Politica e Società-4

(ateismo e agnosticismo inclusi...)

2007

commenti, contributi e opinioni

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Pagina ereditata dal sito di Atheia

Ho unificato le due precedenti pagine di Politica e Sociale perché, in fondo, si occupavano degli stessi temi. Per non appesantirne il peso nel sito, le ho numerate progressivamente a partire da quella con notizie e fatti più vecchi.

In questa pagina ci sono testi con data 2007 dc, il più recente all'inizio.


l'amico Sestante mi segnala questo articolo de la Repubblica

http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/cronaca/chiesa-commento-mauro/assistenza/assistenza.html

del 17 Dicembre 2007 dc:

"È interessante per quelli che credono nel “sol dell’avvenir” e di averla vinta subito sulla Chiesa. Non si rendono conto dei mille tentacoli che la radicano al territorio e dei mille vasi capillari finanziari che la alimentano, per non parlare degli sponsor politici.

Mezzo miliardo di euro, secondo fonti ecclesiastiche, viene speso in assistenza nel mondo
Un tacito patto: la mano pubblica smantella il Welfare, quella vaticana tappa le falle più evidenti

Carità, l'altra faccia dell'obolo, così la Chiesa sostituisce lo Stato

di Curzio Maltese

Il grande obolo di Stato alla Chiesa Cattolica, che ogni anno costa circa cinque miliardi di euro ai contribuenti, ha anche un volto e uno scopo nobili: la carità. Le fonti della Chiesa parlano di mezzo miliardo di euro speso dal Vaticano e dalle conferenze episcopali per opere di assistenza in tutto il mondo. La quota più consistente arriva dalla Cei, la conferenza episcopale italiana, che destina il 20 per cento del miliardo ricevuto con l'"otto per mille", oltre 200 milioni di euro, in assistenza e carità: 115 milioni in Italia e 85 milioni nelle missioni all'estero. Ma il flusso di carità della Chiesa avviene anche attraverso altri canali, come la Caritas internazionale, il fondo papale della Cor Unum, le associazioni di volontariato e perfino la banca vaticana, lo Ior, e la prelatura dell'Opus Dei, più note per attività meno benigne.

Si può discutere se si tratti di tanto o poco rispetto al costo complessivo della chiesa cattolica per gli italiani. Si potrebbe forse fare di più, come sostengono molte voci cattoliche. Ma nei fatti in alcune realtà parrocchie e missioni cattoliche sono rimaste sole a presidiare i confini più disperati della società, quegli stessi dai quali lo stato sociale si ritira ogni giorno. All'origine dei molti regali e favori fiscali concessi alla Chiesa, soprattutto negli ultimi vent'anni, dopo la revisione del Concordato, non ci sono soltanto il frenetico lobbyismo dei vescovi e la rincorsa di tutti i partiti al pacchetto di voti cattolici, ormai esiguo in termini assoluti (le ricerche citano un 6-8 per cento) ma sempre decisivo. Esiste un tacito patto per cui, mentre lo stato smantella pezzo per pezzo il welfare, la chiesa s'incarica del "lavoro sporco", di tappare le falle più evidenti e arginare la massa crescente di esclusi senza più diritti, garanzie, protezione. Basta girare le città italiane per vedere quanto sia estesa la rete di supplenza. Le parrocchie sono diventate in molti casi i principali centri di accoglienza per gli immigrati, gli uffici di collocamento per stranieri ed ex carcerati, i consultori per le famiglie che hanno in casa un nonno con l'Alzheimer, un figlio tossico, un parente con problemi di salute mentale. I centri Caritas della capitale sono gli unici punti di riferimento e di ricovero del "popolo della strada", senza tetto, mendicanti, alcolisti abbandonati dallo stato e dalle famiglie. Svolgono un ruolo prezioso di raccolta dati per segnalare le nuove emergenze, come la povertà giovanile italiana, la più alta d'Europa.

L'incapacità dei governi di elaborare una seria politica dell'immigrazione, oltre le sparate populiste, ha delegato nella pratica ai preti la questione sociale più importante degli ultimi vent'anni. A Milano, personaggi come don Colmegna svolgono di fatto il ruolo di "sindaci ombra" nelle periferie ormai popolate in larga maggioranza da immigrati. E non sono soltanto le politiche sociali a mancare. La comunità di Sant'Egidio a Roma è diventata un punto di riferimento internazionale per le politiche nei confronti dell'Africa e del Sud America, certo più consultata in materia della Farnesina. La stessa iniziativa della moratoria contro la pena di morte, l'unico momento in cui la politica estera italiana abbia ricevuto attenzione oltre i confini, è partita dalla comunità con sede in Trastevere. Il Patriarcato di Venezia, in particolare con l'arrivo del cardinale Scola, ha intrecciato una fitta rete di scambi culturali con l'Islam. Franato con i muri il terzomondismo della sinistra, avvelenati i pozzi della solidarietà laica nello "scontro di civiltà", ormai è l'organizzazione cattolica a detenere quasi l'esclusiva dei problemi del terzo mondo, anche quello di casa nostra. La formula è "soldi in cambio di servizi". Privilegi fiscali, esenzioni, pioggia di finanziamenti a vario titolo ma per delegare al mondo cattolico un lavoro sporco che lo stato non vuole e non sa fare. Alla fine è sempre questa la giustificazione all'anomalo rapporto economico fra stato e chiesa, al di là delle improbabili contestazioni delle cifre (che sono quelle). Il discorso è logico ma lo scambio è diseguale. Lo stato non ha nulla da guadagnare nell'ammettere la propria inettitudine. Come spesso accade, sono proprio alcuni intellettuali cattolici a rilevarlo.

Nella società spappolata dagli egoismi, come appare nell'ultima rapporto del Censis, secondo Giuseppe De Rita il ruolo di supplenza della chiesa cattolica si è evoluto fino a conquistare il cuore dei rapporti sociali: il campo dell'appartenza. "La chiesa è l'unica ormai a capire che si fa sociale con l'appartenenza. Non si tratta soltanto di fornire servizi ma anche accoglienza, valori di riferimento, identità. Un tempo in Italia erano molte le classi di appartenenza. Se penso al Pci nelle regioni rosse o ai grandi sindacati, alla rete delle case del popolo, alle cooperative, questo mondo è scomparso in gran parte, la mediatizzazione della politica ha cambiato i termini della questione. Oggi se Veltroni vuol lanciare il Partito Democratico pensa a un evento, ai gadget, alla comunicazione, ma non è la stessa cosa. Lo stato italiano, a differenza di altri, non ha mai saputo creare appartenenza e per questo non è in grado di fare politiche sociali efficaci, per quanto costose. I comuni sono l'unica appartenenza politica degli italiani". Non è un caso che siano proprio i comuni, i sindaci, a entrare più spesso in conflitto con la supplenza del clero, per esempio nella vicenda dell'Ici. Ma non è paradossale che una società sempre più laicizzata affidi compiti così importanti al clero? La risposta di De Rita è netta. "E' vero che la religione cattolica in quanto tale è in crisi. Le scelte individuali ormai prevaricano le indicazioni dei vescovi. La vera forza della chiesa non sta nel suo aspetto pubblico, mediatico, politico, ma nell'essere rimasta l'unica organizzazione con un forte radicamento nei territori e una pratica sociale quotidiana. Una pratica di solidarietà che molti laici non hanno, me compreso. La chiesa di Ruini è un altro discorso".

Ma come la pensa chi al sociale ha dedicato la vita? Don Luigi Ciotti s'incarica di combattere da quarant'anni, attraverso il Gruppo Abele e poi Libera, tutte le guerre che la politica considera perse: contro la povertà, le mafie, le dipendenze, la legge non uguale per tutti, i ghetti carcerari, le periferie insicure, le morti in fabbrica. Con il sostegno della chiesa, ma non sempre. Fu processato in Vaticano quando da presidente della Lila sostenne che l'uso del preservativo per non trasmettere l'Aids era un atto d'amore cristiano. E ancora quando parlò dal palco di Cofferati davanti ai tre milioni del Circo Massimo. La sua è una testimonianza in primissima linea. "In quarant'anni ho imparato che una società felice è quella dove c'è meno solidarietà e più diritti. La bontà da sola non basta, a volte anzi è un alibi per lasciare irrisolti i problemi. Questa bontà ci rende complici di un sistema fondato sull'ingiustizia, che poi delega a un pugno di volontari la cura delle baraccopoli perché non diano troppo fastidio. I volontari del gruppo Abele, di Libera, cattolici o no, non hanno certo rimpianti per la vita che si sono scelti, era tutto quanto volevamo fare. Ma non che potevamo fare. Si ha sempre l'impressione di rincorrere i problemi. La questione è reclamare più giustizia, non offrire come carità ciò che dovrebbe essere un diritto". La chiesa con i suoi interventi pubblici sembra richiamare l'attenzione più sui temi sessuali o sulla famiglia che non sulle questioni sociali, o è un pregiudizio anticlericale? "La Chiesa è fatta da uomini e ospita di tutto, anche mondi assai distanti fra di loro. Ma è vero che l'attenzione dei media e della politica si concentra soltanto su alcuni aspetti, Per esempio, se i vescovi criticano i Dico la polemica dura anni. Se invece Benedetto XVI si scaglia contro il precariato giovanile, la sera stessa la notizia sparisce dai telegiornali. Molti nella chiesa pensano di più agli aspetti spirituali e considerano che la giustizia non sia di questo mondo. Io non l'ho mai vista così. Penso che la strada per il cielo si prepara su questa terra".


Inserisco qui un interessante intervento del Laboratorio di Eudeonomia, a firma di  Danilo D'Antonio, datato più o meno dicembre 2007 dc:

In soccorso dei politici

Ad osservare i comportamenti dei nostri governanti, pur nella gran confusione dei tempi, si percepisce chiaramente che a volte essi vorrebbero, sì, proporre delle riforme giuste e sostanziose ma non lo fanno per non alienarsi le simpatie dei loro rispettivi elettori, troppo desiderosi di mantenere una qualche condizione esistente nella quale godono di ingiusti privilegi e si sentono sicuri.

 

Il presente sistema democratico, un vero e proprio esempio di archeologia politica tenuto insieme più dalla paura che si ha ad intervenire su di esso che da un effettivo apprezzamento, rende il dialogo con gli elettori piuttosto pericoloso per il politico, il quale preferisce quasi sempre svirgolare, molto a lato, rispetto alle questioni, quando pure giunge a conoscerle. Si preferisce insomma permanere silenziosi, ma potenti sulla scena, piuttosto che disposti a parlare, ma impotenti fuor della ribalta.

 

A questo punto però notiamo come sia sopraggiunto un fatto importante. Ogni categoria sociale, a furia di sguazzare in questo sistema retrogrado, si trova ormai comunque in una qualche condizione di malessere, alle prese con miriadi di problemi ed elevata instabilità, per il qual motivo in realtà farebbe bene a tutti che i problemi veri venissero finalmente affrontati e che certe verità tenute finora nascoste uscissero definitivamente allo scoperto.

 

Ma come fare ad ottenere ciò con questa politica che consta di persone ed istituzioni che risalgono al secolo scorso? Bene, l'opportunità di fatto oggi potrebbe esistere e precisamente potrebbe essere quella di creare una speciale istituzione tramite la quale possano essere i cittadini stessi a proporre, in un nuovo agevole ed efficace modo, nuove idee e regole comuni. Una volta che i cittadini avessero posto le questioni calde all'attenzione dei politici, questi non potrebbero esimersi dal considerarle, nonostante gli sguardi astiosi di qualsiasi altrettanto retrograda categoria sociale che li avesse eletti.

 

Proviamo allora ad immaginare uno strumento d'interazione sociale tramite il quale noi cittadini potessimo, dopo averli concepiti ed elaborati a puntino, esporre efficacemente i singoli possibili elementi della nuova società, del nuovo Paese che desideriamo, una vera assemblea democratica plenaria e continua che potesse pure vedere premiate le idee migliori:

 

http://il-mercato-delle-innovazioni-sociali.hyperlinker.org/

E proviamo ad immaginare anche il modo in cui potessimo da subito confrontarci e prendere posizione su queste nuove proposte:

 

http://the-patchwork-model.hyperlinker.org

 

Il "mercato delle innovazioni sociali" ed il "modello patchwork", insieme, potrebbero costituire uno strumento di straordinaria efficacia per condurci fuori dalle secche in cui siamo finiti. Se davvero desideriamo che la nostra società faccia un passo avanti apriamo la porta del Parlamento ai singoli cittadini: eliminiamo il monopolio della politica dei partiti e facciamo sì che ognuno di noi possa apportare il proprio personale contributo alla causa comune.

 

Teniamo a mente che i gruppi sono, sì, forti (l'unione fa la forza) ma per vari motivi d'ordine burocratico/organizzativo sono anche poco sensibili, mentre il cittadino è, sì, debole (perché solo) ma è l'entità che riesce a godere del maggior livello di sensibilità e di creatività (pensate ai geni nelle varie arti: son sempre singoli cittadini, individui, mai gruppi di persone). Usiamo dunque ognuno al suo meglio, non al suo peggio. Facciamo che ognuno dei 58 milioni di cittadini di questa Repubblica possa ricorrere alla propria originale sensibilità e scatenare la propria creatività per trovare quelle preziose soluzioni che attendiamo da tempo. Infine gli organi tradizionali di governo considererebbero e deciderebbero.

 

Questa sì che sarebbe Democrazia!

 

I migliori riguardi,

 

Danilo D'Antonio

Laboratorio Eudemonia

 

http://eulab.hyperlinker.org

 


Da Sapere di Ottobre 2007 dc:

Con gli occhi chiusi

di Chiara Lalli

La mattina del 23 luglio 2007 è stata per molti una giornata di festa: il giudice Zaira Secchi ha deciso il non luogo a procedere per Mario Riccio, l'anestesista che lo scorso dicembre esaudì la richiesta di Piergiorgio Welby, che qualche mese prima aveva pubblicamente dichiarato di voler morire. Dopo averlo sedato, Riccio lo scollegò dal ventilatore meccanico che simulava il suo respiro. L'autopsia confermò che Welby era morto in seguito ad arresto respiratorio e non alla somministrazione del sedativo. L'8 giugno scorso, però, il giudice Renato Laviola rifiutò l'archiviazione delineando una ipotesi di reato che prevede dai sei ai 15 anni di reclusione: omicidio del consenziente (articolo 579 del Codice Penale). Il giudice Zaira Secchi, dopo avere ascoltato la moglie Mina, ha invece ritenuto la richiesta di Welby legittima e il comportamento di Riccio l'adempimento di un preciso dovere medico: rispettare le volontà del paziente.

La decisione del giudice Secchi, che ribadisce la libertà di scelta e l'autodeterminazione del malato, conclude la vicenda di Welby ma non la sua battaglia, cominciata tanti anni prima e non riducibile alla sola richiesta di morire. Welby ha combattuto per garantire il diritto di voto ai malati intrasportabili e ai disabili difficilmente trasportabili; per la libertà di parola, per le tecnologie che possono ridare voce a chi non ce l'ha più (come i sintetizzatori vocali); in una parola, per i diritti civili, ancora più fragili per quanti non sono autosufficienti e indipendenti. Welby è arrivato alla richiesta di morire dopo molti anni di malattia e dopo un grave peggioramento delle sue condizioni. Come la stessa Mina racconta: «Nel 1998 abbiamo comprato un computer e abbiamo cercato con Google informazioni sull'eutanasia. Piero ha trovato le discussioni in Olanda (di inglese capiva poco, io lo aiutavo a tradurre, soprattutto dal tedesco). Nel 2001 ha cominciato a peggiorare. Ha dato vita a un Forum, i malati terminali come me non hanno speranza, diceva, e il primo scritto s'intitolava: "Sveglia!". Per me vedere che faceva queste ricerche era un dolore interno, era come vederlo morire. "Eutanasia" voleva dire perderlo, significava la sua morte. D'altra parte, dicevo, non ci sarà mai in Italia... Piero aveva capito che i malati di cancro hanno la possibilità di morire con una overdose di morfina, invece che cosa succede a chi è attaccato a un respiratore? Serve una soluzione diversa: poterli scollegare, però senza condannarli a morire soffocati. Ricorrere alla sedazione, o all'eutanasia, per morire in pace.

Nel 2005 c'è stato un altro peggioramento: aveva spesso delle crisi di soffocamento, gli mancava il respiro. Dalla primavera 2006 non riusciva più a scrivere. Era un grande dolore. "Scrivi un po' meno", gli dicevo. E lui mi rispondeva che avrebbe avuto tantissimo da scrivere. Infine a giugno ha avuto una bronchite da cui non si è più ripreso. "Mina non ce la faccio più, mi sento talmente stanco che non puoi immaginarlo". Nonostante mangiasse e prendesse le vitamine non migliorava. Ha deciso di scrivere la lettera nell'estate. I radicali gli hanno dato la possibilità di renderla pubblica. Con il video il messaggio è arrivato in molte case. Ma la politica non ha mai risposto» (Al paziente l'ultima parola, Caffè Europa, agosto 2007) www.caffeeuropa.it/pensareeuropa/326welby.html ). Il silenzio della politica non stupisce se si pensa agli interminabili dibattiti e alle polemiche sul testamento biologico. Ormai da oltre un anno in discussionein Commissione Igiene e Sanità del Senato, la genesi di una legge si scontra con un problema fondamentale: l'ostilità verso la libertà di scegliere del paziente.

La ritrosia nell'ammettere l'autodeterminazione è ben illustrata dalla polemica riguardo alla natura della nutrizione e della idratazione artificiali, che non sarebbero atti medici, secondo quanti vorrebbero escluderli dai trattamenti che è possibile rifiutare. Seppure si concedesse questa premessa, non ne seguirebbe la legittimità dell'imposizione. Anche l'alimentazione naturale può essere rifiutata senza la possibilità di obbligare il paziente (la legge italiana non consente l'alimentazione forzata, al di fuori di casi specifici) come molti altri atti non medici: carità, beneficenza e così via. Proprio come un atto medico può essere rifiutato senza che vi sia la possibilità di coercizione (a meno che non ci sia un danno per qualcun altro: questo è il motivo alla base degli interventi coercitivi per le malattie infettive). La natura della nutrizione e della idratazione artificiali non incide sulla discrezionalità. Piergiorgio, racconta ancora Mina, non avrebbe mai accettato un sondino per la nutrizione artificiale. Come obbligarlo?

Welby ha esercitato la sua libertà di scelta quando ha chiesto di interrompere la ventilazione (prima che il medico lo sedasse, Mina racconta di avergli chiesto per l'ennesima volta: «Piero sei sicuro?», e quando ha risposto di «Sì», ha aggiunto: «Allora sono sicura anche io»). Quello stesso 23 luglio, meno di 12 ore dopo la notizia della saggia decisione del giudice Sechi, è morto Giovanni Nuvoli. Di fame e di sete. Da mesi chiedeva di poter morire senza soffrire, stremato da oltre sette anni di una malattia che condanna alla totale immobilità. Dopo aver trascorso più di un anno nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale di Sassari, ad aprile era tornato a casa. Il medico Tommaso Ciacca si era detto disponibile a rispettare le sue richieste e il 7 luglio informò la Procura di Sassari della decisione presa insieme al paziente. La mattina del 10 luglio Ciacca stava preparando le procedure del distacco del ventilatore e della contestuale sedazione (per evitare a Nuvoli ulteriori sofferenze) quando, verso mezzogiorno, i carabinieri di Alghero lo convocarono per consegnargli una notifica della Procura: «Il pubblico ministero nel fasc. n. 3/2007 mod. 45 preso atto della comunicazione preventiva del dott. Tommaso Ciacca di data 7 luglio 2007, relativa al distacco del ventilatore artificiale al sig. Nuvoli Giovanni, preso atto che con tale comunicazione il dott. Ciacca manifesta la sua intenzione di procedere al distacco del suddetto ventilatore, salva diversa indicazione di questa Procura della Repubblica ritenuto che si tratti di comunicazione non prevista dall'attuale diritto e che si riferisce a condotta in astratto costituente delitto ritenuto che quindi la Procura della Repubblica non debba, né possa fornire alcuna indicazione in ordine a quanto esposto nella comunicazione, senza che ciò significhi in alcun modo tacita acquiescenza da parte di questa Procura a quanto oggetto d'intenzione del dott. Ciacca e quindi fatta salva l'adozione di qualunque provvedimento di competenza ritenuto pertanto che vada dichiarato il non luogo a provvedere per tali ragioni dichiara il non luogo a provvedere».

Come ha riferito in una lettera aperta, direttosi verso l'abitazione di Nuvoli per informarlo personalmente dell'accaduto, il medico fu intercettato dal capitano dei carabinieri di Alghero, Francesco Novi: «Mi ha chiesto cosa intendessi fare precisando che comunque lui non si sarebbe mai allontanato da me. Io pur riconoscendo la sua cortesia, gli ho fatto sapere che non avrebbe potuto impedire il mio dovere deontologico di comunicare con il paziente». Nuvoli intanto aspettava pensando di essere sul punto di vedere esaudita la sua richiesta. Ciacca fu infine lasciato entrare per leggergli l'ordinanza del magistrato, guardato a vista dal capitano dei carabinieri e obbligato a rimanere dal lato del letto opposto al respiratore. Nuvoli piangeva e annunciò che avrebbe smesso di mangiare e di bere, e dal 16 luglio cominciò quello che è stato definito uno sciopero della fame, ma che forse non era che l'estrema e unica possibilità di reazione da parte di un uomo immobilizzato e inascoltato. Dopo una settimana di agonia, la sera del 23 luglio morì. Anche dopo la sua morte, anche dopo la certificazione ufficiale nessuno tra il personale medico della ASL ebbe il coraggio di staccare il respiratore, che rimase a pompare ossigeno nei polmoni di Nuvoli per più dì tre ore dopo la sua morte, fino all'intervento di Demetrio Vidili, il primario. «Era un fagottino sul letto: sembrava che stessero gonfiando un canotto», ha dichiarato la moglie Maddalena Soro a Unione Sarda lo scorso 13 agosto.

Le storie di Welby e Nuvoli sono profondamente intrecciate. A Nuvoli è successo ciò che a nessuno dovrebbe succedere: è morto in "clandestinità", nella solitudine della sua casa, nel silenzio che era l'ultima possibilità per sottrarsi a un vero e proprio tormento. Difficile non ripensare alla richiesta di Welby di avviare una indagine sull'eutanasia clandestina.

E difficile anche non ripensare alla risposta politica e istituzionale: «Non esiste alcun fenomeno di eutanasia clandestina!». Come se bastasse chiudere gli occhi per far scomparire qualcosa di sgradito. Questa negazione della realtà prende anche la forma di un baratto tra una libertà rivendicata, non taciuta e cercata privatamente, e una concessione pietistica: se proprio non si sopportano più le sofferenze di una malattia è concesso cercare di porvi fine, ma che non sia una gesto di libertà - è soltanto una eccezione che lo Stato padre e padrone dispensa al malcapitato. Nuvoli, come prima di lui Welby, ha pagato il tentativo di far aprire gli occhi. È arrivato a smettere di mangiare e di bere per esaudire il suo desiderio. È stato sedato, ma ha avuto tempo e modo di sperimentare anche questa oscena condanna, immotivata, insensata, e soprattutto evitabile. Al contrario della malattia, infatti, una morte orrenda era eludibile, la possibilità di morire decentemente esisteva. Ma forse chiedere una morte decente è considerato un inammissibile atto di tracotanza.


dal blog di Heretics Clerofobia , aderente a Resistenza Laica, questo intervento del 25 Ottobre 2007 dc di Hereticus Permalink (le correzioni di punteggiatura e ortografiche sono mie):

I grandi mistificatori:

Fra' Fenolo da Pietralcina

In questi giorni sta facendo scalpore un libro dello storico Sergio Luzzatto, che riporta le testimonianze dirette del farmacista che procurò a padre pio da Pietralcina l'occorrente per procurarsi le famigerate stigmate con cui il frate fece la propria fortuna. Senza togliere nulla a Luzzatto, ricordo che già da anni nel catalogo della Kaos Edizioni compare il libro "Santo impostore. Controstoria di padre Pio" di Mario Guerino che esplicitamente parla dell'acido fenico utilizzato dal frate per stimmatizzarsi.

Ne riporto uno stralcio:

"(...) il medico napoletano Vincenzo Tangaro decise di recarsi al convento di San Giovanni Rotondo. Quando arrivò il suo turno, dopo avere assistito alla messa, si incontrò con padre Pio, ebbe cura di osservarne le mani, riuscì a dare un'occhiata alla sua cella, e prima di andarsene parlò con padre Paolino (il frate guardiano, ndr). Tornato a Napoli, il dottor Tangaro, in un articolo pubblicato dal "Mattino", scrisse: «Le stigmate sono superficiali e presentano un alone dal colore caratteristico della tintura di iodio... Capziosa e artificiosa mi sembrò la spiegazione della presenza nella cella (di padre Pio, ndr) di una bottiglia di acido fenico commerciale nero (ricorda colore stigmate) che, secondo il frate guardiano, padre Pio verserebbe per attutire, a scopo di umiltà, il suo odore di santità». A metà del successivo luglio nel convento di San Giovanni Rotondo arrivò da Roma il professor Amico Bignami (ordinario di patologia medica della Regia Università di Roma, nonché autore di ponderosi trattati scientifici). Il luminare della medicina doveva esaminare le stigmate di padre Pio per conto del Sant'Uffizio: in Vaticano, infatti, alcuni alti prelati seguivano con crescente allarme la vicenda di quel frate cappuccino somigliante sempre più a uno stregone pagano. Nella relazione, datata 26 luglio (1919, ndr) il professor Bignami scrisse: «Sulla natura delle lesioni descritte (le presunte stigmate, ndr), si può affermare che rappresentano un prodotto patologico, sulla cui genesi sono possibili le seguenti ipotesi: a) che siano state determinate artificialmente o volontariamente; b) che siano la manifestazione di uno stato morboso; c) che siano in parte il prodotto di uno stato morboso e in parte artificiale (...). Una interpretazione soddisfacente (dei fatti può essere) nella terza ipotesi. Possiamo infatti pensare che le lesioni descritte siano cominciate come prodotti patologici (neurosi necrosi multipla della cute) e siano state incoscientemente e per un fenomeno di suggestione completate nella loro simmetria e mantenute artificialmente con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio. Ho notato ... una pigmentazione bruna dovuta alla tintura di iodio. È noto che la tintura di iodio vecchia, per l'acido iodidrico che vi si sviluppa, diventa fortemente irritante e caustica»."

"Voluti da padre Pio e sorti negli anni Cinquanta, i Gruppi di preghiera sono nel mondo 2.156, dei quali 1.786 in Italia (dati aggiornati al maggio 1998, ndr). Il Centro di San Giovanni Rotondo coordina tutti i Gruppi, raccoglie le offerte e i lasciti, cura la diffusione in più lingue del quindicinale "La Casa Sollievo della Sofferenza". Soprattutto, gestisce un fiorente merchandising di libri, videocassette, calendari, agende, foto, cartoline e opuscoli dedicati al frate di Pietralcina e offerti, a prezzo adeguato, ai 5-7 milioni di pellegrini che ogni anno si recano a San Giovanni Rotondo. Il mercimonio religioso nel nome di padre Pio è senza limiti di decenza. Nelle pagine della citata rivista quindicinale si legge che «si può contribuire a realizzare il sollievo della sofferenza voluto da padre Pio anche con l'accensione di stelline, l'intestazione di letti (dell'ospedale, ndr), la sottoscrizione di metri quadrati». Un apposito mini-market, e molti negozi di San Giovanni Rotondo, vendono mozzarelle, scamorzoni, manteche, provoloni, olio, tutti "marchiati Pio" e prodotti da tre fattorie di proprietà dell'Opera padre Pio".

Il libro di Luzzatto non fa altro che confermare quello che nei nostro ambiente sapevamo da tempo e che anche la Chiesa sapeva benissimo.

Quando il Sant'Uffizio negli anni 20 inviò a Pietralcina il prete medico padre Gemelli, questi non poté sottoporre ad un esame medico il frate che rifiutò fermamente la visita. Come mai?

Ma, visto  il tornaconto in termini economici e di fede apportato dal frate pugliese, la Chiesa, dopo un breve periodo di ostilità, preferì concedergli carta bianca.

Anzi dopo la morte del frate, egli  poté salire agli onori degli altari a furor di popolo. Mi auguro che questo libro di Luzzatto abbia maggiore diffusione di quello di Guerino, rimasto un po' circoscritto nell' ambiente della cultura laica.

Immaginate quanti "santi" hanno potuto divenire tali senza che qualcuno si prendesse il disturbo di fare accurate indagini sui fenomeni soprannaturali che hanno fatto loro meritare il paradiso. Basterebbe un po' di buona volontà e minore servilismo per riportare a galla la verità sulla grande menzogna che ci viene quotidianamente propinata.

Ma evidentemente a qualcuno, oltre che alla Chiesa, fa molto comodo che le cose continuino così.


Da la Repubblica del 25 Ottobre 2007 questo interessante articolo di Ezio Mauro. al mio punto di vista di laicista coerente (o estremista, se preferite) avrei evitato di usare l'espressione "Santa Sede", in quanto non riconosco il concetto di santità, che sia riferito a persona, comune, località, ente od organizzazione...

Democrazia e religione

di Ezio Mauro

"Finiamola". Con questo invito che ricorda un ordine il Cardinal Segretario di Stato della Santa Sede, Tarcisio Bertone ha preso ieri pubblicamente posizione contro l'inchiesta di Repubblica sul costo della Chiesa per i contribuenti italiani, firmata da Curzio Maltese. "Finiamola con questa storia dei finanziamenti alla Chiesa - ha detto testualmente il cardinal Bertone - : l'apertura alla fede in Dio porta solo frutti a favore della società". Per poi aggiungere: "C'è un quotidiano che ogni settimana deve tirare fuori iniziative di questo genere. L'ora di religione è sacrosanta".

Non ci intendiamo di santità, dunque non rispondiamo su questo punto. Ma non possiamo non notare come il tono usato da Sua Eminenza sia perentorio e inusuale in qualsiasi democrazia: più adatto a un Sillabo.

L'attacco vaticano riguarda un'inchiesta giornalistica che analizza i costi a carico dei cittadini italiani per la Chiesa cattolica, dalle esenzioni fiscali all'otto per mille, al finanziamento alle scuole private, all'ora di religione: altre puntate seguiranno, finché il piano di lavoro non sia compiuto.

Finiamola? E perché? Chi lo decide? In nome di quale potestà? Forse la Santa Sede ritiene di poter bloccare il libero lavoro di un giornale a suo piacimento? Pensa di poter decidere se un'inchiesta dev'essere pubblicata "ogni settimana" o con una diversa cadenza? E' convinta che basti chiedere la chiusura anticipata di un'indagine giornalistica per evitare che si discuta di "questa storia"? Infine, e soprattutto: non esiste più l'imprimatur, dunque persino in Italia, se un giornale crede di "tirar fuori iniziative di questo genere" può farlo. Salvo incorrere in errori che saremo ben lieti di correggere, se riceveremo richieste di rettifiche che non sono arrivate, perché nessun punto sostanziale del lavoro d'inchiesta è stato confutato.

La confutazione, a quanto pare, anche se è incredibile dirlo, riguarda la legittimità stessa di affrontare questi temi. Come se esistesse, lo abbiamo già detto, un'inedita servitù giornalistica dell'Italia verso la Santa Sede, non prevista per le altre istituzioni italiane e straniere, ma tipica soltanto di Paesi non democratici. In più, Sua Eminenza è il Capo del governo di uno Stato straniero che chiede di "finirla" con il libero lavoro d'indagine (naturalmente opinabile, ma libero) di un giornale italiano.

