Politica e Società-2

(ateismo e agnosticismo inclusi...)

2005 dc

commenti, contributi e opinioni

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kynoos@jadawin.info

Pagina ereditata dal sito di Atheia

Ho unificato le due precedenti pagine di Politica e Sociale perché, in fondo, si occupavano degli stessi temi. Per non appesantirne il peso nel sito, le ho numerate progressivamente a partire da quella con notizie e fatti più vecchi.

In questa pagina ci sono testi con data del 2005 dc, il più recente all'inizio.


Da una mailing-list in Internet. Fonte probabile il settimanale "Diario", 2005.

Favorevoli al matrimonio tra cattolici

Siamo completamente favorevoli al matrimonio tra cattolici. Ci pare un'ingiustizia e un errore cercare di impedirlo. Il cattolicesimo non è una malattia. I cattolici, nonostante a molti non piacciano o possano sembrare strani, sono persone normali e devono possedere gli stessi diritti della maggioranza, come fossero – per esempio – gli informatici o gli omosessuali. Siamo coscienti che molti comportamenti e aspetti del carattere delle persone cattoliche – come la loro attitudine a rendere patologico il sesso – possono sembrarci strani. Sappiamo che inoltre a volte potrebbero emergere questioni di salute pubblica, come il loro pericoloso e deliberato rifiuto dei preservativi. Sappiamo anche che molti dei loro costumi, come l'esibizione pubblica di immagini di torturati, può dare fastidio a molti.

Però questo, oltre che essere più un'immagine mediatica che una realtà, non è una buona ragione per impedire l'esercizio del matrimonio.

Alcuni potrebbero argomentare che un matrimonio tra cattolici non è un vero matrimonio, perché per loro si tratta di un rito e di un precetto religioso assunto davanti a Dio, anziché di una unione tra due persone. Inoltre, dato che i figli nati fuori dal matrimonio sono pesantemente condannati dalla Chiesa, qualcuno potrebbe considerare che permettere ai cattolici di sposarsi incrementerà il numero di matrimoni per via di "quello che la gente mormora" o per la semplice ricerca di sesso (proibito dalla loro religione fuori dal matrimonio), andando così ad aumentare i casi di violenza familiare e l'esistenza di famiglie problematiche. D'altra parte bisogna ricordare che questo non riguarda solo le famiglie cattoliche e che – dato che non possiamo metterci nella testa degli altri – non possiamo giudicare le loro motivazioni. Infine, dire che non si dovrebbe chiamarlo matrimonio, ma in un'altra maniera, non è che una forma, invero un po' meschina, di sviare il problema su questioni semantiche, del tutto fuori luogo.

Anche se tra i cattolici un matrimonio è un matrimonio e una famiglia è una famiglia! E con questa allusione alla famiglia, passiamo all'altro tema incandescente, che speriamo non sia troppo radicale: siamo favorevoli a che i cattolici adottino bambini.

Qualcuno si potrà scandalizzare. É probabile che si risponda con un'affermazione del tipo "Cattolici che adottano bambini? I bambini potrebbero a loro volta diventare cattolici!"

A fronte di queste critiche, possiamo rispondere che è ben vero che i bambini figli di cattolici hanno molte chanche di diventare a loro volta cattolici (a differenza degli omosessuali o degli informatici), ma abbiamo già detto che i cattolici sono gente come tutti gli altri. Nonostante le opinioni di qualcuno e alcuni indizi, non ci sono tuttavia prove che dimostrino che i genitori cattolici siano meno preparati di altri a educare dei figli, né che l'ambiente religiosamente orientato di una casa cattolica abbia un'influenza negativa sul bambino. Inoltre i tribunali per i minori esprimono pareri sulle singole situazioni, ed è precisamente il loro compito determinare l'idoneità dei possibili genitori adottivi.

In definitiva, nonostante le opinioni di alcuni settori, crediamo che bisognerebbe permettere anche ai cattolici di sposarsi e adottare dei bambini.


Riceviamo da Lucio Garofalo il 3 Dicembre 2005 e volentieri pubblichiamo:

La nuova teocrazia

Seppure con ritardo, voglio sollevare una questione che ritengo di enorme portata politico-culturale.

L’esito referendario del 13 Giugno scorso ha riconfermato una serie di tendenze di natura regressiva, in atto in Italia da diversi anni.

Una riflessione preliminare merita l’ennesimo fallimento di un’iniziativa referendaria: da 10 anni nessun referendum è mai più riuscito a centrare l’obiettivo del fatidico quorum, ossia un livello di affluenza alle urne superiore al 50 % (esattamente il 50 % più uno).

Le statistiche riportate sui quotidiani italiani ci rammentano che l’ultima campagna referendaria conclusa con un risultato convalidato dal quorum, risale addirittura al 1995, ossia al referendum concernente la Legge Mammì sulla Tv.

Già in passato, il 3 Giugno 1990,  il referendum promosso contro la caccia e l’uso dei pesticidi, fallì: quello fu davvero un precedente storico.

In seguito, a parte una parentesi di 5 anni costellati da alcuni referendum vittoriosi in materia elettorale (anni, tuttavia, che hanno registrato l’avvento di Tangentopoli e il crollo della prima Repubblica), si sono susseguiti innumerevoli insuccessi referendari proprio a causa del mancato raggiungimento del quorum.

Indubbiamente, in Italia il referendum è stato uno strumento abusato, soprattutto dai Radicali di Marco Pannella, per cui negli ultimi anni si è alquanto usurato, diventando un arnese vecchio che, così com’è, può solo essere rottamato. Oppure, e questa sarebbe una valida ipotesi risolutiva, occorre rivedere il meccanismo del quorum, o abolendolo completamente (come suggeriscono i Radicali) oppure ridimensionandolo (chi propone una riduzione al 33 %, chi al 25 %, ecc.) o ancorandolo ai risultati delle ultime elezioni politiche per la Camera dei Deputati, vale a dire prefissando una cifra “mobile”. Si pensi che altrove, ad esempio nella Confederazione elvetica, i referendum si vincono con il 20 % dei voti!

Comunque sia, nonostante i 10 milioni di Sì, il risultato del 13 Giugno ci induce all’amara constatazione dell’ennesimo insuccesso di uno strumento (l’unico previsto dalla nostra Costituzione) di democrazia diretta a disposizione dei cittadini italiani.

Dunque, già questo è un motivo di preoccupazione che attesta, in modo inoppugnabile, un processo storico di declino e logoramento, non solo e non tanto dell’istituto referendario in sé, quanto soprattutto degli spazi di agibilità democratico-partecipativa che vanno sempre più assottigliandosi nel nostro sventurato Paese, ormai governato da una nuova teocrazia, camuffata sotto la veste di una repubblica parlamentare.

A questo aspetto si lega un problema che rivela un’importanza ancora più vasta e profonda. Mi riferisco alle vicende che hanno determinato il fallimento del referendum, ossia alle gravi responsabilità storiche ascrivibili alle gerarchie ecclesiastiche che, a partire dalla curia pontificia e dalla Conferenza Episcopale Italiana, fino ai livelli inferiori del clero italiano, hanno esercitato pesanti ingerenze ideologico-politiche, attraverso una soverchiante campagna astensionista che ha assunto toni ricattatori e terroristici ed ha condizionato in modo decisivo l’esito referendario.

Non si può negare che la forte presa di posizione del Vaticano rispetto al voto referendario, con tutta la sua portata in termini di arroganza e di ipocrisia moralistica, costituisce la conferma di un rigurgito di neoguelfismo e di una restaurazione clerico-fascista (per dirla alla Pasolini) quali tendenze ormai insite nella cultura, nel costume e nella società di questo Paese.

Non c’è alcun dubbio che abbiamo assistito ad una  vittoria del Vaticano e del clero più reazionario, controriformatore e preconciliare, ovvero ad una bruciante sconfitta della laicità e della democrazia (legale e reale) nel nostro Paese. Un Paese ormai riconsegnato (semmai si fosse affrancato) nelle mani di una teocrazia pseudo-repubblicana il cui capo indiscusso non è tanto papa Nazi-nger (figlio della gioventù hitleriana), bensì sua eminenza il cardinale Ruini, la vera mente strategica della reazione clericale. D’altronde, lo stesso Ruini ha dichiarato apertamente la volontà della Chiesa cattolica di recuperare e rilanciare la propria centralità nello scenario politico nazionale ed internazionale, attraverso una strategia egemonica già avviata durante il pontificato di Wojtyla.

La scelta della tattica astensionista non è stata casuale, nella misura in cui era mirata non solo ad accaparrarsi la quota dell’astensionismo “fisiologico”, ma altresì ad eliminare la segretezza del voto, con l’effetto di condizionare ancor più la scelta degli elettori cattolici.

E’ inutile nascondersi o far finta di nulla. Non si può negare che l’esito dell’ultimo referendum ci ha consegnato l’immagine di un Paese ancora più oscurantista, retrogrado e vulnerabile.

I politici di professione, quelli che aspirano a far carriera, anche quelli di sinistra (persino i dirigenti del P.R.C.) hanno timore ed esitano a fare affermazioni del genere, soprattutto per non urtare la suscettibilità dell’opinione pubblica italiana, ossia per non perdere consensi elettorali.

Ma chi, come il sottoscritto, non persegue interessi di tipo elettorale, sarebbe ipocrita e vile se non ammettesse e non capisse quella che è una realtà abbastanza evidente, cioè che negli ultimi 20 anni, in Italia si è compiuta un’involuzione sociale e culturale gigantesca, in senso illiberale e reazionario.

Non si tratta di accettare o rispettare “democraticamente” (ossia nel nome di una democrazia fittizia, strumentale ed ipocrita) la libertà d’opinione e la volontà del popolo italiano, in quanto questo non ha avuto modo di esprimersi liberamente, avendo subito gravi limiti, ingerenze e censure che ne hanno condizionato e ostacolato il libero arbitrio, da parte soprattutto dello strapotere clericale che in Italia non è mai morto, anzi non è stato neppure moribondo, ma oggi appare molto più agguerrito e radicato rispetto a 25-30 anni fa. Insomma, il regime clerico-fascista è risorto (sempre che fosse defunto) più prepotente ed intollerante che mai!

Si è confermata una verità storica ineccepibile, che era già chiara a Gramsci oltre 80 anni fa e che fu riconosciuta e ribadita da Pier Paolo Pasolini mezzo secolo dopo, cioè che in Italia la sinistra autenticamente laica, anticlericale, repubblicana, rappresenta un’esigua minoranza, inferiore addirittura al 30 % dei voti. Non a caso, per vincere le elezioni e battere una destra clericale e reazionaria (che in Italia ha sempre avuto una presenza forte, diffusa e capillare) la sinistra è costretta a ricercare alleanze con le forze cattolico-centriste e una parte dei moderati.

 

Lucio Garofalo


Riceviamo da Lucio Garofalo  nel novembre 2005 e volentieri pubblichiamo:

Cuba e l'Occidente

Premetto di essere un marxista di stampo eterodosso, di sincera formazione libertaria e democratica. In altre parole, non mi sono affatto convertito al veterostalinismo di marca cossuttiana.

Eppure sulle vicende cubane non mi convince quello che mi pare un subdolo tentativo di disinformazione e di speculazione propagandistica, in funzione reazionaria e neoliberista, messo in atto in un momento politico internazionale come quello attuale.

Senza dubbio ritengo necessario condannare Cuba quando sbaglia. Anzi, rincarerei la dose esprimendo una considerazione più netta e perentoria: che il regime castrista fosse di natura antidemocratica ed illiberale non lo scopriamo oggi. Nondimeno, data la macabra ed oscura storia del continente latino-americano, data l’arretrata situazione della società cubana prima della rivoluzione castrista, oserei ipotizzare che il regime di Fidel sia la “migliore” tra le dittature del mondo, in quanto ha vinto con efficacia le secolari piaghe dell’analfabetismo e della povertà estrema che affliggevano la società cubana pre-rivoluzionaria.

Inoltre la Cuba castrista può vantare i migliori ospedali e le migliori scuole pubbliche d’America. Sfido chiunque a smentire tali dati incontrovertibili che sono noti alla parte intellettualmente più onesta ed informata dell’opinione pubblica mondiale. Il governo castrista è sempre stato molto attento, equo e garantista verso i diritti e le tutele di carattere sociale: i diritti alla casa, al lavoro, all’istruzione e alla sanità pubbliche, assicurati a tutti i cittadini, sono un grande merito che bisogna riconoscere alla rivoluzione cubana.

Purtroppo sul versante dei diritti politici e delle libertà democratiche il regime di Fidel Castro si è sempre rivelato insensibile e refrattario, nella misura in cui quei diritti e quelle libertà sono tuttora negati con estrema durezza. In tal senso è corretto asserire che il regime cubano sia uno Stato di natura politicamente autoritaria ed oppressiva.

Tuttavia questo costituisce un punto di vista “occidentale”, in quanto è una valutazione parziale e relativa ad un contesto storico politicamente progredito, ma non è un giudizio applicabile ad altre realtà meno evolute come le società latino-americane, le società arabe, quelle africane, ecc. Probabilmente, sotto tale profilo la realtà sociale cubana rappresenta un’esperienza all’avanguardia, malgrado i limiti prima denunciati, ossia il deficit di democrazia rispetto alle società più avanzate dell’occidente, su cui pure occorrerebbe suscitare qualche perplessità e qualche riflessione critica. Infatti, la visione occidentale della “democrazia” è condizionata da un’ottica strumentale ed univoca, derivante da una profonda ipocrisia che caratterizza strutturalmente lo spirito liberal-borghese, fautore di uno “stato di diritto” meramente formale e a senso unico. A conferma di ciò suggerirei di rammentare, ad esempio, che negli U.S.A. (tradizionalmente celebrati come il modello storico della “democrazia occidentale”, come la patria dei diritti civili e dello Stato moderno) vige ancora la pena capitale, che è applicata sistematicamente in chiave classista e razzista, ossia a scapito dei soggetti più deboli, appartenenti alle classi subalterne o alle comunità etniche minoritarie, vale a dire contro i negri, gli ispanici, gli strati sociali meno abbienti e più indifesi.

Tale ragionamento può senz’altro estendersi al tema più ampio della repressione carceraria e della violenza esercitata anche dalle democrazie occidentali contro le fasce più emarginate della società. Infatti, non mi pare che le democrazie occidentali siano immuni dall’influsso di meccanismi  e di centri di potere di carattere antidemocratico, da sistematiche violazioni e da atroci crimini contro i diritti umani e civili, in funzione repressiva antiproletaria.

Cito alcuni esempi. L’embargo commerciale imposto dagli U.S.A. contro Cuba, la sanguinosa guerra contro l’Iraq (un conflitto totalmente illegale ed immorale, in quanto è stato condannato e rifiutato da tutti, dal Papa, dall’O.N.U., dall’Europa, dalle moltitudini pacifiste, da tutti i popoli e dalla maggioranza dei governi del mondo!) e altre brutalità ed efferatezze perpetrate dal regime yankee contro il Sud del pianeta, rappresentano crimini assai più esecrabili di quelli commessi dal governo castrista, che pure vanno rigettati fermamente da parte di chi voglia progettare e perseguire l’idea di un comunismo migliore, più umano, compatibile con le libertà democratiche sancite non solo formalmente sulla carta, ma attuate in termini di un allargamento effettivo della partecipazione dei cittadini ai processi di decisione politica e ai canali di gestione della cosa pubblica.    


Luigi Cascioli ci ha inviato questa e-mail nel Novembre 2005. Il tono è ironico e scherzoso ma la sostanza è molto seria. Anche in questo caso abbiamo dovuto correggere il testo per alcuni errori grammaticali e di punteggiatura...

La Bibbia in una e-mail

Carissimi amici, vi trasmetto una e.mail che ho trovato particolarmente significativa.

Lettera aperta alla Dott.ssa Schellinger, educatrice secondo le leggi del Signore:

Cara Dottoressa Schlesinger, le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore. Ho imparato davvero molto dal suo programma, ed ho cercato di dividere tale conoscenza con più persone possibile. Adesso, quando qualcuno tenta di difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel Levitico 18:22 si afferma che ciò è un abominio. Fine della discussione. Però, avrei bisogno di alcuni consigli da lei a riguardo di altre leggi specifiche e come applicarle.

1. Vorrei vendere mia figlia come schiava, come sancisce Esodo 21:7. Quale pensa sarebbe un buon prezzo di vendita?

2. Quando do fuoco ad un toro sull'altare sacrificale, so dalle Sacre Scritture che ciò produce un piacevole profumo per il Signore (Lev. 1.9). Il problema è con i miei vicini. I blasfemi sostengono che l'odore non è piacevole per loro. Devo dunque percuoterli?

3. So che posso avere contatti con una donna solo quando non ha le mestruazioni (Lev.15: 19-24.). Il problema è: come faccio a chiederle questa cosa? Molte donne si offendono.

4. Lev. 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico afferma che questo si può fare con i filippini, ma non con i canadesi. Può farmi capire meglio? Perché non posso possedere schiavi canadesi?

5. Un mio vicino insiste per lavorare di Sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo personalmente?

6. Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei è un abominio (Lev. 11:10), lo è comunque meno dell'omosessualità. Non sono d'accordo. Può illuminarci sulla questione?

7. Lev. 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all'altare di Dio se ho difetti di vista. La mia vista deve per forza essere 10decimi, o c'è qualche scappatoia alla questione?

8. Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino alle tempie, anche se questo è espressamente vietato dalla Bibbia (Lev 19:27). In che modo devono esser messi a morte?

9. In Lev 11:6-8 viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri. Per giocare a pallone debbo quindi indossare i guanti?

