Politica e Società-14

(ateismo e agnosticismo inclusi...)

2017 dc

commenti, contributi e opinioni

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kynoos@jadawin.info

Ho unificato le due precedenti pagine di Politica e Sociale perché, in fondo, si occupavano degli stessi temi. Per non appesantirne il peso nel sito le ho numerate progressivamente a partire da quella con notizie e fatti più vecchi.

In questa pagina ci sono testi con data fine 2016 o 2107 dc, pubblicati in questo sito nel 2017 dc, il più recente all'inizio della pagina, in alto.


In e-mail il 5 Febbraio 2017 dc:

Euro o lira, il vero problema è il capitalismo
Contro la truffa del nazionalismo!
4 Febbraio 2017

testo del volantino mensile nazionale del PCL

Il capitalismo è un sistema fallito. L'aumento impressionante delle disuguaglianze sociali in tutto il mondo ne è la misura. Ma un sistema fallito, in profonda crisi di consenso, deve riuscire a dirottare su falsi miti la rabbia sociale delle classi che sfrutta.

Per un certo tempo il mito europeista ha svolto questo ruolo. Perché i sacrifici? Perché bisogna “entrare in Europa”, si diceva in Italia negli anni ‘90. L'Unione Europea dei principali Stati capitalisti veniva presentata come orizzonte di progresso. Ma l'esperienza della UE ha dimostrato l'opposto: precarietà del lavoro, privatizzazioni, tagli alle prestazioni sociali, demolizione dei contratti nazionali.

Sono le politiche di tutti i governi UE. Per ultimo del governo Tsipras, che aveva annunciato la “riforma sociale e democratica” della UE e ha finito con lo svendere alla troika persino l'acqua pubblica. A riprova che non si può riformare la UE.

Ora che la truffa dell'Unione ha perso la propria credibilità, tornano in voga i miti nazionalisti e sovranisti. Perché i sacrifici? Perché c'è l'euro e la Germania ci sfrutta. L'uscita dall'euro e/o dalla UE diventa la via maestra del ritorno della democrazia e della “sovranità del popolo”. È la propaganda dei nazionalismi reazionari europei, ma anche, in altre forme, di ambienti diversi della sinistra. È un'altra truffa.

Non esiste la sovranità di una moneta. Esiste la sovranità della classe sociale che la controlla. All'ombra del dollaro sovrano, i padroni USA hanno abbassato i salari, tagliato milioni di posti di lavoro, sotto Bush come sotto Obama. Ed oggi Donald Trump, nel nome della nazione americana, annuncia una nuova stretta contro la sanità e i diritti sindacali. Sotto la sovranissima sterlina, i padroni inglesi hanno smantellato i diritti e le conquiste sociali di generazioni di sfruttati. Oggi, l'uscita della Gran Bretagna dalla UE non cambia di una virgola il corso distruttivo di queste politiche.

La nuova moda dell’era Trump è dunque la vecchia truffa del nazionalismo: la borghesia in ogni Stato arruola i propri lavoratori contro i lavoratori di altri Paesi, in una competizione mondiale di tutti contro tutti. I sacrifici che prima erano richiesti nel nome della globalizzazione e del libero scambio ora sono invocati sempre più nel nome della Patria e della Nazione. Ma a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori. E a guadagnarci sono sempre gli stessi: i capitalisti e i loro profitti. Questa è la truffa che si nasconde dietro le parole dei Le Pen, dei Salvini, dei Grillo...

La verità è che l'alternativa non è tra euro e lira, tra libero scambio o protezionismo, tra Unione Europea e nazione. L'alternativa vera è tra capitalisti e lavoratori. Tra capitalismo e socialismo. In ogni Paese e su scala mondiale. Da un lato un sistema sociale fallito che non ha nulla da offrire ma solo da togliere, quali che siano le sue monete e le sue istituzioni, nel quale la sovranità sta in ogni caso nelle mani dei capitalisti, dei banchieri, della loro dittatura. Dall'altro un progetto di alternativa di società in cui a comandare sia finalmente chi lavora, chi produce la ricchezza della società, e cioè la sua maggioranza, a partire dal controllo delle leve fondamentali dell'economia.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte nelle lotte dei lavoratori, in ogni lotta di resistenza sociale per questo progetto di liberazione e rivoluzione. Per la costruzione di un partito internazionale della classe lavoratrice basato su questa prospettiva: l'unica vera alternativa.

Partito Comunista dei Lavoratori


Da Hic Rhodus il 20 Gennaio 2017 dc:
Perché non faccio l'elemosina
di Bezzicante

Mauro Covacich, su Corriere della Sera, racconta la sua evoluzione negli anni: da elargitore frequente di elemosine a benefattore con criteri rigidi per approdare, oggi, alla mera simpatia: Covacich fa l’elemosina a chi arbitrariamente gli è simpatico e conclude:

    Sono diventato un uomo migliore rispetto all’intransigente qualunquista di vent’anni fa? E rispetto al severo legislatore morale che l’ha sostituito più tardi? Mah, forse ho solo imparato a tollerare le mie debolezze. Forse ho solo accettato l’inaccettabile caos che governa i destini umani.

L’ultima frase è centrale nel ragionamento dello scrittore come nella mia personale riflessione, anche se io ho percorso un sentiero diverso e ho semplicemente smesso di fare la carità a zingari accovacciati alle scale mobili, africani all’uscita dai supermercati, punkabbestia con cane dallo sguardo penoso ai mercati, lavavetri, ambulanti abusivi, finti suonatori sui treni. Non la faccio. Non do loro un centesimo e, spero mi capiate, non evito il loro sguardo, non fingo di cercarmi in tasca senza successo (come dice di fare Covacich), non cerco di fuggire dalla relazione che per qualche attimo si instaura, una relazione penosa fra il bisognoso che tende la mano e il passante più o meno benestante. Io passo, li guardo, e dico “No”. Quel mio sguardo, quel mio dire “No”, è il mio assumermi una responsabilità che voglio sia palese e chiara; non intendo dare nulla ai mendicanti, ma non intendo simulare, fare l’ipocrita, infingere vaghe giustificazioni.

Le ragioni del mio atteggiamento sono diverse. Le minori, quelle comunque non centrali nella mia scelta, sono anche quelle più facili da spiegare e trovano giustificazione nell’analisi distaccata del fenomeno dell’accattonaggio. È noto che la maggior parte delle persone accattone sono sfruttate da racket organizzati come accade per la prostituzione, per il caporalato e altre odiose forme di sfruttamento di soggetti deboli. Gli stranieri senza permesso di soggiorno, i profughi, sono assolutamente esposti al pericolo di cadere preda di queste organizzazioni dalle quali diventa difficile uscire. È nota la crudeltà degli sfruttatori, capaci di sottrarre bambini dagli orfanotrofi e provocare loro fratture e deformazioni per impietosire i passanti (fonte anche con informazioni su altre tipologie di accattonaggio). L’ultima Relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo dedica numerose pagine al fenomeno:

    Gli esiti delle indagini condotte sul territorio nazionale continuano ad evidenziare l’operatività di soggetti o gruppi criminali bulgari nella consumazione di reati afferenti il traffico di stupefacenti, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed il contrabbando di T.L.E., nonché, con incidenza comunque minore rispetto al recente passato, il traffico di armi, la tratta di esseri umani e la riduzione in schiavitù finalizzata allo sfruttamento sessuale, lavorativo e nell’accattonaggio delle vittime (p. 136).