Dovrebbe sapere che in Occidente non usa. Mai.

Stupisce questa reazione quando si parla non dei fondamenti della fede, ma di soldi. E tuttavia se la Chiesa - com'è giusto - vuole far parte a pieno titolo del discorso pubblico in una società democratica e trasparente, non può poi sottrarsi in nome di qualche sacra riserva agli obblighi che quel discorso pubblico comporta: per tutti i soggetti, anche quelli votati al bene comune. Anche questo è un aspetto della sfida perenne, e contemporanea, tra democrazia e religione.


Da La Stampa del 23 Ottobre 2007 dc (le correzioni di punteggiatura sono mie, e le altre sono in rosso):

 

Libera Chiesa in debole Stato

di Michele Ainis

 

Negli ultimi tempi la laicità si è trasformata in un prezzemolo buono per ogni salsa. Ma se tutti sono laici, allora questa parola non significa più nulla: tanto varrebbe sbarazzarsene. È una tentazione irresistibile, davanti alle acrobazie verbali che ci consegna l'esperienza. Nel dibattito pubblico ricorre l'appello verso una «sana» laicità pronunziato da Benedetto XVI e dai suoi predecessori ma ricorre inoltre, e per esempio, il monito col quale un capo dello Stato (Scalfaro) definisce «sacra» la laicità delle istituzioni, che è un po' come dichiarare ateo il Padreterno. Insomma abbiamo in circolo pontefici laici e presidenti ieratici.

 

D'altra parte, «laos» era in origine il popolo di Dio: evidentemente stiamo riportando a nudo le radici. In realtà queste radici hanno alimentato lo sviluppo degli Stati nazionali. Perché lo Stato nasce laico, o altrimenti non sarebbe nato. Nasce quando il potere politico divorzia da quello religioso, attraverso un processo storico che ha origine nella Lotta delle Investiture (1057-1122), trova la sua prima sistemazione teorica nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes, viene poi codificato dalla Costituzione francese del 1791, quando la libertà di fede sancisce la definitiva emancipazione dello Stato rispetto alla cura degli affari religiosi. Come diceva Locke, la salvezza delle anime non ricade fra i compiti dello Stato. Sicché la laicità si risolve in un'indicazione puramente negativa, che vieta alla legge di farsi contaminare da valori religiosi. Evoca il «muro» fra Stato e chiese di cui parlava Jefferson, e ripete in qualche modo il verso di Montale: «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

 

Questa idea si specchia nell'articolo 7 della Costituzione italiana, che dichiara l'indipendenza dello Stato dalla Chiesa. Al contempo, esso riconosce la sovranità della Chiesa cattolica, e perciò la riconosce come Stato. Uno Stato enclave, ma pur sempre uno Stato, che intrattiene relazioni diplomatiche con 176 Paesi. Insomma il cattolicesimo è l'unica confessione religiosa il cui organo di governo è posto al vertice d'uno Stato sovrano. Ma dal fatto che la Santa Sede sia uno Stato derivano vincoli e divieti. A una garanzia in più (e quale garanzia!) fa da contrappeso un limite in più. Quindi se un monaco buddista o un rabbino ebreo possono ben intervenire sulle vicende legislative della Repubblica italiana, non può farlo il Vaticano. Qui, difatti, non viene in campo la libertà di religione. Non viene in campo una questione di diritto costituzionale, bensì una questione di diritto internazionale. Quando non i parroci, ma il governo stesso della Chiesa attraverso la Cei invita per esempio a disertare un referendum, è come se a pronunziare quell'invito fosse il presidente francese Sarkozy. E la reazione dovrebbe essere affidata ai nostri rappresentanti diplomatici, se vogliamo prendere sul serio l'articolo 7.

 

D'altronde, che accadrebbe se il premier italiano si scagliasse contro i princìpi che governano il diritto della Chiesa? Gli argomenti, diciamo così, non mancherebbero. Il diritto canonico non conosce la separazione dei poteri, dato che il Pontefice è al vertice dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario: una concentrazione che a suo tempo Cavour aveva definito come «il più schifoso despotismo». Non conosce il suffragio universale per la preposizione alle cariche ecclesiastiche. Non conosce la certezza del diritto, sepolta da un sistema di dispense e privilegi. Non conosce la libertà di culto, giacché qualunque offesa alla religione cattolica riveste la natura di reato. Non conosce la regola della maggiore età, dal momento che le leggi ecclesiastiche obbligano tutti i battezzati che abbiano compiuto 7 anni. Non conosce il principio d'eguaglianza fra i sessi, negando il sacerdozio femminile. Ma neppure lo riconosce all'interno del sesso maschile, dato che laici e chierici hanno una differente capacità giuridica, dato che i diritti politici restano in appannaggio ai sacerdoti, e dato infine che questi ultimi sono una casta con proprie norme, sanzioni, tribunali.

 

In breve, la Chiesa è retta da un ordinamento dove il potere politico coincide con quello religioso, e dove vengono smentite le più elementari regole dello Stato di diritto. Eppure da quel pulpito piovono scomuniche e indirizzi per condizionare la vita pubblica italiana. Basterà rievocare un episodio: il 16 marzo scorso Benedetto XVI ha esortato all'obiezione di coscienza in difesa della vita non solo farmacisti e medici, ma anche i giudici italiani. Sennonché i giudici - afferma la Costituzione - «sono soggetti soltanto alla legge»: l'unica obiezione di coscienza che viene loro consentita è impugnare la legge per incostituzionalità. Se potessero rifiutarsi di rendere giustizia appellandosi ai propri umori e amori personali, verrebbe scardinato non tanto lo Stato di diritto, bensì lo Stato in sé e per sé, l'ordine civile.

 

Tuttavia le nostre istituzioni hanno risposto, ancora una volta, col silenzio. Un silenzio complice, non soltanto perché la degenerazione d'un regime democratico in regime clericale (diceva Salvemini) avviene gradualmente, e te ne accorgi quando si è già consumata; non soltanto perché altrove i governi reagiscono con una protesta diplomatica, come ha fatto Zapatero nel 2005, dopo la scomunica ecclesiastica dei matrimoni gay; ma infine perché tale atteggiamento implica una cessione di sovranità. Peraltro in molti casi gli interventi del (la Santa Sede) Vaticano vengono sollecitati proprio da chi ci rappresenta: è accaduto in agosto, quando Prodi ha chiesto l'aiuto della Chiesa per far pagare le tasse ai cittadini, ottenendo una dichiarazione del segretario di Stato vaticano. Appelli come questo rivelano tutta la debolezza della classe politica italiana, ma il loro effetto è legittimare le istituzioni di uno Stato straniero all'esercizio d'un anomalo ruolo di supplenza sulle nostre istituzioni. Che perciò si spogliano della propria laicità, e insieme della propria sovranità.

 


Sestante il 12 Ottobre mi segnala questo articolo da Diario dell'8 Giugno 2007 dc:

Canada

Preti pedofili: la Chiesa stanzia un risarcimento

La diocesi di London, in Ontario, spenderà 21 mila euro per psicoterapie alle vittime

 

Resterà nella storia del Canada la decisione della diocesi di London di dare fondi a un'associazione per le vittime di abusi sessuali da parte di preti cattolici. Manus manum lavat: la diocesi ha preso alla lettera il Vangelo tirando fuori 30 mila dollari canadesi (21 mila euro) per un team di medici e psicologi che la Hope & Healing Associates manderà per aiutare quei ragazzi abusati. Sul numero delle persone molestate e violentate viene osservato il silenzio imposto dall'alto. Ma anche senza nomi di colpevoli e vittime, la Chiesa cattolica in Canada ammette il suo peccato.

 

Il gruppo di consulenti che dovrà lavorare nel puzzle di danni psicologici procurati da sacerdoti pedofili, si muoverà nell'area di London, Windsor e Chatham. «È stata una sorpresa. La Chiesa sta finalmente considerando gli errori del passato tenuti nascosti per troppi anni», commenta Tom Wilken della Hope & Healing Associates, «spero che questo finanziamento venga utilizzato come esempio».

 

Il Canada ha alle spalle un capitolo ignobile in tema di pedofilia negli ambienti cattolici: le residential school volute dal governo per integrare i bambini aborigeni nella società bianca si rivelarono luogo di umiliazioni. L'insegnamento all'integrazione altro non era che uno sradicamento forzato della lingua e delle tradizioni aborigene portato a compimento con ricatti sessuali. Molti ragazzini tentarono il suicidio dopo essere stati costretti ad avere rapporti sessuali con i preti che gestivano le scuole. Nel 2000 i nativi del Nord Ontario chiesero un risarcimento di dieci miliardi di dollari canadesi (sette miliardi di euro) per più di mille aborigeni che tra gli anni Venti e Settanta frequentarono le residential school. E dalla metà degli anni Novanta sono state presentate 6.324 denunce contro il governo federale e la Chiese cattolica, anglicana e presbiteriana.

 

Il caso più eclatante resta quello degli «orfani di Duplessis»: tra gli anni Quaranta e Cinquanta almeno 1.700 bambini orfani o abbandonati furono vittime di sevizie. «Ci avevano fatto credere che era normale avere rapporti sessuali tra uomini», racconta Martin Lecuyer; oggi ha 69 anni, ne aveva 11 quando fu molestato per la prima volta in un orfanotrofio a nord di Montreal. «Ho visto tanti bambini violentati da religiosi in gruppo, succedeva anche a me due o tre volte la settimana». Il governo pagò un risarcimento alle vittime, ma la Chiesa non domandò mai scusa. Il Mount Cashel Orphanage in Newfoundland è stato ribattezzato l'orfanotrofio degli orrori. Lunghe indagini hanno portato alla luce terribili violenze carnali consumate nell'istituto di St. John's che nel 1989 è stato demolito nella speranza di cancellarne la memoria. Furono incriminati otto preti.

 

Paola Bernardini

 


Sestante mi ha segnalato il 12 ottobre questo articolo da Diario dell'8 Giugno 2007 dc, dal titolo un po' tendenzioso...:

La fine del multiculturalismo

 

Il ministro per l'Istruzione britannico, Alan Johnson, ha di recente emanato una nuova direttiva in materia di uniformi scolastiche che sta infuocando il dibattito nell'opinione pubblica inglese. In una circolare per le scuole, il ministro legittima i presidi e gli insegnanti a far rimuovere il velo musulmano alle allieve sulla base di ragioni di «sicurezza e apprendimento». Si tratta forse di un primo sostanziale passo in direzione diversa rispetto al multiculturalismo culturale e religioso che ha caratterizzato l'integrazione in Gran Bretagna per tutto il dopoguerra? «L'interesse dell'apprendimento e della sicurezza deve avere la precedenza anche sulle diverse credenze religiose o culturali», ha dichiarato Johnson, insistendo sulla necessità didattica per l'insegnante di stabilire un contatto visivo con l'allievo.

 

Il caso del velo musulmano nelle scuole britanniche è venuto prepotentemente alla ribalta in ottobre, quando a una ragazzina di 12 anni di Birmingham è stato chiesto di rimuovere il velo in classe, almeno durante le lezioni. «L'insegante deve poter vedere se l'allievo presta attenzione, se è entusiasta o è distratto, il velo lo impedisce»: questa la motivazione ufficiale della scuola. La ragazzina e la sua famiglia hanno rifiutato e il caso è arrivato fino alla High Court of Justice, dove la scuola si è vista dare ragione. «Il velo può costituire un ostacolo all'apprendimento perché rende più difficile la comunicazione fra insegnanti e allievi», ha sentenziato la corte.

 

È sulla base di questa pronuncia che il ministero per l'Istruzione si è deciso a intervenire per dettare alcune linee guida in materia di uniformi scolastiche. In particolare, si precisa che la scuola dev'essere in grado di identificare gli allievi, al fine di mantenere l'ordine nell'istituto e individuare eventuali intrusi, nonché, ovviamente, a fini didattici. «Se il viso dell'allievo è coperto, l'insegnante potrebbe non essere in grado di valutarne l'effettivo coinvolgimento nel processo didattico o assicurarne la partecipazione alle discussioni e alle altre attività scolastiche», si legge nel documento. L'uniforme degli allievi rappresenta una delle tradizioni più caratteristiche del sistema scolastico inglese. Ogni turista in visita in Inghilterra avrà notato quei gruppi di ragazzini in giacca e cravatta, spesso un paio di misure più grandi della loro, e quelle teenager con tailleur e gonna blu che appaiono tanto più mature rispetto alla loro tenera età.

 

Nella Gran Bretagna multietnica del XXI secolo però, anche questa tradizione si trova ad affrontare problemi di origine culturale e religiosa che la rendono un argomento delicato. In particolare per quel che riguarda la tradizione musulmana del velo femminile nella sua variante dello ni-qab. Fra i diversi modi in cui una donna può indossare il velo infatti, il niqab (che significa appunto «velo completo») rappresenta quello più problematico perché copre ogni parte del corpo femminile a esclusione degli occhi. E se fino a oggi il governo aveva sempre regolamentato la materia sulla base del principio multiculturale per cui ogni individuo è libero di seguire i propri convincimenti religiosi senza eccessive imposizioni statali, la situazione sembra destinata a cambiare.

 

Diverse le reazioni da parte dei vari gruppi islamici del Regno Unito; si va dallo «shock per questa ennesima discriminazione» della Commissione per i dritti umani islamici, alla piena approvazione della direttiva da parte del Centro per l'istruzione musulmana. «Nascondere il viso non solo disumanizza la persona», ha commentato il direttore dell'istituto Tag Hargey, «ma crea anche un gap, una spaccatura fra le comunità; prima ci libereremo del velo facciale per i musulmani di Gran Bretagna, meglio sarà». Certo è che la possibilità garantita alle scuole di proibire il velo in classe sembra costituire un primo sostanziale cambiamento di rotta rispetto alla politica del multilculturalismo senza limiti che ha caratterizzato l'integrazione culturale e religiosa in Gran Bretagna dal dopoguerra a oggi. Gordon Brown continuerà la battaglia in questa direzione?

 

diegocattaneo@hotmail.co.uk

ricercatore del Royal Institute of

International Affairs (Chatham House)

 


Sestante mi segnala questo articolo di Diario del 30 Giugno 2007 dc in una e-mail del 4 Ottobre, ed io la pubblico con colpevole ritardo:

Basta Goethe e Kafka. Meglio papa Wojtyla

Nelle scuole dei gemelli Kaczynski non si leggono i «nemici del Paese»

Niente più Goethe a scuola. Ai giovani è meglio far studiare il pensiero di papa Wojtyla e le gesta degli eroi biblici. Accade nella nuova Polonia nazional-conservatrice dei gemelli Kaczynski.

 

Questa volta il nuovo governo è intervenuto in materia di educazione e cultura con l'intenzione di delineare i nuovi nemici dell'identità del Paese puntando il dito su autori fondamentali come Goethe, Kafka, Dostoevskij, Joseph Conrad e Witold Gombrowicz. Roman Giertych, Ministro dell'Istruzione e leader della Lega per la famiglia polacca (Lpr), il partito nazional-cattolico che al momento è la terza forza del Paese, ha incaricato i suoi collaboratori di stilare una lista di letture consigliate per le scuole del Paese, licei inclusi.

 

In questo elenco è comparsa una serie di nuovi autori, mentre manca tutta una sfilza di vecchi maestri della letteratura. Insomma, niente più letture dal Processo, di Kafka, basta con i dolori del giovane Werther, di Goethe e niente più brani da Delitto e Castigo, di Dostoevskij perché secondo i nuovi progetti ministeriali da ora in avanti i giovani polacchi avranno il piacere di confrontarsi con la biografia di papa Wojtyla e con i testi da lui personalmente scritti.

 

Non solo. Nel nuovo programma avrebbero fatto ingresso anche le opere di un autore cattolico come Jan Dobraczynski, noto per aver fondato nel periodo della Seconda guerra mondiale un fronte patriottico per la rinascita della nazione polacca e i cui romanzi hanno sempre per protagonisti figure prese dalla Bibbia.

 

Il ministero polacco per l'Istruzione ha giustificato la propria scelta spiegando che l'autore Jan Dobraczynski si distingue per l'alto patriottismo e per l'amore verso i valori cristiani. «Questo tipo di letture sono adatte all'insegnamento dei giovani perché sottolineano l'amore per il prossimo e il ruolo fondamentale che la famiglia gioca all'interno della società», ha riferito il ministro. L'iniziativa di rinnovamento dei programmi scolastici non è tuttavia piaciuta all'opposizione polacca né tanto meno ai numerosi librai del Paese che hanno annunciato campagne per la difesa dei libri «messi all'indice».

 

Sconosciuti rimangono i motivi che hanno indotto i collaboratori del ministro (un team di insegnanti provenienti da tutto il Paese) a escludere determinati autori. Niente più insegnamenti da Goethe perché tedesco? Fuori Kafka perché ebreo o forse perché nelle sue opere non ha mai dato abbastanza spazio ai valori cattolici e al ruolo centrale della famiglia da tutelare e sostenere? E che cosa può aver spinto i censori a escludere dai piani scolastici i romanzi di un autore come Dostoevskij? Forse l'assenza di spirito patriottico?

 

Anna Del Bosco


Da Corriere della Sera del 29 Settembre 2007 dc:

Il dubbio

La multa ai clienti delle prostitute e le libertà individuali

di Piero Ostellino (correzioni e aggiunte sono mie)

Se anche un uomo come Giuliano Amato vuole trasformare lo Stato in delatore di un peccato (per la Chiesa) equiparato a reato (per lo Stato), beh, allora, in questo Paese si è persa ogni considerazione per la libertà individuale e per il diritto alla privacy. Tale è, infatti, secondo me, la proposta del ministro dell'Interno di multare i clienti (in auto) delle prostitute, di vietare che la sanzione sia conciliabile al momento e sul posto e di spedirla a casa con tanto di verbale particolareggiato. Neppure lo Stato Pontificio — lo Stato etico per eccellenza, dove il meretricio era diffuso più che in ogni altro Stato dell'Italia di allora e forte era la propensione a equiparare il peccato a un reato — era arrivato a tanto.

A scanso di equivoci. Non vado a puttane. Perché non mi piace. Sono sempre riuscito a distinguere fra fare l'amore e scopare. Ciò nonostante, non penso che la frequentazione di «quelle signore» sia un comportamento immorale, tanto meno che sia un reato o, come si vorrebbe far credere, una questione di sicurezza. Ciascuno gestisce la propria sessualità come meglio crede, purché — come dicono gli americani dell'esercizio dei diritti individuali — non si accerti, al di là di ogni ragionevole dubbio, che ciò provochi un clear and present danger (chiaro e presente danno) ad altri individui specificamente individuati. Inoltre, persino fra coniugi non è consentita la violazione della privacy dell'altro. Andare a puttane è un diritto soggettivo, e come tale inviolabile: l'invio della multa a casa è una violazione di un altro diritto, quello alla privacy e lo Stato ridotto a delatore delle mogli tradite è un'indecenza peggiore delle abitudini dei loro mariti. Dico di più, anche vendere il proprio corpo è un diritto soggettivo, e come tale inviolabile.

Non meno sorprendente della proposta Amato trovo, poi, la reazione della classe politica. La quale non mi pare ne abbia avvertito la gravità sotto il profilo di cui sto parlando e che è poi ciò che distingue uno Stato di polizia da una democrazia. C'è chi ha temuto per la «solidità delle famiglie», chi ha commentato che fa ridere l'idea di debellare la prostituzione con una multa, chi ha malignato che sia un modo di finanziare le casse dei Comuni. Comunque, l'indifferenza della classe politica per i diritti individuali non assolve ugualmente Amato. Che — da docente, prima ancora che da politico — non può non sapere che la sua proposta è «costituzionalmente indecente». Ma che, evidentemente, ha ceduto a quella che è — o gli viene malignamente attribuita — una sua debolezza: di cogliere sempre il vento che tira e adattarvisi per trarne profitto in termini di consenso. Che l'esercizio della prostituzione sulla pubblica via sia un problema di decenza, di ordine pubblico, di vivibilità delle nostre città è una convinzione corretta e diffusa. Che tale convinzione provochi le comprensibili reazioni dei cittadini è altrettanto indiscutibile. Assai discutibile, invece, è che un politico intelligente e navigato come Amato cavalchi il malcontento popolare come farebbe il più spregiudicato dei demagoghi proponendo una soluzione che non risolve il problema e ne crea un altro, l'impugnabilità della legge sotto il profilo costituzionale.

Caro Giuliano, la tua proposta — mi dice Sergio Fois, professore emerito di Dottrina dello Stato e noto costituzionalista — prefigura uno «sviamento di potere» per un fine costituzionalmente non consentito. E rischia di sconfinare nel reato di «abuso di ufficio», articolo 323 del Codice penale, in quanto «arreca un danno ingiusto». Così viene leso un diritto soggettivo, si «arreca un danno ingiusto» .Lascia perdere. Se non ti vuoi sputtanare. Sia come politico, sia come studioso.


Da Corriere della Sera del 29 Settembre 2007 dc (la ri-sistemazione dei titoli è opera mia: mie anche le correzioni):

Su La7. Svelati in tv i segreti dei preti gay

di Lorenzo Salvia

ROMA — I segreti dei preti gay svelati in tv, ripresi con una telecamera nascosta durante gli incontri con un ragazzo conosciuto via chat. Exit, il programma che riparte lunedì su La7, indaga senza giudizi su un mondo sommerso.

Il programma di Ilaria D'Amico. Appuntamenti anche a San Pietro. Un sacerdote: portando il colletto si attira tanto. Preti gay, i segreti svelati in tv «Chat e incontri, non è peccato». Un ragazzo-esca e telecamere nascoste: il reportage su Exit

I RACCONTI --- «Se penso al seminario o alla mia diocesi credo che gli omosessuali siano una buona parte». Le confessioni a cuore aperto: «Sono stato insieme con un ragazzo siciliano per un anno. Se due uomini si vogliono bene, non conta se porti la tonaca oppure no». Anche le avance, certo: «Portando il colletto si attira tanto. Tu faresti l'amore con me?». E le critiche alla Chiesa: «Con noi fa come l'esercito americano: io non ti chiedo niente, ma tu non devi dire niente. Copre, insabbia, ma così non cresce». Sono preti quelli che parlano. Preti gay, ripresi con una telecamera nascosta durante i loro incontri clandestini con un ragazzo conosciuto sulle chat line per omosessuali.

I FILMATI — Mezz'ora di filmati che andranno in onda lunedì prossimo durante Exit, il programma condotto da Ilaria D'Amico che riparte in prima serata su La7. Un'inchiesta su un mondo sommerso: nessun giudizio, solo la voglia di togliere il velo che copre un pezzo di realtà.

Un lavoro partito con una mail arrivata in redazione. A scrivere era un ragazzo gay. Diceva di frequentare abitualmente le chat per omosessuali, di aver conosciuto così tanti preti, e poi anche di averli incontrati di persona. Quelli di Exit hanno documentato le fasi dell'aggancio sulla chat, registrato le telefonate fatte per mettersi d'accordo, e ripreso (con una telecamerina nascosta) gli appuntamenti clandestini.

IN UFFICIO — Volti non riconoscibili, voci camuffate, le immagini si fermano ad un certo punto perché l'obiettivo è raccontare non chockare. Non si nascondono i preti, anzi. Protetti dal nickname (il nome in codice che si utilizza per chattare) dicono subito di essere sacerdoti e non hanno problemi ad organizzare un appuntamento. Gli incontri filmati sono tre. Il primo prete è il più dolce: «Se ritornassi indietro, il sacerdote lo rifarei. Hai tante soddisfazioni, aiuti gli altri. (...) La prima esperienza con un uomo l'ho avuta dopo, 10 anni fa. Ma io sto bene con questa mia, tra virgolette, omosessualità». Il secondo è il più spavaldo: racconta di aver avuto un «centinaio» di incontri: «In seminario mi trattenevo per la paura di essere beccato, ma poi non mi sono più controllato». Dice anche che sui gay la «Chiesa è ipocrita perché pure in Vaticano ce ne sono tanti». Il terzo incontro è quello più duro. Appuntamento in Piazza San Pietro, si capisce che dall'altra parte non c'è un semplice parroco. Nell'aggancio sulla chat ha detto di avere tendenze sadomaso. I due si spostano in un ufficio lussuoso. Il ragazzo è un po' preoccupato e lui lo tranquillizza: «Se vuoi andare via non c'è problema». Poi il discorso finisce sull'atteggiamento della Chiesa: «Non ce l'ha con i gay ma — dice il prete — è contro il sesso prima del matrimonio. I gay non si possono sposare e quindi non devono avere rapporti». Nervosismo, nessuna traccia di quella serena voglia di intimità degli altri incontri. I due si avvicinano. «Stai per commettere un peccato davanti agli occhi di Dio», dice il ragazzo. «Io non lo sento come un peccato», risponde l'altro. E ancora. «Non ha senso che tu sia prete », «Qui finisce la nostra storia — risponde il sacerdote — hai troppe preclusioni. Ti metto sull'ascensore e se qualcuno ti ferma non dire nulla ».

LA CONFESSIONE — Dopo i tre filmati «rubati» c'è un prete gay che (anche lui volto oscurato e voce camuffata) accetta di raccontare la sua storia: il compagno trovato in seminario, un ragazzo che poi dirigerà il coro durante la sua ordinazione, «il giorno più bello della mia vita, mettevo insieme i miei due amori».

Il rapporto durato tanti anni con un altro uomo «anche se poi la lontananza ci ha divisi ». Don Felice — nome di fantasia — accusa la Chiesa: «Ha paura che l'omosessuale sia anche pedofilo. Un errore. Se c'è pedofilia, che non dipende dall'omosessualità, si tratta di un reato. Ma la Chiesa, invece di dire, copre». E infine racconta le difficoltà di una vita come la sua: «Ci muoviamo come gli indiani in un mondo di cow boy, attenti a non essere impallinati. Ma io sono sereno con la mia coscienza. Dio è più grande del nostro cuore».


Da La Stampa del 18 Settembre 2007 dc:

Firenze, bufera sul vescovo dei festini

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Da Sapere di Agosto 2007 dc:

CELLULE STAMINALI

Ricerca, se la conosci l'aiuti

di Letizia Gabaglio

Se ben informate sulle varie opzioni, le coppie titolari di embrioni in esubero scelgono per la metà di destinarli alla ricerca. I nuovi dati da Usa e Spagna

Il 60 per cento delle coppie infertili statunitensi titolari di embrioni inutilizzati è disposto a donarli alla ricerca sulle cellule staminali. Lo rivela uno studio apparso online il 21 giugno scorso su Science Express, e successivamente su Science, condotto dalla Duke University Medical Center e dalla Johns Hopkins University con il patrocinio dei National Institutes of Health. Questo dato, che contraddice fortemente i risultati di precedenti indagini svolte negli Stati Uniti, potrebbe far aumentare di dieci volte la stima del numero di embrioni potenzialmente a disposizione della ricerca federale (100 mila in tutto) e di cento volte quello delle linee cellulari embrionali. Per giungere a questa conclusione, gli studiosi hanno sottoposto un questionario a 2.210 pazienti selezionati da nove centri americani per la cura dell'infertilità. Alla domanda se fossero in generale disponibili a donare alla ricerca i propri embrioni congelati e in esubero, il 49 per cento si è dichiarato favorevole. Ma la percentuale di risposte positive è salita fino al 60 per cento quando le domande sono entrate nel dettaglio della ricerca sulle cellule staminali, evidenziando le possibili applicazioni terapeutiche. La destinazione alla ricerca è stata preferita sia alla donazione ad altre coppie infertili sia alla soppressione dell'embrione stesso. Attualmente negli Usa la ricerca è limitata a un numero ristretto di linee staminali embrionali prodotte prima del 2001. Il consenso a cedere alla ricerca gli embrioni inutilizzati, espresso tramite il questionario, potrebbe quindi avere importanti implicazioni a livello legislativo, come auspica Anne Drapkin Lyerly, ginecologa della Duke University e coordinatrice dello studio.

Analoghi risultati sono emersi da una indagine condotta di recente in Spagna dai ricercatori della Banca per le cellule staminali con un questionario simile a quello americano e rivolto ai titolari di embrioni crioconservati da più di tre anni. La ricerca, pubblicata su Cell Stem Cell, ha coinvolto 97 coppie che si erano rivolte a due centri spagnoli e si è protratta per tre anni. La legge spagnola prevede che i centri di procreazione medicalmente assistita pongano alle coppie la scelta tra quattro opzioni: mantenere gli embrioni in esubero crioconservati per un successivo riutilizzo (in ogni caso fino alla fine dell'età fertile della donna), donarli ad altre coppie infertili per scopi riproduttivi, donarli alla ricerca biomedica (compresa quella sulle cellule staminali), distruggerli. Ebbene, circa la metà degli intervistati ha scelto di far utilizzare gli embrioni ai ricercatori che studiano le staminali.

Prima di somministrare alle coppie il questionario in cui veniva chiesto di esercitare la scelta, i ricercatori spagnoli hanno fornito loro nozioni dettagliate sulle quattro opzioni possibili. A garanzia della correttezza delle informazioni, l'incontro si è svolto alla presenza di un embriologo, di uno psicologo e di un avvocato Al termine dei colloqui il 45 per cento degli intervistati ha firmato per donare gli embrioni alla ricerca, il 44 per cento per tenerli ancora nelle proprie disponibilità, il 7 per cento per donarli ad altre coppie infertili e solo l'uno per cento ha scelto la distruzione.

Le percentuali della ricerca spagnola, così come quelle dell'indagine statunitense pubblicata su Science, sono molto diversi da quelli ottenuti in passato negli Stati Uniti, che indicavano un 54 per cento di coppie intenzionate a distruggere i propri embrioni, un 43 per cento deciso a donarli alla ricerca e un tre per cento disposto a donarli ad altre coppie infertili. E ancora più in contrasto con lo studio Sart-Sand, condotto sempre negli Usa nel 2003, da cui risultava che solo il 2,8 per cento degli embrioni crioconservati venivano destinati alla ricerca. La diversità di risultati rispetto alle precedenti ricerche sarebbe dovuta in gran parte al metodo con cui sono state condotte le due ultime inchieste: selezionando e coinvolgendo con maggiore cura le coppie e fornendo maggiori dettagli sulle diverse opzioni. Nello studio Sart-Sand, invece, i genitori venivano interrogati per posta e senza distinzione fra quanti avevano terminato i cicli di inseminazione e quanti li stavano portando ancora avanti. «Pensiamo che a fare la differenza sia il colloquio che permette di sciogliere dubbi etici, legali e scientifici e consente una migliore conoscenza delle problematiche», hanno dichiarato i ricercatori spagnoli. Anche in Svezia, dove è permessa la ricerca su embrioni freschi, uno studio ha sondato di recente l'orientamento delle coppie in merito alla donazione degli embrioni non crioconservati. Come si legge ancora sulle pagine di Cell Stem Cell, è emerso che il 92 per cento degli intervistati è d'accordo a destinare alla ricerca quelli di qualità così scarsa da non poter essere usati né per i cicli di inseminazione né per la crioconservazione. E in Italia? «Nel nostro paese le coppie non hanno il diritto di decidere la sorte dei loro embrioni», commenta l'avvocato Filomena Gallo, presidente dell'Associazione Amica Cicogna e membro della direzione della Rosa nel Pugno. La legge 40, infatti, da un lato, previene il problema della destinazione degli embrioni crioconservati imponendo la produzione di soli tre embrioni così come il loro impianto simultaneo. Dall'altro lato, per quanto riguarda il destino degli embrioni crioconservati prima dell'entrata in vigore della norma, l'articolo 13 vieta esplicitamente sia la distruzione sia la destinazione alla ricerca sia la donazione ad altre coppie infertili (la cosiddetta "adozione"). Offre solo due opzioni: firmare un documento che attesta lo stato di "abbandono" (cosa, questa, che significa destinarli all'ibernazione eterna - ovvero a una inevitabile morte "naturale"- in un centro nazionale appositamente istituito a Milano) o dichiarare di volerli conservare in attesa di ulteriori trasferimenti. «Eppure», va avanti Gallo, «molte coppie che avevano fatto ricorso alla fecondazione assistita prima dell'entrata in vigore della legge avevano già deciso che alla fine dei cicli li avrebbero donati alla ricerca. E ora non capiscono come sia possibile che la loro volontà non venga rispettata. Per questo, hanno deciso di prendere tempo, non abbandonandoli e sperando che qualcosa cambi». La speranza è che il governo di centrosinistra modifichi questa legge assurdamente proibizionista. Intanto, l'Associazione Luca Coscioni ha lanciato una campagna di disobbedienza civile, "Per non marcire a Milano", rivolta a tutte le coppie titolari di embrioni non più impiantabili e che vogliono donare alla scienza. L'intento è quello di far "emigrare" gli embrioni in paesi dove la ricerca sulle staminali è consentita. «Abbiamo ricevuto già alcune richieste ma si sta valutando con degli avvocati come fare in modo che la responsabilità di quella che è, a tutti gli effetti, una violazione della legge possa ricadere solo sull'associazione e non sulle coppie», spiega Gallo. Per ora, quindi, quella di dare embrioni italiani a centri di ricerca internazionali è solo un'ipotesi. In attesa che possa diventare realtà, le coppie possono dichiarare di non abbandonare gli embrioni e, quindi, evitare di farli finire nella Biobanca presso l'Ospedale Maggiore di Milano.

