Politica e Società-14

(ateismo e agnosticismo inclusi...)

2017 dc

commenti, contributi e opinioni

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kynoos@jadawin.info

Ho unificato le due precedenti pagine di Politica e Sociale perché, in fondo, si occupavano degli stessi temi. Per non appesantirne il peso nel sito le ho numerate progressivamente a partire da quella con notizie e fatti più vecchi.

In questa pagina ci sono testi con data fine 2016 o 2107 dc, pubblicati in questo sito nel 2017 dc, il più recente all'inizio della pagina, in alto.À


Da Hic Rhodus l'8 Settembre 2017 dc:
No al velo. No ai simboli divisivi. Sì all'inclusione laica

di bezzicante

(mia nota in rosso all'interno)

Prima parte – Le ragioni del “No” in breve

(seguirà una seconda parte giustificativa più dotta…)

Mi ripeterò, cosa ci volete fare… Mi ripeterò. Devo ripetermi, perché la faccenda è chiara, limpida, mi parrebbe ovvia, ma il dibattito è manipolato, piegato, rallentato da pastoie culturali, da vincoli sociali, da timori politici… in una parola da onanismo mentale inaccettabile. Dalla ragazza fermata a Ciampino perché aveva fatto scattare gli allarmi e non voleva togliere il velo per consentire l’ispezione, fino alla recentissima sentenza della Corte europei dei diritti dell’uomo, solo per citare gli eventi recenti più clamorosi, l’Occidente (perché la confusione non è certo solo italiana) resta in bilico – come in molteplici altre cose – fra

La resistibile idea di Dolce e Gabbana
La reprensibile idea di Dolce e Gabbana
l’idea di proibire il velo e quella di sostenerlo o addirittura imitarlo. La prima idea è cavalcata dalla destra, riflette intolleranza e ignoranza, mentre la seconda è un’idea di libertà e tolleranza. Ma è proprio così? Io non credo. L’ho scritto diverse volte qui su HR e voglio ribadirlo senza alcuna paura di passare per xenofobo reazionario. Ho girato il mondo, appartengo a una famiglia multiculturale, ho scritto decine di post ispirati alla libertà e tolleranza e inclusione, non credo di dovere sostenere esami. Procederò per punti sintetici dal velo, per arrivare a una conclusione più ampia.

   1.Il velo non è un precetto religioso; un’ampia argomentazione di questa semplice verità la trovate QUI ma, se andate di fretta, vi basti considerare come in molti paesi islamici moderati (sotto il profilo della stretta religiosa) moltissime donne, musulmane, girano tranquillamente per strada senza velo, spesso truccate e vestite all’occidentale. Il giornalista e blogger El Sebaie ne parla spesso pubblicando anche foto di donne egiziane negli anni ’60 (per esempio QUI, ma cercatelo anche su Facebook), prima della crescita dei movimenti islamisti: minigonne, bikini, musica pop e, specialmente, neppure l’ombra di un velo, neppure un hijab (un’intervista recente a El Sebaie , con link a un video estremamente chiaro sotto questo profilo, lo trovate QUI). Quindi chi strilla che si calpesta un diritto religioso, oppure genericamente culturale, dice il falso.

   2.Il velo è un segno identitario, e quindi politico. Il velo si diffonde nelle società islamiche sull’onda della penetrazione dell’islamismo politico, vale a dire l’idea di una società governata secondo precetti religiosi; questo punto è centrale, e non capirlo è di una gravità colossale. Il velo penetra dove l’islamismo radicale attecchisce; il velo è una delle strade di penetrazione sociale dell’islam che El Sebaie chiama, giustamente politico. Lo scrive anche Giuliana Sgrena su il Manifesto (mica su Libero!), testimonianza rara in una sinistra che in Italia, come in Francia e altrove, mette la testa sotto la sabbia in nome di un confuso valore antidiscriminatorio, come accusa Gilles Kepel.

    3.È assolutamente ovvio, non serve avere studiato sociologia o psicologia, che molte donne musulmane affermano in coscienza di avere deciso autonomamente di portare il velo; la pressione sociale e culturale è spaventosa, la ricattabilità delle donne in società maschiliste enorme, l’ignoranza e la privazione in cui molte di loro sono tenute è ben nota. Per ogni donna musulmana che afferma con fierezza di volersi coprire il capo per sua scelta, ce n’è una che finisce sui giornali perché picchiata da genitori o marito che vogliono imporle il velo; come ha scritto Dacia Maraini se è così importante e simbolico il velo, allora diventa una divisa, una dichiarazione, un’ostentazione che risponde a richieste implicite o esplicite del proprio gruppo (religioso) di appartenenza. Come segnala anche Maraini – visto che spesso si replica “ma le suore, allora?” – le suore sono velate proprio perché segnalano, con una loro specifica divisa, una loro sottomissione alla Chiesa e a Cristo. Aggiungo che mentre l’estate scorsa, con grande clamore, si è parlato di burloni in spiaggia, questa estate fa meno clamore la notizia delle donne musulmane, in diversi Paesi, che stanno intraprendendo una coraggiosa lotta contro il velo. Sono avvertite le tardo-femministe e i quasi-intellettuali che hanno per mesi scritto sulla necessità di rispettare la “cultura” islamica del velo negando ogni sopraffazione implicita.
   
    4.Dopodiché ci sono delle regole
. Il velo integrale (burqua) non può che essere vietato, da noi, per ragioni di ordine pubblico (nota mia: contradditoria affermazione, tutti i veli vanno vietati, anche quelli cattolici-cristiani, come offensivi e discriminatori nei confronti delle donne e non per ragioni di ordine pubblico, motivazione meno importante e adottata ipocritamente), come ragioni di ordine pubblico c’erano per la donna di Ciampino.
   
   5.Ma al di là delle leggi e delle regole, sempre riflesso di un assetto di valori che possono anche essere contestati, esiste una ragione più “alta” che segnala come la polemica sul velo (o quella sul burkini in spiaggia l’anno scorso) non è tollerabile in Occidente. Il fondamento delle democrazie liberali, infatti, non è ciascuno faccia quello che gli piace, ma ciascuno si comporti (come crede) senza entrare in conflitto con gli altri membri della sua comunità, e tale conflitto può essere economico, sociale, culturale o religioso. L’ostentazione di simboli identitari conflittuali viene invocato come diritto individuale (mettendo l’io davanti al noi) ma deve essere proibito dallo Stato perché nocivo dei diritti collettivi (il noi davanti all’io, che è il compito dello stato). Conseguentemente l’inclusione sociale non può avvenire come resa del “noi” a ciascun capriccio dei molteplici “io” che presentano istanze di ingresso: noi includiamo, dobbiamo includere, ma la metaregola fondamentale e ineludibile è che l’incluso accetti le regole condominiali che, per quanto riguarda la sensibilissima sfera religiosa, non può che consistere nella laicità pubblica.

  6.Laicità pubblica significa pieno diritto alla propria religiosità (o al proprio ateismo) nella sfera privata. Libertà di culto; nessun ostacolo alla costruzione di chiese e moschee; scuole private (ugualmente regolamentate per tutte); predicazione, preghiera… nessun reale ostacolo espressivo delle diverse religiosità, fermo restando che lo Stato non abbraccia alcuna fede, non privilegia nessun culto e, specialmente, non ne ostenta nessuno; quindi, superando il Concordato, nessun crocifisso nei luoghi pubblici, nessun insegnamento della religione cattolica nelle scuole, nessuna cerimonia laica benedetta da prelati cattolici e via discorrendo. Sono onestamente convinto che nessun cattolico di mente aperta, non fanatico, non devozionista, si lamenterebbe del fatto che nell’ufficio anagrafico o nella scuola del figlio manchi il simbolo della sua fede, che meglio è conservato nel profondo del suo cuore e della sua coscienza di credente. Questa è la base fondamentale per poter chiedere anche ai musulmani di rinunciare a veli integrali e altri sciocchi comportamenti di vaga ispirazione religiosa che urtano la suscettibilità di molti (il ragionamento, è ovvio, riguarda tutte le religioni).
Burkini in piscina
Burkini in piscina

  7.Solo abbassando i toni dello scontro, a partire dai suoi simboli divisivi, potremo immaginare una futura convivenza pacifica. Sciocco chi ritiene che, nelle pieghe di questo discorso, ci sia un atteggiamento xenofobo o almeno islamofobo. Da un certo punto di vista (è solo un parallelo logico) è la stessa argomentazione con la quale rifiutiamo pratiche come l’infibulazione senza per ciò essere razzisti. Noi possiamo amare l’Africa, ammirare molti usi e costumi africani, desiderare l’inclusione degli africani ma ugualmente voler proibire l’infibulazione, riconoscendo a questa pratica il mancato rispetto dell’integrità della fanciulla, contraria ai principi democratici europei ed occidentali; parimenti dobbiamo imparare a rispettare l’islam religioso e dobbiamo (che ci piaccia o no) pensare a come integrarlo nella nostra società; e l’unico modo è che le pratiche (e i simboli) che riconosciamo come oppressivi per le donne, volti a marcare una differenza antagonista, prodromici della penetrazione dell’islamismo politico siano banditi. È evidente che non possiamo arrogantemente esibire i nostri simboli divisivi (come le croci) e sostenere la proibizione di quelli altrui.
   
In conclusione io personalmente dico no al velo integrale e al burkini; sì al velo parziale (hijab) a patto che la donna, in determinati casi (vedi Ciampino) sia immediatamente disponibile a toglierlo per consentire un’eventuale ispezione (nota mia: allora il sì è contradditorio, perché anche questo velo è offensivo e discriminatorio); no alla kippah in luoghi pubblici; no alle croci negli edifici pubblici. Viviamo tutti come ci pare la nostra vita privata e nei luoghi deputati ad accogliere i partecipanti ai riti religiosi; ma la vita pubblica deve garantire l’uguaglianza e favorire la fratellanza. Queste sono le basi per stemperare i conflitti e minare alle basi l’infiltrazione islamista nel nostro Paese.

Veli islamici

Veli islamici

Seconda parte – Una giustificazione ai miei “No”

C’è una ragione fondamentale anzi, meglio dire: fondativa, per la quale non sono tollerabili in generale i simboli religiosi e, in particolare, quelli dell’islamismo politico. Questa ragione ha un carattere ontologico e riguarda i fondamenti della democrazia liberale occidentale rispetto a quelli dell’islamismo. Per semplificare, i nostri fondamenti riguardano la democrazia rappresentativa, il voto universale, il bilanciamento dei poteri e l’uguaglianza fra i cittadini (almeno come principio). Le diversità politiche sono normali espressioni di democrazia perché tutti i partiti riconoscono quei principi e li rispettano, concorrendo – ciascuno a modo suo – alla competizione politica di cui riconoscono gli effetti. L’islamismo politico, invece, si fonda sulla teocrazia, il potere di pochi, l’accentramento dei poteri, la mancanza di libertà espressiva e la disuguaglianza. L’islamismo propugna la shari’a che include, entro una visione religiosa, il diritto penale. Anche se – con esclusione dell’Arabia Saudita – la shari’a è stata eliminata nei Paesi arabi, si sta assistendo a una sua nuova emersione sulla spinta dell’islam radicale che la propugna apertamente. È quindi abbastanza chiaro che mentre le differenze politiche e culturali, entro le democrazie occidentali, sono coerenti coi loro pilastri costitutivi (e qualora non lo fossero sono proibite come, per esempio, in Italia è proibita (nota mia: solo a parole) la rifondazione del partito fascista, che quei principi nega), in un regime islamista le differenze sarebbero proibite e uniformate obbligatoriamente al pensiero unico teocratico.

La famosa fraternité francese, che traduciamo con “fratellanza”, potrebbe essere meglio tradotta con inclusione.

Inclusione

La nostra società, con tutte le imperfezioni e i ritardi che volete, tende all’inclusione, ovvero all’uguale partecipazione, di tutti i cittadini, ai diritti e ai doveri collettivi: che siate donne, omosessuali, disabili, atei, vegani o appartenenti ad altre categorie penalizzate; la nostra società è arretrata, perché non siamo riusciti a superare le discriminazioni ma, appunto, riconosciamo ciò come ritardo e molte forze sociali e culturali lavorano per cambiare le cose, e bisogna essere ciechi per non riconoscere il tendenziale miglioramento. La società propugnata dall’islamismo radicale, o politico (affatto diverso dall’islamismo religioso) è all’opposto esclusiva: provate a essere omosessuali, atei… o donne, in Arabia Saudita. Gli islamisti nelle nostre società (immigrati, per esempio) tendono a quella che, in figura, viene chiamata “integrazione”, da intendere però in senso limitato e deteriore, come in-group, che tradurrei come gruppalità esclusiva. Le caratteristiche di questi gruppi (che trovate esposte in dettaglio QUI) riguardano il forte senso di appartenenza caratterizzato dalla distinzione fra “noi” e “loro” e il giudizio fortemente positivo per i membri del gruppo e fortemente negativo per chi è fuori dal gruppo.

Gli islamisti politici in Occidente vivono entro il loro gruppo, esasperandone le regole e “difendendosi” da quelle esterne. In quanto “integrati” (più o meno, e nel senso limitato che stiamo assumendo) chiedono e pretendono i diritti della nuova società che li ospita (libertà di culto, per esempio, e ci mancherebbe!) ma rifiutano i doveri non compatibili con le regole gruppali e, segnatamente, con quelle religiose per come definite entro il gruppo (e quindi pretendono il velo, sono ostili a stringere le mani di una donna, etc.). Sottolineo subito che ci sono analoghi fanatismi ebraici e anche cristiani. Il fanatismo non è certo solo musulmano. È però abbastanza indiscutibile che il fanatico ebreo che si rifiuta financo di accendere la luce per rispettare lo Shabbat può fare sorridere e poco più; il testimone di Geova che rifiuta la trasfusione di sangue per il familiare lo riteniamo riprovevole; il cristiano legato a logiche devozionali arcaiche e superstiziose potremmo compatirlo ma, attenzione: tutti costoro – nel loro fondamentalismo – aderiscono a religioni certamente molto gruppali e ricche di stereotipie ma hanno elaborato e accettato i principali principi delle nostre democrazie e, per molte ragioni evidenti, non rappresentano in alcun modo un pericolo. Invece l’islamismo politico, per la sua pericolosa prossimità a ideologie e movimenti sostanzialmente eversivi, costituiscono senza ombra di dubbio una minaccia in prospettiva.

In conclusione, la società occidentale deve (a mio modesto avviso) essere accogliente e inclusiva. Dobbiamo bandire i pregiudizi e i preconcetti, accogliere i rifugiati e regolamentare i flussi migratori economici senza intenzioni punitive. Accogliere, accompagnare in un processo di inclusione che sappiamo benissimo essere sì lento e difficile (come lo fu per gli italiani in America), che sappiamo costare un prezzo alto per le seconde generazioni, che sappiamo ostacolato dai loro pregiudizi e preconcetti. Questo è il nostro compito storico, e che ci piaccia o no dovremo assolverlo. Ma in questo percorso dobbiamo anche pretendere un percorso culturale da parte di coloro che accogliamo. Sì a loro, ai loro cibi, al loro vestiario, al loro dio; avremo solo di che migliorare e imparare. Ma no, assolutamente no, senza paura di essere tacciati come razzisti, agli atteggiamenti esclusivi, identitari, gruppali nel senso deteriore visto sopra, specie se sostenuti da logiche religiose, per definizione scarsamente negoziabili.

Questa è una sfida enorme per noi, che costerà prezzi elevati. Quello che chiediamo alle popolazioni islamiche (e ora parlo di islam religioso, e non politico) è di accettare la sfida al pari nostro e di percorrere, assieme a noi, questa lunga strada.

In e-mail il 28 Agosto 2017 dc:
Arafat. Il parco negato

di Patrizia Cecconi

Povera sindaca Raggi, veramente il fato si è accanito contro di lei.

Le stanno attribuendo tutti i mali di Roma compresi quelli di cui non è responsabile.

L’ultimo scivolone l’ha fatto sulla buccia di banana che le ha messo sotto i piedi la Comunità ebraica la quale, bypassando il fatto che la contestata delibera 165 riguarda 20 nuove intestazioni di spazi urbani, ha diffuso un comunicato che lascia intendere che le nuove intestazioni sono soltanto due: Arafat e Toaff, giocando su un ipotetico bilanciamento tra due “entità nemiche”.

Parte in questo modo l’attacco di Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, la quale dichiara inaccettabile tale accostamento ed invita la Sindaca a ritirare la delibera, arricchendo la richiesta di espressioni ingiuriose verso il presidente Arafat.

La Dureghello ha lanciato la prima pietra e, dobbiamo dire, che ha elegantemente sorvolato sulle gravissime responsabilità, spesso definibili crimini tout court, che Israele ha commesso contro il popolo palestinese già prima che venisse autoproclamato Stato da Ben Gurion, al di fuori – è corretto ricordarlo – della Risoluzione ONU 181 che ne prevedeva la fondazione.

La Comunità palestinese di Roma ha risposto con un lungo comunicato dal quale prendiamo a prestito un proverbio arabo che sembra attagliarsi benissimo alla situazione. Il proverbio dice “se non hai pudore, puoi dire e fare tutto quello che vuoi”.

E qui in effetti tanto la presidente della Comunità ebraica, che le varie voci ospitate da giornali nazionali, tra cui quella della Barbara Pontecorvo su il Fatto Quotidiano, e la stampa di destra, quale Il Foglio o Il Tempo hanno fatto a gara nel dimostrare la loro totale mancanza di pudore.
Lo diciamo a ragion veduta e cercheremo di dimostrarlo.
L’hanno fatto omettendo la verità storica ed utilizzando accostamenti assolutamente parziali e scorretti per giustificare una ricostruzione storica non solo superficiale, ma assolutamente lontana dalla verità.

Non sappiamo se la sindaca Raggi conosca o meno la verità storica.

Più volte i pentastellati hanno dato prova di saper poco e quindi di cadere in errore per ignoranza e non per dolo, ma questo non li giustifica essendo rappresentanti istituzionali che dovrebbero conoscere le materie di cui trattano.
Comunque, posto che la Raggi potrebbe anche non sapere che le espressioni della presidente della Comunità ebraica al di là dell’essere ingiuriose sono fallaci quantomeno per la loro parzialità, ci chiediamo perché non ha almeno controbattuto sull’attribuzione che strumentalmente le veniva data di due sole intestazioni stradali mentre in realtà la delibera del 28 luglio ne prevede 20.

Potremmo provare a rispondere provocatoriamente, ma con un filo di realismo dovuto a tanti precedenti che il nostro lavoro ci porta a conoscere, allora diremmo: per una sorta di sudditanza nei confronti degli esponenti della Comunità ebraica. Sudditanza dettata dal timore di essere tacciati – magari a torto – del più ignobile epiteto, quello di essere antisemiti.