10. Mio zio possiede una fattoria. È andato contro Lev. 19:19, poiché ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo: anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perché usa indossare vesti di di tessuti diversi (cotone e acrilico). Non solo: mio zio bestemmia a tutto andare. È proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della città per lapidarli come prescrivono le scritture? Non potrei, più semplicemente, dar loro fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia Lev 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?

So che Lei ha studiato approfonditamente questi argomenti, per cui sono sicuro che potrà rispondermi a queste semplici domande. Nell'occasione, La ringrazio ancora per la missione che svolge nel ricordare a tutti noi che la parola di Dio è eterna e immutabile.

Arnaldo R.


Riceviamo da Maria Mantello il 17  Novembre 2005 e volentieri pubblichiamo:

 

Il Concordato non è un tabù

 

Il concordato non è intoccabile. Se ne torna a parlare, fino ad ipotizzarne anche l’eliminazione.

La pesante ingerenza della Chiesa nella vita pubblica, sembra aver fatto ricordare agli italiani che la capacità e possibilità d’intervento clericale è direttamente proporzionale alle ingenti somme di denaro che le sono erogate dallo Stato italiano; agli spazi politici che le vengono accordati da tanti mezzi di comunicazione di massa.

Gli italiani sembrano essere stanchi di pagare la Chiesa perché impedisca o boicotti la ricerca scientifica; perché imponga nelle scuole docenti di dottrina cattolica; perché elimini le conquiste civili in materia di sessualità, di paternità e maternità responsabili. Sono stufi di programmi televisivi che propongono come soluzione ai loro problemi economico-sociali la speranza nel miracolo. Sono abbastanza adulti per sapere che al mito della provvidenza bisogna sostituire le politiche sociali. Non sono così sprovveduti da non sapere che il volontariato risolve  i problemi occupazionali soltanto per chi lo gestisce.

Insomma, forse, cominciano ad essere stufi di essere trattati come eterni minori, da rinserrare nell’obbedienza al catechismo cattolico del papa re. E per giunta di pagare di tasca loro perché ciò avvenga.

Forse, non se ne sono accorti tanti politici, che continuano a ripetere che altrimenti perdono il voto cattolico. Ma credono veramente che i credenti coincidano con le gerarchie vaticane, sotto la cui ala protettiva si sono posti?

 

Maria Mantello (Presidente sezione di Roma dell'Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno")


Da "Diario della settimana", Ottobre 2005:

La Chiesa e i masochisti

Il nostro inviato dei "neocon de noantri"

di Emanuele Quaranta, da Roma

Il 17 agosto il governo Berlusconi ha di soppiatto passato un decreto legge che fa un regalo al Vaticano e rintuzza una sentenza della Cassazione: l'Ici non si paga, se l'albergo è cattolico...

Aborto, divorzio, gay. Al Sinodo dei vescovi, riunito in Vaticano a discutere di eucaristia, volano scomuniche per tutti. La lista dei peccatori che andrebbero esclusi dalla comunione in chiesa si allunga ogni giorno. E a fare la parte del leone - come prevedibile - sono le violazioni del sesto comandamento, quello riguarda faccende che hanno luogo anatomicamente sotto la cintura. Ma chissà se qualche padre sinodale, magari di quelli che giungono come marziani a Roma da qualche landa dimenticata dell'Ecumene cristiana, ha ricordato ai suoi colleghi italiani e vaticani che anche pagare le tasse è dovere di un buon cattolico. E che l'evasione fiscale è un peccato grave, che esige la confessione e l'impegno della conversione, anche nel caso che a commetterlo siano enti ecclesiastici. Vengono in mente di questi strani pensieri ripensando al decreto legge Infrastrutture, approvato dal governo Berlusconi quasi di soppiatto il 17 agosto sotto gli ombrelloni della Maddalena, in Sardegna. Già passata al Senato e ora in esame alla Camera, la norma contiene un articolo, il sesto, che stabilisce l'esenzione dall'Ici (l'imposta comunale sugli immobili) per tutti gli edifici di proprietà della Chiesa cattolica utilizzati «per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura (...) pur svolte in forma commerciale, se connesse a finalità di religione o di culto». In pratica il decreto garantisce una scappatoia a una vastissima rete di beni di proprietà ecclesiastica, che si tratti della clinica privata gestita da qualche ordine religioso o di una scuola cattolica dalle profumatissime rette annuali o che sia una libreria di pie suorine all'ombra di una cattedrale o magari uno dei tanti ex conventi romani, privi di giovani vocazioni e trasformati sull'onda del grande Giubileo del 2000 in prestigiosi alberghi per danarosi pellegrini. Quando la notizia di questo curioso decreto è uscita dalle stanze dei deputati e si è affacciata sui giornali, è esplosa la polemica. Da una parte gli esponenti del centrosinistra (Prodi e i Ds in testa) a gridare contro l'ennesimo regalo fatto dal Polo alla Chiesa di Ruini; dall'altra la Cei e il suo house-organ Avvenire, a ribattere, scandalizzati, che l'intervento del governo era un'iniziativa dovuta, che dava un'interpretazione «autentica» della legge del 1992 istitutiva dell'Ici, e che ristabiliva il corretto status quo dopo che una sentenza della Cassazione del 2004 aveva dato invece una lettura della legge troppo restrittiva e - sotto sotto - anche ideologicamente anticattolica.

Un roveto ardente. La vicenda, in effetti, è piuttosto complessa, come spesso accade con le norme tributarie, scritte con linguaggi da iniziati e che finiscono per prestarsi a interpretazioni disparate e a contenziosi infiniti. Per cercare di districarsi da questo roveto (assai ardente, ma ben più prosaico di quello di Mosè), forse conviene fare un passo indietro fino al 1984, data in cui viene firmato il nuovo Concordato tra Italia e Santa Sede, e alla legge 222 del 1985 che ne recepisce le disposizioni in materia di beni ecclesiastici e di sostentamento del clero. Ai fini fiscali, l'Intesa distingue chiaramente tra i beni «per attività di religione o di culto» e quelli destinati ad attività diverse come «assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura, e, in ogni caso, le attività commerciali o a scopo di lucro». I primi (all'interno dei quali vengono considerati anche le cosiddette «pertinenze», cioè per esempio la canonica e l'appartamento del parroco se annesso alla chiesa) sono esentati dalle imposizioni fiscali, i secondi no. La distinzione logica viene poi tenuta ferma anche nelle Intese successive che lo Stato stipula con altre confessioni religiose come la Chiesa valdese e metodista, i battisti e le comunità ebraiche. Sette anni più tardi, nel 1992, il governo Amato approva il decreto legislativo n. 504 che introduce l'Ici. All'articolo 7, il decreto stila l'elenco degli immobili esenti dall'imposta e, tra gli altri, al paragrafo «i», inserisce - con una parafrasi tecnica piuttosto complicata - anche gli immobili utilizzati da enti pubblici e privati «diversi dalle società che non hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciali» (in particolare quindi la Chiesa cattolica e altri organismi no-profit), «destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive».

È da qui, come si vede, che si intrica la matassa. Perché le interpretazioni, i ricorsi e i contenziosi si infittiscono. Fa fede il Concordato, che distingue chiaramente tra ciò che è direttamente connesso alle attività di culto (ed è esente) e ciò che non lo è (e dunque è assoggettato alla normale legislazione tributaria)? Oppure vale l'arzigogolata distinzione per le attività svolte da enti ecclesiastici per fini «assistenziali, sanitari, etc...» anche se «in forme commerciali»?

La giurisprudenza in materia sembra sufficientemente confusa da lasciare spazio ai più disparati comportamenti. Tanto che la Cei può sostenere di non aver tolto risorse ai Comuni (oggi in gravi difficoltà finanziarie) semplicemente perché per quegli immobili non ha mai pagato l'Ici, visto che la legge li esentava. Il caos continua fino al 2004, quando una sentenza della Corte di Cassazione riporta il dibattito alla semplicità della vecchia distinzione: ciò che è per il culto non paga l'imposta, il resto sì. Un pronunciamento che non sta bene, come si può immaginare, agli enti ecclesiastici cattolici, che avviano una discreta ma fortissima operazione di lobbying sul governo affinché «provveda». E Berlusconi, sotto il sole della Maddalena, finalmente «provvede»: il decreto sulle infrastrutture, dichiara soddisfatto al la Stampa monsignor Francesco Saverio Salerno, per lunghi anni ai vertici del dicastero della Santa Sede che si occupa di questioni economiche, «è un provvedimento importante che riguarda un numero elevatissimo di edifici, una decisione a lungo attesa e sollecitata in Vaticano». E per la Cei è praticamente il trionfo del diritto, ripristinato dopo l'ingiusta sentenza della Cassazione.

In ballo l'uguaglianza. Ma non tutti la pensano così, a cominciare dai Comuni, che si vedono sottrarre altre risorse dopo i tagli con la scure stabiliti dalla finanziaria di Tremonti. E non si tratta solo di questione biecamente monetaria. C'è in ballo il principio di uguaglianza di fronte alla legge: il decreto del governo Berlusconi, infatti, prevede le agevolazioni soltanto per gli enti ecclesiastici cattolici e non per altre confessioni religiose. Per via di tale anomalia, secondo il deputato forzista Malan, il decreto è incostituzionale. Opinione condivisa da Gianni Long, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, che propone l'idea di sollevare un contenzioso davanti ai giudici (magari non pagando simbolicamente l'Ici su uno dei beni di loro proprietà) in modo tale che la vicenda finisca sul tavolo dell'Alta corte. Il paradosso più divertente, però, è quello che fa rilevare lo studioso di diritto canonico Piero Bellini, intervistato dall'agenzia Adista: il decreto sulle infrastrutture, spiega l'ex docente della Sapienza, è un caso di «masochismo costituzionale». Sì, perché il governo ha introdotto di fatto una modifica unilaterale del Concordato, peraltro in favore della Chiesa. Insomma, «lo Stato è andato ben oltre il pattuito. Anzi, si è "sbragato" di fronte alla Chiesa: che il Concordato debba contenere soltanto privilegi per la Chiesa senza alcuna garanzia per lo Stato mi pare una cessione inaccettabile della sovranità dello Stato». Ma si sa che, in quest'Italia dei paradossi logici e legislativi, la sovranità e la laicità dello Stato sono ormai beni che finiscono sui banchi del mercato, sottoposti all'unico pedaggio che conta: quello elettoralistico. 


Da Affari Italiani - notiziario di Libero.it/News Giovedí 13.10.2005 11:53 :

Marco Rizzo (Comunisti Italiani) ad Affari:

 "No alla sinistra che tira il Papa dalla sua parte"

"Nel merito sono assolutamente contrario agli orientamenti e alle scelte socio-politiche della Chiesa, in particolare mi riferisco alla disattenzione verso i diritti degli omosessuali, al tema del matrimonio e dell'aborto". Così Marco Rizzo, presidente della delegazione dei Comunisti italiani al Parlamento europeo, intervistato da "Affari", commenta la richiesta del Sinodo dei Vescovi ('Politici cattolici siate fedeli al Vangelo'). "Nel metodo - prosegue l'esponente del Pdci - credo che la Chiesa non debba avere alcuna influenza sulle questioni dello Stato; libera Chiesa in libero Stato. Ma sono anche contrario a chi pensa che la religione debba essere à la carte. Non mi piace chi tenta di tirare il Pontefice da questa parte. Il Papa è il Papa, facesse il suo mestiere. Insomma, la Chiesa è 'quella roba lì', io non sono cattolico. Io non sto nella Chiesa. Mi fa un po' sorridere e non condivido questa sorta di progressismo di sinistra che tenta di curvare e di piegare la dottrina della Chiesa alle nostre idee. E' una furbizia. Le nostre idee sono un'altra cosa. Non condivido le scelte della Chiesa e le combatto, ma ha la liceità di fare e dire ciò".


Dal Corriere della sera del 31/08/05:

Guerra santa, il tour italiano

di Magdi Allam

E' possibile che un apologeta del terrorismo suicida islamico e dello sterminio degli ebrei, incarcerato diverse volte in Egitto, cacciato dagli Stati Uniti e in seguito dal Canada, possa essere accolto in un Paese europeo? Sì, in Italia. E' possibile che uno dei più pericolosi predicatori dell'odio islamico contro l'Occidente e Israele, dopo aver incredibilmente ottenuto un regolare visto d'ingresso, diffonda i suoi veleni in pubbliche assemblee di militanti islamici indette in ben sei città, tra il silenzio e l'indifferenza del governo, dell'opposizione, della magistratura e dei mezzi d'informazione? Sì, in Italia. E' possibile che questa sconcertante campagna di indottrinamento allo scontro di religione e di civiltà possa essere stata promossa dall'organizzazione che controlla la gran parte delle moschee e viene accreditata da taluni come rappresentante dei musulmani? Sì, in Italia. Dobbiamo ringraziare la coraggiosa collega Cristina Giudici del Foglio, che sabato scorso si è intrufolata tra i circa 600 partecipanti all'incontro con Wagdy Ghoneim, questo il nome del «professore», svoltosi al Palasesto di Sesto San Giovanni, gli uomini davanti e le donne dietro separate da un tendone. Ci ha così riferito della sua apologia del terrorismo suicida («Morire per una causa è importante, significa andare in Paradiso»), della sua negazione del diritto di Israele all'esistenza («Un nemico che non ha patria»), dei suoi anatemi contro l'integrazione in seno alla società italiana («il destino di tutti gli uomini è essere musulmani, altrimenti si diventa come gatti o topi»), contro l'emancipazione delle donne («il compito delle mogli è restare a casa e accudire i figli»).

Queste sono le fonti spirituali e ideali a cui si abbeverano i militanti dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in italia), che ha ufficialmente invitato in Italia Ghoneim. E' il caso di dire che predicano bene e razzolano male. Come è possibile che l'Ucoii annunci pubblicamente a luglio la sua condanna del terrorismo, per poi ad agosto sponsorizzare un apologeta del terrorismo e, infine, indire a settembre una manifestazione nazionale contro il terrorismo? Eppure, è possibile. Semplicemente ricorrendo all'arte della taqiya, della dissimulazione, un precetto sciita fatto proprio dai Fratelli Musulmani a cui fanno riferimento sia l'Ucoii sia il loro mentore Ghoneim.

Questa dissimulazione ideologico-religiosa è stata impiegata recentemente dall'Ucoii per occultare la loro legittimazione del jihad, inteso come guerra santa, e per relativizzare il concetto e la condanna del terrorismo. Nella versione integrale della fatwa, responso giuridico islamico, emessa all'indomani delle stragi di Londra e Sharm el Sheikh, l'Ucoii affermò la legittimità del «Jihad fi sabilillah, sforzo sulla via di Dio, inteso anche come fisico, vuoi militare». Ebbene proprio la denuncia del Corriere indusse l'Ucoii a togliere i due paragrafi legittimanti il jihad dal testo consegnato alla stampa il 31luglio scorso.

L'altro esempio di taqiya è nel paragrafo della fatwa relativo al terrorismo che viene condannato in quanto fitna, intesa come «eversione malefica», e quindi accomunato a «ogni forma di terrorismo, guerra civile e aggressione contro le creature innocenti». E' così che l'Ucoii, da un lato, mette sullo stesso piano gli attentati terroristici suicidi di Londra, le rappresaglie israeliane e le incursioni americane contro le basi di Al Qaeda, dall'altro considera legittima resistenza gli attentati suicidi che massacrano gli israeliani o gli occidentali in Iraq. Una dissimulazione che sottintende il doppio binario etico nella valutazione dello stesso terrorismo islamico a secondo dell'identità delle vittime.

Tutto ciò avviene in Italia. Alla luce del sole. Ma i più non vedono, non sentono, non parlano. E quando vedono, sentono, parlano finiscono per schierarsi dalla parte degli apologeti del jihad e dei praticanti della taqiya.


In attesa di verificare la fonte giornalistica: notizia del 10 agosto 2005

Anche i crocefissi crollano.....

Oristano, crolla un crocifisso donna uccisa durante la messa

MORGONELLA (Oristano) - Cede il basamento del crocifisso e la struttura in ferro travolge una donna, uccidendola. A Mogonella, un piccolo centro in provincia di Oristano, Paoletta Orrù, 38 anni, è morta schiacciata dal crocifisso in ferro che sovrastava l'entrata della chiesa di San Lorenzo.

Sul sagrato, insieme con lei e molti compaesani che non avevano trovato posto all'interno, anche la sua famiglia, il marito e i due figli di nove e un anno e mezzo. La donna, originaria di Allai, era a Morgonella per la festa del patrono, San Lorenzo, che viene celebrata oggi

I festeggiamenti richiamano ogni anno molte persone e in tanti erano dovuti rimanere fuori dalla chiesa, dove stavano seguendo la messa. All'improvviso, intorno alle 12, il basamento su cui poggiava il crocifisso, sulla facciata, è andato in pezzi rovinando sul sagrato. Tutto è successo all'improvviso: Paola Orrù è stata colpita in pieno, sono rimasti miracolosamente indenni i bambini, mentre un giovane, colpito di striscio, ha riportato una ferita lieve a una caviglia. (nostra nota: sono incredibili! Riescono a trovare "miracoloso" che qualcuno si sia salvato dal crollo del crocefisso!)

I soccorsi sono scattati immediatamente ed è stato richiesto anche l'intervento di un elicottero, ma i sanitari dell'ambulanza si sono resi conto che la donna è morta sul colpo, il cranio schiacciato dal crocifisso di ferro. Paola Orrù era arrivata solo ieri in Sardegna, proprio per assistere alla festa del paese. Sposata con un agente di polizia penitenziaria originario di Mogorella, viveva infatti a Voghera.