A oggi, comunque, a più di tre anni dalla approvazione della legge, i frigoriferi milanesi sono ancora vuoti, nessun embrione abbandonato è ancora giunto nel centro lombardo. Il censimento preliminare di quelli "orfani" conservati nei diversi centri che praticano le tecniche di fecondazione assistita, così come stabilito dalla legge, si è infatti concluso da poco, come spiega Giulia Scaravelli, coordinatrice del registro nazionale Pma istituito presso l'Istituto Superiore della Sanità, incaricato dal Ministero della Salute di eseguire l'operazione. «Tuttavia, i risultati, che saranno annunciati dal ministro nei prossimi mesi, non possono considerarsi definitivi», precisa Scaravelli. I centri di procreazione assistita, infatti, hanno inviato ai genitori lettere nelle quali chiedevano di esercitare la scelta, ma ci sono casi in cui non si è riusciti a entrare in contatto con i titolari e, quindi, sebbene in qualche modo "abbandonati", questi embrioni per cui non c'è stato l'esplicito consenso non possono essere portati a Milano.

A ogni modo, una volta ufficializzati i dati, si potrà procedere al trasferimento. "Se il Ministero vorrà affidarci anche il compito di trasportare gli embrioni alla biobanca nazionale noi siamo pronti: abbiamo già predisposto un protocollo di sicurezza insieme a un gruppo di esperti di criobiologia», conclude Scaravelli. Lì rimarranno conservati indefinitivamente. Finché qualcuno non deciderà quale debba essere il loro destino".

 


Eugenio Scalfari ha scritto questo editoriale, nella sostanza più che condivisibile, per la Repubblica www.repubblica.it il 5 Agosto 2007. É da notare che la forma più "estrema" di laicismo sia da Scalfari definita forme d'intransigenza che sfiorano l'anticlericalismo.....

La conclusione è sconcertante: gli italiani non sono cristiani (?), sarebbero cattolici ma irreligiosi. No, o si è cattolici fino in fondo o non lo si è: gli italiani non possono neanche avere l'onore di essere definiti cattolici, ma solo ipocriti.

Ahi Costantin di quanto mal fu madre

di Eugenio Scalfari

Tra le tante questioni che affliggono il nostro paese, insolute da molti anni e alcune risalenti addirittura alla fondazione dello Stato unitario, c'è anche quella cattolica. Probabilmente la più difficile da risolvere.

Personalmente penso anzi che resterà per lungo tempo aperta, almeno per l'arco di anni che riguardano le tre o quattro generazioni a venire. Roma e l'Italia sono luoghi di residenza millenaria della Sede apostolica e perciò si trovano in una situazione anomala rispetto a tutte le altre democrazie occidentali. Se guardiamo agli spazi mediatici che la Santa Sede, il Papa, la Conferenza episcopale hanno nelle televisioni e nei giornali ci rendiamo conto a prima vista che niente di simile accade in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Olanda, in Scandinavia e neppure nelle cattolicissime Spagna e Portogallo per non parlare degli Usa, del Canada e dell'America Latina dove pure la popolazione cattolica ha raggiunto il livello di maggiore densità.

Da noi le reti ammiraglie di Rai e di Mediaset trasmettono sistematicamente ogni intervento del Papa e dei Vescovi. L'"Angelus" è un appuntamento fisso. Le iniziative e le dichiarazioni dei cattolici politicamente impegnati ingombrano i giornali, il presidente della Repubblica, appena nominato, sente il bisogno di inviare un messaggio di "presentazione" al Pontefice, cui segue a breve distanza la visita ufficiale.

Tutto ciò va evidentemente al di là d'una normale regola di rispetto e dipende dal fatto che in Italia il Vaticano è una potenza politica oltre che religiosa. Ciò spiega anche la dimensione dei finanziamenti e dei privilegi fiscali dei quali gode il Vaticano, la Santa Sede e gli enti ecclesiastici; anche questi senza riscontro alcuno negli altri paesi.

Infine il rapporto di magistero che la gerarchia ecclesiastica esercita sulle istituzioni ovunque vi sia una rappresentanza di cattolici militanti e la funzione di guida politica che di fatto orienta i partiti di ispirazione cattolica e quindi cospicui settori del Parlamento.

La questione cattolica è dunque quella che spiega più d'ogni altra la diversità italiana. Spiega perché noi non saremo mai un "paese normale". Perché una parte rilevante dell'opinione pubblica, della classe politica, dei mezzi di comunicazione, delle stesse istituzioni rappresentative, sono etero-diretti, fanno capo cioè e sono profondamente influenzati da un potere "altro". Quello è il vero potere forte che perdura anche in tempi in cui la secolarizzazione dei costumi ha ridotto i cattolici praticanti ad una minoranza.

"Ahi Costantin, di quanto mal fu madre...".

La questione cattolica ha attraversato varie fasi che non è questa la sede per ripercorrere. Basti dire che si sono alternate fasi di latenza durante le quali sembrava sopita, e di vivace ed aspra riacutizzazione.

Il mezzo secolo della Prima Repubblica, politicamente dominato dalla Democrazia cristiana, fu paradossalmente una fase di latenza. La maggioranza era etero-diretta dal Vaticano e dagli Stati Uniti, il Pci era etero-diretto dall'Unione Sovietica. Entrambi i protagonisti accettavano questo stato di cose, insultandosi sulle piazze e dai pulpiti, ma assicurando, ciascuno per la sua parte, un sostanziale equilibrio. Quando qualcuno sgarrava, veniva prontamente corretto.

Ma la fase attuale non è affatto tranquilla, la questione cattolica si è riacutizzata per varie ragioni, la prima delle quali è l'emergere sulla scena politica dei temi bioetici con tutto ciò che comportano.

La seconda ragione deriva dalla linea assunta da Benedetto XVI che ritiene di spingere il più avanti possibile le forme di protettorato politico-religioso che il Vaticano esercita in Italia, per farne la base di una "reconquista" in altri paesi a cominciare dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Baviera, dall'Austria e da alcuni paesi cattolici dell'America meridionale. Le capacità finanziarie dell'episcopato italiano forniscono munizioni non trascurabili per sostenere questo disegno che ha come obiettivo l'esportazione del modello italiano laddove ne esistano le condizioni di partenza.

A fronte di quest'offensiva le "difese laiche" appaiono deboli e soprattutto scoordinate. Si va da forme d'intransigenza che sfiorano l'anticlericalismo ad aperture dialoganti ma a volte eccessivamente permissive verso i diritti accampati dalla "gerarchia". Infine permane il sostanziale disinteresse della sinistra radicale, che conserva verso il laicismo l'antica diffidenza di togliattiana memoria.

Si direbbe che il solo dato positivo, dal punto di vista laico, sia una più acuta sensibilità autonomistica che ha conquistato una parte dei cattolici impegnati nel centrosinistra. Ma si tratta di autonomia a corrente variabile, oggi rimesso in discussione dalla nascita del Partito democratico e dai vari posizionamenti che essa comporta per i cattolici che ne fanno parte. Con un'avvertenza di non trascurabile peso: secondo recenti sondaggi nell'ultimo decennio i cattolici schierati nel centrosinistra sarebbero discesi dal 42 al 26 per cento. Fenomeno spiegabile poiché gran parte dell'elettorato ex Dc si trasferì fin dal 1994 su Forza Italia; ma che certamente negli ultimi tempi ha accelerato la sua tendenza.

* * *

Un fenomeno degno di interesse è quello del recente associazionismo delle famiglie. Non nuovo, ma fortemente rilanciato e unificato dal "forum" che scelse come organizzatore politico e portavoce Savino Pezzotta, da poco reduce dalla lunga leadership della Cisl e riportato alla ribalta nazionale dal "Family Day" che promosse qualche mese fa in piazza San Giovanni il raduno delle famiglie cattoliche.

Da allora Pezzotta sta lavorando per trasformare il "forum" in un movimento politico. "Non un partito" ha precisato in una recente intervista "ma un quasi-partito; insomma un movimento autonomo che potrà eventualmente appoggiare qualche partito di ispirazione cristiana che si batta per realizzare gli obiettivi delle famiglie. Sia nei valori che sono ad esse intrinseci sia per i concreti sostegni necessari a realizzare quei valori".

L'obiettivo è ambizioso e fa gola ai partiti di impronta cattolica, ma Pezzotta amministra con molta prudenza la sigla di cui è diventato titolare. Dico sigla perché al momento non sappiamo quale sia la sua realtà organizzativa e la sua effettiva spendibilità politica.

Sembra difficile che il nascituro movimento delle famiglie possa praticare una sorta di collateralismo rispetto ai settori cattolici militanti nel Partito democratico: la piazza di San Giovanni non sembrava molto riformista, le voci che l'hanno interpretata battevano soprattutto su rivendicazioni economiche ma non basterà riconoscergliele per acquistarne il consenso e il voto. A torto o a ragione le famiglie e le sigle che le rappresentano ritengono che quanto chiedono sia loro dovuto. Il voto elettorale è un'altra cosa e non sarà Pezzotta a guidarlo. Ancor meno i vari Bindi, Binetti, Bobba nelle loro differenze. Voteranno come a loro piacerà, seguendo altre motivazioni e inclinazioni, influenzate soprattutto dai luoghi in cui vivono e dai ceti sociali e professionali ai quali appartengono.

* * *

Un elemento decisivo della questione cattolica e dell'anomalia che essa rappresenta è costituito dalla dimensione degli interessi economici della Santa Sede e degli enti ecclesiastici, del loro "status" giuridico e addirittura costituzionale (il Trattato del Laterano è stato recepito in blocco con l'articolo 7 della nostra Costituzione) e dei privilegi fiscali, sovvenzioni, immunità che fanno nel loro insieme un sistema di fatto inattaccabile. Basti pensare che la Santa Sede rappresenta il vertice di un'organizzazione religiosa mondiale e fruisce ovviamente d'un insediamento altrettanto mondiale attraverso la presenza dei Vescovi, delle parrocchie, degli Ordini religiosi, delle Missioni. Ma, intrecciata ad essa c'è uno Stato - sia pure in miniatura - che gode d'un tipo di immunità e di poteri propri di uno Stato e quindi di una soggettività diplomatica gestita attraverso i "nunzi" regolarmente accreditati presso tutti gli altri Stati e presso le organizzazioni internazionali.

Questa doppia elica non esiste in nessun'altra delle Chiese cristiane ed è la conseguenza della struttura piramidale di quella cattolica e della base territoriale da cui trasse origine lo Stato vaticano e il potere temporale dei Papi. Non scomoderemo Machiavelli e Guicciardini, Paolo Sarpi e Pietro Giannone per ricordare quali problemi ha sempre creato il potere temporale nella storia della nazione italiana, nell'impossibilità di realizzare l'unità nazionale quando gli altri paesi europei avevano già da secoli raggiunto la loro ed infine lo scarso senso dello Stato che gli italiani hanno avuto da sempre e continuano abbondantemente a dimostrare. Sarebbe storicamente scorretto attribuire unicamente al potere temporale dei Papi questo deficit di maturità civile degli italiani, ma certo esso ne costituisce uno dei principali elementi.

Purtroppo il temporalismo è una tentazione sempre risorgente all'interno della Chiesa; sotto forme diverse assistiamo oggi ad un tentativo di resuscitarlo che si esprime attraverso la presenza politica diretta dell'episcopato nelle materie "sensibili" il cui ventaglio si sta progressivamente ampliando.

Negli scorsi giorni l'atmosfera si è ulteriormente riscaldata a causa di una frase di Prodi che esortava i sacerdoti a sostenere la campagna del governo contro le evasioni fiscali e lamentava lo scarso contributo della Chiesa ad un tema così rilevante.

Credo che Prodi, da buon cattolico, abbia pronunciato quella frase in perfetta buonafede ma, mi permetto di dire, con una dose di sprovveduta ingenuità. Lo Stato non rappresenta un tema importante per i sacerdoti e per la Chiesa. Ancorché i preti e i Vescovi siano cittadini italiani a tutti gli effetti e con tutti i diritti e i doveri dei cittadini italiani, essi sentono di far parte di quel sistema politico-religioso che a causa della sua struttura è totalizzante. La cittadinanza diventa così un fatto marginale e puramente anagrafico; salvo eccezioni individuali, il clero si sente e di fatto risulta una comunità extraterritoriale. Pensare che una delle preoccupazioni di una siffatta comunità sia quella di esortare gli italiani a pagare le tasse è un pensiero peregrino. Li esorta - questo sì - a mettere la barra nella casella che destina l'otto per mille del reddito alla Chiesa. Un miliardo di euro ha fruttato all'episcopato italiano quell'otto per mille nel 2006. Ma esso, come sappiamo, è solo una parte del sostegno dello Stato alla gerarchia, alle diocesi, alle scuole, alle opere di assistenza.

* * *

Come si vede la pressione cattolica sullo Stato "laico" italiano è crescente, si vale di molti mezzi, si manifesta in una pluralità di modi assai difficili da controllare e da arginare.

Le difese laiche - si è già detto - sono deboli e poco efficaci: affidate a posizioni individuali o di gruppi minoritari ed elitari contro i quali si ergono "lobbies" agguerrite e perfettamente coordinate da una strategia pensata altrove e capillarmente ramificata.

Quanto al grosso dell'opinione pubblica, essa è sostanzialmente indifferente. La questione cattolica non fa parte delle sue priorità. La gente ne ha altre, di priorità. È genericamente religiosa per tradizione battesimale; la grande maggioranza non pratica o pratica distrattamente; i precetti morali della predicazione vengono seguiti se non entrano in conflitto con i propri interessi e con la propria "felicità". In quel caso vengono deposti senza traumi particolari.

Perciò sperare che la democrazia possa diventare l'"habitus" degli italiani è arduo. Gli italiani non sono cristiani, sono cattolici anche se irreligiosi. Questo fa la differenza.

(5 agosto 2007)


Da Diario del 27 Luglio 2007

Costosa contrizione

Fare l'amore di questi tempi

I 660 milioni di dollari che la diocesi di Los Angeles ha stanziato per le vittime dei preti pedofili

di Luca Fontana

Curioso che sulla stampa americana il risarcimento di 660 milioni di . dollari, concordati dalla diocesi di Los Angeles in riparazione alle vittime di preti cattolici pedofili faccia prima pagina e in Italia no. Sulla Repubblica, - diciamo, il meno genuflesso dei giornali italiani - il titolo principale era «Pedofilia, ecco la Rete degli orchi e, accanto, un boxino rinviava a pag. 15: Abusi sessuali risarcimento record alle 500 vittime dei sacerdoti di Los Angeles. Ben detto, certo. Ma il maggior rilievo dato alla pedofilia in Rete, sposta un poco la percezione delle priorità del rischio. Secondo varie ricerche americane che mi sono letto, il corretto ordine di pericolosità è il seguente: in primo luogo la famiglia; in secondo luogo preti e organizzazioni cattoliche; in terzo luogo, organizzazioni per l'infanzia e l'adolescenza, quali boyscout, sunday school, ecc. La pedofilia in Rete o il turismo sessuale sono probabilmente un altro fenomeno che, con altri criteri, andrebbe analizzato. Su questo punto avrò occasione di ritornare.

Aver patteggiato con 508 vittime l'enorme risarcimento è un'abile mossa daparte della diocesi di Los Angeles, forse suggerita e manovrata da Roma, da molto in alto. Il patteggiamento evita infatti alcardinal Roger Mahoney - uno dei papabili americani, se come si pensa, e alcuni sperano, il pontificato di Benedetto XVI non sarà lungo - l'imbarazzo di dover comparire sul banco dei testimoni, e l'eventualità catastrofica, su quello stesso banco, di passare dalla condizione di testimone a quella di imputato, come accade al buon cardinal Law di Boston, che, poco prima della condanna, fu richiamato a Roma dove oggi gode di una dorata estate di San Martino come Arciprete della Basilica di San Giovanni in Laterano.

La diocesi Los Angeles aveva già pagato in precedenza 114 milioni di dollari in riparazioni. La diocesi di Boston ne pagò 85, ma dovette mettersi in amministrazione controllata. Altre cinque diocesi cattoliche sono in amministrazione controllata, e nel gennaio scorso quella di San Diego ha dovuto dichiarare fallimento. Nel 2004, il record delle compensazioni era stato battuto dalla diocesi di Orange, sempre in California, che aveva pagato 90 milioni di dollari a 90 vittime. La causa delle condanne è sempre la stessa: la gerarchia sapeva benissimo, ma quando uno scandalo stava per scoppiare, obbedendo all' ukase di Ratzinger De gravioribus delicti, del 2001, manteneva il più stretto segreto, rifiutava o addirittura fuorviava la giustizia civile, e si limitava a trasferire di parrocchia il prete pedofilo, spesso in parrocchie con maggior disponibilità di vittime.

Scusate se mi ripeto. Se le cifre sono così alte - e qui ne ho menzionate solo alcune che riguardano gli Stati Uniti, tralasciando un'altra dozzina di Paesi dall'Europa all'America latina, se un giudice irlandese si è lasciato sfuggire che «probabilmente in Irlanda si farebbe più in fretta a contare i bambini non sedotti o violentati da preti»; se persino il cardinale arcivescovo di Vienna e l'arcivescovo di Cracovia hanno dovuto dimettersi per la stessa turpe ragione; qual è il nesso tra la pedofilia e quella squallida e triste perversione sessuale che è il celibato ecclesiastico? Che funzioni da filtro selettivo?

Questo il legittimo dubbio.


Da Diario del 27 Luglio 2007, recensione (punteggiatura e sigle sono state da me corrette):

 

La fortuna di essere nazi

I buoni affari dei gerarchi delle SS nel dopoguerra

I Nazisti che hanno vinto di Fabrizio Calvi, traduzione di Maria Moresco, Piemme, pagine 362, 17,90 euro

Fabrizio Calvi, pseudonimo di un giornalista francese, autore di numerose inchieste sui servizi segreti americani e sulla mafia (La vita quotidiana della mafia dal 1950 ad oggi, Rizzoli 1986, e L'Europa dei padrini, Mondadori 1994,  Piazza Fontana. La verità su una strage, Mondadori 1997) e noto soprattutto per l'ultima intervista a Paolo Borsellino poche settimane prima della sua tragica morte, anticipa in questo suo libro (la versione originale francese è del 2005) alcune delle questioni che che poi ha sviluppato in una sua pubblicazione del 2006 dedicata alle ruberie perpetrate in Francia durante l'occupazione tedesca tra il 1940 e il 1944.

Il tema è quello non solo del giro di affari, ma soprattutto del sistema di rapporti, delle reti di protezione e di conoscenza che hanno consentito alle Ss, non tanto durante la Seconda guerra mondiale, ma soprattutto dopo, di non pagare i loro misfatti, comunque di non dovere rendere conto di fronte alla legge del loro operato. Il testo di Calvi che utilizza i documenti conservati dal Nazi criminal record interagency group, l'agenzia nata nel 1998 quando il presidente americano Clinton firmò il Nazi war disclosur act, che ordinò a tutte le agenzie governative di inventariare i documenti relativi agli ex nazisti ancora occultati nei loro archivi segreti, in vista della loro declassificazione.

Il quadro che emerge dall'inchiesta è inquietante un vero patto con il diavolo in cui tutti i vincitori della Seconda guerra mondiale, ma soprattutto Stati Uniti e Unione Sovietica hanno usato per scopi politici gerarchi e nazisti ed esecutori diretti di stermini e stragi. Un quadro che inizia con l'occultamento della realtà già durante la guerra (i dati sulla realtà dello sterminio sono già sufficientemente chiari alla fine del 1941, quindi in tempo reale, tenuto conto che la Conferenza di Wannsee che organizza e vara il piano operativo di sterminio è del 20 gennaio 1942). Per esempio Karl Hass, uno dei responsabili dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, divenuto responsabile della rete Los Angeles, organizzazione clandestina radicata in Tirolo e in Italia e incaricato di infiltrarsi nel Patito Comunista Italiano.

Oppure le attività dell'organizzazione clandestina Hacke, nata per volontà di Martin Bormann e installata in Europa e in America Latina, il cui obiettivo era controllare segretamente le attività di organizzazioni politiche estremiste nella Repubblica Federale Tedesca. Una rete, quest'ultima, infiltrata da agenti sovietici. Oppure ancora: è il caso della struttura delle SS in Ungheria intorno alla vicenda dell'oro nazista che appare e scompare nel corso del secondo dopoguerra ma i cui protagonisti, per esempio Wilhelm Hòttl, dapprima prigioniero in Austria in un campo americano, riesce a convincere i servizi americani del Counter Intelligence Corp (CIC) a servirsi di lui. È il 1948.

Nel giro di due anni, nel momento della creazione della Bundeswehr, ovvero dell'esercito federale, annunciato dal cancelliere Konrad Adenauer il 21 settembre 1950, Hòttl si troverà a essere ingaggiato da Friedrich Wilhelm Heinz, in precedenza alto ufficiale dell'esercito del Reich, per conto dell'esponente della CDU Theodor Blank, incaricato da Adenauer di riorganizzare le forze armate tedesche.

Nessuno è escluso da questa vicenda, dunque: ex alleati, sistemi di protezione, pezzi delle amministrazioni pubbliche, apparato di spionaggio. Un quadro, in breve, in cui emergono responsabilità a molti livelli e che, attraverso le storie di ex SS e propagandisti di Hitler, dice che l'immagine di un vizio persecutorio nei confronti di coloro che furono «uomini d'onore» (non è questa l'immagine che per esempio Erich Priebke racconta di sé?) è sostanzialmente non solo sbagliata, ma realmente beffarda. Non solo, ma a ben vedere ci dice anche qualcosa di più. Ovvero che a fronte, appunto, delle brillanti carriere del dopoguerra di ex SS e propagandisti di Hitkle le vittime hanno perso due volte, mentre i carnefici, in molti, hanno vinto.

David Bidussa


Da Diario del 27 Luglio 2007, recensione:

 

Good morning, Iraq

Dentro un wargame fatto di sangue vero e violenza gratuita

Il Racconto del Disertore

di Joshua Key, traduzione di Costanza Rodotà, Neri Pozza, pagine 228, 15 euro

Quando i film diventano realtà c'è sempre da preoccuparsi. Specie se si tratta di film come Full Metal Jacket. Il racconto del disertore di Joshua Key, un soldato qualunque che ha deciso di abbandonare la guerra in Iraq dopo aver partecipato a oltre 200 missioni armate, nasce come una confessione ma si sviluppa come un film. Un film che, pagina dopo pagina, ci trascina insieme al protagonista, in un wargame fatto di sangue, di violenza gratuita e di disprezzo razzista, che viene «giocato» soprattutto contro i civili e «avvera» in tutto e per tutto la profezia di Kubrick. «Un giorno ci misero in fila... a distanza di baionetta, ciascuno di fronte a un manichino a grandezza umana e ci dissero di immaginare che si trattava di un musulmano»... L'addestramento - che supera persino la fantasia del terribile sergente Hartman del film di Kubrick con slogan come «Uccidete. Uccidete.Uccidete i negri del deserto!» oppure «Un colpo, un morto, un arabo, un asiatico!» - produce i suoi «effetti collaterali» pochi mesi dopo, quando i camerati di Joshua picchiano a sangue, derubano o uccidono senza una ragione i civili iracheni, accompagnati da canzoncine come: «Prendi un parco giochi, riempilo di bimbetti, Butta un po' di Napalm, E cucina un po' di costolette» Molti ricorderanno una delle rarissime sequenze tv che abbiano mostrato la realtà della guerra: un uomo, inquadrato da un elicottero, che cerca di allontanarsi da un camion, i soldati che si chiedono scherzando se tirare o no e poi le urla di giubilo quando il target viene fatto a pezzi dalla mitragliatrice.

Key racconta una scena identica quando un pick up che taglia la strada a due blindati viene colpito e bruciato. «Sembrava una scena di Rambo», scrive. «I ragazzi della mia squadra lanciarono delle grida di soddisfazione... Avremmo potuto fermarlo o addirittura sequestrarlo. Ma era più semplice e più divertente sparargli e far saltare in aria il guidatore». Parole che illuminano retroattivamente le cosiddette «regole d'ingaggio» che costarono la vita a Calipari.

Quanto ai terroristi e alle «armi di distruzione   di   massa»,   la guerra si rivela una caccia ai fantasmi: «Il nemico era sempre invisibile, le nostre paure e frustrazioni crescevano e l'unico modo che trovavamo per scaricarci era prendercela con i civili». Il soldato Joshua è un patriota e un buon combattente, ma tre episodi, fra tanti, demoliscono definitivamente la sua fiducia in se stesso e nella missione. Vicino a Ramadi vede i suoi compagni prendere a calci le teste di quattro Iracheni che avevano ucciso e decapitato a raffiche di mitra.

All'ospedale dov'è di guardia «fraternizza con il nemico», cioè una bimbetta di sette anni che ogni giorno viene a chiedergli del cibo. Sino a quando viene abbattuta sotto i suoi occhi dalla raffica di un commilitone. Al confine con la Siria avviene l'episodio che lo spingerà poi a disertare e fuggire in Canada. Joshua vede una profuga di 13 anni che cerca di rientrare in Iraq per raggiungere la famiglia. Il doganiere iracheno la consegna alla polizia dicendo: «Stanotte ci divertiremo un po'». Quando Joshua corre dal suo superiore per chiedergli di impedire lo stupro quello gli risponde «Sono affari loro e non ci riguardano». In Italia fra i giornalisti che raccontavano la guerra esplose una nobile gara a chi fosse più «amerikano»: alcuni vennero messi sotto accusa per aver detto che oltre ai «terroristi» c'erano anche degli «insorti».

Bene, Joshua offre la seguente risposta: «I veri terroristi», scrive, «eravamo noi. Eravamo noi che terrorizzavamo gli iracheni. Noi che li picchiavamo. Noi che distruggevamo le loro abitazioni. Quasi sicuramente stupravamo anche le loro donne. E quelli che non venivano uccisi da noi avevano tutte le ragioni del mondo per diventare terroristi. Visto quanto stavamo facendo al loro popolo, chi poteva biasimarli se ci volevano uccidere, noi militari e con noi tutti gli americani. Questo pensiero fastidioso si insinuò come un cancro nel mio stomaco...Noi in Iraq eravamo diventati terroristi».

Una frase del libro cala come una pietra tombale anche sul giornalismo embedded: «Ogni tanto mi chiedo che cosa avrebbe pensato l'opinione pubblica americana se, con una videocamera in spalla , avessi ripreso ogni singolo pestaggio e omicidio compiuto dai soldati americani in Iraq. Ho il sospetto che il numero totale delle vittime avrebbe scioccato e sconvolto l'opinione pubblica americana, proprio come quando venne alla luce il massacro di My Lai». Kevin Sykes, l'unico cameraman embedded che filmò l'uccisione di un ferito in una moschea di Ndjaf venne immediatamente radiato dalle liste degli operatori che potevano seguire le truppe

Mimmo Lombezzi


Il Movimento Raeliano mi ha inviato questo comunicato il 12 luglio 2007 ed io più che volentieri lo pubblico:

Il Movimento Raeliano sostiene Paolo Pedercini

autore del videogioco "Operazione Pretofilia" censurato dai politici cattolici

in seguito ad un'interpellanza parlamentare firmata dall'onorevole Luca Volontè il 28 Giugno scorso, il collettivo Molleindustria, famoso per la sua graffiante satira sociale, politica e religiosa ha deciso di chiudere temporaneamente il proprio sito Internet che ospitava un provocatorio videogame in Flash dal nome  "Operazione pretofilia"(www.molleindustria.org).

Questo gioco s'ispira alle vicende narrate dall'ormai celebre documentario della BBC Sex crimes and the Vatican. Il giocatore veste i panni di un cardinale che viene incaricato dal Papa di una missione molto importante: mettere a tacere ogni voce sui casi di pedofilia che coinvolgono i preti cattolici.

Evidentemente un boccone troppo amaro da digerire per il sopra citato capogruppo dell'UDC alla camera, che lo ha bollato come provocatorio ed offensivo, l'ennesimo attacco alle istituzioni religiose ed alla fede cristiana. Ed ancora: Si applichi la legge 38/2006, perchè benché virtuali, la riproduzione e la divulgazione di scene che riproducono eventi così abominevoli sono vietate. Nessuno cerchi alibi con la scusa della libertà di espressione di sedicenti artisti offendendo così la sensibilità umana e religiosa.

Il Movimento Raeliano (www.rael.org) desidera esprimere tutto il proprio sostegno a Paolo Pedercini, autore del videogioco in questione, e denuncia il provvedimento del Parlamento Italiano come un'inaccettabile limitazione della libertà d'espressione. Ci auguriamo che Paolo Pedercini non ceda a queste pressioni censorie e che restituisca presto al pubblico questo simpatico ed educativo videogame rimettendolo on-line.

Molleindustria sta vivendo oggi in Italia quello che molti Raeliani hanno vissuto in Francia, Svizzera e Belgio quando, scandalizzati di fronte al fenomeno della pedofilia nell'ambito del clero cattolico, si sono uniti per fondare NOPEDO, un'associazione creata per denunciare i preti cattolici pedofili (www.nopedo.org). Numerose sono fioccate le denunce da parte di esponenti dell'alto clero e di funzionari di Stato volte a tappare la bocca a questa scomoda associazione. Ma la Giustizia (che a volte è giusta) ha respinto le accuse, affermando che il fenomeno è reale e che quindi non esistono gli estremi per denunce di diffamazione.

È per questo che riteniamo inammissibile che l'onorevole Volontè e tutti i parlamentari che lo fiancheggiano approfittino della loro posizione sociale e si servano in modo così palese e vergognoso di una legge dello Stato per mettere a tacere coloro che mettono a nudo le incoerenze e i misfatti della Chiesa Cattolica.

Sarà forse l'onorevole Volonté tanto solerte nell'occuparsi di coloro che commettono questi crimini, così quanto lo è nell'ostacolare coloro che questi crimini li denunciano?

Sarà forse egli altrettanto deciso e risoluto nel preoccuparsi delle migliaia di bambini abusati (reali e non virtuali) che portano ancora i segni nel loro corpo e nella loro mente delle atrocità subite? O meritano forse di essere immolate in nome di quel sentimento religioso al quale fa riferimento con dei toni al limite del fanatismo?