    La tratta di esseri umani rappresenta uno dei prioritari interessi delle organizzazioni criminali rumene. Le indagini condotte in tale settore continuano a documentare l’operatività dei citati sodalizi, attivi su base transnazionale e con strutture di vertice prevalentemente stanziate in madrepatria, nonché la loro capacità di gestire tutte le fasi del traffico illecito, dall’ingaggio, al trasferimento e, infine, allo sfruttamento delle vittime nei paesi di destinazione, sia in campo sessuale che lavorativo e, in misura minore, nell’accattonaggio, avvalendosi di cellule locali deputate al supporto logistico (p. 141).

    Generalmente, le donne provenienti dall’Europa dell’est (soprattutto rumene, albanesi e bulgare) vengono indotte con l’inganno a venire in Italia e poi inserite nel mondo della prostituzione e costrette a subire violenze, le nigeriane vengono, invece, spesso minacciate con riti e pratiche locali (ad es. riti voodoo) e coinvolte in traffici internazionali di prostituzione. Gli uomini rumeni sono destinati, principalmente, ad attività di accattonaggio e furto mentre cinesi e indiani, indipendentemente dal sesso, sono impiegati in attività lavorative in condizioni di schiavitù (p. 344).

E via discorrendo.

È ovvio che di fronte a questa evidenza sono possibili due reazioni: 1) quest* poverett* sono sostanzialmente schiav*, sfruttat* senza pietà, è giusto aiutarl* anche attraverso l’obolo, così, malgrado quel denaro vada agli sfruttatori, almeno loro possono continuare a sopravvivere; oppure: 2) mi dispiace per loro, umanamente, ma ogni offerta di denaro contribuisce ad alimentare il racket e a perpetuare la loro schiavitù. Così come la malavita organizzata cresce e si arricchisce nel traffico di stupefacenti, nel gioco d’azzardo e nella prostituzione (fenomeni differenti che richiedono, ovviamente, risposte diverse). Naturalmente i miei lettori penseranno come credono e agiranno di conseguenza, ma è necessario non far finta di niente ed essere consapevoli che dietro la gran parte degli accattoni c’è un’organizzazione criminale che li sfrutta e si arricchisce.

Ciò detto viene la parte più difficile da argomentare, quella etica, morale, alimentata dai sensi di colpa. Il povero, il disagiato, il malato, sono miei fratelli, insegna la morale cristiana, di cui ci dobbiamo prendere carico. L’accattone davanti al supermercato ci ricorda il nostro stato di piccoli borghesi, vagamente benestanti, che comperano quotidianamente oggetti inutili, dannosi, firmati, alla moda, che poi butteremo con tranquillità, nel nostro ordinato mondo di consumatori ormai inconsapevoli; l’accattone ci mette di fronte alla stupidità colpevole dello spreco, al privilegio delle nostre condizioni, alla paura di perdere quei privilegi. Ci sentiamo in colpa (“noi” privilegiati), ci sentiamo fragili, ci rispecchiamo in sofferenze mai provate che ci spaventano terribilmente (la perdita dei piccoli privilegi, dello stipendio a fine mese, del panettone senza canditi…). Noi facciamo la carità sostanzialmente per la nostra paura: ti do un Euro, ma la tua immagine non mi deve perseguitare; ti do un Euro ma perdonami, non è colpa mia… Il senso di colpa cristiano, e ancor più cattolico, non è universale. Ho sperimentato in maniera chiara e illuminante come, in contesti per esempio orientali, non esistano i presupposti per questo senso di colpa ipocrita e malato. I ricchi e i poveri convivono nell’accettazione profonda del caos che governa i loro destini, per utilizzare le parole iniziali di Covacich. Il benestante non si sente colpevole della condizione del povero, il quale non ne ritiene responsabile il benestante. Non c’è disprezzo per il povero, né pietà legata alla relazione.

A partire dal senso di colpa cristiano si edifica poi un rapporto di sfruttamento che non viene razionalmente compreso dai più (e qui sono certo che riceverò le critiche più pesanti) e che ha a che fare col rapporto padrone-servo già criticato da Nietzsche (Nota mia: ma dopo Max Stirner), oltre che con la sua critica della carità cristiana. Dare l’obolo significa rimarcare un potere sull’individuo. Significa segnare la distanza, accrescere il fossato. Che ben si sposa col senso di colpa perché contribuisce, attraverso un atto di potere mascherato da carità, ad allontanare il bisognoso, relegarlo in altra provincia di significato. Dare l’obolo significa poi perpetuare questa relazione asimmetrica, cristallizzarla. Noi ci sentiamo in colpa, ma a partire da tale colpa agiamo un potere che ci preserva, marca la distanza, ci sospende dalla condanna.

Queste riflessioni spiegano il mio comportamento. Un comportamento che non riesce a sottrarsi completamente al contesto culturale in cui sono nato e cresciuto, in cui si agitano elementi piccolo borghesi, retaggi cristiani, emulazioni sociali e contraddizioni di ogni sorta. Io ho scelto di affrontare i miei fantasmi alla luce di un pensiero razionale ed etico, anche se di un’etica che, mi rendo benissimo conto, non è forse quella corrente. Io non voglio alimentare il racket, ma soprattutto non voglio coltivare un senso di colpa eterodiretto, rispetto al quale il mio personale vissuto non ha responsabilità alcuna; non sento il generico “altro” come un “fratello”, ma solo come un individuo che come me ha subìto “l’inaccettabile caos dei destini umani”, con percorsi e con fortune diverse. Ci siamo, viviamo una breve vita nel contesto che ci è dato in sorte, moriremo. Ognuno perso nel labirinto delle proprie credenze, ciascuno ponendosi obiettivi più o meno realizzabili, ognuno sostanzialmente solo. Miliardi di solitudini, in massima parte sofferenti. Non si tratta di insensibilità. Io soffro per queste moltitudini e ritengo inaccettabile questa sofferenza. Alla quale occorre rispondere con politiche, con interventi globali, non con l’Euro fuggevolmente donato distogliendo lo sguardo.

La solidarietà, l’inclusione, l’assistenza (anziché la carità) devono essere un disegno comune, un pilastro della cultura di un popolo, e quindi oggetto di un’azione complessiva, programmata e realizzata pubblicamente, in maniera trasparente, solidale, continuativa ed efficace.

In e-mail l'11 Gennaio 2017 dc:
Per una risposta di classe
alla crisi in corso. Per una sinistra rivoluzionaria
Dopo la sconfitta del tentativo bonapartista di Renzi, dopo la capitolazione FIOM sul CCNL, sviluppiamo l’intervento politico e sociale del PCL per una primavera di lotta
10 Gennaio 2017

Risoluzione conclusiva del Congresso nazionale del PCL
UNA NUOVA FASE DI INSTABILITÀ, CON IL CRESCENTE RISCHIO DI DERIVE REAZIONARIE

Il referendum del 4 dicembre ha rappresentato uno snodo dell'evoluzione politica italiana.

