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commenti, contributi e opinioni

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Pagina ereditata dal sito di Atheia

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Visitate il bel sito di Mikado a http://www.emik.it/ . La Mikado Italia Spa, azienda di Roma, é meritoria per l'alto valore dei film pubblicati, alcuni mai visti in Italia, alcuni in versione originale con sottotitoli in Italiano. Verificate il catalogo: troverete delle piacevoli sorprese, come alcuni dei film a tematica gaylesbica, presentati nelle edizioni del Festival Internazionale di Cinema Gaylesbico di Milano!

Controllando il sito nel Settembre 2014 dc scopro che il dominio sopra indicato è in vendita, e che il sito ufficiale www.mikado.it, citato anche in Wikipedia, è ancora in costruzione, e tale è ancora a Luglio 2015 dc e a Marzo 2017 dc. Questo ora non depone certo a favore di questa società, purtroppo. Il sito http://www.emik.it/, controllato il 14 Marzo 2017 dc, si chiama ora Emik.it Web news Solo il Meglio dal Web e non si capisce a chi faccia capo (non certo comunque alla Mikado). Ho fatto una ricerca, ma non ho trovato nessuna notizia realtiva ad una società Mikado ancora esistente.

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Musica

Capiterà che in questa pagina si parli di musica. Cercherò di farlo tenendo ben presente che non è tutto oro quello che luccica. Tra di noi "fruitori" della musica abbiamo, come è ovvio, gusti musicali e preparazione differenti: c'è chi ritiene noiosa la musica classica e c'è chi l'apprezza. Stesso discorso per l'opera lirica e per gli altri "generi". Ma io,  quando sento qualcuno che parla di "musica colta", ho una forte sensazione di fastidio...

In generale non ho molta considerazione per la musica che, per comodità, definisco semplicemente "da discoteca". Per quanto riguarda il genere rap  lo considero proprio sgradevole e il gradino più basso raggiunto dalla musica in senso lato. Ma si sa, i gusti sono gusti...

In generale non ho preclusioni aprioristiche e rifuggo, come per tutti gli aspetti della vita, la FISSAZIONE e il FANATISMO. Che sia per un genere, un artista, un gruppo, un album, una canzone.

Segnalerò  alcuni concerti ed eventi interessanti nell'ambito musicale. Se vorrete segnalarmi qualcosa, informarmi su solisti o gruppi interessanti non esitate, scrivetemi in e-mail.

C'è una cosa che molti fan di lingua inglese di gruppi e cantanti di cui sono fan anch'io non capiscono facilmente quando cerco di spiegarlo loro: dal momento che l'inglese non è la mia lingua nativa e che non sono così bravo a capire i testi di una canzone al volo, mentre la sento, come molti fruitori italiani di musica con testo inglese io bado all'impressione generale che mi da il singolo brano. Se mi piace il sound complessivo, il cantato, il ritmo etc, beh...vuol dire che quel brano MI PIACE, punto. Sarà solo in un secondo momento, se ne avrò voglia, che mi preoccuperò di capire cosa dicono i testi. Ecco perché, io ateo senza ombra di dubbi, ho tra i miei gruppi favoriti l'Incredible String Band, che in quanto a misticismo non scherzava affatto. O i Popul Vuh, o i Quintessence...

E poi mi ci sono messo, di tanto in tanto, a tradurre parecchi testi, o ho trovato la traduzione già fatta (spesso male...): diciamoci la verità! Se vogliamo proprio guardare, molti testi delle canzoni che tanto ci piacciono sono proprio banali e convenzionali, a volte sono proprio stupidi, e altre volte ancora così complicati da essere difficilmente comprensibili.....


11 Gennaio 2016 dc:

L'uomo che cadde sulla Terra

se n'è andato...

David Bowie, carismatico, enigmatico e controverso protagonista di pop, rock e molto altro, si è spento dopo una silenziosa lotta contro il cancro durata diciotto mesi: ecco un articolo su Corriere della Sera .

Alcune delle trasformazione del grande David

David Bowie 1
David Bowie 2
David Bowie 3
David Bowie 4

Un lungo e dettagliato articolo di Carlo Fabretti su Ondarock


In e-mail il 25 Gennaio 2011 dc:

I Litfiba dalle origini new wave allo screditamento attuale

di Lucio Garofalo

Alla fine degli anni ‘70, in Gran Bretagna e negli Usa la bufera del punk settantasettesco era ormai passata come una meteora. Dalla tempesta emersero soprattutto due gruppi, i Clash e gli Stranglers, che operarono una svolta decisiva sotto il profilo musicale e poetico, significativa anche sul piano dell’impegno politico. Il punk si evolveva in quella temperie artistica che sprigionava le sonorità della musica dark e post-punk, dell'elettronica e della new wave. Gli artisti di riferimento divennero i Bauhaus, i Gang of Four, i Joy Division, i Killing Joke, i Police, i Ruts, i Simple Minds, i Tuxedomoon, ma anche personaggi eclettici come David Bowie e la cantautrice statunitense Patti Smith.

In quegli anni Firenze stava per diventare una delle capitali europee del clima culturale ed artistico legato alla New Wave. D’altro canto, quella non fu la prima volta in cui il capoluogo toscano ebbe modo di rappresentare un crocevia dell’arte e della cultura, in Italia e in Europa. Già in altri momenti storici Firenze era stata al centro di formidabili esperienze di risveglio e di trasformazione artistica e culturale in Italia e nel mondo. Si pensi al periodo assolutamente unico e irripetibile in cui Firenze fu la culla della civiltà umanistica e rinascimentale europea, tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. Si perdoni il paragone che potrà apparire azzardato e irriverente.

Nei primi anni ’80 la scena musicale europea fu attraversata dalle avanguardie dark, post-punk e new wave. In quegli anni Firenze pullulava di locali alternativi (new wave o post-punk) e stavano emergendo band che segneranno il corso successivo del rock in Italia. Basta citare il caso dei Diaframma e dei Litfiba, senza dimenticare i Neon, i Pankow ed altre band fiorentine che hanno calcato la scena underground di quegli anni. I Diaframma e i Litfiba furono gli alfieri e i precursori di una corrente musicale alternativa e innovativa che fu assorbita e sfruttata dall’industria discografica e culturale. Le due band fiorentine anticiparono i fermenti di un profondo rinnovamento musicale, influenzando anche la sfera del costume, tanto che a Firenze e dintorni la new wave si impose come una tendenza culturale e sociale di massa, assumendo i contorni di una moda commerciale che procurò un’immensa fortuna all’industria tessile di Prato.

Il nome dei Litfiba fu scelto prendendo spunto dall'indirizzo telex della sala prove usata all’inizio della loro carriera: "Località ITalia FIrenze via dei BArdi". In arte Litfiba. La composizione del gruppo è mutata più volte nel corso degli anni a causa dei frequenti avvicendamenti, ma la formazione originaria, quella del periodo d’oro compreso tra il 1980 e il 1989, riuniva cinque elementi storici: Gianni Maroccolo al basso, Federico Renzulli alla chitarra, Francesco Calamai alla batteria (a cui subentrò nel 1984 Ringo De Palma), Antonio Aiazzi alle tastiere e Piero Pelù alla voce. In seguito a divergenze artistiche e personali sorte all’interno della band, in particolare con il manager Alberto Pirelli, Gianni Maroccolo e Ringo De Palma si congedarono definitivamente dai Litfiba per unirsi al gruppo punk emiliano CCCP Fedeli alla linea, ribattezzato in seguito CSI.

A differenza dei Diaframma, che prediligevano le tonalità dark più cupe ed ossessive, i Litfiba ne inventarono di proprie ed originali, aggiornando il sound della new wave in chiave mediterranea e creando una versione latina dell’hard rock e dell’heavy metal.

Il primo brano dei Litfiba, intitolato A Satana, era un pezzo solo strumentale in quanto la band non aveva ancora trovato un cantante. Fu il tastierista Antonio Aiazzi ad ingaggiare come vocalist un giovane liceale: Pietro Pelù. Nel luglio dell'82 i Litfiba vinsero la seconda edizione dell'Italian Festival Rock di Bologna e, nello stesso anno, uscì l'Ep Guerra, contenente brani assai significativi non tanto a livello musicale quanto poetico. Lo stile rievoca le sonorità dark/post-punk tipiche dei primi anni ’80. Infatti, il pentametro musicale adottato dai Litfiba ai loro esordi era quello tipico di David Bowie, Killing Joke, Stranglers, Tuxedomoon, assecondando il gusto estetico del momento. Nel 1983 uscì per la casa discografica Fonit Cetra il 45 giri Luna/La preda e nella compilation Body Section apparve il bellissimo pezzo Transea. Sempre nello stesso anno i Litfiba realizzarono la colonna sonora dello spettacolo teatrale Eneide dei Krypton.

Il 1984 fu l'anno della svolta per i Litfiba. Venne fondata la casa discografica IRA, ovvero "Immortal Rock Alliance", che divenne ben presto l’etichetta indipendente italiana più importante, per la quale uscì anche l’album Siberia dei Diaframma. Nello stesso anno si unì al gruppo il batterista Luca De Benedictis, in arte Ringo De Palma, il migliore amico ed ex-compagno di Liceo di Pier Pelù. Nel 1984 uscì l'Ep Yassassin, con Electrica danza, una canzone d'amore bohemienne in cui è palese l'influsso esercitato da David Bowie. Sempre nell’84 uscì la prima antologia dei Litfiba, Catalogne Issue, con altri due classici del loro repertorio: Onda araba e Versante est, in cui il linguaggio della new wave è rivisitato in chiave mediterranea. Sempre per l'IRA uscì nell’86 l'Ep Transea, ispirato da atmosfere e suggestioni orientali che saranno una fissazione di Pelù: gli zingari dell'est.

In ogni caso il ciclo più originale e significativo della produzione artistica dei Litfiba è costituito dalla cosiddetta "trilogia del potere", di cui Litfiba 3 (del 1988) rappresenta l'ultimo atto, il seguito di Desaparecido (del 1985) e 17 Re (del 1986). Questi tre dischi, incisi per la solita IRA, sono accomunati dall'avversione per i regimi totalitari. Dal tour successivo all’uscita di 17 Re fu estratto il live 12/5/87, il primo album dal vivo dei Litfiba. Nel 1989 uscì Pirata, il disco che sancì la consacrazione definitiva al grande pubblico. I Litfiba iniziarono a riscuotere una popolarità impensabile per un gruppo rock italiano, che da band di culto e di nicchia si trasformarono in un fenomeno di massa. Intanto crescevano le rivalità artistiche e personali tra Maroccolo e Renzulli, che causarono l’abbandono definitivo del gruppo da parte del bassista. Il quale nutriva una passione per le tonalità cupe, rese dalla dominanza del basso e delle tastiere elettriche sugli altri strumenti, mentre Ghigo seguiva una concezione più hard rock, all’insegna dei Led Zeppelin per intenderci, privilegiando gli assoli e le sonorità della chitarra elettrica.

La fase compresa tra il 1990 e il 1999 è legata alla cosiddetta “tetralogia degli elementi”, che annovera quattro dischi di indubbio successo commerciale: El diablo (inciso per la CGD nel 1990), Sogno ribelle (sempre per la CGD nel 1992), Terremoto (ancora per la CGD nel 1993) e Spirito (inciso per la EMI nel 1994). L’assenza di Maroccolo si avverte. Lo spirito new wave dei Litfiba era incarnato proprio da Gianni Maroccolo: la sua geniale vena creativa aveva ispirato la produzione artistica più originale e valida della band. Senza di lui i Litfiba non potevano più essere gli stessi. L’album di questo periodo che merita di essere segnalato è Terremoto, che proiettò per la prima volta in cima alle classifiche un gruppo rock italiano. Cavalcando l’onda della protesta emotiva suscitata dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli, in alcuni brani (ad esempio Dimmi il nome, Maudit e Soldi) Piero Pelù si lancia in polemiche un po’ facili e qualunquistiche: i bersagli sono la Chiesa, la classe politica corrotta, la mafia.

In conclusione, i Litfiba hanno compiuto uno dei più clamorosi "tradimenti" nella storia del rock italiano. Dopo aver rinnegato l’ispirazione ribelle, originale e lirica degli esordi, negli anni ’90 hanno abbracciato una formula pop/rock con venature “metallare” obsolete e commerciali, avviandosi verso un declino artistico e giungendo infine alla crisi del sodalizio tra Piero Pelù e Ghigo Renzulli. E all’inatteso e deludente rientro del 2010.


8 Aprile 2009 dc: dal gruppo di Yahoo Progetto Laico un articolo interessante su Giorgio Gaber

Io se fossi dio

di Carlo Ristori

L'autore immagina di avere la possibilità di giudicare le cose del mondo con lo sguardo distaccato, perché se non lo può fare lui che è sempre stato critico e distante dalle regole sociali imperative ...

La prima cosa che noterebbe questo occhio "teorico" è l'atteggiamento tipico dell'italiano medio o normale, quello che di norma viene chiamato "piccolo borghese" e del quale anche Monicelli e Sordi ci hanno dato un'interpretazione magistrale.

Il nostro uomo si deve analizzare con attenzione perché si muove quasi sempre "sotto traccia" e, se riesce in qualche modo ad essere perverso, lo fa in modo sfuggente e sempre di nascosto perché il suo credo fondamentale è: "passare inosservato".

L'autore immagina di avere la possibilità di giudicare le cose del mondo con lo sguardo distaccato, perché se non lo può fare lui che è sempre stato critico e distante dalle regole sociali imperative ...

La prima cosa che noterebbe questo occhio "teorico" è l'atteggiamento tipico dell'italiano medio o normale, quello che di norma viene chiamato "piccolo borghese" e del quale anche Monicelli e Sordi ci hanno dato un'interpretazione magistrale.

Il nostro uomo si deve analizzare con attenzione, perché si muove quasi sempre "sotto traccia" e se riesce in qualche modo ad essere perverso lo fa in modo sfuggente e sempre di nascosto perché il suo credo fondamentale è: "passare inosservato".

Inoltre nei tempi antichi non si era avuto quell'appiattimento tipico del mondo attuale, il grande ancora imperava sul piccolo.

Ma a questo punto l'autore deve interrompere i suoi pensieri per avvertire che si sente un po' a disagio nella parte che si è scelto, perché l'estraneità è difficilmente raggiungibile da chi (come lui) in quegli anni aveva vissuto e partecipato con passione, forse degna di miglior causa, alle alterne vicende politico-sociali.

Chiusa la parentesi, mi sembra che uno dei difetti maggiori degli italiani sia il loro "manicheismo comportamentale".

E' molto raro l'uomo che affronti la vita con interezza, la normalità è che invece ci sia una dicotomia netta fra coloro che si appoggiano al solo sentimento: i sentimentaloni tuttocuore o, al contrario, chi si serve soltanto della ragione. Iper-razionali o super-illuministi. Quindi in pochi riescono a comprendere che occorre guardare alle cose del mondo con un certo distacco, per non esserne completamente avvolti e travolti, ma servendosi altresì di tutto il nostro io, perché la complessità di quanto ci circonda lo esige.

Ed è, infatti, in grado di capire meglio chi si immerge nella realtà con il gusto di provare ad amare, ed anche soffrire, piuttosto che chi si ritira in una specie di "turris eburnea" dalla quale, come un dio, guardare soltanto quanto accade. Certo è che ce ne sono pochi di uomini così, ma serve a poco piangere sulla natura umana, nella quale i molti difetti si contrappongono alla poche virtù: è così ed amen.

Nulla, del pari, è servito l'avvento del cristianesimo, anzi, ha peggiorato la situazione, creando alibi "in quantità industriale" a chi, furbescamente, era disposto ad accaparrarseli.

Costui poteva tranquillamente "fregarsene" del prossimo, soprattutto di quello più vicino, perché tanto l'ottimo amore *teorico* che sentiva per il resto del mondo, gli avrebbe garantito la salvezza eterna: egli "prova a buon mercato" la sua voluta compassione. Per fare un esempio posso citare quello che ho letto oggi (29 gennaio 2009 dc) dal Corriere della sera quale "domanda" a Sergio Romano.

A questo punto è bene che l'autore precisi di non sentirsi coinvolto in questo "gran casino" che è rappresentato dal mondo piccolo borghese. Non pensa di poter arrivare mai a diventare una rotella di quell'ingranaggio sociale del tipo "usa e getta". Ma se, purtroppo, un giorno avvertisse una simile possibilità, avrebbe (essendo consapevole) sempre la possibilità di un gesto finale! Ma se ci si pensa meglio, non è facile trovare qualcosa di veramente importante per cui vivere o, anche, morire e nella storia non sono stati molti i personaggi che siano riusciti a lasciare la scena in modo degno. Mentre tanti (penso) saranno stati quelli che almeno hanno voluto provarci e non sono riusciti per viltà o altre "virtù" proprie od altrui (in quest'ultimo caso mi viene in mente, chissà perché, Beppino Englaro.

Chiusa la parentesi, un po' troppo lunga per la verità, occorre parlare della richiesta di "legge ed ordine" che, secondo i telegiornali, si eleva dal popolo italiano. Intellettuali, militari, preti, madri di famiglia, studenti e soprattutto dipietristi, si associano ai fascisti nell'aderire alla sgomento di "tutti". Anche l'autore avrebbe voglia di dare bastonate "a destra e a manca" senza preoccuparsi di tante sottigliezze, pronto a giustificare la violenza con illustri esempi del passato e del presente, ma quasi subito questo impulso demagogico riesce a farselo passare, perché si dice, ma chi credi di essere per imporre i tuoi "valori" a questo e quello?

Ciascuno altrimenti potrebbe giustificare ogni cosa e, nel segno del rigore, farsi paladino del rigorismo tanto caro ai, secondo me, delinquenti peggiori (vedi la chiesa cattolica apostolica romana ed altri, secondo i propri gusti). Però a tutto non si può "passar sopra" e quando si vedono o si sentono nefandezze di ogni tipo, pare giusto, almeno, esprimere un giudizio, seppure distaccato: "Sarebbe stato bello se in quegli anni i brigatisti, invece di sparare nel mucchio, avessero colpito quella gente che avrebbe avuto tutto il "diritto" di essere "sparata"!

Una categoria che meriterebbe di essere "presa di mira" forse sarebbe quella dei giornalisti, persone molto capaci nel *chiaro-scuro". Nel senso di illuminare solo quello che si vuole colà dove si puote e nascondere il resto. E il lettore/telespettaore altro non deve dimandare.

Ogni riferimento a fatti che accadono "oggi" è puramente casuale.

Questi lavoratori, che fanno parte della "classe intellettuale", si guardano bene dall'usare l'intelletto e si limitano a scribacchiare, navigando nel piccolo cabotaggio, tipico dei tempi. La prima pagina serve ad es. a sfruttare i peggiori sentimenti: pietismo, immagini ufficiali, retorica, compassione come alibi, così contribuendo alla disinformazione del "popolo-bue". Si può comprendere che non si può fare a meno della stampa, ma se non si potesse sperare in una qualità migliore, forse, con tutto il rispetto dovuto alla democrazia, sarebbe bene spedire i nostri giornalisti in cassa integrazione perpetua.

Accanto ai giornalisti, sul banco degli imputati, è indispensabile far sedere tutta la gente di partito, perché il modo come intendono la politica questi signori è tale da farli sembrare degli imbroglioni, anziché dei reggitori della cosa pubblica. Simili personaggi, che partecipavano, ma continuano ancora, allo scempio degli interessi collettivi, secondo l'autore, hanno enormi difetti e, se pur ciascuno possiede il suo specifico, si può quasi fotografare l'archetipo del "mestierante della parola", sempre meno teso alla ricerca del giusto e del vero e più propenso invece a rincoglionire la gente, per renderla sempre più simile a se stesso.

Al posto del mestierante negli ultimi anni si è sostituito il dilettante della politica (che, secondo me, è molto peggio).

Il politico è un uomo che non si preoccupa di altro se non della sua immagine che, ad intervalli sempre meno regolari, verifica attraverso le "preferenze" strappate all'ignaro popolino. Egli parla certo dei problemi del mondo, ma non li ha mai vissuti: non si preoccupa mai se quel che fa servirà a qualcosa, l'importante è che gli esca bene dalla bocca (nel senso di credibile) ciò che dice, così da dare l'impressione del vero.

Il vizio è talmente connaturato all'uomo di parte che anche quei pochi che vorrebbero fare altrimenti, dopo un po' si adeguano, invischiati dal comportamento di amici e compagni. Esempi particolari se ne possono trovare quanti se ne vuole, in quegli anni bastava guardare in faccia un qualunque funzionario del P.C.I. per accorgersi di quanto fossero privi di spessore personale e come l'espressione "intelligenza vivace" proprio non li riguardasse. Oggi questa situazione vale per tutti, perché ormai i "peones" sono solo marionette manovrate dal padrone.

Un altro caso tipico, secondo Gaber, era il "compagno" Marco Pannella. Poi però a voce mi disse che non la pensava più così. (Nota mia: sarebbe interessante sapere come la pensava a quel punto...)

Non si capisce come sia riuscito a farsi chiamare compagno, ma, visto il significato odierno che questa parola ha assunto, va bene anche per Pannella, come per qualsiasi altro individuo!

Il Nostro è "qualunquista" come nessun altro: sfrutta ogni argomento se pensa che porterà adesioni al suo ... senza mai domandarsi quali interessi serva quel suo atteggiamento. Il compito di questo politico, che possiede notevoli capacità istrioniche, è molto facilitato dalla stupidità della gente e dall'incertezza dei nostri tempi, ove si può applaudire tutto (insieme al suo contrario).

Occuparsi di ogni cosa è facile per costui, basta interessarsi alle cose poco importanti, limitandosi a campagne pubblicitarie sui grandi princìpi che, più sono eclatanti, meno servono a spostare qualcosa. Ad es. l'arma dei referendum è usata dallo stesso solo per far parlare di sé i media, perché tanto poi ...

Anche i compagni socialisti non sono da meno quanto ad improvvisazione, opportunismo, trasformismo, ambiguità. Essi usano lo "slogan" del progresso per restare ben fermi e solo grazie alla dilagante stupidità degli elettori riescono a far passare per nuovi discorsi che già avevano sentito i nostri nonni e che già allora servivano a puntellare quella società! E Giorgio non aveva ancora conosciuto quelli che ora sono nel Partito della libertà "obbligatoria".

Se poi, proprio a me fosse comandato di dare un giudizio globale, credo che già si sia capito quale sarebbe, ma, a costo di ripetermi, confermo che mi sembra davvero giunta l'ora di un totale rinnovamento di uomini e idee e fra questi "parassiti" nessuno potrebbe, a giudizio di dio, risultare innocente.

Chi ascolta la canzone potrebbe chiedere: "Perché Giorgio si interessa solo ad una parte della società italiana, che è certamente brutta e schifosa, ma non la sola?" Ma l'autore risponde che non ha nessuna intenzione di nascondere il suo disgusto per chi uccide o si uccide, ad es. con la droga e che, se potesse veramente maledire qualcuno, i brigatisti sarebbero i primi, ma d'altra parte il fenomeno terrorismo rappresenta/va qualcosa di veramente oscuro ed è difficile per un artista, in massimo grado per Gaber che ha bisogno di parlare soprattutto di Maria, esprimersi su qualcosa che pensa di non conoscere bene.

Invece è molto più facile parlare di cose che conosce (Maria, appunto), perché lui è nato con lei e per lei ha sperato, combattuto, sofferto, criticato, approvato o è rimasto deluso: in altre parole, ha vissuto. Dei brigatisti, al contrario, ha solo capito che la loro strategia "rivoluzionaria" è servita solo a togliere ogni legame di classe, per unire tutti nell'interclassismo sciocco della lacrima facile per i giustiziati di turno. Per costoro vorrebbe aggiungere che in effetti e purtroppo è quasi certo che abbiano influito sul modo di pensare di tutti, nel senso di rendere vano ogni tentativo di rivolta personale contro le ingiustizie e storture.

Se un intellettuale può comprendere qualcosa di più, arriva molto probabilmente a concludere che gli spari e i rapimenti, gli omicidi e la gente ferita non possono essere solo frutto, come sembrano, di pazzia, e possono invece favorire il disegno di ...

Ma, come detto in precedenza, di fronte alle B.R. siamo in una situazione di potenzialità intuitiva solo parziale e quindi la reazione complessiva e finale non può che essere di sgomento.

Ma questo sentimento non deve servire come alibi per ciò che si capisce per intero ed il fatto, ad esempio, che la strategia delle BR abbia comportato l'uccisione di Aldo Moro non ci deve indurre al "pietismo" e quindi ad un falso giudizio su quel "martire". Va invece detto e ripetuto che la tragica morte non può servire a nasconderne l'opera da vivo. Egli, insieme alla D.C. tutta, porta la piena responsabilità dello sfacelo che ha condotto l'Italia per mano verso l'abisso economico: ad esempio un debito pubblico che non aveva l'eguale in nessun Paese avanzato al mondo.

(Nota attuale: poi è arrivato Berlusconi e la nuova strategia vaticana e le cose, per certi aspetti, vanno ancora peggio.)

Bisogna avere il coraggio anche di essere denunciati per violazione dell'ex codice Rocco, ormai entrato a far parte della legislazione penale della Repubblica democratica, ma si deve dire chiaramente quello che si pensa a proposito della D.C. e dei suoi capi, morti o vivi che siano. Ma se ci si pensa meglio ogni speculazione con distacco è abbastanza oziosa, perché si può giudicare bene, in politica, solo partecipando anche emotivamente e fisicamente mentre chi si mette dietro una lastra di vetro non riceve l'immagine della realtà.

Se quindi, come ha fatto lui, si sceglie o si accetta di giudicare da fuori, tutto ciò comporta anche la premeditata rinuncia ad un impegno sociale diretto. La ricerca dovrà indirizzarsi all'analisi della coscienza personale per sperare di poter incidere in qualche modo (individuo per individuo) sull'intero contesto della vita associata. L'occhio critico dell'artista non riesce però ad essere sicuro dei risultati di simili sforzi contro gli atti e gli uomini politici imperanti, ma di una cosa è sicuro: questo "sfogo" contro quelle facce orrende lo lascia a chi vorrà trarne giovamento.