Se il nostro fosse il governo di un vero paese democratico non solo non porrebbe alcun ostacolo a questo videogioco che rappresenta nei fatti un preziosissimo strumento educativo e di denuncia sociale, ma si offrirebbe invece di finanziarlo e di garantirne la libera circolazione, affinché il maggior numero possibile di utenti, soprattutto tra i minori, imparino giocando a riconoscere ed evitare i pericoli che si celano all'interno degli ambienti cattolici.

Purtroppo i fatti dimostrano tristemente che il nostro è un governo storicamente piegato agli interessi della Chiesa Cattolica, che già in passato non ha esitato a soffocare con la forza qualsiasi pensiero si discostasse dalla dottrina cattolica, proprio in nome del sentimento religioso. In altre parole: siate pure liberi di pensare e dire quello che noi vogliamo! Evidentemente cambiano i tempi ed i metodi, ma non gli obiettivi.

Per ulteriori informazioni o richieste d'intervista: Tel. (omissis) Luigi Orlando


Da Diario del 29 Giugno 2007 dc:

L'ombra nera

di Furio Colombo

Un libro di Gianni Oliva affronta il disagio provocato dalla raffica di libri sui fascisti martiri e vittime

All'inizio c'è la frase - splendida e definitiva - di Primo Levi (da I sommersi e i salvati): «Ci troviamo davanti a una paradossale analogia tra vittima e oppressore e ci preme essere chiari: i due sono nella stessa trappola. Ma è l'oppressore, lui solo, che l'ha approntata e fatta scattare».

E il tema e il senso del libro dì Gianni Oliva che si intitola L'ombra nera (Mondadori, 2007) e che intende affrontare il senso di disorientamento e disagio provocato dalla raffica di libri sui fascisti martiri e vittime dell'antifascismo rappresentato come orda assetata di sangue e di vendetta.

Come è noto, il capobranco della nuova storiografia italiana - revisionismo unico in Europa, in cui all'improvviso i fascisti non sono altro che buoni padri di famiglia, strappati all'improvviso ai loro affetti e alla loro vita onorata dai cosacchi dell'antifascismo - è Giampaolo Pansa.

Giustamente, nei giorni scorsi, Pansa ha annunciato pubblicamente di non essere più di sinistra. Da anni è entrato a far parte dell'albo d'oro di Marcello Pera, di Sandro Bondi, di altri celebri personaggi trasferiti a destra quando domina la destra e desiderosi di non tornare, per non infastidire il mercato.

Il caso di Pansa - considerata vita, esperienza, cultura - è più complesso. Riuscire a dimenticare di avere letto libri-documento come La notte del '43 di Giorgio Bassani - come ciò che resta delle memorie di Duccio Galimberti o i semplici, saldi, inconfutabili diari partigiani di Paolo Murialdi e di Gina Lagorio - è un'esperienza non da poco, che avrà lasciato il segno. Tanto più che Pansa ha scritto dei suoi vinti non come di tristi e a volte ingiusti destini ambientati nella tragedia dei fascismi a cui avevano partecipato e profittato a lungo dalla parte dei vincitori.

No. L'autore del negazionismo resistenziale italiano ha scelto di amputare anche il dominio fascista, la Repubblica di Salò e la guerra partigiana, per concentrarsi su un dopo che - senza il prima - è comunque arbitrario e insensato, come un processo in cui lasentenza - giusta o ingiusta - venisse separata dal fatto.

È questo vuoto arbitrario che ha voluto occupare lo storico Gianni Oliva con una ricostruzione paziente e precisa di tutto l'orrore, tutta la crudeltà, tutto il sangue che ha segnato gli spaventosi anni della guerra partigiana.

Oliva si è assegnato tre percorsi essenziali che - anche senza il negazionismo - rischiano di scomparire dalla storia italiana a causa del tragico equivoco secondo cui vittima e oppressore dovrebbero avere una «memoria condivisa» perché senza una memoria condivisa del passato una comunità non può tenere insieme il futuro.

Errore clamoroso, ci dice Gianni Oliva. Poiché non ci può essere la memoria condivisa della vittima e dell'oppressore se si sostituisce una memoria falsata, sbiancata, amputata.

In quel vuoto qualunque interpretazione è buona. E se il tempo riporta alla ribalta solo fascisti che diventano le vittime di allora, la storia non sarà memoria condivisa.

Invece ci aiuterà a dimenticare, anzi cancellare il male fatto all'Italia, sovrapponendo una collezione di episodi di ritorsione o di condanna tardiva che - fuori contesto - appariranno delitto e pura vendetta.

I tre percorsi di Oliva sono le stragi, le bande di torturatori e l'attivismo delle varie volontarie e semivolontarie formazioni di combattimento italiane dedite esclusivamente al collaborare con le unità tedesche nella caccia ai partigiani, nell'individuazione e cattura degli ebrei, italiani contro italiani. È un affresco doloroso e tragico, che estrae dalle vicende inconfutabili di un tempo lontano un forte senso di attualità. Come per le leggi razziali e il destino degli ebrei sotto il nazismo e il fascismo, negare la sorte, la lotta, l'immenso spargimento di sangue degli antifascisti per la libertà e la dignità italiana vuol dire ridurre a scherzo opportunistico la nascita di un'Italia libera dopo il fascismo.

Vuol dire attribuire agli americani - solo agli americani - la nascita della Repubblica, altrimenti percorsa e colpita da banditismo perverso e sovietizzante.

Ecco dunque il compito che Gianni Oliva si è assunto in nome di un'Italia che ha combattuto per la sua libertà e che ha patito il doppio furore dei tedeschi disturbati nel loro sogno di onnipotenza e dei fascisti rimasti succubi di quel sogno del superuomo che essi chiamavano onore.

Il libro è dunque, prima di tutto, un dettagliato inventario di stragi, in cui le caratteristiche quasi invariabilmente sono la arbitrarietà, ovvero la ricerca della lezione esemplare gratuita, inaspettata, piuttosto che la risposta a un evento; la crudeltà che prevede quasi sempre il coinvolgimento dei bambini fra le vittime, secondo il modello delle stragi con cui i nazisti avevano già insanguinato l'Europa; e il numero delle vittime.

Se si moltiplica per il numero di parenti e conoscenti di ciascuna vittima o famiglia di vittime in ciascuna regione, ci si rende conto dell'istantaneo diffondersi fra moltissimi di un fortissimo e diffuso sentimento di ostilità, di un disperato bisogno di rivalsa.

Una parte dello studio-inchiesta di Oliva è dedicata alla varietà delle formazioni fasciste italiane, spesso avventura personale di comandanti.

Tante radici diverse, dall'arditismo combattentistico al fervore fascista. Ma sempre sottomissione ai comandi tedeschi e una missione esclusiva: combattere gli italiani, catturare gli ebrei.

Naturale che non abbiano lasciato la predisposizione a una memoria condivisa dopo la liberazione. Infine le bande di torturatori, imprese quasi in proprio legate a un sadismo estremo e fanatico di avventurieri al servizio mercenario di tedeschi e fascisti.

Essi popolano il capitolo più ignoto, meno frequentato, meno chiarito dalla storia sul fascismo di Salò.

Oliva lo ripropone con notizie esatte fino agli orrendi dettagli per dire: ecco, questo era il contesto. Il resto è negazionismo.


Da Diario di Giugno 2007 dc:

Eccolo qua, il Partito Democratico

Un impasto di nomenklatura spartitoria, ipocrisia, clericalismo. E per di più, perde voti alle elezioni...

di Enrico Deaglio

Lo stratega politico prevede che, per il governo Prodi, ormai l'estate sia «sfangata» e che il governo stesso sarà quindi in grado di preparare la nuova finanziaria e poi «scavallare» il 2007. Del 2008 nessuno è in grado di anticipare nulla.

Per il sociologo-politologo, i dati delle elezioni amministrative sono assolutamente chiari: le ha vinte la Casa delle libertà. La delusione nei confronti del centrosinistra si è manifestata con astensione più che con cambiamenti di fronte. Il Nord, con l'elezione a valanga di un candidato razzista a Ve, ha dimostrato insieme due cose: quanto possa essere grande la delusione quanto gli elettori siano attratti dal forte. Sono solo frastornati o sono anche volenterosi? Eterno dilemma.

Per chi fa i conti, essi sono pessimi per il centrosinistra. Stando ai sondaggi, al clima che lo circonda e al calcolo attuale, il futuro Partito Democratico alle future elezioni potrà posizionarsi tra il 20 e il 25 per cento dei voti. Questi, sommati a un prevedibile 10-12 cento raccolto dalla sinistra, lascerebbero comunque lontanissimo il traguardo della maggioranza.

Questo nuovo partito è nato molto male - una lucida descrizione della sua gravidanza l'ha data Omar Calabrese su il Corriere domenica scorsa. Può ancora cambiare registro? È francamente molto difficile: l'impasto di spartitoria, ipocrisia, clericalismo ne costituisce il codice genetico. Semplicemente, il meccanismo messo in piedi è destinato a produrre un prodotto politico il cui destino sarà quello che ho provato a immaginare, numeri prevedibili, poche righe so. Che senso ha?

L'unica possibilità è che questo partito possa costituire una maggioranza con un altro partito di centro (Casini, Follini...) e che poi questi due blocchi chiedano sostegno parlamentare alla sinistra. Ma è una ipotesi molto difficile, complicata e sicuramente non stabile. Ma soprattutto non tiene conto quello che farà la destra, che conosce della sinistra i meccanismi elettorali e che, si votasse ora, sicuramente vincerebbe.

Dispiace, in sostanza, che nasca in Italia un nuovo Partito Democratico che ha nel suo statuto fondativo l'assicurazione alla sconfitta. Dispiace, ma, a essere del tutto sinceri, non sembra possibile fare cambiare idea a chi ha immaginato tutta questa nuova architettura politica. Ogni giorno che passa, a ogni defezione che si annuncia, a ogni sondaggio pessimo, la costituente di questo nuovo partito oppone una sicurezza, una insensibilità che sarebbero spiegabili solo se Prodi, Fassino, Rutelli avessero un asso nella manica, ma non ce lo volessero dire. Purtroppo, scopriamo ogni giorno, non hanno alcun asso nella manica, ma non hanno neppure la forza di tornare indietro.

L'alternativa, come tutti sanno, si chiama Walter Veltroni che però, a quel punto, non dovrà tanto battersi contro il leader della destra, quanto pararsi dai colpi bassi dall'interno. Oppure, se ne ha la forza, abbandonare il Partito Democratico attuale e farne un altro. Il carisma ci sarebbe, uno staff ci sarebbe, ci vogliono anche i soldi, per promuovere un certo genere di imprese.

L'Italia che esce dal voto non stupisce più di tanto. Siamo un Paese vece ricco, due condizioni che non favoriscono certo idee di progresso. Se siamo però anche un Paese che resiste - e qui c'è un vero zoccolo duro - alla mafia, alla corruzione , all'incompetenza, al medioevo continuamente riproposto. Basterebbe, si sente dire, che avessimo dei leader che solo facessero da megafono a tutto ciò. E invece - e francamente non si capisce perché - i nostri sono solo pronti a baciare la pantofola, a proporre cani antidroga nelle scuole, a dirci che sbagliamo se vogliamo andare in pensione con qualche soldo, a dirci che se non siamo sposati andiamo all'Inferno, a dirci che non possiamo avere l'aumento perché prima bisogna risanare del tutto i conti pubblici, a dirci che non bisogna chiedere troppo, mai, in nessun caso.

Perché, se facciamo così, la reazione è in agguato e non aspetta altro. Poi ci dicono che Luca Cordero di Montezemolo («che non è un incrociatore», scriveva Fortebraccio) bisogna starlo a sentire. E se stiamo a sentire Luca, perché non dobbiamo stare a sentire anche Briatore che ha una carriera più interessante della sua e che anche lui si è fatto strada nella vita?

Niente da fare. Dovunque guardiamo, siamo fregati. C'è sempre qualcuno che ci dice che non abbiamo capito bene, che non abbiamo capito come è fatta l'Italia, che non abbiamo capito che con le banche bisogna sedersi al tavolo, che non abbiamo capito che l'animo profondo dell'Italia è di destra e che quindi bisogna muoversi con cautela, che non abbiamo capito che la famiglia eccetera, che non capiamo niente.

Se non l'avete ancora capito, questa lunga geremiade serve solo a dichiarare il mio assenso alla costruzione del Partito Democratico. Ho sempre sognato di votare un partito votato a perdere, ma che ha avuto il merito di attirare a sé il ciociaro Giuseppe Ciarrapico, che voterà come me e non rinnegherà di aver contribuito, valente editore, a far conoscere il pensiero di Hitler in Italia.

 


Da Diario di Giugno 2007 dc:

 

Ayaan Hirsi Ali, la sinistra e la Vandea

di Vicky Franzinetti

 

Perché la sceneggiatrice del film di Theo van Gogh non è stata difesa? Per una rotazione di valori...

 

Quand'ero bambina avevo un'amica di nome Jane con cui passavo lunghi pomeriggi, giocavamo e andavamo a vedere una delle poche tv del paese, quella di mia nonna, e ridevo. Crescendo ci allontanammo e la vidi solo due o tre volte prima che emigrasse in Canada per amore. Mi ricordo con chiarezza una di quelle volte in cui le raccontai del '68 e le spiegai che avremmo fatto la rivoluzione. Jane non era diventata «di sinistra» o rivoluzionaria, ma era cambiata coi tempi. E mi disse: «Certo che se in Italia non c'è contraccezione, non c'è aborto e non c'è divorzio e non potete farvi uno spinello, capisco che tu sia stata costretta a diventare di sinistra». La cosa mi parve quasi offensiva all'epoca, ma mi rimase in testa perché credo fosse vera, magari non per me, ma vera. L'Italia degli anni Sessanta era così repressiva e regressiva, limitava a tal punto le libertà personali che molte donne e uomini si ritrovarono spinti nella sinistra magari anche senza essere stati a favore di una re-distribuzione più equa del reddito o di un cambio della proprietà dei mezzi di produzione, ma semplicemente perché non volevano vivere in uno strato di subordinazione. Allora si ebbe il coraggio di rompere, di pensare e di dire.

L'altra sera una mia amica di vecchia data, che stimo, mi spiegava che l'Italia non era pronta per i Dico e che dovevo accettare il fatto che l'elettorato non li avrebbe voluti: le ho detto che tre cose per me rispondono a una logica non di mercato (compreso il mercato elettorale): la disponibilità del proprio corpo, e quindi il poter godere e riprodursi, la coscienza (laica o religiosa o ambedue) e la scelta del voto. Questo purché a pancia piena, ovvero avendo di che mangiare. Per quei principi si può stare in minoranza. Si difende, penso, la libertà e quindi le persone, non le persone e quindi la libertà. Inoltre non si vota o non si difendono questi aspetti, coscienza, idee, scelte di religione o laicità, secondo un criterio di maggioranza: non si vota per chi vince, si vota secondo coscienza, si cerca di costruire una maggioranza e a volte si perde.

Non so se avrei dato una risposta così netta se non avessi avuto la fortuna di ascoltare per due giorni Ayaan Hirsi

Ali, che mi ha ricordato l'importanza di pensare e poi trarre le conclusioni, e non di trarre le conclusioni e poi, se è il caso, pensare.

Hirsi Ali è arrivata come rifugiata in Olanda nel 1992 e dopo aver studiato, ha lavorato per un centro di ricerca laburista. Di lì è passata alla politica ed è stata eletta come parlamentare del Vvd nel 2003. Il 16 maggio 2006 l'allora ministro Rita Verdok, messa sotto pressione da molte parti, soprattutto dalle comunità islamiche immigrate in Olanda e da una frangia relativista, le ha tolto la nazionalità sostenendo che aveva mentito nella domanda di cittadinanza e rifugio: Hirsi Ayaan aveva usato Ali (uno dei suoi cognomi) e non Magan, per non essere rintracciata dalla famiglia, cosa che per altro aveva dichiarato, e aveva mentito sulla data di nascita. Dopo sei settimane e una crisi di governo, le è stata ridata la nazionalità, ma nel frattempo Ayaan, che ormai viveva sotto scorta, ha scelto di andare negli Usa e lavorare per il think tank conservatore American Enterprise, vicino a Cheney. Era stata la sceneggiatrice di Submission di Theo van Gogh, che per aver girato questo film è stato ucciso a coltellate da un estremista islamico.

Nel film, che vuol dire «islam», ovvero «sottomissione», tra l'altro vengono proiettati sul corpo di donne alcuni versetti del Corano sul trattamento per le adultere, e vengono riportati racconti di donne musulmane maltrattate. Chiede l'autrice: è peggio proiettare il versetto o picchiare un corpo?

Questa sua storia mi pare evidenziare le «rotazioni», ovvero i temi che appartengono a una parte politica, ma che agiscono come cardini, che permettono il passaggio da una parte all'altra. Rotazioni: la sinistra avrebbe dovuto difendere questa donna (indipendentemente dal fatto che lei fosse di sinistra, come era stata, o di destra - come è diventata) e non lo ha fatto.

La sinistra occidentale ha deciso che la differenza deve essere veramente «diversa da sé» e quindi ha difeso la parte reazionaria della comunità in questione, e non ha difeso lei, la donna ribelle, perché non era abbastanza diversa? Come difendere il peggio dell'Opus Dei per rispondere alle donne che vogliono diventare sacerdoti. Come dire che gli intoccabili indiani non devono fare i primi ministri, come è successo, perché non è nella loro tradizione. Ah, signora Contessa!

Rotazioni tra destra e sinistra, ma perché donne e sesso (e a volte gli ebrei) sono stati tradizionalmente i perni su cui ' ruotare le idee e le partigianerie in Europa? Sarebbe successo lo stesso se fosse stata un uomo? Forse. Sarebbe successo se il caso l'avesse fatta nascere altrove? Forse. La sinistra non è forse paladina dei diritti e della liberazione delle persone che possano esprimere la propria sessualità e personalità? Però se un Paese, seppur oppresso, vieta proprio questa libertà, si sta zitti? Non si denuncia? Perché la politica estera governa sulla politica delle idee? Perché la politica estera governa sui corpi? Perché c'è sempre qualche motivo moralmente grandioso per cui può diventare accettabile, o per lo meno negoziabile, il fatto che il corpo di una donna sia maltrattato, coperto, scoperto o beffeggiato?

E io parafraso: forse che una soma la non mangia come gli altri esseri umani? Se la pungete non prova dolore? Non si ammala delle stesse malattie delle donne europee? E non si cura con le stesse medicine?

Forse che certi diritti vanno bene per noi, che usciamo dal silenzio, ma che rispettiamo le culture altrui ma per rispetto delle culture altrui (e non della nostra) non diciamo che far sposare una donna contro la sua volontà è un crimine, che mutilarla è un'offesa a tutte. Forse aveva ragione Don Rodrigo dopo tutto, e non bisogna sposarsi per amore, o amare per passione. Forse che le idee di uguaglianza vanno bene per alcune e per le «altre» vale solo la differenza? E quale, quella dei maschi?

Ayaan Hirsi Ali diceva che il suo corpo è suo, che amerà chi vuole, che nessuno doveva mutilarlo, che la religione e lo Stato devono essere separati.

Sostiene che fintantoché una religione prevede la pena di morte per chi l'abbandona (condanna per apostasia) non la si può riformare. Mi pare ovvio che il divieto di dissenso, punibile con la morte, sia un fatto grave: se si fossero bruciate o lapidate le donne cattoliche del dissenso negli anni Sessanta, il dissenso sarebbe stato più complicato. Non basta una banale scomunica? C'è chi risponde che un tempo anche dalle nostre parti si condannavano a morte le eretiche, che furono messe al rogo donne come le streghe. Et alorsì Non è che la globalizzazione e l'annullamento dello spazio abbia come inevitabile conseguenza anche l'annullamento del tempo, per cui i nostri crimini del passato giustificano quelli del presente.

Ma soprattutto Ayaan Hirsi Ali mi ha ricordato che le idee vivono nelle persone ma vanno difese in sé: che nessuna cultura e abitudine dovrebbe limitare la libertà di altri/e, per esempio che nessuno dispone della libertà altrui di vivere, di lavorare e di disporre del proprio corpo. Anch'io ho vissuto e spero di vivere secondo questi principi. Nessuno deve poter disporre del corpo delle proprie figlie e dei propri figli, ma solo del proprio.

Ayaan Hirsi Ali ha sostenuto il diritto alla critica, all'opinione, all'uguaglianza tra uomo e donna, alla separazione tra Stato e religione, ha sostenuto i diritti umani (che in Italia si chiamano ancora diritti dell'uomo). Ha sostenuto di avere gli stessi diritti che abbiamo noi. E io dovrei dire che, poiché è nata somala, ci dispiace tanto ma la sua cultura non lo prevede, che deve avere diritti diversi e magari pochi? Che non doveva proprio mettersi contro suo padre? Non credo di concordare con lei in questioni di politica sociale, economica e globale. E allora? Per questo forse non ha diritti? Io che sono laica, che nel 1989 ho portato in tribunale l'editore del libro elementare di mio figlio perché imponeva racconti religiosi e ho avuto titoli di giornale, «Mamma contro Gesù Bambino», e telefonate minacciose per mesi, io dovrei dirle che se nega le sue radici è apostata, e va bene che debba vivere sotto scorta 24 ore al giorno? Dovrei dire che la morte atroce di Theo van Gogh non è che un episodio increscioso, e che il messaggio che gli hanno piantato con il coltello sul petto contenente minacce ad Ayaan va compreso?

Facciamo il supermercato dei diritti? A ognuno/a secondo la sua cultura e natura: «Buon giorno signora, mi faccia vedere, lei è di ascendenza cinese, quindi poco dissenso, ma una grande cultura, un solo figlio, niente diritti sindacali nelle Epz (export processing zones) e Sez (special export zones) ma un bel tasso di crescita economica». «Lei invece è musulmana: niente laicità per lei». «Lei è italiana: non può parlare male del papa, ma dei gay sì. Poi le deve piacere la tv». «Che identità sceglie? Ne offriamo tre per il prezzo di due. Tuttavia si ricordi che una volta scelta, l'identità vale anche per i suoi discendenti e se lascia l'islam è apostata, se è inglese deve andare alla guerra e se è finlandese deve amare i laghi ma può avere un primo ministro donna senza che sia uno scandalo. L'anima invece si trova in India. L'offerta "Diritti per tutti" è scaduta, magari la riproporremo, raccolga i punti. Avanti un'altra». Se non fosse tragico sarebbe banale.

I dibattiti con Ayaan alla Fiera del Libro di Torino erano pieni e non c'era molta sinistra in platea. Perché? A me pare che sia essenziale presupporre l'uguaglianza perché ognuno/a possa esser diversa/o, e non viceversa. La diversità non è il presupposto per l'uguaglianza: io non presupporrò di essere un essere vivente diverso da Ayaan Hirsi Ali, se non per i percorsi delle nostre vite e per le nostre scelte, di vita o politiche, per le capacità, per le opportunità che abbiamo avuto.

Ayaan Hirsi Ali può irritare: perché è una diversa che vuole essere uguale? Non si perdona l'uguaglianza. Soprattutto agli inferiori? Chi ha il coraggio di dire a una donna che è stata condannata a morte per esser laica (come Giordano Bruno, ve lo ricordate?), per aver rinnegato quella che viene considerata la sua cultura di nascita (come noi, vi ricordate? Aborto, divorzio, diritto allo studio, al lavoro, legge sulla violenza sessuale, la scelta sessuale), chi ha il coraggio di dirle che sarebbe meglio che portasse il velo, che a lei non è permesso un percorso individuale?

Quello che mi ha ricordato è la potenza enorme delle idee (anche quelle che non condivido) e che la vita ha qualcosa di più che non farla passare mangiando e dormendo con qualche buon libro e due o tre film. La ringrazio e le sono debitrice per aver messo in luce le mie (e forse nostre) miserie, di persone che non discutono più se non di chi andrà dove e su quali equilibri esa, enta, dodecapartito si reggerà, come il governo che trema all'idea che due adulti consenzienti dello stesso sesso vogliano ratificare socialmente la loro relazione, e perché no, che una faccia un figlio senza sposarsi.

Ayaan Hirsi Ali dice che il conflitto di civiltà è già in atto. Io non lo penso e spero di no, ma vorrei che ci fosse un po' più di conflitto dentro di noi, che discutessimo davvero.

Sarò dalla parte delle bambine? Che coscienza ho della mia vita? Alla fine siamo diventate/i solo quello che facevamo e nulla di più. Chi si è sposata «solo perla pensione, la famiglia, o che so io» è diventata una signora, le altre son rimaste

signorine, ma ci si può sempre occupare delle donne oppresse. Oppure altre mi dicono: tu porti un velo mentale che diversità ha da quello fisico? Oppure che chi non fa l'escissione è «sporca». E io risponderei, come ho risposto, che non si deve mutilare il corpo di un'altra persona, soprattutto se minore. Non credo che ci sia uno scontro di civiltà in atto ma è in corso una rotazione di valori tra destra e sinistra, tra sinistra e destra.

Si dice che non ci sono valori, più che altro mi pare che ci siano ma non sappiamo dove collocarli. La rotazione fa sì che la sinistra non difenda i valori di uguaglianza da cui è nata, per cui non sa cosa dire.

Non voglio svegliarmi un giorno con la Vandea a sinistra solo perché, come la vera Vandea, difende la conservazione e la fedeltà all'identità e alla cultura del posto.

 


Da Sapere giugno 2007 dc

 

Galileo liberato

 

di Mariapiera Marenzana

 

L’8 febbraio 2007 Galileo Galilei è stato liberato. Nel corso di una manifestazione all'insegna della laicità dello Stato, una delegazione di Radicali Italiani, con la segretaria Rita Bernardini, e dell'Associazione Mazziniana, con il presidente della sezione romana Massimo Scioscioli, si è recata in Viale Trinità dei Monti, nei pressi dell'Accademia di Francia - già palazzo Medici e parte dell'ambasciata del Granducato di Toscana presso lo Stato Pontificio - e lì, munita di passione civile e di tronchesini, ha liberato dalle sterpaglie che la nascondevano la stele che ricorda la prigionia di Galileo Galilei durante il processo a suo carico voluto dal Tribunale dell'Inquisizione nel 1633- Ora, sfrondata dall'esuberante vegetazione che la soffocava, è restituita alla vista la colonna con targa bronzea recante la seguente iscrizione: «Il prossimo palazzo già de' Medici fu prigione a Galileo Galilei reo d'aver veduto la terra volgersi intorno al sole. SPQR MDCCCLXXXVIII». La "liberazione" di Galileo - seguita da una manifestazione contro la pena di morte e l'omaggio a Giordano Bruno a Campo dei Fiori, dove il filosofo fu messo al rogo nel 1600 - rappresenta un gesto fortemente simbolico, con cui si sono aperte le celebrazioni per il 158° anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del 1849, lo sfortunato triumvirato di Mazzini, Armellini e Saffi, che nei cinque mesi di vita, volle abrogare la pena morte, immediatamente reintrodotta da Pio IX, non appena rimesso al potere dalle truppe francesi di Luigi Napoleone.

 

Pena di morte perpetrata nello Stato Pontificio fino ad anni relativamente recenti, come documenta una lapide a piazza del Popolo, che ricorda l'uccisione di due patrioti (i carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari), lì pubblicamente avvenuta nel 1825 (i papi di allora, a differenza di quelli attuali, il cui rispetto per la vita si spinge alla difesa dell'ovulo appena fecondato, dell'embrione ancorché gravemente malformato, delle cellule staminali, erano evidentemente assai meno sensibili al riguardo).

 

La rimozione della vegetazione dalla stele costituisce anche un piccolo gesto riparatore dello scarso interesse di Roma per lo scienziato che la visitò a più riprese, inizialmente per entrare in contatto con gli studiosi gesuiti del Collegio Romano, in seguito per difendere, sulla base delle sue osservazioni astronomiche, la posizione copernicana; la città che lo vide prima ammonito a non diffondere le idee nuove e, infine, condannato per eresia all'abiura e al carcere perpetuo. Un gesto peraltro che, nell'esibito clima papistico attuale - di rispetto preteso dalla Chiesa per le sue posizioni, non importa quanto assurde, anacronistiche o persino incivili e spietate, e troppe volte ostentato anche da chi non le condivide - assume un

valore provocatorio: e questo la dice lunga sulla vitalità, a distanza di quattro secoli, di quel potere che volle la pena di morte per Bruno, e che l'avrebbe comminata anche a Galileo, non fosse stato per la fama europea del grande scienziato, la sua tarda età, alcune influenti amicizie di cui godeva e soprattutto l'abiura cui fu duramente costretto.

 

Ma torniamo alla prigionia di Galileo. Dei sei viaggi che lo scienziato fece a Roma fra il 1587 e il 1633 (D, quest'ultimo fu il solo che egli avrebbe voluto evitare e a cui fu obbligato con la forza. Nel febbraio del 1632 egli aveva pubblicato a Firenze il suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, per il quale aveva ottenuto l’imprimatur ecclesiastico, ma già nell'agosto di quello stesso anno l'amico Lorenzo Malagotti scriveva da Roma a Mario Guiducci, studioso e allievo di Galileo, di aver sentito che c'era «qualche riflessione sopra il detto libro per correggerlo o sospenderlo, o forse proibirlo». Di fatto in agosto ne venne vietata la diffusione e il papa Urbano VIII nominò una commissione speciale perché lo esaminasse. In settembre il Dialogo fu sottoposto alla Congregazione del Sant'Uffizio, e in ottobre Galileo venne convocato a Roma per difendersi dall'accusa di eresia. Che cosa era successo, in così breve tempo, che giustificasse un tanto rapido precipitare degli eventi?

 

Il papa, già amico e ammiratore dello scienziato, era stato accusato dai potenti cardinali spagnoli di simpatie filofrancesi e soprattutto di compiacenza, nelle intricate alleanze della guerra dei Trentanni, nei confronti della Svezia eretica di Gustavo Adolfo. Niente meglio del deferimento di Galileo al Tribunale dell'Inquisizione poteva riabilitare il papa come difensore dell'ortodossia religiosa.

 

Inoltre, sul piano personale, egli era in collera con Galileo, che aveva inserito a chiusura del Dialogo un argomento utilizzato da Urbano VIII per dimostrare l'impossibilità di spiegare con la ragione eventi fisici- Dio può fare qualsiasi cosa in modi non accessibili al nostro intelletto – ma lo aveva posto sulle labbra dell'ingenuo Simplicio. A tutto ciò è da aggiungere la mai sopita ostilità dei gesuiti nei confronti dello scienziato.

 

Galileo sperò inizialmente di essere interrogato dall'Inquisitore di Firenze, poi di poter almeno rinviare il viaggio a Roma. Si appellò al cardinale Francesco Barberini, nipote del papa, adducendo la tarda età, la salute malferma, i rigori della stagione invernale, i pericoli del viaggio, soprattutto a causa della peste che ancora serpeggiava. Ma fu avvertito che il suo temporeggiare rischiava di essere interpretato come volontà di sottrarsi al giudizio, e pertanto, venne minacciato di essere condotto a Roma in catene. Così il 20 gennaio del 1633 si mise in viaggio «anteponendo l'ubbidire al vivere».