La crisi del renzismo ha trovato il proprio riflesso nella clamorosa sconfitta del governo. La vittoria del No ha superato ogni previsione (59%), nel quadro di una partecipazione per molti aspetti straordinaria (quasi il 70%). La composizione sociale, generazionale e territoriale del No è stata altrettanto significativa: lavoro dipendente, giovani sotto i quarant'anni, periferie cittadine e metropolitane, Mezzogiorno d'Italia e isole. Sul No si è riversata la sofferenza della maggioranza della società italiana, in tutte le sue principali espressioni, sullo sfondo della grande crisi dell'ultimo decennio. Il No ha dunque travalicato lo stesso sentimento di ostilità verso il governo: ha rappresentato una crisi complessiva di rigetto delle politiche dominanti dettate dalla crisi e dei loro effetti sociali. Al tempo stesso è parziale interpretare questo risultato come una pura espressione sociale. Questo diffuso sentimento antisistema si combina infatti con la tenuta dei blocchi reazionari che si fronteggiano nello scenario italiano: quello leghista (voto veneto), quello berlusconiano (seppur oggi ridotto), quello grillino (periferie urbane). La sovrapposizione della geografia del No con quella elettorale del paese, confermata da tutte le analisi, riflette anche la perdurante influenza del populismo reazionario tra i salariati, i disoccupati e nella giovane generazione. Liberare la pulsione classista del voto dall'involucro populista che le si sovrappone è il compito della politica di classe. A partire dai milioni di No provenienti dal versante dell'opposizione classista e di sinistra su Jobs Act , Buona scuola, politiche ambientali.

La disfatta del renzismo non investe unicamente le prospettive del progetto bonapartista racchiuso dalla controriforma costituzionale.

In primo luogo investe gli equilibri politici di governo. Renzi, ancora a capo del PD, sogna la propria rivincita (primarie ed elezioni anticipate), capitalizzando larga parte del 41% di Sì. Tuttavia questa operazione sconta diverse difficoltà: la diffidenza di parte importante della grande borghesia la resistenza inerziale di vasti settori parlamentari ed istituzionali (a partire dal Presidente della Repubblica); un’immagine pubblica, già sfregiata dal risultato referendario, che viene ulteriormente sfigurata dalla smaccata continuità col governo precedente. Il piano di rivincita coltivato da Renzi, per quanto reale e determinato, è dunque tutt'altro che scontato nel suo esito.

In secondo (ma non secondario) luogo, il crollo di una controriforma che concentrava i poteri nel Governo (nei confronti del parlamento) e nello Stato (nei confronti delle Regioni) è il fallimento di una possibile soluzione della crisi politico-istituzionale borghese. Dunque segna l'apertura di una nuova fase di riorganizzazione. Le dimissioni del governo, la rapida formazione del nuovo esecutivo Gentiloni, segnano solo l'inizio di questo convulso processo. Il quadro tripolare del sistema politico mina le prospettive di stabilità politica e istituzionale: nessuno appare oggi in grado di costruire attorno a sé un blocco maggioritario. La stessa discussione sulla nuova legge elettorale rivela la difficoltà di uno sbocco.

A ciò si aggiungono le incognite sulla tenuta dei diversi poli, attraversati ognuno da evidenti linee di frattura interne. Dissolto il vecchio bipolarismo, sconfitto il progetto bonapartista, il sistema politico non ha un baricentro. Mentre si conferma una irrisolta crisi bancaria (Monte dei Paschi) e l'instabilità degli assetti del capitalismo italiano (acquisizione di Pioneer da parte francese, guerra in Confindustria sul Sole 24 Ore, iniziativa corsara del capitale francese su Mediaset), sullo sfondo di quella immutata crisi dell'Unione Europea cui la sconfitta di Renzi in Italia aggiunge un nuovo tassello, nella prospettiva di una chiusura del Quantitative Easing della BCE e delle sue conseguenze sulla tenuta del debito pubblico italiano e sui suoi livelli di governabilità.

In questo quadro di grande instabilità politica e sociale, emerge un nuovo protagonismo ed una rinnovata forza sociale delle forze reazionarie di massa, sia nelle sue più classiche versioni xenofobe e nazionaliste (la Lega di Salvini e le forze dell’estrema destra), sia nelle nuove forme ibride e confuse del grillismo e del M5S. Forze che colgono il vento di una crescita significativa di queste tendenze in tutto il continente europeo, sospinte dalla perdurante crisi, dal precipitare della competizione fra poli e blocchi commerciali, dal persistente odore di guerra che serpeggia su quasi tutti i confini (Europa orientale, Medio Oriente, Nord Africa), dalla crisi dei profughi, da una sinistra riformista subalterna al quadro capitalista, dalla crisi diffusa del movimento operaio. Forze che oggi colgono anche un possibile ed incipiente cambio di fase nelle politiche internazionali, con la conquista del governo di uno dei principali poli capitalisti: l’amministrazione Trump potrebbe nei prossimi mesi attivare una decisa svolta nella gestione capitalista della crisi, con la definitiva archiviazione dei grandi accordi commerciali (TTIP e TTP), l’apertura di conflitti commerciali (con la Cina e non solo), la ripresa di una spesa pubblica statale per sostenere la domanda interna. Una svolta che potrebbe a sua volta dare nuovi ragioni nella propaganda di massa di queste forze reazionarie, ma soprattutto che potrebbe forgiare nuove alleanze con settori significativi dei grandi capitali, nazionali ed europei, disegnando una loro possibile ascesa al governo anche in Stati chiave del continente europeo (dalla Francia alla stessa Italia).


IL CONTRATTO DEI METALMECCANICI: UN CAMBIO DI FASE NEI RAPPORTI DI FORZA TRA LE CLASSI

Il 26 novembre scorso, pochi giorni prima del referendum, FIM, FIOM e UILM hanno siglato il primo rinnovo unitario del contratto dei metalmeccanici dal 2008. Da mesi era in corso una prova di forza. Il padronato si era posto esplicitamente l’obbiettivo di destrutturare i contratti nazionali, sospinto dalla lunga crisi (dalla necessità di recuperare margini di profitto a partire dai costi) e dall’indebolimento sindacale - della classe nel suo complesso - dopo la sconfitta sul Jobs Act. La FIM di Bentivogli, dopo FCA, condivideva l’obbiettivo di ridefinire il CCNL, andando oltre l’impianto delle confederazioni (CGIL-CISL-UIL chiedevano, all’inizio della stagione dei rinnovi, aumenti nazionali in grado anche di redistribuire la produttività, cedendo invece sull’organizzazione del lavoro): chiedeva però aumenti più diffusi e la definizione di criteri omogenei per gli aumenti sul secondo livello. La FIOM, smantellata la fallimentare “coalizione sociale” ed alla ricerca di una gestione unitaria in CGIL (ingresso di Landini in Segreteria), si predisponeva a siglare in ogni caso un contratto, ma chiedeva delle minime condizioni per giustificare la capitolazione. In questo teatrino, nessuno aveva interesse a far scendere in campo lavoratori e lavoratrici: per mesi la trattativa si è trascinata senza scioperi, assemblee o mobilitazioni di massa. La stessa FIOM non ha quasi mai riunito l’assemblea dei cinquecento ed ha abbandonato la propria piattaforma senza colpo ferire. Con l’autunno l’accordo è arrivato.