Non vogliamo credere che sia per bassi motivi di interesse dettati dalla potenza economica e mediatica del sionismo che si accetti il diktat filoisraeliano, no, pensiamo proprio che il terrore di essere considerati ingiustamente antisemiti ormai abbia assunto la potenza di un’invisibile ma affilatissima spada pronta a decapitare chi si permette di criticare Israele, così come chi si permette di mostrarne i quotidiani soprusi e omicidi e, infine, persino chi si permette di intestare un parco al presidente Arafat, premio Nobel insieme a Rabin al quale un parco è già stato intestato da alcuni anni e si trova in viale Panama.

Il Nobel fu attribuito a entrambi per aver tentato un percorso di pace firmando gli accordi di Oslo.
Senza entrare nel merito di quella firma, rivelatasi capestro per i palestinesi, soffermiamoci sulle pesanti accuse contenute nella lettera della signora Ruth Dureghello, la quale ha indotto la Sindaca Raggi a sospendere la delibera n. 165. La signora Dureghello, con un accostamento che se non fosse dettato da sicura malafede sarebbe scandaloso per la profonda ignoranza circa la “matrice islamista” degli attentati terroristici attuali che attribuisce ad Arafat, definisce quest’ultimo come “il precursore, se non l’ideatore” del terrorismo odierno, e assegnatario “con dubbio merito” del Nobel per la pace.

Si potrebbe ricordare alla signora Dureghello che Israele è, forse per dubbio merito ma non ci avventuriamo in dichiarazioni tanto azzardate, il Paese con più premi Nobel, compresi quelli alla pace attribuiti, ad esempio, anche al terrorista, poi primo ministro, Menachem Begin.
Potrebbe essere uno stimolo per la

memoria

della Dureghello e per la curiosità della Raggi ricordare che quel futuro Nobel per la pace già nel “48 venne duramente criticato da Albert Einstein e da Hannah Arendt per manifesto fascismo, terrorismo e propaganda di superiorità razziale. E gli accusatori erano entrambi ebrei!

Qualcuno potrebbe ricordare che l’equivalente delle stragi di Marzabotto o di Sant’Anna di Stazzema perpetrate dai nazisti in Italia si potrebbero chiamare DeirYassin o Lydda in Palestina.
La prima commessa dal Nobel per la pace Begin e la seconda dal Nobel per la pace Isaac Rabin, quello del parco in viale Panama ovvero degli accordi di Oslo con Arafat.

Si potrebbe anche ricordare che il signor Begin fu l’autore della strage dell’hotel King David il quale, essendo adibito dagli inglesi ad ospedale militare, vide un centinaio di morti tra malati, medici e infermiere e qualche centinaio di feriti sempre tra sanitari e degenti.
Un numero più alto di quello della strage di Bologna che abbiamo ricordato pochi giorni fa in Italia. Ma Begin divenne primo ministro e conquistò il Nobel per la pace, lo sa la signora Raggi? Forse no, ma la signora Dureghello lo sa di sicuro.

E di Lydda, attribuibile con certezza e gloria militare a Rabin sotto la guida suprema di Ben Gurion, il padre di Israele, ne vogliamo parlare?
Lo vogliamo dire alla sindaca Raggi che la storia di Lydda è addirittura ben più atroce di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema messe insieme?
Eppure nessuno si è opposto all’intestazione alla “colomba” Rabin del parco in viale Panama.

Sempre seguendo il triste percorso della storia, che forse incuriosirà la Raggi e la sua Giunta, ricordiamo che Lydda e Ramle, così come Haifa, non erano previste nel piano di partizione ONU come appartenenti al futuro Israele, quindi le stragi commesse dal Nobel Rabin e dai suoi soldati, sotto l’ambizioso e sicuramente intelligente progetto di annessione del sionista di sinistra Ben Gurion erano ancor più odiose.

Non è questa la sede, quantomeno per ragioni di spazio, per ricordare lo strazio di 70.000 uomini, donne e bambini colpevoli di vivere in un angolo di Palestina che piaceva molto agli israeliani e per questo uccisi subito o derubati e uccisi o lasciati morire di fame e di sete sotto il sole di luglio a quasi 100 gradi lungo il deserto dal Nobel della pace.
A Lydda i palestinesi avevano moschee e chiese e molti furono fatti entrare nei loro luoghi di culto come fosse un rifugio e poi uccisi in massa.
Decisamente non erano pratiche democratiche né tanto meno umanitarie, e la signora Dureghello può decidere di non definirle terrorismo, ma non può fingere di non conoscere questa parte della storia solo perché riguarda le pagine nere dello Stato di Israele.

La famiglia palestinese cristiana Habash, quella di cui un bambino sopravvissuto si chiamava George era di Lydda.
Forse a chi sa dice qualcosa.
Chi non sa farebbe bene a informarsi e poi forse capirebbe quel che ora sembra oscuro.
C’era anche il futuro ministro Moshe Dayan a condurre l’attacco a Lydda e Ramle, ma almeno, che si sappia, a lui il Nobel non è stato dato.
Forse però solo perché in un momento successivo propose la fine dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza, chi lo sa!

Alla signora Pontecorvo, invece, che ieri scriveva sul Fatto quotidiano che l’attentato alla sinagoga di Roma del 1982 nel quale perse la vita il piccolo Taché è stato realizzato “per mano del destinatario dell’iniziativa cui si intenderebbe intitolare il parco” cioè di Arafat, e che accusa di ignoranza la Giunta Capitolina, dopo essersi dilettata a definire Arafat come “il nipote del gran muftì di Gerusalemme …amico di Adolf Hitler” vorrei ricordare di studiarsi bene la storia delle alleanze di quel periodo visto che, forse non a torto, invita anche lei la Raggi a studiare.

Non credo che ne abbia voglia perché cadrebbero le sue convinzioni, ma la invitiamo almeno a ricordare il nome di un personaggio che preferiremmo non fosse mai esistito.
Per il bene degli ebrei e dello stesso Israele.
Stiamo parlando di Vladimir Jabotinskij.
Le dice niente questo nome signora Pontecorvo?
E a lei signora Dureghello?

Alla sindaca Raggi forse non dice molto e allora glielo diciamo noi.
Si tratta di un ebreo fascista convinto e sincero ammiratore dei fascismi europei. Accusato di omicidi e fondatore delle milizie tristemente famose dell’Haganah, quelle in cui militò anche il ministro Sharon da ragazzo.
Ma il socialista Ben Gurion non si fece troppi scrupoli a stringere alleanza con Jabotinskij e a prendere l’Haganah sotto la sua direzione.

Stiamo parlando degli anni “30, gli stessi in cui il gran muftì s’incontrò con la belva Hitler quando ancora in Germania veniva osannato dalla maggioranza del suo popolo, poco consapevole, sicuramente per colpevole miopia, ma poco consapevole di quanto sarebbe successo di lì a poco.
Ben Gurion invece sapeva bene chi fosse Jabotinskij ma il sionismo, di destra o di sinistra, aveva un obiettivo chiaro, lo stesso che ancora oggi e oggettivamente dobbiamo dire con successo, cerca di perseguire il governo Netanyahu.
Il resto cade nelle note a fondo pagina dei libri di storia.

Sarebbe bello che se lo ricordassero coloro che cercano di sporcare la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese ricordando la temporanea “amicizia” del gran muftì con Hitler.
E magari sarebbe buona cosa se ricordassero pure delle altre temporanee alleanze, sempre con Hitler, di altri rappresentanti di Stati più o meno democratici.

Inoltre, sarebbe bene che la Comunità ebraica, prima di pronunciare la parola “terrorismo” riferita a chi – nel pieno rispetto dei principi sanciti dalle Convenzioni di Ginevra – si batte legittimamente contro un’occupazione militare, facesse un saltino indietro e, per esempio, oltre al già citato Rabin, andassero a farsi un ripassino delle vergognose azioni non solo di terrorismo ma di barbarie fatta di torture sadiche e gratuite secondo i canoni tipicamente nazi-fascisti di cui molti uomini politici o addirittura ministri ed anche presidenti israeliani si sono macchiati prima, durante e dopo la nascita dello Stato di Israele.

Ancora un paio di esempi, tanto per essere didascalici, e poi consideriamo il nostro compito di informatori esaurito e speriamo che la sindaca Raggi trovi gli stimoli giusti per poter dire alla Comunità ebraica che sta insultando l’uomo che tutto il mondo dovrebbe rispettare: un patriota e non un terrorista.
Un patriota che ha tentato di ottenere giustizia ricorrendo, inizialmente, alla lotta armata, assolutamente legittima, contro quello che, una volta sconfitto, i libri di storia chiamerebbero l’oppressore.
Lo sapeva bene il rabbino Ariel Toaff, lo sapeva per aver sostenuto la lotta partigiana che, certo, non era combattuta con sorrisi e caramelle.
Quindi non può non saperlo chi conosce, anche poco, la storia della Palestina.

Chiudiamo quindi con un paio di esempi prendendo Shamir e Sharon.
Non li consideriamo solo per le loro malefatte da israeliani, per Sharon ad esempio sanno tutti le responsabilità circa il massacro di Sabra e Shatila, ma vediamoli in azione come terroristi puri anche prima che il loro Stato nascesse e successivamente, proprio grazie alle loro azioni terroristiche, accolti nelle istituzioni come ministri di uno stato che nominalmente è definito democratico.

Shamir fu uno dei più importanti componenti della banda Stern, quella che agiva più o meno come la X Mas repubblichina in Italia e che, tra l’altro, si macchiò dell’omicidio del negoziatore ONU Folke Bernadotte.
Sharon si fece le ossa da giovanissimo nelle formazioni paramilitari dell’Haganah i cui metodi seguitò a usare senza scrupoli anche da ministro.

Chissà cosa risponderebbe la sindaca Raggi alla signora Dureghello se sapesse, per esempio, che nell’ottobre del 1953 il signor Sharon decise di distruggere il villaggio di Qibya, 45 abitazioni, una scuola e una moschea con dentro i loro abitanti?
Chi non riuscì a fuggire morì così, nell’esplosione della propria casa o della scuola in cui studiava e infatti ci fu un alto numero di morti bambini, o nella moschea in cui pregava.

Risulta a qualcuno che Sharon sia stato condannato per crimini di guerra?
No perché in realtà non c’era la guerra, era semplicemente l’azione barbara di un esercito oppressore.
Una delle tante.

Per concludere pensiamo proprio che basterebbe un minimo di conoscenza di quella storia che Israele, logicamente dal suo punto di vista, tende a nascondere, per capire quali sono i terroristi veri e quali, invece, i combattenti o meglio i resistenti all’oppressore.
Dunque, questo parco che la Comunità ebraica non vorrebbe venisse intestato ad Arafat ha mille ragioni per essere invece intestato proprio a lui ed anzi, diciamo che è un parco troppo piccolo per onorare la figura di chi per tutta la vita si è battuto per evitare che il popolo palestinese andasse disperso sotto le violenze, i soprusi, le illegalità, la prepotenza di Israele.

Questo piccolo parco potrebbe avere uno spazio per seminari conoscitivi sia della storia del Medio Oriente che di quella italiana e sarebbe sicuramente importante che anche italiani e non, di religione o cultura ebraica imparassero a frequentarlo e a confrontarsi sulla storia reale e non su slogan che offendono la giustizia e falsificano la storia.

Vedremo se i componenti della Giunta capitolina, Sindaca compresa, sapranno tenere la schiena dritta dopo essersi informati adeguatamente, o se faranno anche loro il servile inchino alla prepotenza sionista che ha come longa manus la Comunità ebraica, utilizzata come baluardo antipalestinese e che, senza pudore, identifica gli attentati terroristici di matrice islamista con la sacrosanta lotta per la giustizia di un popolo sotto illegale occupazione da 50 anni e vittima di pulizia etnica da settanta.

Coraggio Sindaca, è vero che il fato la sta perseguitando, ma non gli offra il fianco, non si faccia dire, oltre a tutto il resto, che s’inchina al diktat di chi non rispetta la legalità internazionale e di questo si fa vanto.

https://www.articolo21.org/2017/08/arafat-il-parco-negato/


FIRMA L'APPELLO PER GAZA: http://we4gaza.org/


In e-mail il 5 Giugno 2017 dc:
Considerazioni Inattuali n°104
di Lucio Manisco
Menchien lo aveva previsto: uno specchio dell’idiozia nazionale alla Casa Bianca.

L’America di Trump
minaccia la pace e la sopravvivenza del pianeta

Lo zoccolo duro del neo-presidente nelle cinture della Bibbia e della ruggine.


“Con il perfezionamento della democrazia l’ufficio del presidente rappresenterà sempre più fedelmente lo spirito genuino del popolo. Verrà, grande e glorioso, il giorno in cui la gente semplice di questo nostro Paese realizzerà finalmente il sogno del cuore e la Casa Bianca verrà ornata ed occupata da un vero idiota…”.

H.L. Menchen: “La politica come carnevale di baggianate”. 8 agosto 1913.

 

Si è avverata dopo un secolo la profezia del più caustico ed amaro critico delle istituzioni e dei miti della democrazia a stelle e strisce: l’equivalente italiano potrebbe essere un frullato al limone sott’aceto di Mario Melloni (Fortebraccio), Sergio Saviane, Ennio Flaiano e Marco Travaglio.

Henry Louis Menchen con tutto il suo pessimismo sulle lacune morali e culturali del carattere nazionale richiama più propriamente alla memoria un Giacomo Leopardi – la vergogna che debbono provare gli italiani – o un Piero Calamandrei – l’inclinazione del nostro popolo alla putrefazione morale, alla sistematica vigliaccheria – e dunque un politically incorrect destinato a colpire senza speranza alcuna di redenzione la turpitudine innata di una collettività o di una sua parte, resa per la prima volta determinante da un marchingegno elettorale. Il famoso giornalista e saggista politico del “Baltimore Sun” aveva previsto cento e sei anni fa che una maggioranza del popolo semplice avrebbe insediato alla presidenza un uomo a sua immagine e somiglianza e cioè un “moron”, un idiota. Donald John Trump non è certo un idiota, ma è un uomo senza scrupoli che è riuscito a rappresentare egregiamente, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, i valori, cioè i disvalori, dell’idiozia del suo elettorato (il 27 per cento degli aventi diritto al voto). In poco più di quattro mesi ha rafforzato questo zoccolo duro dei suoi consensi mantenendo scrupolosamente fede alle più dissennate delle sue promesse elettorali. Queste promesse scritte nelle piattaforme o programmi dei partiti vengono sistematicamente ignorate dal vincitore della corsa alla casa bianca, valgono cioè, come sentenziò Lyndon B. Johnson, quanto il contenuto di uno spittoon, di una sputacchiera. Perché sono diventate il vangelo, un mandato assoluto da osservare per il neo-presidente? Perché questo zoccolo duro da consolidare ogni giorno, ogni ora, ha assunto le funzioni dello scudo di un novello Captain America sempre più impenetrabile agli strali degli scandali, alle collusioni con potenze straniere, dalla Russia di Putin all’Arabia Saudita, alle rivelazioni incalzanti sui miliardi di rubli che hanno segretamente rifinanziato dopo ogni bancarotta gli investimenti del più spregiudicato speculatore immobiliare del pianeta.

Mentre la popolarità a livello nazionale di Trump è in calo cresce quella dei suoi sostenitori, sempre più cieca, fanatica, inossidabile e soprattutto più minacciosa per i miti democratici del grande impero d’occidente che avevano sostenuto ed alimentato la sua espansione militare ed economica sul mondo intero. Declino e caduta più o meno dilazionata che stanno esaltando una sinistra estrema in Europa digiuna di conoscenze e conseguenze. Perché mai non compiacersi dello stato confusionale in cui versano i governanti del vecchio continente, dell’incipiente sgretolamento della NATO e quindi dell’occupazione militare dell’Europa (solo in Italia più di 100 basi USA), di una ancora improbabile ma possibile fine della seconda guerra fredda scatenata dal Premio Nobel Barack Obama? Perché è un fumo che copre l’arrosto climatico del pianeta, perché l’America di Trump è una minaccia alla pace con un Capo dell’Esecutivo che in nome del patto d’acciaio con Israele dischiude prospettive di conflitti convenzionali e fors’anche nucleari con l’Iran, e qualcosa di simile e più catastrofico in estremo oriente con un attacco preventivo alle centrali atomiche e missilistiche della Corea del Nord.

La potenziale “force de frappe” del movimento America First – qualcuno ha parlato di una possibile secessione di alcuni Stati – ha già sortito i suoi frutti: le inchieste del congresso a maggioranza repubblicana sul Russiagate, che avrebbero potuto portare in teoria alla procedura dello “impeachment”, sono state neutralizzate dalla nomina di Robert Mueller, ex direttore dello FBI a National Counsel (investigatore speciale) di un’indagine a porte chiuse che durerà almeno due anni e che, salvo imprevisti, porterà ad un insabbiamento degli accertamenti sul caso. (Robert Mueller è lo stesso personaggio che alla presenza del Ministro della Giustizia Janet Reno ci disse che la nostra campagna per riportare in Italia Silvia Baraldini avrebbe potuto concludersi solo con l’uscita della nostra concittadina da un carcere federale “in posizione orizzontale con i piedi davanti”. Non finì così).

Chi sono i “trumpisti” dello scudo di Captain America? Sono i sudisti della “bible-belt”, evangelici, metodisti, militanti fanatici di sette protestanti che fanno paura anche a Papa Bergoglio. Avversari accaniti dei diritti civili, dell’integrazione razziale, dell’aborto, sono razzisti, islamofobi, antisemiti e misogini. La prospettiva di una donna, Hillary Clinton, alla Casa Bianca, dopo un presidente afro-americano, li ha mobilitati in massa a sostegno della candidatura del Donald. Ci sono poi i disperati, da decenni senza lavoro, della “rust Belt”, la cintura della ruggine, i centri di un’industria metalmeccanica e manifatturiera che ha chiuso i battenti, che si sono fatti abbindolare dal protezionismo del neo-presidente che dovrebbe riaprire e ristrutturare quelle fabbriche ormai senza mercati.

Nell’insieme milioni di persone che non accettano di dibattere le loro idee o quelle degli avversari, tutti atei, comunisti, nemici della patria. All’insegna dell'America First tengono in ostaggio un mondo che non conoscono e sono pronti alla morte.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu


In e-mail il 12 Aprile 2017 dc:

M5S e sindacato.
La conferma di un programma reazionario
 
12 Aprile 2017
 

«Disintermediare» la relazione tra dipendente e impresa. Questo concetto è al centro del documento programmatico di governo del M5S in tema di lavoro. Ovviamente il concetto è avvolto dalla tradizionale nebulosa ideologica più o meno futuribile («nuove forme di partecipazione nei luoghi di lavoro», ecc.). Ma dentro la voluminosa confezione la merce è chiarissima: se “uno vale uno” che senso ha una rappresentanza di classe dei lavoratori con poteri di contrattazione?