 

Non è difficile immaginare lo sgomento che pervase l'animo di Galileo, il conflitto tra timori e speranze, la delusione nel constatare che la sua ventennale opera di persuasione non avesse minimamente scalfito l'intransigenza anticopernicana della Chiesa; e forse il rimpianto di aver lasciato, a suo tempo, la Repubblica di Venezia dove, come gli scriveva l'amico Fulgenzio Micanzio, «certo non le saria fatto torto». Di sicuro lo accompagnava il timore - quand'anche non avesse avuto sentore delle imputazioni di eresia eucaristica   nascoste dietro la facciata
della tortura e della morte, già inflitte a Giordano Bruno, le cui idee e opere ben conosceva, ma al quale mai né lui né i
suoi amici e allievi avevano osato fare riferimento, negli scritti e nella corrispondenza.

 

Il 13 febbraio 1633 Galileo giunse a Roma, dopo aver sostato alcuni giorni al confine di Ponte Centina. L'Urbe temeva infatti il contagio della peste che tanti morti aveva causato a Firenze: i viandanti erano soggetti a quarantena, i libri smembrati, affumicati e profumati. In attesa del processo, che avrà inizio solo il 12 aprile, a Galileo venne concesso di soggiornare a palazzo Firenze, nella residenza dell'ambasciatore di Toscana Niccolini, piuttosto che nelle celle del palazzo del Sant'Uffizio (il papa non voleva irritare troppo il suo vicino, il granduca di Toscana, di cui Galileo era illustre e stimato primo filosofo e matematico). Forse venne anche accolta la richiesta di Galileo di potersi recare talvolta a passeggio nei giardini di villa Medici, sempre restando l'obbligo di non incontrare e ricevere alcuno.

 

Il processo, si ricorderà, non entrò nella discussione scientifica degli argomenti affrontati da Galileo, ma ruotò intorno alla mancata ottemperanza dell'ingiunzione fattagli nel 1616 di non trattare in qualsivoglia modo la teoria copernicana. Galileo affermò di non aver mai visto il documento notarile in questione, ma di aver solo sentito dalla voce del cardinale Bellarmino che «per essere l'opinione di Copernico, assolutamente presa, contrariante alle Scritture Sacre, non si poteva né tenere né difendere, ma che exsuppositione si poteva pigliare e servirsene», cioè come facilitazione nei calcoli astronomici. Conscio di aver trasgredito le ingiunzioni, di aver giocato d'azzardo fidando, troppo ingenuamente, nella protezione del pontefice, e nell'evidenza della ragione, Galileo si giocò la sua ultima carta, sostenendo di non aver voluto difendere il sistema copernicano, ma di aver solo addotto prove non concludenti in suo favore, accanto ad altre contro di esso. Si offrì persino di aggiungere una o due giornate al Dialogo per riprendere gli argomenti sospetti e confutarli.

 

Alla fine, dopo che gli venne mostrata la sala della tortura, non gli restò che sottoscrivere il testo dell'abiura. «Del resto son qua nelle loro mani, faccino quel che gli piace»: le parole da lui rivolte ai giudici esprimono tutta l'amarezza per il fallimento del suo tentativo di convincere la Chiesa a non commettere errori che un giorno sarebbe stata costretta a riconoscere. E l'abiura, che il visionario Bruno aveva rifiutato per testimoniare con la vita la legittimità delle sue geniali intuizioni, venne da lui accolta come una liberazione: non avrebbe più potuto parlare esplicitamente di copernicanesimo, ma l'opera che aveva già in mente di scrivere - alla quale si cominciò a dedicare all'indomani della condanna, e che riuscì a far pubblicare in Olanda nel 1638 - Discorsi e dimostrazioni matematiche sopra due nuove scienze, costituisce il suo più alto risultato scientifico e porta ulteriori argomenti a sostegno della nuova visione del mondo.

 

Nei primi giorni di luglio 1633 a Galileo venne concesso di lasciare la città in cui tanto aveva patito, e di recarsi a Siena, ospite per sei mesi dell'amico arcivescovo Piccolomini. Alla fine di quello stesso anno potè tornare a Firenze, confinato fino alla morte nella sua casa di Arcetri, isolato dal mondo e controllato dall'Inquisizione. 


Da Diario dell'1 Giugno 2007 dc:

De delictis gravioribus

di Luca Fontana

La pedofilia, il documentario «Sex Crimes and the Vatican», i tubetti di Smarties e i Bounty

Sarà sfuggito ai nostri media genuflessi, impegnati a cercar di scongiurare l'acquisto da parte della Rai del documentario Sex Crimes and the Vatican prodotto dalla Bbc nel 2006, e poi a deprecarne le presunte «falsità» o «imprecisioni», senza averlo visto, che il giorno 23 maggio, a Parma, Italia, è stato condannato, con rito abbreviato, a 12 anni di galera un missionario italiano, don Marco Dessi per violenza sessuale nei confronti di bambini in Nicaragua dove il buon padre era missionario.

Interessante notare che l'uomo di Dio era stato denunciato non dal suo vescovo, che sapeva, ma dalle associazioni di volontariato italiane e dal Comune di Correggio - costituitisi parte civile, che inizialmente aiutavano la sua missione, e che si sono, a ragione sentite tradite nella propria buona fede. Il missionario è stato giudicato in Italia in base al principio secondo cui delitti come la violenza su minori perpetrati all'estero da cittadini italiani sono da giudicarsi in Italia. In questi giorni, in Svizzera, dove si sono avuti numerosi casi di preti cattolici pedofìli - anche qui, tra 22 nazioni (le ho più volte elencate in questa pagina) dove si è riscontrata la diffusione endemica della pedofilia ecclesiastica è intonsa come sempre l'Italia - mi è stata raccontata una barzelletta carina.

Lo schema narrativo è vecchio: il parroco di fresca nomina non sapendo bene che penitenze dare in confessione, chiede consiglio al chierichetto; la battuta finale però è nuova. «Cosa dava il vecchio parroco per un rapporto anale?». «Oh», fa il navigato chierichetto, «a volte un tubetto di Smarties, a volte un Bounty». In un Paese povero come il Nicaragua, padre Dessi sarà stato anche più clemente, e senza arricchire la Nestlé.

Secondo il segretario della Cei, monsignor Betori, il documentario Bbc mente perché la disposizione ecclesiastica Crimen sollicitazìonis che impone la segretezza assoluta e vieta il deferimento dei colpevoli all'autorità giudiziaria - come dire, secolare? - è del 1962, quando Ratzinger non era a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede. Come notava Voltaire, nella casistica gesuitica l'omissione di una verità non è ritenuta menzogna.

Monsignor Betori omette di dire, come dice la Bbc, che la Crimen sollicitationis è stata rinnovata e riattualizzata da un'ulteriore disposizione del 18 maggio 2001, la De gravioribus delicti, in cui si dice: «Ogni volta che l'ordinario o gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolto un'indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la Dottrina della Fede la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all'ordinario o al gerarca, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale.

Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo tribunale del la medesima Congregazione». Come vedete non si fa cenno di giustizia secolare e tanto meno di trasparenza. I firmatari sono i cardinali Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone. In altre parole: date a Dio quel che è di Dio e a Cesare un tubetto di Smarties o un Bounty.


Il dr. Giancarlo Tranfo ci ha inviato quanto segue il 5 Aprile 2007 e tosto pubblichiamo:

La "scoperta" della tomba di Gesù di Nazareth

Lettera al Segr. della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

Egregio professore Fabrizio Bisconti,

Ho letto l’intervista da lei rilasciata in merito alla scoperta definita di “fanta archeologia” della presunta tomba di Gesù di Nazaret.

Concordo pienamente con Lei sugli evidenti fini mediatici e sensazionalistici (con conseguente ritorno in termini commerciali) sia della notizia della scoperta (per altro non recente) che dell’annunciata realizzazione cinematografica di un documentario.

Innanzitutto, mi presento, non per sfoggiare titoli accademici che non ho, ma semplicemente per darle modo di cogliere il motivo e il senso di questa mia.

Mi chiamo Giancarlo Tranfo e sono l’autore di una ricerca storica (mi autorizza a definirla tale anche se la mia storia non collima con la sua?) o pseudo storica come lei preferisce, sul personaggio di Gesù di Nazaret e sulla nascita del cristianesimo (il mio lavoro è consultabile al sito web www.yeshua.it).

Per farle, poi, ben comprendere la portata dell’abisso ideologico posto tra me, studioso dilettante, e lei, stimato professore dai titoli roboanti, le accenno al percorso storico e culturale (scusi, pseudoculturale) che mi porta a ritenere “fantascientifica” la scoperta, esprimendo quindi un giudizio finale conforme al suo (quale onore…).

Partiamo dalla fine: la scoperta secondo me non è attendibile perché non è mai esistito un Gesù figlio di Giuseppe e Maria ma sono esistiti, semmai, combattenti messianisti, ai quali veniva riconosciuta dal popolo ebraico dignità profetica e regale, che, nel nome della legge mosaica, spesero la propria vita per combattere contro Roma e riscattare la propria libertà!

Uno di questi (che fu poi usato come controfigura storica nella costruzione del mito di Gesù di Nazaret, una volta ripulito dalla matrice storica giudaico eversiva), fu il figlio primogenito di Giuda il Galileo, discendente davidico e fondatore della setta degli zeloti.

A parlarci di Giuda e dei suoi figli è Flavio Giuseppe ed è grazie a lui che ci accorgiamo che i fratelli del “messia” ribelle avevano gli stessi identici nomi degli apostoli (strano…vero?).

Il resto del mito di Gesù di Nazaret, viene dall’assemblaggio (evidentissimo) della figura di questo “re che non regnò” con gli archetipi appartenenti agli antichi culti misterici (dallo zoroastrismo e dal mitraismo al culto di Iside/Osiride/Horus, dai misteri dionisiaci a quelli eleusini, dal culto di Soter a quello di Attis ecc. ecc.), con le filosofie spirituali di stampo ellenistico (Platone, Pitagora ecc.): il tutto calato in un “minestrone” sincretico conciliato in un “unicum” reso a tutti i costi armonico, coerente e credibile dall’impostazione letteralista della cultura farisaica di Paolo di Tarso, dal suo immaginario teosofico e dalla zelante opera di “costruzione mirata” e “demolizione censoria” di “tutto ciò che non quadrava” (leggi eresie) da parte dei ”padri della chiesa” nei primi secoli.

Abbandoniamo “la coda” del discorso e torniamo alla “testa”.

In passato ero un fervente cattolico con il pallino dello studio storico. Anni fa, indignato per le blasfemie provenienti dall’ambiente dello scetticismo laico, decisi di addentrarmi nello studio delle antiche fonti e dei più significativi riscontri di archeologia cristiana, allo scopo di realizzare una ricerca tesa a confermare la storicità del Gesù dei vangeli.

Con infinita delusione, mi resi presto conto che più cercavo riscontri alle mie aspettative, più mi imbattevo nella fragilità delle argomentazioni storiche a sostegno della storicità di Gesù, sostenute dall’ambiente accademico del quale Lei fa parte nonché dagli apologisti cristiani di tutti i tempi.

Senza entrare a fondo nella mia ricerca (se vuole… divertirsi è a portata di mano), Le rammento (perché tanto già lo sa) che:

1) non sono “storia” i vangeli in quanto narrano vicende terribilmente inconciliabili tra loro. Non ci crede? Bene. Un australopiteco sottoculturato come me può permettersi di suggerirle un esercizio dal “banco degli asini” in fondo alla classe?

Provi a conciliare tra loro i seguenti passi neotestamentari:

- Mt. 3 : 13 -17 + Mr. 1 : 9 -11 + Gv. 1 : 29 - 34 + 3 : 25 - 30

con: Mt. 11 : 2 -3 + Lc. 7 : 18 -20

- Mt. 26 : 32 + 28 : 7, 10, 16 + Mr. 14 : 28 + 16 : 7

con: Mr. 16 : 15, 20 + At. 1 : 4

-Mt. 10 : 21 - 23

con: Mt. 16 : 21 + Mr. 9 : 30 - 32 + 12 : 10

- Mr. 15 : 24 - 25

con: Gv. 19 : 14

- Mt. 28 : 1 + Mr. 16 : 1 - 2

con: Gv. 20 : 1

- Mr. 16 : 5

con: Mt. 28 : 2 - 4 + Gv. 20 : 11 – 12

Se ci riuscirà mi leverò il cappello, mi inchinerò e la ossequierò fino a che avrò vita!

2) è, invece, storia IL SILENZIO dei quaranta e più storici del tempo (primo tra tutti Flavio Giuseppe) che pur avendo assistito (loro o i loro padri) agli straordinari miracoli del vostro Gesù, non ne hanno fatto cenno alcuno: erano ciechi o non c’era niente da vedere e riportare…?

Pare che nessuno abbia visto nemmeno strane stelle comete, straordinarie resurrezioni o spaventosi terremoti con epicentro il Golgota e conseguenti eclissi.

Certo è molto strano se pensiamo che storici come Filone d’Alessandria o Giusto di Tiberiade, che avrebbero potuto inciampare con le vesti di Gesù di Nazaret, non abbiano notato nulla…

3) non esiste un solo riscontro archeologico, degno di essere considerato tale, a conferma della storicità di Gesù.

Le risparmio l’elenco (tanto conosce anche quello…) degli improbabili reperti provenienti da scavi e di quelli (più o meno riconosciuti come storici dal vaticano) passati di mano in mano nei secoli (detti reliquie).

Non le parlo, dunque, della lancia di Longino, del velo della Veronica, delle pietre che compongono la casa di Loreto, dell’urna di Giacomo, dei frammenti di legno della croce con i quali è stato calcolato che se ne possono costruire circa una trentina e di tutte le altre centinaia di “bufale” (perfino il santo prepuzio!!!) sulle quali si fonda la vostra …”scienza” (sic!).

Mi soffermo soltanto su quello che fu per secoli l’oggetto più venerato dai fedeli in quanto considerato prova autentica della storicità della passione e del martirio di Cristo: la sindone.

La datazione inconfutabilmente espressa dalla prova del carbonio 14 ha posto la parola “fine” su ogni vostra speranza!

Un discorso a parte andrebbe fatto per i ritrovamenti di Qumran e Nag Hammadi che vi sono caduti sulla testa come docce gelate (avreste fatto carte false per ricacciarli sotto terra…) e sui quali vi siete affannati (come padre de Vaux insegna), attraverso le vostre commissioni di studio, a stendere un improbabile velo di tranquillizzante “normalizzazione” facendo passare per pazzo chiunque avesse visto, in tali documenti,… quello che c’era effettivamente da vedere (leggi R. H. Eisenmann) .

C’è dell’altro?

Non mi sembra. Se mi sbaglio me lo rammenti.

Potrei continuare per ore, visto che la mia confutazione “pseudo storica” stampata su carta occupa circa 400 pagine… ma mi fermo qui.

Ora, egregio Professore, tutto ciò premesso, mi consenta di citare un passo della sua intervista:

Sì! In passato si ritenne di aver trovato l’Arca di Noè, altre scoperte così ... “fantasmagoriche” ... Io credo che il fenomeno vada inquadrato nel momento storico, no? Ora è il momento dei grandi “scoop”, delle grandi ricostruzioni, restituzioni pseudo-storiche, ma si tratta di fanta-archeologia! Questo fenomeno di dire altro rispetto alla verità storica, è un fenomeno che incomincia con il cristianesimo, praticamente. Quindi, dobbiamo abituarci a queste false scoperte, a queste false notizie ...”

Mi sa dire, per cortesia, a quale “verità storica” si riferisce parlando del suo cristianesimo?

Quali sono, invece, le “false notizie” e le “restituzioni pseudo storiche” considerate “altro” rispetto alla sua “verità storica”?

Egregio Professore, il “fenomeno di dire altro rispetto alla verità storica” non “incomincia con il cristianesimo”.

Diciamo che è più corretto rovesciare questo periodo: il (vostro) cristianesimo incomincia con la pretesa di santa romana chiesa di dire altro rispetto alla verità storica, per poi distruggere con ogni mezzo tutto ciò che non “faceva quadrato” con quanto essa andava costruendo!

Egregio professore, se lei avesse parlato di “fede” nessuno avrebbe potuto dirle niente in quanto chiunque è libero di credere a ciò che vuole: si può credere a Cappuccetto rosso come a Pinocchio purchè si abbia il buon gusto di non parlare di storicità di questi personaggi.

Lei invece, non solo considera “storia” incontestabile la sua, ma denigra quella degli altri definendola “pseudo storia”.

Benissimo, scendiamo dal piano della “fede” a quello della “storia” e sentiamo quali prove può esibire a sostegno delle sue “verità”!

Non voglio, infatti, mancare di rispetto alla sua straordinaria preparazione, ma devo rammentarle che quando si parla di “verità storiche” si deve anche essere pronti a dimostrarne la fondatezza abbandonando i modelli fideistici ed accostandosi a quelli della metodologia scientifica..

In tal senso, può fornirmi, per favore, UNA SOLA PROVA seria dell’esistenza storica del suo Gesù di Nazaret tra quelle a sua disposizione che, a giudicare dalla certezza che ostenta, dovrebbero essere migliaia?

Me ne lanci una (una qualsiasi) con distacco, come farebbe con un “osso al cane”, e vedrà che finirò di abbaiare.

Immagino che Lei pensi “ma chi se ne importa se uno sconosciuto abbaia, tanto, diversamente da me non ha il “megafono” della notorietà accademica, quindi anche se abbaia nessuno lo sente…”.

Se pensa questo, egregio professore, si sbaglia.

Il suo silenzio (del quale sono quasi certo) suonerà come una tromba assordante in tutto il mondo web dei siti laici e anticlericali.

Migliaia di persone leggeranno questa mia (avendo io intenzione di dare ad essa la massima diffusione e il massimo risalto) e tireranno le loro somme dall’assenza di una sua risposta.

Il mio sito, sul quale questa mia sarà pubblicata, in due anni ha ricevuto 77.000 visite, mentre gli altri, ai quali invierò questa lettera, vantano mailing list con decine di migliaia di iscritti.

La sa una cosa professore? Alla fine saranno più le persone che leggeranno questa mia e tireranno le somme dal suo silenzio che quelle che leggeranno la sua intervista sulla “pseudo” storia e la fanta archeologia.

Ha mai sentito parlare dello storico Luigi Cascioli?

Sono anni che vi provoca lanciandovi la stessa sfida che io sto lanciando adesso a lei: avesse mai incontrato un accidenti di qualcuno che abbia quantomeno tentato di metterlo a tacere!!!!

Adesso vi ha addirittura trascinato dinnanzi alla corte europea a Strasburgo dove, a questo punto per forza, sarete prima o poi chiamati a fornire uno straccio di prova storica sull’esistenza di Cristo, altrimenti, caro professore, per voi verranno tempi duri: se Cascioli otterrà la condanna per abuso della credulità popolare del parroco del suo paese che ha affermato la storicità di Cristo sul giornale parrocchiale, quello che ne conseguirà potrebbe essere per voi disastroso e perfino la somministrazione dell’eucarestia potrebbe diventare un atto illecito in quanto fondato sulla pretestuosa esistenza concreta (il corpo e il sangue) di un personaggio che una sentenza avente valore di legge considera mai esistito!

Ecco perché io penso che lei non mi risponderà mai!

Non perché non mi consideri degno (anche se le piacerà pensare questo) ma perché proprio non saprebbe come farlo se non citando inutilmente fonti estranee alla storia e alla scienza quali gli scritti dei padri della chiesa (dal II- III secolo in poi) o al massimo il “testimonium Flavii” che è ormai universalmente ritenuto un falso di Eusebio o, ancora, il passo degli Annali di Tacito che, seppure lo vogliamo considerare autentico, non attesta l’esistenza di Cristo se non sul piano del “sentito dire” ma, casomai, quella di un movimento ad esso ispirato durante gli anni di Nerone (comunque lontani da quelli dell’autore)...

Se, invece, dovessi sbagliarmi e un giorno, aprendo le email (yeshuamail@yeshua.it), dovessi trovare una sua, mi impegno fin d’ora a dare ad essa la stessa risonanza che per ora darò a questa mia.

Se poi saprà essere anche convincente fìnirò di abbaiare… finiremo tutti di abbaiare… e ci inginocchieremmo dinnanzi al tabernacolo!

Glielo prometto solennemente per me e mi permetto di farlo anche a nome di tutti coloro che pubblicheranno questa mia negli spazi web (siti, blog e forum) e nelle newsletters di loro pertinenza.

La ossequio. dott. Giancarlo Tranfo

(pseudo storico a tempo perso)


Un articolo che Lucio Garofalo ci ha inviato il 5 Aprile 2007:

La globalizzazione in Irpinia

 

Il nuovo millennio ha assistito alla comparsa del cosiddetto "popolo di Seattle", un movimento eterogeneo di rivolta e di contestazione anticapitalista che ha aperto un nuovo ciclo di lotte e mobilitazioni di massa a livello internazionale, il cui apice è stato raggiunto probabilmente in occasione del summit del G8 svoltosi a Genova nel luglio 2001, la cui memoria rievoca anzitutto la tragica morte di Carlo Giuliani.

In tale circostanza luttuosa la reazione del sistema, messo duramente in discussione, proruppe in modo assolutamente primitivo e irrazionale.

Turbato dalle vaste moltitudini umane che si contaminavano, rifiutavano il modello di società imposto dalla globalizzazione neoliberista, progettando e costruendo nella prassi politica quotidiana un mondo diverso, proponendo esperienze di autogestione e partecipazione diretta in alternativa al verticismo esercitato dalle oligarchie economiche multinazionali, la risposta del potere non tardò a manifestarsi in una forma istintivamente rozza e brutale, rivelando la natura criminale e antidemocratica del nuovo ordine sovranazionale incarnato dai capi di stato riuniti nel vertice del G8.

Nella sua fase iniziale questa reazione si è concretizzata in atti insensati e raccapriccianti di violenza poliziesca, immediatamente denunciati dal movimento (attraverso fotografie e filmati autoprodotti, testimonianze, documenti e inchieste di controinformazione), quindi condannati dall'opinione pubblica internazionale, per cui la fase successiva ha visto un clamoroso salto qualitativo dell'azione repressiva, che ha partorito il disastro epocale dell'11 settembre 2001. Questo tragico avvenimento ha fornito un efficace alibi, scientemente strumentalizzato per invocare e autorizzare uno stato di "guerra preventiva e permanente" contro il terrorismo globale.

L'apparente antinomia tra terrorismo e guerra costituisce in realtà un orrendo parto gemellare generato dal medesimo apparato di potere che fa capo al blocco imperialista anglo-americano. Il sistema ha concepito e orchestrato una mostruosa e ingegnosa rivisitazione, proiettata in chiave planetaria, della classica "strategia della tensione", tesa a destabilizzare per stabilizzare, ossia a preservare e consolidare l'ordine (mondiale) con il disordine, vale a dire con il terrore globale.

In effetti, da quel momento storico la parabola ascendente (sul versante sia ideologico-propagandistico che strategico-organizzativo) del movimento antiglobalizzazione ha ricevuto un brusco rallentamento, fin quasi ad arrestarsi.

 

I nuovi padroni e gendarmi del pianeta.

 

All'11 settembre seguirono presto l'occupazione militare dell'Afghanistan e l'intervento armato in Iraq, che non a caso durano ancora.

Tali conflitti bellici si sono dimostrati assolutamente ingiusti, cruenti e sanguinosi, pur essendo camuffati sotto forma di operazioni di "gendarmeria internazionale", ovvero propagandati come strumenti legali di esportazione della "democrazia occidentale", o addirittura spacciati come "interventismo umanitario". Com'è noto, entrambe le guerre sono state imposte e guidate dalla "tigre di carta" dell'impero nordamericano, al cui carro militarista e guerrafondaio si è agganciata anche la "pecorella" italica, che negli ultimi anni si sta timidamente affacciando nello schieramento del rinascente imperialismo europeo. 

L'attuale blocco imperialista globale è indubbiamente egemonizzato dagli Stati Uniti, ma al suo interno si vanno definendo e assestando nuovi equilibri e nuovi rapporti di forza e supremazia di tipo economico-monetario, provocando ripercussioni in termini di nuovi contrasti internazionali.

Dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, e il tracollo dell'Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, gli U.S.A. si sono ritrovati ad essere l'unica superpotenza militare presente sulla scena globale, per cui hanno decisamente assunto il ruolo di gendarmeria planetaria, esautorando l'O.N.U. e arrogandosi l'esercizio esclusivo della forza e del diritto internazionale, mentre sul piano economico-commerciale e monetario sono emerse nuove rivalità e nuove tensioni tra i maggiori colossi del mercato capitalistico mondiale, vale a dire Stati Uniti, Europa, Cina e India.

Senza dubbio sono questi i principali protagonisti del nuovo ordine mondiale.

 

La globo-colonizzazione dell'Irpinia.

 

Gli effetti di vera e propria globo-colonizzazione, di omologazione materiale e intellettuale, operati dall'economia di mercato, costituiscono ormai un dato di fatto assolutamente innegabile ed evidente su scala planetaria. L'economia delle merci e dei capitali è in grado di esercitare un'ingerenza sempre più aggressiva e pervasiva nella vita dei popoli, instaurando un dominio subdolo e quasi invincibile sui corpi e sulle menti delle persone.

Le merci (qualsiasi tipo di merce, legale e illegale), il denaro (anche quello più lurido e lercio), i commerci (leciti e illeciti), la pubblicità, approdano e si insinuano ovunque in maniera occulta e strisciante, si estendono e si sviluppano rapidamente, freneticamente, (ir)razionalmente. L'unica razionalità e l'unico pensiero possibili e immaginabili, si risolvono nella ferrea e spietata logica del profitto economico privato.

Merci e capitali circolano liberamente, senza regole e senza argini, imponendo dappertutto le proprie leggi aride e disumane, anche negli angoli più sperduti, isolati e inaccessibili del mondo. Persino nelle lande più deserte e desolate della Terra, in quei luoghi che un tempo potevano considerarsi vergini, non essendo mai stati profanati dalla presenza dell'uomo bianco occidentale. 

Questa feroce intrusione è avvenuta anche nella cintura montuosa dell'Alta Irpinia, laddove in passato piccole e ristrette comunità umane si ritrovavano, proliferavano e si perpetuavano nell'isolamento più totale, più atroce e nel contempo più rassicurante. 

Comunità che oggi appaiono irrimediabilmente violate e destabilizzate, destinate ad una fatale estinzione demografica.

 

Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta.

 

Negli ultimi decenni una profonda e convulsa trasformazione economica, antropologico-culturale e identitaria, si è compiuta in tutte le aree interne del Mezzogiorno, e non solo in Alta Irpinia, sconquassando furiosamente una società rimasta ferma e immutata per lunghi secoli di storia.

Già nel corso degli anni Sessanta la società irpina, ancorata per secoli ad un assetto economico di tipo latifondistico, ha conosciuto un primo, sconvolgente sviluppo verso la modernità, con il trapasso da un modo di produzione agricolo e semifeudale ad un'economia non più solo rurale, incline al settore terziario, per cui una parte consistente delle classi sociali si sono riversate nell'ambito dei commerci, dei servizi e del pubblico impiego, mentre l'emigrazione in massa dei braccianti agricoli ha causato l'abbandono e la sterilizzazione di fertili terreni prima coltivati.

La meccanizzazione dell'agricoltura irpina ebbe inizio proprio durante gli anni Sessanta, contrassegnati dal primo "boom" economico nazionale.

Successivamente, nel corso degli anni Ottanta, in virtù dei fondi economici statali assegnati per i lavori della ricostruzione dei centri terremotati, fu avviato un ambizioso quanto controverso esperimento, quello dell'industrializzazione delle aree interne.

Si decise di trasferire e impiantare le fabbriche, le stesse fabbriche installate in pianura (ad esempio nella grande pianura attraversata dal Pò), in zone di montagna, in territori aspri e tortuosi, difficilmente raggiungibili e percorribili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e comunicazioni, in cui i primi soccorsi legati all'emergenza post-sismica stentarono non poco ad arrivare a destinazione. 

Un'impresa ardua, velleitaria, forse impossibile, perdente sin dalla nascita. E non poteva essere diversamente, dati i presupposti iniziali.

Un processo di sottosviluppo che ha rivelato la propria natura regressiva e rovinosa, in quanto ha arrecato guasti e scempi irreparabili all'ambiente, al territorio e all'economia locale, di carattere prettamente agricolo e artigianale.

Basta farsi un giro in Alta Irpinia per scoprire un paesaggio ormai sfigurato per sempre.

Si trattava di un tentativo di industrializzazione e modernizzazione economica storicamente determinato dalla trasformazione post-industriale e dalla post-modernizzazione delle economie capitalisticamente più avanzate del Nord. Questo piano presupponeva il trasferimento di capitali e di incentivi statali destinati a finanziare la dislocazione di macchinari e attrezzature industriali ormai obsolete e superate dai processi di ristrutturazione tecnico-produttiva in atto nelle aree capitalisticamente più evolute del Nord Italia. 

Pertanto, quel progetto di sviluppo era destinato a fallire sin dal principio, nella misura in cui è stato concepito e gestito in maniera clientelistica, favorendo l'insediamento di imprese provenienti dal Nord Italia, senza valorizzare e tutelare le ricchezze, le caratteristiche e le esigenze del territorio, senza tenere nel dovuto conto i bisogni e le richieste del mercato locale, senza promuovere le produzioni e le coltivazioni indigene, sfruttando la manodopera disponibile a basso costo, innescando un circolo perverso e vizioso, come si è infine dimostrato alla prova dei fatti. 

 

Il demitismo come malattia infantile e senile della società irpina.

 

Le responsabilità storico-politiche di tale fallimento sono note a tutti, in quanto il ceto politico locale che ha governato l'opera della ricostruzione in Irpinia ha coinciso e si è identificato con una parte rilevante della classe politica dirigente a livello nazionale.

Basta citare i nomi di Ciriaco  De Mita, Nicola Mancino, Giuseppe Gargani, Mario Sena, Salverino De Vito, Ortensio Zecchino, Gerardo Bianco, Lorenzo De Vitto, eccetera, per rendersi conto che i maggiori dirigenti della Democrazia cristiana irpina, i vari vassalli, valvassori e valvassini (ma anche i rivali dichiarati, come Gerardo Bianco) dell'imperatore e feudatario di Nusco, hanno ricoperto a lungo incarichi di prestigio all'interno del partito nazionale. Molti di questi personaggi sono tuttora esponenti politici affermati a livello provinciale, regionale e nazionale. 

L'onorevole Ciriaco De Mita è stato contemporaneamente segretario politico nazionale e capo del governo italiano nella prima metà degli anni '80. Un potere immenso concentrato nelle mani di una sola persona, affetta per indole caratteriale da un'accesa e incontenibile megalomania e da una sfrenata bramosia di potere. Insomma, il potere politico locale, esclusivo appannaggio della Dc, era assorto alla guida nazionale della Democrazia cristiana e al governo del paese. La leadership politica degli anni '80 era diventata in effetti una questione interna alla Democrazia cristiana irpina.

Questo assetto si è preservato in modo cinico e spregiudicato, sopravvivendo quasi indenne e indisturbato alla bufera giudiziaria di Tangentopoli.

 

Terra di invalidi civili e pensionati.

 

L'Irpinia era la provincia che vantava il primato nazionale degli invalidi civili e dei pensionati, un ben triste primato, soprattutto se si considera che in larga parte si trattava di falsi invalidi, in grado di guidare automobili, di correre e praticare sport, di scavalcare i sani nelle graduatorie delle assunzioni, di assicurarsi addirittura i posti migliori, di fare rapidamente carriera, grazie alle raccomandazioni e ai favori elargiti dai ras politici locali, intermediari del capo, il potente "uomo del monte", il cui feudo di origine e di residenza era (ed è) in quel di Nusco, caput (im)mundi. 

Sin dai primi anni '80 la nostra era la provincia in cui si contavano più pensioni Inps che nell'intera regione Lombardia, con la percentuale nettamente più alta del paese. Nelle nostre zone l'Inps era diventato il maggior erogatore di reddito e denaro per migliaia di famiglie.