Non è solo un pessimo rinnovo. Sicuramente distribuisce pochi soldi in quattro anni (forse una cinquantina di euro, a fronte degli 80-100 degli altri contratti). Soprattutto, però, sfibra l’intero sistema contrattuale, indebolendo i rapporti di forza complessivi della classe: registra semplicemente l’inflazione reale (ex post), non prevedendo nessuna distribuzione della ricchezza; indirizza pesantemente la contrattazione aziendale su parametri variabili (aumentando così la flessibilità salariale); introduce assicurazioni sociali e buoni carrello (tagliando il salario complessivo e contribuendo a smantellare il welfare universale); conferma le flessibilità organizzative previste nel 2012 (a partire dagli straordinari obbligatori). Questa capitolazione, comunque, non è solo responsabilità della FIOM. Per contrastarla sarebbe stata necessaria una comprensione di massa della battaglia in corso, dell’attacco del padronato e delle prospettive di resistenza. Quasi nessuno ha invece lavorato nei mesi scorsi per creare questo clima. Partiti, comitati, associazioni, giornali, radio, siti e social: quasi nessuno nella sinistra ha seguito un contratto che rischia di segnare condizioni e prospettive di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici. È nel contempo tragico e buffo: da anni tutti declamano che per ricostruire una sinistra bisogna partire dal programma, dal lavoro, dalla realtà. I metalmeccanici però sono stati lasciati soli, per non disturbare Landini o per non sporcarsi le mani con il conflitto di classe. I rapporti di forza alla partenza, allora, erano molto chiari: da una parte i gruppi dirigenti e gli apparati sindacali, nel silenzio della stampa, delle piazze e di larga parte della sinistra; dall’altra un’opposizione a questo contratto sostenuto soprattutto dal basso, da delegati e delegate, dall'opposizione CGIL, dai sindacati di base.

Con questo rinnovo si chiude comunque una fase politica sindacale, che ha visto bene o male la FIOM rappresentare una resistenza contro la gestione padronale della crisi, il tentativo di recuperare margini di profitto attraverso una compressione drastica del salario globale (diretto, indiretto e sociale) ed un aumento dello sfruttamento (durata e intensità del lavoro). Nei contratti separati, nella lotta contro Marchionne, nelle mobilitazioni nazionali del 2010 del 2012, nello scontro con Camusso, la FIOM ha rappresentato non solo per i metalmeccanici ma per tutto il mondo del lavoro un punto di tenuta: il simbolo di un interesse generale, quello di classe. Sappiamo, ed abbiamo sempre denunciato, che da tempo la FIOM aveva abbandonato questa battaglia nella sua azione concreta: con la capitolazione a Grugliasco sul modello Marchionne, con la rinuncia a condurre le lotte in FCA, con la repressione interna delle minoranze, con l’abbandono di ogni mobilitazione di massa e la sua semplice rappresentazione mediatica (la “coalizione sociale”). La firma di questo contratto, però, segna la chiusura anche simbolica di una parabola: il gruppo dirigente storico della FIOM abdica per primo alla difesa del contratto nazionale, normalizza la propria azione nel quadro del Testo Unico del 10 gennaio (che due anni fa contestò) e si approssima ad entrare stabilmente nella maggioranza della CGIL. Una CGIL che, concentrata sui referendum e sulla ricerca illusoria di un accordo padronale, non intende comunque sostenere e promuovere nessuna mobilitazione, nessun conflitto sociale nei prossimi mesi.


UN FRONTE UNICO DEL LAVORO, CONTRO RENZISMO E DERIVE POPULISTE

In questo quadro generale di crisi sociale, politica, istituzionale, è necessario battersi per una azione di classe indipendente del movimento operaio, che entri nel varco aperto dalla sconfitta politica del renzismo per costruire uno sbocco e una prospettiva classista. In aperta contrapposizione alle tre destre che dominano lo scenario politico. È necessario cioè rivolgersi a quel diffuso sentimento antisistema che ha sostenuto il No al referendum, all’insieme dei settori popolari colpiti dalla crisi ed al complesso del mondo del lavoro, per far emergere uno sbocco politico alternativo a quello delle destre, dei movimenti populisti e delle forze reazionarie di massa. Trasformare cioè il No a Renzi nel rilancio di una mobilitazione unitaria e di massa che rivendichi la cancellazione di tutte le leggi reazionarie del renzismo, a partire dal Jobs Act e dalla Buona scuola; trasformare la mobilitazione contro le leggi di Renzi nella rottura generale con la stagione trentennale delle politiche antioperaie di austerità e sacrifici: questo è l'asse di iniziativa e proposta del nostro partito nella fase apertasi dopo il 4 dicembre.

Per questo l’iniziativa del PCL, nella propaganda e nell’azione politica, deve essere principalmente e prioritariamente diretta alla costruzione di un fronte unico del lavoro, sul piano politico e su quello sociale. In primo luogo sul terreno concreto e diffuso che può offrire ogni occasione di mobilitazione e di lotta unitaria: in difesa di aziende o settori di lavoro, di diritti sociali e civili, o contro leggi, normative, disposizioni locali e nazionali che possano innescare dinamiche di questo genere. In secondo luogo, sul piano più generale, con un appello ed un’azione pubblica rivolta a tutte le organizzazioni sindacali e di massa che si sono pronunciate formalmente per il No alla riforma costituzionale di Renzi, e che hanno promosso referendum abrogativi delle sue leggi peggiori (Jobs Act), perché passino dalle parole ai fatti. Perché rompano col governo Gentiloni, continuità mascherata del renzismo e delle sue leggi. Perché rompano con Confindustria, massima sostenitrice del Jobs Act. Perché promuovano una svolta di lotta generale, unitaria e di massa, che ponga finalmente al centro dello scontro un'agenda di rivendicazioni operaie capace di configurare una soluzione di classe della crisi sociale e politica. La proposta del fronte unico di classe e di massa deve divenire uno strumento di aperta denuncia dell'immobilismo delle burocrazie, e di relazione con l'avanguardia larga di classe.

I poli reazionari convergono sulla richiesta di elezioni politiche anticipate, nell'intenzione non solo di rafforzarsi nello scontro reciproco, ma anche di evitare il referendum sociale sul Jobs Act. Il loro obiettivo comune è evitare l'irrompere della questione di classe come terreno centrale di confronto. In aperta contrapposizione alle tre destre poniamo l'esigenza esattamente opposta. Non si tratta di attendere il referendum in una logica istituzionale. Si tratta di assumere il tema della cancellazione delle leggi del renzismo come leva e campagna di mobilitazione di massa. Che è anche la via, di riflesso, per vincere un domani sul terreno referendario. Ma soprattutto è la via per segnare una svolta nei rapporti di forza, disgregare i blocchi sociali reazionari, aprire il varco a una prospettiva di classe alternativa. Quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.


PER UN'INIZIATIVA CLASSISTA E ANTICAPITALISTA NELLA CRISI

Questa azione politica, volta a sostenere ogni occasione di fronte unico, volta ad appellarsi alle principali organizzazioni della sinistra per una ripresa delle mobilitazioni, non può comunque fare a meno di confrontarsi con la realtà della capitolazione della FIOM, con la scelta della CGIL di sospendere ogni mobilitazione nell’attesa dei referendum sul Jobs Act (nell’attesa cioè di poter riprendere forza per via elettorale, per potersi nuovamente sedere ai tavoli della concertazione con governo e padronato).