Vigili del fuoco del distaccamento di Oristano e carabinieri della compagnia di Mogoro sono intervenuti sul luogo dell'incidente e hanno subito fatto allontanare i fedeli e isolato la parte del sagrato prospiciente la facciata per effettuare i rilievi e scongiurare il pericolo di nuovi crolli.

 


Franco Carbone, della redazione di www.razionalmente.net , ci ha inviato nel 2005 questi due articoli che molto volentieri pubblichiamo:

Il diavolo. 

Chi lo ha creato e a cosa serve?

Per la Chiesa Cattolica, il diavolo non è semplicemente un simbolo del male, ma un personaggio realmente esistente, dotato quindi di una sua personalità, di una sua volontà, quindi di libero arbitrio come gli esseri umani... ed è tanto tanto cattivo.

Chi ha creato il diavolo? Ovviamente Dio. E perché lo ha creato? Bisogna dire che, secondo la dottrina cattolica, il diavolo in origine era un angelo buono e quest'angelo un bel giorno si ribellò a Dio. Divenne cattivo senza bisogno di un altro diavolo che lo tentasse.

Ma perché mai Dio avrebbe creato questo angelo? Essendo onnisciente avrebbe dovuto sapere che si sarebbe trasformato in diavolo. Qual è quindi lo scopo del diavolo? L'unico scopo evidente è quello di tentare l'uomo spingendolo a commettere il male. L'utilità del diavolo è quindi quella di metterci alla prova, un test per vedere se siamo capaci di resistere alle tentazioni.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, parte prima, sezione seconda, capitolo primo, articolo 1, paragrafo 7, comma secondo (La caduta degli angeli), è scritto:"Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio.|" "Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi" [Concilio Lateranense IV (1215)]. Per quale motivo da buoni si sono trasformati in malvagi? Non c'è spiegazione. Non potevano essere tentati dal diavolo perché il diavolo non c'era ancora. Ma se una creatura dotata di libero arbitrio può fare il male senza bisogno di essere tentata dal diavolo, allora questo deve valere anche per l'uomo, quindi a cosa serve il diavolo?

La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. Tale "caduta" consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. E chi glielo ha fatto fare? Non c'erano motivi di lucro o cose simili. Per invidia? Se era un angelo buono non poteva avere sentimenti negativi. Com'è possibile per un angelo buono diventare d'un tratto malvagio? Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: "Diventerete come Dio" (Genesi 3,5). "Il diavolo è peccatore fin dal principio" (1Gv 3,8), "padre della menzogna" (Gv 8,44).

A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. "Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte" [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2, 4: PG 94, 877C] Dall'Inferno non si torna indietro per legge divina, ma perché non ci si potrebbe neppure pentire? E poi: a Dio non si può attribuire alcun difetto, è infinitamente buono... ma ha creato l'inferno, un luogo di pena eterna dal quale chi entra non esce più e scusate se è poco!!! Insomma Dio non ha creato il diavolo ma ha creato l'inferno, quindi tanto buono non è lo stesso.)

La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama "omicida fin dal principio" (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre [Cf Mt 4,1-11 ]. "Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo" (1Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio. E Gesù che era Dio poteva cadere in tentazione a causa del diavolo? Cosa sarebbe successo se Gesù, il figlio di Dio e Dio egli stesso, avesse ceduto alla tentazione del diavolo? O forse il diavolo non sapeva che Gesù era Dio? E Gesù è venuto sulla Terra per combattere il diavolo e distruggere le sue opere? Per eliminare quindi la tentazione? Per aiutarci a vincerla? O per eliminare la possessione diabolica? E Dio non faceva prima a distruggere direttamente il diavolo?

La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del Regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo Regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni - di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica - per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina Provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma "noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rm 8,28). 

La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero? A me sembra solo una gran cavolata. Se il diavolo è utile, perché distruggere le sue opere? Se invece è inutile e dannoso, Dio che lo ha creato a fare? A me sembra che questa storia non stia in piedi neanche un po'. 

Non sta in piedi la questione della redenzione e quindi la venuta di Dio sulla Terra. Dalla narrazione biblica e dalle relative considerazioni contenute nel catechismo si deduce in modo evidente che l'uomo nel corso dei secoli ha cercato una spiegazione all'esistenza del male e nell'ambito delle varie religioni sono nate le più varie credenze.

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Tsunami e mirror climbing 

"O Dio può evitare il male ma non vuole, e allora non è buono, oppure vorrebbe evitarlo ma non può, e allora non è onnipotente" (David Hume)

Il 26 dicembre 2004 (il giorno dopo il Natale!!!) uno tsunami (onda anomala di gigantesche dimensioni) ha fatto più di 290.000 vittime nel sud est asiatico. Quasi un terzo delle vittime erano bambini e molti di loro sono rimasti orfani. Lo tsunami ha lasciato una situazione drammatica in tutti i Paesi colpiti. Scarseggiano cibo, acqua, medicinali, molta gente ha perso la propria abitazione e il rischio di epidemie peggiora ulteriormente la situazione.

Uno degli sport preferiti dai credenti è il mirror climbing, ovvero l'arrampicata sugli specchi. E tale arrampicata diventa particolarmente acrobatica quando certi avvenimenti sembrano dimostrare l'inesistenza di Dio.

Gli stessi credenti definiscono "roccia dell'ateismo" la sofferenza o la morte degli innocenti. In effetti le catastrofi naturali, cioè indipendenti dalla volontà umana, hanno costituito per molti pensatori del passato un argomento adatto a confutare l'esistenza di Dio.

Ma facciamo il punto della situazione: per i credenti (e qui ci riferiamo alle tre grandi religioni monoteiste), l'uomo è dotato di libero arbitrio e quindi è responsabile delle proprie azioni (buone o cattive che siano). Ma tutto ciò che non è causato direttamente o indirettamente dall'uomo è causato da Dio, è volontà di Dio. C'è anche un noto detto popolare che dice: "Non si muove foglia che Dio non voglia". Insomma non sono contemplati eventi indipendenti sia dalla volontà di Dio che da quella dell'uomo.

Il Dio dell'Antico Testamento è irascibile, collerico, geloso, vendicativo e non va tanto per il sottile quando si tratta di sterminare intere popolazioni, adulti, bambini, colpevoli e innocenti e persino il bestiame di chi non rispetta la sua volontà. E' ben noto il famoso diluvio universale con il quale Dio distrugge quasi tutto ciò che aveva creato, disgustato dal comportamento umano. Nel Nuovo Testamento Dio è molto cambiato, è decisamente più buono. La Chiesa Cattolica opera poi un ulteriore perfezionamento rendendo Dio "infinitamente" buono, "infinitamente" giusto, insomma la somma di tutte le perfezioni. L'ira di Dio è un ricordo lontano.

Come possono i credenti giustificare attualmente le stragi di innocenti che continuano ad accadere? Ecco che entra in azione il mirror climbing, questa acrobatica arrampicata sugli specchi con la quale membri del clero, teologi e credenti in genere cercano disperatamente di conciliare queste tragedie con l'onnipotenza e la bontà di Dio.

Le spiegazioni che sono state date sono molto diverse e contrastanti tra loro. E' difficile scegliere la più stravagante.

- C'è chi ha parlato di punizione di Dio (strano che Dio voglia punire tanti bambini innocenti e tanta gente estremamente povera)

- C'è chi invece ha detto che Dio ha voluto metterci alla prova (come se i disastri che già c'erano nel mondo non fossero sufficienti)

- C'è chi (Card. Ersilio Tonini) ha affermato che "Dio non poteva certo fermare la crosta terrestre! ". E perché no?

- C'è chi ha detto che Dio permette un male affinché da esso derivi un bene maggiore (non si vede quale bene possa derivare da un maremoto che ha ucciso più di 290.000 persone).

- C'è chi ha detto che i piani di Dio sono imperscrutabili, cioè non possiamo capire perché Dio abbia permesso (voluto) questo maremoto in quanto il nostro modo di ragionare è diverso da quello di Dio (in tal caso non potremo mai capire cosa realmente egli vuole, e quindi perché darci tanta pena nel cercare di fare la sua volontà?)

Ma una delle spiegazioni più bizzarre è la seguente: Cristo, Figlio di Dio, agnello innocente che prende silenziosamente su di sé il peccato del mondo è la risposta cristiana al problema del dolore, specie di quello innocente. É la capacità di cambiare dall'interno un segno di maledizione facendone uno strumento di redenzione. Il dolore di ogni innocente "fa massa" con quello di Cristo (in sostanza degli innocenti avrebbero pagato per i peccati di altri - bell'esempio di giustizia divina!!!)

In sostanza questo Dio di cui tanto parlano i credenti, se c'è, si comporta esattamente come se non ci fosse. E, parafrasando Carl Sagan (vedasi: "Un drago nel mio garage" dal libro "Il mondo infestato dai demoni" - Ed. Baldini & Castoldi - 1997), che differenza c'è tra un Dio che si comporta come se non esistesse e un Dio inesistente?


Lucio Garofalo ci ha inviato nel Luglio 2005 questo intervento, che volentieri pubblichiamo:

Droga e disagio giovanile

Il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale venga considerata, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca e invocare una crescente militarizzazione del territorio. Tale scelta politica non solo non ha mai eliminato o dissuaso determinati atteggiamenti ritenuti “devianti”, ma al contrario li ha ulteriormente aggravati.

E’ indubbio che alcune sostanze, come le cosiddette “droghe pesanti”, siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte, ma è altrettanto certo che la pericolosità di simili droghe, in quanto proibite, anzi proprio perché proibite, venga notevolmente amplificata.

Del resto, qualsiasi comportamento sociale che produca effetti  nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi anche all’abuso di superalcolici, al consumo eccessivo di nicotina o all’assunzione abituale di psicofarmaci), nella misura in cui venga ridotto ad oggetto di ordine pubblico, perché vietato e perseguito penalmente, potrebbe far salire il livello della tensione sociale, degenerando in atti criminali condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale e determinando una crescente spirale di violenza.

Il problema delle tossicodipendenze non si può più fronteggiare usando la forza pubblica, o attuando progetti di segregazione sociale, come avviene in alcune “comunità”. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata sotto una veste deformata dalle reazioni più irrazionali messe in moto dal sistema vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte repressive ed alienanti scatenate dal regime proibizionista, ormai fallito.

Pertanto, sgombrando il campo da ogni luogo comune - come la  tesi che equipara le “droghe leggere” a quelle “pesanti”- , il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di carattere socio-culturale ed educativo, da un lato, ed una grave emergenza sanitaria, dall’altro. Pertanto, credo che si debba perseguire una duplice finalità:

- avviare una campagna di sensibilizzazione, di prevenzione e di controinformazione politica, per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi, paure ed eccessi di allarmismo sociale;

 - intraprendere una serie di azioni per mettere il territorio in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria, che presuppone quantomeno l’esistenza di un presidio di pronto intervento, il che comporta un rilancio della sanità pubblica di fronte al degrado esistente.

Questo articolo non prescrive alcuna soluzione, ma si propone di suscitare un serio dibattito a partire dall’innegabile realtà del disagio giovanile, che richiede nuovi e più incisivi strumenti di indagine e di prassi politico-sociale, finora mai concepiti, e tanto meno messi in opera.

La questione del disagio giovanile è da tempo oggetto di un’ampia rassegna di studi, di analisi e di ricerche, e malgrado ciò non si conoscono ancora risposte efficaci, mentre l’universo giovanile continua a manifestare aspre e dure contraddizioni, a cominciare dall’emergenza di nuove forme di tossicodipendenza e di devianza troppo spesso sottovalutate.

Preciso subito che, rispetto al tema del disagio esistenziale dei giovani (benché occorra ammettere che il disagio non è una condizione esclusivamente giovanile in senso strettamente anagrafico, ma appartiene purtroppo anche ad altre categorie di persone, come ad esempio gli anziani), si dovrebbero tener presenti alcune nozioni che non sono affatto ovvie né superflue.

E’ noto che il fenomeno del “disagio” o, per meglio dire, della “disobbedienza”, della “trasgressione”, costituisce una caratteristica fisiologica, quindi ineludibile ed inscindibile, dell’esistenza giovanile, in modo specifico della sua fase adolescenziale.

Infatti, gli psicologi fanno riferimento alla tappa evolutiva della pubertà descrivendola come “età della disobbedienza”, in quanto momento assai importante e delicato per lo sviluppo psicologico e caratteriale dell’individuo in giovane età, in fase di crescita e di cambiamento, non solo sotto il profilo fisico-motorio e dimensionale, ma anche mentale, affettivo e morale. Proprio attraverso un atto di rifiuto e di negazione dell’autorità incarnata dall’adulto - sia esso il padre, il professore o il mondo degli adulti in generale -, l’adolescente compie un gesto vitale di autoaffermazione individuale per raggiungere un crescente grado di autonomia della propria personalità di fronte al mondo esterno. Senza tale processo di crisi e di negazione, di rigetto e di disobbedienza, vissuto in genere dal soggetto in età adolescenziale, non potrebbe attuarsi pienamente lo sviluppo di una personalità autonoma, libera e matura, non potrebbe cioè formarsi la coscienza dell’adulto, del libero cittadino. Inteso in tal senso, il disagio acquista un valore indubbiamente prezioso, altamente positivo, di segno liberatorio e creativo, nella misura in cui l’elemento critico concorre in modo determinante a promuovere nell’essere umano un’intelligenza cosciente ed autonoma, ossia una mente capace di formulare giudizi, opinioni e convinzioni proprie, originali e coerenti, requisito fondamentale per acquisire uno stato di effettiva cittadinanza che non sia sancito solo formalmente sulla carta della  nostra Costituzione.

Ebbene, a mio modesto avviso, tale processo di  maturazione e di emancipazione non si conclude mai, nel senso che una personalità veramente libera, duttile e creativa è sempre pronta a reagire, a ribellarsi, a disobbedire, per salvaguardare la propria dignità, la propria libertà, la propria vitalità. 

Al contrario, credo fermamente che ci si debba preoccupare dell’assenza, non solo nell’adolescente ma nell’essere umano in genere, di un simile atteggiamento e di un simile stato d’animo di ansia liberatoria, di desiderio di riscatto e di autoaffermazione, di capacità di rivolta e di disobbedienza, un complesso di sentimenti e di attitudini che suscitano sicuramente motivi di disagio e di crisi, ma sono comunque necessari per una continua maturazione della persona. Mancando tali dinamiche psicologico-esistenziali ci sarebbe da allarmarsi, in quanto non avremmo formato una personalità davvero autonoma, cosciente e matura, ma solamente un individuo passivo, inerte e succube, un conformista vile e pavido, un gregario, insomma un servo.

Quando, invece, il disagio può determinare una situazione davvero inquietante e preoccupante?

Secondo me, ciò avviene quando il disagio non viene rielaborato in chiave critica e creativa, dunque in funzione liberatoria, ma degenera in un malessere devastante, quando produce una condizione esistenziale estremamente alienante e patologica, se non addirittura criminale.

Ebbene, la tossicodipendenza (intesa in senso lato, anche come alcool-dipendenza) costituisce una delle manifestazioni patologiche, devianti ed autodistruttive, di un disagio che non è stato superato in modo cosciente, ma che induce a comportamenti di auto-emarginazione, di rifiuto nichilistico verso la società, di chiusura egoistica del soggetto in crisi.

 

Lucio Garofalo


Riceviamo da Maria Mantello nel luglio 2005 e volentieri pubblichiamo, con colpevole ritardo:

La nostra società è troppo “femminilizzata”

Parola di Simone Scatizzi, vescovo di Pistoia.

Il vescovo di Pistoia Simone Scatizzi, il 18 luglio u. s. ha deciso di prendere carta e penna per scrivere una lunga lettera di protesta al Comune di Pistoia, “reo” di aver istituito un Registro delle Unioni civili a cui potranno iscriversi senza discriminazione di sorta le coppie conviventi. Anche quelle omosessuali. E’ uno scandalo! Un attentato alla virilità! E’ la crisi della società! tuona il prelato.

Scatizzi accusa infatti il Consiglio di Pistoia, la cui “maggioranza è data da uomini”, ”di dare un ulteriore colpo alla virilità maschile” proprio con la loro delibera, che costituirebbe “un primo passo verso forme negate dall’etica generale”, che ovviamente il vescovo dà per coincidenti con la morale della Chiesa cattolica.

Tutta la missiva di Simone Statizzi è basata sull’esaltazione e la difesa della virilità di fronte alla “crisi della mascolinità”, da cui deriverebbe lo sfaldamento della stessa società occidentale in preda ormai alla dilagante femminilizzazione. E’ l’identità del genere maschile ad essere messa in crisi, la sua prestanza riproduttiva. Ciò che disturba il vescovo, infatti, sembrerebbe essere ancora una volta la secolare paura della Chiesa per una sessualità svincolata dalla riproduzione. Ritorna così l’ancestrale sessuofobia che, elaborata nei secoli da teologi e inquisitori, è presente ancora nell’attuale Catechismo quando prescrive: “ogni battezzato è chiamato alla castità. (…) Tutti i credenti in Cristo sono chiamati a condurre una vita casta secondo il loro particolare stato di vita” (canone 2348); “Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione” (canone 2351); “E’ intrinsecamente cattiva ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo e come mezzo, di impedire la procreazione”(canone 2370).

Ma torniamo al nostro Vescovo. Non se la prende solo con gli omosessuali, ma anche con le donne. In particolare se insegnanti: “questa perdita della identità maschile… è causata dalla mancanza di modelli autorevoli e credibili; da una educazione in gran parte nelle mani femminili; da contesti di assenza o insignificanza psico-pedagogica della figura paterna”. Insomma sembrerebbe dire Scatizzi: dove sono andati i bei tempi dove la formazione intellettuale dei giovani era gestita da uomini (magari preti), ed anche a casa la responsabilità dell’educazione dei figli (ma anche della moglie) era cosa da uomini? Così, il vescovo di Pistoia sembra muoversi in piena sintonia con il famoso adagio “chi dice donna dice danno”, coniato da (S.) Girolamo che, non a caso, per non cedere ai richiami della carne aveva preferito risolvere drasticamente il suo problema evirandosi.

