Politica e Società-11

(ateismo e agnosticismo inclusi...)

2014 dc

commenti, contributi e opinioni

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Ho unificato le due precedenti pagine di Politica e Sociale perché, in fondo, si occupavano degli stessi temi. Per non appesantirne il peso nel sito le ho numerate progressivamente a partire da quella con notizie e fatti più vecchi.

In questa pagina ci sono testi con data 2014 dc, il più recente all'inizio.


da Democrazia Atea il 14 Dicembre 2014 dc:

La foglia di fico

On.le Presidente Fico,

la Commissione di vigilanza Rai, che lei presiede ormai da un tempo sufficiente per comprenderne il funzionamento e le reali possibilità di intervento, come è noto, ha sempre sofferto di una lottizzazione partitica che, nel tempo, ne ha indebolito la funzione e le finalità.

Tuttavia la lottizzazione politica è un pallido ricordo e alla spartizione partitica si è ormai sostituita una occupazione vaticana che trova tutti proni ed accondiscendenti di fronte al debordante presenzialismo mediatico di una sola setta, quella cattolica.

Lei, Presidente Fico, vanta l’appartenenza ad un partito che ha innalzato a vessillo avanguardista la conta degli scontrini, però non risulta che abbia detto alcunché circa il compenso milionario che sarà corrisposto all’ex comico (ormai pietoso guitto) Roberto Benigni per leggere ed interpretare i dieci comandamenti.

Il servizio pubblico dovrebbe avere una finalità culturale capace di innalzare il livello critico e complessivamente la conoscenza di coloro che approcciano al mezzo televisivo.

E la sua funzione, egregio Presidente, dovrebbe essere anche quella di garantire che ciò accada.

Sappiamo, però, sin da ora, che l’esegesi dei dieci comandamenti non sarà critica ma osannante e catechistica.

Sappiamo sin da ora che ci si asterrà dal dire che i dieci comandamenti non sono stati dettati di certo dal dio ebraico ma sono stati copiati dalle preghiere del Libro dei Morti egiziano. Non si dirà che i dieci comandamenti sono contenuti in un testo, la Bibbia, che, oltre a queste regole morali piuttosto primitive, include anche nefandezze come la legittimazione dello stupro, della tortura e della schiavitù. Non si dirà che sono all’origine della misoginia imperante.

Saranno esaltate come regole universali, incuranti delle regole delle altre religioni, prevaricando finanche chi è ben fiero della propria morale atea.

Un guitto in declino diventa perfetto per una operazione di marketing cattolico, e la sua funzione, egregio Presidente, appare decisamente inutile.

Egregio Presidente Fico, renda un favore alla Nazione, ci consenta di risparmiare sui suoi inutili emolumenti e si faccia assumere dalle istituzioni pontificie, il suo ruolo avrebbe forse un senso.
 
Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it



da Democrazia Atea il 28 Novembre 2014 dc:
Bertinotti convertito
È stato presentato oggi a Lecce l'ultimo libro di Fausto Bertinotti dal titolo: "Sempre daccapo" con la prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi.
 
Relatori sono stati i docenti: Greco e Tondi della Mura.
 
Greco si è soffermato sulla sintesi di carità cattolica e di solidarietà progressista, sintetizzati mirabilmente nell' art. 3, della Costituzione e, in alternanza, Tondi della Mura ha sottolineato il valore  del compromesso sulle concretizzazioni, e non sugli apriorismi teo-ideologici.
 
Bertinotti ha spiegato il significato del titolo "Sempre daccapo", incentrato sulla ricerca di un nuovo percorso ideale necessario dopo il "grande fallimento" del comunismo.
 
Il "grande fallimento", secondo Bertinotti, sollecita l'incontro delle tre fondamentali culture politiche italiane, al fine di, parafrasando Marx, di "liberarsi tutti".
 
Non è mancato un accenno a Gramsci  che al fratello povero in crisi, consiglia che se tutto è perduto, allora è il momento di ricominciare, come negli insegnamenti ebraici secondo i quali rimasti senza strada, "la strada la si trova dove vai e dove cerchi",  o secondo l'invito di Marcos sull'importanza del "camminare domandandosi", dopodiché il Presidente si è 'colibrato' su Maritain, sulla fede certa che è invisibile (!), sulla Madonna, utilizzata da La Pira per sollecitare Mattei a salvare un' azienda fiorentina in crisi, diventando così la vergine un sostituto della lotta operaia.
 
Si è passati a san Paolo, costruttore ineguagliato di egualitarismo, che scrive: "nessuna differenza davanti a Dio nè ricco o schiavo, nè uomo o donna"; ed ancora su Cristo negatore d'ogni potere che si contrappone al giudice che lo condannerà; poi sulla Liberazione, la Dottrina Sociale, la Salvezza, per finire sulla lotta, sollecitata da Francesco, per casa, terra, e lavoro, a tutti.
 
È stato come trovarsi ad un "ritiro spirituale", extramoenia, con un curato singolare.
 
Ho chiesto di chiarire se fallito fosse il modello comunista, durato 70 anni,  insieme agli scritti da cui sarebbe derivato, rispetto ad una preferita chiesa da 2000 anni ugualmente fallita.
 
Il Cristo dell' anti-potere è vittima, per la verità, di un disegno "divino" ed ho chiesto cosa sarebbe successo, se Gesù fosse stato assolto? Quale incontro con una Chiesa, fondata su falsi storici, con una morale antiumana, antiscientifica, sessuofobica ed un assetto monarchico e maschilista, negatore della laicità'?
 
Bertinotti ha liquidato i quesiti posti, a suo dire rispettabili ma non condivisibili, ritenendo la laicità valore comune per credenti e non credenti, naturalmente quella "sana", non la "laicista"
 
Bertinotti docet...sempre da capo.
 
 
 
Giacomo Grippa
 
Segretario provinciale di Lecce di Democrazia Atea
 
 www.democrazia-atea.it


da Democrazia Atea il 26 Novembre 2014 dc:
Squallide banalità

È impressionante il tenore delle banalità inanellate dal monarca Bergoglio nel discorso pronunciato davanti al Parlamento Europeo.

Sembrava che quelle parole fossero rivolte agli studentelli di una assemblea liceale cattolica e non ad una Assise parlamentare.


L’attenzione ai poveri, implorata dal proprietario dello IOR e dell’Obolo di San Pietro, è stata una autentica presa per i fondelli.


Ha rimproverato all’Europa di essere “invecchiata”, e questa osservazione, pronunciata da un Capo di Stato di una monarchia che di moderno ha solo il sistema di riciclaggio del denaro, ha richiamato alla memoria il classico aforisma della pagliuzza nell’occhio dell’altro e la trave nel proprio.


Di dubbia interpretazione potrebbe apparire il richiamo ad una “cornice giuridica chiara” se non fosse che nello Stato del Vaticano il diritto canonico prevale su quello civile e su quello penale.


Il livello più scadente lo ha toccato quando ha parlato di “dignità trascendente”, come se fosse un parroco di paese al catechismo.


Nel giorno in cui si celebra la Giornata mondiale della violenza sulle donne, non si è dimenticato di parlare dei “bambini uccisi prima di nascere” invitando, di fatto, i parlamentari europei a negare alle donne il diritto all’autodeterminazione.


Invitarlo al Parlamento europeo è stato un gesto politicamente scorretto.


Applaudire alle scempiaggini dette, è stato vile.

 
Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it

da Democrazia Atea il 25 Novembre 2014 dc:
Istituzioni ipocrite

Oggi 25 novembre 2014 Jorge Bergoglio è stato invitato a Strasburgo davanti al Parlamento Europeo.
 
Abbiamo chiesto al Presidente del Parlamento Europeo di chiarire a 500 milioni di cittadini europei in quale veste abbia invitato Bergoglio.
 
Qualora lo avesse invitato in qualità di Capo dello Stato del Vaticano abbiamo chiesto come sia stato possibile ricevere con onore e solennità, innanzi al Parlamento Europeo, un monarca che non rispetta i diritti umani.
 
Qualora lo avesse invitato come capo della Chiesa cattolica abbiamo chiesto come sia stato possibile ricevere con onore e solennità il rappresentante di una religione che ha in disprezzo i diritti umani.
 
Le istituzioni europee devono essere immuni da interferenze che ledono il Principio di Laicità e l’ingresso di Bergoglio nel Parlamento Europeo è una interferenza storica che non si giustifica né sotto il profilo politico né sotto il profilo istituzionale.
 
Contestiamo con indignazione la presenza di un monarca dittatoriale nel cuore delle istituzioni democratiche europee.
 
Nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stato invitato davanti al Parlamento europeo un monarca dittatoriale che nel suo Stato nega alle donne un qualsiasi ruolo riaffermando, con forma teologica, la peggiore subordinazione di genere.
 
La mentalità che scaturisce dalla discriminazione di genere costituisce la matrice sociale della violenza contro le donne.
 
