Bank Credit, and Economic Cycles". liberamente scaricabile da internet: http://mises.org/books/desoto.pdf

2) "Bankenstein", ed. Nexus (2006), e "O la banca o la vita", Arianna Editrice (2008).

3) L'ultimo è "Salvataggio bancario, un brutto scherzo goliardico", Rinascita, 5 marzo 2009.

4) "Soldi - Il libro nero della finanza internazionale", di Denis Robert e Ernest Backes, Nuovi Mondi Media, 2004

5) Scrive la Banca d'Italia sul suo sito, in data 2 agosto 2006, ovvero sotto al governatorato di Mario Draghi: "Alla luce delle superiori considerazioni questo Istituto respingerà ogni ulteriore richiesta di pagamento di quote del reddito da signoraggio e far valere la decisione delle Sezioni Unite in ogni procedimento giurisdizionale allo stato pendente o che in futuro dovesse essere instaurato nei suoi confronti."

http://www.bancaditalia.it/bancomonete/signoraggio/signoraggio_ss_uu_comunicazione.pdf

6) Cass., sez. I, 21 giugno 2002, n. 9080 e Cass.16751/06, 21 luglio 2006.

7) Polizia Europea Antifrode OLAF: Non siamo competenti per indagini relative a presunte frodi connesse al fenomeno del cosiddetto "signoraggio" - 9 settembre 2005

http://studimonetari.org/articoli/olafesignoraggio.html

8) Il decreto n. 561 del 13 ottobre 1995, pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" n. 302 del 29 dicembre 1995.

9) http://www.parlamentiregionali.it/dbdata/documenti/%5B482bef087b02c%5Dlombardia_14.05.08_IIlettura.pdf

10) Come proposto nel disegno di legge regionale sui Buoni Regionali di Solidarietà:

http://studimonetari.org/propostaleggeregionalebrs.pdf

11) Si tratterebbe di giudicare circa 320.000 bancari, evidenziando quei casi in cui si può dimostrare l'elemento psicologico del reato. I dirigenti e la direzione strategica delle banche sono quelli che rischiano di più, assieme ai dipendenti Bankitalia.

Pubblicato da GINO SALVI


Da http://www.lucacoscioni.it 16 Giugno 2009 dc:

Radicali: caso Welby,

prime condanne per diffamazione nei confronti di Belpietro e Stefano Lorenzetto (Il Giornale) e Militia Christi. La sen. Binetti, invece, si trincera dietro l’immunità parlamentare.

Autore: Dichiarazione di Maurizio Turco, deputato radicale del PD e Marco Cappato, Segretario dell’Associazione Coscioni.

Iniziano a giungere le prime condanne per diffamazione sul caso Welby, che, come il caso Englaro, ha visto scendere in campo una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verità a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita.

E così l’opera volta a ristabilire la verità ed a restituire l’onore e la reputazione ai diffamati deve giungere attraverso i Tribunali Italiani. E’ recente, difatti, la condanna per il reato di diffamazione inflitta in sede penale, in primo grado, dal Tribunale di Desio, Sezione distaccata del Tribunale di Monza, a Maurizio Belpietro, 800,00 Euro di multa – all’epoca direttore de Il Giornale – ed al giornalista Stefano Lorenzetto, 1.200,00 Euro di Multa. Diffamato il dott. Mario Riccio, difeso dall’avv. Giuseppe Rossodivita, al quale il Tribunale ha riconosciuto tra risarcimento e riparazione pecuniaria la somma di 53.000,00 Euro, oltre la riparazione specifica della pubblicazione della sentenza su Il Giornale.

L’articolo, pubblicato in prima pagina il 23.12.2006, titolava in riferimento a Piergiorgio Welby “Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà” ed ‘illuminava’ i lettori su come “il dr. Mario Riccio, il medico venuto da Cremona”, che ha adottato il metodo “dei boia aguzzini che eseguono le sentenze capitali negli USA”, se ne fosse “fregato della volontà di Welby.” Ricorda il Tribunale che la critica per essere socialmente utile e dunque legittima, anche quando lesiva della reputazione di terzi, deve avere come presupposto dei fatti veri; in caso contrario è un mero pretesto per diffamare. Ed è di oggi, ancora, la sentenza del Tribunale Civile di Roma, resa in primo grado, con la quale il Movimento Politico Cattolico Militia Christi, è stato condannato con sentenza immediatamente esecutiva a risarcire la somma totale di 60.000 Euro, pari a 20.000,00 Euro ciascuno, a favore dell’Associazione per la Libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, dell’Associazione La Rosa nel Pugno e del dr. Mario Riccio, tutti difesi dall’Avv. Giuseppe Rossodivita.

Il Tribunale ha anche ordinato la definitiva rimozione dal sito internet dell’Associazione Cattolica del comunicato stampa dal titolo “Profanatori ed assassini”. La senatrice Binetti, anch’ella convenuta in giudizio dal dr. Mario Riccio, dall’Associazione Coscioni e da Radicali Italiani, davanti al Tribunale di Roma, come anche per altra diversa causa l’on. Luca Volontè convenuto in giudizio da Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, si sono invece trincerati dietro l’immunità parlamentare e l’insindacabilità delle opinioni espresse da parlamentari attraverso i giornali ed i comunicati. Parlano, scrivono comunicati, rilasciano interviste, ma poi non ci pensano neppure – o forse ci pensano sin troppo bene - a difendere le loro affermazioni in Tribunale.


Candele obbligatorie per il santo…altrimenti multa!

Sul Corriere della sera di ieri (15 giugno 2009 dc) si leggeva una sconcertante notizia a firma di Marco Gasperetti. A Pisa oggi si festeggerebbe il santo della versione locale della Menzogna Globale, ovvero (San)Ranieri, amatissimo patrono (a detta del giornalista). Sui palazzi dei lungarni si mettono sempre migliaia di lumini: e fin qui ci sarebbe solo da commentare tale abitudine. L’autore di questo articolo, del resto, scrive “santo” e “San” tra parentesi proprio perché come ateo e laico non riconosce nemmeno il concetto di “santità”, quindi si può ben immaginare cosa può pensare di una festa patronale.

Il punto, però, non è questo.

Un’ordinanza firmata dal sindaco Marco Filippeschi (Pd)…impone dall’alto ai cittadini lumini e «biancherie», le sagome di legno bianco con i cerchi di fil di fer­ro nelle quali sono collocati i picco­li ceri. Chi sgarra dovrà pagare una sanzione dai 200 ai 500 euro. Non solo, dal prossimo anno i pi­sani dovranno fornirsi di ceri e «biancherie» a spese proprie. In ca­so contrario: multa.

E così siamo arrivati finalmente al ripristino della religione di Stato e del culto obbligatorio, non contemplati nemmeno dallo scellerato Concordato. Alla faccia del presunto Stato laico, della Costituzione e di ogni comune buon senso.

Ancora più incredibili le motivazioni: l’asses­sore alle Manifestazioni storiche, Federico Eligi, spiega che si sarebbe applicato l’arti­colo che prevede interventi in caso di degrado urbano. Che faccia tosta! I lumini spenti nei palazzi dei lungarni per san Ranieri, secondo questo bel campione,  sono una vera e propria offesa all’estetica della città. In più, c’è anche un problema sicurezza. Il 16 notte in questa parte di Pisa si spegne completamente l’illumina­zione pubblica e a rischiarare le stra­de sono solo i ceri.

Ora i pisani devono anche ringraziare perché l’amministrazione comunale si preoccupa della loro sicurezza!

Tra le varie reazioni, per ragioni diverse, se ne distinguono due:  Alfonso Maurizio Iacono, preside della facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo pisano dice che è un’ordinanza sbagliata. Non si può imporre a qualcuno di festeggiare un santo con un lumino. E non si può negare a nessuno la libertà di non partecipare a una festa. Poi c’è anche di mezzo la religione. Chi non vuole festeggiare un santo, in questo caso san Ranieri, non può es­sere obbligato oltretutto con un’or­dinanza. Un provvedimento che avrebbe inorridito Hume e Voltaire.

Ma il filosofo Remo Bodei, docente all’Università della California di Los Angeles, e già conosciuto per certe sue posizioni e per il conciliante libro I senza dio, non si scandalizza più di tanto: del resto lui i lumini li ha sempre accesi (manco a dirlo!). San Ranieri non è più una festa reli­giosa, ma laica, è la festa della città e una brutta ‘Luminara’ non è deco­rosa. Credo che l’ordinanza servirà a farla ancora più bella. E allo stesso tempo sono convinto che non ci sa­rà neppure una multa.

Costui evidentemente non ha dimestichezza con i principi e con la coerenza. Anche se fosse vero, come lui sostiene, che questa disposizione è una grida manzoniana, ovvero un editto che nessuno rispetterà e farà rispettare, resta pur sempre vero che queste anacronistiche disposizioni non sono solo ridicole, ma pericolose: per la logica, il buon senso, l’eguaglianza tra tutti i cittadini, la convivenza civile, la (presunta) laicità dello Stato.

Jàdawin di Atheia, su http://jadawin4atheia.wordpress.com/  e su www.resistenzalaica.it

 


In e-mail dall'amico Lucio Garofalo il 24 Maggio 2009 dc:

Flessioni e ri-flessioni irpine

Se in questa noiosa campagna elettorale si volesse discutere seriamente (per quanto possibile in una campagna elettorale) delle questioni più dirompenti che turbano l’esistenza quotidiana delle nostre popolazioni, si dovrebbe prendere spunto dalla ferita più dolorosa che offende l’Irpinia, ma il discorso si potrebbe estendere facilmente a tutte le aree interne e depresse del Mezzogiorno. Mi riferisco al triste problema della disoccupazione giovanile, alla totale assenza di prospettive e speranze legate a un lavoro decente e a una vita dignitosa per l'avvenire delle giovani generazioni. Dunque, proviamo a svolgere un’analisi il più onesta e obiettiva possibile sull’attuale situazione politico-sociale in Irpinia.

Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è assai elevato in quanto si aggira oltre il 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è motivo di ulteriore apprensione e amarezza, il numero dei disoccupati che hanno varcato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Notevole è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Irpinia si sono diffusi a dismisura i rapporti di lavoro atipici e precarizzati, soprattutto nella fascia di giovani tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa, assunti con contratti a breve termine.

Per non parlare dello sfruttamento del lavoro nero. Il numero di lavoratori stranieri presenti in Irpinia è in fase di crescita esponenziale negli ultimi anni. Lo sfruttamento di manodopera straniera a basso costo, pagata quasi sempre a nero, costituisce un problema molto grave ed esteso, che investe soprattutto i lavoratori immigrati che inevitabilmente ne pagano le conseguenze. Infatti, anche in Irpinia si registrano percentuali davvero inquietanti di omicidi bianchi, vere e proprie stragi sul lavoro di cui quasi nessuno parla. In larga parte le vittime dell’infortunistica sul lavoro sono costituite da manodopera di origine straniera impiegata nel settore dell’edilizia.

Anche la Fillea-Cgil di Avellino denuncia tale situazione di emergenza già da qualche anno: "Purtroppo – così dichiara nel giugno 2007 il segretario Antonio Famiglietti - i cantieri privati continuano a sfuggire ad ogni controllo. (…) la Fillea richiama ancora una volta ad un maggior controllo preventivo da parte degli organi preposti, riguardo all’osservanza delle norme di sicurezza nei cantieri irpini e operanti in Irpinia. Abbiamo più volte evidenziato che nei confronti della manodopera straniera occorre prevedere misure di formazione maggiori, poiché spesso i lavoratori stranieri sono inconsapevoli dei rischi connaturati all’attività edile e il più delle volte ignari della esistenza di leggi volti a tutelare la loro incolumità”. Ma cosa fanno i “sepolcri imbiancati” della politica locale? Evidentemente sono troppo occupati in campagna elettorale a dispensare facili promesse che non saranno in grado di mantenere, ma che servono a carpire ed ingannare la buona fede degli sprovveduti che ancora credono a tali impostori.

Ma torniamo al punto di partenza di questa riflessione, vale a dire al tema della disoccupazione giovanile. Questa rappresenta in ogni caso una tragedia collettiva in quanto produce effetti di depressione e disgregazione che lacerano il tessuto sociale di una comunità, esponendo i soggetti più indifesi al ricatto politico-clientelare dei notabili locali e comprimendo gli spazi di libertà e convivenza democratica. Pertanto, è una conseguenza “inevitabile” che i migliori cervelli delle nostre zone siano condannati alla fuga, ad una sorta di esilio forzato che li obbliga ad emigrare oltre i confini del proprio territorio, in alcuni casi persino all’estero, per ottenere ed esercitare una professione adeguata alle proprie aspettative, per conquistare un lavoro dignitoso che li metta in condizione di affermarsi, seppure in un luogo distante dalla famiglia e dal paese d’origine. In molti casi, mettendo radici altrove, senza fare più ritorno nella terra natia.

Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti a dir poco sconcertanti, che sono totalmente ignorati o sottovalutati, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, un esodo di intere generazioni di giovani che mostrano notevoli percentuali e livelli di scolarità. Infatti, gli elementi più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere al ricatto clientelare imposto dai notabili locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che, invece, è un diritto che spetta a ogni cittadino, sancito nel dettato costituzionale.

Quindi, occorre riconoscere un dato di fatto talmente palese che indica l’inasprimento e il peggioramento delle condizioni di vita in cui versano le fasce sociali colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale, anche e soprattutto in seguito all’attuale crisi economica internazionale. Tali problemi esistono e si aggravano pesino nei piccoli centri della nostra provincia, che non rappresentano più le "oasi felici" di un tempo, oltretutto perché si è allentata quella secolare rete di reciproca solidarietà che in passato sorreggeva le nostre comunità, un tempo considerate (giustamente) a misura d’uomo.

Negli ultimi anni, a causa della globalizzazione economica neoliberista (contestata in tante parti del mondo) la realtà irpina ha accusato una nuova, improvvisa accelerazione storica che ha spinto fasce sempre più ampie di popolazione, soprattutto giovanile, verso il dramma della disoccupazione e dell'emigrazione, dell'emarginazione, della precarietà e della disperazione. In questo contesto di pesanti difficoltà esistenziali le devianze giovanili, i suicidi e le nuove forme di dipendenza - dall'alcool e dalle droghe pesanti - sono solo gli indizi più inquietanti e sintomatici di un diffuso malessere economico e sociale di cui nessuno, tanto meno i politici, sembra voler prendere atto.

La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell'emigrazione (anche per le fasce sociali più scolarizzate), il ricatto sempre più anacronistico, ma tuttora vigente, delle clientele politico-elettorali, la crescente precarizzazione dei contratti di lavoro e più in generale della stessa esistenza, l'assenza di tutele e diritti: queste sono tra le cause più drammatiche e strutturali che producono il disagio materiale ed esistenziale dei nostri giovani. Intere generazioni che crescono e si formano culturalmente nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare per far valere le proprie capacità, per trovare un ambiente in cui vivere decorosamente e realizzarsi non solo dal punto di vista professionale, ma anche sul piano sociale. Se invece restassero, sarebbero costrette ad umiliarsi, ad inchinarsi al solito "santo protettore", oppure a farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Queste condizioni non sono per nulla dignitose, e in nessun caso permettono di affermare la propria indipendenza economica, ma soprattutto di conquistare la piena autonomia sotto il profilo umano, sociale e politico. Si tratta di situazioni precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori.

Preciso altresì che l’espressione "disagio giovanile" è errata e fuorviante, in quanto il disagio non è riconducibile ad un dato anagrafico. È invece più corretto riferirsi al "disagio sociale", benché questo malessere investa soprattutto le "categorie" dei giovani e degli anziani, ossia le fasce più fragili della nostra società, essendo più esposte alle difficoltà, anzitutto materiali, che l'esistenza quotidiana impone agli esseri umani, offrendo scarse speranze e possibilità di superamento. Occorre aggiungere che anche un'elevata percentuale della popolazione senile sopporta stenti e privazioni derivanti soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono, disagi che in passato erano ammortizzati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle forme e nelle dimensioni di un tempo.

Oggi l’Irpinia è un vasto comprensorio di piccoli comuni di montagna, soggetti ad un inarrestabile calo e invecchiamento demografico, centri che non offrono più nulla o quasi ai giovani, sia sul versante delle prospettive e delle opportunità occupazionali, sia sul piano delle occasioni di svago, dei momenti di aggregazione e di crescita culturale, tranne pochi bar, pub o altri tipi di locali pubblici in casi eccezionali, è una provincia ridotta ad essere un luogo di noia e desolazione esistenziale, per cui attecchiscono atteggiamenti insani e pericolosi, si affermano in misura crescente devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, abitudini impensabili fino a 25/30 anni fa.

Negli ultimi anni, il problema delle tossicodipendenze giovanili è uno dei fenomeni sociali che hanno subito una notevole accelerazione e trasformazione storica anche nelle nostre zone, assumendo proporzioni e caratteristiche di massa che prima erano ignote. Questo aspetto è uno dei segnali che attestano in modo inequivocabile i mutamenti economico-sociali e antropologico-culturali che si sono compiuti nelle nostre zone. In una società di massa, in cui prevalgono tendenze e abitudini di tipo edonistico e consumistico, è inevitabile che si affermi anche un consumo massiccio di quelle sostanze definite “droghe”, anzitutto per un effetto di emulazione e omologazione culturale, vale a dire in virtù di un efficace strumento di persuasione, comunemente definito “moda”.

In questo ragionamento occupa una posizione centrale la mercificazione del “tempo libero”. La società borghese ha ormai imposto un’ideologia mistificante del “tempo libero”, inteso falsamente come una frazione della propria esistenza quotidiana libera da impegni di lavoro e di studio da poter destinare agli svaghi, ai divertimenti, alle vacanze, ossia ai consumi economici. Tale mistificazione ideologica è funzionale ad un processo di mercificazione e privatizzazione del “tempo libero” che è diventato un ulteriore momento di alienazione dell’individuo nella fruizione passiva e meramente consumistica di prodotti offerti dall’industria del “tempo libero” e del “divertimento” quali, ad eempio, il sesso, la musica, lo sport e, ovviamente, le droghe. Per la serie “sex, drugs and rock’n roll”. Tali fenomeni di massificazione, mercificazione e alienazione del “tempo libero” sono evidenti anche nei piccoli centri di provincia in cui viviamo.

È estremamente difficile determinare con esattezza la portata di un fenomeno come il consumo di sostanze stupefacenti nei nostri paesi, ma basterebbe guardarsi un po’ intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della realtà. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi della situazione delle tossicodipendenze in Irpinia perché in tali centri si recano generalmente quegli eroinomani che hanno necessità di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono obbligati a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (ovvero cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile.

Un dato certo e inoppugnabile è che piccoli paesi con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta, Caposele o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero inquietante del fenomeno negli ultimi anni. In queste piccole comunità irpine si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze letali quali l'eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare fuori dal nostro territorio, ossia altrove, in luoghi notoriamente riconosciuti nelle periferie e nei quartieri più degradati dell'area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.

Tali dati, pur nella loro agghiacciante "asetticità", ci consegnano un quadro allarmante di cause che probabilmente inducono i nostri giovani più validi ad allontanarsi dal posto in cui sono nati e cresciuti, per riscattarsi altrove, per realizzarsi non solo nell’ambito professionale, esprimendo tutto il loro potenziale talento, che invece finirebbe mortificato se restassero nella loro terra. Tali evidenze non possono non turbare la nostra coscienza, ma soprattutto dovrebbero indurre quanti sono deputati a livello politico-istituzionale ad adottare i provvedimenti più adatti a risolvere le drammatiche emergenze sociali come quella dei decessi per overdose, oppure dell’emigrazione e della disoccupazione giovanile, del lavoro nero e degli infortuni sul lavoro. Si tratta indubbiamente di questioni distinte, ma che esigono un'analisi lucida, razionale e unitaria, in grado di comprenderne e spiegarne le cause reali.

Ebbene, quali sono le proposte emerse in questa scialba campagna elettorale? Quale è stata finora la risposta messa in campo dalle istituzioni politiche locali? Nella peggiore delle ipotesi, nulla. Nella migliore, il ricorso alle forze dell'ordine, l'intensificazione dei controlli e dei posti di blocco, insomma la repressione poliziesca, come se questi metodi coercitivi, oltre che inutili, potessero rimediare al malessere diffuso nelle nostre comunità, che scaturisce da altre emergenze sociali che ancora non hanno trovato una soluzione idonea e razionale: mi riferisco alla disoccupazione di massa, alla nuova emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, all'assenza di diritti e tutele, di speranze e possibilità per tanti giovani, e meno giovani, dell'Irpinia.

Lucio Garofalo


Dal gruppo Yahoo! ateismoantagonista (da me fondato) http://it.groups.yahoo.com/group/ateismoantagonista/ un intervento del 24 Maggio 2009 dc del Laboratorio Eudemonia:

La qualità comunitaria

del pubblico impiego

Alla voce "pubblico" Wikipedia recita:

"Nell'ambito del diritto, il termine pubblico identifica un bene materiale od immateriale accessibile a tutte le persone senza condizioni, in opposizione a ciò che è di proprietà di un privato, e che è mantenuto e protetto a servizio e godimento della collettività senza l'ingerenza di interessi privati."

Da queste chiarissime parole deriva immediatamente che ciò che giuridicamente viene qualificato come "pubblico" non può assolutamente essere concesso in modo definitivo a qualcuno in particolare pena la decadenza della sua stessa qualità giuridica. Questa è la ragione, in verità non solo giuridica ma a norma di ogni buon senso, filosofia e logica, per la quale il bene pubblico dei ruoli, poteri e redditi della cosiddetta Pubblica Amministrazione non può essere assegnato a vita e nei fatti appartenere ad alcuno bensì periodicamente re-distribuito, poiché esso va "mantenuto e protetto a servizio e godimento della collettività".

Come è potuto dunque accadere che la collettività abbia ceduto a singoli individui particolari la proprietà di fatto esclusiva di un determinato bene pubblico quale è appunto ogni singolo pubblico impiego? Non avrebbe la società dovuto proteggere questi suoi primari beni? Non sarebbe essa andata contro ogni suo interesse ed avrebbe perfino esercitato un'azione al di là dei suoi stessi immediati poteri, poiché un complessivo bene collettivo, così importante come l'intero potere esecutivo e funzionale della Res Pubblica, non poteva essere certo ceduto pena il decadere stesso di quest'ultima?

Ed ancora: qualsiasi governo, delegato da un popolo a fare i suoi interessi collettivi, prima di cedere a vita un ruolo, un potere, un reddito della Repubblica, non avrebbe dovuto interpellare quel suo stesso popolo davanti ad un atto che avrebbe così profondamente dequalificato e ricondotto all'indietro nel tempo l'intera società? I vari governi che si sono succeduti nella storia della nostra Repubblica non avrebbero dovuto porre un sì ponderoso e pregno quesito ai loro rappresentati, prima di permettersi qualsiasi azione deliberativa in proposito?

Ebbene tutto inizia a chiarirsi risalendo ai primi momenti della nostra Repubblica, quando già sulle pagine dei lavori preparatori della Costituzione leggiamo che "[gli articoli] non innovano nè infirmano nulla di ciò che è stata finora la prassi del reclutamento degli impiegati pubblici e privati", riferendosi con ciò, per quanto qui trattato, al concorso pubblico per accedere ai pubblici uffici. Non si fa alcun riferimento alla durata temporale dell'impiego ma si riprende pari pari il precedente sistema statalista, in cui l'assegnazione a vita dei ruoli della PA creava una casta di statali in vario modo e misura privilegiati rispetto agli altri cittadini.

In effetti nella società pre-repubblicana l'attività svolta dai lavoratori pubblici non è un compito genuino e libero come qualsiasi altro quanto la realizzazione concreta e fedele di ciò che la monarchia pensa: i pubblici addetti sono il braccio, lo Stato è la mente. Il fulcro del rapporto che li lega è una interessata fedeltà reciproca: in cambio del cieco, muto, sordo e mentalmente atrofico contributo del pubblico dipendente la monarchia assicura a questi un ruolo stabile. Solo così infatti essa è in grado di garantirsi un gruppo di sempre obbedienti, fidati perché immutabili, servitori.

Questo legame caratterizza il rapporto tra Stato monarchico e pubblico dipendente sin dalla sua origine. E ripercorrendo la nostra storia, dalla Legge Cavour del 1853, al Fascismo, alle riforme degli anni '50 ed '80, fino alle numerose riforme degli anni '90, per giungere ad oggi, in tutti i casi le successive leggi sono sempre attentissime a non cambiare la sostanza del rapporto. Il pubblico dipendente permane acritico e docile strumento di un potere centrale assoluto che però nel frattempo ha cessato di esistere con la fine della monarchia e l'inizio della repubblica!

Proprio con l'avvento di questa si sarebbe dovuta affermare una generale e verace partecipazione democratica. Il concetto di Repubblica coincide infatti massimamente con quello di una società/comunità che si auto-gestisce, auto-governa ed auto-rinnova in continuazione per il tramite di una partecipazione popolare che si esprime innanzitutto in ambito esecutivo, per un iniziale apprendimento di ognuno dei modi del vivere comune, e poi, per i migliori, nel più impegnativo ambito deliberativo. Com'è, dunque, che tale estesa partecipazione ancora oggi invece manca, così come ancora manca la consapevolezza della pregna essenza di un moderno pubblico impiego?