La suggestione non è nuova. «Il sindacato è roba da '800» esclamava Beppe Grillo in un comizio a Reggio Calabria nel 2013. «Eliminiamo i sindacati che sono una struttura vecchia come i partiti, voglio uno Stato con le palle» gridava il comico guru a Brindisi nel gennaio 2013. «Ogni lavoratore si rappresenti da solo, il sindacato non serve a nulla» dichiarava un mese fa Luigi Di Maio a proposito dei licenziamenti di Almaviva. Si potrebbe continuare a lungo. Non si tratta di esagerazioni oratorie. Si tratta della cifra profondamente antioperaia del M5S. Una ideologia che dissolve le classi e il loro conflitto in una massa indistinta di “cittadini” atomizzati, soli davanti al proprio computer nell'universo virtuale della rete, per quale ragione dovrebbe riconoscere una organizzazione collettiva dei salariati?

Non è una postura puramente “ideologica”. È un posizionamento politico. Una forza politica che assume la piccola e media impresa capitalistica come proprio referente sociale strategico, che offre alle imprese l'abolizione dell'Irap (con cui si finanzia la sanità pubblica) a vantaggio dei loro profitti, segnala semplicemente al proprio mondo di riferimento la propria avversità al sindacato, dentro una competizione nel corteggiamento dell'impresa che si fa particolarmente affollata. Negli stessi anni in cui Marchionne ha scatenato la propria offensiva antisindacale, in cui il padronato lavora a svuotare il contratto nazionale nel nome di “libere relazioni aziendali” (sfruttando la subalternità delle burocrazie sindacali), in cui le imprese si costruiscono il proprio welfare aziendale rafforzando il vincolo di subordinazione dei propri dipendenti, il programma di “disintermediazione” del rapporto tra lavoratore e impresa avanzato dal M5S è tutto tranne che casuale: da un lato esprime sintonia con le tendenze dominanti, dall'altro si pone in aperta concorrenza col renzismo e col centrodestra nella conquista del blocco piccolo-medio borghese proprietario. Di più. Proprio nel momento in cui l'indebolimento politico subìto ha costretto Renzi (e Gentiloni) a retrocedere dall'offensiva frontale contro i sindacati, il M5S gioca cinicamente allo scavalco del renzismo sul terreno della contrapposizione al sindacato. Proprio nel momento in cui il centrodestra fatica a ricomporre le proprie contraddizioni politiche nella rappresentanza del proprio blocco piccolo-medio borghese, il M5S si candida scopertamente a rappresentare quel mondo.

«Il M5S realizzerà ciò che voleva fare Berlusconi... che è stato un punto di riferimento per gli imprenditori» (La Stampa, 9/4): non lo ha detto un rozzo calunniatore del grillismo, ma Massimo Colomban, assessore della giunta Raggi, padrone del Nord-Est, mediatore nazionale dell'incontro tra M5S e l'organizzazione padronale Confapri, tra i principali organizzatori del convegno celebrativo di Ivrea a un anno dalla morte di Casaleggio. La proiezione del M5S verso la vecchia base sociale del berlusconismo nel Nord e nel Nord-Est ha rappresentato sin dall'inizio un assillo di Gianroberto Casaleggio. Ad oggi il Nord ed in particolare il Nord-Est è ancora il lato relativamente più debole dello sviluppo del grillismo. Ma proprio per questo l'attenzione politica del M5S verso il blocco delle imprese del Nord si farà sempre più insistente, in proporzione alle ambizioni nazionali di governo. Il convegno di Ivrea è stato un investimento anche e soprattutto in quella direzione.

Il grande capitale non punta oggi sul M5S. Diffida della sua improvvisazione, sente estranea la sua logica di setta, guarda con apprensione il suo possibile accesso al governo. A Ivrea, non a caso, la grande impresa era sostanzialmente assente (con l'unica eccezione di Google Italia). Ma parallelamente, la crisi congiunta del renzismo e del centrodestra rafforza il grillismo e la sua presa interclassista. E la setta dirigente del M5S sa che lo sviluppo della propria forza elettorale e il proprio radicamento nella piccola e media impresa è anche la via per lustrare la propria candidatura di governo agli occhi del grande capitale.
La borghesia non sposa mai di primo acchito le forze populiste reazionarie, preferendo i propri strumenti tradizionali. Ma se e quando le forze populiste dovessero apparire una carta vincente o un riferimento obbligato nella contrapposizione al lavoro, la borghesia non si farebbe scrupolo nell'usare la loro massa d'urto. È la lezione dell'esperienza storica.

Naturalmente ci sono ben presenti le contraddizioni del M5S, i suoi elementi di fragilità, la guerra per bande che l'attraversa nei territori, la sua difficoltà a selezionare un quadro dirigente della macchina statale borghese che sia al tempo stesso "capace" e fedele al comando della setta. L'esperienza di Roma (e non solo) è emblematica. Ma sono le contraddizioni di un movimento politico reazionario con influenza di massa. Non cogliere questo aspetto, e salutare il M5S come possibile sponda politica e sindacale per i lavoratori, significa disarmare l'avanguardia di classe di fronte a un nemico politico. Continuare ad affermare, con tono indulgente, che il M5S non è né di destra né di sinistra, e per questo permeabile alle ragioni del lavoro, significa avvallare la truffa del grillismo proprio nel suo aspetto ideologico: la rivendicazione di una rappresentanza dei cittadini fuori dalle vecchie ideologie è infatti esattamente la cifra di una cultura reazionaria in funzione del suo sfondamento interclassista. Non a caso è un tratto ideologico costante, seppur in forme diverse, di tutti i populismi reazionari in Europa e nel mondo. Il grillismo, sicuramente atipico, non fa eccezione.

La battaglia politica contro il grillismo è stata ed è in questi anni un aspetto importante della nostra battaglia controcorrente tra i lavoratori e nel confronto a sinistra. Tanto più lo è e lo sarà in un contesto politico nel quale l'accesso del M5S al governo del capitalismo italiano è una prospettiva che, per quanto difficile, non può più essere esclusa. La contrapposizione alle tre destre (renzismo, salvinismo, grillismo) è oggi più che mai la cartina di tornasole di una politica di classe.
Partito Comunista dei Lavoratori


In e-mail da Dino Erba l'11 Aprile 2017 dc. Per l'estrema importanza del suo contenuto pubblico l'articolo anche sul mio blog https://jadawin4atheia.wordpress.com/
E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

Intervento di Aline sulla critica radicale del lavoro

Paris, Place de la République, 4 maggio 2016


Quando molti soffrono perché non hanno un posto di lavoro o lottano per migliorare le condizioni ed il diritto al lavoro, non è certo facile venire a dire che siamo per la fine del lavoro, per la sua abolizione.


Pertanto voglio precisare da quale punto di vista sto parlando: provengo dal mondo operaio, mia madre prima era una prostituta, mio fratello è morto nella fabbrica AZF (non nell'esplosione) a 46 anni, mio padre, meccanico, è morto a 44 anni e mia madre, diventata parrucchiera, è morta a 62 anni, io sono la sola della mia famiglia, prima di mia figlia, ad aver studiato. Ed anch'io mi sono sentita coinvolta nella glorificazione delle lotte operaie prima di comprendere che chiedere più "potere d'acquisto" significa continuare a mantenere in buone condizioni la catena che lega i nostri piedi ed il nostro cuore!

In seguito, abbiamo cercato di distinguere fra il Lavoro (salariato o artigiano) e l'Attività. Per questo, abbiamo ripreso la definizione di Marx che ci dice che il lavoro è un'invenzione sociale che non è né naturale né trans-storica. Fino a prima della rivoluzione francese un giorno su tre era festa, anche per i contadini. Piccoli richiami storici, come per esempio quello che dopo la prima metà del 18° secolo il lavoro non è stato più un mezzo per soddisfare i bisogni ma è diventato un fine in sé.

Abbiamo perciò dimostrato che il lavoro è il cuore del capitalismo in quanto produce plusvalore a partire dal fatto che non paga all'operaio tutta la sua giornata lavorativa (lavoro non pagato, ovvero plus-lavoro ovvero lavoro astratto) ma soltanto una parte (lavoro concreto). Il lavoro astratto è quel dispendio di energia (la forza lavoro) che si spende nel tempo. Di qui il fatto che il contenuto del lavoro importa ben poco dal momento che è la forza-tempo che si traduce in denaro. Più i capitalisti riducono la parte che viene pagata in salario all'operaio (ed il costo che viene destinato alla sua sopravvivenza, la massa salariale) più il plusvalore aumenta con l'allungamento della giornata lavorativa e con l'abbassamento dei salari!

Cito Marx (ne «L'Ideologia tedesca»):

«I proletari devono abolire la loro condizione di esistenza, devono abolire il lavoro. È questo il motivo per cui si trovano in diretta opposizione allo Stato... devono rovesciare lo Stato»

Tutto questo lo si sente risuonare nelle nostre orecchie nel corso di "Nuit Debout"? Io non credo.

Oso anche fare una citazione da Il Capitale di Marx (20 anni di lavoro!):

«La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni piú antiche della produzione sociale. Il capitale si produce soltanto laddove il detentore dei mezzi di produzione e di sussistenza incontra sul mercato il lavoratore libero che viene a vendere la sua forza lavoro. Ciò che caratterizza l'epoca capitalista è perciò il fatto che la forza lavoro acquisisce per il lavoratore stesso la forma di una merce che gli appartiene, ed il suo lavoro, di conseguenza, acquisisce la forma di lavoro salariato».

È stato audace, ne convengo, ma se si è compreso questo non si può fare altro che andare verso la fine del lavoro salariato, e nel corso del dibattito sono state proposte delle tappe molto ricche (cooperative, comunità autonome, decrescita, eventualmente un salario universale, anche se questo non mette in discussione le categorie del capitalismo...)

Infine, concludo con le ultime pagine del «Manifesto contro il lavoro» della rivista Krisis (nota mia: non per niente ne ho fatto una pagina di questo sito e una del mio blog!), troppo lungo da leggere qui.

Ci saranno altri tre interventi nel fine settimana dell'8 maggio da parte del gruppo «Critique de la Valeur» che approfondiranno il mio intervento.


Aline

 

La lotta contro il lavoro è una lotta antipolitica

Dal momento che la fine del lavoro è anche la fine della politica, un movimento politico per il superamento del lavoro sarebbe solo una contraddizione in termini.

I nemici del lavoro portano avanti delle rivendicazioni nei confronti dello Stato, ma non sono un partito politico e non ne costituiranno mai uno. Il fine della politica può essere solo quello della conquista dell'apparato statale per perpetuare la società del lavoro. I nemici del lavoro perciò non vogliono impadronirsi delle leve del potere, bensì distruggerle. La loro lotta non è politica, è antipolitica. Dal momento che nell'era moderna lo Stato e la politica si confondono con il sistema coercitivo del lavoro, essi devono sparire insieme a quest'ultimo. Tutte le chiacchiere a proposito di una rinascita della politica non sono altro che il tentativo disperato di ricondurre la critica dell'orrore economico ad un azione statale positiva. Ma l'auto-organizzazione e l'auto-determinazione sono l'esatto opposto dello Stato e della politica. La conquista di liberi spazi socio-economici e culturali non avviene seguendo le strade tortuose della politica, strade gerarchiche o false, ma con la costituzione di una contro-società.

La libertà non consiste nel lasciarsi schiacciare dal mercato né dal farsi governare dallo Stato, ma nell'organizzare per conto nostro i rapporti sociali - senza l'intromissione di dispositivi alienati. Di conseguenza, i nemici del lavoro devono trovare nuove forme di movimento sociale e devono creare delle "teste di ponte" per riprodurre la vita al di là del lavoro. Si tratta di legare le forme di una pratica di contro-società al rifiuto offensivo del lavoro. I poteri dominanti possono benissimo considerarci dei pazzi perché vogliamo rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo! Non abbiamo da perdere altro che la prospettiva di una catastrofe verso la quale ci stanno portando. Al di là del lavoro, c'è tutto un mondo da guadagnare.


Proletari di tutto il mondo, facciamola finita!

fonte:

Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

Nota mia: quest'ultimo discorso mi lascia perplesso. Non so, a questo punto, cosa si intenda nel Manifesto contro il lavoro, peraltro denso di concetti e affermazioni perentorie ed interessanti, per "politica": per me viene scambiato il regime attuale di governo e amministrazione della società per la politica in quanto tale, e per me non è così.





Da Lucio Manisco in e-mail l'8 Aprile 2017 dc:
Considerazioni Inattuali n.103
Deduzioni ovvie, banali sulla crisi Siriana.

Bashar al-Assad un nazional-masochista?

Dubbia la provenienza dei gas tossici che hanno fatto strage di donne e bambini. Il Donald, statista, presidenziale e guerriero. E dietro allo ambaradam degli ultimi cinque giorni l’allontanamento dell’ideologo anticinese Bannon ad opera di Jared Kushner, il genero filoisraeliano del Capo dell’Esecutivo.

di Lucio Manisco

 

Razionalità, buon senso, memoria storica sono guide affidabili nella ricerca della verità. Soprattutto quando questa verità è offuscata dalla propaganda ufficiale, da un patriottismo d’accatto, da mass media succubi che rispecchiano fedelmente l’una e l’altro.
   
    Sono osservazioni ovvie, banali. Saremo ovvi e banali nel formulare deduzioni e conclusioni sugli incalzanti e contraddittori sviluppi della crisi siriana negli ultimi cinque giorni e negli ultimi cinque mesi.

    Nel novembre del 2016 il massiccio intervento militare russo cambia drasticamente la situazione strategica in Siria: l’esercito di Bashar al-Assad avanza su tutti i fronti ed attacca le forze ribelli che assediano da anni Aleppo. Con la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton e prima ancora dell’inaugurazione del neo-presidente, Washington e Mosca definiscono accordi di coordinamento delle missioni delle rispettive aviazioni contro i terroristi del Califfato. Gli accordi non alterano la propaganda dei mass media occidentali sugli eccidi di civili ad Aleppo: eccidi che si sono effettivamente verificati nelle periferie occidentali della città presidiate da ribelli e jaidisti. Nessuna traccia sui media europei e statunitensi degli altri eccidi perpetrati nei precedenti anni da questi ribelli finanziati ed armati da Stati Uniti e Turchia. Solo qualche vago accenno, dopo la liberazione di Aleppo, su perdite di vite umane a Mosul assediata da mesi e mesi dall’esercito iracheno e bombardata giorno e notte dall’aviazione statunitense.

    Tra febbraio e marzo l’esercito di Assad continua a registrare successi anche contro le forze dell’ISIS a Palmira e nel nord del Paese.

    Il Presidente Trump che sta collezionando fiaschi su fiaschi in politica interna, non controlla più le sue maggioranze repubblicane nella camera dei rappresentanti e nel senato, viene fatto oggetto di inchieste congressuali e dello FBI sui suoi rapporti con Vladimir Putin e con una mezza dozzina di plutocrati russi, annunzia un cambiamento della politica americana verso il presidente Siriano: il suo regime non va più contrastato e tanto meno rovesciato, bensì riconosciuto come necessario partner nel negoziato di pace a Parigi.

    In una situazione nettamente a lui favorevole sul fronte bellico e su quello internazionale Bashar al-Assar la notte di martedì 4 aprile apparentemente esce di senno ed ordina alla sua aviazione di sganciare una bomba al gas Sarin sul sobborgo della cittadina di Khan Sheikhan, nel nord della Siria, una bomba che condanna a morte atroce dozzine e dozzine di neonati, bambini, donne e uomini di ogni età. Si dovrebbe coniare un nuovo termine, inventare una nuova categoria di patologia politica, quella di “Nazional-masochismo” per descrivere o motivare la improbabile decisione del Presidente Siriano che scatena naturalmente un finimondo (annunciato?).

    Commosso fino alle lacrime dalla morte dei bimbi, il Presidente Donald Trump, che pochi giorni prima aveva tagliato i fondi destinati all’ONU e all’UNICEF, annunzia quarantotto ore dopo di avere ordinato a due unità navali al largo della Siria di lanciare 59 missili Tomahawk-Cruise contro la base aerea da cui era partito l’aereo che aveva perpetrato l’atroce crimine di guerra. Tutto falso, replica Putin. Tutto vero, ribatte il Pentagono, che adduce a prova il tipo di arma chimica “binaria” e tecnologicamente complessa impiegata dal regime siriano, appunto, una bomba al Sarin: i ribelli non potevano disporre di un’arma del genere e di un vettore adatto al suo impiego.

    Chi afferma che si tratta di Sarin e non di un gas asfissiante di altro tipo (sono una trentina quelli identificati dall’ente internazionale che ha messo al bando queste armi)? Un medico in Turchia che ha effettuato autopsie su due vittime. Forte di queste “prove” il Segretario di Stato USA Rex Tillerson non attacca solo il leader siriano ma anche quello russo:”Vladimir Putin è complice di questo misfatto ovvero è un vero e proprio incompetente”. Il fatto che la Siria si è disfatta del suo arsenale di armi chimiche sotto ispezione internazionale (l’Italia ha collaborato mettendo a disposizione il porto di Gioia Tauro) e che altri gas asfissianti come la vecchia iprite e i precursori del nervino siano stati prodotti e continuano ad essere trasferiti a gruppi terroristici o ad altri paesi mediorientali dall’Arabia Saudita, dall’Irak e dalla Turchia è  documentato ed arcinoto al mondo intero. Non era noto forse, come sostiene Mosca, a quel pilota di un cacciabombardiere siriano che ha sganciato un esplosivo convenzionale su un deposito di armi, anche chimiche, a disposizione dei ribelli anti-regime.

    L’indignazione è stata comunque globale, i media americani che fino a pochi giorni prima attaccavano senza pietà il Donald per la sua insipienza, la sua megalomania, i suoi sospetti rapporti personali con Putin, oggi lo esaltano per le sue virtù di statista e per aver restituito prestigio alla repubblica stellata.

    Ma dietro a questo ambaradam ci può essere ben altro. Ad esempio il brusco allontanamento dal Consiglio per la sicurezza nazionale dell’assistente più diretto di Trump, l’ideologo apocalittico Steve Bannon che predicava l’alleanza con la Federazione Russa per scatenare una guerra contro la Repubblica Popolare Cinese. A farlo fuori è stato un altro importante consigliere, nonché genero del Presidente, Jared Kushner, amico fraterno del correligionario capo del governo israeliano Bibi Netanyahu. Quest’ultimo è stato il primo a congratularsi con il Donald per l’attacco alla Siria.