31 Luglio 2008 dc

Maurizio Pollini si offende se gli dicono che è una pop-star!

In una trasmissione RAI di Luglio 2008 dc si è parlato del fenomeno del momento: un disco del pianista classico Maurizio Pollini sta vendendo talmente tanto che la giornalista ha paragonato le vendite di questo cd a quelle delle stelle della musica pop e gli chiede, più o meno, "cosa pensa del fatto che il suo cd sta vendendo come fosse una pop-star?" (ma il termine "pop-star" lo dice, eccome!). Pollini, dimenando entrambe le braccia al cielo, risponde scandalizzato con una frase come questa "Lei mi fa impazzire se dice così!".

Il Pollini conferma quanto ho scritto all'inizio di questa pagina: questi signori impomatati, con lo spartito sempre davanti alla faccia, irrigiditi nei loro abiti funerei "da concerto", che si ritengono depositari di una cultura "alta", "unica", "elitaria", che autodefiniscono la propria musica "colta", dimostrano ad ogni occasione il disprezzo che hanno per la gente, per il grande pubblico, per la massa, e paradossalmente questo stesso disprezzo non lo riservano ai diritti d'autore che entrano nelle loro tasche grazie alle vendite dei loro cd da "pop-star"! Ah no! Questo non li offende! Si sa, pecunia non olet! E non basta, come qualcuno mi ha fatto osservare, che si siano prestati (forse gratuitamente, ma non ci giurerei...) a dirigere o eseguire concerti di musica "colta" nelle fabbriche per renderli "democratici", "alla mano" o meno "elitari": è proprio la loro mentalità in generale, la loro impostazione culturale, il loro approccio ad essere irritante.

Altro che lancio di uova alla prima della Scala! Questi signori meritano ben altro!

Jàdawin di Atheia

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CLASSIFICA DI VENDITA DI ALBUM (CD) e download digitali (si suppone dell'intero album....)

ITALIA

Classifica settimanale dal 21/04/2017 dc al 27/04/2017 dc

Posizione Attuale

Posizione Precedente

N. Sett.

Titolo

Artista

1

1

3

Fenomeno

Fabri Fibra

2

5

24

Vascononstop
Vasco Rossi

3

2

8

÷
Ed Sheeran

4

0    

1

Ave Cesare: veni, vidi, vici
Laioung

5

4

6

Spirit

Depeche Mode

6

6

24

Le migliori
Minacelentano

7

12

11

Vietato morire
Ermal Meta

8

7

14

Comunisti col Rolex
J-Ax & Fedez

9

10

21

Il mestiere della vita
Tiziano Ferro

10

9

4

Automation
Jamiroquai

Classifica rilevata il 2 Maggio 2017 dc, cercherò per quanto possibile di dare a questa classifica una regolarità periodica decente.... 

Non posso citare la fonte perché questa classifica è protetta da copyright, e comunque è stata da me modificata e ridotta alle prime 10 posizioni. Il sito che la pubblica, che è un sito istituzionale dell'industria discografica, si è "rinnovato" e ora, pur scrivendo, anche nelle note metodologiche, che la classifica è "settimanale", compare la scritta tra parentesi (oggi 3 marzo 2015 dc) "(dal 2015-02-22 al 2015-03-16)". Sbagliata e pure col sistema inglese. Il 23 Marzo compare la scritta "classifica settimanale WK 11", si suppone voglia significare "settimana 11 dell'anno" (scriverlo in italiano e per esteso è veramente troppo "brutto".....). Le date sono sempre all'inglese....

La classifica completa è di 100 posizioni, il numero nella colonna "N. Sett." si riferisce al numero di settimane di presenza nella classifica fino a 100, così come nella colonna "Posizione Precedente" si fa riferimento alla classifica completa: se c'è scritto "0" (zero) l'album è una nuova entrata nella classifica fino a 100.

Se riportassi qui la nota metodologica che spiega le modalità con cui viene stilata questa classifica risulterebbe evidente la sua assoluta non fedeltà ai dati reali TOTALI di vendita....innanzitutto  i  Punti di Vendita da cui arrivano i dati sono solo un campione di  circa 3400 sul totale (non precisato).

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Da Musica! (supplemento settimanale de la Repubblica) del 2/10/03 dc:

Come nascono le classifiche di vendita dei dischi

Come si entra, che fare per restarci, chi le controlla: le classifiche in 8 domande

1 Come si arriva in hit parade? Quanto bisogna vendere?

L'esperto "Per entrare nella top ten un cd deve vendere almeno 20.000 copie in una settimana" dice Mario Allione della FNLA, azienda legata all'AFI, l'Associazione Fonografici Italiani, "Il ciclo di vita di un prodotto esaurisce però il 50% delle potenzialità durante la prima settimana di vendita. L'indice da prendere in considerazione è quindi quello delle settimane di permanenza, spesso un cd ha un clamoroso exploit e la settimana successiva esce di scena, è capitato in passato con alcuni cd di gran qualità, ma pur sempre di nicchia".

L'agenzia "Siamo entrati in classifica al quinto posto nel 2001 con l'album dei Muse: ventimila copie spedite di Origin  of symmetry" dice Valerie Lynch della "SpinGo", l'agenzia di servizi che rappresenta in Italia molte etichette di culto. "Quattro anni fa invece Tom Waits raggiunse il sesto posto con un album per niente facile come Mule variations. Nella top ten si può accedere con 15.000 copie, come con 10.000 o addirittura 8.000, come sta succedendo in questi giorni".

Il caso Il nuovo cd dei Muse aveva 25.000 copie di prenotazione: un record che vale 1'hit parade.

2 Come si raccolgono i dati? Come si costruisce la classifica?

I rilevamenti Dal 1996 la "AC Nielsen C.R.A" stila settimanalmente l'hit parade dei cd più venduti in Italia, diffusa attraverso i media. La rilevazione si basa sulla registrazione delle vendite di cd (in gergo sell out) su un campione di 275 punti vendita rappresentativi dei negozi specializzati, della catena Media World/Media Music e degli ipermercati con superficie superiore ai 5.000 metri quadri. Dai rilevamenti sono esclusi gli autogrill. I punti vendita (tra cui megastore come Feltrinelli, Messaggerie Musicali e FNAC) sono dotati di penna ottica collegata a pc.

L'esperta "Il sistema" dice Nadia Baraldi, ufficio acquisti Nielsen,  "rileva solo i cd venduti. Conta l'affidabilità statistica: più alto è il numero dei negozi, più è credibile il dato. In Italia, infatti, le charts sono stilate solo sulle vendite di cd e singoli: non valgono le prenotazioni né i passaggi radiofonici".

L'indipendente "La classifica è un mezzo promozionale che genera vendite. Ma non parlino di "sell out"", contesta Paolo Dossena, che per 25 anni ha lavorato con una major e da lO è presidente della CNI, l'indipendente che ha lanciato gruppi come Almamegretta. "La hit parade è un falso", dice, "è un falso in bilancio".

3 Che criterio si usa per calcolare le vendite dei singoli?

L'esperta "Non esiste differenza tra singoli e cd" dice Nadia Baraldi. "Il sistema utilizzato per l'uno vale anche per l'altro. Il grande divario è sui numeri: con 2.000 copie di un singolo si va in classifica (mia nota*: quale classifica? La Top Ten dei primi dieci? Se fosse così lo si darebbe per scontato, ma non lo è: il termine classifica è generico. Una classifica comprende TUTTE le posizioni: dalla prima all'ultima...), per un cd (ce ne vogliono) almeno 8000".

La discografica "Negli anni 60 il mio 45 giri Nessuno mi può giudicare si aggiudicò il disco d'oro con m milione di copie vendute" dice Caterina Caselli, amministratore delegato Sugar, l'etichetta di Andrea Bocelli, Avion Travel e Filippa Giordano. "Oggi si viaggia decisamente su cifre più ridotte. Con 3.000 copie un singolo resta in classifica (vedi mia nota*) anche diverse settimane. Un album deve venderne almeno 8.000".

All'estero  Negli Stati Uniti per la classifica (vedi mia nota*) dei singoli vengono conteggiati anche i passaggi radio. In alcuni paesi, come la Francia, il mercato dei cd singoli è considerato irrilevante. I pochi titoli disponibili sono comunque a uso e consumo dei dj.

4 Perché non tutti quelli che vendono entrano in classifica?

L'esperto "Bisogna vendere un certo numero di copie, da lO a 2Omila, in una settimana di rilevazione" dice Enzo Mazza, direttore generale FIMI. "Oggi si vende molto meno di qualche anno fa, il 20%. E la crisi prosegue. Poi è molto diverso entrare in classifica (vedi mia nota*) a luglio, periodo di vendite basse, o a dicembre, quando l'industria fa il pieno d'incassi: durante le festività si incassa il 30 per cento del fatturato annuo".

L'agenzia "Tra luglio e agosto" dice "Micro" Franzetti della SpinGo "si può arrivare nella Top 50 anche solo con 2.500 copie distribuite. Mentre a novembre e dicembre, con la quantità di raccolte, cofanetti e cd nazional-popolari che invadono il mercato, è difficile entrare anche con quantità rispettabili di cd venduti".

L'indipendente "Fanno tutti un ragionamento: facciamo entrare il cd in classifica (vedi mia nota*), che poi magari vende davvero" attacca Dossena. "Il prodotto è promosso per alcune settimane: spot, radio, magari una posizione "pilotata" tra i primi 10. Ma l'etichetta indipendente è tagliata fuori, perché ha bisogno di tempi più lunghi per imporre un prodotto. Almamegretta e Agricantus, per esempio, hanno venduto 60.000 copie in un lasso di tempo troppo lungo per entrare in hit parade" (mia nota**: e qui, per hit parade, si intende la classifica dei primi dieci?).

5 Nel conteggio si considera solo il venduto o anche le prenotazioni?

L'esperto Le classifiche in 1talia sono stilate solo sulle vendite, per i cd e per i singoli. Le prenotazioni non sono valide ai fini della hit parade (vedi mia nota**), come anche i passaggi radiofonici. Dice Enzo Mazza: "l dischi devono essere "scontrinati" perché si parli di venduto. Da noi le etichette discografiche premiano gli artisti con il disco d'oro assumendo anche il criterio della prenotazione.

Ma in America non è così. Non vale nemmeno quello che chiamano Music Control, cioè il sistema dei passaggi radiofonici di una canzone. Un disco può essere venduto e non avere una grande circolazione radiofonica, e viceversa".

L'indipendente "Non possiamo parlare di "sell out" se, come è capitato, un disco può andare in classifica quando non è stato ancora stato distribuito" dice Dossena, citando l'ultimo cd di Claudio Baglioni, Sono io-L'uomo della storia accanto. "Sappiamo tutti che non sempre i dischi sono venduti, cioè fatturati ai negozi. Molti punti vendita ricevono enormi quantitativi di cd in conto deposito. Se non li vendono, li rendono, un po' come si fa con i giornali: però intanto sono entrati in classifica. Siamo lontani dalla realtà americana, dove con il sistema SoundScan hanno una radiografia esatta delle vendite nelle rispettive aree geografiche".

6 Ma le vendite "on line" vengono conteggiate oppure no?

Il mercato La musica on line al momento copre solo l'uno per cento del mercato italiano e le vendite, per ora, restano fuori dalla hit parade (vedi mia nota**) . In arrivo, invece, una nuova classifica: i dvd musicali. Le vendite, per la FIMI, sono cresciute tra il 2001 e il 2002 del 93 per cento. È un segmento molto importante. Segue il boom degli acquisti di lettori dvd, cresciuti del 35% negli ultimi sei anni. 

L'indipendente "I proventi on line ridaranno fiato all'industria" dice Dossena. "Macché decremento del consumo, è solo cambiata la fruizione: le radio vivono di musica (ma spesso non la pagano), le colonne sonore aiutano a promuovere i film, la musica esce da tutti i negozi (non solo di cd). Ma il mercato è massacrato dalla pirateria. Il consumo è identico a prima. Quest'anno abbiamo avuto il 20% di incremento e usiamo solo canali alternativi: vendite negli stand, librerie, web. La musica tornerà a vivere di diritto d'autore, gli editori torneranno ad avere un ruolo sui discografici. Pagherà chi consuma".

7 Italia, Inghilterra, Usa: quali sono le differenze?

Il mercato Fare paragoni tra il nostro mercato e quelli esteri è desolante. Per ogni copia venduta in Italia se ne acquistano cinque in Gran Bretagna. Il rapporto scende con la Francia, un disco acquistato ogni 3. Ma la forbice si allarga a dismisura con gli USA dove. in una settimana, con 350 mila copie si può arrivare in testa alle classifiche, come è accaduto ultimamente a John Mayer o a Hilary Duff, l'erede di Britney Spears. Una cifra che spesso i nostri cantautori vendono in un anno. Per entrare al decimo posto della Top 200 di Billboard occorrono circa 50 mila copie e con 35 mila copie si può entrare tra i primi 20 dischi in classifica, com'è accaduto al nuovo album degli Iron Maiden, Dance of death. Nei periodi clou un cd può raggiungere nella prima settimana 8OOmila copie. Ma si può dominare la top 200 di Billboard anche con 100 mila copie vendute in estate.

La discografica "Servono classifiche settoriali, modello Billboard. Gran Bretagna e USA, per esempio, hanno le charts della musica classica. Tanti progetti, infatti, si perdono in una hit parade generica".

8 Ma che sconti possono fare i negozi di cd? E quanto influenzano le classifiche?

Il rivenditore Secondo una ricerca di Altroconsumo oggi in Italia il prezzo per un disco novità può oscillare tra i 14 e i 21 euro. Che cosa si fa per tenerlo basso? "Esistono campagne promozionali, lanciate dalle stesse multinazionali, con cui si possono acquistare prodotti con sconti molto rilevanti" dice Luigi Morra, direttore del megastore Feltrinelli di Napoli. "Nel periodo estivo lanciamo delle campagne in cui acquistando due cd se ne ha uno in omaggio. Lo sconto è del 30%. Invece vendiamo i dischi che sono tra i primi dieci in classifica con il 15% di sconto". Campagne simili sono promosse anche da FNAC e Messaggerie Musicali. Il prezzo finale di un prodotto al dettaglio dipende sempre dal negoziante. I multistore possono applicare sconti molto più alti e prezzi più appetibili di un piccolo negozio al dettaglio. Un rapporto impari. Naturalmente i cd scontati sono quelli che "vanno"di più. E questo influisce ancora di più sulle hit parade alzando la soglia per far entrare i prodotti di nicchia.

L'indipendente "Va imposto il prezzo con uno sticker, per evitare che ognuno faccia come vuole, falsando il mercato" dice Dossena. "Noi indichiamo un prezzo massimo intorno ai 14 euro".

 ***

Da il Manifesto, 2004 dc (con una pessima punteggiatura..)

Uomini di dio, cantate e colpite!

Festival di musica cristiana a Pensacola (Florida), la città dove si sono avuti i peggiori episodi di violenza antiabortista. E dove impazzano nelle scuole le teorie creazioniste. Ma Pensacola è solo uno dei mille luoghi degli Stati uniti dove i «tranquilli fanatici» dell'integralismo cristiano sono maggioranza. E sostengono George W. Bush.

MARCO D'ERAMO

INVIATO A PENSACOLA (Florida)

Ovest-Pascagoula; est-Pensacola: è la scelta che mi offre l'imbocco dell'autostrada a Mobile (Alabama). Sono affascinanti le reiterate assonanze indiane che incontri ovunque negli Stati uniti, dal fiume Pellissippi alla città di Chattanooga in Tennessee, dalla città di Pontiac in Michigan al fiume Chattahooochee tra Alabama e Georgia: persino il lago Seneca nello stato di New York si riferisce non al filosofo stoico ma a un popolo indiano. La toponomastica è l'unico tributo che l'America moderna paga ai suoi occupanti originari che ha sterminato.

Epicentro della violenza

Scelgo Pensacola perché negli anni '90 è stata l'epicentro della violenza anti-abortista, e perché vi si svolgerà il festival di musica cristiana «Grace». Proprio qui, in questa città costiera di 420.000 abitanti della Florida orientale, adagiata tra la penisola vera e propria e la Louisiana, avvenne il primo attentato contro una clinica dove si praticavano aborti: nel 1984 fu lanciata una bomba (che per fortuna non fece vittime) contro la clinica Ladies Center (che nel frattempo è diventata l'Healthcare Center).

Per tutti gli anni '80 andarono crescendo gli attentati contro le strutture, il personale e i medici che praticavano aborti, fomentati dai predicatori integralisti, secondo cui era legittimo uccidere per difendere la vita del feto. Gruppi come l'Army of God (l'esercito di dio) definivano questi omicidi come «u.d.r.», ultimate determined rescue, l'«ultimo risoluto soccorso»: e tre di questi sette u.d.r. avvennero a Pensacola.

Nel marzo 1993 l'attivista Michael Griffith sparò e uccise il dottor David Gunn all'uscita della clinica Pensacola Women's Medical Center. Un anno dopo, il 27 luglio 1994 Paul Hill uccise il dottor John Britton e la sua scorta volontaria (ex tenente colonnello dell'aviazione) James Barret. Nel 1994 furono 27 gli attacchi contro le cliniche abortiste (incendi, bombe, percosse, pugnalate o assassini degli addetti). La repressione fu decisa, Paul Hill è stato condannato a morte; sempre la logica americana: occhio per occhio, morte per morte. Nel 2003 c'è stato un solo attacco, ma con il secondo regime Bush il pedaggio può tornare a salire.

Perciò i cantanti della Christian Music giocano in casa in questa città. Per il festival Grace sono state chiuse tre strade nel minuscolo quartiere storico di Pensacola downtown.

Gli organizzatori promettevano una presenza di 14.000 spettatori per ascoltare i 40 gruppi che si esibiscono nelle due giornate (venerdì e sabato) di Grace: la prevendita dei biglietti (20 dollari a giornata) «è stata grande», fanfaronavano sul Pensacola News Journal. Ci trovo invece poche centinaia di persone, per lo più famiglie. E la fila è più numerosa davanti ai baracchini di hot dog che intorno ai palchi su cui si esibivano le celebrità di questo nuovo segmento di mercato.

Scarsa affluenza

Gli organizzatori attribuiscono la scarsa influenza alla pioggia che ha scrosciato per tutto il giorno sulla città, anche se a sera è tornato il sereno (però l'affluenza è altrettanto scarsa il giorno dopo, nonostante il tempo sia bello e cantino i gruppi più famosi: anche perché Grace deve competere con la molto più attraente Sagra del Gambero di fiume che si svolge a pochi isolati da lì e in cui per 10 dollari ti danno in una scatola di cartone da scarpe 1,5 kg di gamberi di fiume bolliti e passati nel peperoncino).

Le vendite di dischi che si rifanno alla Christian Music sono più che raddoppiate dal 2000 al 2003, arrivando a 12 milioni di dischi. Un fattore che ha contribuito a questa crescita è costituito dalle megachiese che somigliano più a stadi che a templi, come quella evangelica di Frankfort (Kentucky) che ha una capacità di 7.000 posti. In questi «stadi di dio» è impossibile intonare gli inni secondo la tradizione e si è diffuso invece il megaschermo che proietta il Dvd di gruppi musicali. È successo anche che alcuni gruppi già noti, come i Newsboys o i Third Day si siano messi a incidere canzoni religiose (i Third Day concludono il festival da uno dei due palchi, mentre sull'altro si esibiscono gli ApologetiX).

Io ascolto i Casting Crowns su un palco e i Colonel Travis sull'altro. I gruppi variano dal patetico al barboso. Sembrano ex chierichetti foruncolosi che scimmiottano le stelle pop e straziano plagi delle loro canzoni. Anzi, il gruppo ApologetiX è apertamente parodistico: sui temi musicali dei grandi successi altrui scrive testi cristiani. In genere i testi sono deprimenti. È tutto uno splendere di luce della speranza, un lenire le piaghe del peccato, un nascere a nuova vita, un credere in Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, ma soprattutto un affermazione di sé, un Io ti amo, Io credo in te, Io ti perdono, Io ti incorono. Il risultato è la brutta copia del pop mainstream, soprattutto perché deve autocensurare quella che è la componente specifica e più affascinante dei concerti rock e pop: cioè l'erotismo e la sensualità: cosa sarebbero stati i Rolling Stones senza Mike Jagger che mima in scena una scopata con la chitarra elettrica? Probabilmente un gruppo di musica cristiana.

Genitori bigotti

A proposito di pietre che rotolano (Rolling Stones) uno dei gruppi cristiani si chiama Falling Up (cadere in su). A vedere la faccia delle ragazzine presenti sembra che il successo commerciale della Christian Music sia più che altro opera di genitori bigotti che considerano queste canzoni come «il solo pop adatto ai nostri figli», non come il rap demoniaco e svergognato. Perciò altro che buonismo con i Clemency (rock), Everything Seven (pop rock), I.D.O.I. King (hip-hop), con i Jars of Clay (tradizionali), i Men of Standard e i Seven Days to Sunday (pop-rock).

Il fatto è che quando pensiamo al fanatismo c'immaginiamo subito oceaniche, scalmanate orde infuocate da un profeta o da un tribuno. Qui invece vedi la componente pantofolaia del fanatismo, la sua faccia cheta, provinciale, classe media, spesso obesa. Colpisce la modestia dell'insieme e la sua subalternità ai modelli consumistici. Contro l'immagine hitleriana o khomeinista del megafanatismo dall'alto, qui imperversa il microfanatismo dal basso.

Lo stesso microfanatismo lo ritrovo l'indomani quando guido per una decina di miglia a nord di Pensacola dopo aver letto un articolo del New York Times su un parco a temi creazionista, il Dinosaur Adventure Land, che si trova qui ai sobborghi della città: l'idea è quella di rendere seducente per i bambini la teoria creazionista, la teoria cioè secondo cui l'universo è stato creato 6.000 anni fa da Dio in esattamente sette giorni: ha quindi ragione il testo letterale della Bibbia e ha torto la scienza moderna che valuta l'età dell'universo a 15 miliardi anni e quella della terra a 5 miliardi di anni. Ma se il mondo è così giovane, solo 6.000 anni, non vi possono essere specie estinte da 65 milioni di anni, come appunto è successo ai dinosauri. E poiché i dinosauri sono la specie estinta più popolare, grazie alle loro dimensioni, al mistero della loro estinzione e grazie anche a Jurassic Park, diventa chiaro perché nel 2001 il pastore Kent Howind ha scelto questi animali come i protagonisti del suo parco a temi.

All'entrata, un pannello ci spiega l'idea generale: i dinosauri sono esistiti contemporaneamente all'uomo che li ha sterminati, e non erano altro che i draghi descritti dalla cultura popolare. Ma come mai la Bibbia non li nomina? Falso: la Bibbia non usa questo nome ma descrive due mostri, Beemoth e Leviatano che «corrispondono esattamente alla descrizione dei brachiosauri».

Come parco a temi (3 dollari l'ingresso per gli adulti), è proprio miserello in questa trasandata periferia di provincia, quanto lo era il festival Grace. Qualche dinosauro in cartapesta, qualche scivolo per bambini, un paio di altalene ammobiliano un praticello di circa 40 metri per 30. Due stanze pomposamente chiamate museo contengono foto e pretesi fossili di giganti umani (alti 3,6 metri) facsimili dei reperti dell'arca di Noè. Capito nella sala proiezioni mentre un giovane pedantino in calzoni corti spiega il creazionismo a 12 adulti e 25 bambini tra i 5 e i 12 anni, con l'autorità che gli dà il fatto che «io ho studiato un sacco i dinosauri e tutti i libri che vi raccontano un sacco di cose giuste su di loro hanno un errore cruciale nella prima riga: i dinosauri non si sono estinti 65 milioni di anni fa». La ragione profonda è che la Bibbia non può sbagliare e quindi, se la Bibbia non può sbagliare, il mondo ha 6.000 anni e quindi la Bibbia ha ragione (con alcuni trucchi, con un'interpretazione arzigogolata di Giosuè che ferma il sole, i creazionisti riescono però ad accettare l'eliocentrismo).

Una caramella a ogni bambino

Il giovanotto fa una domanda e lancia una caramellina a ogni bambino che risponde (anche a quelli che non rispondono). Dopo un po' ti stanchi del mare di oziosità, ti metti a fantasticare sull'infinita abbindolabilità degli umani. E allora guardi le fiduciose facce dei bambini, e quelle intente, volenterose dei loro genitori che pensano di fare il bene dei loro figli portandoli qui. Hanno un viso innocuo, inerme, inoffensivo. Ma presi tutti insieme costituiscono la più micidiale macchina da guerra ideologica degli Stati uniti. Sono loro che hanno costretto più di metà delle scuole secondarie americane a togliere la teoria dell'evoluzione dalle materie d'insegnamento e che costringono a insegnare queste sciocchezze.

A Santee in California c'è l'Institute for Creation Research (ICR) con la sua rivista Acts and Facts (150.000 copie). Il centro è stato fondato nel 1970 da Henry M. Morris, che nel 1963 insieme a John C. Whitcomb pubblicò il testo base della «scienza della creazione», Il diluvio della genesi, che ha avuto più di dieci edizioni. Il centro è visitato ogni anno da 30.000 pellegrini e dispensa corsi di geologia, fisica, biologia, dove si dimostra che la datazione dei fossili col carbonio 14 è una frottola, che la sedimentazione terrestre può avvenire molto in fretta (migliaia di anni e non miliardi), come dimostra il vulcano Sant'Elena, e così via. Gruppi creazionisti stanno promuovendo crociere creazioniste, vacanze creazioniste con campagne di scavi in South Dakota (dove sono stati ritrovati alcuni tra gli scheletri più stupefacenti di dinosauri), viaggi di raccolta di fossili in Australia e Nuova Zelanda, tour nel Gran Canyon. Secondo il New York Times, un gruppo chiamato Risposte nella Genesi sta costruendo un complesso da 9.000 metri quadri fuori Cincinnati con museo, planetario, aule scolastiche e sala cinematografica dove proiettare film con il Diluvio Universale e simili. Nel negozio all'uscita del Parco compro un opuscolo Insegnare Scienza della Crezione nelle Scuole Pubbliche (70 pp., 4,75 dollari) per regalarlo a Letizia Moratti.