Secondo l’impagabile vescovo, dunque, sarebbe stata l’invadenza delle donne nel sociale a mettere in crisi l’identità maschile. E pertanto la stessa omosessualità maschile (di quella femminile Scatizzi non parla affatto) sarebbe il risultato di questa “femminilizzazione della società”: “se è vero, come è vero, che le persone omosessuali per motivi di DNA sono una piccolissima minoranza (azzarda il prelato non si sa bene su quali basi scientifiche, ndr.) si deve arrivare ad ammettere, implicitamente o esplicitamente, che la grande maggioranza di essi sono il prodotto di un contesto socio culturale: femminilizzazione della società”.

Insomma, la forza è maschia, la debolezza è femmina! La perfezione è maschia, l’imperfezione è femmina! Il maschio è l’esempio di vera persona, mentre la femmina costituirebbe l’essere meno perfetto inferiore.

Siamo ancora, caro monsignore, al “mas occasionatus” (maschio sbagliato) di cui parlava (S.) Tommaso d’Aquino a proposito della donna? A cui lei sembrerebbe aggiungere “la femminella”, con cui, secondo i più beceri stereotipi, l’omossessuale uomo è definito nel gergo popolano?

 

Maria Mantello (Presidente sezione di Roma dell'Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno")


Riceviamo da un visitatore del nostro sito nel Luglio 2005 e volentieri pubblichiamo (anche se con clamoroso ritardo):

Dio e Darwin

NATURA E UOMO TRA EVOLUZIONE E CREAZIONE

Dalla lettura della bella e interessante opera ultima di Orlando Franceschelli Dio e Darwin, Donzelli editore, si possono trarre alcuni spunti di riflessione.

Si parla giustamente della vera e propria bomba concettuale che è stato l’impatto del darwinismo con la cultura scientifica e filosofica del suo tempo: ”L’idea pericolosa di Darwin”che ha scalzato ogni possibilità o probabilità di Disegno Intelligente come substratum della natura, l’evoluzione come forza bruta che agisce del tutto indipendentemente da ogni presunto orologiaio (Paley) ed, al contrario, si comporta come un “orologiaio cieco”(Dawkins, The blind watchmaker, 1986).

Secondo l’autore una grossa schiera di intellettuali cattolici e teologi moderni hanno recepito questo dirompente concetto darwiniano almeno in parte, adattando i loro dogmi alla nuova realtà. Hanno cioè trasformato il loro dio “creator” in un dio “evolutor”, demiurgo occulto quasi sovrapponibile al caso o agli algoritmi elementari che presiedono al ticchettio dell’orologio evolutivo. Donde gli viene questa certezza? Io sinceramente, che per impossibilità culturale non frequento ahimè intellettuali cristiani (che l'espressione "intellettuali cristiani" sia forse un ossimoro?), ma conosco solo la divulgazione mediatica delle “idee” dei vari Casini, Buttiglione ecc. ecc., oppure quelle ancora più retrive della base vasta e oscurantista dell’universo cattolico italiano, non vedo tutta questa apertura al darwinismo e alle sue implicazioni teo-filosofiche. Anzi mi sembra che, mai come oggi , “l’idea pericolosa di Darwin”sia stata così fortemente contestata dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana e dai suoi innumerevoli politicanti e pseudofilosofi di sostegno. Non per nulla il neoeletto monarca assoluto dei cattolici si è affrettato, nella sua prima omelia pubblica, a sottolineare come “…l’uomo non può essere il frutto di una evoluzione operata dal caso…”mentre il suo predecessore, il”santo”Woityla, aveva manifestato una seppur blanda apertura al darwinismo degnandosi di considerarlo “più che una semplice ipotesi scientifica”.

La mia preoccupazione è che la situazione col Rottweiler di dio (anche se sarebbe più corretto dire Boxer di dio perché Ratzinger è bavarese!) sia destinata a peggiorare infallibilmente, anche per il manifesto legame tra “sua santità”e i gruppi estremisti teo-neoconservatori dell’establishment americano ed europeo.

Per tornare al tema del libro, Franceschelli auspica, un po’utopisticamente, l’apertura di un dialogo tra credenti e non credenti su questi importantissimi temi nel rispetto delle reciproche posizioni e al di là dei dogmatismi delle parti. E' quasi una riapertura dell’antico dialogo tra pagani ellenisti, come Celso, e  proto-cristiani come Origene, che in realtà è stato un monologo tra sordi culminato inevitabilmente nel rogo (scontato, vista la prepotenza dei cristiani, umili e miti, come ben sappiamo,solo PRIMA di aver preso il potere) delle opere celsiane, che oramai conosciamo solo nelle parti tradite, per contestarle dai testi cristiani che le citano.

Sarebbe bello poter operare questo dialogo auspicato dal Franceschelli ma onestamente credo che dialogare con personaggi del tutto privi di onestà intellettuale come i sedicenti cristiani ( Gramsci docet ) sia purtroppo impossibile.

 

Mauro Salvador-Circolo UAAR di Udine


Da La Gazzetta del Mezzogiorno del 30/7/2005 (le correzioni ortografiche sono nostre, i nostri interventi sono in rosso):

Verdi e Rifondazione: eredità della giunta Fitto

«Minervini blocchi le risorse per gli oratori»

BARI - Soldi, tanti soldi, che attraverso una variazione di bilancio sono serviti per promettere finanziamenti agli oratori. I consiglieri di Rifondazione Comunista, Arcangelo Sannicandro e Pietro Mita, con il consigliere dei Verdi Mimmo Lomelo hanno iniziato una sorta di «controllo sul passato per fare pulizia per il futuro», avanzando una proposta di legge contro una decisione assunta dalla giunta Fitto. Alla legge n.32 del 1985, quella che regolamenta storicamente le attività sportive, fu infatti apportata una modifica con una variazione di bilancio: «ai destinatari abituali di finanziamenti previsti dalla suddetta legge si sommavano anche le associazioni di volontariato, gli oratori appartenenti alla Chiesa Cattolica e gli enti di altre confessioni religiose», ha spiegato Sannicandro. Il tutto «operando una sottrazione, togliendo cioè ai comuni i 318 milioni di euro previsti per le infrastrutture, l'abbattimento delle barriere architettoniche e le opere di urbanizzazione. A quel punto 132 oratori si sono attivati per ricevere i finanziamenti e la Regione con una «determina dirigenziale li ha ammessi, destinando una spesa complessiva di 30 milioni di euro», ha ricordato Lomelo. Mita ha spiegato che «tutta l'operazione contiene errori di merito e di metodo: i Comuni hanno subito un danno perché sono stati sottratti al loro bilancio delle cifre importanti, in barba a tutti i dibattiti sul federalismo». Lomelo ha quindi annunciato ricorso per la illegittimità del provvedimento, perso dall'ex governatore quando erano già avvenute le elezioni ed era finito il suo mandato. «Ma soprattutto - ha detto l'esponente dei Verdi - chiederemo all'assessore Minervini di abrogare con una legge ad hoc l'articolo 9 bis in questione». Sannicandro, Mita e Lomelo hanno quindi annunciato «l'impegno a varare una legge specifica sugli oratori e, per il futuro, di lavorare per una pulizia legislativa che sia complessiva, laddove sarà necessario intervenire sugli orrori della precedente giunta».


Dal n° 313 supplemento "Quotidiano" di "Aprile, il mensile", del 29/07/2005 (le correzioni ortografiche e grammaticali sono nostre, i nostri interventi sono in rosso):

Club Zapatero? Avanti tutta 

José Luis Rodriguez Zapatero, premier di Spagna, potrebbe arrivare a Milano, ospite del Festival nazionale de "l'Unità". La data possibile è il 10 settembre, quando ci sarà la giornata conclusiva di un seminario dedicato ai temi della globalizzazione promosso dai Ds.

L'indiscrezione è già una notizia. Si sa, infatti, che la Quercia non si spella le mani per il leader spagnolo. Ma se si deve discutere di Europa e mondo globalizzato - devono aver pensato gli ideatori del Festival de "l'Unità" - è un po' eccessivo escludere dal seminario il personaggio nuovo del socialismo europeo. Anche perché la proposta di Zapatero di (per il) dialogo tra civiltà diverse per combattere il terrorismo è stata fatta propria dalle Nazioni Unite.

Proviamo a capire cosa fa paura del leader spagnolo. In questo momento Madrid non gode di buoni rapporti con due potenze mondiali: gli Stati Uniti e il Vaticano. A Washington non è andato giù il modo con cui Zapatero, in coerenza con il suo programma elettorale, ha richiamato in patria le truppe spagnole dall'Iraq. Presso la Santa sede, che pure dovrebbe apprezzare la contrarietà alla guerra di Madrid, si grida allo scandalo per alcune riforme che hanno esteso i diritti civili: divorzio più rapido, migliore regolamentazione dell'aborto e soprattutto via libera alle coppie omosessuali che intendono sposarsi e adottare bambini. Ma a queste riforme vanno aggiunte quelle contro la violenza di genere, l'aumento dei salari sociali minimi, il rafforzamento della scuola pubblica, il riassetto del sistema radiotelevisivo (autonomia dal governo del servizio pubblico, nuove opportunità per l'emittenza privata) e l'avvio di una ri-scrittura della Costituzione da cui potrebbe scomparire la parola "guerra", dando solo alle Nazioni Unite il compito di intervenire militarmente in conflitti internazionali.

Zapatero, è bene precisarlo ai Ds, non è un pericoloso estremista. La sua cultura di riferimento è quella di un filone del liberalismo di sinistra che ha cercato di ripensare se stesso per rispondere alla crisi del vincolo interno indotta dalla globalizzazione e dall'accelerazione dei processi di integrazione economica su scala europea. Nei discorsi e negli scritti del premier spagnolo non ci sono riferimenti né al marxismo né alla tradizione classica della socialdemocrazia. Anzi, in qualche occasione, lui stesso ha proposto che sarebbe meglio invertire quella dizione storica per parlare di "democrazia sociale". In più, si definisce un "libertario" per recuperare parte della tradizione di sinistra che non si riconosce appieno nel Psoe (Partito Socialista Operaio di Spagna) (il Partito socialista spagnolo).

I riferimenti teorici di Zapatero sono Habermas, Rawls e soprattutto Philip Pettit, un professore di scienze sociali che si divide tra l'Università di Camberra in Australia e la Columbia university di New York. Con Pettit, il premier di Madrid ha tenuto nel 2004 anche un dibattito pubblico che si è concluso con un impegno: "Professore, lei deve tornare in Spagna tra quattro anni. Così potrà constatare di persona quanto del nostro programma è stato realizzato".

Pettit è uno studioso del "repubblicanesimo", delle moderne teorie della cittadinanza e della libertà. Nei suoi libri cerca di indagare le forme contemporanee del potere ponendosi il problema di come i singoli possano ridurre il peso dello Stato e dello stesso potere nella loro vita quotidiana. Partendo dalla Rivoluzione francese del 1789, questo filosofo della politica ha ricette semplici: trasparenza di tutti gli atti di governo, crescita della consapevolezza dei cittadini attraverso l'acquisizione di nuovi diritti e l'accrescimento della loro cultura, partecipazione attiva ai fatti salienti della politica (il suo "Repubblicanesimo. Una teoria della libertà e del governo" è stato tradotto in Italia da Feltrinelli nel 2000 ma è passato quasi inosservato).

Se Zapatero (Zap, come lo chiamano in Spagna) arrivasse davvero a Milano per il Festival de "l'Unità", sarebbe una grande e bella no tizia. Chissà che per quella occasione non si sia già formato il "Club Zap" auspicato ieri da Ritanna Armeni sul "magazine" del "Corriere della Sera". Infatti, l'ex-portavoce di Fausto Bertinotti suggerisce: "A coloro che cercano di far uscire la sinistra italiana da una situazione di retroguardia proporrei un club che studi, capisca e segua il fenomeno Zapatero".

Per quel poco o tanto che vale, "Aprile" appoggia in pieno la proposta di Ritanna Armeni. Club Zap? Avanti tutta.


Tratto da: www.controcorrente.ilcannocchiale.it Notizia del 23 luglio 2005:

"Ho lasciato l'Islam"

Un musulmano olandese originario del Marocco racconta perché ha perso la fede

Da un apostata marocchino in Olanda

di Alessandro del Noce

Caro Ali Sina,

sono un olandese. Ho lasciato l'Islam e voglio condividere la mia storia con te e con gli altri apostati. Vengo dal Marocco, e come molti marocchini sono emigrato in Olanda. Un tempo ero un musulmano molto appassionato ma alcuni anni fa ho cominciato a pormi dei dubbi sull'Islam.

Anche in passato avevo trovato molte contraddizioni nel Corano, ma ero cieco e ho deciso di non pensarci.

In seguito ho incontrato una donna olandese, ed è stato amore a prima vista. Lei era una femminista, e stranamente ho acconsentito a tollerare questo aspetto di lei. Ma io amavo la sua intelligenza e la sua stima di se. Non volevo avere quattro mogli perché amo una donna sola. Presto sono diventato un femminista io stesso! Ma a quell'epoca ancora non avevo lasciato l'Islam perché i miei genitori mi hanno detto che l'Islam è una religione femminista (che spazzatura). Quindi mia moglie è rimasta incinta. Mio padre mi ha detto che dovevo proibirle di lavorare. Ma come avrei potuto? Lei è un essere umano indipendente. Lei non voleva interrompere la sua carriera. Mio padre mi ha detto che io sono il capo famiglia e che potevo chiedere qualunque cosa da lei. Io gli ho detto che noi siamo uguali. Lui mi ha dato del pazzo. Ma anche allora non ho lasciato l'Islam.

Quindi nacque mia figlia. Mio padre mi ha detto che non avrei dovuto parlare a mia moglie per alcune settimane. Ero stupefatto. Ho guardato il volto di mia figlia e mi sono promesso che non avrebbe mai sofferto come le altre Muslimahs (donne musulmane). Lei sarà indipendente e autosufficiente come sua madre. Ho lasciato l'Islam nel giorno stesso in cui è nata mia figlia.

Poco dopo l'Olanda rimase impietrita nel sentire le ultime notizie...

L'omicidio di Theo Van Gogh era sulla bocca di tutti. Io sapevo che qualcosa del genere sarebbe accaduta. Se sai quello che gli Imam predicano nelle moschee olandesi, capisci che non c'è niente di strano nell'omicidio di questo povero regista.

Sono scappato con mia moglie e mia figlia e ora ci nascondiamo a The Hague.

Mia moglie guadagna più di me, ma la mia stima non ne è danneggiata. Lei vuole avere una carriera e io la supporto. Non avremo altri figli perché lei è una donna impegnata e io non voglio farne una macchina per riproduzione. Abbiamo una balia. Amo mia figlia e non sono dispiaciuto nel non avere un figlio maschio.

Ho pensato di diventare cristiano ma in seguito ho deciso di seguire il tuo motto. Ora io sono il profeta di me stesso e probabilmente sono anche meglio di Muhammad. 

P.S.: Volevo scrivere alcuni versi dal Corano che mi hanno fatto ragionare sull'Islam ma non ho tempo. Sai com'è... una figlia piccola, moglie e lavoro 

Se tu, caro Sig. Sina, sei un padre o magari hai anche una figlia, capirai perché ho deciso di unirmi a voi contro i Musulmani.

Sono un po' nervoso di scrivere questa testimonianza perché il mio stesso padre vuole vedermi morto. Ma è molto importante. Il mondo intero deve conoscere la verità sull'Islam.

A.H.K.

leggi altre testimonianze di apostati musulmani (in inglese): http://www.faithfreedom.org/testimonials.htm


Da la Repubblica del 21/07/05:

«Il vescovo: i rapporti gay mettono in crisi la VIRILITÀ»

A quando il consenso per la pedofilia, le organizzazioni mafiose, il terrorismo, la violenza fisica, la guerra... Gran parte degli omosessuali sono il prodotto della femminilizzazione della società...

Pistoia, crociata di monsignor Scatizzi dopo il via libera del comune al registro delle unioni civili

di Marco Politi

ROMA - «Un colpo all'identità maschile», una decisione che incrementa la «perdita di virilità», una sciagura che scaturisce dalla «femminilizzazione della società». Tuoni e fulmini del vescovo di Pistoia, Simone Scatizzi, indirizzati al consiglio comunale della città, reo di avere approvato la creazione di un registro delle unioni civili.

L´intervento del vescovo, di rara aggressività, sembra scaturire dalla convinzione che dopo il fallimento del referendum sulla procreazione assistita l´istituzione ecclesiastica possa ignorare qualsiasi rispetto per la laicità delle istituzioni. Invece di parlare dal pulpito per la comunità dei fedeli, monsignor Scatizzi ha scelto lo scontro diretto con il Comune, prendendo carta e penna: «Se il criterio dei consiglieri è stato quello di regolarsi sulla domanda di una minoranza - chiede polemicamente ai consiglieri comunali - a quando il consenso per la pedofilia, le organizzazioni mafiose, il terrorismo come rivendicazione, la violenza fisica per farsi valere, la guerra preventiva eccetera?».