Purtroppo nei frenetici giorni della nascita della Repubblica non fu possibile, date le vitali urgenze di quei giorni, sviluppare queste riflessioni. Vedendo scorrere i filmati dell'epoca è evidente la condizione di estrema precarietà del Paese che si doveva innanzitutto risolvere. Una volta superate le emergenze si sarebbe potuto e dovuto, allora sì, affrontare con decisione questi temi. Ma l'abietta letargìa cerebrale da indebito privilegio, che aveva caratterizzato fin dalla nascita il pubblico impiego, mantenne il sopravvento sulle necessità della giovane Repubblica.

Coloro che, per titoli, incarichi, retribuzioni ed onori ricevuti, avrebbero dovuto trainare in avanti la società con le loro ricerche, studi e riflessioni, prima di altri "professori" e "professoresse", si guardarono bene dal compiere il loro dovere. Ed ancor oggi, sia eterna loro vergogna, ad un potere deliberante reso sessant'anni fa effettivamente conforme all'ideale repubblicano non fu poi mai affiancato un complessivo potere esecutivo e funzionale, una pubblica amministrazione, resa conforme anch'essa a tale ideale comunitario.

La Repubblica Italiana fu di fatto realizzata soltanto per metà ed ancor oggi versa in quelle precarie condizioni. Proprio per questa ragione vera democrazia non si è mai potuta affermare né godere. Perché vera partecipazione mai c'è stata né mai ci potrà essere fintantoché esisterà la casta degli statali.

Dubbio alcuno non v'è che oggi, in un tempo in cui Internet ha dato ad ogni cittadino la possibilità di ricercare e studiare al di fuori dei fuorvianti e sterili percorsi indicati da baroni e baronesse, tenutari dell'incultura del vecchio Stato ottocentesco all'interno di Università ancora non rese davvero pubbliche, tocchi proprio a noi semplici esseri umani e persone qualunque, emeriti signori nessuno, portare a termine un processo di evoluzione sociale avviato tanto tempo fa ed ormai sul punto straordinario di giungere a pieno compimento.

Sta a noi semplici cittadini, prima che gli statali finiscano per ricondurre l'Italia alle originarie condizioni pre-repubblicane, raccontare ad ogni amico e conoscente cosa è successo finora e cosa sta finalmente per accadere. Sta a noi persone qualsiasi coinvolgere tutti quei signori e quelle signore che han fatto finora da frenante guida al movimento progressista invitandoli ad occuparsi della qui presentata fondamentale Questione Pubblica. Sta a noi tutti scrivere ai redattori delle pubblicazioni sulle quali ci siamo erroneamente poggiati intellettualmente per dir loro: basta con le fesserie ed andiamo finalmente al sodo!

Sta a noi pensare fin d'ora ai grandi festeggiamenti che coroneranno non soltanto questo presente nostro importante lavoro collettivo ma anche quello di tutti coloro che ci hanno preceduti e che, nel lungo scorrere del tempo, col loro impegno, coi loro sacrifici, col loro entusiasmo, hanno sempre fatto avanzare l'umana società.

Sandra dei Sorrisi

Danilo delli Abbracci

http://it.wikipedia.org/wiki/Pubblico

http://www.nascitacostituzione.it/05appendici/01generali/00/03/03-giua.htm

http://equo-impiego-pubblico-a-rotazione.hyperlinker.org


In e-mail da Lucio Garofalo l'11 Maggio 2009 dc:

Il capitalismo è in crisi

Le campagne di disinformazione sulla crisi e le sue cause reali

Negli ultimi tempi i mezzi di comunicazione (ossia di disinformazione e persuasione) di massa stanno diffondendo diverse menzogne, mezze o false verità ufficiali, notizie distorte e manipolate come, ad esempio, l’idea che la fase più critica sia sul punto di esaurire i suoi effetti più pesanti e drammatici per lasciare lo spazio ad una nuova ripresa dell’economia mondiale. Parimenti, circolano racconti e versioni discordanti sia sull’effettiva durata e portata della crisi, sia sulle sue cause reali. All’inizio sembrava che qualcuno avesse l’interesse a seminare il panico generale, perché da una situazione di sgomento e turbamento sociale avrebbe potuto ricavare occasioni propizie per realizzare nuove speculazioni finanziarie, approfittare della psicosi collettiva per siglare facilmente affari d’oro e trarre opportunità di lucro individuale. Oggi sembra che si giochi nella direzione opposta, provando a ingenerare l’idea che la bufera sia cessata per sedare gli animi e intorpidire le menti delle persone, quasi a voler prendere tempo per adottare nuove decisioni per l’avvenire.

Ogni giorno si passa con estrema facilità dall’ottimismo più roseo al pessimismo più cupo e viceversa, a seconda dell’esito del vaticinio quotidiano, per cui gli “esperti” oscillano da pre-visioni fauste e positive ad annunci “profetici” meno lieti e più allarmistici. Il G20 ha trasmesso la convinzione puramente illusoria di una capacità di regolamentazione e moralizzazione dei mercati finanziari con l’intento palese di infondere fiducia e ottimismo, suscitando nuove speranze e aspettative verso un risanamento della situazione. In tal modo le Borse cominciano a risalire, il presidente Obama alimenta le speranze annunciando “segnali di ripresa”, ma il giorno dopo si smentisce o, comunque, non si sbilancia più di tanto.

Una falsa leggenda metropolitana, molto diffusa nell’ultimo periodo, ci sta raccontando che l’attuale recessione economica globale affonda le sue radici nell’orbita delle speculazioni affaristiche compiute dal sistema delle grandi banche, delle borse mondiali e dell’alta finanza internazionale. Non c’è dubbio che una parte considerevole di responsabilità risieda nel settore bancario e finanziario, ovvero sia da ascrivere al cinismo e alla spregiudicatezza di speculatori del mercato borsistico e di affaristi delle maggiori banche mondiali, in modo particolare delle banche nordamericane. Non a caso, la rabbia e la rivolta popolari si stanno scatenando, apparentemente in modo spontaneo, contro determinati soggetti, individuati come capri espiatori (in maniera pilotata ad arte dai mass-media ufficiali) nei megadirigenti e nei manager super pagati delle società finanziarie, bancarie e assicurative multinazionali.

La depressione economica in atto nel mondo è stata senza dubbio aggravata da fenomeni speculativi di origine affaristico-finanziaria. Tuttavia, la matrice reale della crisi è sistemico-strutturale ed è di portata globale, è un crollo derivante dalle contraddizioni insite nella natura stessa dell’economia di mercato. Infatti, un’economia di mercato senza mercato, cioè priva di una domanda (ovvero quando l’offerta supera nettamente la domanda), è una contraddizione in termini, per cui rischia di precipitare in una crisi acuta difficilmente sanabile; se la crisi non trova una risposta risolutiva, rischia la bancarotta finale. Come del resto sta accadendo in questa fase, in cui si assiste al crollo vertiginoso degli investimenti, dei salari e dei prezzi, quindi alla caduta verticale del saggio (o tasso) di profitto, che approfondisce la crisi provocando un circolo vizioso non superabile, nemmeno con una “nuova Bretton Woods”.

Comunque sia, malgrado la disinformazione di massa in corso, è ormai evidente a tutti, anche ai più incauti e incalliti ottimisti, che siamo di fronte ad una crisi non congiunturale ma strutturale, una crisi epocale e totale che investe l'intero apparato produttivo internazionale, una crisi di sistema che sta mettendo in discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico e dell'accumulazione espansiva del capitale, e sta sfatando un falso mito imposto in Europa e nel mondo intero negli ultimi decenni. Un mito che è riconducibile a un modello di vita, quello edonistico e consumistico, che ora cade fragorosamente in frantumi. In tal senso si può affermare che siamo davvero in una fase di crisi epocale rivoluzionaria, ossia alla fine di un’era e in un momento di transizione verso un’altra epoca storica.

Una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo

Dunque la crisi odierna investe l’apparato politico-economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala planetaria. Infatti, quella in corso  è una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo. Ciò significa che negli ultimi lustri si è determinato un ciclo di sviluppo produttivo e di accumulazione smisurata di profitti economici privati, generati da un eccessivo sfruttamento materiale dei produttori, ossia degli operai e dei lavoratori salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo indubbiamente elevati, si sono progressivamente impoveriti e indeboliti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, compresa l’Italia, per effetto di un processo di globo-colonizzazione economico-imperialistica che ha generato condizioni sempre crescenti di miseria, sottosviluppo, sfruttamento e precarietà materiali, permettendo o imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro (vale a dire dei salari) su scala planetaria, malgrado gli operai delle fabbriche abbiano fatto e facciano molto più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando e accrescendo in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili e drammatiche conseguenze in termini di costi sociali ed umani, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la recessione, sino al tracollo e al fallimento definitivo del capitalismo su scala globale, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi conosciuti finora.

Se è vero che i capitalisti sono i principali responsabili della crisi odierna, è altresì vero che nemmeno i politici, servi e funzionari del capitale, possono dirsi estranei o innocenti, anzi. La demagogia e l’ipocrisia, oltre all’inettitudine e all’improvvisazione messe in mostra dai ceti politici dirigenti, nonché la manipolazione e la disinformazione esercitate dai mass-media ufficiali, sono la controprova e la conferma dell’ipocrisia, dell’inganno e della menzogna insite nella realtà e nella natura stessa dell’economia capitalistico-borghese. E' proprio un ceto politico formato da soggetti inetti e presuntuosi, cinici, affaristi e privi di scrupoli, il principale responsabile delle scelte infauste che hanno accelerato il collasso del sistema economico internazionale. Non è un caso che la politica economica di Berlusconi e Tremonti si ispira da sempre al neoliberismo di pura facciata e convenienza, di origine tatcheriana, un'ideologia fallimentare che ha condotto intere nazioni (si pensi all'Islanda, all’Austria, alla Lettonia ecc.) all'attuale rovina economica.

Questa recessione è solo il prodromo di una depressione economica mondiale senza precedenti, per la cui soluzione non valgono rimedi ormai tardivi, misure demagogiche di pura facciata quali l'autoriduzione dei megastipendi dei parlamentari e dei supermanager, né provvedimenti tesi alla moralizzazione dei mercati finanziari, e non servirà nemmeno una "nuova" Bretton Woods. Il G20 di Londra ha rivelato l'inconsistenza dell'attuale classe politica internazionale, incapace di fronteggiare la crisi e le sue drammatiche conseguenze in termini di conflitti sociali. Al massimo potrà ricorrere all'inasprimento e all’intensificazione della repressione poliziesca e carceraria, invocando svolte in senso autoritario e liberticida.

Pertanto, è lecito temere che quel poco di democrazia esistente sia in grave pericolo, come è già accaduto rispetto ad altre spaventose crisi sociali ed economiche del passato. Si cerca di temporeggiare, quasi a voler esorcizzare la paura ancestrale della "bestia" (vale a dire la Crisi), il terrore suscitato dallo spettro di rivolte e rivoluzioni sociali che già si riaffacciano sulla scena della storia. Per la serie ”uno spettro si aggira per l’Europa”…

Era già tutto previsto

La principale causa delle crisi economiche che investono periodicamente il capitalismo è da individuare, secondo l’analisi fornita da Karl Marx ne Il Capitale, nel crollo periodico del saggio (o tasso) di profitto. Lo stesso processo di espansione, accumulazione e concentrazione monopolistica del capitale, accelera la caduta tendenziale del saggio di profitto (tendenziale nel senso che si tratta di una tendenza che entra in contrasto con altre forze e controtendenze intrinseche al sistema economico-capitalistico).

Tuttavia, Marx non esclude altre cause che possono essere all’origine delle crisi. La ragione ultima, che spiega le crisi capitalistiche, risiede nel progressivo impoverimento dei lavoratori e nel crescente indebolimento del loro potere d’acquisto, quindi nel crollo dei consumi delle grandi masse, un dato che contrasta con la necessità, connaturata al sistema capitalistico, di espandere i mercati ed accrescere sempre più il bacino dei consumatori. In parole semplici, quando i salari si riducono troppo, calano inevitabilmente anche i consumi delle masse lavoratrici, e tale processo non può non incidere anche sui profitti capitalistici, che precipitano in caduta libera determinando effetti di crisi spaventosa, di impoverimento e proletarizzazione anche di vasti strati della piccola e media borghesia economico-imprenditoriale, generando fenomeni di crescente conflittualità tra le potenze capitalistiche esistenti.