In passato, soprattutto nel corso degli anni Ottanta, il 50 per cento della popolazione irpina era formata da invalidi civili, in buona parte giovani con meno di trent'anni. Ciò era possibile grazie a manovre politiche clientelari di stampo democristiano e all'appoggio determinante di altre figure e altri pezzi rilevanti di società, a cominciare dai medici e dai servizi sanitari compiacenti, se non complici.

 

L'assistenzialismo made in Irpinia e la piovra democristiana.

 

Negli anni Ottanta il sistema clientelistico e assistenzialistico in Irpinia era in pratica onnipresente e totalitario, nella misura in cui seguiva, dirigeva e condizionava la vita quotidiana delle persone, devote al santo di Nusco, dalla culla al loculo, a patto di sciogliere e cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui veniva (e viene) richiesto, ossia ad ogni tornata elettorale di un certo rilievo, a livello locale, regionale e nazionale. Ancora oggi molti sindaci e amministratori dei piccoli Comuni irpini sono designati con la benedizione dell'uomo del monte, che fa e disfa la politica irpina a proprio piacimento, costruendo e affossando maggioranze e minoranze amministrative, indicando persino i nomi di taluni candidati all'opposizione. Ancora oggi, all'interno stesso del blocco demitiano si riflettono, si risolvono e dissolvono tutte le contraddizioni e i contrasti tipici della dialettica democratica tra governo e opposizione, tra sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento radicale della politica irpina, che non a caso è tuttora sottoposta ai ricatti, alle influenze, ai capricci, ai condizionamenti esercitati dall'uomo del monte. 

La rete dell'assistenzialismo era diventata un apparato scientificamente organizzato, volto a garantire la conservazione perpetua di un sistema politico-clientelare simile ad una piovra, che con i suoi lunghi e complessi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando in modo permanente la macchina statale, scongiurando ogni rischio di instabilità, crisi e, soprattutto, di cambiamento reale della società irpina.

La grande piovra del potere demitiano ha sempre distribuito posti, appalti e subappalti, rendite e prebende, forniture sanitarie, eccetera, in tutti i paesi della provincia avellinese, favorendo e gestendo un vasto e capillare sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio impiegatizio, di coltivatori diretti, di liberi professionisti, eccetera, che da sempre appoggiano la Democrazia cristiana, i suoi adepti e i suoi eredi (leggi Margherita), ossia investono su San Ciriaco, che è la testa pensante e pelata della piovra tentacolare.

Ecco perchè tale struttura di potere si è preservata e riciclata in modo integro e compatto fino ad oggi, resistendo ad ogni sussulto e ad ogni mutamento, sopravvivendo persino al furioso terremoto politico-giudiziario causato dalle inchieste di Mani Pulite, mentre altrove si è sbriciolata e dissolta facilmente sotto i durissimi colpi inferti dalla magistratura milanese all'inizio degli anni Novanta.

 

Le nuove forme di precarizzazione economica e sociale.

 

L'espansione e l'accelerazione storica impressa nelle nostre zone dalla ricostruzione post-sismica, sostenuta da un ingente flusso di denaro pubblico, hanno determinato soprattutto un imbarbarimento dei rapporti umani e sociali.

Dopo oltre 26 anni la fase dell'emergenza e della ricostruzione post-sismica non si è ancora pienamente conclusa, perlomeno non in tutti i centri più gravemente danneggiati dal terremoto del 1980. Si pensi che a Lioni, uno dei Comuni più disastrati dell'area del cratere sismico, i villaggi dei prefabbricati non sono stati ancora smantellati e bonificati del tutto. La popolazione locale attende con ansia il varo e l'attuazione di un adeguato piano di intervento in tale direzione.

Negli anni Novanta l'espansione e, successivamente, la crisi e il declino, sia ideologico che strutturale, di quel processo di globalizzazione economica neoliberista contestata e rigettata ormai in tutto il mondo, costituiscono un fenomeno che si è rapidamente determinato anche in Alta Irpinia, con tutte le drammatiche conseguenze che ciò ha inevitabilmente comportato. 

Questa nuova, improvvisa accelerazione storica ha condotto fasce sempre più estese di popolazione, soprattutto giovanile, verso il baratro della disoccupazione, dell'emigrazione, dell'alienazione, dell'emarginazione, della precarizzazione, della disperazione.

Rispetto a tali problematiche, le "devianze giovanili", i suicidi e le nuove forme di dipendenza - dall'alcool e dalle droghe pesanti - sono solo i sintomi più evidenti e inquietanti di un diffuso e crescente malessere sociale. 

Occorre aggiungere che anche un'ampia percentuale della popolazione senile accusa stenti, tormenti e privazioni, derivanti soprattutto dall'abbandono e dalla solitudine, disagi che in passato erano ammortizzati e compensati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle forme, nelle caratteristiche e nelle dimensioni di un tempo.

Piccoli centri di montagna, che non offrono nulla o quasi, ai giovani, sia in termini di prospettive occupazionali, sia in termini di opportunità e occasioni di svago e divertimento, di aggregazione sociale e di crescita culturale, tranne qualche bar, pub o altri tipi di locali pubblici nei casi più fortunati, sono diventati luoghi desolanti di noia e di vuoto esistenziale, per cui attecchiscono abitudini insane, allignano in forma massiccia devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, comportamenti che fino a 20 anni or sono erano assolutamente impensabili e sconosciuti.

 

Alcuni dati emblematici.

 

Le cifre più significative che attestano le dimensioni di un diffuso disagio sociale, sono inequivocabilmente drammatiche e sconcertanti.

I numeri indicano chiaramente una crescita massiccia e costante di fenomeni davvero allarmanti come, ad esempio, le stime relative ai suicidi.

Il numero dei suicidi registrati nella provincia di Avellino relativamente allo scorso anno, il 2006, ha purtroppo oltrepassato quota 40.

Addirittura pare che alla provincia di Avellino spetti il triste primato dei suicidi nell'ambito delle regioni meridionali. Con sette suicidi ogni centomila abitanti l'Irpinia condivide con la provincia di Potenza questo lugubre e angosciante primato rispetto a tutto il Meridione d'Italia. A voler essere più precisi, il dato riferito alla provincia di Avellino riguarderebbe in modo particolare le zone dell'Alta Irpinia.

All'origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico.

L'Istat riferisce che gli italiani poveri sono 7.577.000. Il 22 per cento della popolazione meridionale vive praticamente sotto la soglia di povertà.

In Alta Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta oltre il 20 per cento.

Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 50 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa.

I tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento. 

Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio "triangolo della morte", così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l'uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori delle altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l'eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell'area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.

 

Quali sono le risposte fornite dalle istituzioni e dalle amministrazioni pubbliche locali?

 

Nella migliore delle ipotesi, nessuna. Invece, nella peggiore delle ipotesi, il ricorso sistematico, ottuso e controproducente alla forza pubblica, attraverso l'inasprimento dei controlli (anche di tipo elettronico), dei posti di blocco, della repressione poliziesca e carceraria. Come se tali sistemi e provvedimenti di natura autoritaria e quasi draconiana, derivanti dalla legislazione proibizionista, si fossero mai rivelati un efficace deterrente contro il consumo di stupefacenti e altri simili comportamenti. Come se la semplice e pura repressione potesse provvedere un valido rimedio rispetto ai disagi psicologici ed esistenziali in rapido e costante aumento anche nelle nostre zone, che denotano piuttosto un tipo di malessere originato da altre gravi emergenze, sociali e ambientali, non ancora risolte. Mi riferisco soprattutto alla disoccupazione, alle nuove forme di emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro e di vita, all'assenza di regole, diritti, tutele e speranze per le giovani, e meno giovani, generazioni irpine.

Se non si affrontano seriamente e non si risolvono alla radice tali problematiche, difficilmente si potrà estirpare il malessere dilagante e diffuso anzitutto tra i giovani delle nostre comunità. Giovani abbandonati all'angoscia, allo sconforto e alla disperazione, nella misura in cui non possono coltivare nemmeno la fiducia e la speranza verso un avvenire più radioso e più ameno.

L'ottimismo è ormai diventato un lusso riservato a pochi privilegiati.

 

Lucio Garofalo


Nostro articolo, a firma Sestante (marzo 2007):

Il Papa vuole evangelizzare L'Asia e... l'Europa. Ancora?

Siccome ogni parola che proviene da quella bocca viene raccolta, quasi fosse oro, bisognerà pure esprimerci su qualche commento. Sennò che oro sarebbe?

Oggi sento che il Papa vorrebbe evangelizzare l'Asia e ri-evangelizzare l'Europa. Ma non è dall'Asia che è provenuto il cristianesimo? Il fatto è che questo verso occidente ha fatto moltissimi passi, tanto che è arrivato fino in America. Verso oriente, invece, non vuole sentir ragione di andarci. Ci sono, è vero, cristiani in Palestina, Siria, Libano, i caldei in Iraq, ma più a est poco o niente. In Cina c'è una piccola comunità, e per di più divisa, sulla quale il Vaticano ha cercato, finora inutilmente, di mettere le mani e riunificarla. A dire il vero a colonizzarla ci avevano provato già nel 1600 col gesuita Matteo Ricci, che era stato accolto con grande ammirazione. Ma la Cina, si sa, ha una civiltà millenaria e ben strutturata con numerose correnti filosofiche: il confucianesimo, il taoismo e anche il buddismo. Il cristianesimo, e il cattolicesimo in particolare, hanno molte difficoltà a radicarsi. In india c'è l'induismo che, per quanto variegato, anch'esso ha radici secolari. Ma soprattutto c'è la grossa diga islamica contro la quale il buon Ratzinger ha inciampato con il discorso di Ratisbona che lo ha costretto a un precipitoso ritiro e a ulteriori spiegazioni.

Fin qui, dunque, le cose non vanno ancora per il verso giusto. Ma, sorpresa! Vuole evangelizzare anche l'Europa. Ora, senza considerare il recente pasticcetto polacco, in cui il nunzio designato si è rivelato una spia del KGB...Orrore! Ci chiediamo: ma come, non è stata già evangelizzata abbastanza l'Europa per 2000 anni? E se non sono bastate crociate, inquisizioni, guerre di religione, autodafé, scomuniche, anatemi, con quali mezzi si vuole ottenere questa ri-evangelizzazione? Credo che anche qui questo sforzo sia destinato a un altro fallimento. I popoli europei da quest'orecchio non ci sentono più: ci tengono troppo alla loro libertà. Di mortificazioni ne hanno avute abbastanza.

La "cattiva" novella l'abbiamo già sopportata per troppo tempo. Ascoltarla di nuovo? NO grazie.

Sestante


Una lettera a Il tempo del 31 Marzo 3007:

Delitto di Cogne. É stato il diavolo.

Gentile direttore, permette anche a me, umile lettrice, di crogiolarmi un pochino nel fango? So che manco di rispetto verso un bimbetto che non c'è più; nonché verso i giudici che dovranno emettere la seconda sentenza, però vorrei dare un contributo a quei giornalisti della televisione che si danno tanto da fare per appurare la verità sulla vicenda di Cogne, certo non per fare spettacolo (ma le pare?) e neppure per fare informazione (che cosa di nuovo dobbiamo sapere se non il verdetto dei giudici?). Io avrei trovato la soluzione che salva capra e cavoli. Salva la povera Franzoni che sicuramente dice la verità, giacché piange sempre, e poi  lo ha scritto persino in un libro reclamizzato dal bravo Bruno Vespa. Salva il grande Taormina che ieri sera nella trasmissione "Porta a porta", continuava imperterrito, seppur non celando un certo imbarazzo, a fare l'avvocato difensore. E rassicura tutti coloro che temono sia ancora in giro per Cogne l'assassino. E' stato il diavolo! Solo lui, infatti, essendo uno spirito, e quindi invisibile, poteva entrare ed uscire dalla casa senza essere notato da nessuno e compiere il crimine in pochissimo tempo. Anzi, non c'era neppure bisogno che vi entrasse, e non c'era neppure bisogno di tempo. E solo lui poteva commettere un'azione così orrenda. Dimenticavo: per difendersi dal diavolo basta mettere un pizzico di sale esorcizzato nei quattro angoli delle stanze, e magari anche sull'uscio di casa; lo afferma il noto esorcista don Gabriele Amorth, nel suo celebre libro "Un esorcista racconta". Tutti tranquilli, dunque!

Veronica Tussi


Riceviamo dall'amico Lucio Garofalo il 2 Marzo 2007:

I NUOVI GATTOPARDI DEMOCRISTIANI

(per la serie "a volte ritornano")

I nostri ineffabili governanti/dipendenti, come giustamente li definisce Beppe Grillo nel suo blog, non solo ci mancano continuamente di rispetto offendendo la nostra intelligenza, ma violano il mandato elettorale che gli abbiamo assegnato (ma quando ci toglieremo il brutto vizio di andare a votare?) contravvenendo ad un  patto siglato con chi li ha deputati in Parlamento.

Ormai è fin troppo chiaro che questi nuovi democristiani ci hanno elegantemente raggirato, sfruttando il nostro voto solo per scalare il potere, facendoci credere di salvare l'Italia e la povera democrazia italica dall'insidia costituita dal "cavaliere nero", che non è Zorro, il giustiziere dei poveri, bensì un bandito mascherato che vive ad Arcore e fa il giustiziere dei ricchi, ma soprattutto tutela e persegue i propri interessi di arcimiliardario.

Non certo in funzione antiberlusconiana, ma in chiave antioperaia ed anticomunista va interpretata e spiegata la caduta e la (finta) crisi del governo Prodi, avvenuta il giorno delle Ceneri, data di inizio della Quaresima. Ebbene, in questo dettaglio temporale, non casuale, io ravviso un segnale e un messaggio ben preciso proveniente dalla curia vaticana, alleatasi con i vertici confindustriali e l'establishment militare filoamericano.

Ho usato l'espressione "finta crisi" non per caso, né per errore, bensì perché si è trattato di un'imboscata tesa dai poteri forti (Vaticano, Confindustria, NATO) ai danni della cosiddetta "Sinistra radicale" presente nella coalizione filogovernativa, per indebolirla e marginalizzarla ulteriormente, così come puntualmente è accaduto. Infatti, i voti che hanno effettivamente determinato la messa in minoranza del governo nella seduta parlamentare del 21 febbraio scorso, non sono stati quelli dei due "dissidenti" che da tempo dichiaravano il proprio dissenso, e lo hanno formalmente ribadito nelle rituali dichiarazioni di voto rilasciate durante il dibattito in corso nell'aula di Palazzo Madama.

Invece, il tradimento decisivo è giunto inaspettatamente (?) da coloro, tra i senatori a vita, che avevano espresso la piena, incondizionata fedeltà e devozione al governo, ossia Andreotti, Cossiga e Pininfarina, tre noti esponenti della vecchia Democrazia cristiana e dei cosiddetti "poteri forti".

Ma i vecchi Dc hanno finalmente trovato i loro degni eredi in Parlamento. E che eredi! Si direbbe che gli allievi abbiano superato i maestri.

Non appena hanno preso le redini del governo, soprattutto grazie al nostro voto, i nuovi demo(ni)cristiani ci hanno ingannato e beffato, contraddicendo le promesse e gli accordi concessi in campagna elettorale. Fin qui nessuna novità rispetto al passato, si potrebbe osservare.

Per avere totalmente mano libera si sono inventati una ridicola e grottesca crisi governativa, servita in realtà a camuffare e propiziare un golpe istituzionale (una sorta di dolce e piccolo Termidoro italico), individuando e additando l'ennesimo, facile e comodo capro espiatorio nei due poveri "dissidenti" (rientrati nei ranghi molto presto) che sono stati moralmente linciati nel modo più ignobile, in pieno stile veterostalinista.

Ma gli artefici/protagonisti di tale "golpe morbido", sono stati tre democristiani D.O.C., vale a dire i succitati senatori a vita: "il cardinale" Giulio Andreotti, storico baluardo del potere vaticano, "il gladiatore" (non nel senso del celebre film hollywoodiano) Francesco Cossiga, referente storico degli apparati militari filostatunitensi in Italia, e l'industriale Sergio Pininfarina, sponsor ufficiale degli interessi della Confindustria, con la partecipazione straordinaria dell' "attore" più stalinista di tutti, del più democristiano e machiavellico tra gli ex comunisti, vale a dire il "baffetto perfetto" Massimo D'Alema (Ricordate? E' quello del bluff "Se non passo, tutti a casa!", ma sono ancora tutti lì, altro che a casa!), già sabotat(t)ore/affossat(t)ore del primo governo Prodi, nel 1998, complice di Clinton nello sterminio dei Serbi nel 1999, vero criminale di guerra nei Balcani, ecc.

Ed ecco pronto e confezionato un "soffice" regalo che amareggerà i lavoratori salariati italiani: il Dodecalogo neodemocristiano che causerà altri lutti e altre sciagure, altri scippi e altri espropri di massa legalizzati, altre "missioni di pace", altre nefandezze e altre infamie, altre imboscate e altri raggiri contro la classe operaia it-aliena, in barba alla tanto amata/bistrattata Carta costituzionale. Diamo definitivamente addio agli articoli 1, 2, 3, 4, 7, 11, e via discorrendo. Basta leggerli con un minimo di attenzione per capire quanto sia inapplicata e disattesa (da sempre, cioè da quando fu promulgata) la Costituzione repubblicana del 1948.

Si pensi soltanto agli ultimi due punti del suddetto Dodecalogo, esattamente il punto 11 e il punto 12, nei quali viene sancita di fatto l'istituzione di un premierato assoluto che attribuisce pieni poteri al capo del governo, alias Fracchia/Prodi.

Si tratta dunque di un piccolo golpe istituzionale, compiuto seguendo procedure surrettizie e anticostituzionali, nella misura in cui introduce la figura di un super-premier (alias superFantozzi) che soltanto in apparenza si presenta in forme morbide e indolori, ma le conseguenze concrete, e dolorose, non tarderanno a manifestarsi. Purtroppo per noi e per la fragile, monca, incompiuta democrazia formale e costituzionale italiota.

Nemeno il bandito di Arcore era riuscito nell'impresa di creare e istituire, d'autorità, un sistema governativo retto sul premierato assoluto, per cui avremmo avuto un super-cavaliere-nero, ma ci voleva un esecutivo sedicente di "centro-sinistra" per realizzare una simile porcata anticostituzionale. Come si può tacere di fronte a simili avvenimenti?

Eppure, in tanti continuano a tacere e a nascondere il capo sotto la sabbia per non vedere il pericolo, alla stregua degli struzzi.  

Non penso che scrivere un articolo contro il governo Prodi sia una trasgressione tanto grave, né credo che rappresenti una forma di blasfemia, e ancor meno un reato. Se, invece, ci trovassimo già a questo punto, ne sarei profondamente turbato e sconcertato, resterei davvero perplesso e mi preoccuperei seriamente per le libertà democratiche sancite formalmente dalla Carta costituzionale di questo Paese.

Mettere in discussione personalità politiche pubbliche che, per vocazione, per scelta, per la loro stessa natura e funzione istituzionale, decidono di esporsi alle critiche, alle contestazioni, agli umori, al controllo dei cittadini, non dovrebbe provocare scandali o problemi, né suscitare imbarazzi o fastidi, in un paese normalmente libero e democratico. Eppure...

... Eppure, la censura sembra essere in agguato dietro l'angolo, in seguito alla svolta autoritaria, moderata e conservatrice impressa dal governo.

 

Lucio Garofalo

 


da Sapere del febbraio 2007 dc:

Scienziato, se ci sei batti un colpo

di Giovanni Mainetto

All'inizio del 2005 mi recai a Edimburgo per partecipare al Congresso internazionale biennale sulla Teoria delle Basi di Dati, una branca delle scienze dell'informazione che si occupa di definire modelli matematici per l'accesso e il recupero dell'informazione immagazzinata nei calcolatori elettronici sotto forma di dati digitali, al fine di trarne indicazioni di correttezza, consistenza ed efficienza computazionale. Una delle più brillanti relazioni scientifiche fu tenuta da una giovane ricercatrice dell'Università di Tel Aviv, evidentemente destinata a diventare madre di lì a pochi mesi, che indossava un curioso copricapo.

La sera la ebbi a fianco in occasione della cena sociale del congresso. Dopo aver discusso a lungo delle nostre attività scientifiche, non seppi resistere alla tentazione di domandarle perché indossasse quel curioso copricapo fin dalla mattina. Venni così a sapere che la religione ebraica prescrive alle donne sposate - e lei tale mi appariva con una elevata probabilità che ora diventava certezza - di coprirsi sempre i capelli in pubblico: essendo andato perduto il suo bagaglio aereo al seguito - mi spiegò - non aveva potuto far altro che improvvisare un copricapo con quel poco che aveva nel bagaglio a mano. Leggermente turbato da questa rivelazione, ricordandomi che può aderire alla religione ebraica solo chi discende da ebrei, le domandai quale fosse il motivo per cui gli ebrei ritengono che la loro religione "molto esclusiva" sia quella vera. Mi rispose che la sua religione era assai probabilmente quella vera perché era certamente la più antica! Abbandonai immediatamente il terreno malfermo su cui avevo inopinatamente portato la conversazione, per tornare più tranquillamente a parlare di temi di scienza dell'informazione, con evidente sollievo di entrambi e di tutti gli altri nostri commensali.

Questo piccolo episodio di vita quotidiana di una ristretta comunità scientifica testimonia il carattere tollerante e laico che in genere prevale in questo ambito: quando la discussione arriva a toccare questioni che non attengono al dominio dei fatti reali bensì al dominio della metafisica, allora è quasi sempre noto a tutti che affermare «A» è del tutto equivalente ad affermare «non A» perché in questo dominio del discorso nessuna delle due affermazioni è in alcun modo verificabile. Asserire «Il mio Dio esiste!» è del tutto equivalente ad affermare «Il tuo dio non esiste!». Si tratta di intime convinzioni personali che come tali non vale la pena neanche di discutere perché non possono portare ad alcuna conclusione oggettivamente condivisibile. Inoltre, quelle stesse brillanti capacità induttive e deduttive di cui sono dotati alcuni scienziati quando si applicano alle scienze esatte, non necessariamente si appalesano né si possono usare quando si tratta di questioni legate alla metafisica e al proprio intimo sentire.

Ma, nel momento in cui dalle intime convinzioni che attengono la sfera della vita personale di ogni persona di scienza, quelle stesse verità inverificabili, che altro non sono che postulati di fede, dovessero passare a dettare comportamenti che incidono negativamente sulla possibilità stessa di condurre delle ricerche o di educare correttamente i giovani all'uso del metodo scientifico, la comunità scientifica dovrebbe ancora mantenere il suo tollerante distacco da queste indimostrabili convinzioni religiose? La domanda è retorica, ma la risposta non sembra essere così scontata. Il problema è particolarmente pressante per la comunità scientifica che opera in Italia, nella cui capitale ha la sua sede principale la confessione religiosa denominata Chiesa Cattolica Apostolica Romana. La Chiesa Cattolica esercita una enorme influenza in tutti gli ambiti della vita sociale italiana, con presa l'educazione e la ricerca - soprattutto in ambito medico - e quindi la comunità scientifica italiana è solitamente piuttosto restia a entrare apertamente in contrasto con quelli che sono i dettami di questa confessione religiosa, largamente influente sulla popolazione e sui mass media. Molte sono le evidenze di comportamenti un po' schivi su questa questione palesati nel tempo dalla comunità scientifica italiana. Per rimanere ai più recenti, basta pensare alla partecipazione alquanto tiepida - a mio parere - degli scienziati italiani alla campagna referendaria per l'abrogazione della bizzarra legge di ispirazione cattolica sulla fecondazione assistita. Questa legge dello Stato italiano, confermata dal fallimento del referendum, ha avuto come unico effetto pratico la chiusura qui in Italia di un importante settore applicativo della medicina, fermo restando che gli italiani interessati alla fecondazione assistita possono recarsi nei paesi europei confinanti per accedervi in base alle loro esigenze.

Un altro esempio è lo scarso supporto pubblico dato dalla comunità scientifica alla importante recente decisione assunta dal ministro italiano della Ricerca dell'Università, Fabio Mussi, e avversata dalla gerarchia della Chiesa Cattolica, di ritirare la firma italiana dalla dichiarazione etica contro la ricerca sulle cellule staminali embrionali, firma apposta dal precedente governo. O, infine, l'assenza di reazione alla pretesa del papa teologo Benedetto XVI, sostenuta nel - per altri versi - famoso discorso all'Università di Ratisbona, di mettere in discussione il «ridotto raggio di azione» empirico di scienza e ragione per ampliarlo nel tentativo di fornire risposte razionali agli usuali interrogativi che sono posti alla base della fede religiosa (1), così da dare «alla teologia il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze» (2).

Sono questi solo tre esempi molto recenti in cui la comunità scientifica italiana forse avrebbe dovuto meglio adoperarsi per presidiare il terreno di lavoro che le è proprio, terreno faticosamente acquisito nel corso di secoli. Ma, oltre a meglio presidiare il proprio precipuo ambito di lavoro, mi sembra che la comunità scientifica italiana sia in ritardo anche sulla questione del rapporto fra scienza ed etica. Infatti, è indubbio che le infinite potenzialità di conoscenza e applicazione aperte dalla scienza hanno toccato temi che richiedono l'apertura di un confronto, prima di tutto fra i membri della comunità scientifica, su questioni che sono in rapporto con l'etica. È questo certamente il caso della genetica, dove si vedono infinite possibilità positive per il futuro della vita umana, ma esistono anche possibilità che possono destare alcune -penso fondate - perplessità.

Nella comunità scientifica c'è chi ritiene che la scienza e le sue scoperte non siano di per sé né positive né negative, ma sono l'uso che se ne fa e il tipo di applicazioni che da esse derivano che ne determinano il segno eticamente positivo o negativo. Altri, fra cui Umberto Veronesi, ritengono che «sia difficile pretendere che la scienza debba essere neutrale, perché questo porterebbe a concepire il mondo scientifico come un corpo estraneo alla società, privo di coscienza morale, ma semplice produttore di scoperte scientifiche che qualcun altro dirigerà in un senso o nell'altro. Una posizione inaccettabile perché descriverebbe la comunità di scienziati come un insieme di persone prive di opinioni morali e quindi disinteressate ai problemi politici, sociali, culturali che li circondano». «Ma», prosegue Veronesi, «sappiamo che così non è, se si pensa quanto la scienza abbia consapevolmente contribuito a liberare l'uomo da superstizioni e credenze che per secoli avevano ostacolato lo sviluppo delle sue facoltà critiche. Parlare di neutralità della scienza significa disconoscere il ruolo trainante della scienza nella evoluzione della civiltà» (3). È quindi per rimuovere quella pigrizia che tradizionalmente attanaglia un po' la comunità scientifica italiana quando si trova a doversi confrontare su questioni correlate all'etica della scienza e anche per sollecitare quel ruolo trainante sopra richiamato da Veronesi, che ho pensato di rendere disponibile in italiano, al pubblico di una rivista divulgativa come Sapere, l'articolo scientifico, assai noto fra gli addetti ai lavori, «Scientists and Religion in America», di Edward J. Larson e Larry Witham, comparso nel numero del settembre 1999 su Scientific American.

Spero che la sua lettura aiuti a meglio comprendere il dibattito su questi temi che - quasi assente in Italia - da tempo è in atto nel paese del mondo più importante scientificamente, e che procuri al lettore quella stessa piacevole sensazione di leggerezza che è stata provata dal traduttore durante il suo lavoro, reso gradevole dall'utilizzo di quel prodigioso strumento, prodotto dalla scienza e dalla tecnica, che è il calcolatore elettronico collegato a Internet.

NOTE

(1) Gli usuali interrogativi alla base della religione per Benedetto XVI sono quelli che ogni uomo - inteso come individuo della specie Homo sapiens — si pone: «da dove» vengo e «verso dove» vado.

(2) Il testo integrale del discorso del 12 settembre 2006 si trova nel sito www.oecumene.radiovaticana.org/.

(3) Umberto Veronesi, «Scienza e laicismo», in Le ragioni dei laici, a cura di Geminello Preterossi, Editori Laterza, Bari e Roma 2005.

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Scienziati e religione in America

di Edward J. Larson e Larry Withman

Negli Usa, tra i ricercatori "comuni" le convinzioni religiose sono all'incirca le stesse di sessantanni fa. Ma gli scienziati "di punta " sono più atei ora di quanto non lo siano mai stati

A Washington D.C., a un tiro di sasso dal fiume Potomac, la statua bronzea di Albert Einstein riposa nel giardino a fianco della National Academy of Sciences. Ci potrebbe essere qualcuno più adatto di questo mitico personaggio a rappresentare il più elevato grado di eccellenza scientifica in America?

Fuggito negli USA per sottrarsi agli orrori secolari della Germania nazista che incombevano su di lui in virtù delle sue origini ebraiche, Einstein non smise mai di riflettere sulla religione e una volta sfidò il concetto di incertezza presente nella teoria dei quanti con la famosa affermazione che Dio non gioca a dadi con l'universo. Comunque, in là con gli anni arrivò alla conclusione che «Nella loro tensione verso il bene etico, gli insegnanti di religione devono avere la statura morale per abbandonare la dottrina di un dio personale». Ora, a fine del millennio, si fa strada una tendenza per cercare di riconciliare la scienza con la religione. Nuovi libri acclamano il divino presente nella fisica, nella biologia, e perfino nell'informatica. Lo scorso anno (1998, N.d.TÌ, la copertina di Newsweek si è fregiata di un «La scienza trova dio», subito seguito a ruota da altri importanti rotocalchi che hanno ripreso lo stesso argomento.

Adesso, sempre più conferenze mettono in programma incontri fra i "due modi di conoscere". In un rapporto sull'argomento si asserisce che oggi gli Istituti Superiori in USA vantano ben 1.000 corsi su scienza e fede, mentre uno studente negli anni Sessanta avrebbe dovuto "scavare a lungo nella miseria" (1) per trovarne uno solo. Si dice che gli scienziati in organico più anziani sentano che ora è giunto il momento di dare una testimonianza di quella fede ritrovata o che venne a suo tempo riposta nel cassetto. Comunque, il movimento è lungi dall'essere spontaneo. Le copertine dei rotocalchi arrivano solo dopo il grande simposio che si è tenuto all'Università della California a Berkeley, «La Scienza e la Domanda Spirituale», sovvenzionato dalle tasche capaci della Fondazione Templeton, il cui fondatore, il finanziere-filantropo Sir John Templeton, è profondamente interessato alla riconciliazione del credo religioso con la scienza moderna. Templeton la chiama la «teologia dell'umiltà», enfatizzando la necessità, per chi si trova su una sponda o sull'altra, di accettare i limiti del proprio modo di conoscere al fine di lasciare un po' di spazio agli altri.

La Fondazione Templeton ha inoltre supportato molti di quei nuovi corsi istituiti sull'argomento, ha creato premi in denaro per articoli particolarmente eruditi, e finanziato innumerevoli altri corsi accademici e conferenze - tutti quanti progettati per stimolare dotte discussioni sulla relazione fra scienza e religione nel contesto della teologia dell'umiltà. Sforzandosi di stare al passo, alcune organizzazioni evangeliche protestanti - fra cui la più importante è la ben finanziata Campus Crusade for Christ - hanno sponsorizzato conferenze e seminari che espongono i loro punti di vista sull'argomento. A oggi, nella scienza istituzionale, dove gli uomini e le donne più brillanti svolgono la loro opera, gli ingranaggi macinano ancora lentamente e troppo grossolanamente (2).