Nel contempo, infatti, alcuni settori di classe sono disponibili alla resistenza. Una resistenza che non è limitata ad avanguardie politiche marginali, ma che trova ascolto, consenso e coinvolgimento in settori significativi di classe. È questo il segnale che ci arriva dal voto nel contratto dell’igiene ambientale (43% di contrari nel settore pubblico), dagli scioperi nazionali nelle ferrovie e locali dei ferrotranvieri, dalle lotte della logistica come da alcune mobilitazioni studentesche. È, soprattutto, il segnale che ci arriva dal No al rinnovo del CCNL metalmeccanico, che si è espresso in particolare nelle grosse industrie, non solo dove è influente l’opposizione CGIL o qualche sindacato di base (Dalmine di Bergamo, Fincantieri di Marghera e di Ancona, cantieri liguri, in tutti gli stabilimenti della Electrolux, Marcegaglia di Forlì, Same, Piaggio, GKN, Ilva, STM di Agrate e di Catania, Ansaldo, AST di Terni, ecc.). Sul terreno dell'azione di avanguardia siamo quindi impegnati a contrastare questa nuova stagione di subalternità, non solo tra i metalmeccanici, ma anche in generale sul patto di fabbrica con Confindustria come nell'accordo sul pubblico impiego. Da qui la contrapposizione alla burocrazia sindacale, per una direzione alternativa del movimento operaio. Da qui il sostegno ai coordinamenti del No, nei metalmeccanici come in altri settori, come ad ogni altra forma di larga avanguardia che dovesse determinarsi.

Non solo. La nostra azione d’avanguardia può rivolgersi anche su un terreno più generale e politico, avanzando una proposta di unità d’azione alle altre forze classiste e anticapitaliste, per sostenere una ripresa conflittualità sociale davanti allo stallo della sinistra riformista. Un’azione che, ovviamente, non può esser sostitutiva e non può pensarsi sostitutiva del fronte unico, della priorità di una ripresa della mobilitazione di massa nel nostro paese. Un’azione politica di avanguardia può però permettere la ricomposizione di percorsi e appuntamenti di lotta, che possono svolgere un ruolo anche significativo nel mantenere accesa, anche nella percezione di massa, la prospettiva di un’alternativa di classe.

Questa unità d’azione può allora esser condotta localmente, per sostenere la conflittualità diffusa di movimenti e iniziative di lotta, nei posti di lavoro come sul territorio. Questa unità d’azione può esser condotta anche nazionalmente, per produrre almeno in una dimensione di avanguardia alcune possibili ricomposizioni, anche parziali. Un’azione da verificare, in primo luogo, nella costruzione di alcuni appuntamenti di lotta nella prossima primavera, che non lascino vuote le piazze del nostro paese: l’8 marzo il movimento di lotta dello scorso 26 novembre sta programmando uno sciopero dello donne; allo stesso modo, si pone l’opportunità di convocare un corteo unitario dell’estrema sinistra, della sinistra sindacale, dei movimenti antagonisti. Impegnandosi per evitare che, come lo scorso autunno, come gli scorsi anni, queste occasioni diventino il terreno di demarcazione delle diverse organizzazioni o dei diversi percorsi. Questa unità d’azione può quindi esser verificata innanzitutto a partire da alcuni soggetti con cui condividiamo una matrice classista, pur nella diversità dei progetti politici e delle impostazioni teoriche (Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, SGB, CUB, SiCobas...).

Un coordinamento nell’azione con queste forze che, in questo quadro, ci può permettere anche di verificare possibili convergenze in funzione di un bilanciamento di quelle forze e quei settori neosovranisti e neocampisti, che stanno provando a sviluppare campagne d’egemonia sull’estrema sinistra.


PER UNA SINISTRA CLASSISTA E RIVOLUZIONARIA, PER LO SVILUPPO DEL PCL

Il fronte unico del lavoro, l’unità d’azione nell’avanguardia sociale e di classe, il coordinamento della nostra azione con l’avanguardia politica classista, sono tutte linee d’intervento per la prossima primavera dirette a riprendere il conflitto sociale nel nostro paese. In tutte queste iniziative, la nostra proposta deve esser quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per dare una soluzione di classe e anticapitalistica alla crisi della Repubblica. Un programma transitorio che, partendo dalla coscienza diffusa, dalle contraddizioni e dai conflitti presenti, indica la necessità e la prospettiva della rivoluzione. Questa prospettiva è e resta la nostra linea strategica di demarcazione dal resto della sinistra politica.

La sinistra politica riformista, già vittima negli anni del proprio suicidio politico, è del tutto incapace anche solo di prospettare una soluzione indipendente della crisi politica e sociale. La dissoluzione di SEL è emblematica. La sua ala destra (Pisapia) si candida addirittura a supporto postumo del renzismo integrandosi direttamente nell'operazione del suo rilancio. Un'altra sua componente (Smeriglio) punta a ricomporre il vecchio centrosinistra puntando sulla minoranza del PD liberale (Bersani). Un'altra componente ancora (Fratoianni) punta ad una stagione ritemprante di opposizione per ricostruire le condizioni contrattuali di un centrosinistra futuro. Sinistra Italiana si annuncia come quadro costituente della continuità riformista: un'autonomia nazionale obbligata dal PD, imposta dal renzismo, in funzione della prospettiva di ricomposizione di una alleanza di governo col PD, una volta rimosso l'ostacolo Renzi. Mentre il PRC è segnato da una totale afasia politica, imprigionato dal fallimento di Tsipras e dai suoi effetti deflagranti sull'intero quadro del Partito della Sinistra Europea.
Parallelamente, sul versante centrista, Rete dei Comunisti e gruppo dirigente USB rilanciano il proprio impasto politico-culturale di neosovranismo nazionalista e di mitologia costituzionalista (“applicare la Costituzione”): subalterni al tempo stesso sia al grillismo, sia alla tradizione del riformismo italiano.

La costruzione di una sinistra rivoluzionaria classista attorno alla prospettiva del governo dei lavoratori si conferma come l'unica soluzione progressiva della stessa crisi della sinistra italiana. La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori è la traduzione politica di questa necessità.

In questo quadro, si pone il prossimo appuntamento delle elezioni politiche, nel 2017 o nel 2018. Non sappiamo ancora con quale legge elettorale si svolgerà. Se rimarrà, in un Italicum modificato o in un Mattarellum rivisto, la moltiplicazione di piccoli collegi, sappiamo anche che sarà particolarmente difficile una nostra presentazione nazionalmente significativa. La presenza di una sinistra rivoluzionaria anche sul piano elettorale, nel quadro della crisi politica, sociale ed istituzionale che l’Italia sta attraversando, può esser un elemento importante per riattivare una coscienza politica di classe diffusa; la presenza del PCL in questo appuntamento, uno snodo rilevante per la sua costruzione ed il suo sviluppo. Per questo, nel quadro dell’impostazione sulla linea elettorale definita negli scorsi congressi e ribadita in quello attuale, il PCL tenterà in ogni modo di esser presente a quell’appuntamento, come ad esser in ogni caso presente nei grandi centri, in occasioni delle elezioni comunali che dovessero presentarsi nei prossimi anni.