Crisi precedenti e soluzioni di comodo

In passato, per scongiurare altre dure recessioni economiche come, ad esempio, quella del 1929 (la grave depressione provocata dal Big Crash: il pesante crollo della borsa di New York, avvenuto martedì 29 ottobre 1929, perciò definito il “Martedì nero”), il sistema capitalistico ha comunque escogitato diverse soluzioni possibili e praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Ovvero ha intrapreso risposte in chiave neoimperialistica e neoconservatrice, per difendere e consolidare lo status quo, ossia l’ordine padronale esistente.

Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di un mercato di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato o manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo molto efficace per conquistare aree in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore. Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta soprattutto dalle multinazionali dell’industria pesante, metalmeccanica, siderurgica, petrolifera ecc., fu la strada scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del ’29, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla valse la lezione della prima guerra mondiale). Il nazifascismo fu un altro tipo di reazione delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica del primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti tra le potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale. Durante i 25 anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati (Italia inclusa) si è verificato un ciclo di sviluppo e di espansione economica diffusa e costante, un periodo storico definito col termine di "boom economico". Ma nel corso degli anni '70 questa fase di crescita è stata frenata dalla crisi del dollaro (e del sistema monetario internazionale, che porterà nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro) e dalla crisi petrolifera esplosa nel 1973 in seguito alla guerra del Kippur (combattuta da Egitto e Siria contro Israele), che determinò un innalzamento vertiginoso del prezzo del barile.

Oggi l’ipotesi più accreditata, proveniente da vari ambienti sedicenti “progressisti” e “di sinistra”, suggerita per vincere la crisi, non sarebbe nel superamento o nell’abolizione definitiva del capitalismo, ma in una soluzione di stampo "keynesiano", una risposta già sperimentata in passato con esiti solo transitoriamente positivi. La storia ci insegna che l'intervento dello Stato viene invocato (dai padroni capitalisti e dai loro servi e lacchè) solo in tempi di crisi e di grave depressione economica, per "socializzare le perdite", ovvero per salvare gli interessi delle imprese capitalistiche private, oppure per assorbire e nazionalizzare le banche ormai fallite, insomma per soccorrere il sistema capitalistico quando rischia di collassare, facendo ancora una volta pagare gli effetti, drammatici e dolorosi, della crisi esclusivamente alle masse lavoratrici, mentre in tempi di "vacche grasse" si pretende di ripristinare e rilanciare la "libertà del mercato", ovvero una totale e sfrenata "anarchia" dei profitti e degli affari senza alcun controllo e alcuna ingerenza da parte dello Stato, tornando a privatizzare gli utili e tornando a violare sistematicamente ogni regola ed ogni più elementare diritto. Beh, mi pare una soluzione di comodo e di convenienza ad esclusivo vantaggio dei soliti sciacalli e speculatori, affaristi cinici e privi di scrupoli, che restano puntualmente impuniti per i loro misfatti e i loro delitti contro la società.

Una via d’uscita dal vicolo cieco della barbarie

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico-borghese. Naturalmente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica e concreta, turba non poco i capitalisti (nonché i loro servi e lacchè) del mondo intero. E ciò vale anche per il capitalismo di stato del gigante cinese, che non esita a fare affari e a stipulare accordi commerciali con gli Stati Uniti per schiacciare la concorrenza europea. Per arginare l’esplosione di rivolte, disordini e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo in questi giorni, i capitalisti invocheranno l’adozione di altre soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico-imperialistico, ossia ad un lungo periodo di guerre brutali e sanguinose sulla scena internazionale.

Se non vogliamo lasciarci travolgere dagli eventi in corso, che preparano scenari futuri sempre più difficili, è necessario non solo modificare nel breve periodo la mentalità delle persone, riducendo i consumi e abituandosi ad un tenore di vita più sobrio ed austero, quanto soprattutto agire affinché, nel lungo periodo, si possa mutare in modo radicale l'assetto stesso dei rapporti di produzione e di proprietà, vale a dire i rapporti di potere all'interno della società. In caso contrario, se si procede e si persevera nell'attuale direzione, che è quella che ha provocato la crisi odierna, si corre il rischio di imboccare un vicolo cieco senza via d'uscita, una deriva che condurrà direttamente verso la barbarie. Non sono un catastrofista, ma nemmeno uno sciocco ottimista. Bisogna prendere atto della realtà effettiva, della portata epocale della crisi, per provare a ipotizzare gli scenari futuri, non certo rosei e felici, prospettando una via d'uscita globale che si ponga come un’alternativa seria e concreta alla rovina e all’auto-dissoluzione del genere umano.

D’altronde, anche altri sistemi politico-economici del passato si erano illusi di essere "forti" proprio nel momento di massima crisi e debolezza, ma poi... sono miseramente caduti. Ecco qualche esempio storico. Si pensi all'assolutismo monarchico-feudale dell'Ancien Régime in Francia all'epoca della Rivoluzione del 1789. Oppure all'autocrazia zarista alla vigilia della Rivoluzione bolscevica del 1917. Risalendo molto più indietro nei secoli, si pensi al crollo dell'impero romano, ormai debole, marcio e corrotto al suo interno e per questo più facilmente esposto agli assalti e alle invasioni dei "barbari"... Potrei proseguire con altri esempi, ma credo che bastino quelli citati.

Una seria alternativa al capitalismo

Pertanto, l’unica alternativa possibile e praticabile per evitare e scongiurare simili scenari di catastrofica auto-dissoluzione del genere umano, è solo quella di una fuoriuscita globale e definitiva dal sistema politico-economico vigente, retto su un capitalismo ormai franato in una crisi irreversibile e, dunque, destinato al collasso. Ciò significa restituire al lavoro collettivo il valore e l’importanza che gli spetta, recuperare la centralità e il primato del lavoro produttivo e sociale in un assetto economico di autogestione delle aziende da parte dei lavoratori (chiamatelo comunismo, socialismo, collettivismo o nel modo che vi pare).

Tuttavia, è evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in  modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti economici privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze vitali e primarie delle persone. E' la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata. Occorre quindi riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo tale che il valore d'uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l'auto-consumo delle unità produttive costituite sui territori locali, geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta e partecipativa, prevalga sulle false esigenze consumistiche, ovvero sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, annullando la dipendenza e la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle ferree leggi del profitto economico privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi discorso di sinistra che proponga il sostegno alla ricerca, all'innovazione e allo sviluppo, ovvero chieda di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza rivendicare o propugnare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie e lavoratrici. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per incentivare e rilanciare la competitività delle imprese economiche private, ma devono dimostrare che malgrado la competitività e la produttività il sistema risulta invivibile e inaccettabile per tutti i lavoratori. In altri termini, bisogna rimettere seriamente in discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di "sviluppo" non presuppone affatto un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adoperare criteri "quantitativi" (quali, ad esempio, il Prodotto Interno Lordo di una nazione, o quello pro-capite, ecc.) per calcolare e definire il tasso di eguaglianza e di giustizia sociale, di progresso e di democraticità di un Paese.

Necessità di una rottura storica rivoluzionaria

Non essendo un fatalista, non credo all’ineluttabilità del crollo del capitalismo, come non credo all’ineluttabilità del destino in generale. Semmai posso accettare e concepire l’idea di necessità, intesa in un’accezione non deterministica o meccanicistica, bensì come una tendenza potenzialmente intrinseca allo sviluppo storico. In tal senso penso alla necessità del crollo della società esistente, ovvero alla necessità di una rottura storica rivoluzionaria. Una necessità oggettivamente determinata che si deve accompagnare e legare a condizioni volontaristiche e a fattori soggettivi, quindi ad elementi di volontà e capacità politiche, alla possibilità ed alla capacità di un’azione politicamente rivoluzionaria.

Ciò che finora è mancato nella mia riflessione è soprattutto un’analisi critica concernente gli aspetti e le problematiche di ordine soggettivo e volontaristico, ossia un ragionamento politico che consideri ed esamini le contraddizioni tra le forze sociali e politiche nel quadro storico esistente. Non sono talmente ingenuo o sciocco da illudermi che il crollo del capitalismo sia inevitabile o che i capitalisti, di loro spontanea volontà, possano provvedere a farsi espropriare e a socializzare i mezzi della produzione economica. Non ci può essere alcun dubbio su questo punto.

Sono sinceramente convinto che tale compito rivoluzionario (e sottolineo il termine "rivoluzionario" per indicare il senso, la volontà e la necessità della rottura storica che è una tendenza potenzialmente intrinseca al momento di crisi e di transizione davvero epocale che stiamo vivendo, una crisi di sistema che è molto più vasta e complessa di quanto sembri) è un atto soprattutto volontaristico e soggettivo, che spetta alle forze produttive, ossia alle classi lavoratrici, se e quando queste sapranno organizzarsi materialmente e politicamente per la conquista e la (auto)gestione del potere e della proprietà economica. Allo stato attuale, tale risultato sembra ancora lontano dalla sua realizzazione storica. Infatti, il proletariato internazionale, le masse lavoratrici stanno già rispondendo alla crisi capitalista, ma le lotte operaie, benché condotte ad un livello ancora elementare e in forme spontanee, vengono puntualmente oscurate dai mass-media ufficiali, che evidentemente temono la diffusione e l’estensione delle lotte di classe su una scala più vasta. Ma ricordo che siamo solo ad uno stadio iniziale e non ancora esplosivo della crisi e, quindi, nella fase originaria ed embrionale delle contraddizioni di classe tra la borghesia capitalista e il proletariato internazionale.

Lucio Garofalo


Dal Windows Live Spaces dell’amico Sestante http://se-stante.spaces.live.com  10 maggio 2009 dc:

Buone notizie per noi atei

Così la brava Mina su la Stampa di oggi ci dà anche un saggio delle sue conoscenze linguistiche con due espressioni: una in francese (non tradotta che significa “salta agli occhi”) e l’altra in tedesco (tradotta).

Sestante

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La calamita del parroco

di Mina

Avrà certamente raggiunto il suo scopo don Mario Pellizzari, parroco di Campigo. Ne vedrà molta, moltissima di gente, oggi, alla messa. Ci saranno giornalisti, telecamere, curiosi e tutta quella varia umanità che segue, assetata, fatti e fatterelli che possano dare una qualche visibilità, che ti permettano di agitare la manina per salutare i parenti e gli amici del bar che finalmente ti vedranno «alla televisione».

«È emerso che il maggior cruccio di genitori e nonni è vedere i loro ragazzi snobbare la messa». E allora cosa fa il parroco di Campigo? Digiuna per 72 ore contro la disaffezione dei fedeli nei confronti della messa. Neanche troppo, giusto il tempo minimo che ci vuole perché la cosa produca una piccola eco. È fin troppo evidente che l’anticultura dell’esagerazione contagia anche i pastori di anime sbandate. Le pecorelle sono in disordine sparso. Serve una calamita. Non c’è spazio per convincimenti spirituali. Bisogna agire sull’attenzione per l’eclatante.

La prima domanda da porsi è: ma veramente quello che preoccupa, che inquieta, affligge e tormenta i parenti dei ragazzi di Campigo in provincia di Treviso è il fatto che i loro figlioli non vadano a messa?

La seconda domanda è: ma dove vivono? In una bolla fatata, in un paese di fantasia, forse a Oz, dove non esiste tutto quello che tocca ai nostri figli che devono combattere con draghi ben più potenti, ben più crudeli, ben più destabilizzanti?

La terza domanda è: ma veramente don Mario, intervistato sul celibato dei preti ha detto: «In Veneto si dice che la moglie è la croce e il marito il crocefisso: noi preti la nostra croce l’abbiamo già, perché andarcene a cercare un’altra?». Sappiamo che i veneti sono spiritosi, non tutti e non sempre però, ma questa mi sembra una battuta agghiacciante. Non mi fa ridere per niente. E non sto a illustrare perché, ça sault aux yeux.

La quarta domanda da porsi è: non saranno proprio le «messe musicali per ragazzi» che il parroco organizza a produrre l’effetto contrario? Gesù ha (avrebbe detto, nota di Jàdawin) detto: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno di cieli» e allora lui distribuisce caramelle e cioccolata sul sagrato della chiesa, dopo la funzione. Lodevoli intenzioni, commoventi propositi, suggestivi intendimenti… non so, però, se a Roma saltino dalla gioia per queste iniziative… «La Chiesa non fa granché per adeguarsi ai tempi: io ci provo», precisa ancora il tenerissimo don Mario. Non so, però, se a Roma saltino dalla gioia… più probabilmente werden sie aufspringen, sussulteranno.