In molti si è prodotta un'avversione intellettuale al soprannaturale. Anche se la scienza dovesse trovare Dio, come riportato dallo stesso Newsweek in quella che sarebbe stata (se vera) la notizia del secolo, gli scienziati saprebbero riconoscerlo? Charles Darwin viene celebrato come un esempio di spirito scientifico. Con pazienza, Darwin nutrì dubbi e sottomise a verifiche la sua teoria dell'evoluzione per venti anni prima di pubblicarla. Si preoccupò ancora più a lungo della questione religiosa prima di decidersi in favore dell'agnosticismo. «Io sento nella mia parte più recondita che l'intero argomento è troppo profondo per l'intelletto umano», scrisse quando era in là con gli anni. «Sarebbe come se un cane speculasse sulla mente di Newton. Lasciamo che ciascun uomo speri e creda in ciò che vuole».

E in cosa spera e crede uno scienziato tipo? Uno dei primi pionieri che tentò di dare una risposta a questa domanda fu lo psicologo James H. Leuba del Bryn Mawr College. Nel 1914 e poi di nuovo nel 1933, Leuba fece un'indagine fra i fisici e i biologi americani per conoscere la loro visione di ciò che lui descrisse come «le due credenze centrali della religione cristiana»: un Dio influenzabile dalla sua adorazione, e una vita ultraterrena. Egli sostenne che senza questi «dogmi fondamentali» la cristianità non avrebbe potuto sopravvivere. E asserì che era giusto interrogare gli scienziati su queste credenze, perché gli scienziati «esercitano una grande influenza nel mondo moderno, anche sulle questioni religiose». Per vedere se da allora le credenze degli scienziati sono cambiate, nel 1996 e nel 1998 abbiamo nuovamente intervistato gli scienziati americani ponendogli le due domande di Leuba: se credessero in «un Dio in comunicazione intellettuale e affettiva con l'uomo ... che si possa pregare nella speranza di ottenerne una intercessione positiva» (3) e nella «immortalità dell'essere umano» (4). Sì, no e non so o agnostici erano le uniche possibilità di risposta offerte. Il questionario era rigorosamente anonimo.

Le domande del questionario hanno sollevato parecchie critiche, analogamente a quanto si era verificato al tempo di Leuba. «Perché una definizione così restrittiva (dì Dio)?» ci ha chiesto uno degli scienziati che hanno risposto, scrivendo a margine del questionario. «Credo in Dio, ma non credo che ci si possa aspettare una sua risposta a una nostra preghiera». Un altro degli intervistati ha aggiunto: «Credo che sia possibile essere una persona profondamente religiosa e al contempo rifiutare di credere in un dio personale o nell'immortalità personale».

Leuba difese risolutamente le sue due domande nel rispondere a analoghi interrogativi. Scrisse: «Ho scelto di definire Dio in questo modo perché proprio questo è il Dio venerato in ogni branca della religione cristiana». Siccome possiamo tenere traccia delle variazioni nel tempo solo se usiamo le stesse precise e identiche domande di Leuba, abbiamo accettato il rischio di sottostimare la quantità di persone con credenze religiose.

Il sondaggio ha seguito strettamente i metodi di Leuba. Dapprima abbiamo sottoposto il questionario a un campione di scienziati di biologia e di fisica (fra quest'ultimi vi erano dei matematici) casualmente scelto fra quelli nella lista della pubblicazione standard American Men and Women of Science, così come fece Leuba nel 1914 con la pubblicazione American Men of Science dell'epoca. La seconda indagine di Leuba, inerente «gli scienziati più grandi», si basava su un campione casualmente scelto fra le persone definite tali in virtù della presenza di asterischi vicino al loro nome nella lista. Questa distinzione non c'è più nell'odierno American Men and Women of Science, così abbiamo ripiegato sulla élite rappresentata dagli iscritti nei ruoli della National Academy of Sciences (NAS), il cui cuore è costituito dalle sezioni delle scienze biologiche e fisiche, che abbiamo campionato nella loro interezza. Secondo gli standard delle risposte ottenute dai questionari, le due domande devono aver toccato un nervo scoperto sia allora che oggi, con più della metà delle persone del campione che hanno risposto tutte e due le volte.

La soluzione del 40 per cento

Un numero fa calare il sipario su più di ottanta anni: 40 per cento. Quattro scienziati su dieci al tempo di Leuba credevano nel Dio così come definito nel suo questionario. Lo stesso si verifica ai giorni nostri. Un po' di più, circa il 50 per cento, ritenevano possibile qualche forma di vita dopo la morte ai tempi di Leuba, ma ora questa percentuale è anch'essa pari al 40 per cento.

Così, una delle predizioni di Leuba, che chiameremo la sua teoria generale della miscredenza (5) è fallita. I progressi nella scienza, scrisse intorno al 1914, avrebbero nel tempo richiesto «una revisione dell'opinione pubblica riguardo... le due credenze cardinali del Cristianesimo ufficiale». Supponeva che la miscredenza religiosa sarebbe aumentata sia fra gli scienziati americani che fra gli americani in generale. Ma gli scienziati odierni non gettano a mare le «due credenze cardinali» della cristianità più di quanto non facessero i loro predecessori nel 1914. Indagini della Gallup suggeriscono le stesse percentuali per la popolazione generale. Nella seconda parte dell'indagine di Leuba - il sondaggio sulle élite scientifiche - si trovarono livelli molto più alti di miscredenza e dubbio. Nel 1914 poco più di un terzo dei «più grandi» scienziati (6) di Leuba si espresse per una credenza in Dio e solo una percentuale leggermente maggiore per l'immortalità. Nel 1933 più dell'ottanta per cento dei più grandi scienziati naturalisti rifiutò entrambe le credenze cardine della tradizione cristiana.

Chiameremo la seconda teoria di Leuba la sua teoria speciale della miscredenza.

I «più grandi» scienziati sarebbero meno inclini ad accettare il sovrannaturale di quanto lo sarebbero scienziati «minori», asserì Leuba, a causa della loro «conoscenza, comprensione e esperienza superiori». Questa teoria speciale è, a oggi, ben viva: «Si può chiaramente essere scienziati e avere credenze religiose», disse alla stampa britannica il chimico dell'Università di Oxford Peter Atkins quando il risultato del 40 per cento fu reso pubblico nel 1997, «ma non penso che si possa essere un vero scienziato nel senso più profondo del termine, in quanto queste sono categorie della conoscenza totalmente aliene» (7).

Nel 1998 i membri della NAS forse rappresentano un campione più fedele di élite scientifica di quanto non fossero i nomi con asterisco selezionati nella lista di Leuba.

Il Congresso creò la National Academy of Sciences nel 1863 e, dopo aver nominato i suoi primi membri, il Congresso conferì loro, e ai loro successori, il compito di scegliere tutti i membri a venire. L'attuale numero di membri è 1.800 e rappresenta l'organizzazione più vicina all'albo d'oro (8) della scienza americana.

E le loro risposte convalidano la predizione di Leuba sul credo delle generazioni dei massimi scienziati che si sono susseguite dopo i suoi tempi. La miscredenza fra i membri della NAS che hanno risposto al nostro questionario ha superato il 90 per cento. L'incremento può semplicemente essere dovuto al fatto che questo campione rappresenta una élite migliore dei «più grandi» scienziati di Leuba, ma anche questa interpretazione non sarebbe dispiaciuta a Leuba. I biologi della NAS sono i più scettici, con il 95 per cento di coloro che hanno risposto che mostrano ateismo e agnosticismo. I matematici della NAS sono i più inclini a credere: uno su sei fra loro ha espresso credenza in un dio personale.

Lo ziggurat della credenza

Comunque sia, ciò che ne viene fuori è un'immagine delle scienze naturali americane che non è fondamentalmente cambiata dal 1914. Misurati attraverso la credenza religiosa, i professionisti della scienza sono come una piramide, o uno ziggurat a tre strati. In cima, c'è una estrema miscredenza. Gli scienziati nel mezzo sono significativamente meno credenti (più della metà) dei cittadini in generale. La base ampia e pesante è più saldamente legata all'America religiosa. Appare evidente la presenza di una religione maggiormente personale fra i fisici, gli ingegneri e i membri di altri impieghi tecnologici che si occupano di scienza applicata. Per molte persone istruite, togliere il velo che copre questa piramide significa solo fare molto rumore per nulla. «Oggi più alto è il livello educativo, o più alti sono i punteggi ottenuti con i test di intelligenza o di rendimento scolastico, meno probabile è che le persone siano cristiane», nota lo storico Paul K. Conkin. Potrebbe dirsi lo stesso anche per quanto riguarda la correlazione con il reddito.

Vi è un certo rischio nel mettere da una parte gli scienziati «minori» per cingere d'alloro solo quelli «maggiori», ma questa distinzione ha il suo valore. Naturalmente, i teisti possono grattarsi il capo domandandosi «Ma non erano dei grandi anche Copernico, Keplero e Newton? E ciascuno di costoro non era profondamente e personalmente religioso? Perché non sono più presenti teisti del genere di Newton nei più alti ranghi dell'eccellenza scientifica dei giorni nostri? Le menti scientifiche contemporanee più profonde sono indirizzate verso l'ateismo, o, per parafrasare Darwin, è l'ambiente rappresentato dalla élite scientifica che seleziona chi ha le caratteristiche del miscredente?».

Il leggendario biologo evoluzionista Ernst Mayr, un membro della NAS fin dal 1954, condusse uno studio sulla miscredenza fra i suoi colleghi accademici della Università di Harvard. «Venne fuori che eravamo tutti atei», ricorda. «Trovai che ce ne erano di due generi». Mayr descrisse uno dei due tipi come «Oh, divenni ateo molto presto. Non potevo proprio credere in tutto quell'armamentario soprannaturale». Ma gli altri gli dissero: «Non posso proprio credere che ci sia un dio con tutto questo inferno in giro per il mondo». Mayr aggiunse che «la maggior parte degli atei combina le due considerazioni. È questa combinazione che rende impossibile credere in Dio».

Il sociologo dell'Università di Washington Rodney Stark, uno dei primi ricercatori sulla diffusione della secolarizzazione in una società religiosa, sottolinea che «ci sono stati 200 anni di pubblicizzazione del fatto che se si vuole essere una persona di scienza, si deve tenere la mente sgombra da condizionamenti religiosi». Argomentava che, benché gli aspetti demografici possano fare la differenza - un professore che insegna nel Sud Dakota è probabilmente più religioso di un accademico di Chicago - il più alto grado di istruzione (9) è, fra tutti, il fattore che elimina l'idea di Dio o quelle persone che ci credono. Nelle università dove si fa ricerca, «le persone religiose tengono la bocca chiusa», ci dice Stark. «E le persone non religiose li discriminano. C'è una compensazione nell'essere non religioso nei ranghi più alti dell'eccellenza scientifica».

Stark suggerisce che forse più membri della NAS sono religiosi di quanti pensano sia politicamente utile ammetterlo. La NAS, come molte organizzazioni scientifiche, vive al di fuori del mondo comune. Il principale lavoro dell'accademia (fatto congiuntamente con il National Research Council) è la produzione in media di un rapporto tecnico al giorno per dare suggerimenti al Congresso e ad altri legislatori, per tenere tranquillo il grande pubblico da ingiustificate paure sui rischi della scienza, per mettere insieme le cordate (10) che accedono ai fondi di ricerca, e per promuovere della buona scienza e l'interesse pubblico in questo campo. La NAS è attenta ai propri doveri di servire il pubblico, che è un compito da svolgere con estrema delicatezza. Miscredenza e credenza sono frequentemente diventati per la scienza nella religiosa America una delle più importanti questioni inerenti le relazioni pubbliche.

«Domandai a alcune persone della NAS perché non hanno una sezione di evoluzione», dice William B. Provine, uno storico dell'evoluzionismo e della scienza presso l'Università di Cornell. «Estremamente controverso». Nonostante ciò, a suo merito va il fatto che la NAS nel 1998 pubblicò un rapporto che orgogliosamente promuoveva l'insegnamento dell'evoluzione nella scuola pubblica. «Se Dio esiste o meno è una domanda su cui la scienza è neutrale», inizia cautamente il rapporto, prima di lanciare la sua bordata di argomentazioni scientifiche contro le obiezioni religiose all'insegnamento della evoluzione. Ma l'ironia va notata: un gruppo di specialisti che sono praticamente tutti non credenti - e che credono che la scienza spinga a questa conclusione - dicono al pubblico che «la scienza è neutrale» sulla questione di Dio. Inevitabilmente la religione divenne l'argomento della conferenza stampa che si tenne quando il rapporto fu pubblicato. Eminenti partecipanti alla conferenza ribadirono che la maggior parte delle religioni non sono in conflitto con l'evoluzione e che molti scienziati sono religiosi. «Ci sono molti membri assai brillanti di questa accademia che sono persone molto religiose, persone che nel contempo credono nell'evoluzione; molti sono biologi» asserì il presidente della NAS Bruce Alberts. Naturalmente, non affermò che questi membri della NAS «molto religiosi» credono nel Dio così come definito da Leuba nel suo sondaggio - cioè come nella tradizione teista ebraica, cristiana o musulmana - ma questa è certamente stata l'interpretazione naturale della sua affermazione da parte della maggioranza del pubblico generale.

Gesto equilibrato o codardia?

La NAS ha mostrato un'analoga preoccupazione per l'opinione pubblica in un indirizzo politico del 1981 che venne adottato come azione di retroguardia dopo che due Stati chiesero formalmente lo stesso trattamento in termini di orario per la «scienza della creazione» che ha la biologia nelle scuole pubbliche. «Scienza e religione sono domini separati e mutuamente esclusivi del pensiero umano la cui esistenza nello stesso contesto porta a incomprensioni sia della teoria scientifica che della credenza religiosa», disse la NAS. Queste regole del gioco soddisfano molti di quelli che stanno nell'ampia schiera di mezzo, ma sono meno soddisfacenti per qualche ateo della scienza e per i molti religiosi della scienza. Lo zoologo britannico Richard Dawkins definisce il precedente indirizzo della NAS «una scappatoia da codardi. Penso sia un tentativo di blandire il raffinato gruppo di pressione teologico per attirarlo dalla nostra parte e lasciare i creazionisti nell'altro campo. E' buona politica. Ma è intellettualmente scorretto». Gli antievoluzionisti come Philip E. Johnson, un professore in legge di Berkeley che frequentemente fa l'oratore per il Campus Crusade for Christ, traggono vantaggio da tale chiarezza e considerano Dawkins il contraltare perfetto. «Io e i miei colleghi vogliamo separare la vera scienza dalla filosofia materialista», rispose Johnson durante il dibattito sulla PBS (Public Broadcasting Service) Firing Line.

Dawkins è ben noto per le sue vedute poco accomodanti e ha paragonato la credenza in Dio alla credenza nelle fate. Considera intellettualmente disonesto vivere con contraddizioni come fare scienza durante la settimana e andare in chiesa la domenica.

Eugenie C. Scott, la direttrice dell'anticreazionista National Center for Science Education, è consapevole della posta in palio (11) nelle relazioni pubbliche quando combattenti come Johnson e Dawkins insistono sul fatto che il dibattito fra scienza e religione, credenza e non credenza, evoluzione e creazione, non sia assoggettabile ad alcun compromesso. Una resa dei conti ebbe luogo nella primavera del 1997. Nell'agenda del comitato della National Association of Biology Teachers (NABT) c'era il voto sull'«Indirizzo nell'Insegnamento dell'Evoluzione» del 1995. Questo indirizzo era diventato tristemente famoso nei circoli creazionisti perché asseriva che l'evoluzione è «un processo incontrollato, impersonale, impredicibile e naturale» - definizione che, per alcuni, implica l'ateismo.

Due stimati studiosi, lo storico delle religioni Huston Smith e il filosofo Alvin Plantinga, suggerirono al comitato di eliminare le parole «incontrollato, impersonale» per evitare agli insegnanti di biologia il problema di dover difendere l'uso di tali termini. Il comitato votò contro questa proposta. Allora, perdendoci solo poche ore, Scott persuase il comitato a invertire il voto. Il direttore del NABT Wayne W. Carley disse che la modifica era un esempio di scienza buona, onesta. «Dire che l'evoluzione è incontrollata significa fare un'affermazione teologica».

Ma quel voto comparve sulla stampa popolare come se gli scienziati mostrassero deferenza verso i creazionisti, e così iniziò quello che la Scott chiama l'affaire NABT. Un gruppo di biologi contrari denigrarono la preoccupazione della Scott per le relazioni pubbliche, insistendo sul fatto che davvero l'evoluzione è incontrollata e impersonale.

I materialisti presenti nelle scienze, vivendo e lavorando in una cultura tradizionalmente cristiana, debbono fare gesti equilibrati di questo tipo. Matt Cartmill, presidente della American Association of Physical Anthropologists, entra nel dibattito ponendosi maggiormente sul lato della umiltà nella scienza. «Molti scienziati sono atei o agnostici che vogliono credere che il mondo naturale che studiano sia tutto ciò che c'è, e, essendo solo degli esseri umani, tentano di convincersi che la scienza li supporta in questo credo», scrisse nella rivista Discover lo scorso anno. «È una credenza onesta, ma non è un risultato acquisito tramite una ricerca scientifica) Comunque, ci sono scienziati che tentano di farla davvero questa ricerca. Nel simposio annuale del 1997 a New Orleans della Society for Neuroscience si sentì parlare del «modulo e Dio», una connessione nel cervello (12) che apparentemente produce sensazioni religiose. Lo stimolo a ciò è dato da quella miniera d'oro della ricerca sul cervello rappresentata dai disturbati di mente: pazienti con epilessia temporale del lobo hanno esperienze religiose durante i loro attacchi. Il Cristiano antievoluzionista Johnson rispose direttamente: «Si può star certi che i materialisti scientifici non scopriranno mai un "modulo materialista", cioè una parte del cervello che fa sì che le persone fantastichino su come poter spiegare la mente in termini strettamente materialisti».

Alla conferenza del 1998 intitolata Science and the Spiritual Quest tenutasi a Berkeley, finanziata dalla Templeton Foundation, più di 20 scienziati, comprendenti un Premio Nobel per la fisica, testimoniarono che la scienza o li aveva condotti a Dio o non era mai stata di ostacolo alla fede. La conferenza incoraggiava gli scienziati a partecipare a discussioni pubbliche su Dio, compreso (ma non in modo predominante) quel Dio che risponde alle preghiere della definizione di Leuba.

Alcuni fecero notare che scienza e fede sono entrambe estremamente presuntuose, mentre altri suggerirono che il cosmo contiene «tracce» (13) di una mente. L'astronoma Jocelyn Bell Burnell, quacchera devota nota per la sua scoperta delle pulsar, trova un posto nella sua vita sia per la scienza che per la religione. «Non penso che Dio abbia creato il mondo in nessun senso fisico», disse a una platea di 350 persone, «ma questo non significa che non ci sia un dio». Per lei, Dio solamente è - una esperienza privata, interiore glielo dice. Disse che alcuni vogliono mettere Dio in quel piccolo intervallo di un nanosecondo dopo il Big Bang, ma la sua fede non abbisogna di alcun dio infilato in qualche intervallo di tempo.

Quando era già avanti nella sua brillante carriera, l'astronomo Allan Sandage si imbattè nella domanda che i teisti della scienza amano porre ai loro colleghi agnostici: «Perché c'è qualcosa anziché il nulla?». «Non ho mai trovato la risposta nella scienza», confidò all'assemblea di Berkeley. «Per superare il disagio verso il divino, dovetti far qualcosa: decisi di credere», spiegò Sandage, aggiungendo che il suo credo «risultò essere corretto». L'esperienza di conversione di Sandage lo rende una delle rare «persone di ponte» che lega differenti campi di teisti. Il suo approccio testimoniale si rifà agli evangelici, ma lui si trova anche ben inquadrato fra i cristiani liberali. Lo stesso potrebbe dirsi per il noto geologo di Princeton e membro della NAS John Suppe, che ha anche lui «raggiunto la fede» dopo aver ottenuto la fama scientifica, nel suo caso arrivando alla fede attraverso una ricerca del significato (14).

Disegno Intelligente e Diluvio Universale

Di tutt'altro tenore fu il dibattito su scienza e Dio che si tenne nel 1996 durante la Mere Creation Conference sponsorizzata dal Campus Crusade for Christ, tenutasi nella conservatrice Biola University (che in precedenza era il Bible Institute di Los Angeles). Un'impressionante successione di oratori parlò dell'evidenza di Dio nella scienza. Questa corrente è costituita soprattutto da creazionisti che credono nella «vecchia Terra». Ammirano la scienza convenzionale, con il suo cosmo che evolve e gli eoni di tempo, e possono accettare ogni cosa sull'evoluzione eccetto il suo nucleo centrale (15): la trasformazione degli oggetti chimici in vita e il passaggio dal cervello dei pesci alla consapevolezza di sé degli esseri umani. Desiderano ardentemente una scienza che sia amichevole con Dio (16), una disciplina che permetta termini quali «progetto intelligente» e «scienza teistica».

Dietro questo movimento c'è il Dio del protestantesimo di inizio ventesimo secolo come definito da Leuba, che risponde alle preghiere e promette una vita eterna. Ancor oltre la destra teologica incombono i cosiddetti creazionisti scientifici. Cercano di attribuire una dignità scientifica alla «giovane Terra» della Bibbia - creata rapidamente poche migliaia di anni fa come si evince dalle genealogie della Genesi. Il loro programma centrale di ricerca è la geologia dell'alluvione, che cerca di dare evidenza scientifica alla alluvione planetaria di Noè e parte da questa catastrofe per spiegare le maggiori caratteristiche geologiche della terra. Si sarebbero trovati in territorio nemico, per così dire, alla conferenza sulla domanda spirituale di Berkeley, dove erano presenti degli dei vagamente personali e interpretazioni poetiche della Genesi. Pochi geologi dell'alluvione di stampo laico erano presenti al convegno a Biola, ma la frazione della «vecchia Terra» vuole convincere queste persone dei tempi passati a lavorare insieme per aprire delle falle nella teoria ortodossa dell'evoluzione neo-darwiniana, che considerano implicitamente atea.

Vescovi ed ecologia

Inoltre, è nell'evoluzione stessa che qualche scienziato ritrova una religione secolare. Uno di questi è la biologa cellulare Ursula Goodenough, già presidente dell'Institute for Religion in an Age of Science (si veda la recensione del suo libro The Sacred Depths of Nature, Scientific American, May 1999). La sua opinione è che ci possa essere una religione senza la presenza di un dio o del soprannaturale. «Mi considero una nonteista», disse alla conferenza sulla «Epic of Evolution» al Field Museum di Chicago nel 1997. La sua religione, spiegò, prende il nome di «naturalismo religioso» (per distinguersi dal naturalismo filosofico) e suggerisce di rivolgersi alla storia dell'evoluzione per trovare una presenza teistica nella propria vita.

La preoccupazione per l'ambiente rappresenta un terreno comune a non credenti, scienziati umanisti e religiosi liberali. Carl Sagan ruppe il ghiaccio con la sua lettera aperta del 1990 che dava il benvenuto a tutti e invitava la comunità religiosa a salire a bordo del movimento per salvare il pianeta. L'anno successivo troviamo Sagan al fianco del vescovo episcopale, vestito da cerimonia, nella cattedrale St. John the Divine di Manhattan, a presiedere l'appello congiunto della scienza e della religione per l'ambiente. Lo scorso autunno (1998, N.d.T.) un'alleanza simile andò in onda per le sale della Evolution Central, il Museo Americano di Storia Naturale a New York City. Un paleontologo del museo, il noto anticreazionista Niles Eldredge, ci dice che tutto ciò era ottimo. Ma, si affretta ad aggiungere, l'ambiente può essere l'unica cosa che scienza e religione sono in grado di discutere civilmente. «C'è una componente ecologica in tutte le concezioni di Dio», disse Eldredge al New York Times. Per chi teme disastri nelle relazioni pubbliche, l'amichevole comune attenzione all'ecologia può facilmente oscurare la problematica domanda su Dio, dando un buon ritorno a quegli scienziati preoccupati del supporto pubblico alle loro discipline.

Questo riavvicinamento sull'ambiente è ancora più evidente, se si considera che fra tutte le categorie di scienziati intervistati, proprio i biologi del NAS erano quelli che meno volevano aver a che fare con il sovrannaturale. «I biologi moderni pensano davvero che se noi andiamo al livello del DNA abbiamo la possibilità di comprendere appieno le cose», commentò il biologo Lewis Wolpert guardando i risultati del nostro sondaggio. «Se sei un fisico, vivi in un mondo di meccanica quantica e di Big Bang, e tutto ciò è così bizzarro e grottesco che il concetto di comprendere quasi scompare». Così un fisico può vedere degli spazi (17) lasciati a Dio. Analogamente, i matematici possono essere platonici e percepire la matematica meravigliosamente amalgamata della mente umana come una guida verso l'ordine di un intelletto divino.

Fred Hoyle, colui che coniò a scopo irrisorio il termine "Big Bang", è notoriamente citato (parlando a favore di idee quali il principio antropico) per aver detto che è così sbalorditivo vedere l'universo messo così bene a punto quando non c'è alcun Dio ad averlo registrato. Naturalmente i teisti disquisiscono che proprio questo sia il nocciolo: come avrebbe altrimenti potuto il Big Bang generare le condizioni precisamente necessarie a produrre la vita basata sul carbonio? Ma, per un biologo evoluzionista come il membro della NAS John C. Avise, «solo la selezione naturale è vicina all'onnipotenza, ma anche qui non è coinvolta alcuna intelligenza, previsione, scopo ultimo o morale. La selezione naturale è puramente una forza amorale, tanto inevitabile e priva di preoccupazioni quanto la gravità». Avise semplicemente non vede alcun mondo troppo-ordinato-per-caso nella sua scienza. «Con tutta l'oggettiva evidenza scientifica sappiamo che i nostri destini biologici, così come quelli di altre specie, sono profondamente influenzati da qualche dio genetico e da altre forze naturali», scrive nel suo libro del 1998, The Genette Gods, prima di riportare le parole di William Provine: «La nostra moderna comprensione della vita implica ... che il significato ultimo della vita non c'è proprio» (18).

Il filosofo della scienza Michael Ruse ha fatto carriera studiando come i biologi fanno il loro lavoro e come promuovono le loro teorie. E' completamente a favore del naturalismo; è solo materia, alla fin fine. Ma, essendo uno dei primi membri della moderna scuola di storia della scienza, non può non vedere i fattori sociali che influenzano sia la miscredenza dei biologi sia i criteri di selezione dei membri della NAS. Le grandi menti tendono a essere atee o è l'accademia che accetta solo atei? «Un po' dell'uno e un po' dell'altro» sostiene Ruse. Membri apertamente religiosi dovrebbero senza dubbio sentirsi in tensione, specialmente se il loro credo dovesse essere teologicamente conservatore.

Il teologo luterano Philip Hefner non è un sostenitore dei fondamentalisti e si sente a favore della scienza. Il suo giornale Zygon si dedica a collegare scienza e fede evitando gli estremi di ambo le parti. Come seguace del teologo Paul Tillich, Hefner si occupa di simboli e miti. I miti possono sopraffare i tempi, dice, e la scienza può sbagliare tanto quanto la religione. Purtroppo per l'America il più grande mito su scienza e religione è un melodramma giudiziario, il «monkey trial» (19) di John Scopes del 1925. Questo mito ha attecchito tenacemente nella vita intellettuale americana sin da allora, sostiene Hefner.

«Il mito è», continua il teologo, «che gli scienziati sono solitari coraggiosi che desiderano morire per la verità. La religione organizzata è ipso facto opposta alla libertà intellettuale e alla libertà della verità. La religione organizzata è il nemico. Quando si arriva al dunque, la religione organizzata ucciderà lo scienziato coraggioso». Hefner sospira per questo dramma sulla moralità predominante. «La storia ci mostra che non è vero», dice. «Ma non lo capiremo mai». Così il dibattito va avanti, spinto soprattutto da quelli dalla parte della religione - conservatori, moderati e liberali - che cercano il supporto dell'autorità della scienza per le loro vedute. In tempi precedenti, erano gli scienziati a cercare l'imprimatur della chiesa, ma ora che il potere e la gloria sono andati alla scienza, la maggior parte degli scienziati moderni non sembra preoccuparsi di ciò che la chiesa pensa della loro scienza. In genere vedono la religione come una reliquia del passato o come un fatto privato al di là del regno del discorso scientifico. Grazie forse all’influenza di Templeton e alla ascesa del relativismo postmoderno, molti di entrambi gli schieramenti sembrano ormai desiderosi di ammettere i limiti dei loro modi di conoscere. E, almeno negli USA, dove il governo finanzia la ricerca di base e regola le sue applicazioni, qualche scienziato con un buon senso politico si rende conto del valore che può avere minimizzare quelle implicazioni negative per il soprannaturale che sorgono dai propri studi sul naturale.

NOTE

* Titolo originale «Scientista and Religion in America», apparso su Scientific American, settembre 1999, pp. 78-84. Cortesia de Le Scienze, edizione italiana di Scientific American.

(1) «long dug in hardscrabble».

(2) «the wheels grind slowly and exceedingly fine».

(3) «a God in intellectual and affective communication with man ... to whom one may pray in expectation of receiving an answer».

(4) «personal immortality».

(5) «disbelief».

(6) «greater» scientists.

(7) «alien categories» che in americano assume, come in italiano, lo stesso significato di categorie totalmente estranee, contrarie.

(8) «peerage». Il termine trae origine dall'Albo d'Oro dei Pari di Inghilterra.

(9) «education».

(10) «lobby».

(11) «dividends at stake».

(12) «a spot in the brain».

(13) «hints».

(14) «a search for meaning».

(15) «hard parts».

(16) «God-friendly».

(17) «gaps».

(18) «is nonexistent».

(19) Processo alla scimmia.


Nostro articolo, a firma di Sestante (febbraio 2007)

Stanchi di sentire il papa...

...tuonare contro le coppie di fatto, l'aborto, la ricerca sulle cellule staminali embrionali? Sì? Ebbene, mettetevi l'anima in pace. A Ruini scappa un documento, e quando è così cari miei c'è poco da stare allegri.

Al da poco santificato Pio IX, quando scappò il Sillabo, tutti rimasero esterrefatti, non ci volevano credere che nell'ultimo scorcio del XIX secolo, in clima positivistico e di incipiente socialismo, potesse concepirsi un documento così reazionario, che scavalcava all'indietro  più di un secolo di liberalismo. D'altra parte la chiesa non va troppo spesso "di documento", si sa, gli estensori sono un po' anziani e prima di farlo... Aggiungeteci poi il mal di pancia per l'incazzatura per la allora fresca presa di Roma e il quadro è completo.

Però ogni tanto devono farlo. É vitale anche per loro: anzi, soprattutto per loro. Non sono sempre vissuti di encicliche, bolle, anatemi, scomuniche, il primo documento fu il Credo, che nel Concilio di Nicea condensò in poche parole tutta la dottrina cattolica. Oggi la misura è colma, quelli che sentivamo erano solo i borborigmi del papa o di qualche vescovo, unito a qualche stridula trombetta dei fidi alleati: i Bondi, i Larussa, i segnali delle truppe mastellate. Che qualcosa stia per accadere lo si vede dalla premura con cui il nostro presidente Napolitano vuole contribuire a tanto evento, fornendo il suo unguento collaborativo. Come diceva Carosello di un famoso prodotto: "basta la parola". E il risultato di tutto questo sforzo lo chiamano magistero.  É una cosa seria.