    “Elementary, Watson”.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu


Da Dino Erba in e-mail il 6 Aprile 2017 dc:
Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news precedenti, può reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la voce "Commentario".

Anche il capitalismo ama la decrescita

Il governo Gentiloni, in preda alla schizofrenia, prima proclama di voler tagliare le tasse, poi annuncia addirittura una tassa sui cani. Dato che non c’è assurdità che non trovi i suoi estimatori, il “dibattito” sulla nuova tassa si profila teso e interessante. (1)

Viene il sospetto che il vero scopo del governo non sia di inseguire gli spiccioli del gettito della tassa ma, appunto, il “dibattito” stesso, il cui senso, come sempre, si ridurrà al “non ci sono soldi e bisogna trovarli da qualche parte”. La vera finalità di certe provocazioni governativo-mediatiche è quindi quella di ribadire il messaggio, anzi l’ideologia, del pauperismo. Un’ideologia che svaluta un intero territorio e lo consegna inerme alle svendite a “investitori” esteri, i soliti potentati multinazionali che possono così spacciarsi da salvatori della patria affamata. Deteriorare l’immagine di un Paese vuol dire abbassarne il “rating”, quindi favorire svendite e privatizzazioni. La povertà serve, anche solo come immagine, perché un basso rating, anche ingiustificato, comporta per quel Paese che ne è oggetto il dover pagare alti interessi sul proprio debito pubblico. Uno dei mantra dell’Europa riguarda la fiaba delle “formiche” del nord che non vogliono pagare per le “cicale” del sud, ma sta di fatto che sono le “cicale” a pagare per tutti a causa del loro basso rating.

Ma l’immagine può servire molto spesso ad anticipare la realtà. Nel 1964, dopo decenni di incrementi a due cifre del PIL, la lira italiana si trovò in una tempesta finanziaria. Cos’era successo? Lo sviluppo della produzione richiedeva sempre più petrolio e, per comprarlo all’estero, occorreva prima comprare dollari, con la conseguenza di far crollare la lira. Quando i capitali si muovono sui mercati finanziari internazionali, altri capitali si muovono sulla loro scia, che è una scia di morti e feriti. I movimenti di capitali vanno immancabilmente a destabilizzare l’economia reale.

In deficit sia della bilancia commerciale che della bilancia dei pagamenti, il governo Colombo del 1964 avrebbe voluto svalutare la lira ma il governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, in linea con i diktat della super-finanza mondiale, che non gradiva svalutazioni, negoziò un prestito dagli USA e impose al governo Colombo di tagliare un bel po’ dell’industria nazionale per alleggerire il carico finanziario delle importazioni di petrolio.

Dove fu operato il taglio industriale? Al sud, naturalmente. Il sud era più povero - povero per antonomasia - quindi poteva impoverirsi di più senza turbare gli equilibri nazionali, né a livello economico, né a livello ideologico. Dal 1964 al 1966 si verificò al sud la prima grande deindustrializzazione dopo il boom economico dei primi anni ‘60. Anche la maggiore industria farmaceutica del Meridione, la Farmochimica di Napoli, fu ceduta alla multinazionale statunitense Richardson-Merrell, ciò in nome del beneficio che l’investimento estero avrebbe procurato alla bilancia dei pagamenti. Dopo essersi presa la tecnologia che le serviva, la Richardson-Merrell se la svignò nel 1975.

La “questione meridionale” svolgeva così il suo ruolo di mitologia anticipatoria per mistificare il vero ruolo del sud nell’economia italiana, quello di valvola di scarico delle tensioni della bilancia commerciale e della bilancia dei pagamenti. Anno per anno il sud è finito per somigliare sempre di più al ritratto che se ne faceva da più di un secolo prima. Il copione del 1964 si è infatti ripetuto puntualmente ogni qual volta vi siano state tensioni finanziarie, nel 1975/76, nel 1981, nel 1992, ecc., sino a condurre all’attuale desertificazione industriale del Meridione.

Come tutte le ideologie fondanti, il pauperismo non trova mai vere opposizioni, meno che meno in quelle che si presentano come “opposizioni”. Un mito ricorrente e persistente riguarda il “tradimento della sinistra”, un mito riconfermato dall’attuale “dibattito” a sinistra, nel quale, ad esempio, Pier Luigi Bersani ammonisce che “la sinistra deve far la sinistra”. Il problema è che non si capisce quale sia questa sinistra, visto che il tutto si riduce, ancora una volta, alla vecchia solfa della redistribuzione dei sacrifici. Nel 1977 il segretario del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, era arrivato persino a cantare le lodi della deindustrializzazione e della pauperizzazione, denominate “austerità”, collocando la stessa “austerità” tra le categorie morali. Ancora adesso quel discorso di Berlinguer trova i suoi instancabili estimatori, che addirittura lo individuano come prefigurazione del progetto della “decrescita”. (2)

L’equivoco è evidente: il capitalismo viene interpretato come un meccanismo di crescita incontrollata a cui contrapporre un impoverimento controllato. Sennonché il pauperismo è una componente essenziale del capitalismo e la storia del capitalismo è fatta anche di decrescite controllate. Quando il capitalismo deve scegliere tra lo sviluppo industriale e la mobilità dei capitali, è sempre lo sviluppo industriale ad essere sacrificato.

6 aprile 2017

1) http://www.meteoweb.eu/2017/04/il-governo-gentiloni-vara-la-tassa-sui-cani-ecco-quanto-si-paghera-in-base-a-razza-e-peso-boom-di-polemiche/877770/

2) http://www.sossanita.it/doc/2014_07_AUSTERITA_Berlinguer.pdf


Da Hic Rhodus, pubblicato il 17 Marzo 2017 dc (i link originali non sono stati mantenuti qui):
Come i robot distruggeranno il capitalismo

    That’s why it’s important to recognise that AI is not just a new form of technology, but a brand new class of capital which automates the ‘last’ parts of humanity: thinking (Henry Innis, vedi bibliografia).

Abbiamo parlato a più riprese di imminente futuro tecnologico dove macchine, più o meno intelligenti, sostituiranno il lavoro umano (in questo testo rammentiamo alcuni dei nostri articoli). Il processo è in atto e ampiamente documentato, l’Intelligenza Artificiale sempre più “umana” prossima ad essere realizzata, le preoccupazioni dal lato tecnico-scientifico abbondantemente espresse. Estremizzando il processo in atto potremmo immaginare un futuro (neppure lontanissimo) in cui tutto il lavoro sarà eseguito da macchine (eventuali marginali eccezioni possono non essere contemplate in questo ragionamento). L’aggettivo in corsivo significa che macchine estrarranno materie prime, da macchine trasportate in fonderie e luoghi di raffinamento e trasformazione, da macchine poi distribuite a fabbriche gestite da macchine. Tali macchine saranno in grado quindi di costruire altre macchine, e grazie all’Intelligenza Artificiale progettarne di migliori, manutenerle, organizzarle. Se siete in grado di fare – a puro titolo ipotetico – questa fantasia, allora siete pronti per il passo successivo, che intende rispondere alla seguente domanda: che tipo di economia sarà?

La domanda è davvero cruciale, anche per le sue conseguenze operative: che economia all’epoca delle macchine? Possiamo tentare un ragionamento a partire dalle idee che abbiamo in merito alla nostra economia, quella attuale. Nel mondo circolano merci e servizi, reali e virtuali, che producono valore aggiunto. È scopo dell’impresa capitalista produrre quel valore che appartiene a chi detiene l’impresa. Ciò vale per gli azionisti Fiat, per le società finanziarie internazionali, per me e per la signora che viene a fare la pulizie (con tutte le semplificazioni del caso; economisti, per favore, non salite in cattedra che al momento non ci serve). Nel nostro mondo di robot, i concetti chiave del capitalismo: valore, capitale, lavoro etc., sono superati, inapplicabili, e quindi il capitalismo stesso non avrà più senso. Conseguentemente, per ragioni che non svilupperò in questo post, anche quello di potere cambierà sostanzialmente. Vorrei precisare che non intendo fare un esercizio futurologico, ma una semplice analisi teoricamente fondata assumendo, come caso di studio, il futuro di macchine sopra rappresentato.

A mio modo di vedere il concetto chiave, che le macchine distruggeranno, è quello di valore delle merci e servizi prodotti. È un concetto complicato e dibattuto da oltre due secoli e mezzo, e non è che qualcuno abbia trovato la soluzione universalmente condivisa alla domanda “da dove nasce il valore delle merci e servizi?”. Mi permettete di semplificare indicando due particolari scuole di pensiero (una sintesi divulgativa nell’Enciclopedia Treccani ma si veda anche l’ottimo Giorgio Lunghini, La teoria economica dominante e le teorie alternative):

il valore è incorporato nelle merci e servizi come lavoro necessario a produrli (Smith, Ricardo, Marx; nuovo avviso agli economisti che ci leggono: sì, lo so che questi autori hanno trattato diversamente la questione);
il valore è risultante dalle scelte di scambio, e in estrema sintesi da quelle dei consumatori (Walras, Marshall, Sraffa, Keynes… e sì, conosco le critiche degli ultimi due alle teorie neoclassiche dei primi).

La prima ipotesi cade immediatamente nel mondo robotico: in una prima fase (quella che stiamo vivendo) la sostituzione di forza lavoro umana con lavoratori meccanici sposta semplicemente alcuni fattori lasciando l’equazione invariata: quelle macchine sono costruite al pari di tutte quelle che fanno parte del capitale fisso dell’azienda; sono “semplicemente” macchine, e il fatto che sostituiscano esseri umani assomiglia abbastanza alla vecchia storia dei telai del ‘700 inglese. Non per caso si parla di tassare il plusvalore generato da questo processo sostitutivo (ne ha parlato di recente Ottonieri su questo blog in più articoli fra i quali questo e questo e, coincidenza interessante, si è espresso in modo analogo addirittura Bill Gates, chissà, forse ha letto Hic Rhodus…). Ma quando le macchine progetteranno e costruiranno le macchine che, a loro volta, produrranno beni e servizi, il valore marginale del lavoro (inteso: umano) in qualunque modo inglobato in queste tecnologie diverrà asintotico, prossimo allo zero, perché tutta la filiera produttiva, dal reperimento dei materiali grezzi fino alla loro trasformazione in beni, e quella distributiva, saranno gestite in forma extra-umane. Sotto questo profilo, quindi, le merci e i servizi offerti avranno un valore prossimo allo zero.

È un pochino più complesso argomentare il secondo punto di vista (teorie neoclassiche; marginalismo; cosiddetto neoliberismo…) anche perché quella neoclassica è diventata un contenitore di teorie in realtà anche contrastanti. Diciamo comunque che l’idea prevalente è l’auto-regolazione del mercato causata dall’utilità dei beni e servizi e dalla (presunta) capacità di scelta del consumatore. La critica monetarista keynesiana non è influente nell’analisi qui condotta che si riduce a questo: in un mondo automatizzato in cui le macchine si autoproducono viene a cadere il concetto stesso di capitale fisso, così come il valore marginale dei beni prodotti, come abbiamo visto sopra; la scelta del consumatore diviene quindi potenzialmente indifferente e non sussisterebbe più la concorrenza fra produttori, né la necessità del denaro come riserva di ricchezza (Keynes). Le merci (e i servizi) sarebbero semplicemente a disposizione ad infinitum o quasi, avendo come unico limite il fatto che la Terra (finché saremo confinati sul nostro pianeta) ha risorse limitate; un limite, comunque, che non potrebbe influenzare particolarmente il quadro economico d’insieme.

Supponendo valide le argomentazioni fin qui brevemente accennate, cosa resta del capitalismo? Se intendiamo questo termine come

    sistema economico in cui il capitale è di proprietà privata (sinonimo di ‘economia d’iniziativa privata’ o ‘economia di libero mercato’). Nell’accezione originaria, formulata con intento fortemente critico da pensatori socialisti e poi sviluppata nelle teorie marxiste, sistema economico caratterizzato dall’ampia accumulazione di capitale e dalla scissione di proprietà privata e mezzi di produzione dal lavoro, che è ridotto a lavoro salariato, sfruttato per ricavarne profitto (Enciclopedia Treccani),

capite che non ne rimarrebbe niente; quale proprietà privata, quale accumulazione di capitale, in un mondo di merci senza alcun valore intrinseco? Se ‘capitalismo’ è termine sgradito, per tradizione filosofica e culturale, e preferite ‘neoliberismo’ (Friedman, per intenderci), non cambia nulla:

    In cosa consiste questa nuova dottrina? Consiste nella riproposizione del liberismo puro, un “nuovo liberismo” – il neoliberismo appunto – dopo quello visto a inizio Ottocento. Un’ideologia costruita intorno ad un fine e ad un mezzo e con una premessa. La premessa è la “visione” di un mondo ideale in cui domanda, inflazione, disoccupazione funzionano alla stregua di forze naturali. Il mercato – visto come un ecosistema in grado di l’autoregolarsi – avrebbe dato vita all’esatto numero di prodotti al prezzo esattamente adeguato, realizzati da lavoratori che percepivano salari perfettamente sufficienti a comprare quei prodotti: un mondo perfetto di piena occupazione, creatività e, soprattutto, crescita perpetua (Storia Contemporanea).

Non ci sarà più lavoro (lo faranno le macchine) e quindi non disoccupazione come ora intesa, non salari, né ovviamente mercato (nel senso classico). Questo sistema – inclusi il bieco capitalismo finanziario, l’ordoliberismo e ogni schifezza criticabile del sistema economico vigente, inclusi Bilderberg, la Banca Centrale Europea e gli hedge fund – non esisteranno più. Non so dire se ci sarà di peggio, o di meglio, se vivremo nel paradiso post capitalista vagheggiato dal giovane Marx oppure no.

Marx l'avevo detto!
Anche perché la fase di transizione potrebbe essere tremenda. Niente lavoro = niente salario. È per questo che oggi, nella fase di sostituzione del lavoro umano con le macchine, si propongono tassazioni; quei soldi servirebbero allo Stato per garantire forme di sussistenza ai nuovi disoccupati, resi obsoleti dai robot. Ma pian piano diverremo tutti disoccupati, non solo gli operai ma anche molti professionisti quali i medici, baristi, artisti, astronauti… (si legga sempre Ottonieri QUI). Il passaggio di epoca sarà brutale, perché l’aumento delle macchine, tasse o non tasse, produrrà rapidamente eserciti di disoccupati ai quali i vari governi dovranno garantire un reddito; eserciti di industriali falliti da produzioni obsolete; magazzini pieni di prodotti invenduti. Non sarà nel giro di un giorno che ci trasformeremo da lavoratori a pensionati, da capitalisti ad artisti, da operatori in un mercato imperfetto a goditori del mondo automatizzato. Serviranno anni, probabilmente decenni, in cui il nuovo sistema automatizzato (e coloro che lo gestiranno) si sovrapporrà a quello tradizionale. In questo lasso di tempo potremmo assistere a lotte di potere per detenere e governare le macchine, nuova provvisoria fonte di ricchezza; in questo lasso di tempo muteranno governi e comunità; assisteremo forse al collasso di imperi e all’effimero emergere di nuove forme di controllo della società. Difficile sopravvivere nei modi e forme che oggi determinano il nostro ‘vivere’, il nostro intendere il mondo, la nostra comprensione come esseri “umani”.

Fermo qui l’analisi perché – come annunciato – volevo solo sperimentare l’applicabilità dei tradizionali concetti economici (in particolare quello di “valore”) a un’ipotetica e plausibile società futura robotizzata. Le conseguenze sul piano del governo, del potere, della governance di questa trasformazione saranno enormi ma preferisco non trattarne perché l’esercizio diverrebbe eccessivamente futuristico e arbitrario. Ma è difficile pensare che esisteranno, nello stesso modo in cui li conosciamo, nazioni, governi, relazioni economiche. E disuguaglianze. Qui il tema, certo cruciale, confina coll’imponderabile. Come sostengono gli ottimisti, le innovazioni tecnologiche hanno sempre, storicamente, favorito l’occupazione e la ricchezza; ma i pessimisti notano che la prospettiva automatizzata ha caratteristiche nuove e non comparabili. C’è poi una corrente di pensiero che intende combattere la disoccupazione indotta con redditi minimi universalistici, di cui la tassazione ricordata sopra è ovviamente prodromica, ma è chiaro che non può essere questa la soluzione quando la sostituzione dei lavoratori supererà un certo livello. Insomma, credo certo solo che, sviluppandosi il futuro industriale nella maniera assunta come ipotesi, i cambiamenti non saranno facilmente prevedibili e governabili, con conseguenze sociali enormi e inedite.

Buona fortuna.

Il tema dibattuto (anche in maniera differente da questo post) a livello internazionale:

Punti di vista simili:

    Jordan Pearson, The Future of Robot Labor Is the Future of Capitalism, “Motherboard”, 1 Settembre 2014;
    Zoltan Istvan, Will capitalism survive the robot revolution?, “TechCrunch”, 29 Marzo 2016;
    Henry Innis, Why AI will break capitalism, “Chatbots Magazine”, 11 Giugno 2016.

Punti di vista differenti:

    Conor Lynch, Stephen Hawking on the Future of Capitalism and Inequality, “Counter Punch”, 15 Ottobre 2015;
    Aaron Smith e Janna Anderson, AI, Robotics, and the Future of Jobs, “Pragmatic Capitalism”;
    Paul Mason, The end of capitalism has begun, “The Guardian”, 17 Luglio 2015. Un’intervista in italiano a Paul Mason, su questi stessi temi: Simon Child, La fine del capitalismo è quasi arrivata, “Vice”, 27 Agosto 2015.

Ringrazio Alberto Baldissera e Filippo Ottonieri per le puntute critiche che mi hanno reso più cauto nella redazione della versione finale di questo testo, anche se certamente ancora insoddisfacente per mia esclusiva pervicacia.

In e-mail il 4 Aprile 2017 dc:
I dazi di Trump
Un passo che accelera la disgregazione del sistema
Per far fronte al crescente e cronico deficit commerciale Usa (oltre 8.630 M$), Trump è ricorso al protezionismo. È un espediente che si aggiunge ad altri: il Quantitative easing (stampar banconote...), il pesante coinvolgimento di altri Paesi (Cina e Giappone in primis) nel sostegno al proprio debito pubblico, la deregulation finanziaria con i derivati Otc (over the counter), vere mine vaganti.