In un crescendo incalzante il prelato prende di petto i rappresentanti della comunità pistoiese: «So che la maggioranza dei consiglieri è data da uomini, non so se certi consiglieri si sono resi conto di dare un ulteriore colpo all'identità maschile». E´ risaputo, aggiunge il vescovo, che «la perdita della virilità maschile dà indici sempre più alti». In questo quadro, e alla luce dell'aumento dell'infertilità maschile - martella il prelato - «ogni forma che incoraggia lo svilimento della mascolinità e la confusione di genere è incomprensibile». Per Scatizzi, che ha stilato un elenco di 18 domande ai consiglieri, «non sono certo le leggi di Zapatero che potranno migliorare la situazione». Secondo il prelato «le persone omosessuali per motivi di Dna sono una piccolissima minoranza». Invece «la grande maggioranza degli omosessuali sono il prodotto di un contesto socio-culturale: femminilizzazione della società, gli uomini spendono più delle donne per cosmetici, depilazione, chirurgia estetica ecc... bisessualità conclamata, esperienze negative nell'infanzia, mancanza di formazione all´amore e alla sessualità, orgoglio gay».

L´intervento rischia di prefigurare la dura opposizione della Chiesa all´approvazione da parte del parlamento italiano dei Pacs, i patti di solidarietà fra conviventi eterosessuali o omosessuali. Il cardinale Ruini, presidente della Cei, si è già dichiarato contrario, considerandoli «un piccolo matrimonio».

Motivando il suo attacco, monsignor Scatizzi chiede perentoriamente: «Mi si dica, incentivare la soppressione fra maschile e femminile è una conquista civile o non piuttosto un inquinamento della realtà naturale? Esiste un´etica naturale a cui fare riferimento?». La lettera culmina nell'affermazione che «i partiti che fanno certe scelte... vedi nazismo, comunismo, fascismo, liberismo selvaggio... finiscono col provocare soluzioni opposte, anche se non condivisibili».

Costernato il segretario nazionale dell'Arcigay, Aurelio Mancuso: «Affermazioni che rivelano una omofobia violenta e rabbiosa». Commenta Mancuso che «mai da un alto prelato della Chiesa cattolica, considerato un moderato, ci saremmo attesi una lunga lettera di insulti verso la dignità delle persone omosessuali». 

Il vescovo ritiene invece di essere pienamente nel giusto. «Non mi si dica che questa è un´invasione di campo - puntualizza - io sono un cittadino come gli altri, che vota e che paga le tasse. Ho il diritto di sapere come la pensano gli amministratori».

E´ chiaro che la questione verrà rilanciata in Parlamento. In Europa le unioni di fatto sono riconosciute in Francia, Germania, Svizzera, Portogallo, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda e Lussemburgo. Spagna, Olanda e Belgio ammettono anche i matrimoni gay.


da la Repubblica del 21/07/05 (i caratteri in rosso sono nostri):

Arabia Saudita, il tabù del volante "Guidare l'auto corrompe le donne"»

Boicottaggi e minacce contro un deputato che aveva proposto la concessione del diritto di utilizzare l'automobile

Petizione di leader religiosi, capi tribù, magistrati: "Un atto dei nemici dell'Islam"

di Elena Dusi

In Arabia Saudita guidare l´automobile è per una donna «un modo di guastarsi sul piano morale e spirituale», quindi è vietato dalla legge. Impossibile muoversi in senso contrario in un paese così, e anche il tentativo di Mohammed az-Zulfa di cambiare le regole si è fermato al primo stop. Membro dell'assemblea consultiva, az-Zulfa due mesi fa propose una legge per consentire alle donne di mettersi al volante. Ma la proposta gli ha procurato solo guai. Prima sono arrivate le minacce di morte da parte degli integralisti. Poi, pochi giorni fa, oltre cento autorevoli personalità del regno hanno firmato una petizione contro la sua idea. Leader religiosi, capi tribù, magistrati e professori universitari hanno sottoscritto un testo che legge (dice): «I nemici dell'Islam stanno cercando di distruggere il grande ruolo che la nostra religione ha assegnato alle donne, guastandole sul piano morale e spirituale e corrompendo così il mondo islamico».

La sharia, le regole dell'islam, «chiudono tutte le porte che conducono alla corruzione» e una donna che circola da sola al volante per la città è vista come un pericolo per la morale pubblica. Nel regno del petrolio oggi le signore si spostano in auto con i loro autisti, ma solo dopo aver ottenuto il permesso da un uomo della famiglia. Az-Zulfa non si aspettava che la sua proposta scatenasse tante polemiche. «Era soltanto un´idea» ha allargato le braccia nel corso di un dibattito tv su al-Arabia. (Ha aggiunto) Aggiungendo che avrebbe lasciato volentieri sedere al volante la moglie o le proprie figlie: «Sempre meglio che guidi da sola, piuttosto che uno straniero la scarrozzi per la città insieme ai suoi figli».  

Molte professioni ausiliarie, come quella di autista, nei paesi del Golfo vengono infatti ricoperte da immigrati. E az-Zulfa calcola che un milione di autisti - per una spesa annua di 3,2 miliardi di dollari - si occupano di portare in giro le donne saudite.

La proposta del deputato sarebbe rimasta parcheggiata per anni senza risultati anche senza la protesta degli intellettuali del regno. Il parlamento saudita ha infatti solo poteri consultivi, e la famiglia reale è libera di ignorare le sue proposte. Nel 1990 quasi 50 donne sfidarono il divieto di guidare e impugnarono il volante a Riad. Diedero al loro gesto il significato di una protesta contro la presenza delle truppe americane in Arabia, alla vigilia della prima guerra del Golfo. La polizia le arrestò e vennero rilasciate dopo un giorno di galera, la confisca del passaporto e la perdita del lavoro. Non rischia invece di "guastarsi sul piano morale", né "su quello spirituale" il capitano (la capitana) Hanadi Zakarya, che è appena diventata pilota di aerei di linea pur senza saper guidare un´auto. Nella cabina del suo bimotore, accanto ai colleghi uomini, forse ha trovato la rotta giusta.


Da la Repubblica del 21/07/05:

«Bagdad, donne contro la Costituzione "Si va verso la Sharia, negati i diritti"» 

Caos dopo l´uccisione di tre membri sunniti dell'Assemblea. Il portavoce: "La Carta pronta il primo agosto"

Grave sconfitta per gli americani che speravano nel consenso di tutte le etnie

Dopo l´assassinio dei tre giuristi la minoranza annuncia la sospensione dai lavori

di Francesca Caferri

Meno diritti per madri, figlie e mogli, soprattutto in materia di divorzio e di eredità. Introduzione della sharia come fonte di legge. Possibile sospensione della norma che assicura alle deputate un quarto dei seggi in Parlamento. È un balzo indietro di 45 anni - a quel ´59 che vide l'abbattimento della monarchia e l'introduzione di uno dei codici civili più avanzati del mondo arabo - l'elemento più lampante della nuova Costituzione irachena, anticipata ieri dal "New York Times". Il documento è stato reso pubblico dal quotidiano proprio nel giorno in cui a Bagdad il suo destino sembrava attaccato a un filo: l'assassinio martedì di tre membri sunniti dell'Assemblea costituente ha infatti scompigliato le file dei giuristi del terzo gruppo politico dell'Assemblea. I restanti componenti dell'Iraqi National Dialogue, formazione a cui facevano riferimento gli uccisi, si sono auto-sospesi dalla Costituente, mettendo in forse l´intero processo di creazione della nuova Carta.

I DIRITTI DELLE DONNE. La bozza finita nelle mani dell'inviato del quotidiano americano a Bagdad prevede che a uomini e donne siano riconosciuti gli stessi diritti di fronte alla legge, a patto però che questi diritti «non violino la sharia», che diventa quindi una fonte primaria del diritto civile. Uno degli articoli più controversi della Carta, il numero 14, stabilisce che in questioni come divorzio, matrimonio ed eredità, i giudici debbano a decidere in base alle leggi stabilite dalla famiglia o dalla religione delle persone coinvolte: questo significa sentenze diverse per sunniti e sciiti e una possibile deriva ultra-conservatrice per questo gruppo, tradizionalmente più rigoroso nell'interpretazione del Corano. Se la norma passasse le donne di religione sciita in Iraq non potrebbero più sposarsi senza il consenso esplicito della famiglia e agli uomini sarebbe consentito divorziare recitando per tre volte in pubblico la formula "io ti ripudio".

La bozza ha suscitato le proteste delle associazioni femminili irachene, che martedì sono scese in piazza a Bagdad per chiedere che questo tipo di articoli siano cancellati: «Pretendiamo che i nostri diritti siano garantiti» - ha detto Hannah Edwar, una delle organizzatrici - «vogliamo incontrare i costituenti e spiegare loro le nostre opinioni». In risposta alla manifestazione un rappresentante dell'Assemblea ha spiegato che le bozze di Costituzione in circolazione sono diverse e che non sarà adottato nessun documento «umiliante per le donne».

IL CAOS POLITICO. «L'atmosfera in Iraq non consente a nessuno di lavorare». Con queste parole affidate all'agenzia Reuters Salih al-Mutlaq, portavoce dell'Iraqi National Dialogue, ha spiegato la decisione dei membri del gruppo di sospendersi dall'Assemblea in polemica con il governo che non avrebbe protetto i loro colleghi. Non è ancora chiaro quali conseguenze la scelta avrà sulla nascita della Costituzione né se tutti i sunniti abbiano aderito alla sospensione: secondo i tempi fissati con gli americani il testo avrebbe dovuto essere pronto entro il 15 agosto per poter essere poi sottoposto alla prova del voto entro il 15 ottobre. Ieri il responsabile del comitato per la redazione della Carta, Houman Hammoudi, ha tranquillizzato i giornalisti spiegando che la Carta sarà comunque presentata in Parlamento entro il primo agosto. Ma l'allontanamento dei sunniti è una sconfitta grave per gli americani, che contavano su di loro per incanalare verso le istituzioni il consenso degli ex-baathisti e di quei settori che si oppongono alla presenza delle truppe straniere.

GLI ATTACCHI. Ieri in tutto l'Iraq sono stati osservati tre minuti di silenzio per i morti delle ultime settimane (150 morti sono lo scorso fine settimana), ma questo non è bastato a fermare la violenza. Sette persone sono morte e 25 sono state ferite in due attacchi a Bagdad e Bassora: nella città del sud è stato ucciso uno dei membri della municipalità cittadina.


Da "Notizie Radicali" del 19/7/2005 (correzioni ortografiche e grammaticali nostre e nostri interventi in rosso):

Questo non è altro che quello

di Luigi Castaldi

"Questo è quello. Quello non è altro che questo"

Immaginate uno storico, tra cent'anni. É in emeroteca, ha davanti un quotidiano di cent'anni addietro: la data è il 12 luglio 2005, un martedì. In prima pagina, taglio basso, un articolo dal titolo "Il Vaticano: punite i clienti delle prostitute", sottotitolo "In un documento ufficiale chieste sanzioni severe. E scoppia la polemica sull'ingerenza della Chiesa". Lo storico sta raccogliendo materiale per un saggio che al momento ha il titolo provvisorio di "Storia dell'Italia del XXI secolo" e s'è imbattuto in quest'articolo che non sa ancora quanto possa essergli utile. Al Qaeda è stata completamente smantellata fino all'ultima cellula da almeno vent'anni, si è calcolato abbia fatto un quindicesimo dei morti fatti dal nazismo, anche se la carneficina è stata diluita lungo quarant'anni; l'islam ha subito una riforma che, pur con gli inevitabili tributi di sangue di ogni riforma religiosa, l'ha reso assai meno ostile alla democrazia, e i risultati nella letteratura, nelle arti e nelle scienze vengono considerati da taluni la premessa di un Rinascimento, prossimo, certo, basta vedere come si vive a Damasco, a Riad e a Islamabad; gran parte dei paesi arabi hanno affrontato per tempo la riconversione della loro economia altrimenti l'esaurimento dei giacimenti petroliferi li avrebbe prostrati, hanno fatto centro puntando sull'acqua nelle profondità del Sahara; la grande depressione del 2086 è stata tremenda per gli Usa, quasi hanno sfiorato il collasso economico, ma da qualche lustro è evidente una ripresa, anche grazie agli aiuti della Cina, prima potenza mondiale ormai da due o tre decenni, minacciosamente insidiata dall'India; una vasta epidemia di Ebola ha decimato un sesto della popolazione africana tra il 2063 e il 2068; l'anno dopo è stata inaugurata la prima unità urbana su Marte grazie agli investimenti di una joint (venture) russo-indiana, colonia di 250.000 unità, ne sono in allestimento altre tre. E l'Italia? L'Italia non c'è più. Cioè, c'è ancora, e si chiama ancora così, è un distretto della Ue, 115 milioni d'abitanti circa. Di italianofoni (italiofoni?), però, ne sono rimasti solo 16 milioni scarsi, con quello che vuol dire per uno storico che lì, in emeroteca, in un tiepido aprile del 2105, sta raccogliendo materiale per la sua "Storia dell'Italia del XXI secolo", sottotitolo "L'inizio della fine". Gli è utile questo articolo per il suo saggio - si chiede - o non gli è utile?

Il Vaticano - a questo emirato centro-mediterraneo faceva capo la corrente cattolica confluita con quella protestante e quella ortodossa nel Movimento Cristianista Mondiale nello storico Concilio Interconfessionale tenutosi a Roma nel 2090 - il Vaticano, legge il nostro storico sull'ingiallita carta del Giornale (de "il Giornale"), ha licenziato dal suo Pontificio Consiglio dei Migranti ed Itineranti un documento nel quale propone di "punire i clienti delle prostitute". "Il cliente - vi si legge - deve ricevere qualcosa in più di una condanna sociale ed affrontare il pieno rigore della legge". É utile questo articolo al nostro storico? Sul suo taccuino egli ha un piano d'opera: dopo un'ampia introduzione che analizza il quadro generale dell'Italia di fine XX secolo (ha calcolato che prenderà un quarto del volume), ha deciso una serie di capitoli, in cui ciascuno affronta un elemento della crisi italiana. L'ultimo, il settimo, che viene subito prima della rassegna cronologica degli eventi della prima metà secolo del terzo millennio e della discussione critica intorno ad essi, ha una bozza di titolo, "La teocrazia strisciante". Dentro c'è tutto: i due Concordati, il così detto "otto per mille", il capillare controllo del territorio, i ripetuti assalti alla laicità dello Stato, la rete di connivenze con la politica della Prima, della Seconda e della Terza Repubblica, le forze che fiancheggiarono, quelle che blandirono e furono blandite, quelle sparute che si opposero; e poi il fluttuare delle correnti interne alla Chiesa, le lotte lentissime e silenti, i travagli, gli stalli, i colpi di coda; e, ancora, il nodo antropologico e la sua tragedia secolare, il tentativo di rifondare sui miti biblici una morale privata e pubblica disincarnata dalla promessa dell'aldilà, l'offrirsi fin dalla metà del secolo precedente come antidepressivo, toccasana tautologico e auto-referenziale, non più viatico in attesa della resurrezione della carne ma codice fondativo (fondante) di una dottrina sociale che penetra fin dentro il singolo, ne succhia l'individualità, lo inscrive a forza nella storia come fine di sé stesso, poi con un tratto di penna cancella la storia e consegna la massa del cresciuto e del moltiplicato al farsi mezzo di Dio.

Certo, solo qualche sigla, qualche mezzo rigo, e affianco (a fianco) le note di riferimento a tre grossi faldoni che il nostro storico porta sempre appresso in un capiente borsone - ma sul taccuino c'è già tutto il saggio. É utile o non è utile questo articolo del 12 luglio 2005 per questo suo Cap. VII? No, non è utile - fa per dirsi il nostro storico - a "dire", "dice", ma forse in modo troppo ellittico - ma è che un quarto d'ora prima aveva già appuntato, per includerlo nella sezione "materiali" in appendice, un assai meno ellittico Zagrebelski. No, l'articolo è ininfluente: che il Vaticano chiedesse ai governanti di quell'Italia di inasprire le pene contro il commercio del sesso ha poca importanza, poca ne ha che le forze di governo plaudissero al documento. Eccolo, immaginate il nostro storico del 2105, sta per mettere via il Giornale (" il Giornale", il Giornale).

Poi, a pag. 15, legge che in Iran, dopo la vittoria elettorale di un candidato dell'ala conservatrice fondamentalista, è stato varato un pacchetto di provvedimenti miranti a "identificare e punire" i colpevoli di "vizi sociali" con severe misure repressive contro la prostituzione e, più in generale, contro i "comportamenti portatori di corruzione morale". Come reagirono gli iraniani? Già: come reagirono? Lo storico fa fatica, ma non gli viene in mente. E sì, che per sapere se il documento sul "pieno rigore della legge" contro la prostituzione del Pontificio Consiglio dei Migranti ed Itineranti abbia ora una prima non valutata importanza per il suo saggio, basterebbe solo sapere come reagirono - non gli italiani in Italia - ma gli iraniani in Iran.


Da Nuova Basilicata del 18/7/2005: le correzioni di punteggiatura e di maiuscole sono nostre. Inoltre: ci asteniamo dal commentare l'apprezzamento dell'autore per il "poverello di Assisi" e l'indicazione, purtroppo diffusa anche tra atei ed agnostici, di destinare l'otto per mille per la Chiesa Valdese.

«Integralismo fa rima con Vaticano» 

Integralismo fa rima con Vaticano e non con noi liberali e libertari

di Maurizio Bolognetti, Segretario Radicali Lucani

Trovo a dir poco esilarante che i rappresentanti di una Curia romana e lucana, dello Stato Città del Vaticano, perennemente impegnati a tentare di occupare lo Stato, dopo aver di già e da tempo occupato la Chiesa, si riferiscano al sottoscritto parlando di integralismo. Integralismo fa rima con il tentativo delle confessioni religiose di imporre la loro morale attraverso leggi dello Stato: integralismo, dunque, fa rima con Vaticano e non con noi liberali e libertari che difendiamo il diritto di tutti a gestire il proprio corpo e la propria vita,  il diritto, è bene sottolinearlo, alla libertà religiosa.