Il valore simbolico legato al 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza di genere, troverà finanche l'ipocrisia di frasi di circostanza artatamente propalate con la sottile finalità di rafforzare il proprio potere.
 
Le istituzioni europee non hanno affatto bisogno di legittimare chi svolge la propria azione su un terreno antiumanitario.
 
La Segreteria Nazionale di Democrazia Atea
 
www.democrazia-atea.it


da Democrazia Atea il 23 Ottobre 2014 dc:
Il ballo teobiologico
sui diritti degli omosessuali

Sulla questione, dibattuta recentemente nella trasmissione "Ballarò", constato un fronte ben nutrito di credenti d'osservanza "apostolica", credenti laici, laici-laici credenti, atei di fedeltà teologica che non conoscono neanche le "verità" che intendono supporre e difendere.

Fra tutti questi anche il fior-fior degli acculturati i quali non attivano o sottopongono al loro pensiero critico queste "verità".

Innanzitutto esula dal loro campo di valutazione il verificare che diverse basi di queste "verità" sono il riciclo di passati miti e riti.

Da Prometeo che costruisce gli uomini, impastando il fango sul quale indirizza il suo soffio vitale, a Mitra, dopo Dioniso, Horus, Osiride con una storia ed una adorazione da cui Paolo ha copiato quella di Cristo.

Detto questo i nuovi crociati ignorano che la Chiesa ha inventato una "lex divina", non si sa come e perché modificabile, ed una "lex ecclesiastica", modificabile.

Il problema delle figure abilitate alla crescita dei bambini, a quale delle due leggi andrebbe sottoposto?

La riconferma che i bambini vengano al mondo grazie all'apporto di un uomo e di una donna deve comportare la riconferma che il matrimonio è finalizzato alla riproduzione della specie e che quindi una famiglia senza figli è una non famiglia o una famiglia difettata?

E se ci sono bambini con un solo genitore o, in mancanza di questo, affidati ad altro familiare, questi bambini presenterebbero difetti di crescita?

Si dovrebbe, allora, sottrarli al genitore superstite ed affidarli obbligatoriamente a due figure di sesso opposto?

Di queste problematiche si occupa la psicologia, non la teologia.

Le discipline analitiche non teologiche segnalano che ad occuparsi dei bambini debbano essere figure genitoriali o figure sostitutive adeguate dal punto di vista dell'affettività, quella affettività che con alta percentuale ai bambini non viene assicurata nelle famiglie 'matrimonializzate'.

E l'alta percentuale di delitti, violenze e carenze (dello Stato) che i minori subiscono nelle famiglie "normali" dipende dalla concezione 'famigliocentrica' in base alla quale tutto, per quanto riguarda la cura dei bambini, è scaricato o sacralizzato su questi nuclei familiari .

Quindi la funzione genitoriale può essere esercitata anche da persone diverse dalle figure parentali biologiche o da persone dello stesso sesso.

Strano poi, passando ad altro aspetto della questione, che quando un uomo ed una donna vivono insieme li si considera conviventi "more uxorio", cioè come se fossero "congiunti", cioè come "sposati".

Come sposate "però" non possono essere considerate due persone dello stesso sesso.

Si sostiene, senza tanto sforzo da parte dei difensori "del santo sepolcro", che loro rispettano la libertà di unione fra persone dello stesso sesso e a questo punto sarebbe interessante sapere con quali modalità vorrebbero/ potrebbero impedirlo.

Dopo secoli di persecuzione la latenza del pregiudizio, frutto di distorsione della formazione religiosa, viene fuori quando si discute non più della legittimità della unione, ma della legittimità dell'adozione che, secondo l'ateo crociato Ferrara, annullerebbe la differenza fra uomo e una donna, distorcendo la "naturale" affettività "familiare".

Forse la differenza fra gli esseri viventi andrebbe verificata su altro piano.

Attorno all'intera questione la Chiesa si muove su un piano di ridicola mancanza di rispetto attirando dietro di sé ipocrisie e opportunismi.

Sono in molti a deludere per la "profondità" della loro aridità, per cinismo e ...ignoranza della biologia.
 

Giacomo Grippa

 
Segretario Provinciale di Lecce di Democrazia Atea
 
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da Democrazia Atea il 18 Settembre 2014 dc:
Tsipras e Bergoglio

Le agenzie di stampa riferiscono di un incontro tra Alex Tsipras e Bergoglio durato circa 35 minuti.
 
Democrazia Atea nello svolgimento delle ultime elezioni europee ha dato come indicazione di voto la Lista Tsipras per l’espressione di laicità mostrata in precedenza da alcune forze politiche che la componevano.
 
L’incontro in Vaticano vanifica ogni ipotesi di riferimento verso i parlamentari europei del gruppo di Alex Tsipras.
 
Alex Tsipras ha dimostrato di non essere in grado di sottrarsi alla legittimazione teocratica e per questo non potrà essere più considerato in alcun modo un riferimento per Democrazia Atea.
 

La Segreteria Nazionale di Democrazia Atea

 
www.democrazia-atea.it



da Democrazia Atea il 4 Settembre 2014 dc:
I cristiani sono "superiori"
ai mussulmani?

Il giorno 23 agosto 2014 sul quotidiano online Il Giornale è apparso un articolo a firma Camillo Langone, un fondamentalista religioso che di recente ha suggerito di togliere i libri alle donne per far aumentare il tasso demografico in  Italia.
 
L'articolo aveva il seguente titolo: Perché i cristiani sono superiori" : www.ilgiornale.it/news/politica/vogliono-nostro-sangue-1046256.html

Ne è seguita la risposta di Giuseppe Verdi che pubblichiamo:


cristianaggini.blogspot.it/


"Sul "Giornale" di ieri, 23 agosto,  è comparso in prima pagina un articolo il cui titolo è tutto un programma: "Perché i cristiani sono superiori".

 
L'autore del pezzo è Camillo Langone.
 
Di seguito, riporto la prima parte, quella più significativa:
 
"Dio sarà anche lo stesso ma le religioni, ossia le forme pubbliche della fede in Dio, sono tutte diverse. Cristianesimo e Islamismo, in particolare, e nonostante i vaniloqui sul comune padre Abramo, per certi versi sono addirittura agli antipodi. Lo dimostra la telefonata tra il papa e i famigliari del povero James Foley. La madre del povero giornalista americano decapitato in Iraq, cattolicissima come il marito e come il figlio che aveva studiato in un'università di gesuiti e si era sostenuto durante la lunga prigionia recitando il rosario, non ha gridato parole di vendetta come tradizionalmente accade nel mondo musulmano quando viene uccisa una persona cara. E non perché la signora Foley è buona e le madri musulmane sono cattive, ma perché la signora Foley è figlia del Vangelo, che insegna il perdono, e le madri musulmane sono figlie del Corano, che esorta alla vendetta.
 
(...) Pensate che io sia un islamofobo ottuso? Che parli sulla base di pregiudizi? Allora andate a leggervi la Sura della Vacca che poi sarebbe il secondo capitolo del loro testo sacro: "in materia d'omicidio v'è prescritta la legge del taglione: libero per libero, schiavo per schiavo, donna per donna". L'esatto contrario del porgere l'altra guancia e, già che ci siamo, un ottimo modo per giustificare, con la scusa di Allah clemente e misericordioso, l'inferiorità della donna e la schiavitù dei vinti. E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che le religioni sono tutte uguali? Che si informi, che studi".
 
Segue un approfondimento sulla telefonata papa/signora Foley e una disamina della "fede tiepida" del clero cattolico, puntellata dall'esempio del cardinale Ravasi che esprime dubbi sulla stessa resurrezione.
 
Caro signor Langone,
 
parto dal suo quesito: "pensate che io sia un islamofobo ottuso?"
 
Non lo so, ma di sicuro lei fa di tutto affinché chi la legge sia assalito dal dubbio.
 
Sorvolo su alcune inesattezze di fondo, come la definizione delle religioni come "forma pubblica della fede in Dio", espressione semplicistica che considera un solo aspetto di sistemi complessi fatti di dogmi, riti, sacramenti, aspetti interiori ed esteriori, scritture, etc. Non è certo questo il problema che affligge il suo articolo. E soprattutto, a scanso di equivoci, premetto che nutro il massimo rispetto per Foley e che condanno senza appello il fanatismo di cui è caduto vittima.
 
Il problema, Langone, è che trovo il suo pezzo palesemente filo-cristiano, intriso com'è di elogi all'indirizzo del papa, della signora Foley e del giornalista ucciso, del quale, a suo avviso, i tratti più degni di menzione sono il fatto di appartenere a una famiglia cattolica, avere studiato dai gesuiti e avere recitato il rosario durante la prigionia.
 
Il bello è che, pur di puntellare il suo punto di vista filo-cristiano, lei non esita a utilizzare le fonti come più le fa comodo. Ciò avviene, in particolare, quando, per evidenziare l'inclinazione del cristianesimo al perdono e dell'islamismo alla vendetta, lei mette a confronto Vangelo e Corano. Errore metodologico, Langone. E non so se in buona o in malafede.
 