Sono tutti espedienti che gli Usa si possono permettere, non solo grazie alla propria «ricchezza» e alla propria potenza militare, ma soprattutto perché invischiano, direttamente o indirettamente, le altre economie. E questo proprio in nome di quel «libero mercato» che ora viene messo in discussione, con rimedi peggiori del male. Ma così è.

Nella prevalente tendenza alla disgregazione del sistema di relazioni capitalistiche, questo gioco diventa pericoloso. La caduta di alcuni tasselli potrebbe infatti causare un effetto domino, con conseguenze imprevedibili e difficilmente controllabili. Tuttavia, le odierne guerre commerciali non pongono all’ordine del giorno quelle guerre cosiddette «interimperialiste» che hanno accompagnato il Novecento. La situazione è completamente mutata. In peggio. Vediamo le sue dinamiche di fondo.

Un gioco pericoloso

Da anni, si parla di una ripresa economica fragile, tanto fragile da apparire evanescente. All’inizio dell’anno, l’Ocse aveva fatto balenare la possibilità di un seppur piccolo rilancio per il 2017, ma solo grazie alle allora previste buone performance degli Stati Uniti. Su questa speranza, getta acqua gelata la scelta protezionistica di Trump. Una scelta che non è un tuono a ciel sereno. Le politiche liberiste segnano il passo, come si vide alla decima conferenza della Wto (World Trade Organization, Organizzazione Mondiale del Commercio - Nairobi, dicembre 20159. Le nubi protezionistiche si stanno addensando su tutti i cieli, non solo del Nord America ma soprattutto sui cieli dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) nonché dell’Indonesia. La stessa Ue ha dato il suo contributo respingendo (giustamente) il Ttip.

Le conseguenze del protezionismo sono oggi aggravate dalle scelte liberiste (la globalizzazione) degli scorsi anni, con le quali oggi si scontrano inevitabilmente. Nonostante i rischi, la tendenza al protezionismo non trova freni, in uno scenario economico in deterioramento[1].

Un sistema economico in declino

Nel 2015/2016, la crescita del Pil e del commercio mondiali è stata molto più lenta del previsto ed è nettamente inferiore a quella media non solo del ventennio precedente alla crisi ma anche degli anni 2011-2014.

Dal 2006, dopo un’iniziale crescita, i prezzi in dollari delle materie prime e delle esportazioni di manufatti delle economie avanzate hanno subito un calo. Molto consistente per energia e metalli, meno per i manufatti e alimentari/bevande (Ice-Prometeia, p. 15). Le fluttuazioni nei tassi di cambio sono state ampie, ma non sembrano aver influito in misura rilevante sulle esportazioni, anche per i cambiamenti nei modi di produrre e nei legami fra Paesi che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Il tasso di crescita del Pil della Cina nel 2015 è stato il più basso dal 1990 e continua a rallentare. Fra gli altri Paesi emergenti, la recessione si è aggravata in Brasile ed è proseguita in Russia. Sola piccola eccezione l’India. Secondo il ministro Carlo Calenda:

«Non accadeva da 15 anni che la crescita degli scambi commerciali internazionali fossero più deboli del Pil mondiale».

Tra le cause del declino, la Wto annovera:

«L’aggravarsi della recessione in Brasile ha influenzato tutto il Sud America, le cui importazioni sono previste in calo dell’8,3%. Nord America (+1,9%) e Asia (+1,6%) cresceranno, ma in misura molto più contenuta rispetto alla previsioni»[2].

Crescono però i frutti avvelenati

In uno scenario caratterizzato da una generale tendenza depressiva (-13,2 dell’export) emergono alcuni aspetti che denunciano un deterioramento delle future relazioni economiche e politiche. Veri e propri frutti avvelenati.

1) Prende piede la concentrazione dei flussi commerciali: per la prima volta dopo molto tempo, i mercati d’importazione più dinamici sono state le aree avanzate; al tempo stesso, la graduatoria dei principali Paesi esportatori evidenzia un aumento della concentrazione: la quota complessiva dei primi venti è passata dal 70,7% del valore delle esportazioni mondiali nel 2014 al 73% nel 2015, con la Cina che ha mantenuto il proprio primato (p. 20). In poche parole, i Paesi «poveri» sono sempre più emarginati.

2) Nel 2015, il valore complessivo dell’interscambio mondiale di merci ha subito un calo del 12,2% rispetto al 2014. Il calo ha toccato tutti i settori (Ice-Prometeia, p. 17), tranne le armi[3] e il «lusso», ossia merci che non rientrano nel processo di riproduzione allargata (ovvero spreco, consumo improduttivo).

L’interscambio svela un altro aspetto critico: all’au-mento del volume delle esportazioni (+3%) corrisponde la diminuzione del valore del 13,2%, che si attesta sui 16.482 miliardi di dollari, il livello più basso dal 2011 (p. 16). Il calo è stato molto rilevante per Russia (-31,6%), India (-17,2%), Paesi Bassi (-15,7%), Italia (-13,4%), Francia (12,8%), Germania (-11%).

Nel 2015, anche il valore complessivo delle importazioni ha subito un calo dell’12,2% rispetto all’anno precedente, con tassi rilevanti per Giappone (-20,8%), Corea del Sud (16,9%), Francia (15,4%), Cina (14,2%), Paesi Bassi (-14,2), Italia (13,8%), Francia (13%).

L’aumento del volume e la diminuzione del valore delle merci dipende da un accresciuto sfruttamento della forza lavoro, sia in termini reali che relativi.

3) Il maggior deficit commerciale riguarda gli Stati Uniti, seguiti a distanza da Regno Unito, India, Francia. Nonostante i cali, gli Usa restano il primo importatore e il secondo esportatore. Il maggior surplus commerciale è appannaggio di Cina, Germania e Russia (Ice-Prometeia, pp. 20 e 21).

I servizi superano le merci

Anche gli scambi mondiali di servizi sono diminuiti (-6,1%), sebbene in misura inferiore a quelli di merci. Ciò nonostante, i servizi hanno raggiunto il massimo storico come peso sul commercio mondiale. La composizione settoriale è cambiata nettamente, con un forte ridimensionamento del settore dei trasporti, cui ha corrisposto un aumento di quello dei servizi informatici, di telecomunicazione e di informazione e degli altri servizi alle imprese. La graduatoria dei principali Paesi esportatori, con gli Stati Uniti al primo posto, non si è invece modificata molto negli ultimi anni, a parte la continua crescita della Cina e dell’Irlanda e la perdita di terreno dell’Italia. Tra i maggiori importatori, escludendo Stati Uniti e Cina, nel 2015 si è avuta una tendenza al ridimensionamento (Ice-Prometeia, pp. 9, 24 e 25).

Solo una parte dei servizi contribuisce al processo di riproduzione allargata, un’altra costituisce una dissipazione (i faux frais) che grava sul complessivo processo di accumulazione del capitale (come armi e lusso).

Capitali chiamano capitali, Usa in testa

Rovesciando la tendenza declinante degli ultimi anni, nel 2015 i flussi in entrata degli investimenti diretti esteri (Ide) hanno registrato un netto incremento (38%), raggiungendo il livello massimo dopo il crash del 2008. Tale crescita si deve principalmente al forte aumento delle operazioni internazionali relative a fusioni e acquisizioni nelle economie sviluppate che sono tornate ad attrarre la maggior parte degli investimenti mondiali e hanno registrato un ampio incremento dei flussi in entrata (84,4%).

I Paesi sviluppati si sono confermati come i primi investitori, con 1.065 miliardi di dollari, pari a 72,3% del totale (con un incremento di oltre 11 punti percentuali rispetto all’anno precedente).

Sono aumentati, seppure in misura inferiore, i flussi diretti verso i Paesi in via di sviluppo (9,5%), mentre è proseguita la flessione (-38%) verso i Paesi «in transizione» (ovvero poveri), iniziata nel 2014.

A livello mondiale, al centro dei flussi di investimento in entrata e in uscita ci sono sempre gli Stati Uniti che hanno attratto i la maggior quota di investimenti (22,64%) e restano al contempo i principali investitori con una quota pari al 23,9% (Ice-Prometeia, pp. 10 e 28).

Le delocalizzazioni sono in netto declino.

In questi flussi, ci sarebbe da distinguere quanto denaro assume realmente la forma di investimento e quanto quella di speculazione. Ed è quello che fa la differenza.

Un’attenta analisi dell’interscambio commerciale dovrebbe mettere in luce quegli aspetti (armi, lusso, servizi, speculazione) che non contribuiscono alla riproduzione allargata, rivelando così una situazione assai peggiore di quella proposta.

Guerra commerciale e guerra militare

La guerra commerciale accesa da Trump suscita il timore di possibili conflitti militari, alimentato anche dalla crescita della spesa mondiale per le armi. Su questo argomento, circolano tesi che si richiamano alle due guerre mondiali del Novecento, riproponendone gli schemi interpretativi. Secondo me, sono criteri fuorvianti, in quanto evocano i fantasmi di un passato che non ritorna. Mentre il futuro si profila assai diverso, e peggiore.

Come ho già evidenziato, gli Usa mantengono una superiorità militare senza confronto[4], contro la quale nessuna Potenza o coalizione di Potenze è in grado di contrapporsi.

La «corsa agli armamenti» avviene dopo un lungo periodo di stasi di 26 anni: solo nel 2007 è stata superata la spesa del 1990. La ripartizione della spesa vede in testa i soliti Stati Uniti (da soli spendono quasi un terzo del budget mondiale, e Trump sta spingendo al rialzo), seguiti a distanza dalla solita Cina (circa un ottavo), vengono poi Arabia Saudita, Russia, Francia, Regno Unito, Germania, India, Giappone, Corea del Sud, Italia, Brasile, Australia. Alcuni Paesi leader sono però in calo, come l’Italia. Altri restano a livelli modesti, pur avendo notevolmente incrementato la spesa (attorno al 100%), una corsa alle armi dovuta soprattutto a motivi interni (Iraq, Congo, Venezuela, Mali)[5].

Lo scenario che si delinea conferma la tesi della guerra permanente asimmetrica, senza confini e senza diretti protagonisti: tutti contro tutti. Il declino delle relazioni economiche genera spinte centrifughe che, a loro volta, finiscono per scontrarsi e aggrovigliarsi dentro e contro quegli interessi che si erano sviluppati con la globalizzazione, mandandoli allo sbando nella ricerca di qualche momentanea soluzione. Di conseguenza, i rapporti e le alleanze tra Stati assumono contorni assai confusi, con repentine e contorte giravolte, come fa la Turchia con la Ue e la Russia.

Quanto avviene in Iraq, in Siria, nel Donbass (Somalia, Afghanistan, Libia ...) è una prospettiva che già lambisce il ricco Occidente, dove si vive tra attentati (o meglio raids) e militarizzazione della vita civile.

Ed è questa la prospettiva da affrontare.

Dino Erba, Milano 4 aprile 2017.

[1] L’attuale situazione conferma, in peggio, quella che avevo presentato tre anni fa,  [Dino Erba (e molti altri), Classi in lotta in un mondo in rovina. Crisi del processo di accumulazione del capitale e disgregazione sociale, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014] vedi: Ice-Prometeia (a cura di), Lo scenario economico mondiale. Rapporto Ice 2015-2016, Ministero dello Sviluppo Economico, Roma, luglio 2016, p. 12.

[2] Gianluca Di Francesco, Commercio mondiale ai minimi dal 2009: cresce meno del Pil globale, «Il Sole24Ore», 27 settembre 2016.

[3] La crescita costante del commercio internazionale di armi, Sipri, 20 febbraio 2017, in http://www.notizieitalianews. com/2017/02/la-crescita-costante-del-commercio.html).

[4] Dino Erba (e molti altri), Classi in lotta in un mondo in rovina, op. cit., p. 30.

[5] Giuditta Mosca, Il mercato delle armi continua a crescere, «Wired»», 22 febbraio 2017, in https://www.wired.it/attualita /politica/2017/02/22/mercato-armi-crescere/



In e-mail il 2 Marzo 2017 dc:

Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news precedenti, può reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la voce "Commentario".


La ministra Madia,
l'angelica icona dell'odio di categoria

Quando la Corte Costituzionale ha confermato nella legge elettorale i capilista bloccati ed ha abbassato al 3% la soglia di sbarramento, ha anche indirettamente decretato l’avvio di una stagione di scissioni nei partiti, a cominciare dal PD. Il meccanismo dei capilista bloccati conferisce al segretario di partito un potere assoluto nella scelta dei parlamentari, perciò alle minoranze conviene andarsene, visto che il 3% non costituisce una soglia troppo rischiosa. Che le motivazioni della scissione bersaniana del PD siano di carattere elettorale, lo ha confermato lo stesso Bersani quando ha detto che non vuole fare una “cosa rossa” ma una “cosa che non sputi sul rosso”, cioè non si tratta di cambiare davvero politica, bensì di abbandonare il fallimentare tentativo renziano di sfondare nell’elettorato di destra adottando il suo linguaggio; un tentativo che ha avuto l’unico effetto di perdere gran parte dell’elettorato di sinistra. Per questo motivo Bersani non ha rinunciato ad una verniciatura ideologica un po’ più “radical” della propria scelta scissionista, annunciando ai suoi ex colleghi di partito che gli anni ‘90, con la loro retorica globalista, ormai sono lontani, dato che anche negli USA la musica sembra cambiata.

Dopo averci rotto le scatole per anni coi suoi racconti demenziali sulla superiorità, soprattutto economica, degli USA, persino il giornalista Alan Friedman si è svegliato d’un colpo e ha scritto un libro incendiario: “Questa non è l’America”; un libro che diventerà il manuale dei prossimi sovversivi americani, un libro che ci rivela finalmente “di che lacrime grondi e di che sangue” l’icona principe del “politically correct”, Barack Obama. Pare che Friedman, per capire i motivi del presunto sostegno popolare alla vittoria di CialTrump, abbia fatto un viaggio nella famosa “America profonda”, la famosa “pancia degli USA", ha indagato con rigore e ha scoperto che in America ci sono livelli di povertà simili, se non peggiori, a quelli dello Zimbabwe. Pare che i lavoratori siano pagati solo sette dollari l’ora ed anche meno e, tenendo conto che lì bisogna pagarsi interamente i servizi e che con millecinquecento dollari al mese si è al di sotto della soglia della povertà… Insomma, questa non è l’America di Friedman: un giornalista che ci ha messo solo trenta anni a scoprire che in America si muore di fame, è uno che sa il fatto suo. Ora Friedman tutti questi morti di fame li mette al sicuro sotto l’icona rampante del “politically incorrect”, CialTrump, avallando la vulgata mediatica che vuole che sia stato il voto popolare, e non le lobby, a spingerlo alla presidenza. Ecco come i media fabbricano leadership fittizie per fuorviare il malcontento sociale.

CialTrump ha messo fuori dalla porta due testate giornalistiche storiche: “New York Times” e CNN. Grande indignazione di tutta la stampa democratica che invoca la possibilità di “dire la verità” (sic!). Eppure Chomsky ricordava il ruolo decisivo svolto dal NYT nel coprire i peggiori crimini USA nel mondo, dall’Indonesia, al Vietnam, al Nicaragua. Quanto alla CNN ha dato più volte prova di fare attività di copertura ed intossicazione dell’informazione nell’attacco all’Iraq e nella guerra in Afghanistan. Ai veri o finti nostalgici di un’altra America, come il buon Friedman, sarebbe il caso di ricordare che le più imponenti vendite di armi al Medio Oriente le ha realizzate Obama. Vendite soprattutto all’Arabia Saudita, quindi al maggiore fornitore d’armi dell’ISIS. (1)

Sette dollari in America, cioè più o meno sette euro da noi; è quello che molte amministrazioni comunali italiane pagano ai lavoratori schiavi con la tecnica del voucher. Le amministrazioni comunali si difendono dicendo che hanno creato lavoro e che la legge lo consente. Sono argomenti da aziende private o da lobbisti delle privatizzazioni. Sullo Stato e sugli enti pubblici vale la stessa constatazione che si deve fare per la sinistra: non esistono. Come la sinistra è solo uno spazio vacuo a disposizione per l’entrismo di un personale politico di destra, così i pubblici poteri costituiscono solo gusci vuoti riempiti dal lobbismo privato. (2)

Intanto il governo ed i media suoi paladini fanno un uso interessante del termine “furbetto”. Il termine era inizialmente stato usato per gli affaristi dediti alle truffe bancarie. Oggi invece il termine identifica gli assenteisti del pubblico impiego. La campagna a tutto campo per attaccare i lavoratori del pubblico impiego è stata posta sotto l’angelica icona “politically correct” della ministra Madia e viene sostanziata dalla caccia al “furbetto”. Il termine indica da un lato lo squallore del rubagalline, dall’altro il danno alla “comunità”. I media lanciano spot - chiaramente confezionati ad hoc e privi di attendibilità - per proporre l’immagine del dipendente pubblico assenteista e, nel contempo, mettono le mani avanti dicendo che però la maggioranza dei pubblici dipendenti lavora. Intanto però si vuole rendere tutto il pubblico impiego più povero e più licenziabile. Per i pubblici dipendenti è rimasto l’articolo18 ed allora la “giusta causa” per il licenziamento occorre inventarsela. L’immagine, anche quando si tratta di un fake, è più potente della parola e, nonostante le ipocrite distinzioni, passa ugualmente il messaggio di odio di categoria e di appello alla guerra civile.

Almeno su queste tecniche di propaganda la ministra Marianna Madia può vantare qualche competenza, vista la sua provenienza dal giornalismo. Circa l’effettiva collocazione della ministra, basti considerare che da ragazza ha frequentato il Liceo Francese di Roma, tratto distintivo di appartenenza ad una famiglia massonica, e delle logge che contano.

Quelli dei voucher, quelli delle evasioni fiscali miliardarie, quelli dei derivati, quelli delle delocalizzazioni, quelli dei finanziamenti pubblici alle imprese con profitto privato, quelli che criminalizzano i pubblici dipendenti per fare lobbying a favore delle privatizzazioni dei servizi pubblici, quelli non sono furbetti, sono tutt’altro. Sono al di là del bene e del male, sono i privilegiati dalla nascita.

2 marzo 2017


1)  http://www.occhidellaguerra.it/obama-mercante-darmi/

2)  http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/fp-cgil-sette-comuni-tra-i-primi-duecento-utilizzatori-voucher-3533d56f-aeda-4ac0-a598-87ae8266ff01.html  


In e-mail il 5 Febbraio 2017 dc:

Euro o lira, il vero problema è il capitalismo
Contro la truffa del nazionalismo!
4 Febbraio 2017

testo del volantino mensile nazionale del PCL

Il capitalismo è un sistema fallito. L'aumento impressionante delle disuguaglianze sociali in tutto il mondo ne è la misura. Ma un sistema fallito, in profonda crisi di consenso, deve riuscire a dirottare su falsi miti la rabbia sociale delle classi che sfrutta.