L'Italia che vorrebbe disegnare il Vaticano, nel suo delirio di onnipotenza, assomiglia più alla Repubblica teocratica di Teheran che non all'Europa di Blair e Zapatero.

Il Partito Cei, finanziato con il meccanismo truffaldino dell'otto per mille, a maggior ragione se vuole continuare ad essere partito di matrice integralista e fondamentalista, rinunci al finanziamento pubblico. Noi intanto cercheremo di difendere la libertà, la democrazia, la laicità e tutto ciò che non ha connotati fondamentalisti e ideologici, ma di libertà.

La laicità è ciò che in un paese civile sta a presidio di tutte le libertà, ad iniziare dalla libertà religiosa. Senza laicità non c'è libertà. Per quanto riguarda invece l'otto per mille, detto che riterremmo utile alla stessa religiosità una sua abrogazione, detto che ci piacerebbe vivere in un Paese che da questo punto di vista si regolasse come le due grandi democrazie anglosassoni, inglese e statunitense, ci sembra che i parroci potentini menino il can per l'aia.

Ho detto e lo ripeto: lo Stato nella vicenda dell'otto per mille è associato a delinquere con il Vaticano. È vergognoso che lo Stato italiano non informi i cittadini del fatto che non scegliendo, i denari dell'otto per mille finiscono nelle capienti tasche di mamma Cei: è vergognoso che lo Stato rinunci a farsi propaganda per la destinazione dell'otto per mille.

I parroci lucani leggano le dichiarazioni di monsignor Betori, che ci informa che negli ultimi 15 anni, su 9 miliardi di euro incassati, appena 710 milioni sono stati destinati ad opere di carità per il terzo mondo, cosa, aggiungo, che comunque potrebbe fare anche lo Stato, magari non sotto forma di carità, a volte assai pelosa, ma di iniziativa politica.

La quasi totalità di denari vaticani vengono spesi per rafforzare una struttura di potere che sta soffocando questo Paese e i nostri piccoli centri per picconare la laicità, per accrescere il controllo sociale vaticano, affiancato da una miriade di organizzazioni paravaticane.

Ho detto e lo ripeto, che invitiamo a destinare i soldi dell'otto per mille a quelle organizzazioni che si distinguono per il rispetto della legge e del principio di separazione tra Stato e Chiesa. La Chiesa Valdese, per esempio, si rifiuta di incassare i soldi dei cittadini che non hanno espresso alcuna scelta: spende i soldi solo per scopi sociali e umanitari e non per fini di culto, rispetta il principio di separazione tra Stato e Chiesa, tra scienza e fede.

Ecco perché riteniamo, in attesa dell'abrogazione di qualsiasi tipo di finanziamento pubblico, dire "firmate per la chiesa valdese" e non per gli integralisti vaticani che mirano ad occupare spazi che non sono di loro competenza, e che oltre ad aver dimenticato il Poverello d'Assisi, hanno anche dimenticato l'evangelico "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Se ci si preoccupa dell'integralismo islamico, è altrettanto giusto e doveroso preoccuparsi ed occuparsi del non meno pernicioso e preoccupante integralismo vaticano, della geopolitica vaticana con la sua Grandeur, che ha l'obiettivo di mettere le nostre vite, la nostra morte, il nostro corpo sotto la morbosa tutela dei monsignori della Cei e del Papa.

Infine, vorrei rassicurare gli amici della Cei lucana: sono assolutamente bene informato e, se vogliono, disponibile a confrontarmi sul tema della truffa otto per mille. Propongo, pertanto, un dibattito a più voci, con la presenza anche di altri esponenti di anticlericale.net, ma sono certo che lor monsignori non accetteranno.
 


Da "Il Denaro - Giornale dell’Europa Mediterranea" 8/7/2005 :

Stato e Chiesa

Il Vaticano e l’anomalia italiana

di Antonio Guizzi

Nel suo editoriale “Il Catechismo e le paure dei laici” di sabato scorso, il vice direttore del "Corriere della Sera" Pierluigi Battista ha affrontato, sia pure in maniera indiretta, i rapporti fra lo Stato italiano e il Vaticano. Egli si è dichiarato sorpreso per la preoccupazione che ha destato fra i laici - e cita in particolare Vittorio Foa e Massimo Cacciari - la divulgazione del “Compendio del catechismo”, curato dal Cardinale Ratzinger (per incarico ricevuto da Papa Giovanni Paolo II nel 1993) che sarà distribuito finanche nei supermercati e negli aeroporti. Secondi lui c’è una specie di “psicosi da accerchiamento che equipara un libro a un atto aggressivo di intromissione Vaticana nelle cose italiane”. Considera “un sintomo di ipersensibilità laica il fatto che un atto consueto della Chiesa cattolica e cioè l’elaborazione di uno strumento conciso e agile a uso dei fedeli venga considerato come un pericolo o una minaccia”. E’ sconcertante la posizione del grande giornalista, ove si tenga conto che “l’agile” strumento consta di ben 598 domande, con relative risposte, che assumono significato preoccupante se si legge la risposta alla domanda 465esima, sull’obiezione di coscienza, in sintesi riassumibile sul dovere del cittadino di non obbedire alle leggi dello Stato quando esse divergono dai precetti della Chiesa. E la preoccupazione appare del tutto fondata se è vero, come afferma Battista, “che la Chiesa cattolica lancia il suo catechismo con spavalderia e con un gusto della sfida.” La preoccupazione dei laici non deriva affatto dall’arrivo del Catechismo, ma dall’ingerenza sempre più invasiva del Vaticano nella politica italiana. L’intervento del Cardinale Ruini e dello stesso Papa che hanno predicato l’astensione dal voto nel referendum ha assunto carattere di particolare gravità: sarebbe stato nel diritto della Chiesa invitare a votare il “no” ma non ricorrere, come giustamente ha osservato Vittorio Foa, all’artificio truffaldino dell’astensione. Ma c’è indubbiamente una strategia che unisce i vertici della Chiesa a certi altissimi esponenti istituzionali: il cardinale Ruini da presidente della Cei si è trasformato nel leader del virtuale partito cattolico italiano; il presidente del Senato, Marcello Pera, che aveva scritto con lui a quattro mani pagine non certo ispirate al laicismo, con le sue veementi esternazioni in Spagna contro la recente legge sul matrimonio dei gay; Giuliano Ferrara, ex sessantottino, ex comunista, grande giornalista è riuscito a trasformarsi da vecchio laico nel difensore agguerrito dell’etica di Santa Romana Chiesa; il presidente della Camera Casini, dimentico del suo ruolo istituzionale, ha giocato al sorpasso con Buttiglione (che aveva evocato “l’aspirazione religiosa della politica”) affermando con tono perentorio che alla base del partito che verrà ci sarà il neocattolicesimo. E ancora, con sconcertante disinvoltura, Casini ha dichiarato che in materia di laicità “i figli di De Gasperi non devono dimostrare nulla a nessuno”. Peccato che egli dimostri di essere un figlio degenere di De Gasperi, il quale è stato, sì, un cattolico e un democristiano, ma è stato anche un laico convinto in politica e non si sarebbe mai sognato di battersi nel ’48, avendo un ruolo istituzionale, a fianco del “microfono di Dio”, padre Lombardi. Certo non siamo più ai tempi di De Gasperi e tanto meno a quelli del Conte di Cavour che, in punto di morte, appena all’indomani dell’unificazione del Regno d’Italia, pare avesse proferito la frase lapidaria “Libera Chiesa in Libero Stato”. Ha ragione Boselli quando sottolinea che Casini “invece di difendere i principi della laicità dello Stato, si mette a fare l’epigono del Cattolicesimo più arretrato e integralista”. E ha ancora più ragione il vegliardo, ma lucidissimo Vittorio Foa, quando in un’intervista al "Corriere della Sera" ha avvertito che ai musulmani bisogna inviare un messaggio ben preciso: “ Non date al Corano un’autorità che non sia puramente religiosa, non trasformate quella che è legittima direttiva religiosa in una direttiva politica”. Ma Foa evidentemente parla a tutti gli integralisti, mussulmani o cattolici che siano. 

C’è, eccome, da preoccuparsi: al termine di una gara truccata sono saliti sul podio il Cardinale Ruini, con alla sua destra il Presidente del Senato e alla sua sinistra il presidente della Camera, nell’ombra - ma non troppo - il benedicente Papa Benedetto XVI. (Non si dimentichi il suo incontro con Ciampi al Quirinale, iniziato in un’atmosfera di grande cordialità e terminato con una certa freddezza.) E l’ingerenza della Chiesa viene evidenziata, nella sua sconcertante attualità, da un episodio bizzarro accaduto venerdì della scorsa settimana a Nola, dove monsignor De Palma aveva convocato nella sede vescovile il sindaco, la giunta, il consiglio comunale e gli esponenti dei partiti, per un esame della situazione politica, giustificando maldestramente la riunione come un invito alla pacificazione fra le parti sempre in lite, nell’interesse della città. Precedente pericoloso, a cui speriamo non si ispiri il Cardinale Ruini per convocare in Vaticano Pera, Casini, Berlusconi, Prodi, Rutelli e qualcun altro politico di buona volontà, con un ipocrita ordine del giorno che titola cosi: “Pacificazione nazionale”.


Da "la Repubblica" del 5/7/2005:

Il vero incontro tra chi crede e chi non crede 

Il ricordo di un confronto con un giovane padre gesuita

C´è un libro di Rusconi che riflette sull'argomento

di Alberto Asor Rosa

Curioso. Anzi, doppiamente curioso. Papa Ratzinger, nel suo ultimo libro (di cui il "Corriere della sera", 16 giugno 2005, pubblica lo squarcio probabilmente più significativo, inteso come proposta di pace ai laici), suggerisce loro, dal momento che non riescono a trovare la via dell'accettazione di Dio (sic), che dovrebbero «comunque cercare di vivere e indirizzare la loro vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse». È una proposta che il Presidente del nostro Senato, quella laicissima figura d´intellettuale laico che è Marcello Pera, si affretta, nella prefazione al libro, a dichiarare pienamente accettabile e che a me invece sembra avviare ancora una volta il dialogo tra laici e cattolici, fra credenti e non credenti, lungo rotte assolutamente inconciliabili. Io pensavo infatti che la credenza in Dio fosse un fatto sostanziale e non puramente comportamentale o addirittura pedagogico (e quindi necessariamente strumentale: «come se...»). Se dovessi comportarmi da laico come se Dio esistesse, troverei molto più semplice e corretto credere che Dio esista: in caso contrario avrei tutti gli svantaggi e nessun vantaggio dal fatto di non aver fede. Se sono laico seriamente, bisogna che il mio sistema di valori, buono o cattivo che sia, discenda dalla mia assenza di fede, e non dalla supposizione che, pur non essendoci fede, potrei/dovrei comportarmi come se ci fosse. È curioso che un teologo come Ratzinger non avverta i limiti e la pretestuosità un po' offensiva della sua proposta (sul cui senso tuttavia tornerò più avanti). Doppiamente curioso che non tenga conto, neanche per opporlesi, che la formula che ha avuto più corso nel dibattito etico-religioso degli ultimi decenni è l'altra, quella opposta alla sua: veluti si Deus non daretur, come se Dio non ci fosse. Anche a prescindere dal fatto che proprio in queste ultime settimane l´ha ripresa su "MicroMega" Paolo Flores d´Arcais, ricorderò che solo pochissimi anni fa un intellettuale (laico, ma inquietamente attento ai problemi della spiritualità religiosa) come Gian Enrico Rusconi ha pubblicato un libro intitolato per l´appunto "Come se Dio non ci fosse" (Einaudi, 2000), che io recensii allora su queste colonne ("la Repubblica", 13 febbraio 2001). Piuttosto che riassumerne imperfettamente i contenuti preferisco suggerire di leggerselo (o rileggerselo). Mi basta qui rammentare soltanto che Rusconi (il quale, è appena il caso di rilevarlo, sottoponeva da laico la sua proposta a quanti fra i cattolici svolgessero attività nella vita politica e civile democratica) poggiava gran parte delle sue argomentazioni sulle posizioni teologiche ed etico-politiche di Dietrich Bonhoeffer. Ora, è ben vero che il pensiero di un pastore protestante tedesco, tacciato di deviazioni immanentistiche anche dall'interno delle sue stesse file, e finito impiccato dagli aguzzini nazisti, non può esser paragonato a quello di un Pontefice Romano, per giunta in un momento in cui la Chiesa cattolica appare particolarmente triumphans. Il richiamo serve però a dimostrare inequivocabilmente che due forme dello stesso (alla fin fine) pensiero religioso, quello cristiano, misurato al metro del medesimo problema, possono andare in due direzioni completamente diverse. Per evitare che ancora per qualche secolo (o millennio) credenti e non credenti si rimbalzino reciprocamente il consiglio di usare una delle due formule, la domanda corretta secondo il mio punto di vista potrebbe essere: non esiste una terza posizione, un veluti si diverso e meno coercitivo, fra il veluti si Deus daretur, che il Papa attuale chiede autorevolmente ai non credenti, e il veluti si Deus non daretur, che alcuni intellettuali laici, forse non altrettanto autorevolmente ma, penso, con identica onestà intellettuale, chiedono ai credenti? 

Alcuni anni or sono fui invitato da un giovane e intelligentissimo padre gesuita a discutere in una sede ecclesiale dei rapporti tra fede/non fede ed etica. Mi dispiace di non poter argomentare tutti i passaggi della ricca discussione, che vide in veste di mio interlocutore un altro prelato, anch'esso di molta dottrina e grande apertura, ma mi sembra che possa qui bastare riassumerne la conclusione. La diversità delle tradizioni, delle esperienze, dei modi di vita e... delle fedi non ci impedì, mi pare, di convenire che il punto d´incontro, proprio in questo particolare momento storico (fra l´una e l´altra guerra irachena, per intenderci), andava cercato nel «partecipare alla passione dei propri simili, condividerne le sofferenze e le gioie, aprirsi all'aiuto dei bisognosi». Una formula eterna, mi si obietterà, ma che vuol dire? In questo campo quel che valeva nel III secolo vale anche per il XXI, e oltre. E cioè: «Solidarietà» (parola mia) e «Compassione» (parola del mio interlocutore), ma soprattutto la loro pratica attiva e conseguente, sia che Dio ci sia sia che Dio non ci sia, perché l´effetto sugli uomini in ambedue i casi sarebbe stato lo stesso. Non a caso il mio interlocutore citava, a sostegno del nostro ragionamento, quel famoso passo del Vangelo di Matteo, in cui si descrive il momento in cui il Figlio dell'uomo separerà i salvati dai dannati: «Venite, benedetti del padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ecc.» (Mt 25, 34,35). E aggiungeva il mio interlocutore: «E questi li considera salvati per la vita eterna, anche se non conoscevano il Cristo». Insomma: c'è chi crede nella vita eterna e c´è chi non crede. Ma questa distinzione radicale, che io considero onestamente un valore, non impedisce la comunione dei giusti, se giusti sono e se non pretendono, proprio in quanto giusti, d´imporre agli altri, a seconda dei casi, la propria fede o non fede. Non bisogna richiedere una condizione, bisogna esser capaci di offrire una disponibilità, un dono. Mi rendo conto che è più facile enunciare queste proposizioni che poi, una volta enunciate, tradurle in realtà. Vorrei aggiungere tuttavia un´ulteriore considerazione, relativa all'altra battaglia che Ratzinger non da oggi animosamente conduce, quella contro il «relativismo" della cultura laica radicale. Qui si potrebbe sommariamente osservare che una parte della cultura laica è tutt'altro che relativistica: anzi, crede con assoluta fermezza nei propri valori, pur senza pensare che la loro fonte sia da cercare in qualche entità o insegnamento soprasensibili. Tra questi valori, non c´è dubbio, occupa uno dei primi posti la libertà. Credere con assoluta fermezza nel principio di libertà significa credere che ogni libertà è accettabile e dunque va promossa? Non credo: anche se credo che la spinta di libertà sia il movimento di fondo del mondo moderno che nessuno può arrestare o costringere dentro i lacciuoli di un qualsiasi magistero, laico o ecclesiale che sia. 

Qui m'arresto, consapevole, lo ripeto, che proprio qui cominciano i problemi decisivi: quelli dell'etica individuale e collettiva, del rapporto uomo-natura, della biologia, della ricerca scientifica. In generale non mi sentirei di dir che la pratica del principio di libertà debba andare esente da una regolata misura di equilibrio, da un criterio di com-partecipazione che magari rallenti il processo ma lo renda più condiviso e più solido. Anche questo, nella mia visione, è laico. Ma, per concludere, non mi pare che il problema in questo momento sia la tracotanza di una cultura laica, piuttosto in difficoltà se mai a causa delle esperienze storiche degli ultimi decenni. Non userò una parola altrettanto forte. Ma non c´è dubbio che in Italia il problema sia la forte pressione della gerarchia cattolica a re-impadronirsi egemonicamente di tutti i terreni dove trovano la loro peculiare collocazione le libertà di coscienza, di ricerca, di espressione e di comportamento. Chiederci di comportarsi veluti si Deus daretur è come dirci: guardate che da soli non ce la potete fare. Bene, io penso che ce la faremo.


Da Italialaica http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=004886 , circa il 18/06/05:

Laicità a giorni alterni

di Marcello Vigli

L'altissima percentuale di non votanti non lascia luogo ad equivoci: chi ha promosso e sostenuto il referendum è stato duramente sconfitto. Non vale recriminare sul tipo di armi usate dall'avversario, che del resto non aveva fatto mistero di volerle usare, né esercitarsi nel difficile esercizio di individuare le diverse componenti del variegato arcipelago dei non votanti. Tentarlo può servire, però, per non commettere errori di valutazione sull'importanza di chi li ha promossi.