Se, infatti, dobbiamo valutare queste due religioni sulla base dei loro "testi sacri", risulta scorretto mettere sul piatto della bilancia il Vangelo e il Corano. Piuttosto, sarebbe giusto considerare nella loro interezza le "scritture" cristiane e islamiche e, quindi, parlare della Bibbia e non solo del Vangelo, che (immagino lo sappia) della prima costituisce solo una parte, per di più abbastanza esigua.
 
Ecco. In questo modo le due grandi religioni possono confrontarsi ad armi pari.
 
E che cosa scopriamo? Che, tenendo conto della Bibbia nella sua interezza, vale a dire sia dell'Antico che del Nuovo Testamento (del quale i vangeli fanno parte), emerge un Dio dei padri (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosé, etc.) sanguinario, geloso, vendicativo e partigiano quanto e più di Allah, che urla vendetta e chiede sangue in misura quanto meno pari a quella che lei ritiene caratteristica del solo dio islamico.
 
La legge del taglione, ad esempio, che lei cita quale norma primitiva ed esclusiva della religione musulmana, non si trova solo nel Corano, ma anche in quell'Antico Testamento che lei ben si guarda dal citare:
 
"Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all'altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all'altro" (Levitico 24:19-20)
 
È la Bibbia, Langone. È il testo sacro di ebrei e cristiani.
 
"Se accade un incidente mortale, devi dare anima per anima, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, marchio per marchio, ferita per ferita, colpo per colpo" (Esodo 21:23-25)
 
È ancora la Bibbia, Langone, è l'Antico Testamento, "testo sacro" degli ebrei quanto dei cristiani.
 
"Con quello con cui uno ha peccato, con quello stesso sarà castigato" (Sapienza 11:16).
 
È sempre la Bibbia, Langone.
 
Quella Bibbia nella quale troverà non solo quest'esplicito avallo del taglione, ma anche altri due tratti da lei ritenuti tipici dell'islamismo: l'inferiorità della donna e la schiavitù dei vinti.
 
Il Corano è stato scritto non meno di dieci secoli dopo i brani biblici che ho riportato sopra. Non è che, in fondo, Maometto si sia ispirato al buon dio ebraico-cristiano? Molto probabile, visto che, fra l'altro, secondo la tradizione fu il giudeo-cristiano angelo Gabriele a dettare il Corano a Maometto!
 
Già immagino la sua replica, che poi è il prevedibile, scontato copione seguito dai cristiani quando viene tirato in ballo l'Antico Testamento: "è superato, la morte e la resurrezione di Gesù hanno stabilito una nuova alleanza". Davvero? Strano, perché più di un papa (fino al secolo scorso) ha proclamato la pari dignità dell'Antico e del Nuovo Testamento, definendoli entrambi "verità storica senza errore". Inoltre, la stessa alleanza tra Dio e Abramo viene definita "perenne" e mai Gesù sconfessa la legge mosaica (anzi!), che verrà "abrogata" solo dal vero fondatore del cristianesimo, quell'opportunista o visionario (o entrambi) che risponde al nome di "san" Paolo.
 
Ciò appurato, caro Langone, risulta proibitivo conciliare il dio cruento dell'Antico Testamento (sul quale lei sorvola) con il messaggio evangelico di pace e amore che, a suo avviso, è "l'esatto contrario" del messaggio islamico. Ne è sicuro?
 
Ecco che cosa si dice del suo Gesù tutto amore e misericordia nel vangelo di Giovanni:
 
"Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio".
 
"Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui".
 
L'ira di Dio. Vede, Langone, che alla fine il padre non è cambiato, è sempre quel tipetto irascibile dell'Antico Testamento e, in fondo, è sempre lui che tiene in mano il gioco?
 
Nel suo articolo lei conclude chiedendo: "qualcuno ha ancora il coraggio di dire che le religioni sono tutte uguali? Che si informi, che studi".
 
Beh, si dia le risposte da solo.
 
L'islamismo non è diverso da ciò che era il cristianesimo non molti secoli fa, quando crociate, inquisizione e colonizzazione sparsero sangue in quantità indicibile.
 
La guerra santa è un'invenzione cristiana.
 
L'Islam, che l'ha pure subita, sta semplicemente ripercorrendo le tappe del cristianesimo.
 
Dopo tutto, non è una colpa essere di sei secoli più giovane.
 
Nessuna religione è migliore o peggiore delle altre.
 
Semplicemente, come sognava il buon John Lennon, non dovrebbe esisterne alcuna.
 
Allora sì che non staremmo qui a fare stupidi confronti e a piangere milioni di morti protestanti, cattolici, indù, musulmani, "pagani".
 
Tutti degni del medesimo rispetto, a prescindere dalla follia comune ai loro culti."
 

Giuseppe Verdi

 
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da Dino Erba, 7 Agosto 2014 dc (pubblicato anche sul blog jadawin4atheia.wordpress.com):
Marx e la Russia
Ovvero: che c’azzecca Marx con i bolscevichi?
Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014 dc, Pagine 180, € 15.

Da circa trent’anni, Ettore Cinnella dedica approfonditi studi al movimento rivoluzionario russo tra la fine dell’Ottocento e primi del Novecento; studi tra l’altro avvalorati dalla conoscenza della lingua e della cultura russa, che gli consente la consultazione di fonti originali.

Nell’ultimo decennio, ha pubblicato due libri sulla rivoluzione del 1917 e uno sulla rivoluzione del 1905[1]. Le premesse metodologiche erano state poste nel 1985, da un corposo saggio su Marx e la Russia[2], il cui filo conduttore viene ora sviluppato dal suo ultimo libro: L’altro Marx.


Sono 180 pagine di scorrevole e piacevole lettura, che fanno piazza pulita di molti (se non di tutti) luoghi comuni che hanno infestato il Novecento, in merito alla Russia e alla rivoluzione bolscevica. Le tesi avanzate si fondano su un’ampia documentazione in gran parte di fonte russa, non solo sconosciuta ma spesso volutamente ignorata in Italia. Nonostante questi notevoli pregi, non mi faccio illusioni: il libro avrà poca eco tra i fiacchi ripetitori di vecchie litanie sempre più stonate[3].


Non sono marxista!


Cinnella esamina il percorso intellettuale, politico e teorico di Marx in merito alla Russia, soffermandosi sull’ultimo decennio della sua vita, successivo alla Comune di Parigi, anni in cui l’interesse del red terror doctor per la Russia divenne quasi ossessivo. Aspetto che anche altri hanno messo in luce, senza tuttavia porre l’accento su alcuni passaggi teorici assai delicati[4].


Apparentemente, Marx operò una vera e propria rottura, non solo riguardo ai precedenti e severi (per non dire razzisti) giudizi sugli slavi, ma soprattutto rispetto alla centralità del movimento operaio europeo. Dogma, quest’ultimo, su cui giurano tutt’oggi gli eredi sciocchi di Marx. Questo dogma è frutto di una filosofia della storia di stampo hegeliano che Marx superò in parte già in gioventù (con gli scritti del 1844), senza tuttavia abbandonare una concezione teleologica, alimentata dall’ideologia progressista insita nel concetto stesso di sviluppo delle forze produttive, di cui il modo di produzione capitalistico sarebbe l’agente.


Sulla base di questi presupposti, Marx elaborò un’ipotesi rivoluzionaria il cui esito sarebbe stato il superamento dialettico (aufhebung) del modo di produzione capitalistico. Sul piano sociale, il superamento dialettico assumeva il significato di una rivoluzione (catarsi), di cui se ne sarebbe fatto carico il proletariato, costretto però a subire fino in fondo l’inferno capitalista, prima di conoscere le gioie del paradiso socialista. Con l’intermezzo del purgatorio, ovvero la fase di transizione.


Per quanto a lungo persistente, seppur sotto altre spoglie, la visione hegelo-cristiana di Marx finì per entrare in crisi e, quindi, per essere superata, proprio perché essa non costituì mai (dopo il 1844) un fondamento epistemologico di natura sistemica, entro cui obbligare gli eventi[5], anzi, se egli ebbe mai una  weltanshauung, la sottopose costantemente, e impietosamente, a una verifica basata sul materialismo storico (o meglio sulla critica dell’economia politica), che via via ne fece emergere i limiti. Mantenendo comunque viva l’originaria ipotesi rivoluzionaria e senza mai rinnegare il ruolo centrale degli operai, caso mai ne rivide la presunta «missione storica», di cui peraltro nessun operaio sano di mente si è mai fatto carico!


Un momento importante della maturazione teorico-politica di Marx, tra l’altro poco considerato, sono appunto gli anni dopo la Comune di Parigi, cui fece seguito lo scioglimento dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale), nel 1876, affrontati da Cinnella.