Adesso avete voi il potere

A fine Ottobre 2001 dc, sul supplemento "Musica!" de " la Repubblica", è stata pubblicata un'altra interessante lettera, questa volta di Lorenzo.

Cara "Musica!", finalmente trovo un po' di conforto, sì perché ero abbastanza preoccupato: pensavo che solo io fossi condannato ad avere a che fare con gente ottusa e fiera del proprio becero qualunquismo, che naviga contenta nel mare della propria indifferenza. Invece, "per fortuna", non è così, esistono altri individui così altamente superficiali: e me ne sono accorto leggendo in lettere di Tulp e di Mario '79. "Voi alternativi, comunisti", "la musica non è politica, è evasione". Ho i brividi solo a pensare cosa sarebbe anche la musica senza quel briciolo d'impegno politico, sociale e civile che le è rimasto. Venivamo accusati noi "comunisti, alternativi" (che parolacce, vergogna!) di essere un fenomeno di massa, di andare di moda; ma penso che questa predominanza degli alternativi possa essere attribuita a qualsiasi periodo storico, eccetto questo: ora, proprio, no. In questo periodo mi sento in minoranza. Per citare Guccini, caro Tulp, "adesso avete voi il potere, adesso avete voi supremazia, diritto e polizia". Quindi, caro Tulp, ti prego di pensare un momento: tutta la vita è politica, è rapportarsi. E allora perché, se tutta la vita è politica, la musica, che è assoluta e trascendente, non deve parlare di politica?

Sullo stesso numero di "Musica!" c'erano anche le altre interessanti lettere di Domenico e Giacomo. Per tutte e tre non ho altro da dire che approvo incondizionatamente!


L'importanza di schierarsi

In Marzo 2001 dc, sul supplemento "Musica!" de " la Repubblica", è stata pubblicata questa interessante lettera di Flavio di Pisa.

Ciao a tutti, ho 17 anni e volevo, più che contestare, dire ciò che penso riguardo alla musica impegnata in risposta alla lettera di Gabriele di Napoli (n.ro 270). La musica per molte persone, come per me, non può escludere le ideologie e quindi la politica, perché io vivo delle mie ideologie e non occuparsi di politica significa fregarsene di ciò che esce dal nostro piccolo. Le mie ideologie stanno scomode in ogni schieramento politico parlamentare, tuttavia non sopporto il disinteresse politico, non sopporto la repellenza verso il voler avere un'idea, verso lo schierarsi, l'orgoglio di quei ragazzotti che dicono "io di politica non ci capisco nulla", non capisco questa guerra contro le utopie. Saluto in particolare Lorenzo e Luciana perché anch'io amo Guccini, e Gabriele ricordandogli di non universalizzare troppo i suoi pensieri perché se per lui le emozioni non hanno ideologia, per molti le ideologie creano forti emozioni.

Grazie, giovane Flavio. Sono piacevolmente sorpreso di sapere che, senza entrare nello specifico della "tua" ideologia, esistano persone come te. Continua così, non farti corrompere e dimostra quanto vali a tutti.

***

ALCUNI CONCERTI INTERESSANTI in Italia

(Avvertenza: per "interessanti" si intende che lo siano dal punto di vista musicale e del "sound" complessivo (musica + eventuale canto), al di là dei testi delle canzoni, della personalità degli artisti, delle loro dichiarazioni - vere o presunte tali - , delle loro posizioni politiche, del loro look etc)

***

La mia ricerca dei concerti viene effettuata tramite la "ricerca avanzata" di Kataweb Musica, nella quale concerti ed artisti sono classificati in generi ma assolutamente con...i piedi! Provare per credere: vi troverete lo stesso artista/gruppo con alcune date in un genere ed altre in un altro genere. Un ulteriore esempio di lavoro fatto male.....

la ricerca "avanzata" tramite Kataweb, con date impostate tra 2 e 29 febbraio 2008 per tutti i generi, effettuata il giorno 1 febbraio, ha trovato 1 (uno) solo concerto, quello degli "Him" (si suppone sia un gruppo...) a Firenze ma...indovinate quando? Il giorno 7 marzo 2008.

Lascio a voi qualsiasi commento......

Marzo 2008 dc: lascio definitivamente Kataweb Musica come fonte per la ricerca dei concerti perché la ricerca "avanzata" dei concerti non esiste più (per la serie "sempre in meglio") e si deve scegliere per forza la data singola. Kataweb si conferma ancora una volta come fulgido esempio di organizzazione romana: anni fa avevo una casella di posta elettronica su Kataweb ma l'ho cessata per la disperazione.

Per ora le mie ricerche le faccio su Canzoni http://www.canzoni.it/ e su http://www.ticketone.it

La ricerca dei concerti la faccio di tanto in tanto: non garantisco per date cancellate o nuove date di cui non mi accorgo

I nomi sono indicati, per ogni mese, in ordine alfabetico per nome e cognome di persona o nome del gruppo

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Maggio
Brian Ferry
11-Milano-Teatro degli Arcimboldi
Franco Battiato
30-Catania-Teatro Massimo Vincenzo Bellini
Michael Nyman
21-Roma-Auditorium Parco della Musica - Sala Sinopoli
PFM
3-Firenze-OBIHall
Giugno
Cranberries
12-Milano
Teatro degli Arcimboldi
23-Piazzola sul Brenta (Padova)-Postepay Sound - Anfiteatro Camerini
24-Firenze-Ippodromo del Visarno
26-Roma-Auditorium Parco della Musica - Cavea
27-Cattolica (Rimini)-Arena della Regina
Franco Battiato
25-Carpi (Modena)-Piazza Martiri
26-Roma-Terme di Caracalla
28-Pistoia-Piazza Duomo
29-Palmanova (Udine)-Piazza Grande
Gino Paoli
28-Roma
Auditorium Parco della Musica - Sala (Santa) Cecilia
Green Day
14-Lucca-Piazza Napoleone
15-
Monza-Autodromo Nazionale
Jethro Tull
22-Pescara-Teatro G. D'Annunzio
23-Roma-Auditorium Parco della Musica - Sala (Santa) Cecilia
24-Sogliano al Rubicone (Forlì e Cesena)-Piazza Matteotti
26-Brescia-Piazza della Loggia
Ludovico Einaudi

13 e 14-Roma-Terme di Caracalla
Radiohead
14-Firenze-Ippodromo del Visarno
16-Monza-Autodromo Nazionale
Luglio
Anastacia
7-Tortona (Alessandria)-Piazza Allende
12-Marostica (Vicenza)-Piazza Castello
Elton John
14-Mantova-Piazza Sordello
Coldplay

3 e 4-Milano-Stadio Meazza
Robbie Williams
14-Verona-Stadio Bentegodi
15-Lucca-Piazza Napoleone
17-Barolo (Cuneo)-Piazza Colbert
Steve Hackett

7-Pescara-Teatro G. D'Annunzio
8-Sogliano al Rubicone (Forlì e Cesena)-Piazza Matteotti
Steve Winwood
16-Gardone Riviera (Brescia)-Anfiteatro del Vittoriale
17-Pordenone-Teatro Comunale G. Verdi
Sting
25-Cividale del Friuli (Udine)-Parco della Lesa Loc. Carraria
28-Mantova-Piazza Sordello
Tom Jones
26-Roma-Auditorium Parco della Musica - Cavea
U2

15 e 16-Roma-Stadio Olimpico
Agosto
Le Luci della Centrale Elettrica
29-Mantova-Piazza Castello
Mario Biondi
6-Recanati (Macerata)-Piazza Giacomo Leopardi
19-Lecce-Piazza Libertini
27-Soverato (Catanzaro)-Summer Arena
Dicembre
Pat Metheny
8-Roma
Auditorium Parco della Musica - Sala (Santa) Cecilia
PFM
1-Padova-Gran Teatro Geox

Cinema

Amo il cinema, e il discorso fatto per la cultura vale anche per questa forma d’arte.

Per cui, viva il cinema, di tutti i generi, ma possibilmente niente HORROR.

Anche in questo caso scriverò ogni tanto qualcosa sull'argomento, con la consueta pigrizia.

Come sempre: senza rincorrere l'attualità, proporrò alcune recensioni dei film che mi sono piaciuti. Verrà indicato solo il titolo, il regista, l'anno di produzione ma niente nomi di tecnici della fotografia, della sceneggiatura o quant'altro. Sono uno spettatore, non un critico, un fanatico. Niente notizie riguardo a premi, Oscar, rassegne, "candidato a nn premi Oscar", attente disamine di tutte le opere precedenti del regista e con chi ha collaborato etc.

***

Dal sito http://www.ilsussidiario.net/ , articolo di redazione del 28 Novembre 2011 dc:

Ken Russell/ La morte del regista de "I diavoli" e di "Tommy"

A 84 anni di età è morto il controverso regista inglese Ken Russell.

Uno degli autori di cinema più trasgressivi e complessi, Russell era stato sposato quattro volte e aveva avuto cinque figli. Famoso fu lo scandalo che circondò una delle sue prime opere, il film "I diavoli" con l'attrice Vanessa Redgrave, film che venne accusato di blasfemia tanto che all'epoca, il 1971, il critico cinematografico di Avvenire, il poeta Giovanni Raboni, venne licenziato per aver difeso l'opera nella sua recensione.

Ovviamente gli appassionati di musica rock ricordano Ken Russell soprattutto per la brillante e visionaria trasposizione su schermo del disco del gruppo The Who, "Tommy". Alla musica Russell dedicò diversi lavori, specie la classica, con film biografici sulle vite di Ciajkovski, Mahler e Liszt.

La sua vena trasgressiva e polemica tornò alla ribalta con il crudo "Whore" nel 1991, realistica storia di una prostituta. Ken Russell era nato nel 1925 a Southampton con il nome di Henry Kenneth Alfred Russell. Esordisce nel cinema solo alla fine degli anni Sessanta - anche se aveva diretto alcuni cortometraggi e documentari sin dalla fine degli anni Cinquanta -, dopo aver lavorato come fotografo, ballerino e soldato.  Il suo esordio ufficiale come regista è appunto del 1969 con il film "Donne in amore", da subito opera controversa anche per la scena dei due uomini che lottano fra di loro completamente nudi. Nel film recitano attori di vaglia come D.H. Lawrence, Glenda Jackson e Oliver Reed. Un film che si impone subito con numerose candidature agli Oscar, anche come miglior regia, ma ne vince una sola per la miglior attrice, Glenda Jackson.

Tra le sue tante opere si ricorda anche il film "Valentino" del 1977 interpretato dal ballerino Rudolf Nureyev dedicato al famoso attore del cinema muto. E ancora: "Stati di allucinazione" (1980), "China Blue" (1984), "Gothic" (1986), "L'ultima Salomé" (1988). Negli anni Novanta aveva diradato la sua attività, diventando sempre più nome cult del cinema mondiale. Definito regista barocco, visionario, psichedelico, aveva sempre mostrato un certo fascino per il male nelle sue varie coniugazioni.

Dal sito http://www.giornalettismo.com (aggiunte e correzioni in rosso e modifiche di iniziali, titoli e caratteri sono mie)

Addio a Ken Russell, il regista che sessualizzò la crocifissione

del 28 Novembre 2011 dc

L’autore di Donne in amore e China Blue ci lascia ad 84 anni.

Ken Russell

Ken Russell, il regista che ha vinto il premio Oscar con Donne in amore è morto ieri all’età di 84 anni. L’uomo sarebbe morto nel sonno, almeno secondo l’amico e scrittore Norman Lebrecht.

UN VISIONARIO - Noto per lo stile fiammeggiante sviluppato durante la carriera in televisione, i film di Russell si presentano come un misto tra cultura d’elite e cultura popolare con grande attenzione per il particolare e alto tasso polemico. Il film I Diavoli, ad esempio, è un dramma religioso caratterizzato da una scena divenuta celebre e criticatissima: Oliver Reed e Vanessa Redgrave sessualizzano la crocifissione. La Warner Brothers ha inizialmente rifiutato di pubblicare la pellicola per intero. La vedremo nella sua versione completa ed originale il prossimo marzo 2012, a 42 anni di distanza dalla produzione, per celebrare il centenario del British Board of Film Classification. Donne in amore, lanciato nel 1969, è divenuto famoso per la scena di wrestling con nudo maschile, i cui protagonisti erano Alan Bates e Oliver Reed. Tommy è invece una versione russelliana della omonima rock opera (del gruppo) “The Who” ed è stato il più grosso successo commerciale del regista su palco teatrale prima ancora di essere riprodotto per gli schermi nel 1976. Utilizzo continuo dei colori primari, ossessione per le scene con il fuoco e per i rituali mistici hanno caratterizzato il suo stile psichedelico, quasi onirico. Russell è tornato alla ribalta negli ultimi anni con proposte sempre più eclettiche. Nel 2007 ha partecipato alla trasmissione televisiva Grande Fratello delle Celebrità, uscendo poi per una discussione con un altro concorrente.

LA CARRIERA - Russell è nato a Southampton nel 1927, figlio di un proprietario di un negozio di scarpe i cui episodi di violenza hanno portato Russell e la madre a cercare rifugio nel cinema. Dopo aver prestato servizio nella RAF e nella marina mercantile, Russell ha iniziato la sua carriera come fotografo – una passione che ha coltivato tutta la vita – prima di passare ad occuparsi di documentari televisivi. Il giovane ha iniziato a lavorare per la BBC nel 1959, dove per 11 anni ha creato show basati sull’arte d’avanguardia per Monitor e Omnibus, il più noto dei quali focalizzato su compositori, creando Elgar (1962), The Debussy Film (1965), Isadora Duncan, the biggest dancer in the world (1967), Song of summer (1968) e Dance of the seven veils (1970), un film su Richard Strauss. Il suo primo lungometraggio, una commedia leggera chiamata French dressing (1963), non venne accolta particolarmente bene, ma da quel momento la sua produzione degli anni ’60/’70 fu un crescendo di successi: I Diavoli (1971); Messia selvaggio (1972); La perdizione (1974); Lisztomania e Tommy (1975) (ma come, Tommy non era del 1976?); Valentino (1977), per citare i principali. Negli anni ’80, quando il clima onirico lascia posto alla normalizzazione del cinema, Russell continua con uno stile fatto di eccessi e produce China Blue (1984), Gothic (1986) e L’ultima Salomé (1988).

ANNI ’90 - Gli anni Novanta sono caratterizzati da un ri-innamoramento per la televisione, segnato da progetti come Lady Chatterly e Oltre la mente. A partire dal 2000 le attività di Russell si diradano e il regista si dedica principalmente a documentari. Se la sua vena creativa sembra allora essersi esaurita, la sua vita privata ha continuato ad essere bella movimentata: quattro matrimoni alle spalle, altrettanti divorzi, cinque figli. Sul piano professionale, invece, aveva un’idea chiara del suo posto speciale, nel mondo dei grandi cineasti. Russell e Federico Fellini, a Cinecittà, si parlarono e si incoronarono rispettivamente “il Fellini inglese” e “il Ken Russell italiano”.


FILM

(non sono critico professionista ne voglio esserlo: troverete qui recensioni di altri e qualcuna di mio pugno. Spesso sono citati solo i titoli dei film e nient'altro. Sono film che, in un modo o nell'altro, sono stati interessanti)

I miei film preferiti

Qui di seguito un breve elenco dei film che mi sono piaciuti di più in assoluto, i film che prediligo o, se preferite, i miei film di culto. Ah, dimenticavo: sarà per via della mia scarsissima memoria ma sta di fatto che i film che mi piacciono li rivedo un numero pressoché senza limite di volte.

Ovviamente questi sono i MIEI film: per alcuni saranno pessimi, per altri mediocri, per altri ancora appena appena sufficienti. Pazienza....i fissati per il latino direbbero de gustibus...., no?

Non sono un esperto, nè un fanatico cinefilo, non sono in grado di dissertare (ne mi piacerebbe comunque farlo) su tutti i film di quel tal regista, sul contributo dei vari scenografi, dei tecnici della fotografia e della ripresa, dei direttori delle luci, delle interpretazioni precedenti e attuali dei vari interpreti etc.: un film mi può piacere o no, un film posso anche non capirlo, un film mi può anche disgustare.

Tutto qui.

E, di consequenza, non mi interessano minimamente i vari festival, rassegne, Oscar, premi, statuette...

***

Gli avventurieri del pianeta Terra

Titolo originale The ultimate warrior (L'ultimo guerriero), USA, 1975 dc, fantascienza, durata 95', regia di Robert Clouse

Interpreti: Yul Brinner, Joanna Miles, Max Von Sidow

Il film appartiene al genere che preferisco, ovvero quello in cui questa stupida umanità, o gran parte di essa, se ne va a farsi benedire per le cause più disparate: catastrofe ambientale, guerra nucleare, virus sconosciuti e micidiali. Non scherzo dicendo che per il pianeta Terra, in fondo, sarebbe il male minore: eliminato l'uomo, il pianeta e l'ecosistema, abbandonati a loro stessi, ne trarrebbero sicuro giovamento.

Non è però detto che gli eventuali sopravvissuti imparerebbero la lezione ed edificherebbero una bella e nuova società o addirittura l'Utopia: sull' Homo Sapiens è meglio non farsi eccessive illusioni.

Questa è la breve trama del film da www.film.tv.it (a proposito: il nostro pianeta si chiama Terra, non terra, e, a mio avviso, non ci dovrebbe neanche essere l'articolo (come per Luna, il nostro satellite). Sarebbe come dire "L'uomo prima o poi sbarcherà sul Marte"...):

La guerra atomica ha distrutto la terra. In una New York deserta si battono il gruppo guidato dal "Barone" e quello guidato dallo spietato "Carrot". Il Barone assolda Carlson, un potente guerriero, per combattere il rivale ma dissidi interni al gruppo portano alla sua eliminazione (nota mia: di chi, del Barone o di Carlson? Dalla frase non si capisce che a perire, nel film, è il Barone). Carlson riuscirà a raggiungere una pacifica isola con la figlia del Barone. Filmetto di fantascienza abbastanza balordo, con un cast di stelle.

Dissento, ovviamente, sul giudizio. Definirlo "balordo", addirittura!  Il Barone, il capo della comunità, è interpretato dal sempre ottimo Max Von Sidow. Il gruppo, nella difficile sopravvivenza dopo la catastrofe, ha bisogno di un guerriero esperto e risoluto. Lo trovano in Carlson, a cui presta fisico e volto il roccioso Yul Brinner, che si offre al miglior offerente stando in piedi e immobile su un muro nei pressi, per ore. Il Barone tenta di coltivare qualcosa sul tetto dell'edificio principale della comunità. La penuria alimentare fa scoppiare dissidi all'interno del gruppo, ed il Barone viene ucciso. Ci sono scontri col gruppo rivale guidato da Carrot, pressoché composto da delinquenti e sbandati.

A Carlson non resta che fuggire con la figlia incinta del Barone (che poi partorirà), inseguiti per le vecchie gallerie della metropolitana dagli uomini di Carrot, diretti ad un isola in cui si dovrebbe vivere molto meglio.

Nella lotta finale con Carrot a Carlson, per sopravvivere, non resterà che amputarsi una mano con un colpo d'accetta....

Questa è la recensione (le " aggiunte prima e dopo i titoli dei film sono mie), invece, di Fantafilm www.fantafilm.net  (il personaggio di Yul Brinner, qui, si chiama Carson: chi avrà ragione? Dovrei rivedermi il film):

New York nel 2012 presenta lo scenario post-apocalittico di una metropoli piegata dalle malattie e dalla scarsezza di cibo. I pochi sopravvissuti, divisi in piccole e isolate comunità, vivono asserragliati tra mura fatiscenti e minuscole serre sopraelevate in cui si coltivano striminzite piante commestibili. Il Barone governa una di queste enclave secondo i principi della ragione e della democrazia, ma in assenza di un potere che ripristini le leggi e ne garantisca il rispetto, gli sforzi per incanalare la vita quotidiana verso una pacifica convivenza sono destinati, prima o poi, ad essere vanificati dalla cieca violenza delle bande capeggiate dal sanguinario Carrot. Per difendersi dalla continua, mortale minaccia dei predatori, il Barone ingaggia Carson, un mercenario che si offre di combattere per loro. Quando i razziatori sembrano sul punto di annientare la piccola comunità, al guerriero verrà affidata Melinda, figlia del Barone, e la vita che ella porta nel grembo, affinché per loro si schiuda, lontano dalla metropoli in rovina, l'orizzonte di un futuro migliore.

La sequenza che apre il film promette una lotta per la sopravvivenza, senza esclusione di colpi: due colombi si posano leggeri su una strada apparentemente deserta... e subito mani rapaci li afferrano in un turbinio di piume e di grida (mia nota: i colombi erano ben più di  due e non si posavano in una strada ma all'interno di un edificio).

Di agguati, violenza, combattimenti corpo a corpo, il film offre, in effetti, una buona dose, e se il tema che affronta non è nuovo (ed in parte può riecheggiare situazioni tipiche da western) ed il finale (al campione viene affidato insieme alla ragazza il prezioso tesoro di una manciata di semi non contaminati da far germogliare altrove) può sembrare un po' retorico, il film trae forza da un'atmosfera di cupo pessimismo che lo pervade.

Incisive, come sempre, le interpretazioni di Max Von Sydow nella parte del saggio Barone e Yul Brynner, scultoreo, monolitico ed enigmatico guerriero senza passato e senza domani.

In Italia, il film non ha avuto una buona accoglienza. Liquidato forse troppo frettolosamente dalla critica e - come spesso accade da noi - distribuito con un titolo che poco ha a che fare con la vicenda, può rivendicare il merito di aver inaugurato il filone post-apocalittico urbano, ripreso poi con più o meno successo dai film alla "Mad Max", da "1997 fuga da New York" ai nostrani "1990 i guerrieri del Bronx" e "2019 dopo la caduta di New York" e loro epigoni.

Per trovare la cassetta di questo film, come per altri, ho dovuto fare parecchie ricerche in Internet.

Direi che forse questo è il film migliore di Robert Clouse, solo leggendo i titoli degli altri che ha diretto: L'ultimo combattimento di Chen, I 3 dell'operazione Drago, The big brawl - Chi tocca il giallo muore...

Se qualcuno di voi è interessato ad avere una copia in DVD di questo film, per uso esclusivamente domestico, mi contatti in e-mail.

2001 Odissea nello spazio

Titolo originale A space odyssey (Una odissea dello spazio, Una odissea spaziale), Gran Bretagna, 1968 dc, fantascienza, durata 141', regia di Stanley Kubrick

Interpreti: Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester

La sintesi della voce in www.wikipedia.it :

È un film di Stanley Kubrick del 1968 ispirato al racconto di Arthur C. Clarke La sentinella. Lo stesso scrittore ha poi a sua volta tratto dalla sceneggiatura un romanzo dal titolo omonimo e con la medesima trama.

Kubrick aveva contattato Clarke perché necessitava di un buon soggetto di fantascienza per un film di genere. In questo modo il romanzo e il film nacquero e crebbero insieme, realizzando una collaborazione tra media differenti assolutamente unica e originale, almeno per l'epoca in cui fu attuata.

Sotto questo e sotto altri aspetti 2001 è rimasto uno dei più famosi film di fantascienza. Oltre che per l'ottima sceneggiatura, recitazione e tecnica di ripresa, esso si è meritato l'ammirazione degli appassionati per la fedeltà con cui riproduce l'ambiente spaziale: tutti gli avvenimenti in ambienti senz'aria si svolgono in silenzio, l'astronave ha una gravità artificiale per rotazione che è correttamente rappresentata, i movimenti in assenza di gravità sono lenti come dovrebbero essere.

Anche la scena in cui un astronauta rientra nell'astronave passando alcuni secondi in un ambiente di vuoto è stata approvata dagli esperti come veritiera.[senza fonte] Kubrick in questo modo ha dimostrato che è possibile fare un ottimo film di fantascienza rispettando la realtà e senza introdurre elementi artificiosi.

È inoltre importante sottolineare il forte impatto emotivo che la visione di questo film suscita nello spettatore; lo stesso Kubrick affermò: «ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio».

Smisurate sono anche le ambizioni del film: spiegare l'indissolubile legame che unisce l'uomo al tempo e allo spazio, l'intelligenza artificiale, l'utilizzo della scienza. A questo proposito è di notevole effetto il raccordo tra le due scene iniziali del film, l'utilizzo di un oggetto, un osso, come strumento di offesa e di dominio da parte di un ominide e le astronavi orbitanti attorno alla Terra. In questa maniera il regista compie un salto logico di millenni conservando la trama narrativa del film, con un'operazione mirabile che trova pochi riscontri nella storia del cinema.

Kubrick rimase per ben due mesi chiuso nella sua villa nelle campagne inglesi a rivedere e tagliare il suo mastodontico lavoro; questa operazione è considerata il momento più decisivo nella produzione del cinema kubrickiano.

La prima parte del film si svolge nell'Africa di tre milioni di anni fa: un gruppo di ominidi, guidati da un capo, sopravvive a fatica in un ambiente arido e ostile; un giorno davanti alla loro grotta appare misteriosamente un grande monolite nero; gli ominidi venendo a contatto col monolito imparano a usare strumenti, a uccidere animali per cibarsene e ad uccidere altri ominidi per conquistarne il territorio.

La seconda parte del film si svolge nel 2001 (un anno del futuro nel 1968): il dott. Heywood Floyd è chiamato in missione su una base lunare dove è stato scoperto un grande monolito nero sotterrato ad arte in tempi remoti. Floyd è accompagnato a vedere lo scavo con il monolito ancora nel buio della notte lunare. Proprio mentre Floyd e gli altri stanno fotografando il monolito il primo raggio di sole del giorno lunare illumina il monolito che rivede così la luce dopo millenni di oscurità e immediatamente emette un forte segnale in direzione di Giove.

Nella terza parte del film un gruppo di cinque astronauti, di cui tre in stato di ibernazione, sono in volo a bordo dell'astronave Discovery diretta verso Giove, governata da un supercomputer, HAL 9000, dotato di una sofisticata intelligenza artificiale che lo rende valido interlocutore degli esseri umani a bordo.