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L'articolista, evidentemente molto stizzita dal proverbio riportato dal parroco omette la risposta. Perché, e lo dice in francese, salta agli occhi. Peccato. Ma vediamo di ricostruire il "non detto". Mina dice:

La terza domanda è: ma veramente don Mario, intervistato sul celibato dei preti ha detto: «In Veneto si dice che la moglie è la croce e il marito il crocefisso: noi preti la nostra croce l’abbiamo già, perché andarcene a cercare un’altra?». Sappiamo che i veneti sono spiritosi, non tutti e non sempre però, ma questa mi sembra una battuta agghiacciante. Non mi fa ridere per niente. E non sto a illustrare perché, ça sault aux yeux.

Forse c'è qui uno scambio di oggetti: se al posto della moglie-croce ci mettiamo il simbolo della sessualità, allora i conti tornano, perché il parroco è sì "crocifisso" e a ragione. Crocifisso dalla sessuofobia incardinata profondamente nella dottrina cattolica e dal ruolo che, da masochista, si è assunto in pieno. Con una contraddizione in più: è anche costretto a difendere a denti stretti l'unità della famiglia, a cui lui stesso ha rinunciato, consolandosi con l'aglietto della citazione di un proverbio malizioso.

Sestante


Dal Laboratorio di Eudemonia http://Societa-Democratica.hyperlinker.org , inserito il 27 Aprile 2009 dc:

Gli intoccabili

Vi è mai capitato di vedere un qualche film in cui il cattivo, allo scopo di rallentare il buono che lo insegue, dà una spinta ad una carrozzina condotta da una madre e con dentro un bimbo, facendola correre verso ripide scale? Ricordate che il buono senza esitare si slancia ad afferrare la carrozzina, salva il bimbo e lo restituisce indenne alla madre? Ricordate anche che il buono, ed è qui che assurge a vero eroe, non si sofferma un sol attimo ma si slancia ancora in avanti, questa volta teso ad acciuffare il cattivo che infine agguanta e rende incapace di far ancora del male?

Quella del cattivo che sfugge con malevoli artifici è una situazione abbastanza tipica nella cinematografia, che si rivede spesso pari pari nella stessa realtà.

Ed infatti il VOLONTARIATO è un po' come quel buono che cerca di salvare il piccolo. Guaio è che, concentrato esclusivamente su questa sua buona azione, manco s'avvede del cattivo il quale, rimanendo libero, può continuare a far del male a destra ed a manca, creando ovunque situazioni di disperazione e rendendo vano tutto il buon impegno. Di fatto più volontari ci sono peggio vanno le cose, appunto perché sempre più forze sono dirette a salvare quel piccolo e sempre meno sono quelle determinate a proseguire il lavoro per trovare il cattivo e catturarlo. PER RENDERE FINALMENTE INUTILE IL VOLONTARIATO!

Dite la verità: vedete qualcuno oggi al mondo che si trova a due passi dall'agguantare il mostro? Per quanto vi guarderete intorno, non troverete nessuno, all'interno dei tradizionali ambienti d'intervento politico e sociale, che manco s'avvicina a capire chi davvero vada a costituire quel mostro che tanto male ha ridotto la società. Infatti si limitano tutti ad incolpare esclusivamente CAPITALISTI impossibili da raggiungere, perché quasi mai si riuniscono e nemmeno si sa come sono fatti, e POLITICI impossibili da cacciare, perché eletti dalla maggioranza, mentre rimangono completamente ignari dell'importante ruolo svolto da persone che si trovano sullo stesso nostro piano di semplici cittadini ed a noi immediatamente vicini.

Costoro, codesti compartecipi del perfido piano dei capitalisti e dei politici, sono precisamente gli STATALI. Nel composito e malefico gioco condotto da capitalisti e politici essi hanno un ruolo importantissimo. E, per spiegarlo con un unico esempio lampante, lasciatemi porre la domanda: avete mai visto un capitalista dare una manganellata ad un dimostrante? Avete mai visto un uomo al governo infierire su di un cittadino indifeso che cerca di far giungere alla pubblica attenzione le sue giuste istanze? Può darsi che nessuno dei presenti, me compreso, abbia mai avuto, per ora, la sfortuna di beccarsi una manganellata.

E buon per noi. Ma di sicuro c'è ne tanta cui è già toccata la padronale sferza menata loro dagli STATALI.

Sì, perché le cose stanno indubitabilmente e precisamente così:

1) il capitalista manovra il politico,
2) il politico commissiona lo STATALE,
3) lo STATALE infligge la manganellata!

In verità l'intera categoria degli STATALI, per difendere i loro piccoli o grandi ma sempre vergognosi privilegi di appartenenti alla CASTA e MAFIA di STATO, è da sempre al CIECO, MUTO e SORDO SERVIZIO di capitalisti e politici. Essi tutto odono, tutto vedono, tutto sanno di quanto accade nei chiusi palazzi del potere. Ed in tutti questi decenni avrebbero potuto denunciare ed opporsi non solo alle mille e mille irregolarità avvenute ma anche alle continue aggressioni al buon senso della vita che capitalisti e politici si sono permessi di compiere ed ancora si permettono solo perché hanno l'intera categoria degli STATALI in pugno. Compresa ed innanzitutto quella brutta masnada di BARONI e BARONESSE che avallano col timbro di una loro presunta quanto inesistente superiorità intellettuale ogni atto commesso a danno della società.

Si capisca una buona volta che NON esistono STATALI buoni. Anche il migliore di essi, che non faccia però outing e si dichiari favorevole alla re-distribuzione di ciò che è pubblico, NON è inoffensivo come sembra. Semplicemente accettando l'assunzione a vita, avalla e sostiene un complessivo sistema basato sull'accaparramento e l'esclusione. Avalla e sostiene la permanenza di milioni di altri STATALI i quali, ognuno col suo piccolo o grande contributo in ogni ambito e settore della società, vanno a costituire l'onnipresente mano operativa di capitalisti e politici. Avalla e sostiene una cultura, una economia, una politica, una  superstizione completamente fuori di posto in questa nostra epoca moderna. Il mondo sarebbe invero molto diverso se nei fondamentali ruoli occupati dagli STATALI persone ed idee potessero scorrere liberamente piuttosto che bloccarvisi incancrenendo.

Ed a questo punto torniamo veloci alla categoria dalla quale siamo partiti: quella del volontariato. Questi sono giorni di destinazione del cinque per mille.

Ebbene: teniamo innanzitutto presente che gran parte del volontariato è espressione dello stesso marcio sistema cultural/economico/politico/superstizioso travestito da qualcos'altro che altro scopo non ha però se non mantenere se stesso al potere. Spesso addirittura non è altro che una dependance dell'otto per mille. La restante minor parte, che effettivamente cerca di salvare come meglio può quel povero bimbo in pericolo, non può non incontrare, questa SÍ, la nostra piena gratitudine e simpatia e ad essa vada dunque il nostro contributo.

Ciò fatto, non dimentichiamo di rialzare immediatamente lo sguardo dalla nostra buona azione per puntarlo dritto su coloro che costituiscono il nodo più debole della SUPERTRIADE mafiosa fatta di capitalisti, politici e STATALI. Perché sono proprio loro, gli STATALI, ad occupare luoghi, ruoli e poteri che più legittimamente noi semplici cittadini possiamo pretendere e reclamare come nostri e così facendo toglierli dall'asservimento a ciò che è corrotto, ingiusto e sbagliato. Non continuiamo nell'errore di limitarci a salvare il pupo! Questa è soltanto una emergenza e, pur essendo noi tenuti a soddisfarla meglio che possiamo, non dobbiamo distogliere nemmeno un attimo il nostro sguardo dall'obiettivo socialmente più importante: rendere inoffensivo il mostro a tre teste con la piena e definitiva realizzazione di quella Res Publica che, acclamata dal Popolo Italiano nel referendum di sessantatre anni fa, zoppica sempre più penosamente poiché ancor oggi in larga parte letteralmente posseduta dagli STATALI.

Carissime persone comuni, che come me NON siete capitalisti, NON siete politici, NON siete STATALI. Vi prego di osservare che sempre più oggi si odono offerte di partecipazione presentate da STATALI assunti od eletti a vita. Badiamo bene che si tratta di una partecipazione posticcia, superficiale e di nessun conto. Non cadiamo nella loro trappola, guardiamo dritto negli occhi quei BARONI e quelle BARONESSE che nei convegni si spacciano per nostri amici ed invece, per conto di capitalisti e politici, ci offrono di continuo null'altro che dei contentini per cercare di tenerci buoni. Non lasciamoci abbindolare. Una vera PARTECIPAZIONE non può che attuarsi in un sol modo: re-distribuendo periodicamente ruoli, poteri e redditi della Res Publica. Solo così, solo facendo ognuno la nostra parte, avremo come meritato premio la possibilità di vivere in una:

http://Societa-Democratica.hyperlinker.org

Felice Primavera!

Danilo D'Antonio

Laboratorio Eudemonia
Piazza del Municipio
64010 Rocca Santa Maria
TE - Abruzzo


Ricevo in e-mail privata da Lucio Manisco il 20 Marzo 2009 dc e volentieri pubblico un articolo che è stato pubblicato su il Manifesto cartaceo e nella versione on-line www.manifesto.it nella stessa data. Io lo pubblico integralmente con le mie aggiunte e correzioni in rosso):

Contro Obama risorge una bibbia maccartista

Il ritorno di Atlante

di Lucio Manisco

Sono un caso editoriale le improvvise vendite record di un malloppo di mille pagine scritto nel remoto 1957 dalla filosofa «oggettivista» Ayn Rand, «La rivolta di Atlante». Influenzò Reagan, Bush sr, la Thatcher, Greenspan.... Gore Vidal, che si prese una querela, ci dice: «Polpettone ideologico, ma pericoloso».

Negli Stati Uniti c'è chi si indigna perché i primi 165 milioni di dollari dei miliardi investiti dal governo per salvare dalla bancarotta l'istituto assicurativo American International Group sono andati in buoni-premio ai suoi dirigenti, gli stessi che con metodi più o meno fraudolenti hanno portato al fallimento la mega compagnia. Negli Stati Uniti c'è anche chi corre in libreria o da Amazon per comprare Atlas shrugged, un poderoso romanzo filosofico di mille pagine scritto più di mezzo secolo fa da Ayn Rand che esalta il comportamento di quei dirigenti, capitalisti di ieri come di oggi, vittime dei «lacci e laccioli» imposti da un perverso sistema socialista che avrebbe privilegiato gli interessi di masse di milioni di «fannulloni» e di «inetti» su quelli dei geni creativi della finanza e dell'imprenditoria.

L'opera, tradotta a suo tempo in italiano con il titolo «La rivolta di Atlante», il 13 gennaio scorso ha battuto nella lista dei best sellers «L'audacia della speranza» di Barack Obama e i suoi nuovi lettori sono apparentemente convinti che il neo-presidente degli Stati Uniti sia un cripto-comunista perché spreca il denaro dei contribuenti e distrugge la ricchezza nazionale al solo fine di aiutare disoccupati immeritevoli, gentaglia sfrattata per irresponsabile inadempienza sui mutui, infermi privati di un'assistenza sanitaria portata alle bancarotta perché elargita a piene mani anche a chi non ne aveva bisogno.

Il settimanale The Economist ha pubblicato il 27 febbraio scorso le statistiche sul successo di «La rivolta di Atlante» registrato da Amazon, la compagnia di distribuzione libraria via internet. Il grafico redatto dall'associata TitleZ.com rivela che le massime punte di vendite dalla fine del 2007 all'inizio del 2009 hanno coinciso con gli interventi pubblici in soccorso della finanza statunitense e mondiale in crisi: nel settembre di due anni fa con la riduzione dei tassi di interesse delle banche centrali, un mese dopo con i vani tentativi di rifinanziare i subprimes, nell'ottobre del 2008 con i salvataggi delle grandi banche d'affari e lo scorso febbraio con gli stimoli fiscali promossi da Obama e approvati dal Congresso. Se ne deduce che una parte minoritaria, non esattamente quantificabile, dell'opinione pubblica statunitense è decisamente contraria a questi interventi statali di presunta impronta socialista, anzi comunista, trova conforto e ispirazione ideologica nel romanzo di Ayn Rand ed è pronta a battersi contro i promotori degli interventi stessi anche con i metodi insurrezionali e antidemocratici profeticamente anticipati dalla scrittrice.