Per un certo tempo il mito europeista ha svolto questo ruolo. Perché i sacrifici? Perché bisogna “entrare in Europa”, si diceva in Italia negli anni ‘90. L'Unione Europea dei principali Stati capitalisti veniva presentata come orizzonte di progresso. Ma l'esperienza della UE ha dimostrato l'opposto: precarietà del lavoro, privatizzazioni, tagli alle prestazioni sociali, demolizione dei contratti nazionali.

Sono le politiche di tutti i governi UE. Per ultimo del governo Tsipras, che aveva annunciato la “riforma sociale e democratica” della UE e ha finito con lo svendere alla troika persino l'acqua pubblica. A riprova che non si può riformare la UE.

Ora che la truffa dell'Unione ha perso la propria credibilità, tornano in voga i miti nazionalisti e sovranisti. Perché i sacrifici? Perché c'è l'euro e la Germania ci sfrutta. L'uscita dall'euro e/o dalla UE diventa la via maestra del ritorno della democrazia e della “sovranità del popolo”. È la propaganda dei nazionalismi reazionari europei, ma anche, in altre forme, di ambienti diversi della sinistra. È un'altra truffa.

Non esiste la sovranità di una moneta. Esiste la sovranità della classe sociale che la controlla. All'ombra del dollaro sovrano, i padroni USA hanno abbassato i salari, tagliato milioni di posti di lavoro, sotto Bush come sotto Obama. Ed oggi Donald Trump, nel nome della nazione americana, annuncia una nuova stretta contro la sanità e i diritti sindacali. Sotto la sovranissima sterlina, i padroni inglesi hanno smantellato i diritti e le conquiste sociali di generazioni di sfruttati. Oggi, l'uscita della Gran Bretagna dalla UE non cambia di una virgola il corso distruttivo di queste politiche.

La nuova moda dell’era Trump è dunque la vecchia truffa del nazionalismo: la borghesia in ogni Stato arruola i propri lavoratori contro i lavoratori di altri Paesi, in una competizione mondiale di tutti contro tutti. I sacrifici che prima erano richiesti nel nome della globalizzazione e del libero scambio ora sono invocati sempre più nel nome della Patria e della Nazione. Ma a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori. E a guadagnarci sono sempre gli stessi: i capitalisti e i loro profitti. Questa è la truffa che si nasconde dietro le parole dei Le Pen, dei Salvini, dei Grillo...

La verità è che l'alternativa non è tra euro e lira, tra libero scambio o protezionismo, tra Unione Europea e nazione. L'alternativa vera è tra capitalisti e lavoratori. Tra capitalismo e socialismo. In ogni Paese e su scala mondiale. Da un lato un sistema sociale fallito che non ha nulla da offrire ma solo da togliere, quali che siano le sue monete e le sue istituzioni, nel quale la sovranità sta in ogni caso nelle mani dei capitalisti, dei banchieri, della loro dittatura. Dall'altro un progetto di alternativa di società in cui a comandare sia finalmente chi lavora, chi produce la ricchezza della società, e cioè la sua maggioranza, a partire dal controllo delle leve fondamentali dell'economia.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte nelle lotte dei lavoratori, in ogni lotta di resistenza sociale per questo progetto di liberazione e rivoluzione. Per la costruzione di un partito internazionale della classe lavoratrice basato su questa prospettiva: l'unica vera alternativa.

Partito Comunista dei Lavoratori


Da Hic Rhodus il 20 Gennaio 2017 dc:
Perché non faccio l'elemosina
di Bezzicante

Mauro Covacich, su Corriere della Sera, racconta la sua evoluzione negli anni: da elargitore frequente di elemosine a benefattore con criteri rigidi per approdare, oggi, alla mera simpatia: Covacich fa l’elemosina a chi arbitrariamente gli è simpatico e conclude:

    Sono diventato un uomo migliore rispetto all’intransigente qualunquista di vent’anni fa? E rispetto al severo legislatore morale che l’ha sostituito più tardi? Mah, forse ho solo imparato a tollerare le mie debolezze. Forse ho solo accettato l’inaccettabile caos che governa i destini umani.

L’ultima frase è centrale nel ragionamento dello scrittore come nella mia personale riflessione, anche se io ho percorso un sentiero diverso e ho semplicemente smesso di fare la carità a zingari accovacciati alle scale mobili, africani all’uscita dai supermercati, punkabbestia con cane dallo sguardo penoso ai mercati, lavavetri, ambulanti abusivi, finti suonatori sui treni. Non la faccio. Non do loro un centesimo e, spero mi capiate, non evito il loro sguardo, non fingo di cercarmi in tasca senza successo (come dice di fare Covacich), non cerco di fuggire dalla relazione che per qualche attimo si instaura, una relazione penosa fra il bisognoso che tende la mano e il passante più o meno benestante. Io passo, li guardo, e dico “No”. Quel mio sguardo, quel mio dire “No”, è il mio assumermi una responsabilità che voglio sia palese e chiara; non intendo dare nulla ai mendicanti, ma non intendo simulare, fare l’ipocrita, infingere vaghe giustificazioni.

Le ragioni del mio atteggiamento sono diverse. Le minori, quelle comunque non centrali nella mia scelta, sono anche quelle più facili da spiegare e trovano giustificazione nell’analisi distaccata del fenomeno dell’accattonaggio. È noto che la maggior parte delle persone accattone sono sfruttate da racket organizzati come accade per la prostituzione, per il caporalato e altre odiose forme di sfruttamento di soggetti deboli. Gli stranieri senza permesso di soggiorno, i profughi, sono assolutamente esposti al pericolo di cadere preda di queste organizzazioni dalle quali diventa difficile uscire. È nota la crudeltà degli sfruttatori, capaci di sottrarre bambini dagli orfanotrofi e provocare loro fratture e deformazioni per impietosire i passanti (fonte anche con informazioni su altre tipologie di accattonaggio). L’ultima Relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo dedica numerose pagine al fenomeno:

    Gli esiti delle indagini condotte sul territorio nazionale continuano ad evidenziare l’operatività di soggetti o gruppi criminali bulgari nella consumazione di reati afferenti il traffico di stupefacenti, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed il contrabbando di T.L.E., nonché, con incidenza comunque minore rispetto al recente passato, il traffico di armi, la tratta di esseri umani e la riduzione in schiavitù finalizzata allo sfruttamento sessuale, lavorativo e nell’accattonaggio delle vittime (p. 136).

    La tratta di esseri umani rappresenta uno dei prioritari interessi delle organizzazioni criminali rumene. Le indagini condotte in tale settore continuano a documentare l’operatività dei citati sodalizi, attivi su base transnazionale e con strutture di vertice prevalentemente stanziate in madrepatria, nonché la loro capacità di gestire tutte le fasi del traffico illecito, dall’ingaggio, al trasferimento e, infine, allo sfruttamento delle vittime nei paesi di destinazione, sia in campo sessuale che lavorativo e, in misura minore, nell’accattonaggio, avvalendosi di cellule locali deputate al supporto logistico (p. 141).

    Generalmente, le donne provenienti dall’Europa dell’est (soprattutto rumene, albanesi e bulgare) vengono indotte con l’inganno a venire in Italia e poi inserite nel mondo della prostituzione e costrette a subire violenze, le nigeriane vengono, invece, spesso minacciate con riti e pratiche locali (ad es. riti voodoo) e coinvolte in traffici internazionali di prostituzione. Gli uomini rumeni sono destinati, principalmente, ad attività di accattonaggio e furto mentre cinesi e indiani, indipendentemente dal sesso, sono impiegati in attività lavorative in condizioni di schiavitù (p. 344).

E via discorrendo.

È ovvio che di fronte a questa evidenza sono possibili due reazioni: 1) quest* poverett* sono sostanzialmente schiav*, sfruttat* senza pietà, è giusto aiutarl* anche attraverso l’obolo, così, malgrado quel denaro vada agli sfruttatori, almeno loro possono continuare a sopravvivere; oppure: 2) mi dispiace per loro, umanamente, ma ogni offerta di denaro contribuisce ad alimentare il racket e a perpetuare la loro schiavitù. Così come la malavita organizzata cresce e si arricchisce nel traffico di stupefacenti, nel gioco d’azzardo e nella prostituzione (fenomeni differenti che richiedono, ovviamente, risposte diverse). Naturalmente i miei lettori penseranno come credono e agiranno di conseguenza, ma è necessario non far finta di niente ed essere consapevoli che dietro la gran parte degli accattoni c’è un’organizzazione criminale che li sfrutta e si arricchisce.

Ciò detto viene la parte più difficile da argomentare, quella etica, morale, alimentata dai sensi di colpa. Il povero, il disagiato, il malato, sono miei fratelli, insegna la morale cristiana, di cui ci dobbiamo prendere carico. L’accattone davanti al supermercato ci ricorda il nostro stato di piccoli borghesi, vagamente benestanti, che comperano quotidianamente oggetti inutili, dannosi, firmati, alla moda, che poi butteremo con tranquillità, nel nostro ordinato mondo di consumatori ormai inconsapevoli; l’accattone ci mette di fronte alla stupidità colpevole dello spreco, al privilegio delle nostre condizioni, alla paura di perdere quei privilegi. Ci sentiamo in colpa (“noi” privilegiati), ci sentiamo fragili, ci rispecchiamo in sofferenze mai provate che ci spaventano terribilmente (la perdita dei piccoli privilegi, dello stipendio a fine mese, del panettone senza canditi…). Noi facciamo la carità sostanzialmente per la nostra paura: ti do un Euro, ma la tua immagine non mi deve perseguitare; ti do un Euro ma perdonami, non è colpa mia… Il senso di colpa cristiano, e ancor più cattolico, non è universale. Ho sperimentato in maniera chiara e illuminante come, in contesti per esempio orientali, non esistano i presupposti per questo senso di colpa ipocrita e malato. I ricchi e i poveri convivono nell’accettazione profonda del caos che governa i loro destini, per utilizzare le parole iniziali di Covacich. Il benestante non si sente colpevole della condizione del povero, il quale non ne ritiene responsabile il benestante. Non c’è disprezzo per il povero, né pietà legata alla relazione.

A partire dal senso di colpa cristiano si edifica poi un rapporto di sfruttamento che non viene razionalmente compreso dai più (e qui sono certo che riceverò le critiche più pesanti) e che ha a che fare col rapporto padrone-servo già criticato da Nietzsche (Nota mia: ma dopo Max Stirner), oltre che con la sua critica della carità cristiana. Dare l’obolo significa rimarcare un potere sull’individuo. Significa segnare la distanza, accrescere il fossato. Che ben si sposa col senso di colpa perché contribuisce, attraverso un atto di potere mascherato da carità, ad allontanare il bisognoso, relegarlo in altra provincia di significato. Dare l’obolo significa poi perpetuare questa relazione asimmetrica, cristallizzarla. Noi ci sentiamo in colpa, ma a partire da tale colpa agiamo un potere che ci preserva, marca la distanza, ci sospende dalla condanna.

Queste riflessioni spiegano il mio comportamento. Un comportamento che non riesce a sottrarsi completamente al contesto culturale in cui sono nato e cresciuto, in cui si agitano elementi piccolo borghesi, retaggi cristiani, emulazioni sociali e contraddizioni di ogni sorta. Io ho scelto di affrontare i miei fantasmi alla luce di un pensiero razionale ed etico, anche se di un’etica che, mi rendo benissimo conto, non è forse quella corrente. Io non voglio alimentare il racket, ma soprattutto non voglio coltivare un senso di colpa eterodiretto, rispetto al quale il mio personale vissuto non ha responsabilità alcuna; non sento il generico “altro” come un “fratello”, ma solo come un individuo che come me ha subìto “l’inaccettabile caos dei destini umani”, con percorsi e con fortune diverse. Ci siamo, viviamo una breve vita nel contesto che ci è dato in sorte, moriremo. Ognuno perso nel labirinto delle proprie credenze, ciascuno ponendosi obiettivi più o meno realizzabili, ognuno sostanzialmente solo. Miliardi di solitudini, in massima parte sofferenti. Non si tratta di insensibilità. Io soffro per queste moltitudini e ritengo inaccettabile questa sofferenza. Alla quale occorre rispondere con politiche, con interventi globali, non con l’Euro fuggevolmente donato distogliendo lo sguardo.

La solidarietà, l’inclusione, l’assistenza (anziché la carità) devono essere un disegno comune, un pilastro della cultura di un popolo, e quindi oggetto di un’azione complessiva, programmata e realizzata pubblicamente, in maniera trasparente, solidale, continuativa ed efficace.

In e-mail l'11 Gennaio 2017 dc:
Per una risposta di classe
alla crisi in corso. Per una sinistra rivoluzionaria
Dopo la sconfitta del tentativo bonapartista di Renzi, dopo la capitolazione FIOM sul CCNL, sviluppiamo l’intervento politico e sociale del PCL per una primavera di lotta
10 Gennaio 2017

Risoluzione conclusiva del Congresso nazionale del PCL
UNA NUOVA FASE DI INSTABILITÀ, CON IL CRESCENTE RISCHIO DI DERIVE REAZIONARIE

Il referendum del 4 dicembre ha rappresentato uno snodo dell'evoluzione politica italiana.

La crisi del renzismo ha trovato il proprio riflesso nella clamorosa sconfitta del governo. La vittoria del No ha superato ogni previsione (59%), nel quadro di una partecipazione per molti aspetti straordinaria (quasi il 70%). La composizione sociale, generazionale e territoriale del No è stata altrettanto significativa: lavoro dipendente, giovani sotto i quarant'anni, periferie cittadine e metropolitane, Mezzogiorno d'Italia e isole. Sul No si è riversata la sofferenza della maggioranza della società italiana, in tutte le sue principali espressioni, sullo sfondo della grande crisi dell'ultimo decennio. Il No ha dunque travalicato lo stesso sentimento di ostilità verso il governo: ha rappresentato una crisi complessiva di rigetto delle politiche dominanti dettate dalla crisi e dei loro effetti sociali. Al tempo stesso è parziale interpretare questo risultato come una pura espressione sociale. Questo diffuso sentimento antisistema si combina infatti con la tenuta dei blocchi reazionari che si fronteggiano nello scenario italiano: quello leghista (voto veneto), quello berlusconiano (seppur oggi ridotto), quello grillino (periferie urbane). La sovrapposizione della geografia del No con quella elettorale del paese, confermata da tutte le analisi, riflette anche la perdurante influenza del populismo reazionario tra i salariati, i disoccupati e nella giovane generazione. Liberare la pulsione classista del voto dall'involucro populista che le si sovrappone è il compito della politica di classe. A partire dai milioni di No provenienti dal versante dell'opposizione classista e di sinistra su Jobs Act , Buona scuola, politiche ambientali.

La disfatta del renzismo non investe unicamente le prospettive del progetto bonapartista racchiuso dalla controriforma costituzionale.

In primo luogo investe gli equilibri politici di governo. Renzi, ancora a capo del PD, sogna la propria rivincita (primarie ed elezioni anticipate), capitalizzando larga parte del 41% di Sì. Tuttavia questa operazione sconta diverse difficoltà: la diffidenza di parte importante della grande borghesia la resistenza inerziale di vasti settori parlamentari ed istituzionali (a partire dal Presidente della Repubblica); un’immagine pubblica, già sfregiata dal risultato referendario, che viene ulteriormente sfigurata dalla smaccata continuità col governo precedente. Il piano di rivincita coltivato da Renzi, per quanto reale e determinato, è dunque tutt'altro che scontato nel suo esito.

In secondo (ma non secondario) luogo, il crollo di una controriforma che concentrava i poteri nel Governo (nei confronti del parlamento) e nello Stato (nei confronti delle Regioni) è il fallimento di una possibile soluzione della crisi politico-istituzionale borghese. Dunque segna l'apertura di una nuova fase di riorganizzazione. Le dimissioni del governo, la rapida formazione del nuovo esecutivo Gentiloni, segnano solo l'inizio di questo convulso processo. Il quadro tripolare del sistema politico mina le prospettive di stabilità politica e istituzionale: nessuno appare oggi in grado di costruire attorno a sé un blocco maggioritario. La stessa discussione sulla nuova legge elettorale rivela la difficoltà di uno sbocco.

A ciò si aggiungono le incognite sulla tenuta dei diversi poli, attraversati ognuno da evidenti linee di frattura interne. Dissolto il vecchio bipolarismo, sconfitto il progetto bonapartista, il sistema politico non ha un baricentro. Mentre si conferma una irrisolta crisi bancaria (Monte dei Paschi) e l'instabilità degli assetti del capitalismo italiano (acquisizione di Pioneer da parte francese, guerra in Confindustria sul Sole 24 Ore, iniziativa corsara del capitale francese su Mediaset), sullo sfondo di quella immutata crisi dell'Unione Europea cui la sconfitta di Renzi in Italia aggiunge un nuovo tassello, nella prospettiva di una chiusura del Quantitative Easing della BCE e delle sue conseguenze sulla tenuta del debito pubblico italiano e sui suoi livelli di governabilità.

In questo quadro di grande instabilità politica e sociale, emerge un nuovo protagonismo ed una rinnovata forza sociale delle forze reazionarie di massa, sia nelle sue più classiche versioni xenofobe e nazionaliste (la Lega di Salvini e le forze dell’estrema destra), sia nelle nuove forme ibride e confuse del grillismo e del M5S. Forze che colgono il vento di una crescita significativa di queste tendenze in tutto il continente europeo, sospinte dalla perdurante crisi, dal precipitare della competizione fra poli e blocchi commerciali, dal persistente odore di guerra che serpeggia su quasi tutti i confini (Europa orientale, Medio Oriente, Nord Africa), dalla crisi dei profughi, da una sinistra riformista subalterna al quadro capitalista, dalla crisi diffusa del movimento operaio. Forze che oggi colgono anche un possibile ed incipiente cambio di fase nelle politiche internazionali, con la conquista del governo di uno dei principali poli capitalisti: l’amministrazione Trump potrebbe nei prossimi mesi attivare una decisa svolta nella gestione capitalista della crisi, con la definitiva archiviazione dei grandi accordi commerciali (TTIP e TTP), l’apertura di conflitti commerciali (con la Cina e non solo), la ripresa di una spesa pubblica statale per sostenere la domanda interna. Una svolta che potrebbe a sua volta dare nuovi ragioni nella propaganda di massa di queste forze reazionarie, ma soprattutto che potrebbe forgiare nuove alleanze con settori significativi dei grandi capitali, nazionali ed europei, disegnando una loro possibile ascesa al governo anche in Stati chiave del continente europeo (dalla Francia alla stessa Italia).