Partito Comunista dei Lavoratori


Da Hic Rhodus il 23 Novembre 2016 dc:
Popolo, democrazia ed esercizio della sovranità

La natura dell’uomo dall’inizio della sua storia lo porta ad interessarsi di se stesso e, al massimo, del suo nucleo familiare. Non si tratta di una scelta influenzata da un ragionamento ma dalla semplice realtà dell’era primordiale in cui l’unico scopo essenziale della vita era la sopravvivenza. La dinamica dell’evoluzione lo ha poi portato a considerare conveniente l’aggregazione (inizialmente in gruppi, poi tribù) che consentissero maggior sicurezza e una possibile condivisione e sostegno reciproco. Il concetto di “comune” è forse l’unica esperienza storica positiva di similcomunismo.

Ben presto però dovettero accettare (non so se volenti o nolenti) l’idea di essere guidati da un capo (scelto o impostosi) e questo elemento è rimasto saldo nei secoli dei secoli sotto varie forme che la storia a noi conosciuta ci ha tramandato attraverso Tiranni, Re, Imperatori, Dittatori (e un poco anche Papi). Tutte forme che hanno avuto un denominatore comune nella insindacabilità del Capo, unico detentore della non separazione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario e soprattutto fiscale, con quasi sempre conseguente sopraffazione e sfruttamento di quegli uomini una volta liberi ed ora divenuti “popolo”. I Greci antichi, grazie soprattutto ai loro inimitabili filosofi, cercarono di accontentare il popolo proponendogli di essere governato da “pochi ma buoni”. Un esperimento poco esportabile.

Per definizione popolo è quasi sinonimo di popolazione, cioè di gente che vive in un determinato territorio, e in tal senso non mi pare abbia connotazioni positive degne di particolare rispetto e diritti, se non quelli dovuti a qualsiasi essere umano. I Romani però (quelli antichi, senza sindache) vollero distinguere, tra i tanti – e di tante provenienze – abitanti, quelli cui spettava il requisito di “civis romanus” che diventò così il popolo di SPQR. Resta il fatto che anche per ribellarsi alle tirannie il popolo ebbe sempre bisogno di un Capo, o di una ridotta pluralità di capi, e spesso se li ritrovò come peggiori sostituti del Tiranno.

L’era moderna (convenzionalmente datata come inizio 1789  – rivoluzione francese – e non certo 1215 – Magna Carta fasulla di Giovanni senza Terra non riguardante il “popolo”) tenderà a stabilire alcuni diritti fondamentali del popolo non di semplice dignitosa esistenza ma anche di parziale partecipazione alla vita pubblica e istituzionale. Con la sensazione di non essere più soggetti al capriccio di un Capo.

Sarebbe bene chiarire tuttavia che, nonostante il successivo affinarsi delle Carte Costituzionali, tese a consolidare quel concetto impropriamente chiamato democratico, il popolo non ha mai avuto e non avrà mai un reale potere gestionale di uno Stato, ma solo quello, effimero e spesso tragicamente nocivo, di mandare sul trono o di detronizzare gruppi di persone che si attribuiscono un inesistente o inconsistente incarico di rappresentanza, peraltro raccattato solo da una parte di quella sola metà del popolo che ritiene utile far uso del diritto di voto, e che, in grandissima parte, lo fa seguendo la speranza di soddisfare interessi personali (non di rado meschini), speranza ingenerata da sfruttatori senza scrupoli della incapacità della stragrande maggioranza del popolo di distinguere tra informazione corretta e informazione scorretta o e comunque di formarsi un’opinione non preconcetta ma criticamente valutata dell’informazione veritiera.

Questo scenario è ovviamente riferito solo alle popolazioni di collocazione (o di “adozione”) occidentali, alle quali è consentito il suffragio universale ma quasi mai l’effettiva “sovranità” di cui si ammantano le loro Costituzioni. In Paesi africani e molti asiatici neppure se ne parla.

Anche per la drammatica esigenza del tempo la Costituzione italiana (art.1) dichiara l’appartenenza della sovranità al popolo ma subito dopo specifica che il suo esercizio è regolato nelle forme e nei limiti della legge. Quindi è, coerentemente e giustamente, delegato alle Istituzioni e dunque allo Stato, come deve inevitabilmente essere. Poi, se strumentalmente utile, ogni parte invocherà retoricamente la sovranità del popolo.

Tuttavia è innegabile che il popolo abbia dei poteri che trovano elevata e forse unica espressione nel voto sia alle elezioni dei rappresentanti locali (ai fini amministrativi) e nazionali ai fini della scelta dei rappresentanti che esercitano (per delega) l’unico potere di cui il popolo può essere depositario formale, il potere legislativo, sia in occasione dei referendum nei quali viene chiamato ad esprimere, direttamente e non per interposto delegato, un’opinione (raramente politica, in assenza delle relative conoscenze e competenze).

Nell’attuale, lungo ed estenuante frangente, il popolo è chiamato addirittura ad esprimere questa opinione su una serie di norme costituzionali concernenti (fortunatamente) non i principi fondamentali ma alcune regole di formazione e funzionamento delle istituzioni rese necessarie sia a fini interni che di rapporti internazionali.

Solo a margine di queste considerazioni quindi rammento che la Costituzione italiana non fu approvata a suffragio universale, ma che a suffragio universale (termine nella pratica assai improprio) fu eletta (06/1947) l’Assemblea Costituente che discusse animatamente e con non indifferenti divergenze molti articoli che infine furono approvati (22/12/1947) con 453 voti a favore e 62 contrari. Non fu quindi soggetta a Referendum popolare, nel qual caso possiamo immaginare quale sarebbe stato il voto di Monarchici, Fascisti, Anarchici e forse qualcun altro. Consapevoli della impossibilità della perfezione i “Padri (ormai Nonni) Costituenti” scelsero di legittimare la revisione delle norme costituzionali con eccezione della sola forma Repubblicana.

Farlo dunque non è né un attentato né un’offesa all’anziana Carta né un capriccio del Capo.


Da Hic Rhodus il 7 Novembre 2016 dc:
Democrazia 2.0=Oligarchia?
di Bezzicante

Una delle parole con le quali ci riempiamo la bocca, nei nostri commenti e nelle nostre dispute politiche, è ‘democrazia’. Siamo in democrazia, anzi, scusate: in Democrazia. La parola è diventata un’etichetta sulla quale si riflette poco, una parola di cui si dà per scontato il significato e che non si mette in discussione, non si tematizza, non si argomenta.