Quotidiani come The American Indipendent, il Guardian e il Washington Post hanno dedicato ampio spazio alla rinnovata popolarità dell'opera trattando peraltro il fenomeno come un'anomala, esasperata conseguenza della disfatta repubblicana di novembre: gli oltranzisti di estrema destra, cioè, avrebbero avuto il sopravvento sull'ala cosiddetta moderata del partito. Una certa apprensione è emersa negli ambienti dell'amministrazione democratica: un portavoce ha commentato che probabilmente le statistiche di Amazon erano truccate dall'acquisto di un gran numero di copie da parte di organizzazioni neo-cons come la Richard Scaife Foundation. Qui non si tratta comunque di qualche centinaio ma di centinaia di migliaia di copie vendute questo anno che si aggiungono ai sei milioni dell'ultimo mezzo secolo. E Hollywood ha messo in cantiere una sua versione cinematografica affidando il principale ruolo femminile a Angelina Jolie. Non è quindi un prodotto librario cult riscoperto da pochi esaltati e conta fino ad un certo punto, a dire il vero, che ne siano stati entusiasti due presidenti come Ronald Reagan e George W. Bush, il primo assiduo e ripetitivo lettore di «Tarzan delle scimmie» e l'Iq (Quoziente d'Intelligenza, nota mia) del secondo descritto dalla columnist Molly Ivins in così rapida decrescita da richiedere l'innaffiamento due volte al giorno di quel cervello nell'ufficio ovale della Casa Bianca. Ben altri estimatori hanno esercitato un'influenza diretta nella gestione della cosa pubblica negli Stati Uniti e in Europa: basterà citare l'ex primo ministro britannico Margaret Thatcher e l'ex-presidente della Federal Reserve, la banca centrale Usa, Alan Greenspan. È quindi opportuno ricordare cosa è l'oggetto di questo revival che imperversa un giorno sì e l'altro pure nei programmi televisivi della Fox News e negli osannanti sproloqui di commentatori politici di estrema destra come Rush Limbaugh.

Ayn Rand, morta nel 1982, è il nome d'arte di Alisa Zinov'evna Rosenbaum, una cittadina russa emigrata in giovane età negli Stati Uniti. I suoi primi romanzi anticomunisti e filosofici ebbero più successo in Europa che negli Stati Uniti: da We the living la Scalera Film durante il regime fascista trasse due film, «Noi vivi» e «Addio Kira», con Alida Valli e Andrea Checchi. Il primo successo sul mercato americano arrivò nel 1943 con The Fountainhead; «La Fonte Meravigliosa» venne portato sugli schermi da Gary Cooper che interpretò il ruolo di un architetto individualista e da tutti contrastato per l'indomita adesione ai suoi ideali. È il prototipo di tutti gli altri eroi «randiani», tutti d'un pezzo, granitici, senza chiaroscuri, ad una dimensione e piatti come sogliole: com'è piatta e priva della minima dialettica la cosiddetta «filosofia oggettivista» di Ayn Rand, un miscuglio di un male orecchiato Friedrich Nietsche, di John Locke, di Spinoza e di Tommaso d'Aquino, il tutto frullato in una vetriolica componente antikantiana e in un'esaltazione dell'egoismo e della felicità attraverso la ricchezza, prova ultimativa del successo individuale. Componente essenziale di questo guazzabuglio lo sprezzo totale per il collettivismo, la solidarietà, lo statalismo e ogni forma di socialismo considerata nefasta per lo sviluppo creativo del genio umano.

Tutti questi pseudoconcetti, come li avrebbe definiti Benedetto Croce, vengono coagulati in Atlas Shrugged del 1957: un successo trionfale in un'America che stentava ad uscire dall'incubo maccartista (sei anni prima la signora Rand aveva deposto due volte davanti al sottocomitato del Congresso per le Attività Antiamericane presieduto dal senatore del Wisconsin e aveva spifferato i nomi dei comunisti veri o presunti tali che lavoravano come sceneggiatori e registi nel cinema hollywoodiano).

Il protagonista di «La rivolta di Atlante» è l'industriale John Galt che racchiude in sé tutti i valori così descritti dalla narratrice: «L'uomo come essere eroico, con la sua felicità individuale come scopo morale della vita, il successo produttivo quale sua nobile attività, la ragione elevata a proprio unico assoluto, in altri termini il membro più autorevole di qualsiasi società». E cosa ti combina questo John Galt? In una società americana la cui economia si avvia al collasso a causa dei soffocanti controlli governativi sulle finanze e sull'industria, guida uno sciopero dei capitalisti che trovano rifugio nelle montagne del Colorado - Aspen e dintorni - difesi da uno scudo olografico di loro invenzione.

Gli Stati Uniti vanno in rovina, scoppiano guerre civili e mondiali, criminalità e sanguinose quanto inutili repressioni delle moltitudini di «parasites» e di «moochers» in rivolta. «Parassiti» e «fannulloni» non sono forse termini del signor Brunetta, in voga oggi in tutti gli ambienti governativi italiani? E il merito conquistato dall'uomo che si è fatto da sé accumulando ricchezze con genialità imprenditoriale non è l'attributo autoreferenziale di Silvio Berlusconi? E il signor Stefano Magni non ha descritto questa affabulazione come «un raro esempio di coerenza» sul sito del Dipartimento Formazione di Forza Italia?

Sembra che i berluscones abbiano mandato a memoria le mille pagine di «La rivolta di Atlante» e che si augurino di trasformare in realtà la sua conclusione che è la seguente: i reprobi - burocrati governativi, sindacalisti e altruisti sinistroidi della malora - si pentono amaramente dei «lacci e laccioli» imposti all'economia americana e implorano grazia a John Galt che impugna generosamente le redini del potere e salva gli Stati uniti, il mondo e l'intero genere umano da una catastrofe ultimativa.

Alcuni anni fa quando incominciarono a moltiplicarsi negli Stati Uniti fondazioni e associazioni dedite alla promozione della filosofia romanzata di Atlas Shrugged, Noam Chomsky definì Ayn Rand «uno dei personaggi più perversi della storia intellettuale moderna» e Gore Vidal si beccò una querela per diffamazione aggravata per aver attribuito alla signora un'afflizione da dementia praecox. Gore Vidal, raggiunto telefonicamente ieri in California, ci ha detto di non aver cambiato idea: «Questo libro - ha aggiunto - è diventato la bibbia del fascismo e dell'anticomunismo americani. Il guaio è che i miei connazionali non hanno la minima idea di cosa siano il fascismo e tanto meno il comunismo. Ecco perché il revival di questo indigesto polpettone ideologico è pericoloso».

Il pericolo è rappresentato dallo spazio concesso dai mass media alle farneticazioni di personaggi come l'attore Chuck Norris interprete della serie televisiva «Walker Texas Ranger» di cui George W. Bush ha finalmente il tempo di riguardarsi tutti gli episodi: Norris professa un odio illimitato per Barak Obama, vuole occupare l'inesistente posizione di presidente del Texas e guidare una rivolta dei giusti contro l'Amministrazione democratica. Contro il blando socialismo da nonna Speranza di Obama si scatena ogni giorno sul forum web Free Republic - centinaia di migliaia di internauti - un altro randiano, Jim Robinson, che proclama: «Abbiamo installato alla Casa Bianca un simpatizzante comunista: non so se abbia in tasca la tessera dei commies ma è certo che è un marxista di estrema sinistra, anticapitalista e antiamericano. Il problema è questo: se lo chiamiamo un traditore da impiccare al più alto pennone, ci piombano addosso i servizi segreti». E sulla rete televisiva Fox News, che durante la campagna elettorale ha sparato a zero su Obama, il celeberrimo commentatore Sean Hannity ha chiesto sul suo sito web ad un pubblico adorante se per abbattere il neo-presidente preferissero un colpo di Stato, una ribellione armata o la guerra di secessione degli Stati ancora sotto controllo repubblicano: prima che il sondaggio venisse interrotto per presunti motivi tecnici, la maggior parte degli interpellati si era dichiarata a favore della ribellione armata.

Una magra consolazione: è aumentato di qualche centinaio il numero degli studenti che si sono iscritti alle undici facoltà americane di studi marxisti, e l'editore tedesco Karl-Dietz con succursali negli Stati Uniti ha annunziato di aver venduto a gennaio e febbraio 1.500 copie di Das Kapital, 1.300 in più dell'intero 2008.


19 Marzo 2009 dc, da www.nogod.it pubblicato il 10 Marzo (ho tolto i caratteri presenti, evidentemente, nelle fonti originali perché le stesse non sono citate in modo chiaro da NoGod, cancellature e correzioni in rosso sono mie):

Allarme rosso!

Una sentenza della Cassazione rischia di mettere il bavaglio al libero dibattito sulla religione :" Cassazione: discussioni online, 'Non vale principio libertà di stampa'

-Le discussioni che avvengono su siti on line non possono godere della stessa tutela riservata alle testate giornalistiche, come la garanzia della libertà di stampa. Lo ha stabilito la Cassazione, che in una sentenza ha confermato la legittimità del sequestro di alcune pagine web del sito dell’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori (Aduc) nel quale erano contenuti messaggi dei partecipanti a un forum di discussione sulla religione cattolica che la magistratura di Catania aveva ritenuto offensivi verso il comune sentimento religioso.

Ma cè anche di peggio, leggete qui che piattino ci stanno preparando se ci azzardiamo a dire che anche l’Islam è una delle tante menzogne della Menzogna Globale. Ma noi continueremo a dirlo!

Analisi di Christopher Hitchens dal titolo "Se l’Onu vieta di criticare l’Islam" sulla Risoluzione 62/154 delle Nazioni Unite sulla "Lotta alla diffamazione delle religioni", che garantisce a queste ultime l’immunità dalle "offese". Dal Corriere della sera del 10/03/09.

La religione musulmana avanza pretese particolarmente ambiziose.

Tutte le religioni lo fanno, è ovvio, in quanto rivendicano la conoscenza della volontà di un essere supremo e se ne fanno interpreti esclusive. Ma solo l’Islam si dichiara depositaria della rivelazione ultima e finale della parola di Dio, l’eccelsa somma di tutti gli spiragli di verità concessi alle altre fedi, a portata di tutti i credenti grazie al testo inscalfibile e immutabile della «recitazione», o Corano.

Se si ha talvolta l’impressione di avvertire, in tale pretesa, echi implicitamente assolutisti o persino totalitari, questo potrebbe derivare non da una lettura intransigente del libro sacro bensì dalla religione stessa. Oggi sono i cosiddetti musulmani tradizionali, raggruppati nell’Organizzazione della Conferenza Islamica, a chiedere alle Nazioni Unite non solo di consentire all’Islam di proclamare verità inconfutabili, ma anche di tutelarlo ufficialmente da qualsiasi critica o divergenza di opinione.

Benché redatta in termini che ricalcano il linguaggio dei diritti umani e della condanna di ogni discriminazione, la Risoluzione 62/154 delle Nazioni Unite, non vincolante, sulla «Lotta alla diffamazione delle religioni», in realtà si propone di estendere la protezione non agli esseri umani, bensì alle idee ed opinioni, garantendo esclusivamente a queste ultime l’immunità dalle «offese». La prefazione del testo è infarcita di falsità che ormai non fanno più ridere, come nel seguente passaggio, in cui si dichiara che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: «Ribadisce l’importanza di sviluppare contatti ad ogni livello allo scopo di approfondire il dialogo e favorire la comprensione tra diverse culture, religioni, credenze e civiltà, e accoglie a questo proposito la Dichiarazione e Programma di azione adottato dall’incontro ministeriale sui diritti umani e la diversità culturale del movimento dei Paesi non allineati, tenutosi a Teheran il 3 e 4 settembre 2007».

Si capisce subito a che cosa si vuole arrivare (mi rammarico di non aver potuto partecipare a questo incontro per riferire direttamente sulle sue ricche e variegate sfumature culturali, ma il visto mi è stato negato). Le clausole che seguono il preambolo ampolloso appaiono ancor più tendenziose e i toni si fanno perentori con il delinearsi della risoluzione vera e propria. Per esempio, il Paragrafo 5 «esprime la profonda preoccupazione che l’Islam venga frequentemente ed erroneamente associato alle violazioni dei diritti umani e al terrorismo», mentre il Paragrafo 6 «sottolinea con crescente sdegno l’intensificarsi della campagna di diffamazione delle religioni e degli appartenenti alle minoranze musulmane in seguito ai tragici eventi dell’11 settembre 2001».