Ad HAL è stato chiesto di tenere nascosti i veri obiettivi della missione ai compagni di viaggio, i due astronauti svegli, il comandante David Bowman e il suo vice Frank Poole. Quest'ordine genera un conflitto interiore nel calcolatore, il quale nel contempo è programmato per collaborare con gli esseri umani senza omissioni o alterazioni di dati o informazioni. Le conseguenze del conflitto si manifestano tragicamente in prossimità dell'arrivo su Giove. Inizialmente HAL interrompe il collegamento radio con la terra simulando un guasto inesistente, poi, quando questo tentativo fallisce ed anzi insospettisce gli umani, non trova altra soluzione che cercare di ucciderli tutti.

Il piano di HAL tuttavia fallisce: David Bowman riesce a sopravvivere ed a riprendere il controllo della nave, disabilitando le funzioni superiori del calcolatore. Al termine di tale operazione inaspettatamente HAL avvia la riproduzione di un filmato pre-registrato, nel quale il dottor Floyd rivela i veri scopi della missione all'equipaggio, oramai composto solo da uno stupefatto Bowman: il monolito trovato sulla Luna è la prima prova dell'esistenza di un'intelligenza extraterrestre, e il segnale radio da esso emesso in direzione di Giove ha spinto a pianificare la missione.

Nell'ultima parte Bowman arriva in orbita intorno a Giove e vi trova un terzo monolito nero, esce dall'astronave e gli si avvicina con la sua capsula. Il monolito sembra inviare Bowman in un percorso attraverso lo spazio e il tempo, che lo porta a sorvolare panorami alieni. Infine l'astronauta si ritrova con la propria capsula in un impossibile appartamento dal decoro settecentesco, dove vede se stesso invecchiare rapidamente, in fasi successive ogni volta esterne al proprio sguardo. Ormai decrepito, Bowman muore davanti a una nuova apparizione del monolito nero e rinasce in forma di feto cosmico, lo Starchild, che a sua volta scruta la Terra dallo spazio. La musica che accompagna questa estrema metamorfosi è l'inizio del poema sinfonico di Richard Strauss Così parlò Zarathustra.

Uno dei temi fantascientifici di 2001 che maggiormente colpirono pubblico e critica è quello del supercomputer HAL 9000 e della sua ribellione. Nel film HAL appare dotato di una vera intelligenza artificiale: ha un occhio che gli permette di vedere e addirittura di leggere le parole sulle labbra degli uomini, parla con una voce del tutto naturale, e sembra in grado di provare sentimenti umani. Naturalmente sa giocare benissimo a scacchi e sconfiggere gli esseri umani in questo gioco. E sa anche uccidere quando ritiene che la missione, che per lui ha la priorità assoluta, sia in pericolo.

Su questo tema Clarke e Kubrick erano stati troppo avveniristi. Il 2001 è passato e i computer di oggi sono ancora ben lontani dal traguardo dell'intelligenza artificiale; unica previsione realizzatasi alla lettera è quella che i computer sono oggi capaci di vincere gli uomini nel gioco degli scacchi, cosa che avviene ormai da diversi anni. Tuttavia, se si intende la "supremazia" del computer come una oscura prevalenza della tecnologia ovunque diffusa (imprevedibile nelle sue conseguenze e nei suoi condizionamenti sulla cultura umana), è indubitabile l'attualità della visione del regista. Su ciò Kubrick avrebbe degli illustri e molto dibattuti antesignani: il filosofo Martin Heidegger, con la sua "questione della tecnica", e il sociologo Günther Anders, con la sua definizione di "uomo antiquato" (ovvero: l'uomo che, dopo la bomba atomica, produce tecnologia ben oltre le sue capacità di valutarne a pieno le conseguenze; per millenni abbiamo immaginato più di quanto non potessimo realizzare, mentre oggi realizziamo più di quanto non siamo poi in grado di controllare, nemmeno con l'immaginazione).

Va ricordato che Kubrick voleva realizzare un altro film sull'intelligenza artificiale, ma la morte lo colse prima di aver completato questo progetto. Il film fu viceversa realizzato con il titolo di A.I. da Steven Spielberg che sostiene di aver seguito in buona parte le indicazioni di Kubrick. Del resto, molte delle sequenze iniziali – come la lenta carrellata – del film di Spielberg sono tipicamente "alla Kubrick".

Colonna sonora

La colonna sonora, rimasta una delle più famose nella storia del cinema, è composta da celebri pezzi di musica classica di autori classici e contemporanei, tra cui:

Johann Strauß jr:
"Sul bel Danubio blu" ("An der schönen, blauen Donau")
Richard Strauss:
"Così parlò Zarathustra" ("Also sprach Zarathustra")
György Ligeti:
"Atmosfere" ("Atmospheres"),
"Luce eterna" ("Lux Aeterna")
"Avventure" ("Adventures")
"Requiem"
Aram Kachaturian:
"Gayane" suite dal balletto

Il tema principale, "Così parlò Zarathustra", sottolinea i punti di svolta della storia, come il momento in cui GuardaLaLuna inizia a mettere a frutto gli insegnamenti del Monolito, impugnando un osso e comprendendo di avere tra le mani un'arma per procurasi da mangiare e per sopraffare i nemici, oppure quando David Bowman, sempre per mezzo del Monolito, si trasfigura in un essere nuovo, il Bambino delle Stelle. La scelta di questo brano probabilmente non è casuale, in quanto il poema sinfonico di Richard Strauss è ispirato all'omonima opera di Friedrich Nietzsche, nella quale si narra la discesa del profeta Zoroastro tra gli uomini per insegnare loro a divenire esseri liberi dai propri limiti (il concetto nietzschano di Superuomo). È quindi probabile che Kubrick e Clarke abbiano voluto evocare una analogia tra Zoroastro e il monolito, e tra il Superuomo e il Bambino delle Stelle.

La colonna sonora era all'inizio completamente diversa, ma Kubrick non ne era soddisfatto e la cambiò. Il compositore avanguardista ungherese György Ligeti fu entusiasta della scelta delle sue opere come il Requiem e l'alieno Atmosphere ma non ricevette alcuna gratifica. (Nota mia: a parte Also sprach Zarathustra e i brani contemporanei, il resto della colonna sonora di brani di valzer non mi è mai piaciuto. Io avrei scelto musica elettronica o contemporanea).

Il computer HAL 9000

Il mistero del malfunzionamento di HAL viene svelato nel film 2010 - L'anno del contatto (1985). Nel frattempo il tema ha dato adito a numerose possibili interpretazioni, tra queste la consapevolezza di HAL di aver commesso un errore (nel prevedere un guasto all'antenna) in conflitto con la propria vantata "incapacità di errore".

Secondo taluni l'acronimo "HAL" (in Inglese, diminutivo del nome Henry) deriva dal marchio "IBM" prendendo le lettere precedenti (nell'ordine alfabetico) di quest'ultimo: I -> H, B -> A, M -> L. L'autore del romanzo Clarke, quindi l'unico al mondo ad averne titolo, ha seccamente smentito anni dopo, ribadendo quanto spiegato nel libro, ossia l'abbreviazione di Heuristically ALgoritmic (programmed computer).

La voce italiana di HAL dal caratteristico timbro è dell'attore palermitano Gianfranco Bellini, il quale la presterà negli anni ottanta negli spot televisivi di un personal computer e di un olio per auto (uno dei primi realizzati in grafica computer 3D), nonché nel trailer del film fantastico Johnny Mnemonic. Nonostante il timbro di voce usato da Bellini sia differente dall'originale, Kubrick ha più volte dichiarato di considerare il doppiaggio italiano di HAL 9000 in assoluto il migliore[senza fonte], inviando anche una lettera di congratulazioni all'attore italiano.

Il giorno dello Sciacallo

Titolo originale The Day of the Jackal (in altri siti, giustamente, The day of the jackal), Gran Bretagna/Francia (secondo www.35mm.it il film sarebbe una produzione USA), 1973 dc (secondo www.35mm.it l'anno è il 1975), giallo, durata 143' (per www.35mm.it la durata è 145'), regia di Fred Zinnemann

Interpreti: Edward Fox, Terence Alexander, Michel Auclair, Alan Badel, Tony Britton, Denis Carey, Adrien Cayla-Legrand, Jean Sorel, Cyril Cusack, Maurice Denham, Philippe Léotard, Olga Georges-Picot, Vernon Dobtcheff, Jacques François

La recensione di Alberto Cassani su http://www.cinefile.biz/

Nel 1962 il Generale de Gaulle concede l’indipendenza all’Algeria. Molti francesi si sentono traditi da questa decisione, e alcuni gruppi eversivi decidono di uccidere il Presidente. L’OAS si rivolge ad un killer che opera con il nome in codice di “Sciacallo” e che prepara un piano segretissimo per assassinare de Gaulle…

«Agosto 1962. Un periodo politicamente tempestoso per la Francia: molti si sentivano traditi da de Gaulle, che aveva concesso l’indipendenza all’Algeria. Gruppi eversivi, per lo più formati da militari, avevano giurato di uccidere il Presidente per vendicarsi. Questi gruppi, già durante la guerra d’Algeria si erano federati in un movimento clandestino denominato OAS» (Nota mia: Organisation Armeé Secrete).

Dopo un attentato in cui il Generale de Gaulle rimane miracolosamente illeso, la maggior parte dei cospiratori sono stati catturati e il loro capo condannato a morte e giustiziato l’11 marzo 1963. I restanti ribelli, consci di essere braccati, decidono per uccidere de Gaulle di rivolgersi ad un esterno, un professionista straniero che possa andare e venire a piacimento. La loro scelta ricade su un inglese che «ha liquidato quel tipo nel Congo, e Truillo». Per quell’operazione, il suo nome in codice sarà “Sciacallo”.

Adattato dall’omonimo romanzo di Frederick Forsyth, Il giorno dello sciacallo è forse uno dei migliori thriller degli anni ‘70. All’uscita nelle sale non ottenne, però, il successo che si sarebbe meritato a causa probabilmente della mancanza di nomi importanti nel cast. Cosa che, in realtà, va benissimo per il personaggio dell’anonimo Sciacallo, che con il volto di un attore sconosciuto conserva tutto il mistero che aveva nelle pagine del libro. A dir la verità, proprio grazie a questa interpretazione Edward Fox vide la sua carriera cinematografica finalmente decollare, portandolo anche ad interpretare pellicole come Quell’ultimo ponte, Gandhi e Il Bounty.

La sceneggiatura di Kenneth Ross e la regia di Zinneman prestano grande attenzione ai dettagli della preparazione dell’attentato, pur non arrivando al livello del libro e nonostante alcune sequenze siano davvero molto ingenue. In più, qualche momento è raccontato in maniera un po’ troppo frettolosa e i dialoghi (per lo meno nel non bellissimo doppiaggio italiano) faticano a nascondere il “trucco” che sta alla base del piano dello Sciacallo. La regia di Zinneman è però molto attenta e permette alla tensione di montare in maniera estremamente efficace, effetto cui contribuisce anche la decisione di non utilizzare alcun commento musicale che non sia diegetico. E il finale, perfettamente bilanciato tra la concitazione dell’azione e la calma interiore dello Sciacallo, evita che tutto si sgonfi e permette allo spettatore di rilassarsi solo quando tutto è finito.

Dal libro di Forsyth sono stati tratti ulteriori adattamenti, l'unico di cui sono attualmente a conoscenza (Giugno 2010 dc) è The Jackal (titolo originale mantenuto integralmente) del 2007, produzione USA per la regia di Michael Caton-Jones, protagonisti Richard Gere e Bruce Willis.

Il tocco della Medusa

Titolo originale The medusa touch, Gran Bretagna, 1978 dc, drammatico, durata 110', regia di Jack Gold

Interpreti: Richard Burton, Lee Remick, Lino Ventura, Marie-Christine Barrault, Derek Jacobi

Uno dei miei film di culto, magistrale per il soggetto e per la critica feroce e spietata della società borghese.

La scheda di www.film.tv.it:

Nonostante la morte, la mente di un uomo provoca distruzione e catastrofi.

John Morlar, uno scrittore di serie B, viene brutalmente ucciso e la sua testa è completamente maciullata. Il bello è che - come scopre l'ispettore francese Brunel, in trasferta di lavoro a Londra - il cervello di Morlar continua a vivere e ad emettere segnali: successivamente le indagini appurano che una serie di strani decessi avvenuti di recente ha colpito chiunque si sia trovato in contrasto con lo scrittore o gli abbia causato dei torti. La dottoressa Zonfeld tenta di venire a capo del caso, ma...

Da un romanzo di Peter Van Greenaway (sic), una curiosa e per certi versi appassionante vicenda a sfondo parapsicologico. Burton mattatore incontrastato.

Dallo stesso sito l'opinione di spicerLOVEJOY

Un piccolo gioiellino del genere. Tratto da un romanzo di Greenaway,ben scritto e altrettanto ben diretto dal bravo Gold,è un avvincente,serrato thriller con momenti horror davvero impeccabili. Certo qua e la la tensione cala ma è poca roba e il film si mantiene su livelli eccellenti. Il meglio comunque sono gli attori.Grande incontro scontro tra un Richard Burton che monopolizza la scena, anche su un letto di un ospedale,e un Lino Ventura ispettore francese che,in trasferta a Londra,deve scovare l'autore della brutale aggressione a Burton, rimanendo invischiato in una storia al limite dell'incredibile. Anche se Burton è fantastico la mia preferenza va a Lino Ventura un attore oggi dimenticato da tutti.Purtroppo.Completano il cast una convincente Lee Remick, Harry Andrews e il mai troppo compianto Jeremy Brett,il migliore interprete di Sherlock Holmes che la televisione inglese abbia mai avuto (dopo Peter Cushing,ovviamente).Cult Movie.

e l'opinione di Beckett

Raramente mi capita di vedere un film due volte di seguito: questa è una di quelle volte. Sicuramente una delle qualità della pellicola è vedere il confronto a distanza che avviene tra Burton e Ventura: bellissima la sequenza in cui Ventura è nello studio della psicanalista e tra loro due appare il volto di Burton. Lee Remick è semplicemente bellissima e interpreta il ruolo della psicanalista in modo superbo; Richard Burton rende perfettamente a disagio lo sguardo dello spettatore e trasmette inquietudine per tutta la durata del film. Le sequenze più efficaci sono senz'altro quella dell'incidente aereo, ma soprattutto quella del crollo della cattedrale: il finale poi, è veramente spiazzante. Un altro pregio della pellicola è il perfetto inserimento dei flashback, come il montaggio in generale, che contribuisce ad aumentare il ritmo del film. La colonna sonora è perfetta, contribuisce a creare quell'atmosfera di tensione e angoscia che rende questo film una vera sorpresa. Un'ultima segnalazione per chi ama il cinema inglese: Jeremy Brett fa una piccola comparsata nel ruolo dell'amante della moglie di Burton.

Il pianeta delle scimmie

Il dottor Zivago

L'ultima valle

Titolo originale The last valley, Gran Bretagna, 1970 dc, avventura, durata 128', regia di James Clavell

Interpreti: Omar Sharif, Florinda Bolkan, Michael Caine, Nigel Davenport

La scheda del film su FilmTV.it www.film.tv.it

http://www.film.tv.it/scheda.php/film/14508/l-ultima-valle/

La recensione dal sito dell'UAAR www.uuar.it :

L'ultima valle (The Last Valley, GB 1970) di James Clavell, con Omar Sharif, Florinda Bolkan, Michael Caine, Nigel Davenport, Per Oscarsson, Madeleine Hinde, Arthur O’Connell, Yorgo Voyagis, Miguel Alejandro, Christian Roberts, Brian Blessed.

1.   Nel 1641, durante la guerra dei Trent’anni, Vogel (Omar Sharif), un professore tenta di salvare una valle della Germania meridionale dalle orde mercenarie.

2.    Quest’interessante e, purtroppo, misconosciuta pellicola, va citata nella presente filmografia soprattutto per la figura di Erica (Florinda Bolkan): una donna passionale ed esperta di erbe medicinali, che il prete del villaggio, padre Sebastian (Per Oscarsson), perseguita come strega, giungendo a mandarla sul rogo; il professore sarà costretto a uccidere la donna per non farla soffrire. Ma verrà anche il tempo della vendetta: aiutato dagli abitanti del villaggio, finalmente destatisi dal loro torpore bigotto, Vogel finirà per uccidere a coltellate il prete fanatico…

3.  Dal romanzo di J. B. Pick The Last Valley. L'australiano James Clavell (1924-1994) è più noto per i suoi racconti e romanzi (La mosca, Shogun, Tai-Pan) spesso adattati per il cinema o la TV. Come regista, L'ultima valle va considerato il suo miglior film.

Questo film è nella scarna lista di opere cinematografiche con contenuto anticlericale o ateoagnostico: il protagonista, uomo pacifico, fugge per boschi e montagne da quella spietata guerra di religione che sconvolse per tre decenni l'Europa centrale, cercando un posto tranquillo. Lo trova in una sperduta valle di quella che, secoli più tardi, sarà la Svizzera. Il paesino in cui si rifugia, dapprima deserto, viene poi conquistato dalle truppe guidate da Michael Caine (non ricordo a quale fazione appartenessero). Tra le truppe e gli abitanti del villaggio si instaura l'accordo di difendere la valle da altre truppe, che prima o poi arriveranno. E così infatti succede.

Ma alla fine della vicenda narrata nel film Vogel dovrà riprendere il suo cammino per sfuggire al delirio fanatico ed assassino che imperversa....

Capricorn One

Titolo originale identico, USA, 1978 dc, fantascienza, durata 121', regia di Peter Hyams

Interpreti: Elliott Gould, James Brolin, Karen Black, Brenda Vaccaro, Sam Waterston

Al di là della tesi complottistica, che i soliti invasati riservano per lo sbarco su Luna, è un film spettacolare e molto ben fatto, che come altri non mi stanco di rivedere.

La recensione di http://www.film.tv.it

Dopo la conquista della Luna, l'ente spaziale americano ha in programma una missione su Marte. All'ultimo momento però gli astronauti già sistemati vengono fatti scendere e portati un una base militare segreta nel deserto del Nevada: qualcosa non ha funzionato e la missione è stata annullata. Per l'opinione pubblica però tutto deve restare immutato, pena la perdita di prestigio della nazione. Gli astronauti allora vengono obbligati a simulare, come su un set cinematografico, un falso sbarco sul Pianeta Rosso. Al "rientro" però anche la simulazione va storta e il missile si disintegra. Che fare dei tre "eroi dello spazio" ormai morti per tutti? Per fortuna un giornalista ha fiutato l'imbroglio e alcuni "incidenti" sospetti lo mettono sulla pista giusta.

Sotto la parvenza del film di fantascienza, Hyams tocca un argomento delicato: la ragion di Stato. Senza contare il tema sempre attuale dell'immagine (quella di ogni messa in scena) che conferisce verità anche all'irreale. Hyams si conferma un buon autore, particolarmente abile nel dosare il ritmo dell'azione. Insieme ai successivi "Atmosfera zero" e "Timecop" questo film costituisce un'ideale trilogia fantastica.

Come sposare la compagna di banco e farla in barba alla maestra

Ulteriore esempio dell'idiozia italiota nella scelta dei titoli italiani di molti film, infatti:

Titolo originale Melody, Gran Bretagna, 1971 dc, commedia, durata 103', regia di Waris Hussein, sceneggiatura di Alan Parker

Interpreti: Mark Lester, Jack Wild, Tracy Hide


La trama dalla scheda in www.cinematografo.it  (attenzione, viene svelato il finale!)

Daniel, un ragazzo di dodici anni, allievo di una scuola media inglese, si innamora, pienamente contraccambiato, della coetanea e compagna di classe Melody. Trascurando le rispettive amicizie, i due fanciulli prendono a frequentarsi assiduamente, si giurano amore eterno e si scambiano promesse di matrimonio. Un giorno, marinata la scuola per concedersi una breve vacanza in riva al mare, vengono sorpresi ed aspramente redarguiti dal preside. Delusi dall'incomprensione degli adulti e non sopportando l'idea di una lunga attesa prima di giungere in età matrimoniale, Daniel e Melody decidono di sposarsi senza indugiare oltre. I compagni di classe, dopo una prima reazione ironica e crudele, accettano la situazione e marinano compatti la scuola per assistere alla cerimonia nuziale. All'interno di un deposito ferroviario abbandonato, Daniel e Melody si scambiano solennemente l'impegno di considerarsi marito e moglie. Poco dopo giungono sul posto genitori, preside e insegnanti: l'intera scolaresca coprirà la fuga dei due "sposini" a bordo in un carrello semovente.

Daniel è interpretato da Mark Lester, l'amico con cui fa subito amicizia in classe, più "esperto" e con la fama di duro e scapestrato, è interpretato da Jack Wild. Entrambi gli attori avevano esordito pochi anni prima in Oliver!, un musical che aveva avuto un enorme successo. Melody è interpretata dall'esordiente Tracy Hide, e tutti e tre i giovani attori sono bravissimi. Il film, a mio avviso, è veramente bello: è divertente ed anche commovente (senza essere strappalacrime). Mark Lester e Tracy Hide interruppero poi la carriera di attori, Jack Wild continuò senza eccelsa fortuna ma condusse anche una vita piuttosto sregolata che lo condusse a morte prematura qualche anno fa (scrivo nel 2007). La colonna sonora dei Bee Gees è semplicemente perfetta e l'ultimo brano, "Teach your children" di Graham Nash, conclude degnamente questo bel film: lo vidi alla sua uscita e poi solo trent'anni dopo, quando riuscii ad averne una copia in VHS cercandola in Internet.

Se qualcuno di voi è interessato ad avere una copia in DVD di questo film, per uso esclusivamente domestico, mi contatti in e-mail.

Altri film

(in ordine annuo di produzione, i più recenti in alto)

Revenant-Redivivo

Titolo originale The Revenant, USA, 2015 dc, durata 156', regia di Alejandro González Iñárritu. Interpreti: Leonardo Di Caprio, Tom Hardy.

Un film che mi è piaciuto molto, finalmente un western duro, scarno, senza molta retorica, un ambiente nevoso e freddo, senza quasi mai sole, spettacolare e incredibilmente reale nelle splendide immagini del film. A me piacciono la neve e il freddo, ma confesso che le immagini mi restituivano un ambiente ostile e pericoloso. Ovviamente, gli stessi luoghi sarebbero molto più belli e vivibili con il sole e tempo sereno!

La recensione di ElPaneZ del 13 Gennaio 2016 dc, leggermente accorciata, su www.mymovies.it/ :

Un film difficile da "digerire", vogliate capirmi!
NO SPOILER: Sarà perché adoro la regia di Iñàrritu oppure le prestazioni di Di Caprio che mi hanno portato ad amare questa pellicola? Assolutamente NO, Revenant è un film maestoso che trasmette ogni tipo d’emozione, che scava dentro il proprio io e ti perfora come un pugnale facendoti riflettere sulla natura umana e il suo comportamento.

La regia è pulita, mantiene sempre lo stesso ritmo, i piani sequenza sono lunghi, dettagliati e paurosamente efficaci sullo spettatore. La cinepresa riprende l’azione in modo originale, spostandosi dinamicamente mantenendo un primo piano eccellente immergendoti nel film.


La sceneggiatura l’ho trovata pazzesca, pochi dialoghi fan si che il film venga interpretato da solo, lasciando spazio alla potenza fotografica e della regia. Essa permette di leggere il pensiero degli attori con una pulizia incredibile sia nei movimenti che nei dialoghi in modo incredibilmente spontaneo.


La fotografia non poteva essere migliore, tutto naturale, grazie ad una luce del sole incantevole della zona in cui hanno girato, che rende il film estremamente reale e immersivo. Inoltre i panorami ripresi dall’alto sono letteralmente mozzafiato.


L’interpretazione di Di Caprio parla da sola, l’attore non dice una parola per 40 minuti, con una espressione trasmette mille emozioni riuscendo a farti entrare dentro il personaggio, in tutti i sensi, da brivido. Tutto il resto del cast, stellare, un Tom Hardy motivato e incalzante.


La colonna sonora è composta da sinfonie di prima categoria messe al posto giusto e al momento giusto.


Se devo proprio trovare un difetto è forse l’eccessività di alcune scene, alcune molto surreali, ma non prendiamoci in giro, è soltanto una mossa per dare più spettacolo, e sinceramente non mi ha dato poi così tanto fastidio.

...
Un capolavoro a tutti gli effetti come non se ne vedevano da molto, molto tempo. Un film potente maestoso e colossale da risultare difficile da “digerire”, vogliate capirmi, ho ancora il cuore in gola dopo che è un’ora dall’uscita dalla sala.


La teoria del tutto

Titolo originale The Theory of Everything, Gran Bretagna, 2014 dc, durata 123', regia di James March

La recensione a cura di Annarita Cavaliere su 35mm.it

Stephen Hawking è il celebre astrofisico che ha dedicato la sua vita alla Teoria del tutto, a cui ancora oggi sta lavorando. Un giovane promettente, su cui anche i professori investono, che incontriamo nel momento in cui s’innamora di quella che diventerà sua moglie: Jane, una studentessa di Lettere. La serenità iniziale si blocca quando Stephen scopre di essere affetto dalla progressiva atrofia muscolare, a cui vengono dati massimo due anni di vita.

L’amore di Jane persiste, e insieme scelgono di continuare a vivere quel tempo che tanto affascina il pensiero scientifico di Hawking. Ritorna subito la serenità, nonostante le grandi difficoltà della coppia, ma tra i due sboccia una famiglia piena d’amore, basata sulla totale comprensione, che porta quasi all’annullamento dell’altro.
Hawking, infatti, non rimane il marito di Jane per tutta la sua vita, che supera di molto i due anni previsti dai dottori, essendo tutt’ora vivo; a un certo punto Jane comincia a desiderare una famiglia “normale”, crollando un po’ alla volta e scoprendo una nuova relazione di coppia con il maestro del coro, contesto a cui si avvicina per volere della madre, sperando in un miracolo per Stephen.
La contrapposizione tra fede scientifica (Stephen) e fede cristiana (Jane) è uno dei leitmotiv della storia; in fondo il regista si basa proprio sulla biografia scritta da Jane Hawking.