Giunti a questo punto, verrebbe da dire che «l’altro Marx» è quello inventato dai marxisti. Non per nulla, seppure ironicamente, Marx affermò: «Di una cosa sono sicuro, non sono marxista!».


Una nuova prospettiva

Nonostante la lunga depressione (1873-1893), ma forse proprio grazie a essa, i Paesi capitalistici di allora (Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Usa) entrarono in una fase di espansione esterna, il colonialismo, e di riforme interne. Entrambi i fenomeni influenzarono il movimento operaio e contadino, il cui punto d’approdo politico fu la fondazione della Seconda Internazionale nel 1889. Eventualità in merito alla quale Marx aveva espresso molte perplessità, se non un’aperta opposizione. A parte alcuni giudizi espliciti[6], la Critica del Programma di Gotha del 1875, rivolta alla socialdemocrazia tedesca, evidenzia chiaramente le sue riserve sul movimento operaio organizzato dei Paesi capitalistici, riserve che, inevitabilmente, avrebbero connotato una nuova internazionale.

Fu sull’onda di questa presa di coscienza, che Marx rivolse la propria attenzione alla Russia e al movimento rivoluzionario russo, aprendo via via una nuova prospettiva non solo politica ma, soprattutto, teorica.


La lettera scomparsa

Episodio emblematico è la lettera che Marx indirizzò a Vera Zasulič dell’8 marzo 1881, in cui esponeva la sua nuova prospettiva. Essa suscitò un profondo shock che indusse la Zasulič e Plechanov, ormai approdati all’evoluzionismo kautskiano, a nascondere la lettera. Fu riesumata e pubblicata solo nel 1926, quando il disastro bolscevico era ormai irreversibile.


Se sotto il profilo politico la nuova prospettiva di Marx fu poi considerata una sorta di senile illazione, smentita dalla storia (dei vincitori), sotto il profilo teorico, essa non fu neppure presa in considerazione (che io sappia).


Questa prospettiva si fondava sulla comune agricola russa (l’obščina), di cui Marx nei primi anni Settanta sottolineava la grande vitalità che si sarebbe vista ancora quasi mezzo secolo dopo, durante e dopo la rivoluzione del 1917, e sarebbe sopravvissuta fino ai primi anni Trenta del Novecento, quanto fu disgregata dalla collettivizzazione forzata. Tuttavia, a mio avviso, l’impulso comunitario può sopravvivere, seppure sotto traccia, anche in altre formazioni socio-economiche in cui lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ha avuto una genesi esogena, ovvero è stato «innestato», per usare l’espressione di Engels[7].


Quali ricadute teorico-politiche?


In breve, la nuova prospettiva di Marx ebbe conseguenze che così si possono sinterizzare.


Politicamente, essa dava credito al movimento populista, in aperto contrasto con quello che sarebbe stata la successiva vulgata pro-marxista di stampo prima socialdemocratico con Kautsky e poi bolscevico con Lenin e Stalin.


Teoricamente, essa rompeva la visione eurocentrica, fondata sullo sviluppo delle forze produttive, che condannava gli altri popoli a ripercorrere le vie dell’Europa occidentale, assegnando al modo di produzione capitalistico una funzione positiva, ancorché tragica[8], in cui prevale la logica cristiana della redenzione attraverso la passione.


Epistemologicamente, essa abbandonava le ultime scorie di determinismo, col netto rifiuto di ogni cedimento alla «fatalità storica», a favore di una più libera e fortuita interazione tra una determinata formazione socio-economica e i fattori esterni (concetto di milieu historique).


Tra le implicazioni della nuova prospettiva di Marx c’è la rivalutazione del comunismo primitivo[9], che liquida l’ideologia civilizzatrice e sviluppista, consustanziale al capitalismo, alla quale Marx oppone i modi di produzione autosufficienti (selfsustaining), i vantaggi dell’arretratezza economica, l’industrializzazione NON capitalista, la subordinazione della tecnica ai valori comunitari...


E oggi ...


Come si vede, il libro di Cinnella pone una cruciale serie di spunti teorici che, finora, almeno in Italia, sono stati sostanzialmente negletti dai cosiddetti ambienti marxisti-rivoluzionari, su cui pesa l’ipoteca leninista[10]. Sono spunti che oggi assumono un significato politico scottante, di fronte a una crisi che sta drammaticamente mettendo in luce la débâcle del modo di produzione capitalistico. La soluzione non può certo venire da una stanca ripetizione di formule che nel corso del Novecento hanno mostrato la loro natura fallimentare, con conseguenze devastanti. Ma questa è un’altra storia... ancora tutta da scrivere.


Dino Erba, Milano, 3 agosto 2014.


 


[1] Ettore Cinnella: La rivoluzione russa, Storia Universale, Corriere della Sera, Milano, 2005. 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2008. 1917. La Russia verso l’abisso, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2012.
[2] Ettore Cinnella, Marx e le prospettive della rivoluzione russa, «Rivista storica italiana», Fasc. II, Napoli, 1985.
[3] Esemplare la scomposta reazione di Pagine Marxiste alla mia recensione critica a: Lev Trotsky, I gangster di Stalin, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2014 [Vedi il mio: Si fa presto a dire Stalin! Un comodo capro espiatorio per coprire il nostro disastro].
[4] Una rapida esposizione delle questioni nel mio: Quale rivoluzione comunista oggi. Problemi scottanti del nostro movimento, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014.
[5] Da quanto mi risulta, la rivalutazione di un’analisi marxista fondata sulla ricerca empirica, in Italia, è stata abbozzata solo da Vincenzo Ferrari, Saggio introduttivo in: Paul Lafargue, Origine ed evoluzione della proprietà, Con saggi introduttivi di Eva Cantarella, Vincenzo Ferrari, Arturo Peregalli, Unicopli, Milano, 19832, p. 15.
[6] Vedi, per es. la risposta di Marx all’olandese Ferdinando Doamela Nieuwenhuis, citata in Ettore Cinnella, L’altro Marx, op. cit., p. 168.
[7] Alla luce di queste riflessioni, non sostengo più il giudizio che nel 2011 espressi riguardo alle primavere arabe, quando negai la natura tribale della società libica.
[8] Nonostante alcune tesi di fondo che non condivido assolutamente, ci sono interessanti osservazioni in: Hosea Jaffe, Era necessario il capitalismo?, Jaca Book, Milano, 2010.
[9] Questione assai ostica per gli asini, che finiscono per dire emerite asinerie, vedi: Dino Messina, Il vecchio Marx era un primitivo, «Corriere della Sera», 2 agosto 2014, p. 39.
[10] Insisto sulla peculiarità italiana, poiché all’estero l’alternativa è tra marxisti e stalinisti, con in mezzo la no man’s land trotskista che oscilla tra gli uni e gli altri. Per inciso, in Italia, nessuno si è peritato di tradurre Teodor Shanin.



da Lucio Manisco, Considerazioni Inattuali n.57, 28 Luglio 2014 dc:
Chomsky, non è guerra, è assassinio

“Israele impiega sofisticati aviogetti da combattimento e unità navali per bombardare campi di rifugiati sovraffollati, scuole, blocchi di appartamenti, moschee, periferie degradate, il tutto finalizzato ad attaccare una popolazione che non ha aviazione militare, nessuna difesa antiaerea, nessuna Marina, nessun armamento pesante, nessuna artiglieria, nessun carro armato, nessun quartier generale, nessun esercito.
Israele la chiama guerra. NON  È GUERRA, È ASSASSINIO”.
 
21 luglio 2014
 
 
 
JERUSALEM DAY SOCIETY, 21 LUGLIO 2014
“Non è necessario che tu sia musulmano per prendere posizione a favore di Gaza, è necessario solo che tu sia umano”.
 
 
MONI OVADIA: “UNA CATASTROFE ANCHE PER ISRAELE: PERDE L’ANIMA E DIVENTA AGUZZINO.
Il mio essere ebreo mi fa stare dalla parte degli oppressi. E in questa vicenda gli oppressi sono i palestinesi. Non parliamo di terre contese, ma di terre occupate. Ho imparato dai profeti di Israele che bisogna essere al fianco dell’oppresso. L’Ebraismo è una coa, lo stato di Israele un’altra.
Finché i mediatori saranno gli Stati Uniti non c’è soluzione: non è un mediatore naturale, sta dalla parte di Israele.
Vedo un avvenire terrificante purtroppo, sarà una catastrofe anche per Israele, perché opprimendo gli altri perdi anche l’anima. E diventi un aguzzino”.
 
 
ANALOGIE DI SCALA: SE LE VITTIME DELL’ECCIDIO PALESTINESE FOSSERO ITALIANE.
 
I nostri morti sarebbero 34.650, i feriti 190.175. Se invece gli israeliani uccisi fossero italiani avremmo 40 vittime civili e 440 militari.
 
di Lucio Manisco
 
 
L’aritmetica non è un’opinione ma, sulla tragedia mediorientale, la sua assenza promossa dalla propaganda ingenera apatia morale e indifferenza per le altrui sofferenze.