Avete capito come funziona il trucco? Nelle stesse settimane in cui la risoluzione viene presentata alle Nazioni Unite per il rinnovo annuale, il principale Paese promotore dell’iniziativa (il Pakistan) firma un accordo con i talebani per chiudere le scuole femminili nella valle di Swat (a meno di 200 km dalla capitale Islamabad) e imporre ai suoi abitanti la Sharia, o legge islamica. Questa capitolazione è conseguenza diretta di una campagna di inaudite violenze e intimidazioni, comprese le decapitazioni pubbliche, ma è vietato menzionare la religione dei responsabili di tante atrocità, per evitare che la fede venga «associata» alle violazioni dei diritti umani e al terrorismo. Nel Paragrafo 6 si avverte il tentativo esplicito di confondere l’etnia con la religione. Tale insinuazione (che per inciso respinge gli attentati criminali dell’11 settembre, di palese ispirazione religiosa, come semplici «tragici eventi») è in realtà essenziale all’intero progetto. Se si riesce ad abbinare razza e religione, allora la condanna indiscussa della discriminazione razziale potrà essere subdolamente estesa anche alla discriminazione religiosa. È una mossa goffa, ma funziona: la prova del suo successo è il termine assurdo e inutile di islamofobia, oggi di uso corrente come arma di ricatto morale.

Per chiarezza, la fobia è una paura o un’avversione istintiva e invincibile per qualcosa. Ma alcuni di noi sanno spiegare con relativa calma e lucidità perché ritengono che la «fede» sia la più sopravvalutata delle virtù. (E non chiamateci «fobici», altrimenti protesteremo anche noi per l’«offesa»). L’intero scenario sarebbe molto meno intricato e confuso se il Pakistan, mettiamo, non insistesse nell’affermazione assurda e ripetutamente screditata che la religione possa determinare la nazionalità. Sono proprio queste rozze fusioni — che cosa distingue un saudita da un pachistano, la religione o l’etnia? — a suggerire una sovrapposizione tra religione e razza.

Sarebbe di grande aiuto se gli hadith musulmani non prescrivessero la pena di morte per coloro che rinunciano all’Islam: ciò permetterebbe, anzi, di distinguere il credente sincero dall’ipocrita, e (nel caso delle donne con il velo o il chador) chi agisce con convinzione da chi subisce le pressioni della famiglia.

Anziché fare ordine in casa propria e affrontare questioni ben più gravi, come il massacro dei musulmani sciiti per mano dei musulmani sunniti (e viceversa), la profanazione dei luoghi sacri musulmani da parte di malfattori musulmani, la discriminazione contro i musulmani Ahmadi da parte degli altri musulmani, la Risoluzione delle Nazioni Unite si propone di allargare l’area dell’oscurantismo dalla sua attuale patria nel mondo islamico fino al cuore delle democrazie post-illuministiche, dove sono gli individui a vantare diritti, non le religioni. Andiamo a vedere dove ci porta il Paragrafo 10. Dopo aver elogiato superficialmente il diritto alla libertà di espressione, si afferma che «l’esercizio di tale diritto comporta doveri e responsabilità speciali e pertanto potrà essere soggetto a limitazioni imposte dalla legge o rese necessarie per il rispetto dei diritti e della reputazione altrui, per la sicurezza nazionale e la tutela dell’ordine pubblico, della salute pubblica, della morale e del rispetto per le fedi e le credenze religiose». Il pensiero sepolto in questa prosa tanto stereotipata è orrendo quanto la lingua che lo esprime e significa: attenti a come parlate, perché è nostra esplicita intenzione incriminare tutte le opinioni che dissentono dall’unica vera fede. E poi non dite che non siete stati avvertiti.


19 Febbraio 2009 dc, da www.repubblica.it :

Staccò il crocifisso dal muro

prof sospeso per un mese

È arrivata la decisione dell'Ufficio scolastico regionale umbro

Franco Coppoli ha preso una pena maggiore di colpevoli di molestie

di Salvio Intravaia

Il docente "reo" di avere staccato il crocifisso dal muro durante le sue lezioni è stato sospeso per un mese. La notizia è stata confermata dallo stesso insegnante pochi minuti fa. Franco Coppoli, docente di Italiano e Storia presso l'istituto professionale Casagrande di Terni, sta già scontando la "pena" inflitta dal direttore dell'Ufficio scolastico regionale dell'Umbria, Nicola Rossi, che gli ha notificato la sanzione disciplinare a causa della quale sarà costretto a stare lontano dalle sue classi e a rinunciare allo stipendio per trenta giorni.

Una settimana fa, il massimo organo di disciplina a livello nazionale (il Consiglio nazionale della pubblica istruzione) aveva ascoltato le ragioni del prof che evidentemente non è stato abbastanza convincente: il Cnpi ha infatti proposto la sanzione di un mese di sospensione. Un provvedimento abbastanza duro che non ha precedenti tra il personale della scuola. Basti pensare, come ha rilevato nel 2006 la Corte dei conti, che fino a pochi anni fa docenti e bidelli condannati dalla magistratura ordinaria per violenza sessuale nei confronti dei propri alunni se la sono cavata con sospensioni dal servizio da uno a dieci giorni. Discorso analogo per una preside condannata dalla magistratura per 'peculato, truffa, abuso d'ufficio e falsità ideologicà che è stata sospesa per 31 giorni.

Ma, dopo il giro di vite dell'ex ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, è tutta un'altra cosa: staccare il crocifisso dal muro durante la lezione può costare un mese di sospensione dal servizio. La vicenda inizia lo scorso mese di settembre, quando Coppoli si trasferisce da Bologna a Terni. Il docente, "rivendicando la libertà di non fare lezione sotto un simbolo appeso di una specifica confessione religiosa dietro la cattedra, invocando la libertà di insegnamento, la libertà religiosa e la laicità dello Stato e della scuola pubblica previste dagli articoli costituzionali", decide di staccare il crocifisso dal muro durante le sue lezioni. All'inizio la cosa non sembra creare problemi, ma dopo qualche settimana gli studenti si riuniscono in assemblea e "a maggioranza", ci tiene a sottolineare Coppoli, decidono che nelle classi il simbolo religioso deve stare alla parete.

Ma il prof non si arrende e, durante le lezioni di Italiano e Storia, continua a staccare dal muro il crocifisso per rimetterlo al proprio posto prima di uscire dalla classe. A questo punto interviene il preside, Giuseppe Metastasio, che intima al professore di non rimuovere il crocifisso che fa attaccare al muro con un tassello. Ma Coppoli non si dà per vinto e non appena entra in classe stacca ugualmente dalla parete il simbolo religioso prima di iniziare la lezione. Il braccio di ferro continua per diversi giorni e durante un Consiglio di classe volano parole grosse fra il docente e il preside e quest'ultimo decide di sporgere querela per diffamazione. E di fronte all'ennesimo "atto di insubordinazione" il dirigente scolastico decide di denunciare il docente "disubbidiente" al Consiglio nazionale della pubblica istruzione (Cnpi).

Il resto è storia recente. L'11 febbraio scorso l'organo di disciplina convoca il docente difeso dai Cobas della scuola e dopo averlo ascoltato propone una un mese di sospensione. Il Cnpi passa quindi la patata bollente al direttore dell'Ufficio scolastico regionale, Nicola Rossi, che avalla il provvedimento. "E' un fatto gravissimo - commenta Piero Bernocchi, dei Cobas della scuola che hanno difeso il docente - Il Cnpi - continua Bernocchi - si è dimostrato più reazionario della magistratura che ha recentemente assolto il giudice che si rifiutò di fare udienza col crocifisso in aula".


17 Febbraio 2009 dc:

da http://www.repubblica.it/

Cade l'accusa di omissione di atti d'ufficio e la condanna a sette mesi per il magistrato di Camerino

La Suprema corte stabilisce che "il fatto non sussiste" e annulla senza rinvio

Rifiutò di fare udienza col crocifisso in aula

la Cassazione assolve il giudice Tosti

Parla il protagonista: "Con la sentenza di oggi fatto un grande passo avanti

ma ora dovrò proseguire la mia battaglia per essere reintegrato in servizio"

ROMA - Cade l'accusa di omissione di atti d'ufficio contestata al giudice di Camerino Luigi Tosti, che si rifiutò di tenere udienze nelle aule di giustizia dove sono esposti crocifissi. La sesta sezione penale della Cassazione ha infatti annullato senza rinvio "perché il fatto non sussiste" la condanna a 7 mesi di reclusione e un anno di interdizione dai pubblici uffici inflitta al magistrato nel maggio 2007 dalla Corte d'Appello dell'Aquila.

E poco dopo è arrivato il commento del diretto interessato. Secondo il quale con la sentenza di oggi si è fatto "senz'altro un passo enorme in avanti, ma il problema che resta è il rispetto della laicità, osservato da tutti fuorché dai cattolici". "Credo che la Corte - ha proseguito Tosti - abbia accolto il motivo di insussistenza di reato, per il fatto che non c'è stata nessuna udienza omessa perché sono stato sostituito, ma per questo dovrò vedere le motivazioni".

All'inizio dell'udienza la difesa del giudice aveva rinnovato la richiesta di rimuovere, non solo in Cassazione ma in tutte le aule di giustizia, i crocifissi ed ogni simbolo appartenente alla religione cattolica. Ma la Sesta sezione penale ha respinto l'istanza. Invece il sostituto procuratore generale della Suprema Corte Vincenzo Geraci aveva sollecitato l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata, sottolineando che in ogni caso la condotta di Tosti non aveva impedito lo svolgimento delle udienze, poiché era stato sostituito da un altro giudice.

Ma i giudici della Sesta sezione penale, presieduta da Giorgio Lattanzi, hanno deciso per l'annullamento della sentenza senza però rinvio, ritenendo che "il fatto non sussiste" e quindi non ci sarebbe stata omissione d'ufficio da parte di Tosti.

Il magistrato è sospeso da qualche anno dalle funzioni ed è sottoposto anche ad un procedimento disciplinare, ancora pendente al Csm, relativo proprio alle proteste per il crocifisso. "Per questo - ha concluso Tosti - ora dovrò portare avanti la mia battaglia in sede disciplinare, poiché non è automatico che dopo la sentenza di oggi venga reintegrato nel servizio".


Da Internazionale del 13 Febbraio 2009 dc:

Una società più umana

Le persone hanno diritto di credere in quello che vogliono. Ma la fede non dev’essere mai anteposta alla legge. L’opinione di una filosofa britannica

Mary Warnock, The Observer, Gran Bretagna

Per decidere sulla morte di Eluana Englaro i tribunali italiani hanno impiegato più tempo di quanto ne impiegò la camera dei Lord per esprimere un giudizio simile sul caso di Tony Bland nel 1993. Ma non c’è da sorprendersi. Il contesto religioso è diverso e, quando si tratta della vita e della morte, la religione ha un ruolo importante. I casi, invece, sono molto simili. Ai due giovani, rimasti gravemente feriti in un incidente, i medici avevano diagnosticato uno stato vegetativo permanente: Englaro è vissuta così per 17 anni, Bland per due.

I familiari e gli amici chiedevano l’autorizzazione a lasciarli morire. Nel caso di Bland i medici sostenevano di avere il dovere di tenerlo in vita. La corte d’appello britannica, però, stabilì che è legale interrompere le cure a un paziente quando si rivelano inutili. Perciò l’alimentazione e l’idratazione artificiali potevano essere interrotte. La corte d’appello italiana ha seguito la stessa linea. Nel tentativo di ribaltare il parere dei giudici, il papa ha invocato il principio, essenzialmente religioso, della santità della vita, cercando di trasformare l’Italia in una teocrazia dove nessuna legge è valida se non è accettata dalla religione. Ma il principio della santità della vita, tutelato o meno dalla legge, ha un valore morale così forte da vincere sulla compassione e sul buon senso? Nessuno può negare che la vita abbia un valore enorme. Ma non si può parlare di vita umana se non c’è qualcuno che la vive. Quando un paziente non ha più speranza di tornare a vivere come prima, bisogna prendere in considerazione altri valori, compresa la sofferenza dei familiari. L’idea che un figlio in stato vegetativo possa sopravvivere ai suoi genitori è insopportabile. Ed è una questione importante quando si decide di prolungare cure inutili.

Si parla della santità della vita solo quando si discute se abbreviare un’esistenza piena di dolore. I cattolici credono che la vita di ogni embrione sia sacra, ma non si oppongono alle guerre “giuste”. Queste eccezioni al principio della santità della vita sono state a lungo tollerate dalla chiesa. Non è vero, quindi, che la vita è un dono divino e che solo Dio può decidere se portarla via. Anche se questo fosse un principio assoluto, c’è da chiedersi se sia giusto prolungare una vita con un intervento medico oppure accettare

il destino deciso da Dio attraverso un attacco di cuore o un’infezione che senza cure mediche sarebbero fatali.

Dobbiamo sostenere la libertà di religione. Le persone hanno il diritto di credere in quello che vogliono e di seguire i precetti della loro fede, ma la fede non dev’essere imposta a chi non la condivide. E, soprattutto, dobbiamo opporci all’idea che le credenze religiose contino più della legge. È la legge che tiene insieme la società e, come esseri umani, non possiamo farne a meno. Speriamo che l’Italia non perda la sua umanità.