Siamo in Democrazia. Siamo democratici, noi. Il voto esprime democraticamente la volontà del popolo. Ma la parola Democrazia ha determinati significati, fa riferimento a un concetto che possiamo stirare un po’ di qua e un po’ di là, ma solo fino a un certo punto, se vogliamo che le parole significhino. Ho ricordato recentemente come la Repubblica Popolare della Corea del Nord si dichiari, sin dalla denominazione ufficiale, “democratica”, senza che alcuno di noi possa avere dei dubbi sul fatto che proprio non lo sia. Occorre quindi andare oltre le parole, scavare nel concetto, comprenderlo e sottoporlo a verifica: c’è libera espressione dell’opinione da parte dei cittadini? Possono, i cittadini, senza restrizione alcuna, eleggere i loro rappresentanti? I governanti custodiscono le libertà fondamentali sancite costituzionalmente? Eccetera. Nello stesso post appena citato ricordavo alcuni limiti intrinseci alla democrazia nel nuovo millennio, segnalando che – per varie ragioni – il concetto novecentesco di ‘Democrazia’ era diventato varco di populismi e manipolazioni che mantengono la forma esteriore della democrazia minandone alla base la funzionalità, l’efficacia e il senso stesso di un’azione volta al benessere della collettività. In questo post aggiungerò qualcosa all’analisi mostrando come si siano innescati degli anticorpi, a quei problemi, che potrebbero essere non tanto migliori del morbo populista che si vuole curare.

Al di là di chi è legittimato a votare (tutto il popolo con eccezioni minime, nelle costituzioni occidentali) il nodo della questione è chi è legittimato a prendere decisioni sostanziali. L’idea novecentesca si basava (in Italia e nella maggior parte dell’Occidente) sulla rappresentanza politica dei vari ceti (e classi) sociali: gli operai erano rappresentati da partiti marxisti (Nota mia: anche non marxisti!) che intendevano promuovere giustizia sociale e uguaglianza in un determinato modo, i “signori” (ricordo che erano chiamati così, quand’ero giovane) erano rappresentati da partiti liberali che intendevano promuovere l’intrapresa e il merito (e difendersi dal collettivismo comunista) e via discorrendo. Chi era di più (prendeva più voti) vinceva, semmai con alleanze con partiti affini, e perseguiva il proprio programma. Chi perdeva controllava, stimolava, denunciava abusi se del caso e si attrezzava per vincere alle successive elezioni. Non è mai stato veramente così, sia chiaro, ma questo quadro approssima molto quello che si intendeva con Democrazia diversi decenni fa. Ma oggi? È ancora così?

Crollata la linearità della rappresentanza con la comparsa di nuovi e diversi ceti sociali (ne abbiamo parlato, con dati, QUI), crollate le ideologie e approdati nel millennio 2.0 le cose si mostrano piuttosto diverse. Non solo il popolo vota alla luce di condizionamenti e pressioni inediti (ne abbiamo parlato nel post citato all’inizio), ma i rappresentanti decidono solo in parte e alla luce di una serie di vincoli piuttosto stringenti, come i trattati internazionali fra i quali, e prioritariamente, quelli dell’Unione Europea che hanno il potere di sottrarre materie decisionali alla giurisdizione dei nostri deputati e senatori. Oppure come la stessa Costituzione che – nella versione pre-riforma – sottraeva varie competenze allo Stato per lasciarle alla cacofonia regionale (la riforma prevede il superamento di questo disastro ma occorre vedere se il referendum confermativo ripristinerà quelle norme, chiamate “concorrenti”, o se le abolirà definitivamente).

Ma al di là dei trattati e della materia concorrente fra Stato e Regione c’è un ulteriore problema da considerare che potrebbe essere piuttosto grave: il potere dei gruppi di pressione, delle lobby, che finiscono col configurare le democrazie contemporanee come forme temperate di oligarchia. Occorre preliminarmente accennare che qui il termine oligarchia viene usato nel senso neutrale e descrittivo moderno, come governo di pochi. E occorre constatare che, di fatto, è proprio così, nel senso che il popolo vota ma governano pochi professionisti della politica, coadiuvati da gruppi di burocrati specializzati e di difficile rimozione. I gruppi di pressione (specialmente economici) sono delle élite dedicate all’influenza della decisione pubblica, e costituiscono quindi dei gruppi di potere reale, oligarchico, molto influenti. Uno studio americano recente cerca di dimostrare empiricamente questa affermazione:

    The central point that emerges from our research is that economic elites and organized groups representing business interests have substantial independent impacts on U.S. government policy, while mass-based interest groups and average citizens have little or no independent influence (fonte; una breve discussione critica su bbc.com).

Questo risultato, credo, è piuttosto condivisibile anche senza ricorrere a complessi studi americani.

L’America sarebbe quindi un’oligarchia? Sì, secondo diversi autori, ma anche no se ci si attiene in forma più ristretta al concetto di ‘oligarchia’. La Cina è indubbiamente un’oligarchia: i dirigenti del Partito Comunista dirigono e decidono tutto, si diventa membri di tale gruppo per cooptazione. Il Popolo non decide nulla che riguardi la sfera politica. La Russia è un’altra forma di oligarchia: una rete di politici, industriali (appunto definiti ‘oligarchi‘) che nella transizione dall’Unione Sovietica alla Russia post-muro si sono arricchiti ma, specialmente, sono stati in grado di detenere il potere. In Russia il popolo vota, indubbiamente, ma una serie di condizioni storiche, tradizioni politiche e vincoli contestuali sembrano condurre il popolo russo, con abbastanza consapevolezza pare, a preferire un regime sostanzialmente oligarchico (interessante fonte per approfondire): una formula strana che Predrag Matvejevic ha definito “democratura” (crasi fra democrazia e dittatura). Ancora più spinto sul fronte democratico il caso americano visto sopra e, assieme, quello tipico delle democrazie occidentali.

E l’Italia? Non vedo, onestamente, una grande differenza dalla situazione americana. Che lobby potenti siano all’opera da anni, che ottengano risultati concreti indirizzando le decisioni dei governi, che siano influenti e non facilmente ignorabili è questione arcinota e più volta trattata in questo blog (e non pensate solo a potentati economici à la Bilderberg, perché anche il sindacato è stato, per lungo tempo, un giocatore politico non irrilevante, assieme ad altri). Semmai le lobby italiane sono spesso abbastanza casarecce, piuttosto familiste, non di rado sgangheratelle, ma si interviene sulle banche su fortissima pressione di banchieri e finanzieri come si interviene sul terzo settore su forte pressione del terzo settore e così via. E, onestamente, come potrebbe essere diversamente? Di cosa si dovrebbero occupare governo e parlamento se non delle questioni urgenti per i diversi gruppi di cittadini che rappresentano settori economici rilevanti (come, appunto, banche, terzo settore…), o settori socialmente anche marginali ma capaci di attrarre consenso e indirizzare il dibattito (le leggi sul cosiddetto “dopo di noi” come quella sulle unioni civili sono nate così)? Ovviamente ci sono differenze rilevanti, in questi pochi esempi. E naturalmente un conto è il potere (che direi più che legittimo) di presentare istanze e fare pressione, e altro conto e il potere di indirizzare la decisione in maniera non trasparente, eventualmente danneggiando altre categorie di cittadini.

Il punto quindi diventa sottilmente complesso e forse un pochino pericoloso. La pressione di gruppi e lobby non solo è legittimo ma anche utile, è una risposta alla complessità decisionale, una forma di partecipazione politica. Ma solo se è trasparente. Se invece si concretizza in poteri sotterranei, non controllabili, capaci di esercitare pressioni fuori dalle leggi o addirittura illegali (compravendita di voti, corruzione…) allora non solo diventa un problema, ma snatura completamente il senso residuo che nel terzo millennio ancora deve avere il concetto di Democrazia e ci consegna a un sistema semi-oligarchico più simile al modello russo che a quello americano. Dobbiamo ricordare come il problema sia ben noto in Italia e oggetto di ripetuti tentativi di legiferazione (58 proposte in 40 anni, sostiene Il Fatto Quotidiano). Al momento abbiamo qualche regolamento (alla Camera, al Ministero delle Politiche Agricole, in qualche regione, si veda QUI la documentazione), e un disegno di legge arenato al Senato. Facile capire le difficoltà nel Paese maestro dei sotterfugi, degli amici degli amici, dei due forni, delle corporazioni, dei diritti acquisiti e via discorrendo. Più di tante altre riforme, alcune indubbiamente meritorie, questa in particolare può caratterizzare una vera volontà di discontinuità e dare la cifra di un’epoca nuova.