IL CONTRATTO DEI METALMECCANICI: UN CAMBIO DI FASE NEI RAPPORTI DI FORZA TRA LE CLASSI

Il 26 novembre scorso, pochi giorni prima del referendum, FIM, FIOM e UILM hanno siglato il primo rinnovo unitario del contratto dei metalmeccanici dal 2008. Da mesi era in corso una prova di forza. Il padronato si era posto esplicitamente l’obbiettivo di destrutturare i contratti nazionali, sospinto dalla lunga crisi (dalla necessità di recuperare margini di profitto a partire dai costi) e dall’indebolimento sindacale - della classe nel suo complesso - dopo la sconfitta sul Jobs Act. La FIM di Bentivogli, dopo FCA, condivideva l’obbiettivo di ridefinire il CCNL, andando oltre l’impianto delle confederazioni (CGIL-CISL-UIL chiedevano, all’inizio della stagione dei rinnovi, aumenti nazionali in grado anche di redistribuire la produttività, cedendo invece sull’organizzazione del lavoro): chiedeva però aumenti più diffusi e la definizione di criteri omogenei per gli aumenti sul secondo livello. La FIOM, smantellata la fallimentare “coalizione sociale” ed alla ricerca di una gestione unitaria in CGIL (ingresso di Landini in Segreteria), si predisponeva a siglare in ogni caso un contratto, ma chiedeva delle minime condizioni per giustificare la capitolazione. In questo teatrino, nessuno aveva interesse a far scendere in campo lavoratori e lavoratrici: per mesi la trattativa si è trascinata senza scioperi, assemblee o mobilitazioni di massa. La stessa FIOM non ha quasi mai riunito l’assemblea dei cinquecento ed ha abbandonato la propria piattaforma senza colpo ferire. Con l’autunno l’accordo è arrivato.

Non è solo un pessimo rinnovo. Sicuramente distribuisce pochi soldi in quattro anni (forse una cinquantina di euro, a fronte degli 80-100 degli altri contratti). Soprattutto, però, sfibra l’intero sistema contrattuale, indebolendo i rapporti di forza complessivi della classe: registra semplicemente l’inflazione reale (ex post), non prevedendo nessuna distribuzione della ricchezza; indirizza pesantemente la contrattazione aziendale su parametri variabili (aumentando così la flessibilità salariale); introduce assicurazioni sociali e buoni carrello (tagliando il salario complessivo e contribuendo a smantellare il welfare universale); conferma le flessibilità organizzative previste nel 2012 (a partire dagli straordinari obbligatori). Questa capitolazione, comunque, non è solo responsabilità della FIOM. Per contrastarla sarebbe stata necessaria una comprensione di massa della battaglia in corso, dell’attacco del padronato e delle prospettive di resistenza. Quasi nessuno ha invece lavorato nei mesi scorsi per creare questo clima. Partiti, comitati, associazioni, giornali, radio, siti e social: quasi nessuno nella sinistra ha seguito un contratto che rischia di segnare condizioni e prospettive di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici. È nel contempo tragico e buffo: da anni tutti declamano che per ricostruire una sinistra bisogna partire dal programma, dal lavoro, dalla realtà. I metalmeccanici però sono stati lasciati soli, per non disturbare Landini o per non sporcarsi le mani con il conflitto di classe. I rapporti di forza alla partenza, allora, erano molto chiari: da una parte i gruppi dirigenti e gli apparati sindacali, nel silenzio della stampa, delle piazze e di larga parte della sinistra; dall’altra un’opposizione a questo contratto sostenuto soprattutto dal basso, da delegati e delegate, dall'opposizione CGIL, dai sindacati di base.

Con questo rinnovo si chiude comunque una fase politica sindacale, che ha visto bene o male la FIOM rappresentare una resistenza contro la gestione padronale della crisi, il tentativo di recuperare margini di profitto attraverso una compressione drastica del salario globale (diretto, indiretto e sociale) ed un aumento dello sfruttamento (durata e intensità del lavoro). Nei contratti separati, nella lotta contro Marchionne, nelle mobilitazioni nazionali del 2010 del 2012, nello scontro con Camusso, la FIOM ha rappresentato non solo per i metalmeccanici ma per tutto il mondo del lavoro un punto di tenuta: il simbolo di un interesse generale, quello di classe. Sappiamo, ed abbiamo sempre denunciato, che da tempo la FIOM aveva abbandonato questa battaglia nella sua azione concreta: con la capitolazione a Grugliasco sul modello Marchionne, con la rinuncia a condurre le lotte in FCA, con la repressione interna delle minoranze, con l’abbandono di ogni mobilitazione di massa e la sua semplice rappresentazione mediatica (la “coalizione sociale”). La firma di questo contratto, però, segna la chiusura anche simbolica di una parabola: il gruppo dirigente storico della FIOM abdica per primo alla difesa del contratto nazionale, normalizza la propria azione nel quadro del Testo Unico del 10 gennaio (che due anni fa contestò) e si approssima ad entrare stabilmente nella maggioranza della CGIL. Una CGIL che, concentrata sui referendum e sulla ricerca illusoria di un accordo padronale, non intende comunque sostenere e promuovere nessuna mobilitazione, nessun conflitto sociale nei prossimi mesi.


UN FRONTE UNICO DEL LAVORO, CONTRO RENZISMO E DERIVE POPULISTE

In questo quadro generale di crisi sociale, politica, istituzionale, è necessario battersi per una azione di classe indipendente del movimento operaio, che entri nel varco aperto dalla sconfitta politica del renzismo per costruire uno sbocco e una prospettiva classista. In aperta contrapposizione alle tre destre che dominano lo scenario politico. È necessario cioè rivolgersi a quel diffuso sentimento antisistema che ha sostenuto il No al referendum, all’insieme dei settori popolari colpiti dalla crisi ed al complesso del mondo del lavoro, per far emergere uno sbocco politico alternativo a quello delle destre, dei movimenti populisti e delle forze reazionarie di massa. Trasformare cioè il No a Renzi nel rilancio di una mobilitazione unitaria e di massa che rivendichi la cancellazione di tutte le leggi reazionarie del renzismo, a partire dal Jobs Act e dalla Buona scuola; trasformare la mobilitazione contro le leggi di Renzi nella rottura generale con la stagione trentennale delle politiche antioperaie di austerità e sacrifici: questo è l'asse di iniziativa e proposta del nostro partito nella fase apertasi dopo il 4 dicembre.

Per questo l’iniziativa del PCL, nella propaganda e nell’azione politica, deve essere principalmente e prioritariamente diretta alla costruzione di un fronte unico del lavoro, sul piano politico e su quello sociale. In primo luogo sul terreno concreto e diffuso che può offrire ogni occasione di mobilitazione e di lotta unitaria: in difesa di aziende o settori di lavoro, di diritti sociali e civili, o contro leggi, normative, disposizioni locali e nazionali che possano innescare dinamiche di questo genere. In secondo luogo, sul piano più generale, con un appello ed un’azione pubblica rivolta a tutte le organizzazioni sindacali e di massa che si sono pronunciate formalmente per il No alla riforma costituzionale di Renzi, e che hanno promosso referendum abrogativi delle sue leggi peggiori (Jobs Act), perché passino dalle parole ai fatti. Perché rompano col governo Gentiloni, continuità mascherata del renzismo e delle sue leggi. Perché rompano con Confindustria, massima sostenitrice del Jobs Act. Perché promuovano una svolta di lotta generale, unitaria e di massa, che ponga finalmente al centro dello scontro un'agenda di rivendicazioni operaie capace di configurare una soluzione di classe della crisi sociale e politica. La proposta del fronte unico di classe e di massa deve divenire uno strumento di aperta denuncia dell'immobilismo delle burocrazie, e di relazione con l'avanguardia larga di classe.

I poli reazionari convergono sulla richiesta di elezioni politiche anticipate, nell'intenzione non solo di rafforzarsi nello scontro reciproco, ma anche di evitare il referendum sociale sul Jobs Act. Il loro obiettivo comune è evitare l'irrompere della questione di classe come terreno centrale di confronto. In aperta contrapposizione alle tre destre poniamo l'esigenza esattamente opposta. Non si tratta di attendere il referendum in una logica istituzionale. Si tratta di assumere il tema della cancellazione delle leggi del renzismo come leva e campagna di mobilitazione di massa. Che è anche la via, di riflesso, per vincere un domani sul terreno referendario. Ma soprattutto è la via per segnare una svolta nei rapporti di forza, disgregare i blocchi sociali reazionari, aprire il varco a una prospettiva di classe alternativa. Quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.


PER UN'INIZIATIVA CLASSISTA E ANTICAPITALISTA NELLA CRISI

Questa azione politica, volta a sostenere ogni occasione di fronte unico, volta ad appellarsi alle principali organizzazioni della sinistra per una ripresa delle mobilitazioni, non può comunque fare a meno di confrontarsi con la realtà della capitolazione della FIOM, con la scelta della CGIL di sospendere ogni mobilitazione nell’attesa dei referendum sul Jobs Act (nell’attesa cioè di poter riprendere forza per via elettorale, per potersi nuovamente sedere ai tavoli della concertazione con governo e padronato).

Nel contempo, infatti, alcuni settori di classe sono disponibili alla resistenza. Una resistenza che non è limitata ad avanguardie politiche marginali, ma che trova ascolto, consenso e coinvolgimento in settori significativi di classe. È questo il segnale che ci arriva dal voto nel contratto dell’igiene ambientale (43% di contrari nel settore pubblico), dagli scioperi nazionali nelle ferrovie e locali dei ferrotranvieri, dalle lotte della logistica come da alcune mobilitazioni studentesche. È, soprattutto, il segnale che ci arriva dal No al rinnovo del CCNL metalmeccanico, che si è espresso in particolare nelle grosse industrie, non solo dove è influente l’opposizione CGIL o qualche sindacato di base (Dalmine di Bergamo, Fincantieri di Marghera e di Ancona, cantieri liguri, in tutti gli stabilimenti della Electrolux, Marcegaglia di Forlì, Same, Piaggio, GKN, Ilva, STM di Agrate e di Catania, Ansaldo, AST di Terni, ecc.). Sul terreno dell'azione di avanguardia siamo quindi impegnati a contrastare questa nuova stagione di subalternità, non solo tra i metalmeccanici, ma anche in generale sul patto di fabbrica con Confindustria come nell'accordo sul pubblico impiego. Da qui la contrapposizione alla burocrazia sindacale, per una direzione alternativa del movimento operaio. Da qui il sostegno ai coordinamenti del No, nei metalmeccanici come in altri settori, come ad ogni altra forma di larga avanguardia che dovesse determinarsi.

Non solo. La nostra azione d’avanguardia può rivolgersi anche su un terreno più generale e politico, avanzando una proposta di unità d’azione alle altre forze classiste e anticapitaliste, per sostenere una ripresa conflittualità sociale davanti allo stallo della sinistra riformista. Un’azione che, ovviamente, non può esser sostitutiva e non può pensarsi sostitutiva del fronte unico, della priorità di una ripresa della mobilitazione di massa nel nostro paese. Un’azione politica di avanguardia può però permettere la ricomposizione di percorsi e appuntamenti di lotta, che possono svolgere un ruolo anche significativo nel mantenere accesa, anche nella percezione di massa, la prospettiva di un’alternativa di classe.

Questa unità d’azione può allora esser condotta localmente, per sostenere la conflittualità diffusa di movimenti e iniziative di lotta, nei posti di lavoro come sul territorio. Questa unità d’azione può esser condotta anche nazionalmente, per produrre almeno in una dimensione di avanguardia alcune possibili ricomposizioni, anche parziali. Un’azione da verificare, in primo luogo, nella costruzione di alcuni appuntamenti di lotta nella prossima primavera, che non lascino vuote le piazze del nostro paese: l’8 marzo il movimento di lotta dello scorso 26 novembre sta programmando uno sciopero dello donne; allo stesso modo, si pone l’opportunità di convocare un corteo unitario dell’estrema sinistra, della sinistra sindacale, dei movimenti antagonisti. Impegnandosi per evitare che, come lo scorso autunno, come gli scorsi anni, queste occasioni diventino il terreno di demarcazione delle diverse organizzazioni o dei diversi percorsi. Questa unità d’azione può quindi esser verificata innanzitutto a partire da alcuni soggetti con cui condividiamo una matrice classista, pur nella diversità dei progetti politici e delle impostazioni teoriche (Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, SGB, CUB, SiCobas...).

Un coordinamento nell’azione con queste forze che, in questo quadro, ci può permettere anche di verificare possibili convergenze in funzione di un bilanciamento di quelle forze e quei settori neosovranisti e neocampisti, che stanno provando a sviluppare campagne d’egemonia sull’estrema sinistra.


PER UNA SINISTRA CLASSISTA E RIVOLUZIONARIA, PER LO SVILUPPO DEL PCL

Il fronte unico del lavoro, l’unità d’azione nell’avanguardia sociale e di classe, il coordinamento della nostra azione con l’avanguardia politica classista, sono tutte linee d’intervento per la prossima primavera dirette a riprendere il conflitto sociale nel nostro paese. In tutte queste iniziative, la nostra proposta deve esser quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per dare una soluzione di classe e anticapitalistica alla crisi della Repubblica. Un programma transitorio che, partendo dalla coscienza diffusa, dalle contraddizioni e dai conflitti presenti, indica la necessità e la prospettiva della rivoluzione. Questa prospettiva è e resta la nostra linea strategica di demarcazione dal resto della sinistra politica.

La sinistra politica riformista, già vittima negli anni del proprio suicidio politico, è del tutto incapace anche solo di prospettare una soluzione indipendente della crisi politica e sociale. La dissoluzione di SEL è emblematica. La sua ala destra (Pisapia) si candida addirittura a supporto postumo del renzismo integrandosi direttamente nell'operazione del suo rilancio. Un'altra sua componente (Smeriglio) punta a ricomporre il vecchio centrosinistra puntando sulla minoranza del PD liberale (Bersani). Un'altra componente ancora (Fratoianni) punta ad una stagione ritemprante di opposizione per ricostruire le condizioni contrattuali di un centrosinistra futuro. Sinistra Italiana si annuncia come quadro costituente della continuità riformista: un'autonomia nazionale obbligata dal PD, imposta dal renzismo, in funzione della prospettiva di ricomposizione di una alleanza di governo col PD, una volta rimosso l'ostacolo Renzi. Mentre il PRC è segnato da una totale afasia politica, imprigionato dal fallimento di Tsipras e dai suoi effetti deflagranti sull'intero quadro del Partito della Sinistra Europea.
Parallelamente, sul versante centrista, Rete dei Comunisti e gruppo dirigente USB rilanciano il proprio impasto politico-culturale di neosovranismo nazionalista e di mitologia costituzionalista (“applicare la Costituzione”): subalterni al tempo stesso sia al grillismo, sia alla tradizione del riformismo italiano.

La costruzione di una sinistra rivoluzionaria classista attorno alla prospettiva del governo dei lavoratori si conferma come l'unica soluzione progressiva della stessa crisi della sinistra italiana. La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori è la traduzione politica di questa necessità.

In questo quadro, si pone il prossimo appuntamento delle elezioni politiche, nel 2017 o nel 2018. Non sappiamo ancora con quale legge elettorale si svolgerà. Se rimarrà, in un Italicum modificato o in un Mattarellum rivisto, la moltiplicazione di piccoli collegi, sappiamo anche che sarà particolarmente difficile una nostra presentazione nazionalmente significativa. La presenza di una sinistra rivoluzionaria anche sul piano elettorale, nel quadro della crisi politica, sociale ed istituzionale che l’Italia sta attraversando, può esser un elemento importante per riattivare una coscienza politica di classe diffusa; la presenza del PCL in questo appuntamento, uno snodo rilevante per la sua costruzione ed il suo sviluppo. Per questo, nel quadro dell’impostazione sulla linea elettorale definita negli scorsi congressi e ribadita in quello attuale, il PCL tenterà in ogni modo di esser presente a quell’appuntamento, come ad esser in ogni caso presente nei grandi centri, in occasioni delle elezioni comunali che dovessero presentarsi nei prossimi anni.

Partito Comunista dei Lavoratori


Da Hic Rhodus il 23 Novembre 2016 dc:
Popolo, democrazia ed esercizio della sovranità

La natura dell’uomo dall’inizio della sua storia lo porta ad interessarsi di se stesso e, al massimo, del suo nucleo familiare. Non si tratta di una scelta influenzata da un ragionamento ma dalla semplice realtà dell’era primordiale in cui l’unico scopo essenziale della vita era la sopravvivenza. La dinamica dell’evoluzione lo ha poi portato a considerare conveniente l’aggregazione (inizialmente in gruppi, poi tribù) che consentissero maggior sicurezza e una possibile condivisione e sostegno reciproco. Il concetto di “comune” è forse l’unica esperienza storica positiva di similcomunismo.

Ben presto però dovettero accettare (non so se volenti o nolenti) l’idea di essere guidati da un capo (scelto o impostosi) e questo elemento è rimasto saldo nei secoli dei secoli sotto varie forme che la storia a noi conosciuta ci ha tramandato attraverso Tiranni, Re, Imperatori, Dittatori (e un poco anche Papi). Tutte forme che hanno avuto un denominatore comune nella insindacabilità del Capo, unico detentore della non separazione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario e soprattutto fiscale, con quasi sempre conseguente sopraffazione e sfruttamento di quegli uomini una volta liberi ed ora divenuti “popolo”. I Greci antichi, grazie soprattutto ai loro inimitabili filosofi, cercarono di accontentare il popolo proponendogli di essere governato da “pochi ma buoni”. Un esperimento poco esportabile.

Per definizione popolo è quasi sinonimo di popolazione, cioè di gente che vive in un determinato territorio, e in tal senso non mi pare abbia connotazioni positive degne di particolare rispetto e diritti, se non quelli dovuti a qualsiasi essere umano. I Romani però (quelli antichi, senza sindache) vollero distinguere, tra i tanti – e di tante provenienze – abitanti, quelli cui spettava il requisito di “civis romanus” che diventò così il popolo di SPQR. Resta il fatto che anche per ribellarsi alle tirannie il popolo ebbe sempre bisogno di un Capo, o di una ridotta pluralità di capi, e spesso se li ritrovò come peggiori sostituti del Tiranno.

L’era moderna (convenzionalmente datata come inizio 1789  – rivoluzione francese – e non certo 1215 – Magna Carta fasulla di Giovanni senza Terra non riguardante il “popolo”) tenderà a stabilire alcuni diritti fondamentali del popolo non di semplice dignitosa esistenza ma anche di parziale partecipazione alla vita pubblica e istituzionale. Con la sensazione di non essere più soggetti al capriccio di un Capo.