Mary Warnock, 84 anni, è una filosofa morale britannica. Siede alla camera dei Lord.


7 Febbraio 2009 dc, caso Eluana Englaro

Bastardo, criminale, delinquente, reazionario!

Questi sono gli appellativi che rivolgo ad una delle massime "autorità" di questo nostro infelice Paese. Lascio a voi immaginare a chi mi rivolgo.....

Jàdawin di Atheia


13 Gennaio 2009 dc, da Libero www.libero.it (in rosso i miei commenti e le correzioni):

Bus atei a Genova

"Dio non esiste". Dopo Londra, Washington e Barcellona anche nella città ligure due mezzi di trasporto pubblico diffonderanno il messaggio lanciato dall'Unione atei. Come se fosse un detersivo. Ti sembra corretto? Non si tratta di un detersivo, ovviamente, come gli sciocchi giornalisti vogliono insinuare, e la risposta è, sembra ombra di dubbio, SÍ

Atei di tutto il mondo, unitevi. Nell'era della velocità, del just in time, anche l'ateismo sente il fiato della modernità. Dopo la Spagna, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l'Australia sbarcano a Genova i "bus atei". L'affondo sembra indirizzato proprio al cardinale Bagnasco, capo dei vescovi italiani, la cui sede è, guarda caso, proprio Genova. «La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno» è la scritta che si potrà leggere sulla parte posteriore di due bus che dal 4 febbraio gireranno nel capoluogo ligure.

L'insolita iniziativa è firmata Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaas) (riescono pure a sbagliare una sigla così facile). Ora l'ateismo si "diffonde" come un qualsiasi messaggio pubblicitario. «La campagna è una specie di sfida atea in casa di Bagnasco - ha dichiarato Raffaele Carcano, segretario generale Uaar -. Dopo le polemiche sul gay pride di Genova, reo di essere stato fissato per il 13 giugno, giorno del Corpus Domini, e dopo le parole di Bagnasco per ostacolare lo svolgimento della manifestazione, dopo le frequenti uscite del cardinale in materia di scienza, diritti, riproduzione, l`Uaar ha deciso di riprendersi un po` di par condicio. E di fare pubblicità all`incredulità».

Intervistato sull'iniziativa il sacerdote don Andrea Gallo ha commentato che "è interessante, stimola altri a meditare, a riflettere e a rispondere senza offese o insulti. A chi la propone risponderei così: Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati, cerchiamolo insieme tra gli ultimi, lo dico anche a me stesso".

Proprio ieri è partita a Barcellona la campagna del "bus ateo", che dopo la Gran Bretagna arriva anche in Spagna. I bus delle due linee metropolitane della capitale catalana, 14 e 41, recheranno cartelloni con la scritta "Probabilmente Dio non esiste. Smettila di preoccuparti e goditi la vita". L'iniziativa, già annunciata la scorsa settimana, dovrebbe giungere presto anche a Madrid ed è finanziata dall'Unione degli atei e liberi pensatori della Catalogna, che ha già raccolto 15.550 euro per questa campagna. La curiosa iniziativa non mancherà di accendere discussioni e dibattiti.

Un modo giusto di difendere le proprie idee o una carnevalata mediatica? Che sia una guerra persa quella intrapresa dagli atei se l'uomo più potente del pianeta, il nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama invocherà il nome di Dio durante il giuramento del 20 gennaio? Non necessariamente. Alcuni gruppi di atei hanno intentato un'azione legale presso un tribunale federale per bloccare qualsiasi riferimento alla fede durante le cerimonie inaugurali. Tu, che ne dici? (Non perdete tempo nel leggere i commenti inseriti nel sito: per la maggior parte non ne vale, come al solito, la pena...)

Siccome però siamo un Paese del cazzo, andiamo a vedere come è proseguita la vicenda:

15 Gennaio 2009, da www.repubblica.it

Genova, la discussione teologica divide le sigle sindacali dell'azienda di trasporto pubblico

Polemica a distanza tra il sindaco Vincenzi e il presidente dei senatori di An Gasparri

Ateo-bus, la rivolta degli autisti

"No alla scritta, obiezione di guida"

di Donatella Alfonso

GENOVA - Contro "l'ateobus" arrivano gli obiettori di guida, pardon di coscienza. Il sindacato confederale Faisa-Cisal, che conta 900 iscritti tra i 1700 autisti dell'Amt, l'azienda di trasporto pubblico di Genova, è pronto a sostenere i lavoratori che, facendo riferimento alle proprie convinzioni religiose e di coscienza, rifiutassero di mettersi alla guida dei due bus che, almeno nelle intenzioni dell'Uaar, l'unione degli atei, agnostici e razionalisti, dovrebbero percorrere le strade di Genova dal 4 febbraio e per un mese intero, portando sulle fiancate lo slogan "La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno".

"Alcuni colleghi hanno espresso dei dubbi, ma come sindacato ci sembra fuori luogo una scritta del genere, che tocca le coscienze non solo dei cattolici. Perciò se qualcuno si rifiuterà di salire su questo bus, noi lo appoggeremo" spiega Mauro Nolaschi, segretario ligure della Faisa. Io che sono anti-milanista mi aspetto altrettanta solidarietà alla mia decisione di non salire sui treni della metropolitana milanese interamente dedicati al Milan! Decisione a cui mi attengo di fatto quando viaggio da solo....

La discussione teologica divide le sigle sindacali in maniera bipartisan: non solo la Cgil, ma anche l'Ugl, alzano le spalle. "Ci sono problemi concreti dei lavoratori e del mondo, di cui occuparsi" ribatte gelido Guido Fassio della Filt Cgil (bravo compagno!, complimenti!), mentre Serafino Carloni dell'Ugl la butta sul pragmatico: la pubblicità porta soldi all'azienda, e questo servirà anche al personale (e questo almeno è pragmatico, e se ne infischia di altri aspetti).

Bruno Sessarego, presidente di Amt, obietta: "Nei regolamenti aziendali non c'è traccia dell'obiezione di coscienza. Potremo riformularli, ma per il momento non abbiamo preso alcuna decisione. Aspettiamo anche che la concessionaria di pubblicità veda i bozzetti della campagna, lunedì prossimo: saranno loro, in base al codice di autodisciplina pubblicitaria, a dire se sia accettabile o meno".

Dal canto suo Marta Vincenzi, sindaco a capo di una coalizione di centrosinistra, conferma: nessuna censura. "La linea del Comune di Genova è difendere democrazia e laicità in una città con una forte presenza della Chiesa e di personalità intelligenti come il cardinale Bagnasco; non il laicismo (oh, brava, finalmente ti sei scoperta!). La pubblicità degli atei è senza dubbio una provocazione, ma non è riferita a nessuna religione particolare, né Cristo, né Buddha, né Allah. Perciò è importante difendere la libertà di espressione (e qui un colpo al cerchio ed uno alla botte...ma senza imporsi e lasciando decidere alla concessionaria di pubblicità, praticamente lavandosene le mani); noi lo facciamo ospitando il Papa e dicendo sì anche al Gay Pride come alla costruzione della moschea".

E a Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di An che l'aveva attaccata, ribatte: "Regalerei volentieri a Gasparri una piccola biblioteca sulla filosofia di base, mentre il regalo più grande che può farmi lui è non intervenire nella vita sociale di Genova. Non spetta a me dire sì o no ai bus con la pubblicità degli atei, ma neppure censurare chi non offende nessuno".

Dura replica di Gasparri, che forse teme un "lancio" di libri filosofici: "Non accetto le minacce della Vincenzi e le comunico che presto mi recherò a Genova per esprimere l'indignazione della gran parte degli italiani per questa pessima iniziativa che lei cerca di difendere con argomentazioni pseudo filosofiche scadenti come la sue persona" (il fascista arrogante di sempre, offensivo e volgare, si svela ad ogni occasione). E mentre tace ancora il cardinale Bagnasco in pellegrinaggio a Fatima, il segretario generale dell'Uaar Raffaele Carcano gongola. "Abbiamo raggiunto quasi 8000 euro di donazioni, il costo della campagna; pensiamo di estenderla. Se verrà bloccata, ci dovranno spiegare perché si può dire che Dio esiste e non il contrario...".(Non te lo spiegano, caro Carcano, usano altre argomentazioni.....)

Ed ecco come è andata a finire, solamente due giorni dopo:

17 Gennaio 2009 dc da www.repubblica.it

Stop agli ateo-bus Slogan offensivi esulta la Chiesa

GENOVA - L' Ateo-bus resta in rimessa: la concessionaria di pubblicità accoglie il pressante invito della Curia e per le strade di Genova non viaggeranno mezzi pubblici "provocatori". Ecco un altro esempio di servilismo ed opportunismo vergognosi. Nello stesso giorno l'amministrazione comunale della città decide di concedere la sponsorizzazione al Gay Pride nazionale anche se chiede agli organizzatori di spostare la data, già fissata in coincidenza del Corpus Domini. E, tra le motivazioni, il sindaco Marta Vincenzi spara una carta a sorpresa: «Non vorremmo dover imporre ai gay cattolici una scelta dirompente tra il Pride e la processione».

Giornata campale, tra sesso e fede, per il capoluogo ligure. Al mattino è Fabrizio Du Chene, amministratore delegato della IGP, concessionaria della pubblicità sui mezzi pubblici genovesi (e su quelli di tutta Italia) a chiudere il primo capitolo, quello degli ateo-bus ("La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno"): «Ci sono due articoli del codice di autodisciplina che rendono impossibile la campagna: l'articolo 10 - la pubblicità non deve essere offensiva E non lo è affatto!- e l' articolo 46 - le campagne sociali non devono ledere gli interessi di alcuno Dimostrateci, imbecilli, in che modo vengono lesi gli interessi della Chiesa e dei cattolici!. Non si tratta di seguire, o meno, le indicazioni della Chiesa ma no, figuriamoci, e chi lo ha mai pensato!: noi ci muoviamo autonomamente e applichiamo sempre il nostro codice. Succede per la pornografia, succede anche in questo caso. E poi, francamente, mi pare che l' Unione atei abbia raggiunto il suo obiettivo. E senza spendere un euro».

È un no definitivo? «La decisione è questa - risponde l' Igp - e costituisce anche un precedente: noi operiamo in tutta Italia, siamo soliti darci delle regole e rispettarle». Tace il presidente della Cei (e arcivescovo di Genova) Angelo Bagnasco - in viaggio da Fatima - ma gongola monsignor Marco Granara, rettore del Santuario della Guardia: «Una minoranza di quaranta persone ha tenuto sveglia l' intera nazione su un tema che, in fondo, non è loro» Si dimentica, il subumano, che secondo le stesse statistiche della Chiesa Cattolica gli ateoagnostici in Italia sono calcolati dai 9 ai 14 milioni: saranno 40 gli attivisti dell'UAAR di Genova, ma rappresentano idealmente tutti gli atei-agnostici, anche quelli silenziosi ed indifferenti. L'Uaar, attraverso il suo segretario generale, Raffaele Carcano, ribatte: «Biancheria intima e villaggi vacanze sì, ma guai a chiedere uno spazio pubblicitario per dire che Dio non esiste. In questo Paese non c'è spazio per dichiararsi atei, pena la censura». Qualcosa, invece, potrebbe cambiare sul Gay Pride. Assicurato il patrocinio culturale del Comune alla manifestazione, il sindaco Marta Vincenzi ha chiesto agli organizzatori un incontro urgente, la prossima settimana. «I problemi, nel caso di una sovrapposizione con il Corpus Domini, sono notevoli - ragiona il sindaco - Esistono problemi logistici, esiste una questione di vigili urbani (non ne abbiamo abbastanza per tutelare entrambe le manifestazioni contemporaneamente) e non vorremmo provocare problemi di coscienza nei gay cattolici». A sorpresa i gay dimostrano una disponibilità totale, anche all'ipotesi di cambiare data: «Lo abbiamo detto dall' inizio, la nostra disponibilità a discutere di tutte le questioni organizzative (percorso, disponibilità delle piazze, supporto tecnico, la stessa data) è completa. Tutto il movimento LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuati) punta ad arrivare, quanto prima, a una decisione condivisa. Per il sindaco è la doppia dimostrazione che «Genova è una città aperta: l'Uaar ha ottenuto una straordinaria pubblicità (sì, e che se ne fa?), con gli organizzatori del Pride c'è un confronto aperto e alla luce del sole, nel rispetto di tutti». Alla faccia del rispetto!

MICHELA BOMPANI RAFFAELE NIRI


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