Ci sono certo, in primo luogo, i non votanti di sempre, circa il 30 per cento. Il restante quarantacinque per cento è costituito dagli astenuti convinti per motivi ideologici e politici e dagli astenuti in conseguenza dell'intervento di Ruini e della gerarchia italiana e vaticana. Tra questi possiamo distinguere, senza poterli quantificare, gli obbedienti, gli obbligati per timore di sanzioni, i timorosi dell'emarginazione all'interno della comunità ecclesiale. A questi vanno assimilati i preoccupati dell'emarginazione sociale nei paesi ad ampia densità mafiosa: i dati della Calabria e della Sicilia vorranno pur dire qualcosa. Tanti quindi i padri del mancato raggiungimento del quorum. Difficile districarsi nel distribuire meriti e demeriti, è certo, però, che Ruini ha individuato una strategia vincente ed è inutile lamentarsi che è poco rispettosa della laicità dello Stato, quasi fosse di sua competenza difenderla. Molto più proficuo riflettere sullo Stato della laicità in Italia

Chi, come il direttore di un autorevole giornale nazionale definisce la sconfitta referendaria "il naufragio dell'Italia laica", non si deve essere reso conto che l'Italia non è più laica – se mai lo è stata da quando è diventata Repubblica – da oltre trent'anni come in molti, poco ascoltati, siamo andati denunciando. Molta strada era stata fatta dall'approvazione dell'articolo 7 della Costituzione al 1966, quando si cominciò a parlare di "revisione del Concordato", al 1981 quando, nonostante il papa fosse morente dopo l'attentato di Alì Agca, gli italiani si rifiutarono di abrogare la legge sull'interruzione della gravidanza. Poi, nel 1984, tutto cominciò a cambiare a partire dall'applicazione delle clausole del nuovo Concordato. Voluto da Craxi, fu approvato anche dai comunisti, si oppose solo la sinistra indipendente. Bisogna partire da qui per riflettere sul rapporto della sinistra con la laicità. Non ci occupiamo della sinistra che si rifugia nella comoda nicchia del privato sociale indifferente alle dinamiche istituzionali nelle quali, lo voglia o non, è necessariamente coinvolta. Pensiamo alla sinistra che si candida a gestire lo spazio pubblico nell'interesse della collettività: ignora o misconosce il nesso inscindibile tra laicità e democrazia. Se democrazia non è solo forma per selezionare i governanti, ma è sostanziata di libertà, uguaglianza e solidarietà, laicità non è solo forma dei rapporti Stato/Chiesa, ma è la dimensione culturale che legittima tale sostanza. Laicità significa che nello spazio pubblico – lo Stato – non può esserci ideologia o confessione religiosa privilegiata e che i principi e i valori fondanti la civile convivenza e ispiratori della cultura della scuola pubblica sono principi e valori condivisi e definiti nella Carta costituzionale. La laicità, come nuova cultura democratica autonoma e autosufficiente, senza essere auto-referenziale, non riconosce a centrali religiose l'esclusiva nell'elaborazione dell'etica e nella promozione di valori morali. Alle nuove sfide poste alla società dal rapido avanzamento della ricerca scientifica e dall'accelerazione nell'innovazione tecnologica, si risponde rifugiandosi nell'affermazione del primato della scienza e nell'ineluttabilità del suo sviluppo. Sul governo di tale sviluppo e sul rapporto tra quel primato e la solidarietà planetaria non ci si confronta apertamente e criticamente. Di laicità si parla quando il tema diventa "di moda". Ridicoli quindi gli "alto là" levati dagli esponenti dell'opposizione sulla laicità violata dall'interventismo di Ruini, dalle novene usate come spot elettorali, dal terrorismo contro i negatori della personalità dell'embrione. Sono gli stessi che hanno applaudito il papa in visita al Parlamento, favorito le manifestazioni liturgico-mondane del potere della Curia enfatizzate dai media durante il giubileo, e plaudito alla spettacolarizzazione della sua morte. Nessuna opposizione al dilagare nel servizio pubblico dell'informazione religiosa, della propaganda cattolica e dell'interventismo di sacerdoti e cardinali, nessun distinguo dai cori di esaltazione delle virtù di papa Giovanni Paolo II. Anzi si propone d'intitolargli la stazione di Roma o l'aeroporto di Bari. Se c'è tanta dignità in chi regge l'istituzione ecclesiastica, come può non esserci più quando lancia la crociata contro gli avversari della Legge 40? Diventa poco credibile il furore laico che scoppia a giorni alterni.

In questa ambiguità si ritrova la mancanza di chiarezza sul tema della laicità che impedisce alla sinistra di capire il senso della cosiddetta rivincita di Dio e del ritorno del sacro, di distinguere l'ossequio alle gerarchie dal riconoscimento delle benemerite iniziative assistenziali e sociali, con le quali il volontariato cattolico e le congregazioni religiose suppliscono, ormai strutturalmente, alle deficienze dello stato sociale. Riconoscere tali meriti o rigettare vecchi pregiudizi contro la religione, solidarizzare con gruppi e organizzazioni cattoliche realmente democratiche o lasciarsi coinvolgere in dibattiti sul valore dell'esperienza religiosa autenticamente vissuta, non è contraddittorio con la sistematica lotta al potere ecclesiastico. Non perché ecclesiastico, ma perché potere anomalo.

La Cei è un potere anomalo: trae autorevolezza dall'essere testimone del Vangelo, ma lo tradisce quando si fa soggetto politico sostituendo il consenso dei fedeli con il farsi potere tra gli altri poteri, economici e politici, alleandosi con quelli pronti a pagare il prezzo del suo sostegno. In Italia il prezzo è altissimo anche in termini finanziari e di presenza di ecclesiastici in strutture pubbliche. Di tutto questo la sinistra non tiene conto e finge di ignorare che c'è un prezzo che non potrà mai pagare: la rinuncia alla laicità perché sarebbe la rinuncia alla democrazia. Non solo non opera per ridurre progressivamente l'onere finanziario e le forme di presenza, ma quando, su richiesta o per iniziativa della destra integralista, Parlamento ed Enti locali si trovano a dover decidere se aumentare contributi e concessioni, entra in concorrenza con i moderati per timore essere accusata di ostilità alla religione o di perdere consensi tra i cittadini "devoti". Questa debolezza ha reso difficile tener testa ad una campagna promozionale, come quella sulla personalità dell'embrione, nutrita di spot resi credibili dall'autorità dei gestori del sacro, ossequiati anche dagli "infedeli", e sostenuti dalla potenza finanziaria garantita loro dal gettito dei finanziamenti pubblici.

Ogni anno oltre mille milioni di euro passano dall'erario alla Conferenza episcopale. Ad essi vanno aggiunti gli stipendi dei docenti di religione cattolica, dei cappellani militari e, in alcune regioni, dei cappellani degli ospedali. Inoltre le opere cattoliche fanno la parte del leone nel fruire dei contributi, elargiti con criteri assolutamente discrezionali, dal governo, che li trae dalla parte dell'otto per mille destinata alla sua gestione per attività culturali, assistenziali, ricreative. Non c'è dubbio che, senza le ampie disponibilità finanziarie della Cei, la generosa mobilitazione delle organizzazioni cattoliche non avrebbe potuto sostenere una campagna referendaria così intensa e dispendiosa e che, forse, non ci sarebbe stata quella di tanti comitati scientifici.

Tali disponibilità hanno una funzione essenziale nel costituirsi potere politico dell'istituzione ecclesiastica: su questo la sinistra non ha idee chiare né tanto meno sviluppa iniziative coerenti sia sul piano dell'informazione sia su quello dell'iniziativa politica. Una recente vicenda dà la misura di tale disinteresse. È di questi giorni la notizia che per generosa concessione del governo sono stati sottratti ai già magri bilanci dei Comuni gli introiti dell'Imposta Comunale sugli immobili (ICI) fin qui dovuti dalle scuole, cliniche, centri sportivi e strutture alberghiere gestite a scopo di lucro da enti confessionali. D'ora in avanti saranno assimilati agli enti già esentati: luoghi di culto e attività e servizi offerti gratuitamente. Una sentenza della Corte di Cassazione del 2004 aveva respinto un ricorso delle Suore del Sacro Cuore dell'Aquila che pretendevano di non essere tenute a corrispondere l'Ici per la loro benefica attività nei confronti di anziani bambini ed emarginati per la quale, però, chiedevano un pagamento. Le amministrazioni comunali avrebbero potuto imporre la tassa comunale su strutture destinate a far soldi come licei, cliniche, residenze e centri sportivi aperti al pubblico pagante. Il governo Berlusconi ha provveduto ad evitare questa "catastrofe" inserendo nel disegno di legge sulla "competitività" la norma che impedisce ai Comuni l'imposizione dell'Ici a tutti gli enti ecclesiastici.

La presenza di queste enormi risorse rende possibile la conquista dell'egemonia da parte della gerarchia ecclesiastica, a partire dalla vittoria sulla legge 40 considerata come rivincita sulle sconfitte subite nei referendum sul divorzio e sull'aborto. Solo un radicale ripensamento a sinistra della cultura della laicità, da non lasciare ai cultori del laicismo tradizionale, può contrastare la conquista di una supremazia culturale che, neppure ai tempi dello strapotere democristiano, la gerarchia cattolica aveva potuto realizzare.


Il Monarca straniero è deceduto. Alcuni commenti.

Il pontefice, straniero in terra straniera, monarca assoluto della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, è deceduto nell'aprile di quest'anno, 2005. Con la nostra proverbiale e programmatica NON tempestività pubblichiamo alcuni commenti sull'argomento.

Alcuni siti e associazioni non hanno pubblicato un PROPRIO comunicato, ma hanno ospitato contributi di terzi. Per questo motivo non riteniamo di doverli pubblicare qui.

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Federazione Anarchica Italiana - Commissione di Corrispondenza
via don Minzoni 1/D, 42100 Reggio Emilia, tel/fax 0522541331
cdc@federazioneanarchica.org, www.federazioneanarchica.org 


Comunicato stampa

Sulla morte di Karol Wojtila

È morto un uomo. Noi anarchici amiamo la vita e non possiamo che dispiacercene. Specie per l'inenarrabile crudeltà di un'agonia esibita indecentemente al mondo dalle gerarchie ecclesiastiche.

Tuttavia in questo giorno che vede tutti i politici, da Bertinotti alla Mussolini, inginocchiati di fronte al trono di Pietro vogliamo ricordare chi era l'uomo a capo di una monarchia assoluta distintasi nei secoli per la sua barbarie. La chiesa che ha perpetrato e benedetto il massacro di milioni e milioni di uomini e donne torturate, bruciate, uccise in nome della croce non è il ricordo di un passato ormai rinnegato, ma ha trovato in Wojtila un degno epigono.

Karol Wojtila per 27 anni si è distinto per le sue scelte reazionarie.

Karol Wojtila è stato responsabile della diffusione dell'AIDS in Africa, dove la pubblicizzazione e l'uso dei preservativi avrebbero potuto salvare dalla malattia milioni di persone, fra cui tantissimi bambini.

Karol Wojtila ha dato copertura al dittatore, torturatore ed assassino cileno Augusto Pinochet, cui ha stretto la mano durante il viaggio nel martoriato paese sudamericano, nelle cui carceri venivano straziati migliaia di oppositori politici. Non una parola per le vittime ma la benedizione per il carnefice e la sua famiglia.

Karol Wojtila ha indossato le vesti della pecora e quelle del lupo a seconda degli interessi dell'organizzazione di cui è stato il sovrano. La sinistra lo osanna per il suo pacifismo in Iraq, ma dimentica che egli sostenne e giustificò le guerre che hanno insanguinato la ex Jugoslavia. Con la Croazia cattolica, contro musulmani e ortodossi, il papa dell'"ecumenismo" religioso ha fatto santo Stepinac, il cardinale che a fianco dei fascisti croati si schierò con Hitler, "inviato da dio" e benedisse le innumerevoli atrocità perpetrate dagli ustascia con la complicità delle truppe di occupazione italiane.

Karol Wojtila ha protetto e sostenuto il cardinale Pio Laghi, già nunzio apostolico in Argentina ai tempi della dittatura che massacrò 30.000 persone. Laghi benedisse e coprì i torturatori e gli assassini.

Karol Wojtila è stato il capo di una multinazionale con interessi ramificati in tutto il mondo e redditi elevatissimi in un pianeta dove la maggioranza della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno.

Karol Wojtila, un "paladino della vita" che ha mantenuto un atteggiamento ambiguo nei confronti della pena capitale, è stato l'alfiere di una cultura di oppressione. Una cultura che vorrebbe la mortificazione della vita delle donne, condannate a partorire ad ogni costo bambini malformati o destinati alla morte per fame. Una cultura che preferisce una vita di dolore ad una di gioia e salute, una cultura che criminalizza i gay, che trasforma il desiderio e l'amore in colpa, che difende chi non è nato e perseguita i vivi.

Karol Wojtila ha santificato i preti spagnoli che si schierarono in armi con le truppe del catto-fascista Francisco Franco. Questi santi martiri volevano rinverdire i fasti della chiesa di Torquemada e dei quemaderos, i "forni collettivi" dove gli eretici erano cotti a fuoco lento.

Come gli anarchici e libertari del '36 che si battevano per la vita e la libertà contro il fascismo e l'oppressione clericale, noi, anarchici e libertari di oggi, pur nel rispetto della morte di un uomo, non ci inchiniamo, non ci uniamo al coro dei tanti, che a destra come a sinistra si inginocchiano di fronte al feretro del capo di una delle organizzazioni più feroci, sanguinarie e liberticide che la storia ricordi. La nostra lotta contro le religioni e le chiese si alimenta della consapevolezza che solo l'emancipazione dalla follia religiosa e dai preti che la alimentano potrà consentire agli uomini ed alle donne una vita piena, gioiosa, vissuta in libertà nel rispetto delle diversità, nella solidarietà tra eguali.

La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana-FAI

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3/04/05 - E' morto Karol Wojtyla

Comunicato di NO GOD www.nogod.it 

Il rispetto di chi è morto e di chi se ne duole è un dovere a cui NO GOD - Atei per la Laicità degli Stati non si sottrae.

Ma è doveroso anche il rispetto della verità storica sugli atti compiuti in vita dallo scomparso. E su molti di questi atti il giudizio di NO GOD è assolutamente negativo.

Al primo posto ovviamente la sua apodittica e ripetuta condanna dell'ateismo, la scelta di libertà e razionalità che consente a noi atei di spazzare via le incredibili elucubrazioni di ogni teologia, la scienza del nulla basata sulle favole. 

E la condanna della libertà di pensiero, che fino a tre secoli fa i predecessori di Giovanni Paolo II punivano con il rogo, è un atto contro cui tutti, anche i credenti, dovrebbero levare la loro protesta.

Non aggiungiamo altro perché questa avversione alla libertà di pensiero, madre di tutte le altre libertà, a noi basta come parametro per giudicare l'intero operato di Karol Wojtyla.

Protestiamo invece per i tre giorni di lutto nazionale proclamati dal governo italiano e gli altrettanti giorni di apologia religiosa che ci aspettano suoi mezzi di informazione

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Comunicato UAAR sulla morte di Karol Wojtyla

www.uaar.it 

Giovanni Paolo II è morto: con la sua scomparsa i cattolici perdono la loro attuale guida. Gli atei e gli agnostici rispettano il loro dolore per la morte dell’uomo Wojtyla. Il suo ruolo di papa, tuttavia, non può, non deve essere confuso con la sua umana sofferenza, come a doverne stemperare i limiti istituzionali nella pietas umanitaria.

Giovanni Paolo II è stato un papa che molti cattolici, non tutti, hanno giudicato grande, dimenticandone gli umani errori. Karol Wojtyla è stato anche un papa che ha riportato la Chiesa cattolica a un’era preconciliare, a una sfrenata prassi canonizzatrice, discutibile anche per i modelli di santità proposti ai fedeli (Escrivá, Carlo I, padre Pio, Stepinac, Pio IX). Un papa attentissimo alle forme di comunicazione, anche quando ha chiesto scusa (a Dio, non alle vittime) per gli errori dei figli della Chiesa, mai per gli errori della Chiesa cattolica, da lui considerata una società perfetta. Una Chiesa cattolica chiusa nei confronti di nuove realtà come l’eutanasia, il controllo delle nascite, la prevenzione dell’AIDS, le unioni di fatto, i diritti dei gay. E per contro orgogliosa nel rivendicare privilegi secolari, attraverso un nuovo interventismo politico di cui il nostro Paese è purtroppo stato il principale destinatario. Interventismo che spesso ha assunto la forma dell’ingerenza e ha trovato nelle istituzioni repubblicane un interlocutore disposto ad assecondare il clero oltre i limiti dettati dalla laicità dello Stato.

Gli atei non dimenticano come Giovanni Paolo II abbia sempre considerato l’ateismo un banale sinonimo di comunismo, e abbia più volte equiparato l’apostasia alla degradazione morale. Valga per tutte l’affermazione contenuta nell’enciclica Centesimus Annus: «La negazione di Dio priva la persona del suo fondamento». Un fondamento che, a suo dire, avrebbe invece l’embrione. Ma si ricordi anche quando, nella famosa omelia di “Confessione dei peccati”, inserì l’ateismo tra «i mali di oggi». Affermazioni, riportate a puro titolo esemplificativo, che non possiamo facilmente sottacere. Affermazioni che i mass media, per completezza d’informazione, dovrebbero riproporre: anche in queste ore di lutto per il mondo cattolico.