Sarebbe bene chiarire tuttavia che, nonostante il successivo affinarsi delle Carte Costituzionali, tese a consolidare quel concetto impropriamente chiamato democratico, il popolo non ha mai avuto e non avrà mai un reale potere gestionale di uno Stato, ma solo quello, effimero e spesso tragicamente nocivo, di mandare sul trono o di detronizzare gruppi di persone che si attribuiscono un inesistente o inconsistente incarico di rappresentanza, peraltro raccattato solo da una parte di quella sola metà del popolo che ritiene utile far uso del diritto di voto, e che, in grandissima parte, lo fa seguendo la speranza di soddisfare interessi personali (non di rado meschini), speranza ingenerata da sfruttatori senza scrupoli della incapacità della stragrande maggioranza del popolo di distinguere tra informazione corretta e informazione scorretta o e comunque di formarsi un’opinione non preconcetta ma criticamente valutata dell’informazione veritiera.

Questo scenario è ovviamente riferito solo alle popolazioni di collocazione (o di “adozione”) occidentali, alle quali è consentito il suffragio universale ma quasi mai l’effettiva “sovranità” di cui si ammantano le loro Costituzioni. In Paesi africani e molti asiatici neppure se ne parla.

Anche per la drammatica esigenza del tempo la Costituzione italiana (art.1) dichiara l’appartenenza della sovranità al popolo ma subito dopo specifica che il suo esercizio è regolato nelle forme e nei limiti della legge. Quindi è, coerentemente e giustamente, delegato alle Istituzioni e dunque allo Stato, come deve inevitabilmente essere. Poi, se strumentalmente utile, ogni parte invocherà retoricamente la sovranità del popolo.

Tuttavia è innegabile che il popolo abbia dei poteri che trovano elevata e forse unica espressione nel voto sia alle elezioni dei rappresentanti locali (ai fini amministrativi) e nazionali ai fini della scelta dei rappresentanti che esercitano (per delega) l’unico potere di cui il popolo può essere depositario formale, il potere legislativo, sia in occasione dei referendum nei quali viene chiamato ad esprimere, direttamente e non per interposto delegato, un’opinione (raramente politica, in assenza delle relative conoscenze e competenze).

Nell’attuale, lungo ed estenuante frangente, il popolo è chiamato addirittura ad esprimere questa opinione su una serie di norme costituzionali concernenti (fortunatamente) non i principi fondamentali ma alcune regole di formazione e funzionamento delle istituzioni rese necessarie sia a fini interni che di rapporti internazionali.

Solo a margine di queste considerazioni quindi rammento che la Costituzione italiana non fu approvata a suffragio universale, ma che a suffragio universale (termine nella pratica assai improprio) fu eletta (06/1947) l’Assemblea Costituente che discusse animatamente e con non indifferenti divergenze molti articoli che infine furono approvati (22/12/1947) con 453 voti a favore e 62 contrari. Non fu quindi soggetta a Referendum popolare, nel qual caso possiamo immaginare quale sarebbe stato il voto di Monarchici, Fascisti, Anarchici e forse qualcun altro. Consapevoli della impossibilità della perfezione i “Padri (ormai Nonni) Costituenti” scelsero di legittimare la revisione delle norme costituzionali con eccezione della sola forma Repubblicana.

Farlo dunque non è né un attentato né un’offesa all’anziana Carta né un capriccio del Capo.


Da Hic Rhodus il 7 Novembre 2016 dc:
Democrazia 2.0=Oligarchia?
di Bezzicante

Una delle parole con le quali ci riempiamo la bocca, nei nostri commenti e nelle nostre dispute politiche, è ‘democrazia’. Siamo in democrazia, anzi, scusate: in Democrazia. La parola è diventata un’etichetta sulla quale si riflette poco, una parola di cui si dà per scontato il significato e che non si mette in discussione, non si tematizza, non si argomenta.

Siamo in Democrazia. Siamo democratici, noi. Il voto esprime democraticamente la volontà del popolo. Ma la parola Democrazia ha determinati significati, fa riferimento a un concetto che possiamo stirare un po’ di qua e un po’ di là, ma solo fino a un certo punto, se vogliamo che le parole significhino. Ho ricordato recentemente come la Repubblica Popolare della Corea del Nord si dichiari, sin dalla denominazione ufficiale, “democratica”, senza che alcuno di noi possa avere dei dubbi sul fatto che proprio non lo sia. Occorre quindi andare oltre le parole, scavare nel concetto, comprenderlo e sottoporlo a verifica: c’è libera espressione dell’opinione da parte dei cittadini? Possono, i cittadini, senza restrizione alcuna, eleggere i loro rappresentanti? I governanti custodiscono le libertà fondamentali sancite costituzionalmente? Eccetera. Nello stesso post appena citato ricordavo alcuni limiti intrinseci alla democrazia nel nuovo millennio, segnalando che – per varie ragioni – il concetto novecentesco di ‘Democrazia’ era diventato varco di populismi e manipolazioni che mantengono la forma esteriore della democrazia minandone alla base la funzionalità, l’efficacia e il senso stesso di un’azione volta al benessere della collettività. In questo post aggiungerò qualcosa all’analisi mostrando come si siano innescati degli anticorpi, a quei problemi, che potrebbero essere non tanto migliori del morbo populista che si vuole curare.

Al di là di chi è legittimato a votare (tutto il popolo con eccezioni minime, nelle costituzioni occidentali) il nodo della questione è chi è legittimato a prendere decisioni sostanziali. L’idea novecentesca si basava (in Italia e nella maggior parte dell’Occidente) sulla rappresentanza politica dei vari ceti (e classi) sociali: gli operai erano rappresentati da partiti marxisti (Nota mia: anche non marxisti!) che intendevano promuovere giustizia sociale e uguaglianza in un determinato modo, i “signori” (ricordo che erano chiamati così, quand’ero giovane) erano rappresentati da partiti liberali che intendevano promuovere l’intrapresa e il merito (e difendersi dal collettivismo comunista) e via discorrendo. Chi era di più (prendeva più voti) vinceva, semmai con alleanze con partiti affini, e perseguiva il proprio programma. Chi perdeva controllava, stimolava, denunciava abusi se del caso e si attrezzava per vincere alle successive elezioni. Non è mai stato veramente così, sia chiaro, ma questo quadro approssima molto quello che si intendeva con Democrazia diversi decenni fa. Ma oggi? È ancora così?

Crollata la linearità della rappresentanza con la comparsa di nuovi e diversi ceti sociali (ne abbiamo parlato, con dati, QUI), crollate le ideologie e approdati nel millennio 2.0 le cose si mostrano piuttosto diverse. Non solo il popolo vota alla luce di condizionamenti e pressioni inediti (ne abbiamo parlato nel post citato all’inizio), ma i rappresentanti decidono solo in parte e alla luce di una serie di vincoli piuttosto stringenti, come i trattati internazionali fra i quali, e prioritariamente, quelli dell’Unione Europea che hanno il potere di sottrarre materie decisionali alla giurisdizione dei nostri deputati e senatori. Oppure come la stessa Costituzione che – nella versione pre-riforma – sottraeva varie competenze allo Stato per lasciarle alla cacofonia regionale (la riforma prevede il superamento di questo disastro ma occorre vedere se il referendum confermativo ripristinerà quelle norme, chiamate “concorrenti”, o se le abolirà definitivamente).

Ma al di là dei trattati e della materia concorrente fra Stato e Regione c’è un ulteriore problema da considerare che potrebbe essere piuttosto grave: il potere dei gruppi di pressione, delle lobby, che finiscono col configurare le democrazie contemporanee come forme temperate di oligarchia. Occorre preliminarmente accennare che qui il termine oligarchia viene usato nel senso neutrale e descrittivo moderno, come governo di pochi. E occorre constatare che, di fatto, è proprio così, nel senso che il popolo vota ma governano pochi professionisti della politica, coadiuvati da gruppi di burocrati specializzati e di difficile rimozione. I gruppi di pressione (specialmente economici) sono delle élite dedicate all’influenza della decisione pubblica, e costituiscono quindi dei gruppi di potere reale, oligarchico, molto influenti. Uno studio americano recente cerca di dimostrare empiricamente questa affermazione:

    The central point that emerges from our research is that economic elites and organized groups representing business interests have substantial independent impacts on U.S. government policy, while mass-based interest groups and average citizens have little or no independent influence (fonte; una breve discussione critica su bbc.com).

Questo risultato, credo, è piuttosto condivisibile anche senza ricorrere a complessi studi americani.

L’America sarebbe quindi un’oligarchia? Sì, secondo diversi autori, ma anche no se ci si attiene in forma più ristretta al concetto di ‘oligarchia’. La Cina è indubbiamente un’oligarchia: i dirigenti del Partito Comunista dirigono e decidono tutto, si diventa membri di tale gruppo per cooptazione. Il Popolo non decide nulla che riguardi la sfera politica. La Russia è un’altra forma di oligarchia: una rete di politici, industriali (appunto definiti ‘oligarchi‘) che nella transizione dall’Unione Sovietica alla Russia post-muro si sono arricchiti ma, specialmente, sono stati in grado di detenere il potere. In Russia il popolo vota, indubbiamente, ma una serie di condizioni storiche, tradizioni politiche e vincoli contestuali sembrano condurre il popolo russo, con abbastanza consapevolezza pare, a preferire un regime sostanzialmente oligarchico (interessante fonte per approfondire): una formula strana che Predrag Matvejevic ha definito “democratura” (crasi fra democrazia e dittatura). Ancora più spinto sul fronte democratico il caso americano visto sopra e, assieme, quello tipico delle democrazie occidentali.

E l’Italia? Non vedo, onestamente, una grande differenza dalla situazione americana. Che lobby potenti siano all’opera da anni, che ottengano risultati concreti indirizzando le decisioni dei governi, che siano influenti e non facilmente ignorabili è questione arcinota e più volta trattata in questo blog (e non pensate solo a potentati economici à la Bilderberg, perché anche il sindacato è stato, per lungo tempo, un giocatore politico non irrilevante, assieme ad altri). Semmai le lobby italiane sono spesso abbastanza casarecce, piuttosto familiste, non di rado sgangheratelle, ma si interviene sulle banche su fortissima pressione di banchieri e finanzieri come si interviene sul terzo settore su forte pressione del terzo settore e così via. E, onestamente, come potrebbe essere diversamente? Di cosa si dovrebbero occupare governo e parlamento se non delle questioni urgenti per i diversi gruppi di cittadini che rappresentano settori economici rilevanti (come, appunto, banche, terzo settore…), o settori socialmente anche marginali ma capaci di attrarre consenso e indirizzare il dibattito (le leggi sul cosiddetto “dopo di noi” come quella sulle unioni civili sono nate così)? Ovviamente ci sono differenze rilevanti, in questi pochi esempi. E naturalmente un conto è il potere (che direi più che legittimo) di presentare istanze e fare pressione, e altro conto e il potere di indirizzare la decisione in maniera non trasparente, eventualmente danneggiando altre categorie di cittadini.

Il punto quindi diventa sottilmente complesso e forse un pochino pericoloso. La pressione di gruppi e lobby non solo è legittimo ma anche utile, è una risposta alla complessità decisionale, una forma di partecipazione politica. Ma solo se è trasparente. Se invece si concretizza in poteri sotterranei, non controllabili, capaci di esercitare pressioni fuori dalle leggi o addirittura illegali (compravendita di voti, corruzione…) allora non solo diventa un problema, ma snatura completamente il senso residuo che nel terzo millennio ancora deve avere il concetto di Democrazia e ci consegna a un sistema semi-oligarchico più simile al modello russo che a quello americano. Dobbiamo ricordare come il problema sia ben noto in Italia e oggetto di ripetuti tentativi di legiferazione (58 proposte in 40 anni, sostiene Il Fatto Quotidiano). Al momento abbiamo qualche regolamento (alla Camera, al Ministero delle Politiche Agricole, in qualche regione, si veda QUI la documentazione), e un disegno di legge arenato al Senato. Facile capire le difficoltà nel Paese maestro dei sotterfugi, degli amici degli amici, dei due forni, delle corporazioni, dei diritti acquisiti e via discorrendo. Più di tante altre riforme, alcune indubbiamente meritorie, questa in particolare può caratterizzare una vera volontà di discontinuità e dare la cifra di un’epoca nuova.

Risorse:

    Eugenio Scalfari, Zagrebelsky è un amico ma il match con Renzi l’ha perduto, “La Repubblica”, 2 Ottobre 2016;
    Eugenio Scalfari, Perché difendo l’oligarchia, “La Repubblica”, 13 Ottobre 2016.


Da Hic Rhodus il 31 ottobre 2016 dc:
Aborto e obiezione di coscienza:
ora basta
di Ottonieri

Aborto e obiezione di coscienza

Il doloroso caso della donna di Catania morta a seguito di un aborto spontaneo di una gravidanza gemellare ha riportato l’attenzione sulle difficoltà causate dall’obiezione di coscienza prevista dalla legge sull’aborto e cui fanno largamente ricorso i medici di tutta Italia, ma particolarmente di alcune aree tra cui la Sicilia.

L’esposto presentato dai familiari, che hanno tra l’altro lamentato il mancato intervento di un medico di turno obiettore, non ha per ora trovato conferma nelle verifiche effettuate dagli ispettori del Ministero, che non hanno riscontrato irregolarità nel come il personale dell’ospedale Cannizzaro ha affrontato l’emergenza purtroppo rivelatasi fatale.

Io, da semplice cittadino, non ho nessuna intenzione di sostituirmi agli ispettori né alla magistratura, e fino a diversa prova prendo per assodato che non ci siano responsabilità dei medici dell’ospedale nell’infausto esito di questo caso. Tuttavia, proprio da semplice cittadino, ritengo di avere il diritto e il dovere di giudicare intollerabili le condizioni di applicazione della legge 194 sull’aborto in Italia; e la principale ragione per cui queste condizioni sono intollerabili è l’istituto dell’obiezione di coscienza.

Di questo argomento su Hic Rhodus ha già scritto tempo fa Bezzicante, in un post con cui concordo pienamente e di cui riprenderò diverse considerazioni. Cominciamo con qualche dato: secondo la Relazione  sull’attuazione della Legge 194/78 pubblicata a ottobre 2015 dal Ministero della Salute, il 70% dei ginecologi italiani sono obiettori, e lo sono anche il 49,3% degli anestesisti e il 46,5% del personale paramedico. Queste percentuali, alte e inoltre in aumento tendenziale, non sono per di più omogenee sul territorio nazionale: in Regioni come Molise, Basilicata, Sicilia e Puglia, oltre che nella provincia di Bolzano, più dell’85% dei ginecologi sono obiettori, il che evidentemente rende molto più difficile per le donne che vivono in quelle zone accedere al servizio di cui pure hanno diritto.

Ora, una precisazione è certamente opportuna: i medici obiettori esercitano un diritto che è loro riconosciuto dalla medesima legge 194/78; di più, questo diritto non è un’esclusiva della legislazione italiana, ma è ampiamente riconosciuto anche dalle leggi che regolano l’aborto nella maggior parte dei paesi europei. Quindi è chiaro che con questo post non intendo criminalizzare i medici obiettori, che fanno uso di una facoltà concessa loro appunto dalla legge. Va anche osservato che la stessa Relazione che ho citato sopra evidenzia il calo dei casi di aborto che si è verificato negli anni, e che è riassunto nel grafico qui sotto: il Ministero insomma afferma che, nonostante l’obiezione di coscienza, in Italia non esiste un problema di accesso al diritto di aborto.

Abortività

Abortività-1

Fonte: Relazione del Ministero della Salute sull’applicazione della Legge 194/78, ott. 2015

Tuttavia, a mio modo di vedere questa visione ottimistica è falsa, e lo è per due distinte ragioni.

Per la prima, mi limiterò a citare la delibera, anch’essa dell’ottobre 2015, del Comitato Europeo dei Diritti Sociali che, sulla base di un ricorso presentato dalla CGIL, ha stabilito che l’Italia, a causa dell’applicazione dell’obiezione di coscienza sull’aborto, viola la Carta Sociale Europea, e in particolare:

La seconda ragione è che il confine tra diritto alla salute della donna e diritto all’obiezione del medico non è così semplice da tracciare. La legge infatti prevede che il medico non possa rifiutarsi di intervenire se “il suo personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”, ma come è realisticamente possibile accertare questa indispensabilità e questo imminente pericolo? Come si vede, non basta che dal mancato intervento del medico possa derivare un danno alla salute della donna: occorre l’imminente pericolo di vita. Come amaramente constata un documentato articolo contro l’obiezione di coscienza,  “È normalmente impossibile stabilire con certezza se una qualsiasi condizione medica sia a rischio di vita, e fino a che punto, finché il paziente non muore davvero”. Anche qui, il diritto a ricevere le migliori cure possibili è concretamente limitato dall’esistenza stessa dell’istituto dell’obiezione di coscienza.

A questo punto, la mia conclusione è netta: non esiste nessun diritto all’obiezione di coscienza da tutelare, ed essa va semplicemente abolita in toto. Quando la legge 194 è stata approvata l’obiezione aveva un senso: i medici allora in servizio potevano in piena buona fede sostenere di aver abbracciato la loro professione in base a una filosofia per cui ogni vita è sacra, e di non essere disposti a cambiare il fondamento morale della loro attività in base all’approvazione di una nuova legge.

Oggi però, dopo quasi quarant’anni, simili ragionamenti non sono più difendibili. Chi oggi lavora in un ospedale pubblico (non parlo di una clinica privata magari gestita da un’istituzione cattolica, e sappiamo quante ce ne sono) si è iscritto a Medicina, si è specializzato in Ginecologia, ha seguito il lungo e faticoso iter che conduce fino a esercitare la professione nel servizio sanitario pubblico sapendo benissimo che tale servizio sanitario garantiva alla donna il diritto ad abortire. Nessuno ha obbligato questi medici a fare i ginecologi anziché gli ortopedici o i gastroenterologi, né a concorrere per un incarico ospedaliero, e se la pratica abortiva è per loro davvero inammissibile non mancavano e non mancano loro alternative all’esercitare in una struttura dove si verificano fatti così immorali. Le donne, invece, alternative non ne hanno, a meno di non chiedere loro di ricorrere, loro sì, a cliniche private o a ben peggiori soluzioni. In estrema sintesi, ogni paziente ha diritto a esigere che in una struttura sanitaria pubblica ciascun medico competente sia disponibile a fornirgli ogni forma di assistenza prevista. Punto e basta.


Ecco perché, un po’ donchisciottescamente, ho deciso di proporre una petizione pubblica su Avaaz.org per l’abolizione dell’obiezione di coscienza. Se siete d’accordo, firmatela e fatela conoscere. Grazie.


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