È il caso delle irrilevanti e tardive reazioni dell’opinione pubblica internazionale e italiana all’eccidio dei civili palestinesi perpetrato dal formidabile apparato militare – aeronavale e terrestre – di Israele nella striscia di Gaza dall’8 al 27 luglio c.a.: 1.150 morti e 6.000 feriti. Le vittime civili israeliane dei razzi lanciati da Hamas sono state tre, più o meno quelle dei “botti” di Capodanno in Italia: 43 i caduti tra le forze corazzate che hanno invaso Gaza.


Tralasciamo per il momento le motivazioni pretestuose e quelle reali dell’intervento israeliano e della resistenza palestinese: limitiamoci ad un’analogia aritmetica di scala tra le perdite di vite umane del conflitto qualora queste fossero state italiane. La popolazione della nostra penisola è 33 volte quella di Gaza e 10 volte quella di Israele. Se ne deduce che i morti italiani ammonterebbero a 34.650, i feriti a 190.575.


Gli stessi parametri demografici trasferiti alla popolazione degli Stati Uniti evidenzierebbero una vera e propria ecatombe: 202.400 morti e 1.200.000 feriti in meno di tre settimane, quattro volte i caduti statunitensi nei dieci anni della guerra del Vietnam.


Proiezioni numeriche del genere non possono cadere sotto la ghigliottina dell’anti-semitismo a cui ricorrono i dirigenti israeliani e le lobbies ebraiche di tutto il mondo per decapitare ogni critica alle periodiche sanguinose repressioni di un popolo, perché questa volta i Netanyahu & co. hanno superato ogni limite e le analogie di scala dovrebbero portare la comunità internazionale a far sua la cognizione del dolore delle vittime palestinesi e dei loro familiari; al di là delle tardive lamentele e implorazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a denunziare e ad agire contro quella che per parafrasare l’Alighieri è “la strage e l’grande scempio che fa Gaza colorata in rosso”.


E l’eroica resistenza degli abitanti della striscia e delle milizie di Hamas, più forti ed agguerrite per l’esperienza di “Piombo fuso”, dovrebbe rendere inevitabili sui mass media i richiami storici a Masada, alla Comune di Parigi, al Ghetto di Varsavia, alla lotta partigiana in Italia e del maquis in Francia contro il nazi-fascismo, alla guerra del Nord Vietnam e dei Vietcong contro gli invasori USA.


Nulla di tutto questo sui mass media occidentali che continuano a cianciare del diritto all’autodifesa dello Stato di Israele, quarta potenza militare del pianeta. E solo da tre giorni a questa parte qualche vago accenno alla “excessive force” impiegata da Israele per far saltare in aria dei tunnel, qualche postazione di razzi artigianali a media gittata del tutto inefficaci, e migliaia di abitazioni, scuole, centri rifugiati dell’ONU, insieme ai loro abitanti.


Stiamo assistendo a palesi violazioni del diritto internazionale, a reati contro l’umanità, a crimini di guerra: non sono solo i Governi – primo quello degli Stati Uniti e secondo o terzo quello italiano – ad essere chiamati in causa come correi per le loro massicce forniture ad Israele di armi letali ad alta tecnologia, ma anche, come complici o conniventi, tutti quegli operatori dell’informazione che li sottacciono, li emarginano come irrilevanti, li omettono con omertosi silenzi, li coprono con il velo di pretestuose menzogne. Verranno giudicati dalla storia come indegni di far parte della Famiglia dell’Uomo.



da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 28 Luglio 2014 dc:
La menzogna istituzionale
I segnali economici continuano ad essere preoccupanti, sia in termini di competitività che di occupazione.

La maggior parte degli italiani è stata indotta a credere che la riforma del Senato, proposta dal Presidente della Repubblica per il tramite del Presidente del Consiglio, costituisca presupposto imprescindibile per il rilancio della economia e nessuno dice che qualunque riforma, più o meno antidemocratica, comunque concepita, non potrebbe mai avere effetti immediati sulla ripresa anzi è assai probabile che la fase di assestamento istituzionale che ne deriverebbe, comporterebbe un aggravio dei costi per adeguare vecchie strutture alle nuove.


Ovviamente di riforme che inciderebbero immediatamente sull'economia, come la tassazione del patrimonio ecclesiastico e delle attività commericiali di stampo religioso, oppure la riforma del falso in bilancio o l'adozione di norme anticorruzione strutturali e non speciali, non c'è traccia.


Ma il vero problema è che il risultato elettorale europeo ha offerto a Mister Quarantapercento la possibilità di immaginare una legittimazione alla modifica costituzionale che politicamente non ha.


Non v’è dubbio che il Presidente della Repubblica, vero promotore delle riforme, ha in mente un disegno “illuminato” tanto quanto lo furono le sue parole pronunciate in favore dell’ingresso dei carri armati sovietici in Ungheria, e non v’è chi non colga la stessa capacità di analisi tragicamente ottimistica.


Dunque Napolitano, esemplare non unico di ateodemocristiano, è convinto che i carri armati renziani, ovvero l’italicum e la riforma del Senato, portino la pace economica.


Se queste sono le premesse è chiaro a chiunque che non c’è da stare tranquilli.


Dal canto suo il Ministro Boschi, nella quotidiana recitazione del vangelo secondo Matteo, non ha più coscienza né consapevolezza di quale debba essere la dialettica politica, di quale ruolo debba avere la maggioranza nell’ascolto delle critiche della minoranza, tutto è percepito come inutile fastidio e perdita di tempo da chi vive una miracolistica missione.


La menzogna è sistema e l’arroganza stagna nella cecità autoreferenziale.


Non resta che auspicare un referendum confermativo dopo una votazione a maggioranza semplice delle riforme ideate da un partito che si qualifica democratico per camuffare la spinta verso l’autoritarismo, così come si qualificherebbe portatore di vita un boia.


Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea


da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 19 Luglio 2014 dc:

Risoluzione 181
Nella risoluzione dell’ONU del 1947 la spartizione della Palestina in due Stati sembrava una decisione logica e responsabile per risolvere la conflittualità tra due popoli incompatibili, entrambi incapaci di superare i limiti di un nazionalismo intristito da presupposti religiosi.

Il genocidio ebraico ad opera dei tedeschi e degli italiani durante il secondo conflitto mondiale, ma anche la persecuzione ebraica ad opera dei sovietici, era stato un buon motivo per aderire senza indugio alla risoluzione dell’ONU e proclamare lo Stato di Israele.


Gli arabi invece si posero in prospettiva di contrasto rifiutando qualunque ipotesi di spartizione della Palestina e decisero di non proclamare lo Stato palestinese nella illusione che avrebbero riconquistato finanche l’ultimo granello di quell’arida terra.


Ne sono scaturiti sessantasette anni di violenze inutili, in uno scontro infinito, senza prospettive, nel quale la componente religiosa ha di fatto inibito ad entrambi, israeliani e palestinesi, di avere consapevolezza della loro mediocrità.


Sono mediocri gli israeliani quando si percepiscono come vittime e quando si autoconvincono che la storia abbia dato loro la patente di detentori di una superiorità morale.


Per tutti gli altri popoli lo sterminio sistematico si chiama genocidio ma gli israeliani ricordano il genocidio subito dal loro popolo come momento sacrificale di stampo religioso, sicché riservano solo a loro stessi la valenza celebrativa della sofferenza patita, negandola agli altri, soprattutto quando sono proprio loro ad infliggerla.


E in questo momento autocelebrativo, come in una spirale schizoide, negano alle loro coscienze di essere autori di brutalità e oppressione.


I palestinesi, dal canto loro, imprigionati in una religione interpretata in senso gravemente antiumanitario, scontano nella soccombenza la loro arretratezza culturale che, tranne poche eccezioni, ha condannato il loro popolo ad una perenne infelicità.


Una cosa li accomuna ovvero la stupidità delle rispettive forze governative, incapaci di elaborare un impegno politico che ponga fine alla violenza.


In tanti anni di raid aerei e attacchi terrestri Israele non ha minimamente minato la determinazione alla resistenza dei palestinesi, anzi, l’ha rafforzata.


In tanti anni di oppressione subita, le organizzazioni politiche palestinesi hanno continuato a credere che la lotta armata priva di una progettualità politica indirizzata alla costruzione e non alla affermazione di uno sciocco nazionalismo avesse senso.


Di certo la superiorità militare israeliana e la determinazione inequivocabile manifestata verso la “soluzione finale” per spazzare via il popolo palestinese, trova un contesto internazionale in parte complice, come gli USA e l’Egitto, in parte distolto da altre emergenze, come la Siria e l’Iraq.


Ma c’è anche chi, come l’Italia, vive una stagione di egoismi e opportunismi di basso profilo entro i quali le emergenze umanitarie si misurano in euro.


Ritiro degli israeliani dalle terre palestinesi come da risoluzione ONU 242, riconoscimento reciproco delle rispettive sovranità, abbattimento delle connotazioni religiose dalle rispettive posizioni ideologiche, queste sono le soluzioni.