Un film biografico che si sofferma sui dettagliati gesti d’amore, sugli sguardi pieni di sentimento e sulla leggera ironia. Inserisce le straordinarie interpretazioni di Eddie Redmayne e Felicity Jones in un’ambientazione pittorica anni ’60, che rievoca nei colori e nelle sfumature il pittore inglese William Turner (menzionato in un dialogo), esponente del Romanticismo in pittura, ma che ha seminato le basi per l’Impressionismo: un artista tra due mondi completamente diversi eppure vicini.

Come costruire una biografia partendo da un testo letterario restando tra la narrazione e l’audiovisivo?

Il regista James Marsh interpreta e crea associazioni partendo da elementi tratti dal racconto e dalla vita di Stephen Hawking.
La vita della stella, che scientificamente muore collassando con un graduale rimpicciolimento e decadimento, diventa la metafora della stella Hawking, che nel momento del suo massimo splendore subisce i danni della malattia.
L’idea di totalità non solo si esprime nella ricerca del fisico, ma è associata a qualcosa di più profondo, come il Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) di Richard Wagner, che entra nel film con un valore narrativo. Stephen ascolta più volte Wagner, in particolare Die Walkure Act I Vorspiel e Siegfried Act III, che dona quella scintilla che gli permette di mettere in moto la sua mente e creare, o di trovare la forza per accettare una vita complicata.

Turner e Wagner quindi due artisti che gettano le basi per la rivoluzione artistica che sarà ripresa, ampliata e argomentata nel ‘900. Artefice della trasformazione estetica in musica, Wagner ha segnato la fine del Melodramma tradizionale, portando a una sintesi tra tutte le componenti per un’opera in cui ogni elemento conserva il suo valore autonomo e aggiunge qualcosa all’altro con cui si confronta; infine, la musica diventa supervisore del senso.
C’è una scena particolare dove la musica assume un valore simbolico: Stephen è a un concerto al teatro, mentre la moglie è in campeggio con i figli e il suo maestro di coro; nel momento in cui avviene il tradimento, il montaggio alternato ci mostra la sua prima grande crisi che lo porterà al coma.

In La teoria del tutto la dialettica tra Scienza e Fede diventa quel movimento interno che spinge Stephen a coltivare la sua curiosità, a cercare un punto in comune, la sintesi, l’origine di ogni cosa, la forza che ha creato il tempo. Il tempo è un’entità dal momento in cui accade qualcosa d’importante nella vita, l’amore ad esempio, così com’è stato per il fisico Stephen Hawking.
Il concetto di tempo è nella Teoria del tutto, ma anche nei discorsi e nell’estetica del film. Si respira quasi il tempo che vivono Stephen e Jane, godendoci diverse situazioni che scandiscono la vita di coppia e la carriera. Il tempo però è anche quello del cinema, che non sempre coincide con quello reale, in quanto spesso lo simula, sottrae o aggiunge: è un tempo che interpreta.
Stephen Hawking nell’elaborazione di un’unica equazione parla della possibilità di riavvolgere il tempo, per capire da dove ha origine.

Il film termina con la pellicola che si riavvolge su stessa, che mostra i momenti fondamentali della vita di Stephen e Jane, fermandosi dove tutto è iniziato: l’incontro, l’innamoramento, l’amore.

Transcendence

Titolo originale identico, USA, 2014 dc, durata 119', regia di Wally Pfister

La scheda firmata da Gabriele Niola su www.mymovies.it

Il dr. Will Caster è uno dei più brillanti studiosi nel campo dell'intelligenza artificiale, al momento al lavoro su PINN, un sistema altamente avanzato di computer con autocoscienza basato sul cervello di scimmie usate come cavie. Quando un attentato, portato da una frangia terroristica che mira a bloccare lo sviluppo di simili tecnologie, lo condanna a morte la moglie, anch'essa studiosa, decide di sottoporre la sua mente al medesimo procedimento operato sul cervello della scimmia e caricarla dentro PINN, per vedere se la sua mente possa continuare a viva usando i computer al posto della materia grigia.

L'esperimento ha successo al di là di ogni aspettativa e la mente di Will Caster non solo vive ma acquista rapidità e potenza di calcolo contaminandosi con i computer e, avendo accesso ad internet, arriva ovunque cominciando a pianificare la propria sopravvivenza e il proprio potenziamento. Solo il fronte terroristico anti-intelligenza artificiale sembra aver capito tutto quel che sta accadendo.


Nella visione che Wally Pfister trae dalla sceneggiatura di Jack Paglen la trascendenza è un altro termine per dire "singolarità", ovvero quella teoria futurologica secondo la quale l'evoluzione dell'intelligenza umana fomentata da aiuti artificiali ad un certo punto supererà la nostra comprensione di essa giungendo ad un livello superiore.


A partire da questo presupposto tra lo scientifico e il fantascientifico il direttore della fotografia, diventato noto per il suo lavoro accanto a Christopher Nolan, gira il suo primo film da regista mescolando tradizionale e innovativo. È infatti molto tradizionale la maniera nella quale emerge una tecnologia che si contrappone all'umanità prendendo il controllo di tutto quel che l'uomo ha delegato alle macchine, mentre è molto innovativo come la storia disponga le forze in campo. Invece che porre gli uomini in contrasto con l'artificiale sceglie infatti di creare un artificiale che sia molto umano e di avere diverse fazioni anche all'interno della razza umana (confermando che in qualsiasi contesto è sempre l'uomo il nemico peggiore, come la visione apocalittica di nuova generazione in stile The walking dead insegna). In questo modo Transcendence fa continuamente avanti e indietro tra quello che pensiamo di aspettarci e quel che effettivamente vediamo, fingendo di muoversi come un catastrofico di fantascienza tradizionale e poi finendo per somigliare più alla nuova fantascienza in stile Lei, cioè quella che non relega ai soli uomini il privilegio di avere uno spirito.


Scegliendo con buon occhio l'America dei deserti semidisabitati, punteggiati da minuscoli agglomerati di case basse che inquadrati dall'elicottero sembrano circuiti integrati, Pfister sembra ambire tanto ad un lato oscuro del film di Spike Jonze (non l'amore che tira fuori la parte migliore di noi ma quello che tira fuori la peggiore), quanto alle suggestioni della saga di Terminator, in cui il nulla quasi primitivo degli spazi americani è il set per un'apocalisse sempre da venire.


Che Pfister non stia dalla parte degli uomini è evidente già dalla recitazione desaturata di ogni emozione e dal conseguente tono gelido che ogni interazione umana sincera ha. Invece che dare calore ai computer, per avvicinarli all'umano, il regista sceglie di levarlo agli attori in carne ed ossa per dimostrare che se le macchine sono quel che temiamo forse noi non siamo troppo lontani da esse.


Purtroppo però Transcendence è troppo appassionato dalle possibilità fantastiche della propria storia per rimanere ancorato ad un contesto scientifico, esagera nell'immaginare e finisce per dipingere più che altro della magia superando qualsiasi futuristica plausibilità. Eppure è anche evidente come il suo obiettivo ultimo sia l'inganno del pubblico, tutto teso com'è a dimostrare che la paura della tecnologia e di ciò che non conosciamo (con la conseguente tendenza al pregiudizio) sia dentro ogni spettatore.

Così il presupposto con il quale il film si apre, cioè quello di un mondo futuro privo di qualsiasi tecnologia, diventa non tanto un ritorno alla reale umanità dopo l'ubriacatura tecnologica ma lo spauracchio dei disastri che le fobie umane producono.


Lei

Titolo originale Her, USA, 2013 dc (in Italia 2014 dc), commedia (io direi anche fantascienza), durata 126', regia di Spike Jonze

La scheda a firma di Gabriele Niola da www.mymovies.it

Theodore è impiegato di una compagnia che attraverso internet scrive lettere personali per conto di altri, un lavoro grottesco che esegue con grande abilità e a tratti con passione. Da quando si è lasciato con la ragazza che aveva sposato però non riesce a rifarsi una vita, pensa sempre a lei e si rifiuta di firmare le carte del divorzio. Quando una nuova generazione di sistemi operativi, animati da un'intelligenza artificiale sorprendentemente "umana", arriva sul mercato, Theodore comincia a sviluppare con essa, che si chiama Samantha (nome e sesso della voce sono fatti scegliere dall'acquirente, nota mia), una relazione complessa oltre ogni immaginazione.

A Spike Jonze interessano le più banali e comuni tra le sensazioni umane ma per arrivare a dar voce e corpo in maniera personale e addirittura "nuova" ai più antichi tra i temi trattati dall'arte (e dunque dal cinema) necessita sempre di passare per un elemento fantastico, l'inserimento di una sola implausibile stranezza per attivare meccanismi e percorsi nuovi.


In passato lo ha fatto con lo sceneggiatore Charlie Kaufman (che di questo è stato maestro) ora ci è arrivato con un film scritto autonomamente (e si nota un po' di fatica della sceneggiatura nel giungere alla conclusione), un'opera che attinge ai temi della fantascienza classica e li trasforma da obiettivo del film a suo mezzo. Il rapporto con le macchine non come spunto di riflessione ma come strumento per parlare d'altro.


Con il lusso di poter usare l'attrice più attraente del momento solo in audio, senza mai farla vedere (l'intelligenza artificiale parla per bocca di Scarlett Johansson), facendo in modo che sia il cervello dello spettatore a sollecitare il rinforzo positivo legato a quella voce, e appoggiandosi alla capacità superiore alla media di Joaquin Phoenix di "ascoltare", cioè di essere l'unico inquadrato in ogni conversazione significativa, volto emittente e ricevente di tutte le battute, Spike Jonze riesce a girare una storia d'amore al singolare, senza puntare il dito contro la tecnologia. Anzi.


Attraverso la sua versione estrema della società in cui viviamo (sembra ambientato 10 anni da oggi) Her supera la dicotomia classica della fantascienza tra spirito e materia, ovvero la lotta che in ogni uomo l'umanità compie per emergere e trionfare sul dominio imposto con o dalla tecnologia. Rifiutandosi di mettere in scena il rapporto che avevamo fino a qualche decennio fa con l'avanzamento tecnologico, Jonze arriva invece dalle parti di Wall-E, cioè in quel reame di storie in cui la lotta dello spirito per emergere è aiutata dalla tecnologia e non ostacolata. Non cosa la tecnologia rischi di farci ma chi siamo noi mentre ci guardiamo nel suo specchio.


Ridotto ai minimi termini infatti Her mette in scena il lungo processo attraverso il quale viene elaborata la fine di un amore: venire a patti con l'esigenza di andare avanti, lasciare il passato dietro di sè e voltare pagina attraverso esperienze estreme e grottesche. Questo modo di procedere consente al regista di piegare i generi, fondendo fantascienza e melodramma (ma non c'è dubbio che sia il secondo a prevalere) e dipingendo uno stile di vita e un universo animato dalla più evidente contingenza con il tempo presente. Non c'è un briciolo di fobia nella sua visione ma anzi l'amichevole presa in giro da parte di chi con le novità del presente ha un rapporto di confidenza.


Il risultato è che vedendo Her si ha l'impressione che solo in questa maniera sia possibile operare quell'indagine sull'attualità, tipica delle forme d'arte non ancora morte, quella che consente di scovare quali siano le pieghe in cui poter trovare il sentimentalismo oggi.

In time

Titolo originale In Time, USA, 2011 dc (in Italia 2014 dc), durata 109', regia di Andrew Niccol

La scheda di Marzia Gandolfi per
www.mymovies.it

Will Salas ha venticinque anni da tre anni e la volontà di resistere in un mondo in cui il tempo che resta da vivere è denaro. Nel futuro di Will uomini e donne sono geneticamente programmati per raggiungere i venticinque anni, età dopo la quale avranno diritto a un anno extra e a una vita affannata e consumata a guardare il proprio orologio biologico. Un timer digitale(sotto pelle sul braccio, nota mia) che segna ogni minuto, ora, giorno, mese, anno guadagnato lavorando o rubando. Figlio premuroso di una madre mai invecchiata, Will salva la vita a un uomo ricco di tempo che intuisce la sua nobiltà e lo ricambia con un secolo di vita. Un secolo che Will è deciso a investire, raggiungendo la Time Zone, dove i ricchi vivono blindati e a spese dei più miserabili, e sfidando l'ordine costituito.

Lo aiuterà imprevedibilmente nell'impresa una ricca ereditiera dai grandi occhi e il grande cuore, pronta a ipotecare l'immortalità e a 'spendere' finalmente la propria vita.

Dentro un mondo futuribile e una scansione rigorosa degli spazi (il dentro e il fuori, il sopra e il sotto), Andrew Niccol si interroga sul nostro esserci in un orizzonte di senso in cui l'uomo ha definitivamente cessato di essere natura per diventare merce, trattabile e scambiabile sul mercato della vita. Come Gattaca quindici anni prima, In Time abita una società che contempla due classi e mutua i 'validi' e i 'non validi' in 'immortali' e 'mortali'. La prima classe è quella degli eletti, la seconda è quella dei dominati, dove si producono inevitabilmente l'antidoto e la turbativa. Alla maniera di Ethan Hawke Justin Timberlake incarna l'impresa impossibile di un mortale che, destinato a una previsione di vita di pochi anni e poca speranza, si ribella al suo destino e a quello dei suoi simili attaccando letteralmente il cuore degli immortali. La sua inquietudine febbrile e il suo agire precipitoso, che contraddicono il muoversi flemmatico degli immortali, non mancano di colpire e far innamorare l'algida bellezza di Amanda Seyfried, che fa il paio con quella 'artificiale' di Uma Thurman.

L'ereditiera del tempo, figlia irrequieta del mad man Vincent Kartheiser, imparerà a frequentare i sentimenti e a trasformare la nostalgia della vita in vita tra le braccia di un eroe popolare e sotto un carré rosso, fissato e resistente all'acqua e alle fughe.

E se idealmente prossimo a Gattaca è pure il patto 'di sangue' tra il protagonista e un immortale che gli cederà generoso il secolo accumulato e il suo posto tra i privilegiati, In Time scarta la riflessione genetica a favore di quella socio-economica, muovendosi in quartieri abbandonati al loro destino di miseria endemica.

Niccol aggiorna il suo cinema alla crisi economica e alle logiche stringenti che si sono affermate nel mondo contemporaneo, focalizzando la sua attenzione sulle speculazioni e sul ridimensionamento del singolo davanti agli organismi di potere sempre più estesi e transnazionali. La teoria del film, come la sua materia, è manifestazione dell'umanesimo che resiste al culto del capitale e dell'accumulo 'temporale', misurando la disuguaglianza sociale. Il regista scrive, dirige e produce per questo un ribelle che insorge per rivendicare il valore dell'autodeterminazione politica degli individui e per manifestare il bene come forza materiale, fisica, determinante la vita, determinante per la vita.

Will è l'imprevisto che non si può impedire, è una corsa contro il tempo (ma per il tempo) che sfugge al controllo e ai controllori, è la peripezia dell'abbraccio, è un corpo abbracciato e da abbracciare per sentire finalmente il mondo nella propria carne.

La vita di Adele

Titolo originale  La vie d'Adèle (Chapitre 1 & 2), Francia, 2014 dc, durata 187', regia di Abfellatif Kechiche

Storia d'amore lesbico esplicita, poetica, carnale: a prova di moralista.

Dalla recensione di FilmTV.it:

Adele, una liceale di quindici anni, aspetta il grande amore e un giorno lo intravede in Thomas, giovane tenebroso ma cordiale. La loro però è una storia destinata a non essere vissuta a pieno: lo stesso giorno Adele ha incontrato anche una misteriosa ragazza dai capelli blu che ogni notte diventa protagonista dei suoi sogni e desideri più intimi. Rifiutando dapprima le esperienze oniriche, Adele prova a concedersi a Thomas ma si rende conto di non riuscire ad essere completamente sua e di provar attrazione per le ragazze. Grazie a un amico frequentatore dei locali gay della città, ha la possibilità di rintracciare la ragazza dai capelli blu e lasciarsi travolgere dal suo febbrile, caotico e passionale sentimento.

La vita di Adele
, quinto film del regista Abdellatif Kechiche, è un adattamento molto libero del fumetto francese La Blue est une couleur chaude (Il blu è un colore caldo) di Julie Maroch e racconta al tempo stesso la storia d'amore assoluto tra due donne (una con la vocazione per la pittura e una per l'insegnamento) e la storia di una ragazza che è poi diventata un'insegnante. È questa seconda sottotraccia che ha spinto il regista a voler lavorare sul fumetto per riprendere in mano una storia già da lui scritta subito dopo la realizzazione nel 2003 di La schivata e con al centro un'insegnante amante del teatro che vive sul lavoro le ripercussioni della sua vita privata.

È uno strutturalista, Kechiche, uno che di fronte ai nostri occhi mostra le gabbie, le prigioni in cui siamo rinchiusi. E La vita di Adele è, soprattutto, un film di attrici, di corpi che amano, godono, soffrono, un film di lacrime e sudore, bava muco e saliva, di lingue tese e tremanti, di bocche affamate, assetate d’acqua, vogliose d’umore. Un film che accumula primi piani nella lunga durata, nel CinemaScope, concedendo il tempo e lo spazio perché un volto, uno sguardo e un sospiro si facciano paesaggio interiore. Da un testo chiuso, politico, funereo, un film aperto ad abbracciare la vita, un commovente melodramma naturalista, qualcosa che diremmo “ritratto” se solo non fosse in movimento continuo. Un capolavoro, firmato dal più grande affabulatore realista del cinema d’oggi.

Noi credevamo

Titolo originale Noi credevamo, Italia/Francia, 2010 dc, durata 170', regia di Mario Martone

Un film che merita di essere visto perché, comunque, contrasta con il rivoltante e martellante nazionalismo-patriottismo di questi mesi (2010 dc) di celebrazione del 150° anniversario della cosiddetta "Unità" d'Italia.

La recensione di www.mymovies.it da parte di Giancarlo Zappoli

Tre ragazzi del sud (Domenico, Angelo e Salvatore) reagiscono alla pesante repressione borbonica dei moti del 1828 che ha coinvolto le loro famiglie affiliandosi alla Giovane Italia. Attraverso quattro episodi che li vedono a vario titolo coinvolti vengono ripercorse alcune vicende del processo che ha portato all'Unità d'Italia. A partire dall'arrivo nel circolo di Cristina Belgioioso a Parigi e al fallimento del tentativo di uccidere Carlo Alberto nonché all'insuccesso dei moti savoiardi del 1834. Questi eventi porteranno i tre a dividersi. Angelo e Domenico, di origine nobiliare, sceglieranno un percorso diverso da quello di Salvatore, popolano che verrà addirittura accusato da Angelo (ormai votato all'azione violenta ed esemplare) di essere un traditore della causa. Sarà con lo sguardo di Domenico che osserveremo gli esiti di quel processo storico che chiamiamo Risorgimento.

Assistendo al lungo film di Martone che ha l'andamento classico di quelli che un tempo si chiamavano sceneggiati televisivi (senza che in questa annotazione ci sia alcunché di riduttivo) si ha la sensazione di un deja vu. Perché il cinema italiano non scopre certo con Noi credevamo i lati oscuri e le contraddizioni del Risorgimento. Chi ricorda opere come Allonsanfan, Quanto è bello lu murire acciso o Bronte sa che in materia ci si è già espressi con opere di assoluto vigore. È però vero che l'occasione del centocinquantenario dell'Unità d'Italia e il revisionismo storico dominante (che vede il Risorgimento come una sciagura per il Nord) quasi impongono una rivisitazione del tema che Martone mette in scena con accuratezza filologica (anche se restano misteriose alcune strutture in cemento armato) e con un'attenzione iconografica da sussidiario degli anni Sessanta (con un Mazzini già vecchio nel 1830 quando aveva venticinque anni). L'idea di seguire le vicende (in parte storiche e in parte frutto di immaginazione) dei tre protagonisti che accompagnano lo spettatore nella non semplice articolazione delle posizioni che vedevano contrapposti i fautori dell'unità può senz'altro essere efficace se distribuita televisivamente in due serate.

Lo è meno se si pensa a un'opera della durata di tre ore e mezza circa (nota mia: questa è l'originaria durata del film). Perché si finisce con il disperdersi nella pur acuta e documentata ricostruzione. Resta comunque viva, oltre alla consapevolezza di trovarsi dinanzi a un'opera non di occasione e sicuramente non celebrativa, la sensazione di una coazione a ripetere della politica italiana.

Oltre alla divisione in due fronti (all'epoca repubblicani e monarchici con tanto di trasmigrazioni da un fronte all'altro) emerge con assoluta chiarezza la quasi genetica incapacità a fare fronte comune, la spinta inarrestabile a dividersi a diffidare gli uni degli altri all'interno dello stesso schieramento. La lettura con uno sguardo che ha origine al sud ribalta poi le tesi leghiste senza essere nostalgica della dominazione borbonica ma non nascondendosi le problematiche lasciate irrisolte da una fase storica di cui il popolo, come spesso accade, ha finito con l'essere più spettatore o oggetto che non protagonista in grado di decidere del proprio futuro. Il Parlamento vuoto in cui un determinato e non conciliante Crispi pronuncia il suo discorso marca simbolicamente la morte di un'utopia.

I ragazzi stanno bene

Titolo originale The kids are all right, USA, 2010, commedia, durata 106', regia di Lisa Cholodenko.

La recensione di www.filmtv.it da parte di Andrea Fornasiero

Famiglia lesbica sì, ma non allargata e dunque quasi tradizionale. In I ragazzi stanno bene emergono infatti i limiti del film a tesi, dove (Nota mia: nel quale, o in cui) per dimostrare che la coppia lesbica funziona il padre biologico può essere solo un immaturo, la cui vicinanza alla famiglia risulta distruttiva. La Bening è Nic, una madre in carriera, e la Moore è Jules, che stenta a trovare un’attività redditizia, la prima è più fredda e la seconda più affettuosa. Anche i figli seguono modelli consolidati, con la ragazza diligente negli studi e inibita nelle relazioni, mentre il ragazzo è un po’ ribelle ma ha un cuore d’oro. Infine Paul, il padre biologico interpretato da Ruffalo, è fissato con le coltivazioni per l’appunto biologiche del suo ristorante, va in moto e si gode la vita ma quando cerca di essere responsabile rovina tutto. Mamma e mamma, pur tra nevrosi e insicurezze, sono buoni genitori, benestanti, un po’ chic e senza alcun bisogno di terzi incomodi, tanto meno se maschi. Infatti Jules licenzia senza troppi problemi anche l’uomo di fatica messicano, colpevole solo di un sorriso di troppo. Se pur l’impianto si rivela a poco a poco scontato, l’ironia e l’affiatamento degli interpreti – tanto le tre star quanto il giovane Hutcherson e soprattutto la talentuosa Wasikowska – creano una complicità cui è davvero difficile resistere.

Recensione troppo critica, per i miei gusti: il film è godibilissimo e, semmai, andrebbe consigliato ai moralisti nostrani: chissà che un barlume di luce li illumini, non tanto dal loro inesistente dio ma dallo schermo illuminato da questo film!

Da sinistra: Annette Bening e Julianne Moore

Ecco invece l'opinabilissima recensione di www.cinematografo.it a firma di Gianluca Arnone, che non commento a mia volta solo per pudore...

Julianne Moore e Annette Bening sposano la causa della diversità: ma nozze e film sono convenzionali

Quattro nomination che erano francamente incomprensibili. Fortuna che l’Academy non si sia lasciata infinocchiare dai furbi propositi alla base de I ragazzi stanno bene: normalizzare il cinema camp già a partire dalla confezione. Ipso facto, il senso dell’operazione è racchiuso più nella cornice che nel quadro. La Cholodenko non vuole solo regalare la scena a coppie omo-sposate, figli della banca del seme e inseminatori artificiali, ma ripulirla da eccessi, camuffamenti e ricami gay-pride.

Fuori Almodovar, dentro una poetica indifferente alla differenza, condotta secondo schemi convenzionali, nel travestimento del queer in soap per famiglie. Scelta che frutta solo uno spot radical-chic nascosto sotto cumuli di ovvietà, bric-à-brac psicologici, tempeste ormonali e crisi di coppia.

Anche il cast non giova alla causa: Julianne Moore e Annette Bening sono troppo etero-connotate, i ragazzi - Wasikowska e Hutcherson - fanno presenza, Mark Ruffalo è un personaggio irrisolto e un attore continuamente a disagio. Soffre come gli altri di una terrificante afasia di linguaggio, come se la famiglia dove si può dire tutto e dirlo apertamente, finisse per non avere più nulla da dire. È in fondo la stessa sindrome di cui è affetto il film.

Il discorso del Re

Titolo originale The King's speech, Gran Bretagna/Australia, 2010 dc, storico, durata 111', regia di Tom Hooper

La recensione di www.film.tv da parte di Pietro Lanci

In una Londra surreale, a cavallo tra gli anni 20 e 30, Albert (Colin Firth), secondogenito balbuziente del Re Giorgio V, è portato dalla moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter) in visita dal logopedista Lionel Logue (Geoffrey Rush). Logue pretende subito il “tu” dal reale, e lo sottopone a una cura che attinge al laboratorio teatrale quanto alla seduta psicanalitica. I loro scambi in punta di fioretto riscrivono l’episodio di Davide e Golia in chiave di spettacolare, spassoso conflitto di classe, con qualche eco shakespeariana: Logue, attore mancato per eccessiva enfasi, insegna al Duca di York come superare l’incubo di parlare in pubblico. Permettendogli di salire sul trono, dopo l’abdicazione del fratello maggiore David (Guy Pearce) per troppo amore di Wallis Simpson. Firth introietta l’horror vacui e riproduce a meraviglia quella rigidità affettata del suo personaggio che l’inglese chiama stiffness. Rush è alla pari: colossale. Inutile dirlo, il film va visto, ove possibile, non doppiato. In origine testo teatrale, Il discorso del Re sfrutta il MacGuffin psicofisico della disarticolazione verbale per raccontare il rapporto tra il Paese colono e l’Impero per cui sacrifica i propri figli in guerra. E dimostra come aneddoti nascosti nelle pieghe della Storia possano elevarsi alla potenza dell’epica, se narrati con perizia e ritmo. Il merito è dello sceneggiatore David Seidler (Tucker. Un uomo e il suo sogno di Francis Ford Coppola), che ha sofferto di balbuzie, e del talentuoso regista Tom Hooper, figlio di madre australiana e padre inglese, pluripremiato per la serie in costume John Adams, con la quale ha perfezionato un’economia di messa in scena e drammaturgia. Se solo Hollywood rivedesse il budget per gli effetti (qui non ci sono scene di massa perché non se ne sente il bisogno), scritturasse più Seidler e credesse in ogni caratterista (Timothy Spall e Derek Jacobi brillano)! L’unico anacronismo è fuori dallo schermo: sul film negli Usa pesa un ridicolo divieto per via di qualche «Fuck!». Per di più, detto a gioioso scopo terapeutico.