Fuor di metafora, se prima i moniti della gerarchia erano rivolti sì ai cattolici, ma un po' anche a tutta la società, adesso l'intento più appariscente è quello di mettere in riga soprattutto i cattolici, e i renitenti scalcino pure ma si rassegnino: obbedienza. É questa la parola magica che ha sempre messo a posto tutto, e se qualche uccellino indisciplinato vuole fare il contro canto stia attento perché il meno che gli possa capitare è che al primo accenno di cinguettìo sia subissato dal coro compatto dei fedeli del papa. Questo è il solo dialogo che conosce la chiesa cattolica: esiste una sola morale, la morale naturale e quindi cattolica per definizione. Tutto il resto è disordine, immoralità, disgregazione: in poche parole male da sradicare. Non l'hai capito ancora caro presidente NapolItano? Sei ancora inchiodato alla Costituzione del 46, quando molti dei vecchi comunisti credevano di rabbonire la chiesa facendo approvare l'articolo 7? Avete firmato loro una cambiale in bianco: ebbene, ora stanno passando all'incasso.

Sestante


Da Diario, intorno al 18 Febbraio 2007

di Luca Fontana (le correzioni in rosso sono nostre)

Fare l'amore di questi tempi

L'invadenza di Dio

La molestia di voler imporre una fede religiosa a tutti i costi ai bambini

Si narra che il grande Alfred Hitchcock, in viaggio attraverso la Svizzera, indicando a un amico qualcosa lungo la strada, dicesse: «Quella è la scena più paurosa che io abbia mai visto». Era un prete che conversava con un ragazzino, tenendogli una mano sulla spalla. E che, sporta la testa dal finestrino, si mettesse a gridare: «Scappa, bimbo! Scappa e salvati la vita!». Questa storia - è da giorni che ne rido - la traggo da un libro coraggioso e intelligente che non riesco a smettere di leggere: "The God delusion" (Bantam Press) ossia "Il delirio di Dio", così come si dice in psichiatria del delirio di grandezza o delirio di riferimento.

Autore é Richard Dawkins, etologo e biologo illustre, detentore della cattedra, presso l'Università di Oxford, di Charles Symonyi professor of the public understanding of science. E di pubblica comprensione della scienza fa buon mestiere nel libro che è soprattutto costituito, nella sua parte centrale, da una serie di bordate fatali contro l'ipotesi del «progetto intelligente» - (spesso calcato in Italia come «disegno intelligente»), ossia l'argomento caro a neo-con e theo-con, e cons de toutes espèces (che bisogno c'era di scrivere in francese?), che permetterebbe a Dio, uscito dalla porta della scienza, di rientrare dalla finestra della stupidità capziosa, o dell'ignoranza compiaciuta. Lascio al lettore di seguire la fondatissima argomentazione principale. Ma il libro è parecchio di più. Animato da un salutare vigore polemico, e da un notevole talento comico - come cabarettista antiteologico, molto più grande di Woody Allen - Dawkins costruisce una seria confutazione delle religioni, e delle tre monoteiste in particolare, con antipatia di riguardo per il cristianesimo. Lo consiglierei anche - soprattutto - ai credenti, i più improbabili dei lettori: potrebbe insinuare in loro almeno il virus - questo sì intelligente - del dubbio. Mi limito a citare due proposte che Dawkins avanza: una, che farà storcere nasi, ma non parrà troppo scandalosa, l'altra, (che) invece darà più che fastidio a molti.

Dopo aver osservato che noi atei viviamo in società in cui è del tutto sconveniente dichiararsi apertamente tali - negli Stati Uniti nessuno verrebbe eletto, non dico alla carica di Presidente della Federazione, se lo facesse, ma di presidente del locale circolo della pesca e in Italia, con tipica e vaselinosa ipocrisia cattolica ci si dice «laici», ossia, «non preti» - Dawkins suggerisce di imitare la strategia del movimento del gay pride, anarchica e pacifista: ossia l'outing, cominciare a dichiararsi orgogliosamente atei, in pubblico, e a manifestare il proprio orgoglio. L'altro suggerimento può facilmente attirare una denuncia. In uno degli ultimi capitoli, intitolato Childhood, Àbuse and Religion (Infanzia, molestie e religione), partendo dalla storia atroce del piccolo Edgardo Mortara, il bambino ebreo di Bologna battezzato, mentre era gravemente malato, da una stupida domestica cattolica e fatto rapire da Pio IX, il Santo, Dawkins si domanda cosa voglia dire definire un bambino di 4 o 5 anni cattolico o ebreo o musulmano. L'indottrinamento religioso precoce non è forse una forma di molestia, spesso più traumatica di incontri sessuali precoci?. Delle molestie sessuali da me avidamente ricercate, e mai impostemi con la violenza, conservo un ricordo grato e tenero. Quelle religiose, invece, come un incubo.

(Quest'ultimo periodo - da "Delle molestie...- non si capisce se siano parole di Dawkins o di Fontana. Non commentiamo ulteriormente la bravura linguistica di questo giornalista....)


Su Diario del 16 Febbraio 2007 Luca Fontana, pur con le sue consuete carenze nella lingua italiana e nella punteggiatura, scrive il sottostante abbastanza arguto articolo (gli interventi in rosso sono nostri: abbiamo tolto punteggiatura che non doveva esserci, e l'abbiamo aggiunta quando mancava...):

Modesta proposta:

perché la Chiesa Cattolica non si trasferisce a New York, Ginevra o in Lapponia?

Perché la Chiesa cattolica è in Italia? Ci guadagna? Che non ci guadagni l'Italia dalla «questione romana» che dura dal 1870, ed è vissuta (chi è vissuta? L'Italia? Ma suona male! Semmai "il popolo italiano...che è vissuto") indenne attraverso la legge delle guarentigie, un concordato, una dittatura fascista, e un altro concordato - siamo l'ultimo Paese in Europa ad accordare statuto speciale alla Chiesa cattolica (Fontana, o scrivi "chiesa cattolica" oppure "Chiesa Cattolica", non ti è chiaro?)- dovrebbe essere evidente alla maggioranza degli italiani. Ma che interesse ha ad avere la sede centrale a Roma? Quando la maggioranza dei cattolici non è più in Europa, dove le sue truppe son ormai ben esigue - altro che le divisioni corazzate di Stalin - bensì in Africa e America Latina?

Mi si dirà: ma la Chiesa Cattolica rivendica una discendenza diretta dall'Impero Romano, non ha mai cessato di rivendicarlo, sia invocando la presenza delle spoglie di San Pietro e San Paolo, su cui ha costruito le sue principali basiliche, sia producendo nel corso dei secoli documenti scritti - rivelatisi all'attenta analisi di quell'animo curioso e bilioso che era Lorenzo Valla -  goffe e pasticciate patacche. Quanto alla gita a Roma di due poveri ebrei neofiti e propagandisti di una nuova religione che li disprezzava e perseguitava - in inglese: if you can believe that, you can believe anything, se credi a quello puoi credere a qualsiasi cosa (e cosa c'entra l'inglese?)- perché mai si sarebbero messi in viaggio verso Roma, non fosse questa stata, allora, caput mundi? Belle cose. Ma che per la gran parte dei nuovi, e anche dei futuri, fedeli non significano niente. Il suon di quella Roma non è più che muta polve (corsivo nostro), ormai, per la vasta maggioranza dell'umanità oggi vivente. La Chiesa Cattolica rivendica con gran pompa un'ascendenza storica che per l'umanità intera - venuti meno anche i peplum, o sandaloni nel cinema, qualche traccia di ripresa la si è avuta con Gladiator - oggi non significa più nulla. Ora avanzo due modeste proposte. La prima è: invece di contentarsi di una casa madre in una terra così periferica, provinciale e insignificante com'è l'Italia d'oggi, ed essere costretta a impancarsi di continuo di piccole beghe da cortile di questo paesuccio, non le converrebbe avere una sfarzosa sede moderna in territorio neutrale atto a ospitare organizzazioni e imprese multinazionali, che so Ginevra? O New York, accanto alla sede dell'ONU? Ginevra è calvinista. Ma i banchieri, fermi seguaci del loro teologo locale, sono anche i più fermi assertori del principio di Vespasiano: pecunia non olet (corsivo nostro). Qualcuno dell'attuale management mi farà notare che la Chiesa Cattolica per sussistere ha bisogno di avere dietro di sé un'antica e consolidata tradizione. E qui sorge un'altra proposta. Perché non pensare alla Lapponia? La terra di Santa Claus, ossia Babbo Natale, e delle sue renne? Già l'attuale Papa dimostra una certa vocazione a imitare l'abbigliamento del grande vecchio che vuole tanto bene ai bambini- e questo è certo un segno. Verso la Lapponia si dirigono ogni anno milioni di lettere di bambini che implorano giocattoli, in mancanza d'ogni altra cosa. Con l'abilità che hanno gli storici vaticani una donatio sancti Nicolai (corsivo nostro) non è difficile da inventare. La Chiesa Cattolica ritroverebbe nuova universalità, veramente compresa da tutti. E noi italiani avremmo posto fine alla velenosissima, e noiosissima, questione romana.


Da Diario, intorno al 18 Febbraio 2007 (il titolo è nostro):

Dialogo tra sordi tra papa e presidente

di Giacomo Papi

È vero. Quando le parti vogliono davvero dialogare, una soluzione si trova sempre. Nell'operetta morale che segue, e di cui ci narrano quotidianamente le cronache, il capo dello Stato italiano, Giorgio Napolitano, e il capo dello Stato vaticano, Joseph Ratzinger, discutono sull'opportunità di istituire per legge le unioni di fatto.

Giorgio Napolitano: «Non ho dubbi che si possa trovare una sintesi sulle unioni civili anche nel dialogo con la Chiesa Cattolica e tenendo conto delle preoccupazioni espresse dal pontefice e dalle alte gerarchie della Chiesa».

Joseph Ratzinger: «I Pacs distruggono la famiglia e indeboliscono il matrimonio».

Giorgio Napolitano: «Non ho dubbi che si possa trovare una sintesi sulle unioni civili anche nel dialogo con la chiesa cattolica e tenendo conto delle preoccupazioni espresse dal pontefice e dalle alte gerarchie della chiesa».

Joseph Ratzinger: «I Pacs distruggono la famiglia e indeboliscono il matrimonio».

Giorgio Napolitano: «Non ho dubbi che si possa trovare una sintesi sulle unioni civili anche nel dialogo con la chiesa cattolica e tenendo conto delle preoccupazioni espresse dal pontefice e dalle alte gerarchie della chiesa».

Joseph Ratzinger: «I Pacs distruggono la famiglia e indeboliscono il matrimonio».

Giorgio Napolitano: «Non ho dubbi che si possa trovare una sintesi sulle unioni civili anche nel dialogo con la chiesa cattolica e tenendo conto delle preoccupazioni espresse dal pontefice e dalle alte gerarchie della chiesa».

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Riceviamo da Axteismo il 2 Febbraio 2007 e prontamente pubblichiamo:

Resoconto udienza del 30.1.2007 dinanzi al GUP del Tribunale del L'Aquila

Crocifisso, menorà ebraica e dintorni

di Luigi Tosti

Questo il breve resoconto dell'udienza che si è tenuta martedì, 30 gennaio, dinanzi al GUP dell'Aquila, al quale avevo prospettato -con una memoria che è pubblicata sul sito- l'esigenza di sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti del Ministro di Giustizia che si ostina a non rimuovere i crocifissi dalle aule: l'imposizione del crocifisso, infatti, lede i diritti di libertà religiosa e di eguaglianza degli "imputati", nonché il loro diritto di essere giudicati da giudici "visibilmente imparziali", cioè non assoggettati a crocifissi che valgono a connotare di cristianità l'esercizio delle loro funzioni giurisdizionali.

Ebbene, il GUP dott. Cappa ha respinto questa mia istanza, senza minimamente motivare "perché" dissentiva dalle pronunce della Cassazione e del Consiglio Superiore della Magistratura, che hanno condiviso la mia tesi. Il Gup si è infatti limitato ad affermare, in modo apodittico, che "non sussistono le condizioni e i presupposti per sollevare il conflitto di attribuzioni, per la considerazione che si ritiene del tutto insussistente ogni lesione delle prerogative per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali in questa sede e nel corso del presente procedimento". Con questa immotivata decisione sono state eluse e glissate le decine e decine di pagine di motivazione, scritte dai Giudici della Cassazione da quelli del CSM, con le quali si è affermato l'esatto contrario. A nulla è valso che io abbia prodotto al GUP l'ordinanza del CSM che ha così affermato: "Alla luce dei rilievi ora svolti appare convincente la tesi dell'incolpato (cioè: Tosti Luigi, n.d.r.) secondo la quale l'esposizione del crocifisso nelle aule di giustizia, in funzione solenne di "ammonimento di verità e giustizia", costituisce un'utilizzazione di un simbolo religioso come mezzo per il perseguimento di finalità dello Stato. Del pari persuasiva sembra l'affermazione che l'indicazione di un fondamento religioso dei doveri di verità e giustizia, ai quali i cittadini sono tenuti, può provocare nei non credenti "turbamenti, casi di coscienza, conflitti di lealtà tra doveri del cittadino e fedeltà alle proprie convinzioni" e pertanto può ledere la libertà di coscienza e di religione."

L'aspetto più grave del comportamento del GUP è che egli è venuto meno all'obbligo di motivare il "suo" dissenso rispetto alle decisioni della Cassazione e del CSM, organo di autogoverno dei Giudici, che avevano affermato l'esatto contrario. Se si considera, infatti, che la Cassazione ha il compito, istituzionale, di interpretare le leggi, non si può giustificare che un semplice giudice di merito possa disapplicare le sentenze della Cassazione senza fornire le motivazioni del "perché", a suo giudizio, la Cassazione avrebbe "sbagliato". Posso con coscienza affermare che nell'esercizio della mia professione di magistrato non mi sono mai permesso di disapplicare deliberatamente la giurisprudenza della Cassazione, senza fornire alle parti le ragioni del mio dissenso: i cittadini, infatti, fanno affidamento sulla giurisprudenza della Cassazione e, quindi, hanno il diritto di sapere "perché" un semplice giudice di merito applica la legge in modo difforme da quanto stabilito dalla Cassazione. La "certezza" del diritto consiste proprio in questo.

Il GUP ha tra l'altro affermato che la mia "questione era irrilevante....atteso che nell'aula GUP...non è appeso alcun crocifisso" e che, infine, "la circolare del ministro Rocco non ha valore normativo, ma si concretizza in un mero precetto di natura organizzativa, che non ha alcun potere vincolante".

Anche queste affermazioni sono in aperto contrasto con quanto stabilito dalla Cassazione in due sentenze, da me segnalate al GUP, che hanno affermato che l'occasionale assenza del crocifisso in un'aula non ha alcun rilievo ai fini dell'esercizio del diritto di libertà di coscienza e che la circolare del Ministro di Giustizia ha efficacia normativa e non può essere disapplicata da nessun giudice.

Amaramente concludendo, è perfettamente inutile che la Cassazione e il CSM abbiano sentenziato che la circolare del ministro Rocco è illegittima e che la presenza dei crocifissi nelle aule di giustizia sia altrettanto illegale: i giudici di merito, infatti, seguitano a disaplicare queste sentenze.

Il GUP ha comunque disposto il mio rinvio a giudizio per l'udienza del 19 ottobre prossimo. Il che significa che, mentre il primo processo è stato sbrigato nel tempo record di appena due mesi, per questa coda di processo, che poteva essere sbrigata in due settimane, siamo già arrivati a ben due anni di pendenza. Il sospetto di una strategia di sfiancamento è più che legittimo, dal momento che alcune circolari del CSM impongono la celere celebrazione dei processi a carico del magistrati.

Ringrazio tutti coloro che si sono sobbarcati i disagi e le spese del viaggio all'Aquila per sostenere questa comune battaglia di civiltà e.......alla prossima puntata!

 

Luigi Tosti

 


Riceviamo dall'amico Lucio Garofalo l'1 Febbraio 2007 e volentieri pubblichiamo:

  MALA TEMPORA CURRUNT

RIFLESSIONI SUL TRAMONTO DELLA "CIVILTA' OCCIDENTALE"

Medio Evo prossimo venturo... Tempi di fanatismo, crudeltà, irrazionalità e intolleranza, incombono sia ad Occidente che ad Oriente.

Nuove profezie apocalittiche e nuovi timori millenaristici si affacciano all'orizzonte della storia. Qualcuno ha persino indicato e previsto con precisione matematica la data della fine del mondo che, a quanto pare, i Maya (che furono senza dubbio un popolo molto intelligente e progredito, capace di grandi scoperte astronomiche e matematiche) seppero già calcolare e individuare nell'anno 2012. Su Internet stanno letteralmente proliferando i siti e i blog che si occupano esclusivamente, o quasi, di tale argomento. Da più parti si paventa l'affacciarsi di un nuovo, inquietante periodo di barbarie e di oscurantismo, che parrebbe approssimarsi alle porte del nostro futuro. In tal senso, il catastrofismo, specie quello di origine ecologista, trova un terreno assai fertile per crescere e prosperare... e per terrorizzare la gente.

 

Ma dobbiamo davvero preoccuparci e prepararci ad un futuro apocalittico? Siccome non sono un profeta, né un mago, ma un semplice osservatore della realtà storica, consegno ai posteri l'ardua sentenza...

 

Di certo, affiorano alcuni segnali evidenti che inducono a ragionare e riflettere meglio sulla natura della crisi e sulla decadenza di un mondo imperniato troppo sulle certezze (rivelatesi per quello che in realtà sono, ovvero fragili illusioni) della scienza e del progresso tecnologico, incentrato sui dogmi assolutistici della nuova religione pagana: il liberismo economico-capitalistico, il consumismo sfrenato di un'economia che ha divorato e dissipato tutte le risorse naturali e ambientali della Terra, depredando popoli ed ecosistemi che per millenni sono rimasti perfettamente integri e vergini... Fino a quando non è comparso l'uomo bianco occidentale!

 

Lo stato di irreversibile putrescenza in cui versa l'odierna società tardo-capitalistica su scala planetaria, è talmente palese da non poter essere negato da nessuno, nemmeno dai fautori più fanatici e incalliti della globalizzazione economica neoliberista. Le classi dominanti non sono più in grado di proporre, imporre e propugnare alcun serio e credibile valore etico-spirituale, nessuna visione o idea di società e di progresso che possa infondere nell'animo delle giovani generazioni una piena fiducia nell'avvenire, tranne l'esaltazione acritica del presente, eccetto l'offerta continua e crescente, ma destinata fatalmente ad esaurirsi, di valori e beni effimeri per antonomasia, legati al consumismo puramente materiale, all'usa & getta, per cui esse (le classi dirigenti) sono soltanto lo specchio più grottesco e patetico del declino e della decomposizione sociale.

 

La realtà mostra in modo incontrovertibile che l'attuale modello di sviluppo capitalistico-borghese imposto per secoli dall'occidente con la violenza delle armi, del ricatto alimentare, della propaganda mediatica, ecc., attraversa una fase di profonda crisi strutturale e ideologica, per cui non riesce più a convincere, essendo incapace di sedurre ed attrarre la gente che abita sul nostro pianeta, in modo particolare i giovani e i popoli del Sud del mondo. Basti pensare a quanto sta accadendo negli ultimi anni in un vasto continente come l'America Latina, scosso e rinvigorito da forti spinte rivoluzionarie anticapitaliste ed antimperialiste. Si pensi a quanto accade altrove, in Africa, in Medio Oriente, nell'Estremo Oriente, in Nepal...

 

Ma cosa potrebbe fare ciascuno di noi? Non so gli altri, ma per quanto mi riguarda nutro alcune convinzioni e alcune speranze. Io sono un insegnante. Forse nel mio ambito specifico di competenza, potrei contribuire a promuovere e sollecitare una presa di coscienza critica da parte dei giovani? Non inseguo certo l'assurda pretesa, che sarebbe semplicemente ingenua e velleitaria, di cambiare il mondo con la mia professione quotidiana, anzi. Tuttavia, qualcosa si potrebbe cominciare a fare, anzitutto nelle scuole. Ecco un esempio concreto e praticabile.  

 

Detto con molta franchezza, auspico che un bel giorno, anche nelle scuole pubbliche italiane si approdi finalmente all'adozione di un autentico e necessario spirito laicista, ovvero ad un approccio di tipo relativistico e interculturalistico nell'interazione dialettica tra docenti e discenti, vale a dire nel processo didattico-educativo che dovrebbe costituire il rapporto centrale e privilegiato all'interno delle dinamiche socio-relazionali esistenti nella scuola, sebbene prevalgano sempre più altri interessi e altre mansioni professionali, dunque altri momenti relazionali. Come, ad esempio, gli incarichi legati all'esecuzione delle cosiddette "attività aggiuntive", delle "funzioni strumentali", dei "progetti di arricchimento" (ma arricchimento per chi?). Tutti elementi e ruoli organizzativi che, nell'attuale stato, assolutamente osceno ed obbrobrioso, degli stipendi retribuiti agli insegnanti italiani (i più miserabili d'Europa), emanano inevitabilmente un subdolo fascino seduttivo derivante dal profumo-fetore dei fondi economici aggiuntivi, che attraggono i docenti distraendoli dal loro compito primario, ossia la crescita e l'educazione delle giovani generazioni. Questo spirito di apertura, di tolleranza e di liberalismo etico-spirituale e civile, rappresenta una preziosa linfa vitale, una forma mentis estremamente importante e proficua per la formazione culturale e per la piena emancipazione intellettuale e morale della personalità umana.

 

Infatti, io credo che non arrecherebbe alcun danno ai nostri studenti se cominciassimo a far conoscere e ad analizzare le ragioni degli altri, ossia di quelle genti e quelle culture a noi estranee e distanti, in particolare di quelle culture e di quei popoli tradizionalmente reputati "inferiori", "arretrati", "incivili", "sottosviluppati", eccetera, per dimostrare e far comprendere che invece non lo sono affatto e che avrebbero molto da insegnarci. Come, ad esempio, avrebbero potuto trasmetterci utili e proficui insegnamenti i popoli pre-colombiani degli Aztechi, dei Maya, degli Incas, in tanti ambiti dello scibile umano, come la matematica, l'astronomia, l'architettura, e via discorrendo. Purtroppo, quei popoli sono stati sterminati e annientati brutalmente, la loro cultura e il loro sapere sono stati irrimediabilmente cancellati e sepolti nell'oblio dall'uomo bianco occidentale.

 

Un simile progetto educativo sarebbe certamente attuabile mediante l'introduzione nel curricolo formativo di una disciplina ben precisa, incentrata sull'insegnamento storico e antropologico-culturale delle principali confessioni religiose presenti nel mondo, mediante le quali sarebbe possibile far conoscere e studiare adeguatamente le altre culture e gli altri popoli della Terra. E non, invece, quella noiosissima "pizza" che viene imposta ed inculcata ai nostri allievi, assai più simile ad un insegnamento confessionale e neocatechistico affidato a figure pseudo-specialistiche nominate direttamente dalle curie vescovili (un fatto gravissimo e vergognoso!) all'interno di un contesto pubblico nazionale che dovrebbe avere il segno della laicità, ossia un'impronta di totale autonomia da qualsiasi forma di controllo, di intrusione e di ingerenza esercitata da parte delle gerarchie vaticane nella sfera delle istituzioni statali, quindi anche nella vita delle scuole statali.


Sono convinto che questa sia l'interpretazione più corretta e più accettabile dell'Umanesimo laico, che formerebbe la spina dorsale della cultura e della storia della cosiddetta "civiltà occidentale", se davvero esistesse ancora (e se davvero è mai esistita) una "civiltà occidentale", la cui storia è comunemente (ed erroneamente) concepita come una linea di crescente progresso che prende l'avvio dalla filosofia e dalla civiltà greco-romana classica e giunge sino ad oggi, attraversando in modo particolare i due momenti storici che hanno segnato e generato una rivoluzione culturale della società: la rivoluzione culturale umanistico-rinascimentale del 1400-1500 e la rivoluzione culturale illuministica realizzatasi nel XVIII secolo.

 

Questa visione è esattamente quella di uno sviluppo idealistico-spiritualistico che in realtà cela una grave distorsione e mistificazione storica, mentre sottindende e tradisce un altro tipo di sviluppo e di espansione, di ordine economico-materiale e colonialista, compiuto da parte del mondo cosiddetto "occidentale", una spinta storico-politica di orientamento profondamente eurocentrico e cristianocentrico. Mi riferisco al processo di affermazione e di espansione violenta ed imperialistica delle principali culture e potenze europee nel corso della storia universale.

 

Si pensi alla Grecia ellenistica di Alessandro Magno e alla Roma imperiale, nell'antichità classica; si pensi ai regni romano-barbarici nell'Alto Medioevo, da cui sono successivamente scaturiti i primi stati nazionali europei, la Francia, l'Inghilterra, la Spagna e il Portogallo, nell'epoca moderna, imitati più tardi dall'Olanda, dalla Russia, dall'Austria e dalla Prussia, che hanno figurato e partecipato con le altre potenze all'opera di spartizione economico-territoriale dell'Europa e del mondo durante il 1600 e il 1700, fino alla nascita e alla costituzione della Germania e dell'Italia nel XIX secolo, che è stato il secolo d'oro del colonialismo europeo, in modo particolare dell'imperialismo britannico, e via discorrendo, fino a giungere alle forme più contemporanee di imperialismo e colonialismo e alle tragiche esperienze del totalitarismo nazi-fascista del XX secolo.

 

Mi riferisco altresì a quello stato federale-imperiale che rappresenta oggi il diretto discendente dello strapotere economico-imperialistico europeo, vale a dire gli Stati Uniti d'America, la cui giovane storia è contrassegnata da orrendi misfatti e crimini perpetrati contro l'umanità, a cominciare da quello che costituisce il genocidio più efferato e più dimenticato della storia: l'eccidio di massa operato a scapito dei pellerossa. Senza voler ignorare o sminuire le atroci brutalità, le scelleratezze e gli infami delitti consumati a danno dei popoli dell'Africa (quando l'America bianca necessitò di forza-lavoro a bassissimo costo ebbe inizio la più spaventosa tratta di schiavi che la storia ricordi) e, successvamente, a danno degli Afroamericani, nonché degli altri popoli oppressi e sfruttati dai bianchi nordamericani e dalle società bianche occidentali. 

 

Per tali ragioni, il razzismo è insito e istituzionalizzato nella storia, nella cultura e nella società dei bianchi occidentali. In tal senso, il razzismo non è solo e non è tanto un comportamento individuale, quanto soprattutto un fenomeno sociale e istituzionale, che appartiene intimamente alla storia e alla cultura del mondo bianco occidentale. Una storia che è in sintesi un percorso di violenze, di crimini, di raggiri, di ruberie, di mistificazioni, poste in essere contro il resto dell'umanità. Finché la nostra società si ostinerà ad ignorare il razzismo istituzionalizzato in essa latente, le tragiche colpe dell'occidente non saranno giammai definitivamente espiate, né svaniranno i sensi di colpa che turbano la coscienza sporca dell'occidente. Ma è pur vero che il rifiuto o la rinuncia a fare qualcosa di concreto e significativo  contro il razzismo istituzionalizzato presente nella nostra società, si spiega e si comprende chiaramente col fatto che la società bianca occidentale trae il suo benessere e la sua opulenza economica proprio dall'esistenza del razzismo stesso, che serve a legittimare e giustificare lo sfruttamento materiale dei popoli del Terzo Mondo. Senza questo razzismo istituzionalizzato e questo sfruttamento economico, la società bianca occidentale scomparirebbe.

 

In effetti, oggi la società bianca occidentale sta tramontando proprio perché sta venendo meno il suo predominio storico nel mondo. Non a caso, stanno emergendo nuove grandi potenze economico-politiche sulla scena globale, quali la Cina e l'India, destinate inevitabilmente a sconvolgere gli equilibri e i rapporti di forza internazionali. Questo è ormai un dato di fatto palese e inoppugnabile, che dobbiamo finalmente riconoscere e constatare, per poi prendere atto delle conseguenti ripercussioni sul nostro tenore di vita materiale, che verrà messo fortemente in discussione, com'è giusto che accada, dato che in passato è accaduto a tantissimi altri popoli e ad altre civiltà... per colpa nostra.

 

Con questo articolo mi piacerebbe lanciare una proposta: così come avviene ogni anno per richiamare l'olocausto compiuto dal regime nazista (non solo a danno del popolo ebreo, ma anche contro zingari, slavi, omosessuali, portatori di handicap, comunisti, anarchici e dissidenti vari) si potrebbe fissare, simbolicamente, un "giorno della memoria" riservato al genocidio perpetrato dagli U.S.A., ossia un'intera giornata del calendario da dedicare alle rievocazioni, ai dibattiti e alle riflessioni su ciò che è stata un'operazione di estinzione cruenta e sanguinosa del glorioso popolo dei nativi nordamericani, ferocemente massacrati, stuprati e cancellati dall'esercito yankee, sia fisicamente che culturalmente, in seguito alle cosiddette "guerre indiane" combattute nella seconda metà del XIX secolo.

 

Come spesso è accaduto in passato (si pensi a Roma nei confronti di Cartagine) i vincitori scrivono, o meglio, riscrivono la storia, falsificandola e rettificandola a proprio vantaggio. Così si è verificato nel caso dei pellerossa del Nord America, la cui storia è stata raccontata, descritta e divulgata attraverso il cinema western, che ha celebrato ed esaltato come "epica" la progressiva conquista del West, ossia degli sterminati territori occidentali del continente nordamericano, sottratti con la forza delle armi e con mille trucchi ed inganni ai legittimi abitanti indigeni, le tribù dei pellerossa (appunto), da parte dei pionieri, dei colonizzatori e dei soldati bianchi, mistificando e alterando la verità storica. 

 

Da questi scippi, massacri e raggiri, che sono stati completamente occultati e distorti, hanno tratto la loro origine i numerosi miti e cliché, ovviamente fallaci, legati alla cosiddetta "epopea western": dallo stereotipo del cowboy solitario, onesto e coraggioso, al luogo comune dell'indiano selvaggio e crudele. La mitologia cinematografica hollywoodiana ha riproposto lo schema manicheo di sempre, vale a dire la facile e semplicistica equazione "bianco = buono" e "indigeno = selvaggio = malvagio", un modello che si ripete e si rinnova da secoli in tutte le occasioni in cui i bianchi occidentali si sono incontrati e scontrati con gli esponenti di altre culture e di altri popoli, considerati "inferiori" o "sottosviluppati", per cui sono stati sottomessi con la forza delle armi, con astuti stratagemmi o con altri strumenti coercitivi e fraudolenti.

 

L'occidente bianco è sempre stato sconvolto e turbato dall'idea della violenza, quando ad usarla sono gli altri, ossia i pellerossa, i Cinesi, i Cubani, i Vietnamiti, i negri, gli Arabi, gli islamici, e via discorrendo. Ma le violenze  e le atrocità delittuose dei bianchi occidentali, dove le mettiamo? Il punto è questo: chi detiene il potere detta legge e decide chi sono i "buoni" e chi sono i "cattivi". E' sempre stato così, sin dai tempi più antichi. I Romani erano abili ed esperti maestri in questo campo, come ci insegnano Giulio Cesare e gli altri storici e conquistatori latini.

 

L'ignobile violenza della guerre, delle stragi, delle rapine, dei falsi trattati di pace, eccetera, è sempre stata dissimulata e camuffata sotto vesti ipocrite e posticce, sbandierando di volta in volta nobili principi ideali e morali assolutamente inesistenti, quali ad esempio i valori della "fede religiosa" (si pensi soprattutto all'epoca delle Crociate in Palestina), della "civiltà" e del "progresso" (si pensi alle conquiste coloniali nel Nuovo Mondo, ovvero nelle Americhe, in Africa, in Asia), oppure della "libertà" e della "democrazia" in tempi per noi più recenti e più noti.

Ogni riferimento alla guerra in Iraq, o alle altre guerre attualmente in corso nel mondo, è puramente casuale... amen!

 

Lucio Garofalo


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