Ma entrambi i governi hanno fatto la scelta di condannare i loro popoli al terrore, sia gli israeliani che i palestinesi alla serenità hanno preferito la perversione.


Forse è il loro dio che lo vuole.

 
Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 26 Maggio 2014 dc:

Cronache dal seggio cattotalebano

Il 25 maggio del 2014, alle ore 18.51 circa, mi sono recato al seggio per votare.

Il 9 maggio avevo inviato una lettera raccomandata A.R. al ministro dell’interno, al prefetto di Ancona, al presidente della Repubblica, chiedendo per la sesta volta dal 2005 di rimuovere i simboli religiosi dai seggi elettorali, adducendo precise motivazioni e articolate subordinate.

Giunto al seggio e consegnati i documenti, con mia sorpresa, la presidente del seggio mi ha chiesto se volevo la scheda.

Alla mia richiesta di chiarimento la presidente ha risposto che, siccome in passato più volte mi ero rifiutato di votare, non voleva sprecare una scheda e voleva sapere preventivamente se intendessi effettivamente votare o meno.

Ritenendo che sia mio diritto meditare fino all’ultimo istante se sia più importante votare per il partito e il candidato scelto, sottomettendosi quindi all’atto di arroganza dei cattolici dell’imposizione dei crocifissi nei seggi elettorali, o se sia più importante rifiutarsi di partecipare ad una votazione falsata anche dal fatto che i partiti e i candidati che più invocano i cosiddetti valori cristiani e le tradizioni cattoliche hanno il simbolo della loro lista di appoggio - Chiesa cattolica – esposto direttamente nei seggi elettorali per ricordare agli indecisi per chi votare, ho allora chiesto alla presidente del seggio se intendesse sindacare il mio diritto a ricevere la scheda.

La presidente mi ha risposto “ma che gliela do a fare se lei poi non vota?”

Quindi mi ha chiesto di farmi da parte e di decidere se volevo votare oppure no.

Poi, non essendoci altri votanti, mi ha chiesto se volevo la scheda.

Ho preso la scheda e mi sono avviato verso la cabina.

Ma, appena prima di entrare, sul mio desiderio di esercitare il diritto di voto è prevalso il mio dovere di lottare per i valori per i quali infinite schiere di patrioti prima e di antifascisti poi hanno lottato.

Ho quindi deciso che rifiutare una votazione truccata è più importante di votare per la propria parte quando con ciò si avallano il broglio e le “forche caudine” della sottomissione alla religione di regime.

Certo che da quando, nel 2004, a seguito della circolare del ministro Moratti del 2002, apparve nel seggio elettorale di Senigallia, dove allora votavo, il lugubre feticcio dei cattolici e quindi cominciai a rifiutarmi di votare, molte altre situazioni, gravi e gravissime, di mancanza di uguaglianza e di ampia illegalità nell’accesso alla rappresentanza si sono aggiunte: pubblicità proporzionale al peso dei partiti nelle elezioni precedenti invece che uguale per tutti (ma ormai siamo al puro arbitrio); possibilità di raccogliere firme legata alla carità di pietosi benefattori invece che al diritto; premio di maggioranza incostituzionale.

Ora siamo arrivati allo “scusi lei la scheda la vuole veramente?”

Cioè siamo arrivati al: chi non è disposto a sottomettersi alle angherie dei cattolici non ha diritto di recarsi al seggio e ritirare la scheda?

Poi la presidente mi ha detto che non avrebbe accettato la protesta scritta che le avevo dato (e che comunque le ho lasciato) dopo aver riconsegnato la scheda senza aver votato e che mi avrebbe denunciato per avere dichiarato il falso avendo io detto che per la presenza del crocefisso nei seggi elettorali mi rifiutavo di votare, in quanto il crocifisso secondo lei non c’era.

Il crocifisso, alto circa venticinque centimetri, stava appeso le sue spalle, all’inusuale altezza di circa un metro e mezzo, bianco bianco per la vergogna di essere stato degradato da oggetto di culto a oggetto di contesa amministrativa.

Alla fine la presidente è stata costretta a constatare che il crocifisso c’era.

Quindi mi ha restituito la mia tessera elettorale con su scritta la quinta annotazione “si rifiuta di votare”.

Naturalmente mi è dispiaciuto non aver votato per la candidata della Lista Tsipras che avevo scelto, ma penso che mi sarebbe dispiaciuto di più avallare una inaccettabile angheria.

Penso inoltre che accettare di votare in tale situazione sarebbe stata un’imperdonabile ingenuità, come quella degli ebrei del ghetto di Roma che si affannarono a raccogliere cinquanta chili d’oro per i nazisti, con l’illusione che, pagando, i nazisti sarebbero divenuti qualcosa di diverso dai nazisti.

Naturalmente continuerò a chiedere agli organi amministrativi di togliere il simbolo dell’arroganza della maggioranza cattolica dai seggi elettorali e a protestare per la loro presenza.

Anche se, dopo la sorprendente vittoria della “Democrazia Cristiana” di Renzi, temo che possiamo aspettarci solo un aumento dell’arroganza dei cattolici, dei cattocomunisti e dei clericofascisti, uniti nell’alleanza trasversale “l’altra Europa con Bergoglio”.

E potete stare tranquilli che sarà veramente un’Europa, altra, da quella che avremmo voluto.
 
 
Fiorenzo Nacciariti


da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 30 Aprile 2014 dc:
Politica e ribrezzo
Paolo Forlani, Luca Pollastri ed Enzo Pontani, tre poliziotti accumunati dallo stesso omicidio, quello di Federico Aldovrandi, un giovane ferrarese di 18 anni che ha avuto la sfortuna di incontrarli.

Oggi i suoi assassini hanno ricevuto gli applausi dei colleghi.
 
I poliziotti italiani non smettono di stupirci per la bassezza della loro violenza e per la volgarità del loro pensiero.
 
Sono sempre più convinta che il corpo di polizia debba essere soppresso.
 
Il sacrificio dei poliziotti uccisi nell'esercizio delle loro funzioni non basta più a cancellare il ribrezzo che suscitano i poliziotti quando si accaniscono contro la popolazione civile.
 
Pensare alla polizia in termini positivi è arduo.
 
Si fa eccezione per i singoli ma, dopo episodi così sconcertanti, diventa faticosa anche l'eccezione.
 
Solidarietà ai genitori di Federico Aldovrandi.
 

Carla Corsett
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Segretario Nazionale di Democrazia Atea


da La Casa Rossa Milano 18 Marzo 2014 dc:
Bernard Henry Levy, il filosofo delle foto false e della guerra

Bernard Henry Levy, il filosofo delle foto false e della guerra
Beccato in castagna! Il noto “nuovo filosofo” francese Bernard Henry Levy, l’uomo che ha sostenuto tutte le guerre e gli interventi militari “umanitari” in Medio Oriente, Jugoslavia, Afghanistan ed ora in Ucraina, è stato sputtanato clamorosamente. Nei suoi articoli nei quali lancia appelli  alla Nato e all’occidente ad attaccare la Russia accusandoli sistematicamente di codardia e tradimento perché ancora non hanno fatto volare missili o inviati soldati, BHL ha fatto credere di essere “sul campo”, in Ucraina, in mezzo al dolore e alla sofferenza di un popolo. Il Corriere della Sera di ieri lo ospita a pag.5 (e relega l’assai più lucido Massimo Nava a pag. 30). Ma l’errore o la malizia di un fotografo demolisce l’ultimo imbroglio di un filosofo delle cui qualità è molto lecito dubitare. La foto che vedete in prima pagina lo mostra in mezzo ad uno scenario che indicherebbe il dramma dell’Ucraina, uno scenario di desolazione e distruzione. Il problema è che la foto non è stata fatta in Ucraina ma in uno studio fotografico appositamente costruito (vedi la seconda foto). Un esempio di manipolazione e una conferma sulla caratura di un personaggio che vorrebbe essere la legittimità morale e pulita di ogni guerra sporca.
Foto
Dopo le foto false di Timisoara, delle incubatrici e del cormorano in Kuwait, delle fosse comuni in Kosovo o Libia, ecco una nuova dimostrazione di come le campagne che invitano all’interventismo militare siano solo e sistematicamente un prodotto della “fabbrica del falso”.

da Democrazia Atea 11 Marzo 2014 dc:
Un atto criminale
La notizia della donna costretta ad abortire senza conforto sanitario, aiutata solo dal coniuge, dilaniata dal dolore mentre partoriva un feto morto nel bagno di un ospedale è la conseguenza della disastrosa politica antiabortista del dittatore Bergoglio e di tutti i dittatori che lo hanno preceduto.

È lui il responsabile morale della mancata assistenza sanitaria, è lui, insieme a tutti i suoi predecessori, che continua a condizionare la società italiana lasciando credere che un grumo di cellule sia “vita”.