Invictus

Titolo originale identico, USA, 2009 dc, durata 133', regia di Clint Eastwood.

Il film è molto bello e molto ben fatto, come sempre ormai ci ha abituato il grande Clint. Non sono d'accordo col pensiero di Mandela riguardo all'atteggiamento da lui assunto nei suoi 27 anni di carcere, ovvero la poesia di William Ernest Henley che finisce con le parole Son Io il signore del mio destino. Son Io il capitano dell'anima mia, in quanto troppo semplice (basta essere indomiti e forti, fosse facile per tutti!), e perché parla (ancora!) di "anima", e nei riguardi dello sport come fattore di cambiamento e di unità del popolo "come poche altre cose fanno", in quanto per me tale fenomeno (il tifo sportivo) rimane irrazionalità di massa: che possa, nell'occasione, avere funzionato come collante delle parti avverse in nome, tra l'altro, del nazionalismo non può che farmi ribadire ancora di più l'assurdità e l'irrazionalità del fenomeno in sé.

Ecco la recensione di www.filmtv.it a firma di Mariuccia Ciotta:

Le note del piano come gocce di pioggia segnalano la presenza di Clint Eastwood, che avrebbe scelto per sé il ruolo di Mandela, e quello di Charlie Parker in Bird. Perché Invictus. L’invincibile, al di là del Sudafrica liberato, e della leggendaria partita di rugby contro i guerrieri maori All Blacks, gira tutto intorno a lui, al regista di Lettere da Iwo Jima, al “revenant”, il fantasma che torna a fare giustizia, a riconciliare i nemici. Più che a un altro film “sportivo”, Million Dollar Baby, Invictus. L’invincibile assomiglia a Gran Torino, dove il vecchio, amaro razzista che in Corea uccise i “musi gialli” si innamora di un ragazzino dagli occhi a mandorla, il vicino di casa, tormento e rivelazione, e per salvarlo si fa martire. Così Mandela, salvato dalla poesia di William Ernest Henley, che dà il titolo al film, libero dopo 27 anni di carcere, sa che per vincere è necessario essere migliori dell’avversario. Per allontanare gli incubi e andare in meta bisogna sorprendere, conoscere bene il proprio carnefice e disorientarlo. La canzone 9.000 Days su musica di Clint e parole di Dina, sua moglie, si intreccia con le composizioni del figlio Kyle e con l’Inno degli Springboks, la squadra nazionale sudafricana, boicottata in tutto il mondo nell’era dell’apartheid, e fischiata dal 90% dei sudafricani. Presidente Mandela, il team, simbolo della segregazione, rischia lo scioglimento. Ma, contro tutti, il leader nero scommette sulla squadra senza più chance, perdente contro la nazionale inglese, destinata alla sconfitta nella Coppa del Mondo 1995. «Io sono capitano della mia anima», i versi del poeta accompagnano la grande impresa, ritrovare l’unità di un popolo diviso in un campo di rugby, perché «lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, ha il potere di unire il popolo, come poche altre cose fanno». Così Mandela, materializzato nei gesti soavi da Morgan Freeman, l’attore militante e amico che ha proposto a Clint Eastwood il progetto (tratto dal libro di John Carlin Playing the Enemy), attraversa il film tra l’entusiasmo dei neri e il rifiuto dei bianchi, la minoranza che aspetta la vendetta. Allenatore appassionato, gettato nella mischia degli Springboks capitanati dal biondissimo Francois Pienaar (Matt Damon) Eastwood coniuga il film d’azione con l’atmosfera rarefatta, il rigore fordiano, la leggerezza di tocco. Una specie di incantamento, di chi osserva con devozione l’anziano Mandela, il gentile presidente che impara a memoria i nomi dei giocatori, e indossa maglietta e cappello della squadra, spedita a giocare nei ghetti black, tra le baracche di lamiere, la polvere e i ragazzini urlanti dietro l’unico giocatore nero. Nessuno ci crede, neppure le guardie del corpo, costrette a condividere la scorta del presidente con un gruppo di afrikaner dalla faccia minacciosa. Mandela pazientemente convince tutti i suoi collaboratori riluttanti che si tratta di un calcolo politico, che se gli Springboks vinceranno, vincerà il nuovo Sudafrica. Ma non è vero. Al Mandela di Eastwood piace il capitano Francois, e non c’è nulla di più delizioso per lui che vedere la trasformazione dello sguardo “nemico” quando si posa sulla cella dove fu rinchiuso per una vita, quando i fantasmi dell’apartheid, uomini neri ai lavori forzati, turbano il bianco giocatore di rugby. Nel tour de force verso la finale, Mandela, impegnato in incontri internazionali estenuanti, trova sempre il momento per il team verde e oro, colori che andranno a comporre la “nazione arcobaleno”. E nel frastuono dei campi, nell’urlo dei tifosi, nella violenza del gioco, Clint mantiene una traccia sottovoce, si ferma, chiama il silenzio, la penombra, inquadra dettagli, e insieme a Mandela si rivolge ai guardiaspalle, alle cameriere, agli “invisibili”, non solo ai campioni. C’è proprio Clint Eastwood seduto in tribuna accanto al presidente sudafricano, distratto da un bambino smilzo con una borsa in spalla. Il piccolo fende la folla - intanto l’azione degli Springboks travolge i neozelandesi - e si avvicina a una macchina della polizia, gli agenti lo cacciano con la brutalità di un tempo. E mentre i punti si accumulano sul cartellone dello stadio, il ragazzino si ritrova insieme ai due tifosi afrikaner, esultante, a sentire la radio a tutto volume. La vittoria sarà lì, fuori campo, nel corpicino nero sollevato in trionfo dai due giganti bianchi. Più prezioso della coppa d’oro.

2012

Titolo originale identico, USA, 2009 dc, Fantascienza, durata 158', regia di Roland Emmerich

La recensione di www.filmtv.it , tutto sommato condivisibile, di questo film da cui anch'io mi aspettavo di più: in termini di distruzione, di intreccio, di credibilità pur nell'assunto fantascientifico:

Non è che ci si aspettasse un’opera di fine regia e raffinati tratteggi psicologici, né da Emmerich né dal genere catastrofico, ma 2012 delude anche dal punto di vista spettacolare. Innanzitutto l’introduzione si prende (e perde) molto tempo per chiarire il bizzarro assunto del film ossia: il pianeta si sta surriscaldando dall’interno, come l’avessero cotto al microonde. Chi si aspettava qualche affascinante ricerca sulla mitologia e i vaticini Maya rimarrà a bocca asciutta. Quando, finalmente, iniziano le catastrofi le cose si movimentano e la limousine di John Cusack, con sorprendente manovrabilità e tenuta di strada, fa lo slalom tra palazzi che collassano e baratri che si aprono sul terreno. Bene, ridicola ma esilarante è una sequenza che funziona. Non per questo era il caso di ripeterla ben quattro volte: una con un camper, due con un piccolo velivolo e poi ancora con un grande aeroplano. Certo aumenta la vastità della distruzione, ma è tutto tanto virtuale e inconsistente da non fare differenza. Rimarrà poi deluso pure chi si aspettava una certa varietà di catastrofi naturali. Vediamo: c’è un’abbagliante eruzione vulcanica, numerosissimi terremoti, uno tsunami fatto di fretta, ma nessuna tempesta, tornado, incendio, glaciazione, onda magnetica o meteora dal cielo. Meglio tacere dell’intreccio, con il padre single che inevitabilmente deve riunirsi alla famiglia, i cattivi (tutti curiosamente grassi) puniti o sconfitti e i cagnolini destinati a salvarsi contro ogni probabilità. In più si avverte la presenza di direttive di produzione volte a un politically correct di scala globale: i leader europei sono buoni, il premier italiano è pio (ma almeno non è più Berlusconi!), i cinesi sono lavoratori e ingegneri fenomenali ma, per cerchiobottismo, i tibetani sono santi o eroi. È curioso come il presidente americano nero, nobilissimo, abbia il destino segnato da una portaerei: vi si potrebbe leggere un bisogno di espiare i mali dei recenti governi americani, ma un film tanto didascalico e prevedibile davvero non giustifica simili voli ermeneutici.

Andrea Fornasiero

Basta che funzioni

Titolo originale Whatever works, Francia/USA, 2009, Commedia, durata 92', regia di Woody Allen

La recensione di http://film.35mm.it per un film che finalmente mi ha fatto ridere (ma non solo) come un tempo vedendo i film di questo grande maestro. Ho scelto questa recensione perché è la meno discutibile delle tre che ho letto nel web (anche perché, in effetti, si limita a raccontarne la trama senza addentrarsi in discutibili valutazioni critiche, come spesso capita di leggere...).

Attenzione: viene svelato il finale!

Dopo aver fallito professionalmente, come marito e dopo un tentativo di suicidio, il re dei brontoloni Boris Yellnikoff, trascorre le giornate irritando gli amici che ancora gli restano  con le sue lunghissime tiritere sull’inutilità del tutto. Ex professore alla Columbia University, autoproclamatosi genio candidato al premio Nobel per la Meccanica Quantistica, una notte mentre sta per rientrare nel suo appartamento viene avvicinato da una giovane fuggiasca, Melody St. Ann Celestine, che lo prega di lasciarla entrare nel suo appartamento. Melody è un’ingenua ragazza del Mississippi, che prende alla lettera ogni commento sarcastico fatto da Boris che per aiutarla non fa che ripeterle che è solo una stupida ragazzina senza cervello, troppo fragile per vivere a New York. Ciononostante acconsente a farla restare per qualche notte. Col passare dei giorni però, Melody si sistema e anzi riesce addirittura a calmare Boris durante uno dei suoi soliti attacchi di panico invitandolo a guardare con lei un film di Fred Astaire alla televisione. Ascoltando Melody, Boris comincia a considerare positivamente e inaspettatamente il fattore fortuna, e a valutare la pur scarsa probabilità che le strade di due persone così diverse possano invece incrociarsi. E' l'inizio di una serie di intrecci sentimentali che coinvolgeranno persino la puritana madre della ragazza, venuta a New York per cercarla...

Boris decide di capitolare e sposa Melody, affascinato dalla sua semplicità. Intanto la madre si scopre artista libertina e il padre, corso a New York per salvare la figlia ed implorare il perdono della moglie, accetta finalmente la propria omosessualità. Melody intanto ha ceduto, a sua volta, alla corte del giovane fascinoso Randy, presentatole insistentemente dalla madre. Boris tentando l'ennesimo suicidio però finisce col cadere su una ignara passante, Helena, con la quale finisce per legarsi. Tutti insieme festeggiano il capodanno e salutano il pubblico, interlocutore del nostro protagonista in tutto il film, inneggiando a caso e libertà.

Altro che storie, questo è un grande Woody Allen, la filosofia esacerbata, cinica, tronfia e sprezzante del protagonista mi ha suscitato simpatia, anche ovviamente per il suo ateismo non dichiarato apertamente ma fatto filtrare tra battute al vetriolo e considerazioni sull'umanità molto ma molto corrosive....Anche la sua gigantesca considerazione di sé ed il disprezzo offensivo riservato persino ai bambini oggettivamente poco dotati a cui insegna, a pagamento, a giocare a scacchi si stemperano, nel finale, in cui accetta la vita, il caso e la fortuna, e l'aumentata compagnia dei suoi amici, finalmente con serenità ed il sorriso sulle labbra, anche se il disincanto ed il pessimismo originario restano (come è giusto che sia).

Religiolus

La locandina italiana del film. Immagine dal web

Titolo originale Religulous, USA, 2008 dc, documentario, durata 101', regia di Larry Charles

Con Bill Maher, Steve Burg, George W. Bush, Kirk Cameron, George Coyne, Tom Cruise.

Film recentissimo (da noi), uscito nelle sale milanesi il 13 Febbraio 2009 dc, ha suscitato vaste polemiche e le reazioni come di consueto fanatiche e censorie dei soliti credini (loro sì, come al solito, intolleranti!) che, addirittura, in alcune località hanno fatto stampare fascette con la scritta "ateo no" e "vergogna" e le hanno attaccate sui manifesti del film.

Ma la censura ha colpito il titolo stesso del film che, originalmente fondeva in un neologismo il termine religious, religioso, con ridiculous, ridicolo....Così ora il titolo è diventato argomento di fraintendimento per i non molto pratici dell'inglese, che lo traducono in religioso non accorgendosi che il termine inglese è comunque errato: testimonio personalmente per avere sentito discussioni e affermazioni del genere ieri, 17 febbraio 2009 dc, prima e dopo la proiezione.

Tra le recensioni del film comparse nei siti on line che si occupano di cinema la più equilibrata e corretta, secondo la mia opinione, è quella di www.filmtv.it :

Bill Maher, autore e presentatore di alcuni talk show "politicamente scorretti" negli Stati Uniti, intervista personaggi di rilievo e credenti comuni sull'esistenza di Dio e sulla reale utilità e importanza delle religioni organizzate mettendo in rilievo, con il suo tipico sarcasmo, gli aspetti più grotteschi e controversi di ogni credenza.

Film geniale, che si scaglia contro falsi miti e fanatismi, dai monoteismi imperanti e imperialisti alle religioni fai da te di sette, Gesù e San Paolo redivivi, rabbini antisemiti. Un doc intelligente, rigoroso e sferzante. In cui si sorride con rabbia, rispetto e incredulità.

Ecco l'articolo e l'intervista su la Repubblica del 12 Febbraio 2009 dc (correzioni e commenti in rosso sono miei):

Intervista a Bill Maher, attore e ideatore del documentario-inchiesta sulle fedi monoteiste
In sala da domani. "Voglio mostrare la violenza dei fondamentalisti di ogni fede"

"Religiolus" contro tutti i fanatismi
"Usate la ragione, non la religione"

"Gli attacchi delle chiese? C'è tanta gente che mi ringrazia per quello che dico"

di Silvia Bizio

Los Angeles - "Smettete di credere o ne soffrirete le conseguenze". Ecco la sintesi di un film-documentario divertente e tosto come Religiolus, che in Italia arriva domani, distribuito in 30 copie dalla Eagle Pictures. Diretto dal regista di Borat, Larry Charles, concepito e interpretato da Bill Maher, noto comico televisivo americano, il film è un'allegra inchiesta tra gli aspetti più controversi, inquietanti e talora ridicoli (da cui il titolo) delle tre religioni monoteiste, cristiana, ebraica e musulmana. L'obbedienza al dogma religioso, il fanatismo sono da anni bersaglio dei talk-show tv di Maher, da Politically Incorrect all'attuale Real time with Bill Maher. "Nel film mi premeva affrontare la demistificazione del tabù religioso - spiega Maher, 52 anni - Parlare di un argomento delicato, per molti addirittura incendiario, facendo al tempo stesso ridere".

Con Religiolus, Maher conduce lo spettatore dal cuore puritano dell'America "redneck" alla libertaria Amsterdam (turbata oggi da nuovi conflitti etnico-religiosi), dalla Terra Santa al Vaticano, intrattenendo conversazioni, spesso ilari, con seguaci di ogni fede e mettendo in discussione qualsiasi "prova" dell'esistenza di Dio, toccando anche temi come l'omosessualità. "C'è un prete - racconta Maher - che per mezz'ora ha proclamato davanti alla cinepresa l'inesistenza dell'omosessualità e poi confessa la propria tendenza sessuale...".

Maher, cosa spera di fare con un film come Religiolus?

"Voglio dimostrare che la religione è nociva alla società e potenzialmente in grado distruggere la nostra civiltà. Io spero che questo film possa sortire un effetto pari se non maggiore di quanto abbia avuto sull'ambiente Una verità scomoda di Al Gore. Spero solo che possa stimolare un dibattito civile e ragionevole".

Nel film lei dichiara esplicitamente che l'Islam è strettamente connesso alla violenza fondamentalista.

"Sì, ma spero che qualcosa possa cambiare in futuro. L'Islam si trova oggi dove il Cristianesimo si trovava nel 1400, quando cominciò gioco forza ad aprirsi e illuminarsi".

Teme che il film possa renderla bersaglio di attacchi da parte degli integralisti?

"Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio. Ma non crediate che tutti ce l'abbiano con me: c'è un sacco di gente che mi ringrazia per quello che dico. Basterebbe che gli agnostici (gli atei no?) si organizzassero un po' meglio, come fanno i religiosi" (Verrebbe da dire parole sante...).

Lei ha realizzato Religiolus prima delle elezioni presidenziali Usa. È cambiato qualcosa?

"Il cambiamento epocale che tutti ci aspettiamo dal presidente Obama deve ancora avvenire. Detto questo, la tematica religiosa e il concetto di fede sono sempre attuali. Il fanatismo dogmatico non è mutato di una virgola da secoli e la tentazione fondamentalista sembra più forte che mai. Per me nessun fondamentalismo è migliore dell'altro: sono tutti aberranti".

Lei è ateo?

"Preferisco definirmi un realista. Sono figlio di un padre cattolico e di una madre ebrea, ma resto convinto che ai fenomeni della natura ci debba pensare la scienza, non la religione".

Anche col film lei sembra dire che il fondamentalismo avanza in America e nel mondo. Conferma?

"Certo. Mi fa ancora paura pensare che noi americani siamo stati guidati per otto anni da un presidente anti-intellettuale, anti-scientifico, maniaco di Gesù Cristo, che ci ha condotti in una palude putrida e stagnante. La separazione tra Stato e Chiesa promulgata dai nostri padri fondatori s'è persa per strada. E quanti altri Paesi si trovano in situazioni simili? Il mio monito è soprattutto ai governanti: ricominciante di nuovo a governare con la ragione. Non con la religione".

(12 febbraio 2009)

Ultimatum alla Terra

Titolo originale The day the Earth stood still USA, 2008 dc, fantascienza, durata 103', regia di Scott Derrickson
Con Keanu Rives, Jennifer Connelly

La recensione di FilmTV www.filmtv.it :

Un alieno giunge sulla Terra, portando con sé un messaggio di pace e intimando la distruzione di tutte le armi, ma l'accoglienza non è quella che ci si può aspettare e le cose rischiano di mettersi molto, molto male.

Remake del classico film omonimo del 1951 di Robert Wise. Ultimatum alla Terra secondo Derrickson non aggiunge niente alla sceneggiatura originale di Edmund North anche se David Scarpa ha riscritto il tutto. Di Klaatu, messianico ambasciatore galattico, si accentua il tratto cristologico in linea con certo spiritualismo new age, mentre Gort, identico nel look ma dotato di un sensore video stile Cylon, subisce l’inevitabile lifting digitale.

La mia:

Grande pubblicità, grande attesa...grande delusione. Io mi ero detto "se mi piace lo vedo ancora", ora mi dico "una basta e avanza". Il film è noioso (in confronto il film degli anni '50 è un documentario su Indianapolis), non aggiunge nulla al primo film anzi aggiunge, al posto dei dischi volanti "classici", queste strane ed improbabili sfere. Non muore quasi nessuno, il robot, inutilmente ingigantito, ha un ruolo ancora minore, e non c'è nessun rinnovamento della storia. Vengono minacciati sfracelli, quel poco che succede avviene in una città evacuata, ci saranno una decina di vittime si e no. Nel primo film il tema era la guerra, in questo l'ecologia: è vero che io sono un catastrofista e avrei voluto la distruzione pressoché totale dell'umanità, ma questo film è di un buonismo disarmante. No, non ci siamo, non ci siamo proprio.

Jàdawin di Atheia

Io sono leggenda

Titolo originale I am legend, USA, 2007 dc, fantascienza, durata 101', regia di Francis Lawrence, con Will Smith

Grande attesa per questo film, con un interessante soggetto catastrofico, nel quale la distruzione è causata da un virus creato per curare il cancro ma che degenera e trasforma, dilagando tra la gente anche per via aerea, la popolazione in un incrocio tra vampiri e zombie. A parte Will "Orecchie a paletta" Smith, che nonostante l'antipatia che provo per lui da Independence Day regge alla grande la parte di quasi assoluto protagonista, il solito finale consolatorio e patriottico delude alquanto. Era stato girato un altro finale, tutto sommato migliore: cercare nel web per credere...

La recensione da www.filmtv.it :

Dal celebre romanzo di Matheson una New York senza occhi che cerca la propria immagine

Robert Neville è l’ultimo uomo sulla terra. Un virus mutante ha abbattuto la popolazione mondiale e gli infetti che sopravvivono subiscono una mostruosa metamorfosi: creature che ibridano il vampiro e lo zombi, si aggirano di notte a caccia di sangue fresco. Robert esce di casa la mattina, si procaccia il cibo cacciando cervi nelle strade di New York e lancia messaggi radio. Al tramonto si barrica in casa, aspettando che si plachino le grida di un’umanità bestiale, affamata e rabbiosa. New York si adagia nella sua apocalisse silenziosa, e piano piano si arrende al deserto. Tratto dal celeberrimo romanzo di Richard Matheson, il film diretto da Francis Lawrence (alla sua seconda regia dopo Constantine) racconta bene una città senza occhi che cerca disperata la propria immagine e la solitudine alienante di un uomo. Purtroppo il film non si assume fino in fondo le proprie responsabilità e abdica al misticismo consolatorio di chi non ha argomenti migliori: il problema è sempre quello della (ri)nascita di una nazione, con l’aiuto di Dio. Non siamo dalle parti di 28 giorni dopo. Piuttosto ci tocca la retorica patriottica alla Kevin Costner; quello di L’uomo del giorno dopo, per intenderci.

Silvia Colombo

Changeling

Titolo originale identico, USA, 2008 dc, Giallo, durata 141', regia di Clint Eastwood
Con Angelina Jolie, John Malkovich, Michael Kelly, Jeffrey Donovan, Jason Butler Harner, Devon Conti, Eddie Alderson, Gabriel Schwalenstocker, Jason Ciok, Kevin Glikmann, Anthony Giangrande

La recensione di FilmTv http://www.filmtv.it/ :

Torna il vecchio Clint vestendo i panni di regista, ancora con un film drammatico che ha per protagonista una donna (Angelina Jolie) e una sua battaglia.

Los Angeles, 1928. Christine, che vive in un sobborgo, lascia come tutte la mattine suo figlio Walter a scuola per recarsi al lavoro. Il bambino viene rapito ma l'accorata preghiera della madre perché i rapitori glielo restituiscano viene ascoltata e, dopo alcuni mesi, il piccolo torna a casa. Frastornata dalle emozioni e dalla folla di poliziotti e giornalisti, accoglie il bambino nella sua casa. Ma in cuor suo sa perfettamente che quello che è tornato non è suo figlio. La polizia, i media e l'opinione pubblica non le danno però retta. Inizia quindi un battaglia per far emergere la verità, con l'aiuto di un attivista - il reverendo Briegleb -, ma incontrando una grande resistenza del sistema.

Anche questo film, che cammina con il passo fermo e silenzioso dell’ultimo Eastwood uguale a quello di Henry Fonda in un film di John Ford, è un asciutto e desolante capitolo di ammissione d’impotenza nei confronti dell’intransigenza del fato e dell’ingiustizia. Forse il migliore di Angelina Jolie. Disperata, coriacea e affusolata come un cipresso o una stalattite, alterna immensità della sofferenza e feroce determinazione rievocando attrici del calibro di Barbara Stanwyck o Joan Crawford.

La recensione di MyMovies http://www.mymovies.it/ :

Los Angeles, marzo 1928. In una mattinata di sabato Christine Collins, una giovane donna che lavora in un centralino, lascia a casa da solo il giudizioso figlio Walter che ha avuto da un uomo che li ha abbandonati. Al ritorno dal lavoro fa una terribile scoperta: il bambino non c'è più e di lui si è persa ogni traccia. Finché, 5 mesi dopo, la polizia locale che non gode di buona reputazione, sembra aver risolto il caso. Consegna infatti a Christine un bambino che dice di esser Walter e che un po' gli assomiglia. La madre è però certa che non si tratti di suo figlio ed è supportata in questo anche da altre persone che lo conoscevano bene, a partire dalla maestra. Le autorità di polizia, sostenute da un'opinione pubblica desiderosa di rassicuranti lieto fine, insistono nella loro versione fino a decidere di internare Christine attribuendole disturbi mentali che l'avrebbero spinta a non riconoscere nel sedicente Walter il proprio figlio. Christine però non si arrende e, sostenuta dal reverendo Guistav Briegleb, continua a lottare perché le ricerche di Walter continuino.

La sinossi che avete appena letto sembrerebbe essere il frutto della creatività di un buon sceneggiatore di Hollywood invece si tratta della pura e semplice realtà. Una realtà che lo sceneggiatore J. Michael Straczynski ha riportato in luce grazie alla segnalazione di un amico che lo ha informato che numerose carte processuali di cause tenutesi negli anni Venti a Los Angeles stavano per andare al macero e che, tra queste, c'erano gli atti di un processo che avrebbe potuto interessargli.

Così la vicenda della lavoratrice Christine Collins in lotta contro l'arroganza di una polizia corrotta ed incapace può inscriversi come nuovo ritratto nella lunga serie di figure alla ricerca di giustizia che il cinema americano ha portato sullo schermo. Il nobile cavaliere Clint Eastwood non poteva non interessarsi a una simile vicenda. Essa contiene numerosi elementi che costituiscono la base dell'etica eastwoodiana: l'individuo solo contro il Potere corrotto, l'infanzia segnata da traumi irreparabili, il rapporto tra il sistema sanitario e i pazienti/oggetto, la pena di morte.