Risorse:

    Eugenio Scalfari, Zagrebelsky è un amico ma il match con Renzi l’ha perduto, “La Repubblica”, 2 Ottobre 2016;
    Eugenio Scalfari, Perché difendo l’oligarchia, “La Repubblica”, 13 Ottobre 2016.


Da Hic Rhodus il 31 ottobre 2016 dc:
Aborto e obiezione di coscienza:
ora basta
di Ottonieri

Aborto e obiezione di coscienza

Il doloroso caso della donna di Catania morta a seguito di un aborto spontaneo di una gravidanza gemellare ha riportato l’attenzione sulle difficoltà causate dall’obiezione di coscienza prevista dalla legge sull’aborto e cui fanno largamente ricorso i medici di tutta Italia, ma particolarmente di alcune aree tra cui la Sicilia.

L’esposto presentato dai familiari, che hanno tra l’altro lamentato il mancato intervento di un medico di turno obiettore, non ha per ora trovato conferma nelle verifiche effettuate dagli ispettori del Ministero, che non hanno riscontrato irregolarità nel come il personale dell’ospedale Cannizzaro ha affrontato l’emergenza purtroppo rivelatasi fatale.

Io, da semplice cittadino, non ho nessuna intenzione di sostituirmi agli ispettori né alla magistratura, e fino a diversa prova prendo per assodato che non ci siano responsabilità dei medici dell’ospedale nell’infausto esito di questo caso. Tuttavia, proprio da semplice cittadino, ritengo di avere il diritto e il dovere di giudicare intollerabili le condizioni di applicazione della legge 194 sull’aborto in Italia; e la principale ragione per cui queste condizioni sono intollerabili è l’istituto dell’obiezione di coscienza.

Di questo argomento su Hic Rhodus ha già scritto tempo fa Bezzicante, in un post con cui concordo pienamente e di cui riprenderò diverse considerazioni. Cominciamo con qualche dato: secondo la Relazione  sull’attuazione della Legge 194/78 pubblicata a ottobre 2015 dal Ministero della Salute, il 70% dei ginecologi italiani sono obiettori, e lo sono anche il 49,3% degli anestesisti e il 46,5% del personale paramedico. Queste percentuali, alte e inoltre in aumento tendenziale, non sono per di più omogenee sul territorio nazionale: in Regioni come Molise, Basilicata, Sicilia e Puglia, oltre che nella provincia di Bolzano, più dell’85% dei ginecologi sono obiettori, il che evidentemente rende molto più difficile per le donne che vivono in quelle zone accedere al servizio di cui pure hanno diritto.

Ora, una precisazione è certamente opportuna: i medici obiettori esercitano un diritto che è loro riconosciuto dalla medesima legge 194/78; di più, questo diritto non è un’esclusiva della legislazione italiana, ma è ampiamente riconosciuto anche dalle leggi che regolano l’aborto nella maggior parte dei paesi europei. Quindi è chiaro che con questo post non intendo criminalizzare i medici obiettori, che fanno uso di una facoltà concessa loro appunto dalla legge. Va anche osservato che la stessa Relazione che ho citato sopra evidenzia il calo dei casi di aborto che si è verificato negli anni, e che è riassunto nel grafico qui sotto: il Ministero insomma afferma che, nonostante l’obiezione di coscienza, in Italia non esiste un problema di accesso al diritto di aborto.

Abortività

Abortività-1

Fonte: Relazione del Ministero della Salute sull’applicazione della Legge 194/78, ott. 2015

Tuttavia, a mio modo di vedere questa visione ottimistica è falsa, e lo è per due distinte ragioni.

Per la prima, mi limiterò a citare la delibera, anch’essa dell’ottobre 2015, del Comitato Europeo dei Diritti Sociali che, sulla base di un ricorso presentato dalla CGIL, ha stabilito che l’Italia, a causa dell’applicazione dell’obiezione di coscienza sull’aborto, viola la Carta Sociale Europea, e in particolare:

La seconda ragione è che il confine tra diritto alla salute della donna e diritto all’obiezione del medico non è così semplice da tracciare. La legge infatti prevede che il medico non possa rifiutarsi di intervenire se “il suo personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”, ma come è realisticamente possibile accertare questa indispensabilità e questo imminente pericolo? Come si vede, non basta che dal mancato intervento del medico possa derivare un danno alla salute della donna: occorre l’imminente pericolo di vita. Come amaramente constata un documentato articolo contro l’obiezione di coscienza,  “È normalmente impossibile stabilire con certezza se una qualsiasi condizione medica sia a rischio di vita, e fino a che punto, finché il paziente non muore davvero”. Anche qui, il diritto a ricevere le migliori cure possibili è concretamente limitato dall’esistenza stessa dell’istituto dell’obiezione di coscienza.

A questo punto, la mia conclusione è netta: non esiste nessun diritto all’obiezione di coscienza da tutelare, ed essa va semplicemente abolita in toto. Quando la legge 194 è stata approvata l’obiezione aveva un senso: i medici allora in servizio potevano in piena buona fede sostenere di aver abbracciato la loro professione in base a una filosofia per cui ogni vita è sacra, e di non essere disposti a cambiare il fondamento morale della loro attività in base all’approvazione di una nuova legge.

Oggi però, dopo quasi quarant’anni, simili ragionamenti non sono più difendibili. Chi oggi lavora in un ospedale pubblico (non parlo di una clinica privata magari gestita da un’istituzione cattolica, e sappiamo quante ce ne sono) si è iscritto a Medicina, si è specializzato in Ginecologia, ha seguito il lungo e faticoso iter che conduce fino a esercitare la professione nel servizio sanitario pubblico sapendo benissimo che tale servizio sanitario garantiva alla donna il diritto ad abortire. Nessuno ha obbligato questi medici a fare i ginecologi anziché gli ortopedici o i gastroenterologi, né a concorrere per un incarico ospedaliero, e se la pratica abortiva è per loro davvero inammissibile non mancavano e non mancano loro alternative all’esercitare in una struttura dove si verificano fatti così immorali. Le donne, invece, alternative non ne hanno, a meno di non chiedere loro di ricorrere, loro sì, a cliniche private o a ben peggiori soluzioni. In estrema sintesi, ogni paziente ha diritto a esigere che in una struttura sanitaria pubblica ciascun medico competente sia disponibile a fornirgli ogni forma di assistenza prevista. Punto e basta.


Ecco perché, un po’ donchisciottescamente, ho deciso di proporre una petizione pubblica su Avaaz.org per l’abolizione dell’obiezione di coscienza. Se siete d’accordo, firmatela e fatela conoscere. Grazie.


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