È vita come lo è un ovulo ed è vita come lo è uno spermatozoo, niente di più.


E per la cultura pedofila vale più un grumo informe di cellule che un essere adulto e pensante di genere femminile.


Dimenticavo, secondo i padri della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, la donna è immondizia, parola di sant’Agostino.

Se il disprezzo dei diritti umani, quale è il diritto alla salute, è un crimine contro l’umanità, negare assistenza sanitaria alle donne che decidono di interrompere la gravidanza, è un atto criminale.

Criminale, non c’è altra definizione.

 
Carla Corsetti
 
Segretario nazionale di Democrazia Atea
 
www.democrazia-atea.it


da Lucidamente www.lucidamente.com 2 Marzo 2014 dc:
Apartheid anche per i morti: il monopolio cattolico dei cimiteri in Italia
Le discriminazioni religiose, già presenti in vita, si ripetono anche nell’aldilà, dove non sembrano cessare le distinzioni, le divergenze, le dispute. Così i luoghi destinati a conservare le spoglie delle persone vengono suddivisi in base al culto e separati in zone diverse.

Il seguente testo è estratto dagli archivi di NonCredo. La cultura della ragione, «volume bimestrale di cultura laica».

***
In una sua famosa poesia l’impareggiabile Totò, pur vantando un’antica discendenza nobile, mostra con fine ironia come l’uscita da questo mondo abbia il potere di porre tutti sullo stesso piano, ricchi e poveri, bianchi e neri, aristocratici e proletari, auspicando tra le righe democrazia ed eguaglianza almeno dopo morti.


’A livella ricorda, in una sorta di manifesto dell’integrazione civile e sociale postuma, che un marchese e uno spazzino, una volta trapassati, piaccia o non piaccia, diventano la stessa cosa. E, allora, perché non dire basta? Conclusa la parentesi mondana, si azzerano le differenze di ceto, di censo, di cultura. Prendiamone atto. Il garbato appello colpisce per la sua naturalezza e in qualche modo commuove, anche se è destinato a cadere in un vuoto di egoismo e vanità. È facile, infatti, osservare che la tomba del marchese si presenterà sontuosa, ricca di marmi, stucchi e ornamenti, mentre quella dello spazzino si confonderà nell’anonimato dei poveracci, dei comuni cittadini senza ricchezze o blasoni.


Constatiamo a malincuore che le distanze si conservano, perseguitandoci anche quando l’abbandono della vita terrena, appunto, ci livella. Ma c’è di più. Alle discriminazioni temporali, già di per sé sgradevoli indici di grettezza morale, si aggiungono quelle religiose, ben più incomprensibili e difficili da giustificare sotto l’aspetto etico. Un vero e proprio apartheid confessionale.


L’addio a questo mondo ci trasferisce in una dimensione universale, sia nell’ipotesi della definitiva scomparsa nel nulla sia nell’eventualità – recepita dai desiderosi di immortalità – di un’esistenza eterna dove non c’è (o non ci dovrebbe essere) posto per divinità diverse che coabitano nei cieli, prendendosi cura ciascuna della propria falange di credenti. Invece troviamo cimiteri esclusivi pensati per ospitare ebrei, islamici, buddisti e, nello stesso ambito della cristianità, esistono camposanti cattolici, protestanti, ortodossi, evangelici, ecc. Evidentemente si pensa che occorra rimanere separati anche nell’aldilà, quasi si avvertisse il pericolo di una contiguità sacrilega, di una contaminazione pericolosa e disdicevole.


Carrozze separate anche nel viaggio per il cielo? Il grande cimitero di Vienna contiene diverse sezioni per accogliere fedeli di ogni religione in pietosi ghetti che ignorano l’ecumenismo perentorio della morte, imparziale giustiziera. L’impianto d’oltralpe, come qualche altro così organizzato, rappresenta un compromesso generoso e intelligente: almeno ammette ogni confessione, non pone veti o censure. Nel 1827 a Firenze, per esempio, venne costruito un sepolcreto riservato a protestanti, evangelici e greco-ortodossi, detto “degli inglesi”, ma prima di allora i non cattolici o i non ebrei fiorentini dovevano essere tumulati in un antico camposanto (chiamato allo stesso modo) di Livorno.


Necropoli esclusive per non credenti si trovano in diverse città italiane: situazioni tanto diffuse danno la misura di quanto il cosiddetto “spirito religioso” sia intrinsecamente causa e veicolo di incomprensione, intolleranza e, spesso, odio. Se i motivi di avversione non si placano nemmeno quando giunge l’ora di abbandonare la contesa, cosa dobbiamo pensare? Forse che i defunti continuino a combattersi, a guardarsi in cagnesco, a disputare anche nei pascoli celesti? Un autentico animo devoto dovrebbe esprimere il buon senso del principe Antonio De Curtis e predicare l’eguaglianza definitiva, seria e piena di dignità, di chi non è più. Invece vigono disposizioni, ordinamenti e dogmi che tuttora negano persino la sepoltura in terra consacrata se il defunto era “in peccato mortale” al momento della dipartita, a dimostrazione che pietà, perdono, misericordia e soprattutto rispetto sono ancora, per molti, concetti astratti e di facciata. La discriminazione non conosce scadenza, è dura da estirpare dalle coscienze. Una forbice spietata!


Attualmente, in Italia, si stanno moltiplicando localmente iniziative volte a ottenere nei cimiteri spazi appositi per donne e uomini di culti diversi: occorreranno disposizioni allo scopo e comunque si tratterà solo di un primo passo verso un vero e profondo ecumenismo post mortem: un positivo ma non risolutivo avvicinamento. Bisognerà pure, un giorno, abolire tali assurde frontiere che offendono la dignità della persona. Vero è che alcune difficoltà derivano dagli stessi fedeli, ligi alle regole imposte dal loro credo, gelosi di tradizioni secolari o millenarie fondate su una fantomatica, risibile purezza da difendere contro ogni tipo di contaminazione.


I musulmani, per esempio, hanno l’esigenza di essere sepolti con la testa in direzione di La Mecca e ciò può comportare difficoltà logistiche. Sta di fatto, però, che un superiore criterio di umanità dovrebbe rimuovere simili ostacoli se davvero costituisse – come dovrebbe, secondo la logica di partenza – l’essenza di ogni credo. Purtroppo la distanza tra la comunione con il divino, costantemente ricercata dalle confessioni, e la condotta pratica degli uomini, ove prospera l’intransigenza dogmatica, non sembra affatto ridursi. Il sogno di una raggiunta fratellanza, almeno quando si sono spente le luci e tacitate le voci, appare ancora lontanissimo. Il paradosso, poi, è che a nutrire tale desiderio siano i non credenti, proprio coloro che una critica superficiale e distorta accusa di materialismo, aridità d’animo o addirittura rozza blasfemia.


Nando Tonon – dall’archivio di NonCredo. La cultura della ragione, «volume bimestrale di cultura laica»

(LucidaMente, anno IX, n. 99, marzo 2014)
***
Per saperne di più sul bimestrale NonCredo e sulla Fondazione Religions free, editrice della rivista
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da Democrazia Atea 13 Febbraio 2014 dc:
Repubblica vaticanista
Da quando Eugenio Scalfari si è fatto perdonare dall'amico immaginario di Bergoglio le notizie sul Vaticano sembrano un 'copia e incolla' di un giornalino parrocchiale.

Il titolo in prima pagina dice "Il Papa anticipa la giustizia italiana" poi leggi l'articolo e apprendi che il prete è stato condannato già in primo e in secondo grado.
Sempre nel titolo si aggiunge: "È la prima volta" poi continui a leggere l'articolo e apprendi che nel biennio appena trascorso i casi di espulsione dalla setta cattolica sono stati 400.
Ce n'è anche per Ratzinger quando si sostiene che le 400 espulsioni sono state decretate sotto il suo pontificato.
Una informazione corretta avrebbe dovuto sottolineare che le espulsioni vengono decise dalla Congregazione per la dottrina della fede, l'ex Tibunale dell'inquisizione, presieduta da Ratzinger per 40 anni durante i quali le espulsioni sono state rarissime.

Da quando Ratzinger è diventato Capo di Stato non ha più potuto presiedere la Congregazione che ha deciso di adottare una nuova politica.
La vera ragione tuttavia risiede nei nuovi orientamenti giurisprudenziali dei Tribunali italiani che cominciano a condannare le diocesi a risarcimeni consistenti e l'omessa riduzione allo stato laicale, dopo una sentenza di condanna penale, è elemento che viene valutato negativamente e che si traduce in un aggravio nella quantificazione del risarcimento.