Senza aver bisogno di citare il relativamente recente Mystic River basta andare con la memoria a Un mondo perfetto per avere la prova di come le sofferenze inflitte ai più piccoli stiano da tempo a cuore al regista. In questa occasione il repubblicano Clint sembra però voler lavorare su un doppio registro. Da un lato narra l'impari lotta dell'individuo nei confronti di un potere che si arroga qualsiasi diritto di limitazione delle libertà in nome di presunte esigenze di sicurezza (e qui le misure adottate dall'amministrazione Bush non possono non venire in mente). Dall'altro, dopo una cruda e significativa sequenza sull'esecuzione di un serial killer, sembra aver desiderio di rileggere i sentimenti e i legami familiari con uno sguardo che ha bisogno di rivolgersi a un passato in cui l'imperitura arroganza del Potere poteva vedersi contrastare da una solidarietà popolare e da una determinazione nella ricerca della verità che oggi sembrano essersi drasticamente ridimensionate. Clint non smette di ricordarci che i diritti individuali non devono 'mai' venire calpestati. Lo fa, in questa occasione, riuscendo anche a commuoverci.

di Giancarlo Zappoli

The Passion (il titolo in italiano è “La passione di Cristo”). Questa è l'e-mail critica che ha inviato ad Atheia l'amico Lucio Garofalo il 5 Maggio 2006 dc:

UN FILM ORRENDO

Ho visto il film di Mel Gibson, “The Passion” (il titolo in italiano è “La passione di Cristo”) mandato in onda su RAI 1 la sera di Pasqua, addirittura in prima serata.

Francamente ho assistito ad un film inguardabile, eccessivamente truculento e vomitevole.

Un film da vietare, in quanto è in grado di atterrire e inorridire persino il più feroce serial killer. Eppure è stato trasmesso in televisione, su una rete pubblica, esattamente sul primo canale nazionale, in una fascia oraria che viene abitualmente classificata come “protetta” per i minori.

La mia riflessione non è mossa da un proposito bigotto e farisaico, degno di un baciapile, anzi.

A scanso di equivoci preciso subito che non amo per nulla la censura, al contrario la detesto e sono ostile ad ogni forma di censura e divieto, di ispirazione politica, ideologica, religiosa, tranne la censura fondata su autentici e rigorosi giudizi di ordine estetico ed artistico.

Ebbene, proprio in virtù di motivazioni estetiche confesso di essere stato nauseato dal film di Mel Gibson, un autore/attore che critico soprattutto per il suo pessimo gusto, oltre che per il suo insopportabile integralismo religioso e per il suo fanatismo antisemita che è fin troppo palese. Inoltre, non si può ignorare che il signor Gibson, prima di tentare la fortuna come regista, si è affermato sulla scena dello starsistem hollywoodiano come attore protagonista di film il cui tasso di violenza e raccapriccio è sempre stato assai elevato e fastidioso.

Come autore e regista Mel Gibson non poteva certamente smentirsi.

A mio modesto avviso, il suo film è presuntuoso e velleitario in quanto ha la presunzione e la pretesa di essere realistico, ma è semplicemente orrido e sadico, impregnato di un oltranzismo religioso e politico di segno reazionario e razzista. In fondo, le aspre polemiche che accompagnarono l’uscita del film nelle sale cinematografiche erano più che giustificate.

Il film di Gibson è esageratamente e inutilmente “realista” e fantasioso insieme, crudelmente iper-realista e mistificante, un film a cui si può probabilmente riconoscere un solo “merito”, se di merito si può parlare, e nemmeno tanto pregevole essendo in netta discordanza con il resto, ossia l’aver restituito, almeno in apparenza, un tratto di autenticità sotto il profilo dell’identità linguistica nel contesto storico-ambientale di riferimento, in quanto all’epoca di Gesù l’aramaico era la lingua parlata dagli Ebrei, mentre il latino era l’idioma usato da Pilato e dai Romani.

Tuttavia, in questo dato non c’è nulla di veramente nuovo e straordinario.

Semmai, come dicevo, si rileva una netta dissonanza, una stonatura, nel senso che la presunta e pretenziosa fedeltà dei dialoghi agli idiomi originali (aramaico e latino) contraddice vistosamente con l’eccesso di fantasia e di mistificazione storico-culturale, anche rispetto alla narrazione dei Vangeli, a cominciare dai Vangeli sinottici di Luca, Marco e Matteo, laddove si evince chiaramente che la vera causa per cui Gesù venne condannato a morte fu la rivolta contro i mercanti del Tempio di Gerusalemme. Questo atto di “sedizione” di stampo anarchico ante-litteram fu la vera “blasfemia” commessa da Gesù, poiché il gesto era un vero e proprio attentato contro il fariseismo dell’epoca, contro il potere ipocrita e affaristico imposto dai sacerdoti del Sinedrio, qualcosa di simile al ribellismo dei giovani odierni contro i MacDonald’s, visti come simboli dell’economia del mercato globale, delle sue ingiustizie e disuguaglianze sociali, delle sue violazioni dei diritti umani più elementari, a cominciare dal diritto alla salute.

Certo, esistevano anche altre ragioni, ma la classica goccia che fece traboccare il vaso fu proprio la brusca cacciata dei mercanti dal Tempio di Gerusalemme. Per questo il Sinedrio (neanche nella sua totalità) decise di far arrestare Gesù, per consegnarlo ai Romani che lo crocifissero. D’altronde la crocifissione era la pena capitale prevista dal diritto romano per i “sediziosi” e i “sovversivi”, e fu applicata in tantissimi casi di insurrezioni politiche e sociali.

A titolo emblematico mi limito a citare la famosa rivolta degli schiavi capeggiati da Spartacus.

Faccio queste puntualizzazioni (provando ad attenermi non solo ai Vangeli sinottici prima menzionati, ma anche ad altre fonti storiche) per smascherare l’acceso, estremo e rozzo antisemitismo che trasuda da ogni sequenza della pellicola cinematografica di Mel Gibson.

Del resto non occorre un grande sforzo dialettico per dimostrare una verità così manifesta.

Tuttavia, aggiungo altre osservazioni relative all’estetica grottesca e primitiva del film, che concede troppo, in modo insulso, perverso e grossolano, alle sequenze sceniche più orripilanti.

Quello di Mel Gibson è un film sulla figura di Gesù, anzi sulla passione di Cristo, ma non presenta e non suggerisce alcunché di spirituale e poetico, essendo totalmente privo di speranza, di gioia e di amore, che pure sono i valori più autentici e preziosi trasmessi e contenuti nel messaggio evangelico, mentre indulge eccessivamente ad immagini di orrore, sangue e violenza, nella peggiore tradizione horror splatter del cinema hollywoodiano.

La cruda rappresentazione, che pretende d’essere realistica, del supplizio di Gesù, è forse fin troppo realistica e brutale, a tal punto da diventare fantastica, stucchevole e spettacolaristica. In alcuni tratti la descrizione risulta quasi patologica e agghiacciante, nella misura in cui offre una morbosa e minuziosa ricostruzione dei dettagli più cruenti e sanguinosi, dal momento in cui Cristo viene fatto prigioniero dalle guardie del Sinedrio, quindi viene consegnato ai soldati romani che lo flagellano senza pietà, martoriandone la carne con armi sempre più terrificanti, e attraverso una massacrante via crucis si giunge alle sequenze riservate alla crocifissione, nelle quali il regista non risparmia alcun orrore, come del resto in tutto il film, ma propone un’overdose massiccia di strazianti violenze, con varie fratture di ossa e altri tormenti inflitti sul corpo di Gesù, eccedendo in una riproduzione ultra-spettacolare che è puramente gratuita e scurrile e si poteva facilmente evitare.

Il ribrezzo e il disgusto trascendono ogni limite nel momento in cui si pensa che l’inaudita volgarità del film si annida (neanche tanto) dietro un’ipocrita parvenza di raffinatezza e ricercatezza linguistica, che occulta invece un bieco tentativo di mistificazione storico-culturale e un’operazione ideologica di stampo reazionario e antisemita.

Sin dall’inizio del film si ravvisa tale intento propagandistico, almeno io l’ho colto in quanto è fin troppo evidente il tentativo di demonizzazione compiuto da Gibson rispetto alle azioni, ai comportamenti e alle presunte responsabilità degli Ebrei rispetto alla morte di Cristo.

In modo particolare nella prima parte del film, quando Gesù viene arrestato dalle guardie del Sinedrio, viene processato e giudicato dai sacerdoti e poi quasi linciato dalla folla inferocita, il popolo ebraico (non dimentichiamo che Gesù era un Galileo, un Israelita, ed era amato dalla sua gente, soprattutto dalle masse reiette e diseredate che lo accolsero trionfalmente al suo ingresso a Gerusalemme) viene dipinto come una stirpe abietta, fanatica, maledetta, nei termini di un “popolo deicida”, seguendo la tradizione dell’antisemitismo ideologico classico.

Insomma il regista ha compiuto precise opzioni di natura politico-religiosa, ed ha  scelto il tipo di estetica cinematografica che gli era più consona, anche per subdole finalità commerciali.

Pertanto, confermo le mie convinzioni in merito al cattivo gusto artistico di Mel Gibson, e ribadisco la necessità e l’opportunità di censurare e vietare il film per motivi estetico-creativi.

Di sicuro non era un film da proporre ad un pubblico come quello di RAI 1 in prima serata, quando è noto a tutti che a quell’ora anche i bambini (milioni di bambini) restano davanti al video, spesso privi di qualsiasi sorveglianza da parte degli adulti.

A mio parere è stata una decisione assolutamente irresponsabile ed infelice assunta dalla RAI.

Se i dirigenti dei network nazionali, addirittura della principale rete televisiva (di un ente pubblico come la RAI, a cui versiamo un canone annuo) scelgono di mandare in onda un film talmente disdicevole e diseducativo, non solo per i bambini, non dobbiamo meravigliarci che il signor Berlusconi e la sua banda di criminali e sovversivi legalizzati riescono ancora a riscuotere quasi il 50% dei consensi dell’elettorato nazionale, ossia la metà circa dei voti di un popolo che si è abbrutito e imbarbarito dopo oltre un ventennio di Tv spazzatura.

Lucio Garofalo

Il caimano

Italia/Francia, 2006 dc, politico, durata 112', regia di Nanni Moretti

L'attesissimo film di Nanni Moretti nella recensioni di www.cinematrografo.it :

24/03/2006  - Drammatico, disperato, politico. È il morso di Nanni Moretti all'Italia di oggi, sospesa "tra orrore e folklore"

Chi si aspetta un film su Berlusconi rimarrà deluso: il nostro Presidente del Consiglio rimane sullo sfondo, relegato in un ruolo minore. Ecco la prima sorpresa del Caimano di Nanni Moretti, commedia con andamento vivace, allegro, sentimentale, drammatico. L'altra, che non andrebbe svelata, è in chiusura della storia ed è duplice: chi interpreta Berlusconi (non lo vuole fare nessuno) e come e dove finiranno società e istituzioni. Moretti corona un sogno e ne infrange un altro, quello dei militanti che volevano una presa di posizione, un'opera su e contro Berlusconi. Come Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio, il Caimano è un film sul cinema. Dalle comparse ai protagonisti, tanti i volti noti, soprattutto per gli addetti ai lavori, che il pubblico percepirà in parte. Così il gioco di citazioni, di frecciate divertite, sarcastiche, di veri ritratti d'autore: Michele Placido che reinterpreta se stesso, una prima donna, rude, volgare e scanzonata. Il quasi ottuagenario Giuliano Montaldo, regista di vecchie glorie come Sacco e Vanzetti e Tiro al piccione, che Silvio Orlando, di mestiere produttore, rimprovera aspramente quando lo molla all'improvviso perché Aurelio De Laurentiis ha deciso di finanziare il suo copione su Cristoforo Colombo. "Se non era per me, gli dice, non avresti lavorato. Nessuno ti voleva, ti chiamava più da anni". Il secondo livello, il sottoplot, è sentimentale e drammatico: Moretti (che compare due volte) mette in scena l'Italia di oggi, la crisi sociale, etica, morale, le rovine della famiglia, la crudeltà della separazione dopo decenni di fiducia nell'istituzione del matrimonio. I figli a metà, le coppie di fatto, l'omosessualità, l'incapacità di accettare il cambiamento. Berlusconi compare qua e là nelle prime inquadrature, interpretato dal semisosia Elio De Capitani, nella sceneggiatura "sognata" da Silvio Orlando. Niente di nuovo? Sì, la disperazione di un paese, di un popolo, ripiegato in se stesso. Diventato villano, violento, indifferente. Sospeso "tra l'orrore e il folklore" come dice Jerzy Stuhr (grande attore e regista nella vita, qui nei panni del produttore che finanzia Il Caimano). "La vostra è un'Italietta - prosegue Stuhr - quando pensiamo che siete arrivati al fondo e vi solleverete, ci stupite ancora. Continuate a scavare". E a dirlo non è, come nelle barzellette, un inglese, un francese, un tedesco, ma un polacco. Il terzo livello è la storia, il film nel film. Orlando è il produttore fallimentare di lavori di serie B (Mocassini assassini, Stivaloni porcelloni…) che viene contattato da una giovane regista, Jasmine Trinca. Lei non ha mai girato un lungometraggio, ha 24 anni e un copione in mano: Il Caimano, molto ispirato alle vicende del nostro Presidente del Consiglio. Orlando si sta separando dalla moglie, Margherita Buy, e non ha nulla da perdere. Inserti veri (il famoso discorso di insediamento all'Europarlamento del 2 luglio 2003, quando Berlusconi dà del kapò al capo della delegazione tedesca Schultz) si mescolano a quelli di finzione, in un'escalation raggelante che raggiunge il culmine, il paradosso, alla fine del film. Un bravo regista sa dirigere gli attori: è un piacere vedere recitare Silvio Orlando, bravissimo anche nella disperazione, e Margherita Buy nella parte anche quando urla e piange. Buono il risultato della giovane Jasmine Trinca, nettamente superiore a tutti i ruoli da lei finora interpretati.

Marina Sanna

Angel-A

Titolo originale identico, Francia, 2005 dc, commedia, B/N, durata 90', regia di Luc Besson

La recensione di www.cinematografo.it :

17/03/2006 - Il ritorno alla regista del francese Luc Besson. Dopo sei anni con una fiaba romantica e dai toni universali

Luc Besson torna alla regia. Con una tenera fiaba d'amore Piccolo, brutto, scuro, lui. Alta, bionda, avvenente, lei. Gli opposti si incontrano. A Parigi. Un rendez-vous casuale quanto fatale: sia André che Angela si stanno per suicidare gettandosi da un ponte sulla Senna. Ed entrambi si buttano. Lui perché i debiti non gli lasciano scampo. Lei per salvarlo. Tanto basta. Il ritorno di Luc Besson alla regia dopo sei anni di operosa latitanza si deve a un atto d'amore, quello per la splendida protagonista Rie Rasmussen: difficile dargli torto. Pur mosso da - e forse pure concluso in - ragioni sentimentali, Angel-A non si rinchiude in un'idiosincrasia affettiva impermeabile dal pubblico, anzi aspira esplicitamente a una universalità dai toni fiabeschi. Una fiaba calata nella Parigi contemporanea, politicamente tradotta nell'anti-americanismo d'ordinanza e nelle estemporanee tirate anti-razziste, ma anche sottratta all'hic et nunc dalla fotografia in bianco & nero del fedele Thierry Arbogast. In questo territorio contraddittorio Besson installa il conflitto etico-pragmatico tra il truffatore da strapazzo e l'angelo della saggezza, che si riversa nella corporeità, ovvero nella fisicità antitetica dei protagonisti. Non c'è storia, in fondo, ma non manca sviluppo morale. Fortunatamente Besson non si prende troppo sul serio, lascia trapelare dalle immagini l'occasionalità del progetto, quasi si schermisce. E a noi quasi viene voglia di assecondarlo.

Federico Pontiggia

Truman Capote

Titolo originale Capote, USA, 2005 dc, biografico, durata 98', regia di Bennett Miller

La recensione di www.cinematografo.it:

17/02/2006 - Elegante, ambiguo, controverso: è il celebre scrittore americano. Nella folgorante interpretazione di Philip Seymour Hoffman

Truman Capote descrive in maniera dolorosa e complessa quello che è sostanzialmente un peccato di Hybris, ovvero di tracotanza: la problematica genesi di un capolavoro della letteratura, nato dal sangue e da un grado di disperazione molto personale. Nel novembre del 1959, infatti, un’intera famiglia di agricoltori fu massacrata da due sbandati finiti nella loro proprietà, nella campagna americana. Un drammatico fatto di cronaca che colpì l’attenzione del giornalista del New Yorker e scrittore Truman Capote, reduce dal grande successo di Colazione da Tiffany. Raffinato, elegante e gay, Capote partì alla volta della piccola cittadina del Kansas insieme alla sua assistente Harper Lee che proprio in quel periodo stava per pubblicare il suo romanzo più famoso: Il buio oltre la siepe, vincitore l’anno successivo del premio Pulitzer. La palese ostilità degli abitanti del piccolo stato conservatore nei confronti dell’eccentrico giornalista proietta sin da subito lo spettatore in un’atmosfera molto pesante e densa, vagamente alleggerita dall’humour sarcastico di Capote che fa di tutto per entrare nelle grazie dei concittadini delle vittime. Tutto precipita, però, quando i due assassini vengono arrestati. Capote - che ormai ha deciso di scrivere un romanzo che lui sa già essere il suo capolavoro - finisce per diventare loro amico e vincendone la diffidenza inizia ad ottenere le loro confidenze. Condannati a morte, i due sono abbandonati a se stessi, con il giornalista che se da un lato trova loro un avvocato, dall’altro se ne va per un anno in Spagna con il suo compagno (lo scrittore Jack Dunphy ) a scrivere quello che è uno dei libri più importanti della letteratura americana: A sangue freddo. Costretto a tornare e a fronteggiare l’estenuante fine dei due balordi (l’esecuzione avverrà quattro anni dopo i tragici fatti di sangue) Capote sembrerà non trovare più la strada per tornare indietro dalla discesa nell’abisso delle personalità dei due omicidi. Intenso e coinvolgente, Capote è una riflessione sulla manipolazione in nome dell’arte e sui limiti da non superare. Una pellicola diretta dal pressoché esordiente Bennett Miller con protagonista uno straordinario Philip Seymour Hoffman capace di dare vita ad un personaggio al tempo stesso fascinoso, ma non simpatico, né tantomeno positivo. Una figura controversa, ambiziosa, ma anche fragile nel suo rapporto di presunta amicizia con un assassino con cui sente di avere diversi punti in comune.

Marco Spagnoli

Aeon flux

Titolo originale identico (le prime due lettere spesso fuse insieme in maiuscolo), USA/Germania, 2006 dc, fantascienza, durata 93', regia di  Karyn Kusama

La recensione di www.cinematografo.it:

24/02/2006 - Fantascienza pura (con vocazione indipendente) su etica, scienza e uso politico della paura. Affascinante Charlize Theron

Ispirato alla serie televisiva creata dieci anni fa dall’ideatore di Animatrix, Peter Chung, Aeon Flux è una pellicola di fantascienza "pura". Lontana dalle suggestioni alla Lara Croft e da derive splatter - horror o collegate al mondo delle arti marziali, Aeon Flux è una produzione interessante dalla vocazione di film indipendente ad alto budget. Nella città perfetta di Bregna, quattrocento anni nel futuro, quando il mondo così come lo conosciamo oggi è stato distrutto da un virus, un gruppo di terroristi combatte il governo dispotico del Presidente Trevor Goodchild che - a dispetto del cognome che farebbe pensare a qualcosa di positivo - sembra fare in modo che dissidenti e persone innocenti scompaiano misteriosamente. La letale ribelle Aeon Flux è pronta ad ucciderlo. Quando ne ha finalmente l’occasione, non riesce a farlo. Che cosa le è accaduto quando ha guardato Goodchild negli occhi? Soprattutto, perché questo l’ha chiamata con un nome che lei non ricorda, ovvero Katherine? A chi appartengono i ricordi che ogni tanto emergono nella sua mente? A quale vita? Interpretato da un'affascinante Charlize Theron con un carismatico Marton Csokas, il film è una pellicola sulla necessità di continuare a sperare nella Natura nonostante tutto. Sexy ed elegante, sinuoso e intenso Aeon Flux è una riflessione profonda, ma anche di intrattenimento sui rischi della scienza sganciata dall’etica e sull’esercizio di paura e menzogna per mantenere il potere.

Marco Spagnoli

Million dollar baby. Un gran bel film di e con Clint Eastwood

Titolo originale identico, USA, 2004 dc, drammatico, durata 112', regia di Clint Eastwood

La recensione di www.35mm.it 

"Million dollar baby": La cognizione del dolore 

Clint Eastwood cambia forme e toni rispetto a "Mystic River", ma non smarrisce quell'intensità classica e moderna al tempo stesso che ne fanno uno dei più grandi cineasti in circolazione.

Dopo la discesa dolorosa nelle acque melmose del fiume Mystic, Clint Eastwood riparte. Dopo aver 'messo il punto' su un genere (il noir derivante dal gangster movie) con una autorevolezza che non si vedeva dai tempi di Kubrick, si innamora della sceneggiatura di Paul Haggis che tratteggia esistenze in cerca di redenzione e riscatto, in quel mondo a parte fatto di palestre maleodoranti dove si cresce tirando e incassando pugni. Clint si rimette in gioco in prima persona, intuendo che la sua faccia di cuoio e il suo humour velenoso sono ideali per impersonare Frankie Dunn, allenatore troppo attaccato ai propri pugili, troppo impegnato a proteggerli per fargli (mia nota: "far loro") spiccare il volo. Ma anche uomo di chiesa (mia nota: irlandese, e con molti dubbi) e padre addolorato per una figlia che non vede più (mia nota: per tutto il film non si riesce a capire perché si sono separati, cosa la figlia rimproveri al padre per rispedirgli tutte le lettere che lui le invia: per me questo mistero è forse l'unico limite al film). Un surrogato di lei arriverà dietro le spoglie di Maggie Fitzgerald, macchina da pugni che ha solo bisogno di essere oliata e messa in pista.

Il quadro è abbastanza chiaro, le dinamiche psicologiche sono riconoscibili ma mai stucchevoli, e per buona parte il film scorre pacato, essenziale, classico. Gli screzi dialettici virili tra Frankie, Scrap (nota mia: Nerone, se non dici chi è Scrap pensi di fare un buon servizio al lettore che non ha ancora visto il film?) e Maggie potrebbero venire da un western di Ford, la fotografia 'non lavata' e vecchio stampo di Tom Stern ci trasporta in una dimensione 'altra' da quella luccicante dei film odierni, le note di steel guitar danno al tutto il sapore di una vecchia ballata folk, suonata in veranda al chiaro di luna.

Poi, nell'incontro che può portare Maggie il titolo, lo scarto improvviso che fa deragliare. Haggis e Eastwood decidono per un accanimento del destino che impone alla loro eroina un martirio fisico e mentale di stampo quasi 'vontrieriano'. Dolore e dignità, da temi sommessi e mimetizzati, come erano nel racconto, vengono sovraesposti e sbattuti in faccia allo spettatore, e ci vuole la mano felice di un regista in stato di grazia per conservare una 'misura', un tono asciutto che lascia attoniti. Scorrono i titoli di coda, si rimane soli con le proprie lacrime, a chiedersi se siano sacrosante o inevitabilmente 'costruite' da uno snodo di sceneggiatura 'vagamente' ricattatorio (nota mia: io non vedo questo carattere ricattatorio, e non penso che Eastwood sbatta in faccia allo spettatore alcunché, forse, al contrario, rende veramente evidenti e decise le tematiche che, come dice Nerone, nel racconto erano troppo sommesse e mimetizzate!).

di: Giorgio Nerone

Fahrenheit 9/11

Titolo originale identio, USA, 2004 dc, documentario, durata 115', regia di Michael Moore

La recensione da http://www.35mm.it/. Altre interessanti recensioni su http://www.cinematografo.it/ 

Fahrenheit 9/11": lo dice Orwell

di Mattia Pasquini

Nessuna sorpresa. Michael Moore non ha bisogno di cambiare nulla nella struttura del precedente fortunatissimo "Bowling a Columbine" per regalarci un nuovo lucido sostanziato e riuscito atto d'accusa ai soliti soggetti. Anche loro gli stessi. Lo stesso. Le novità (ma anche queste non lo sono completamente, non per tutti) sono tutte dentro il film, nelle lunghe ricerche di Moore e collaboratori, nei documenti e nelle testimonianze di combattenti, dirigenti, madri, democratici e repubblicani, pentiti e sostenitori, commercianti e iracheni che non fanno altro che delineare un quadro vergognoso della tanto celebrata 'Lotta al terrorismo'.

Dell'uso, la fornitura delle armi, il loro commercio tra Stati Uniti e Talebani - e del definitivo impiego - si era già detto nel precedente, stavolta non c'è bisogno di mostrare null'altro di quel fatidico 11 settembre che le reazioni della gente, i terribili rumori a riempire un'evocativo schermo buio, gli sguardi levati al cielo e lo sfruttamento da parte di alcuni soggetti politici ai propri fini. L'abitudine a non dare spiegazioni cozza contro la dimostrazione di collegamenti economici, di interessi, di favoreggiamenti e inammissibili vicinanze tra i Bush e i Bin Laden... Ma questa è solo una parte (la prima) del film, propedeutica; dopo un prologo sulla controversa elezione di Bush, a scapito del già festeggiante Gore (chi sapeva che il responsabile Fox nel momento in cui la rete televisiva propendeva per la vittoria di Bush in Florida era il di lui cugino? Divertente...), e sui suoi primi - esilaranti a tratti - sette mesi di mandato, la seconda parte del documentario è tutta dedicata alle tristi e note conseguenze di quei fatti. C'è spazio per ridere amaramente delle contraddizioni di una politica assente sul territorio e capace di infiltrare agenti in gruppi pacifisti, ma incapace di essere presente in caso di reali necessità e tutta tesa a spostare i propri uomini oltre confine oppure ad approfittare delle sacche di povertà ed indigenza come potenziali serbatoi cui attingere offrendo condizioni di vita migliori - dovute di diritto e che non si è in grado di salvaguardare altrimenti - in caso di arruolamento.