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Alcune riflessioni personali 

del curatore del sito dell'Associazione Atheia, Jàdawin

Quanto dirò è solo la mia opinione personale ed assolutamente NON É la posizione ufficiale dell'associazione.

Tutto vero quanto detto nei comunicati riproposti in questa pagina, ragione per cui non mi dilungherò ulteriormente. Qualche puntualizzazione però è d'obbligo.

NoGod dice, come anche l'UAAR, che non si sottrae al rispetto di chi è morto e di chi se ne duole. Ma costoro, i dolenti e piangenti che hanno affollato Roma ed altre città per giorni, hanno mai avuto o hanno rispetto per quelli che considerano, giustamente come faccio io con loro, come avversari, cioè noi atei, noi agnostici, e per i nostri morti? Non mi sembra proprio: per loro noi siamo solo peccatori, indemoniati, orrori viventi, esseri ributtanti e senza speranza, da cui stare alla larga il più possibile, tranne che in punto di morte. Già, perché tentano di tutto per farci convertire in extremis, per far svolgere un funerale religioso in barba alle nostre volontà. Con la complicità dei nostri parenti, come loro fottuti bigotti.

E perché mai dovremmo avere rispetto per il Grande B. appena defunto? No, mi dispiace, io ritengo di avere un concetto troppo alto della vita umana per avere rispetto per un (oggettivamente parlando) assassino, responsabile, per la sua autorità, di una quantità inimmaginabile di vittime, di soprusi, di infamie, di vite distrutte, di vite negate.

Anche gli anarchici della FAI si dicono amanti della vita e per questo si dolgono della morte di un uomo. A me non dispiace, anzi: è da quasi ventisei anni che l'aspetto! E dirò di più: se qualcuno mi avesse offerto un modo sicuro per affrettare questa dipartita subito nel 1978, avrei accettato con entusiasmo. Sono stato chiaro, mi sembra: amare la vita, come anch'io l'amo, non è sufficiente per rispettare anche chi questo amore per la vita calpesta ogni giorno, con le parole e con i fatti. E quell'individuo, al di là delle belle parole, lo ha fatto trucidamente per tutto il suo percorso su questo pianeta.

Non mi interessa se qualcuno si scandalizzerà nel leggere queste mie "empietà": sono solo parole. "Loro", invece, fanno i fatti.


da "la Repubblica" del 15 Marzo 2005, 

Il mondo diviso tra chi crede e chi no

di Salman Rushdie

Non ho mai pensato di essere uno che scrive di religione fino a quando una religione non ha iniziato a starmi alle costole. La religione era uno degli argomenti che trattavo, ovviamente, e come avrebbe potuto essere altrimenti per uno scrittore del subcontinente indiano? Ma dal mio punto di vista disponevo altresì di molti altri pesci, più grandi e più gustosi, da mettere in padella. Ciò non di meno, quando ebbe luogo l´offensiva dovetti affrontare ciò che mi si parava davanti, e decidere a favore di che cosa volessi schierarmi a fronte di ciò che si ergeva contro di me con cotanta veemenza, violenza e prevaricazione. Ora, a distanza di sedici anni, la religione incalza tutti noi e, anche se con ogni probabilità la maggior parte di noi (come me un tempo) avverte di avere ben altre e più importanti preoccupazioni, dovremo tutti quanti far fronte alla sfida. Se fallissimo, questo particolare pesce potrebbe finire col farci friggere tutti.

Per quanti di noi crebbero in India all'indomani delle sommosse del 1946-47 per la Separazione, scoppiate in seguito alla creazione degli Stati indipendenti di India e Pakistan, lo spettro di quei massacri è rimasto impresso quale tremendo monito di ciò che gli uomini sono disposti a fare nel nome di Dio. Troppe volte si sono già ripetute in India violenze simili, a Meerut, in Assam e più recentemente nel Gujarat. Anche la storia dell'Europa è costellata di prove dei pericoli insiti nella politicizzazione della religione: le guerre francesi di religione, gli aspri combattimenti in Irlanda, il "nazionalismo cattolico" del dittatore spagnolo Franco e gli eserciti nemici che nella guerra civile inglese partivano in battaglia cantando ambedue gli stessi inni. L´umanità si è sempre rivolta alla religione per cercare le risposte a due delle grandi domande legate all'esistenza: da dove veniamo? Come dobbiamo vivere? Per quanto riguarda la questione delle origini, tutte le religioni hanno torto, molto semplicemente. L´universo non fu creato in sei giorni da una forza superiore che al settimo giorno si riposò. Né fu creato dal nulla da un dio celeste con uno sconvolgimento immane. Per quanto riguarda l´interrogativo sulla vita sociale, poi, la semplice verità è che quale che sia la religione ai posti di comando di una società ne sboccia sempre e soltanto una tirannia. 

Ne nasce l´Inquisizione, ne spuntano fuori i Talebani. Ciò nonostante, le religioni persistono a sostenere di poter assicurare un accesso del tutto privilegiato alle verità morali e di conseguenza di meritare un trattamento speciale e protezione. Le religioni continuano a emergere dall'ambito della sfera privata - alla quale del resto appartengono, tanto quanto molte altre cose che sono pienamente accettabili quando fatte in privato tra adulti consenzienti e che diventano del tutto inaccettabili sulla pubblica piazza - per candidarsi al potere. Non è il caso di ripercorrere qui in che modo è andato affermandosi l´islam radicale, tuttavia la rinascita della fede è sicuramente un argomento più vasto di cui occorre parlare. 

Negli Stati Uniti oggi pressoché chiunque - donne, gay, afro-americani, ebrei - può candidarsi ed essere eletto a qualche alta carica politica. Tuttavia, chiunque invece si dovesse professare ateo non avrebbe neppure una chance di vittoria candidandosi a vendere popcorn all'inferno. Da qui la natura quanto mai ipocrita di gran parte del dibattito politico americano: secondo Bob Woodward l´attuale presidente si considera un "messaggero" che adempie alla "volontà del Signore" e i "valori morali" sono diventati una sorta di frase in codice per i bigotti anti-gay e anti-aborto. Anche gli sconfitti Democratici paiono affrettarsi verso questo stesso tipo di basso livello, disperando forse di poter mai tornare a vincere un´elezione in altro modo.

Stando a quanto afferma Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea, "negli anni a venire lo scontro tra coloro che credono e coloro che non credono diverrà un aspetto primario e dominante delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa". Gli attentati a una stazione ferroviaria di Madrid e l'omicidio del regista olandese Theo van Gogh in Europa sono considerati alla stregua di altrettanti segnali d'allarme, che invitano a difendere e rafforzare i principi laici alla base di qualunque democrazia umanista. Ancor prima che questi terribili eventi avessero luogo la decisione francese di mettere al bando capi di vestiario aventi una connotazione religiosa, come il velo islamico, aveva ottenuto il pieno avallo di tutto lo spettro politico. Le richieste degli islamisti di istituire nelle scuole classi riservate e distinte nonché intervalli per la preghiera erano state respinte. Pochi europei oggi si dicono osservanti: soltanto il 21 per cento, secondo un recente studio intitolato "I valori europei", a fronte di una percentuale del 59 per cento rilevata tra gli americani dal Pew Forum. In Europa l'Illuminismo rappresentò una via di salvezza dal potere che aveva la religione di apporre al pensiero dei confini precisi, mentre in America rappresentò la via di fuga nella libertà religiosa del Nuovo Mondo, un avvicinamento alla fede, più che un allontanamento da essa. Molti europei oggi reputano allarmante la fusione americana di religione e nazionalismo.

L'eccezione al laicismo europeo la si rinviene in Gran Bretagna, o quanto meno nel governo di Tony Blair - devotamente cristiano e sempre più autoritario- che sta cercando di far approvare a tutti i costi al Parlamento una legge contro "l'istigazione all'intolleranza religiosa", nel cinico tentativo di accalappiare dei voti per placare i sostenitori dei musulmani britannici, alle cui orecchie suona offensiva qualsiasi critica dell'islam. Giornalisti, avvocati e un lungo elenco di personaggi pubblici hanno messo in guardia contro le conseguenze di questa legge, che potrebbe ostacolare in modo radicale la libertà di parola venendo inoltre meno al proprio scopo, e che potrebbe amplificare il putiferio religioso, invece di mitigarlo. Il governo di Blair pare contemplare l'intera questione delle libertà civili con arroganza: quanto potranno mai contare le libertà - per quanto a caro prezzo conquistate e a lungo salvaguardate - a fronte delle esigenze di un governo che punta alla rielezione? Ciò nondimeno, la politica blairiana dell'appeasement deve essere messa fuori gioco. La Camera dei Lord forse farà quello che i Common hanno evitato di fare, e getterà questa pessima legge nel mucchio di quelle abortite. E forse - cosa tuttavia più difficile - i Democratici americani perverranno a comprendere che oggi, in un´America spaccata esattamente a metà, avranno maggiormente da guadagnare opponendosi alla Christian Coalition e ai suoi adepti, e impedendo che la visione del mondo di Mel Gibson plasmi la politica sociale e la politica americana. Se tutto ciò non dovesse accadere, se America e Gran Bretagna consentissero alla fede religiosa di controllare e dominare addirittura il dibattito pubblico, allora l´Alleanza Occidentale si troverebbe assoggettata a ulteriori e quanto mai crescenti tensioni, mentre gli altri baciapile, quelli contro i quali si suppone che noi ci si debba battere, avranno davvero di che esultare.

Victor Hugo scrisse: «In ogni villaggio c'è una fiamma, il maestro di scuola, e c'è un estintore, il curato». Nelle nostre vite abbiamo bisogno di più insegnanti e di meno sacerdoti perché, come disse una volta James Joyce: «Non vi è eresia né filosofia tanto aborrita dalla Chiesa quanto l'essere umano». Forse chi propugna il laicismo meglio di tutti è il grande avvocato americano Clarence Darrow che ha detto: «Non credo in Dio perché non credo in Mamma Oca».

Copyright 2005 . Distribuito da The New York Times Syndicate. (Traduzione di Anna Bissanti)


Articolo pubblicato su "il Manifesto" del 21.02.05. Le parti in rosso sono nostre.

Gli scheletri della santa Inquisizione

Una puntata di "Voyager", su Raidue, si fa complice del Vaticano per riscrivere la storia e riabilitare l'Inquisizione, madre di tutte le torture e stragi di innocenti

di Adriano Petta

Lo scorso 11 settembre su Alias apparve un mio articolo (intitolato) Le radici dell'orrore (relativo agli atti del Simposio sull'Inquisizione pubblicati dal Vaticano). Venni poi invitato alla trasmissione televisiva Voyager per un'intervista che durò 14 minuti: mi dissero che avrebbero fatto dei tagli. Mercoledì 16, alle 23.10, è stata messa in onda. Due gli argomenti del programma: "Nazismo esoterico" e "Gli ultimi dati sull'Inquisizione". Il conduttore Roberto Giacobbo ha raccontato i legami tra Hitler, le SS e l'occulto, parlando anche di Montségur, dove il 16 marzo 1244 morirono arsi vivi in un enorme rogo oltre 200 fedeli perché si rifiutarono di abiurare la loro fede. La tesi esposta da Giacobbo è stata che la storia li ricorda come catari attaccati dal re di Francia, e che le SS cercavano a Montségur il Santo Graal perché i catari, secondo alcuni, erano stati i custodi del sacro calice. E che l'ideologo nazista Otto Rahn individuava i catari come i precursori del nazismo…Forse era il caso, da parte del conduttore di Voyager, di spendere due parole per chiarire che quei 200 fedeli erano martiri cristiani accusati d'eresia dall'Inquisizione, che combattevano la corrotta Chiesa di Roma e che vennero condannati al rogo… mentre la guarnigione del signore di Montségur - che aveva assassinato due inquisitori ad Avignonet - aveva invece avuto salva la vita. E che i capi della guarnigione militare che catturò i catari bruciandoli vivi erano Pierre Durant e Ferrier, due inquisitori domenicani: Chiesa e re di Francia alleati.

Roberto Giacobbo, forse a disagio per la rappresentazione a cui stava per assistere, manda avanti la sua collaboratrice Stefania La Fauci, che annuncia: "Questa sera vi sveleremo delle inaspettate verità". E ha inizio l'ultima parte della trasmissione, dedicata all'Inquisizione. Intervistati: Agostino Borromeo, prof. della (di) storia della Chiesa presso l'università La Sapienza di Roma, e l'accademico di nulla accademia Adriano Petta, studioso di storia delle religioni e storia della scienza (il sottoscritto). Al prof. universitario concedono tre interventi, al sottoscritto uno solo (95 secondi). Il prof. Borromeo - curatore degli atti del Simposio sull'Inquisizione e trait d'union tra il Vaticano e i mass media per trasformare la leggenda nera dell'Inquisizione in leggenda rosa - sviluppa tranquillamente e metodicamente la sua tesi, mentre al sottoscritto viene cancellato tutto… compresa una frase in cui dicevo che "i nazisti ammazzavano gli ebrei prima di metterli nei forni crematori…mentre l'inquisizione metteva gli eretici nei forni… vivi". Volevo ricordare uno degli atti più infamanti dell'Inquisizione: i quemaderos di Siviglia (quattro enormi forni circolari, ognuno dei quali "ospitava" fino a 40 condannati, introdotti vivi, e che per "giustiziarli" occorrevano dalle 20 alle 30 ore di supplizio. I forni funzionarono ininterrottamente per oltre tre secoli, e vennero chiusi da Napoleone nel 1808). A me hanno lasciato solo l'intervento in cui accenno sommariamente che, per avere un'idea del clima di terrore che si respirò in quei secoli, basta leggere gli atti del Simposio sull'Inquisizione promosso proprio dal Vaticano. Ma la conduttrice - nel ruolo di giudice supremo - afferma: "Insomma gli studi più recenti ci danno, dell'operato dell'Inquisizione, un quadro meno drammatico di quanto comunemente si crede."

A conclusione della trasmissione, la conduttrice ne spara poi una veramente grossa, tirando in ballo l'inizio della crociata degli albigesi (altro nome con cui erano conosciuti i catari): "Bè', gli storici hanno poi appurato che a Béziers non c'erano albigesi, che nessuna crociata era mai passata da quelle parti, dove tra l'altro non risultava la presenza di legati pontifici; però la città venne realmente messa a ferro e fuoco, ma la cosa accadde nel quadro di una guerra feudale tra famiglie locali". E conclude tronfia e pettoruta: "Almeno in questo caso nessuno deve chiedere scusa!". Allucinante… E chi sarebbero questi storici? Forse quelli segnalati da Voyager per poter approfondire i temi della puntata… come il sito internet Kattoliko.it?

Occorre reagire a questa gente asservita al programma di revisionismo in atto, altrimenti tutti quei milioni di creature innocenti che sono stati torturati e bruciati vivi in sei secoli di terrore… è come se li bruciassero vivi un'altra volta, per cancellarli definitivamente dalla storia.

Il 22 luglio del 1209 in Béziers vennero scannati vivi oltre centomila persone (cattolici, catari-albigesi, donne, bambini) dall'armata di Cristo (così si chiamava il più grosso esercito dell'epoca, oltre 500 mila uomini) che per capo militare aveva il legato papale Arnauld-Amaury… l'abate bianco, il quale comandava i signori feudali del nord della Francia che avevano aderito alla crociata promossa da papa Innocenzo III per sterminare l'eresia catara: cataro vuol dire "puro", erano puri cristiani che combattevano la Chiesa romana corrotta. Quel giorno avvenne il primo genocidio della storia dell'umanità: un esercito cristiano sterminò una popolazione cristiana inerme per soffocare chi osava ribellarsi alla Chiesa di Roma.

Il legato papale capo dell'armata Arnauld-Amaury scrisse al papa Innocenzo III: "L'indomani, festa di Santa Maria Maddalena, noi cominciammo l'assedio di Béziers, città che pareva dover per lungo tempo fermare la più numerosa delle armate. Ma non c'è forza né prudenza contro Dio! I nostri non rispettarono né rango, né sesso, né età: ventimila uomini circa furono passati al filo della spada e questa immensa carneficina fu seguita dal saccheggio e dall'incendio della città intera: giusto risultato della vendetta divina contro i colpevoli!" La lettera originale da cui è stato tratto questo documento si trova nella biblioteca Vaticana.

Pochi anni dopo, nel 1252, papa Innocenzo IV con la bolla Ad extirpanda, autorizzò l'uso della tortura durante i processi della Santa Inquisizione… uso che venne affinato nei successivi 600 anni di terrore. Il prof. Agostino Borromeo - a nome della Santa Sede - sta cercando di convincere il mondo che i morti bruciati vivi per mano della Santa Inquisizione in 600 (seicento) anni non sono stati 9 milioni… bensì meno di cento unità, ovvero 99! L'Inquisizione è stata uno strumento dottrinale-legislativo - creato, affinato ed imposto dai papi - che ha introdotto nella mente dell'uomo il metodo della delazione, della tortura, del terrore. È stato lo strumento principe dello stato della Chiesa cattolica che nella sua storia non ha mai conosciuto la democrazia… e forse è proprio per questo che ha sempre appoggiato politicamente le dittature (di destra). Gli orrori espressi dagli stati moderni (Gulag, Auschwitz, Abu Graib, Guantanamo etc.) affondano le radici nella Santa Inquisizione.

Giovedì 17, in Campo de' Fiori, come ogni anno una piccola folla ha ricordato il 405° anniversario del rogo di Giordano Bruno. Invece di chiedere perdono per gli "eccessi" della Santa Inquisizione, la Santa Sede dovrebbe infine trovare il coraggio d'inviare un suo rappresentante di fronte alla statua dove il rogo arse… smettendola con questi vani tentativi di revisionismo.


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