Bergoglio è un gesuita, abile comunicatore, e dopo la condanna dell'ONU sulla pedofilia clericale doveva imbonire i seguaci della sua setta.
la Repubblica si è prestata a questa abile operazione di marketing.
Generalmente a maggio si celebrano i rituali delle comunioni e delle cresime e in questi mesi la frequentazione delle parrocchie da parte delle vittime è più intensa.
E di certo questa notizia non modificherà le pulsioni predatorie dei preti catechisti.
L'espulsione del parroco di Como non è affatto un segnale importante e non c'è proprio nulla di cui esultare, a meno che non si abbia la necessità di credere che sia così.

inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/02/11/news/condanna_pedofilia_giustizia_vaticano-78336602/
 
Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea
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Da Lettera43 http://www.lettera43.it 8 Gennaio 2014 dc

Vaticano e lobby gay, le confessioni che scuotono la Chiesa
Telefonate notturne. Inviti a cena. Approcci. Un'ex guardia svizzera racconta le avance dei presuli. Ai tempi di Wojtyla.

di Barbara Ciolli

Regali costosi recapitati con discrezione, biglietti da visita ammiccanti, inviti a cena. E, al secondo, la frase audace buttata lì dal prelato: «Il dessert sei tu».

Le guardie svizzere sull'attenti alle porte del soglio di Pietro sono tra le attrattive più fotografate dai turisti della città eterna. Con malizia, qualcuno ha scritto che anche il timido Benedetto XVI, noto esteta, ne subisse platonicamente il fascino.

IL CASO ESTERMANN. Per non parlare delle mille voci che, negli anni, si sono rincorse sui sexy scandali con le guardie svizzere della Santa Sede: gossip di inconfessabili amori gay che si sono tinti di giallo, con il caso del misterioso omicidio-suicidio, nel 1998, del comandante del Corpo Alois Estermann e della moglie Gladis Romero. Uccisi nel loro appartamento curiale, appurò l'indagine del Vaticano, dalla giovane guardia 23enne Cedric Tornay, colta da raptus prima di togliersi la vita.

Sulla ricostruzione - sommaria per i famigliari svizzeri del ragazzo - fonti anonime più o meno interessate hanno, di tanto in tanto, allungato le ombre dei servizi segreti e di una relazione omosessuale tra l'ufficiale e il suo subalterno: piste di intrighi e tresche, anch'esse mai chiarite.

ETERNA LOBBY GAY. Brutta storia, comunque. Dal novembre 2011 sul tavolo di Benedetto XVI (ceduto a Francesco) pende la richiesta dei legali della madre di Tornay, di accedere ai documenti del caso. Intanto dalla Svizzera, all'indomani dello scandalo sulla lobby gay in Vaticano - esploso con le dimissioni del papa salvo raffreddarsi dopo il conclave - un'ex guardia del corpo ha deciso improvvisamente di svelare al mondo la sua storia di soldato bello e desiderato dai prelati.

Avance su avance, ha raccontato allo Schweiz am Sonntag l'anonimo G., ricevute ai tempi del pontificato di Giovanni Paolo II da una ventina di religiosi. E tenute gelosamente segrete fino all'arrivo di papa Francesco.

Vergogna, riservatezza e minacce, più o meno velate, lo avrebbero trattenuto dall'esporsi.

Neppure con i suoi camerati l'uomo si sarebbe abbandonato a confidenze.

«Non sapevo cosa facessero i miei compagni. Tra noi non ne abbiamo mai parlato», ha tagliato corto l'ex guardia svizzera, precisando di aver segnalato le avance più imbarazzanti a un suo superiore, ma di essere stato liquidato come un ragazzino che aveva esagerato. O comunque frainteso.

UN CHIODO FISSO. Eppure, a suo dire, gli approcci di chi ha giurato castità al Signore non sarebbero mancati, anzi.
Vescovi, cardinali, sacerdoti e religiosi. Ognuno con tattiche proprie, più o meno soft, ma con un obiettivo costante: fare sesso con i giovani e prestanti difensori elvetici, in cambio (talvolta) di promesse e avanzamenti di carriera.
Una notte, smontata la guardia, il telefono del ragazzo avrebbe iniziato a suonare: una «persona», riporta il quotidiano svizzero, «per gli insider in diretto contatto con la lobby gay e alloggiata nel palazzo apostolico, vicino al Santo Padre», si era invaghita di lui e lo invitava nella sua stanza.
All'epoca anche un collaboratore della segreteria di Stato avrebbe tentato di approcciare G., con modi talmente espliciti da essere poi trasferito ad altre mansioni.

AVANCE SCONVENIENTI. Dalla Santa Sede, il corpo svizzero ha smentito qualsiasi legame con la presunta lobby gay: «Per le guardie del papa, i pettegolezzi sulla rete omosessuale non sono un problema. I giovani svizzeri, che per due anni sono impegnati nel servizio a Roma, hanno ben altri interessi al centro delle loro vite, in caserma e nel tempo libero».

Al servizio del Vaticano dal 1506, quando varcarono le Mura leonine per servire Giulio II, le guardie svizzere nacquero nel XV secolo come corpo d'élite mercenario presso le corti d'Europa. Tuttora, entrare nella scorta di 110 uomini che - tra ufficiali, sottoufficiali e alabardieri - protegge i papi è tra i traguardi più ambiti dei giovani elvetici.
Celibi, giovani, svizzeri e cattolici: i requisiti per diventare bodyguard dei papi.

Per giurare fedeltà al pontefice, le reclute devono essere, obbligatoriamente, cittadini svizzeri tra i 18 e i 30 anni, di comprovata fede cattolica e con il servizio militare già svolto. Alti non meno di un metro e 74 centimetri, nonché rigorosamente celibi.

Un pedigree, per le malelingue, ideale anche per fungere da amanti a potenti porporati.

WOJTYLA NON RISPOSE. Certo, nei secoli in Vaticano non sono mancate millanterie e strumentalizzazioni.
Fonti riservate del Vaticano avrebbero indicato al giornale di Basilea come credibili, nel complesso, le descrizioni del giovane G., anche quando riferite ai dignitari più vicini al pontefice.

Già nel 2002, il legale della madre dell'omicida-suicida, Muguette Baudat, scrisse al papa polacco Karol Wojtyla, per chiedere i documenti, ma senza successo: «Il Vaticano non rispose mai», comunicò l’avvocato Luc Brossollet, bollando la ricostruzione fornita come «falsa, decisamente falsa».

Sulle incongruenze della presunta lettera d'addio del figlio, consegnata ai famigliari, in particolare, come l'imprecisione di alcune date e l'uso del cognome del marito di prime nozze della donna (molto insolito per il giovane), non si sarebbe mai voluto far luce.

SUL TAVOLO DI FRANCESCO. Il lento cambio di passo del pontificato di Benedetto XVI sui dossier scottanti della pedofilia ha spinto poi i Baudat a farsi ancora avanti: «Con la nuova politica del Santo padre abbiamo pensato che sia giunto il momento per tornare sulla vicenda», dichiarò Brossollet due anni e mezzo fa.

Eletto Francesco, i tempi potrebbero essere maturi. Strumentale o veriteriero che sia, il racconto pruriginoso di mister G. squarcia il velo di silenzio sul tabù degli scandali vaticani di sesso e pedofilia, taciuti o rimandati per anni fino al collasso del sistema. Alla vigilia, e forse non a caso, del 27 aprile del 2014, giorno della proclamazione a santo di Giovanni Paolo II.


da Democrazia Atea 30 Gennaio 2014 dc:
CASA
La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo all'articolo 25 include tra i Diritti Umani fondamentali il diritto all'abitazione e l'articolo 2 della nostra Costituzione non si limita a riconoscere i Diritti Umani, ma impone che i Diritti Umani siano garantiti.
 
Garantire un Diritto Umano Fondamentale significa favorire l'adozione di misure economiche e legislative che possano rendere concreto un diritto, impedendo che resti una semplice aspirazione.
 
Il diritto ad avere una casa, dunque, è un diritto umano e la Corte Costituzionale ha più volte ribadito che tra i compiti fondamentali delle Amministrazioni Pubbliche si deve includere la rimozione di tutti gli ostacoli che impediscano alle persone di poter godere di una abitazione.
 
Lo strumento attraverso il quale le Amministrazioni possono rendere concreto e attuato il diritto all'abitazione, è costituito prevalentemente dall'adozione di piani di edilizia economica e popolare.
 
Il diritto all'abitazione, inserito nel sistema dei diritti fondamentali, si risolve anche nella necessità di una pianificazione urbanistica più estesa, non solo di quella rivolta alle fasce più deboli.
 
Spesso il tessuto criminale di una società si innesta e ramifica in contesti nei quali non c’è mai stata una pianificazione urbanistica nella quale includere analisi sociologiche e prospettive culturali, in aree nelle quali il rispetto delle norme è stato ignorato sia dagli amministratori che dagli amministrati.
 
Rigorosi piani di recupero del territorio devono essere rivolti alle cosiddette aree urbane degradate, e il potenziamento della edilizia economica popolare, lungi dal costituire la premessa per barbare speculazioni edilizie, deve prioritariamente privilegiare il recupero di strutture esistenti, idonee a mantenere la memoria storica di ciò che varrà la pena riqualificare.
 
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