Politici elusivi, ammissioni sconcertanti, inadempienze gravi e conflitti di interesse si alternano a dolori veri, confronti, documenti ufficiali, incredulità, impotenza, racconti dal fronte, domande senza risposta e confessioni soddisfatte di tanti responsabili delle grandi aziende pronti a godersi una "buona situazione per gli affari", pur se "negativa per la gente", e gli effetti delle opportunità di commercio offerte in Irak "come in nessun altra parte del mondo oggi".

le testimonianze e le storie raccontate certo abbassano il tono, si ride meno, si piange, la progressione è meno dinamica, ma in fondo stiamo parlando di un documentario. E che documentario. Grazie Michael, ancora una volta. Con la speranza che il maggior numero di gente lo veda, negli Stati Uniti, in America (e non è lo stesso), nel mondo, e abbia voglia di approfondire ed andare oltre la scodella calda di tanta 'informazione' capace solo di amplificare gli slogan xenofobi di una politica sempre più anacronistica e in malafede. 

Volevo solo dormirle addosso

Italia, 2004 dc, drammatico, durata 97', regia di Eugenio Cappuccio

Dal libro è stato tratto l'omonimo film sul mondo del lavoro nella new economy italiana. Il motto aziendale: far credere alle persone di essere importanti e poi "segarle" senza pietà.

Articolo tratto da Zeus News, notiziario libero e indipendente dedicato a Internet, all'informatica, alle nuove tecnologie e alla telefonia fissa e mobile http://www.zeusnews.it/, -  L'occhio di Zeus, 18-11-2004 dc:

"Volevo solo dormirle addosso" è un film vero sulle vere aziende italiane: un film perfetto, migliore anche del film francese sullo stesso argomento "Risorse Umane". 

La frase attorno a cui gira tutto il film è "Io ti stimo": il protagonista, giovane manager in carriera, la ripete alla nausea, persino alla mamma. È la frase tipica di tutti i progetti di motivazione e "fidelizzazione" delle risorse umane, per farle sentire centrali. Per esempio, nel Gruppo Telecom Italia c'è il "Progetto Sono", in Vodafone si chiama "People Care", nella fantomatica impresa del film invece c'è "People First". 

Far credere alle persone di essere importanti e poi "segarle" senza pietà, come si dice spesso nel film. È tutto vero: dalla contrattazione dei dipendenti sulla cifra da avere come incentivo alla fuoriuscita da un'azienda, che deve avvenire all'interno di un budget prefissato, ai dipendenti che contestano la cifra perché un anno prima al loro collega era stato dato molto di più, al vecchio dipendente che non si fida ad andare in pensione prima della fine dell'anno perché ha paura che cambino le regole, fino alla dipendente malata di cancro da sbattere fuori senza pietà. 

Non manca la donna che ha avuto quattro maternità e rientra, perfettamente, nel target su cui tagliare. È vero e realistico perfino nella preoccupazione che queste pressioni per mandare via le persone non turbino il clima aziendale e non provochino problemi con il sindacato. 

Bellissima la metafora del "sesso senza amore", del volerle solo dormire addosso, che il manager pratica nei rapporti personali: un sesso meccanico e senza anima, come i rapporti falsamente amicali tra i dipendenti dell'azienda. 

Ci sono poi degli stereotipi che rendono bene alcuni schemi sempre più presenti nella vita aziendale odierna: il manager francese spietato e glaciale, in rappresentanza di un potere multinazionale distante ma onnipotente; la manager cinese che dice con disprezzo al giovane "killer": "Voi italiani non accettate le sfide, non volete vincere l'avversario, volete mettervi d'accordo con lui". 

Un'altra metafora della condizione umana dell'azienda postmoderna è quella delle battute tra un vecchio manager italiano dell'ufficio personale e la giovane manager cinese. Il manager italiano dice: "Pensa che un dirigente mi ha detto: tagliami lo stipendio ma non ridurmi l'ufficio", commentando che le dimensioni dell'ufficio sono uno status symbol. La cinese risponde: "Oggi il vero status symbol è l'ufficio invisibile", intendendo così il cellulare e il notebook che il protagonista si porta continuamente appresso, dal tavolo di lavoro al letto di casa, uniche vere compagnie di un uomo povero di affetti e autentici rapporti umani. Fantastiche anche le riunioni in cui si fa il punto sull'avanzamento del programma di "taglio delle teste". 

Il film prende ispirazione da un romanzo di Massimo Lolli che vendette molto qualche anno fa: questo romanzo è ripreso anche in un capitolo di "Stress Economy", saggio sulla condizione umana e lavorativa nelle aziende postmoderne, scritto a due mani da Alessandro Gilioli e Renato Gilioli. 

Anche lì si parla di un'azienda che apparentemente è tutta centrata sulla qualità della vita dei dipendenti, ma che poi non esita a licenziarne un buon numero a partire da quelli più in difficoltà, come il dipendente maniaco del gioco del lotto e preso dai debiti. 

Il film è del regista Eugenio Cappuccio ed è splendidamente interpretato dal giovane attore Giorgio Pasotti. Il vecchio capo del personale che il giovane manager sostituisce e che dice poche parole di augurio: "Non perdere tempo e fai il tuo target" (cioè i 25 lavoratori da tagliare da Ottobre a Novembre) è un piccolo cameo di Carlo Freccero, già alto dirigente Rai, che aveva interpretato se stesso anche in un film di Piero Chiambretti. 

Si può dire che il film colma un vuoto dell'attuale produzione del cinema italiano, in cui non esistono i Ken Loach e i Micheal Moore; anche il cinema degli intellettuali più attenti al politico e al sociale, il cinema dei Moretti e degli Scola, si attarda più sul privato e sui drammi umani e familiari che nella descrizione del mondo del lavoro italiano, dei drammi e delle vicende dei suoi uomini e delle sue donne. 

Abbiamo intervistato Massimo Lolli, l'autore del libro da cui è stato tratto il film. Lolli è autore di un nuovo libro nello stesso filone "Io sono Tua" e attualmente, dopo essere stato direttore del personale di aziende come Nokia ed Ericsson, è manager delle human resources alla Marzotto. 

ZN: Il cuore del suo romanzo "Volevo solo dormirle addosso", da cui è stato tratto l'omonimo film di successo, sembra la totale schizofrenia tra il progetto di motivazione e di "fidelizzazione" (parola abusatissima) delle risorse umane e le esigenze legate ai costi. Questi ultimi portano a tagliare senza pietà quelle risorse umane a cui si voleva far credere di essere utili, preziose, indispensabili alla stessa azienda. Ci sono aziende che investono milioni di euro in progetti così e nel frattempo preparano esternalizzazioni e mobilità. Quanto sono coscienti i dirigenti e i consulenti di questa contraddizione, quanto può reggere? 

Massimo Lolli: "La contraddizione fra investimento in risorse umane e dismissione di risorse umane non può comporsi se la logica è la seguente: l'azienda A investe sulle risorse umane di A per sostenerne l'occupazione in A. In questo senso la contraddizione non è componibile e, specie nella cultura italiana, refrattaria al valore e alla pratica della trasparenza, si traduce in una incongruenza fra dichiarato ed effettivo. Nella cultura anglosassone la logica invece è: l'azienda A investe sulle risorse umane di A per sostenerne l'occupabilità nel mercato; qui la contraddizione si compone. Non so se questa logica possa reggere e per quanto tempo, ma almeno, così formulata, è chiara e trasparente"

ZN: In Italia dopo Bianciardi e Volponi (e prima ancora Svevo) non c'è più stata una "letteratura aziendale", cioè una letteratura legata all'ambiente della grande impresa e, soprattutto, a quello delle figure impiegatizie e dirigenziali. Per ricordare un film legato allo stesso modo, ad esempio, bisogna andare a "Impiegati" di Pupi Avati di vent'anni fa, all'inizio dello yuppismo. Perché non fiorisce questo genere letterario, a suo avviso? Ha dei modelli di riferimento? 

Massimo Lolli: "A me pare che il tema del (post) lavoro stia emergendo nuovamente al cinema e in letteratura. Al cinema penso a Loach, a Comencini, a Cantet; in letteratura penso a Nata, Avoledo, Falco. Non ho modelli di riferimento perché mi definisco un illetterato e, quel che è peggio, un illetterato presuntuoso". 

ZN: La percezione lucida e amara del mondo dell'impresa moderna, senza infingimenti e al di là di ogni retorica aziendalese, come ti permette di continuare a fare questo lavoro? 

Massimo Lolli: "Non sono un manager che sogna di scrivere storie. Anzi, se non facessi il manager, non saprei che storie scrivere. Io credo che occorra ribaltare la domanda: proprio guardando in faccia l'ombra, il male, il rimosso che è fuori e dentro di noi, possiamo liberarcene e progredire. Io sono un riformista: il riformista rimane per migliorare, il rivoluzionario si allontana per distruggere e ricreare." 

The dreamers - i sognatori

Titolo originale The dreamers, Italia/Gran Bretagna/Francia, 2003 dc, drammatico, durata 130', regia di Bernardo Bertolucci

Una delle più centrate recensioni, da http://www.35mm.it/ 

Armonia.
Bertolucci riesce a miscelare in modo magistrale vita reale e cinema in un connubio profondo e mai banale. I personaggi sono vivi e rappresentano esattamente lo stato d'animo confuso di un periodo di grande cambiamento come il '68. Ma non vi è solo la confusione politica (che in realtà i due personaggi ignorano per quasi tutto il film). Vi è soprattutto la confusione interiore dei due fratelli, bloccati nel piccolo nido sicuro di bambini, un nido che non vogliono abbandonare e che proteggerebbero anche a costo della loro vita, come dimostra Isa. Vi è la confusione di Mattew, che non riesce mai a inserirsi del tutto nel rapporto morboso di Isa e Theo. C'è anche la componente genitoriale, che benché sia in secondo piano, non è sottovalutata: genitori assenti, in senso affettivo e in senso fisico, genitori che lasciano assegni su assegni e che ridono delle idee dei loro figli.

Equilibrio.
Mattew si trova catapultato nel sogno di questi due bambini, nel loro mondo fantastico fatto di cinema, erotismo, alcool e nient'altro. Inizialmente diffidente, entra a far parte attivamente anche lui del sogno morboso di Theo e Isabelle. Ma non ci entra mai completamente: da un lato il fortissimo, quasi indissolubile legame dei due fratelli, da l'altro la divergenza di idee sulla vita, sul loro particolare modus vivendi, lo allontana sempre di più, fino al distacco finale.

Bertolucci gioca a fare l'equilibrista: cinema, vita, sesso, alcool, sesso, politica, cinema, sesso, politica, vita. Non cade mai, riesce sempre a destreggiarsi egregiamente, senza scadere nel volgare o nel banale. Vi è certamente una nota voyeuristica nel film (che molti hanno criticato), ma questa è voluta, a mio avviso, per far capire allo spettatore il loro punto di vista, i loro giochi erotici e il loro modo di vedere la vita. Se fosse stato censurato, o Bertolucci avesse lasciato all'immaginazione dello spettatore le scene di nudo, il film non avrebbe avuto ragion d'essere, sarebbe stato incompleto. Fa tutto parte del loro sogno.

Leggerezza.
Il regista non vuole dare giudizi, non vuole fare alcuna condanna o istigazione: si limita a descrivere la dimensione onirica dei tre sognatori sospesi tra cinema e realtà. Ciò viene rappresentato benissimo: dal loro modo di vivere (sempre nell'appartamento, quasi senza mangiare, facendo sesso e giochi erotici nella cucina o nello studio, chiacchierando nella vasca da bagno-bellisimo il gioco di specchi- ed usando il salotto come camera da notte) ai continui salti ai film d'epoca che i tre ragazzi riproducono in modo talmente fedele, che le loro sagome coincidono perfettamente con quelle dell'originale (a tal proposito, di grande effetto la scena di Isabelle che rappresenta la Venere di Milo).

Ma ogni sogno ha una sua fine. Il grido di Isabelle "La strada è entrata in camera!" segna la fine del loro sogno. Le urla dei manifestanti penetrano nel loro nido sicuro "Dans la rue! Dans la rue!" portandoli via con sè.

Un film di grande impatto, divertente, commovente e particolare, regia meravigliosa ed equilibrata, perfetta colonna sonora e attori, nonostante i temi trattati e le scene imbarazzanti, a dir poco eccellenti.

Valentina Frugiuele

di: babykiky

Mystic river

Titolo originale identico, USA, 2003 dc, drammatico, durata 137', regia di Clint Eastwood

Una delle recensioni, tra quelle favorevoli, ad uno dei più recenti film, da regista, di Clint Eastwood, da http://www.35mm.it/

Un fiume...

Un buon film, intenso, carico di emotività e dolore; dolore straziante per un abuso infantile che finisce per sconvolgere una intera esistenza, dolore allucinante per la perdita di una figlia, o ancora sofferenza per l'abbandono di una moglie...3 vite, quelle di Jimmy Sean e Dave legate in passato, spezzate da un abuso orrendo, che tornano ad incrociarsi in concomitanza con una nuova tragedia.La figlia maggiore di Jimmy viene brutalmente assassinata;Sean è il poliziotto incaricato dell'indagine, Dave il probabile assassino. Un film sull'innocenza perduta troppo bruscamente e prima del tempo, e che si trasforma in rabbia, in follia omicida, e che segna fatalmente la vita di tre uomini... E' impossibile non partecipare al dolore straziante di Jimmy al ritrovamento del cadavere della figlia, o ancora allo sfogo, rabbioso e compassionevole al tempo stesso, di Dave, che porta ancora, e per sempre, nel corpo e nell'anima, le cicatrici infertegli dai suoi aguzzini... Clint Eastwood riconferma (nel caso ce ne fosse stato bisogno) il suo grande talento di regista e firma, avvalendosi di uno stile classico, un ottimo dramma venato di thriller. Il cast è davvero eccezionale e completamente in parte: a cominciare dai protagonisti maschili ( Penn, Bacon e Robbins) senza trascurare le loro antagoniste femminili ( la lucida e nel finale spietata Laura Linney e la fragile e insicura Marcia Gay Harden), le quali si prodigano con più o meno consapevolezza, a lavare le colpe dei mariti e, al contempo, ad accelerare la loro caduta verso gli inferi... E su tutti (i cadaveri che nel suo fondale albergano) il Mystic, fiume dalle acque oscure, luogo in cui tutte le colpe vengono purificate, che continua il suo eterno corso ignaro (o forse complice silente) delle vite che sulle sue rive sono state spezzate.

di: protection

Lost in Translation-L'amore tradotto

Titolo originale Lost in translation, USA, 2003 dc, sentimentale, durata 105', regia di Sofia Coppola

La recensione da http://www.35mm.it/ 

Paradossale trovarsi davanti a un siffatto titolo italiano, proprio riguardo un film che vuole focalizzare l'attenzione sulle difficoltà di comunicazione e sui diversi sguardi (e/o traduzioni) con i quali opposte alterità si osservano e riproducono. Il titolo originale, "Lost in translation", appare sicuramente più corretto per fotografare il gioco di ammirazione e imitazione di due culture tanto opposte, la giapponese e la statunitense, ormai diventate omogenee.

Tra scimmiottamenti di modelli non propri, più o meno imposti, gag sui giapponesi (ma fa ancora ridere lo stereotipo e il deriderlo...?), disfacimento dei rapporti personali e le crisi e le insoddisfazioni di due età a confronto, si muove un Murray stanco ma 'pigliatutto' che riesce a tenere sulle sue spalle l'intero film della Coppola, riuscendo ad incarnarne le diverse anime.

Complementare, e decisamente apprezzabile, è la giovane Scarlett Johansson, ottimo contraltare del protagonista, soprattutto nella sua curiosità e nei suoi bisogni un po' naive a tratti e privi di presunzione (solo per moda?) occidentale. Una nota: c'è anche "La dolce vita" e il nostro "Marcello" nella notte che i due protagonisti passano insieme...

di: Mattia Pasquini

Le invasioni barbariche

Titolo originale Les invasion barbares, Canada/Francia, 2003 dc, commedia nera, durata 99', regia di Denys Arcand

La recensione da http://www.cinematografo.it/

In più occasioni ci è capitato di trattare la questione "dolce morte" e le terapie in grado di alleviare il dolore dei malati terminali o incurabili, ma la visione che ci propone il canadese Arcand probabilmente ci resterà negli occhi più di altre... Abbandonando il punto di vista medico (non possiamo né vogliamo permettercelo) ci resta un bel film, cinico, commovente, critico e divertente... cosa chiedere di più? Nello scontro rappresentato di mondi e di generazioni, di stili di vita e di ideologie, emergono tratti notevoli, ma si tende a non focalizzare l'attenzione su un aspetto preciso. Il cinismo di un reduce da una vita dedicata al piacere e alla bellezza, forse troppo condizionata da fantasie, speranze ed ideali? Il disincanto di un giovane broker forse poco attento alla sostanza delle cose e dei rapporti abituato a risolvere tutto aggirando le regole? La critica nei confronti di una chiesa lontana e deludente troppo impegnata sul temporale? O forse, come suggerisce il titolo, l'11 settembre ha davvero segnato l'inizio delle nuove grandi invasioni barbariche? L'Impero (non a caso il titolo completo recita "Il declino dell'Impero Americano continua"!) U.S.A. ha per troppo tempo tenuto i 'barbari' lontano dalle sue frontiere, con ogni mezzo e dopo aver goduto (non sola certo) dei benefici delle stragi di 'indigeni' (la colonizzazione delle Americhe ha richiesto 200 mila morti per i quali Arcand lamenta - giustamente - la mancanza di memoria e rispetto). Le invasioni sono quelle dei barbari o quelle statunitensi ai danni altrui? O è la barbarità a essersi diffusa in una società moderna in cui "l'intelligenza è finita" (veniamo citati anche noi... 'Se prima gli USA avevano i Jefferson e gli Edison, ora hanno Bush e dove c'erano i Machiavelli, i Raffaello ed i Leonardo ora c'è Berlusconi' ...ci sarà da esserne orgogliosi?) e forse bisognerebbe sperare proprio nel tanto demonizzato mondo arabo? Una regia inizialmente senza particolari meriti e un montaggio non entusiasmante crescono ed escono alla distanza, anche se rimane la sceneggiatura - equilibrata e dagli scarti notevoli in grado di sopperire ad altre mancanze - il punto di forza di una commedia in grado di evidenziare critiche molto precise alla società in cui viviamo, con la scusa di raccontarci una storia davvero e sinceramente commovente.

di: Mattia Pasquini

Frida

Titolo originale identico, USA, 2002 dc, biografico, durata 120', regia di Julie Taymor

Vediamo un po' cosa hanno scritto i cosiddetti "critici" di questo bellissimo film di Julie Taymor, che attendevo da tempo.

Da http://www.libero.it/ 

"Vita, arte, amori e disgrazie di Frida Kahlo, ieri mito della pittura messicana, oggi icona pop, con gossip e deformazioni agiografiche al seguito (mia nota: cosa si intenda dire rimane un mistero). Ne fa le spese anche il marito amatissimo e donnaiolo Diego Rivera, altro grande artista di cui nel 'Frida' di Julie Taymor compare soprattutto il volto "glamour". Ed ecco i quadri, le liti, il terribile incidente che spezzò la spina dorsale della pittrice, e poi Tina Modotti, Trotzkij, Rockefeller, Picasso, Breton. Stessa formula di 'Shakespeare in Love'. Ma Frida è più divertente, azzardato e ridicolo"(mia nota: forse ridicola è solo questa "critica"). (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 gennaio 2003 dc)

"Ad onta delle ottime intenzioni della brava Salma, il risultato è un classico album di figurine d'epoca dove si trovano allineati in dose massiccia i luoghi comuni del genere artista-maledetto (...) (mia nota: per non parlare dei luoghi comuni, ben peggiori a mio avviso, di questo "giornalista" ben noto..) Ma forse la cosa peggiore è che la Taymor voleva fare un altro film; così, appena può, infila qui e là una sequenza quasi sperimentale, che contrasta in maniera vistosa col tono convenzionale di tutto il resto" (mia nota: costui non sa ciò che dice, e viene pure pagato per dirlo. Ma già lo conoscevo, purtroppo). (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 gennaio 2003 dc)

"Snobbato dai critici e ignorato dalla giuria alla Mostra di Venezia, 'Frida' appartiene a quel tipo di film che anziché venir promossi dai festival ne escono danneggiati. È invece una pellicola di classe, firmata dall'imprevedibile Julie Taymor e interpretata da Salma Hayek, un'attrice con il fuoco dentro che d'ora in poi va tenuta d'occhio". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 18 gennaio 2003 dc) (mia nota: come sempre Kezich è il migliore!)

"Julie Taymor, ardita regista di Broadway, sembrava adatta a sparigliare le carte, sì da non ridurre l'avventurosa vita di Frida Kahlo, artista e pasionaria, a uno sceneggiato da museo delle cere. E invece in Frida la Taylor vola piatta, lasciando al truccatore il destino di Salma Hayek, la tenace diva che a ogni costo ha voluto questo kolossal triste, né profondo né paradossale". (Claudio Carabba, 'Sette', 9 dicembre 2002 dc). (mia nota: e questo invece è senz'altro uno dei peggiori...)

"'Frida" è il classico 'biopic', sia pur riveduto e corretto da uno stuolo di sceneggiatori. Il meglio è nella prima parte, nella nascita dell'amore fra i due artisti, nella rivalità che diventa amicizia fra Frida (Salma Hayek) e la prima signora Rivera (Valeria Golino), nella bravura di Alfred Molina, che dona grazia ed emozione a un personaggio poco simpatico come Rivera. E negli interventi grafici di sapore surreale. La formula ricorda 'Shakespeare in Love'. Ma 'Frida' è più divertente, azzardato - e a tratti ridicolo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 gennaio 2003 dc)
(mia nota: straordinario! Ferzetti clona se stesso, con qualche modifica, dalla critica di cinque giorni prima!)

"La protagonista Salma Hayek è brava e i costumi di Julie Weiss sono bellissimi; il film è per metà grottesco e per metà stereotipato." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 24 gennaio 2003 dc) (mia nota: questa è un'altra che ha capito tutto.....[sigh!])

L'uomo del treno

Titolo originale L'homme du train, Francia, 2002 dc, drammatico, durata 90', regia di Patrice Leconte

La trama e una parte della recensione di http://www.cinematografo.it/ 

"Uno sconosciuto arriva in un villaggio dell'Ardèche: il suo nome è Milan. Fa conoscenza con Manesquier, un insegnante in pensione e, nonostante siano molto diversi, fanno amicizia. Milan avrebbe voluto vivere la vita tranquilla di Manesquier, mentre lui ha sempre desiderato fare l'avventuriero come Milan. Nel giro di tre giorni per entrambi accadrà un evento importante: Milan deve rapinare la banca del luogo e Manesquier deve sottoporsi ad un intervento...

"'L'uomo del treno" poteva risultare un film a formula, l'ennesima variante del soggetto di 'strana coppia'; invece - grazie a immagini sobrie e dialoghi di un'intelligenza che fa bene alla salute - era uno dei più belli, personali, affascinanti in concorso all'ultima Mostra di Venezia (...) Se nello strano, letterario mondo di Patrice Leconte tutti sono un po' filosofi e poeti, l'assenza di realismo non disturba perché è coerente col gioco allegorico della doppia osmosi di personalità fra i protagonisti. Solo nell'epilogo il tono scade un po'; guarda caso, proprio quando il film, fino ad allora disinvolto e brillantissimo, si lascia andare all'ambizione sbagliata di un finale troppo gonfio di significato". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 novembre 2002 dc)

L'uomo che non c'era

Titolo originale The man who wasn't there, USA, 2001 dc, drammatico, B/N, durata 116', regia di Joel Coen

La trama e una parte della recensione di http://www.cinematografo.it/ 

Nell'estate del 1949 in una piccola città della California del Nord, Ed Crane, un barbiere assai scontento della propria vita, spera di poterla cambiare quando, scoperto il tradimento della moglie, decide di ricattare l'amante. Nonostante la sua mancanza di scrupoli, però, le cose andranno in maniera diversa perché l'amante di sua moglie viene trovato ucciso.

I luoghi degradati, la vita misera e il senso di fatalismo che caratterizzavano il vecchio noir americano sono colti benissimo: la fotografia di Rober Deakins (ispirata ai ritratti di Richard Avedon), soprattutto nel ritrarre volti che si direbbero davvero ripresi dal passato, è perfetta. Invece il film, pur molto godibile, non lo è. Intanto perché ha troppo l'aspetto di un ricalco, di una copia d'epoca: come andava di moda ai tempi di Peter Bogdanovich, ma più difficile da accettare per lo spettatore odierno. Poi per il senso di indecisione che sembra avere preso i Cohen nell'ultima parte, spingendoli a diluirla in tre o quattro finali diversi". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 14 maggio 2001 dc)

El Alamein-La linea del fuoco

Titolo originale identico, Italia, 2002 dc, guerra, durata 112', regia di Enzo Monteleone

La trama e una parte della recensione di http://www.cinematografo.it/ 

Quando viene evocato il nome di El Alamein, storico luogo di battaglia tra le sabbie infuocate dell'Africa del Nord, vengono richiamati alla mente scontri, rumore di carri armati, sibili di bombardieri, atti eroici di generali famosi - due su tutti Rommel e Montgomery - e soldati semplici. Ma questo film non vuole raccontare la Storia, ma tante storie. Quelle degli uomini italiani schierati nel 'settore sud', dove le condizioni climatiche e logistiche sono le più disagevoli: di giorno caldo torrido, di notte freddo, con i rifornimenti che tardano ad arrivare e le missioni suicide nei campi minati, ma soprattutto la mancanza di informazioni sulle sorti delle battaglie condotte al nord dal grosso dell'armata italo-tedesca.

"Al di là di ogni ideologia i veri problemi del film sono di ordine cinematografico. Perché Monteleone, già sceneggiatore di film come 'Mediterraneo', 'Marrakech Express', 'Alla rivoluzione sulla 2 cavalli', evita la retorica bellicistica ma non quella generazionale. Sicché questi soldati persi nel deserto del 1942, confrontati al pericolo, ai disagi, alla dissenteria, alle cannonate che piovono improvvise a volte polverizzandoli letteralmente, finiscono malgrado tutto per somigliare un po' troppo ai 'combattenti' o ai reduci di altre epoche. (...) È vero che ogni film storico parla anche, forse soprattutto del presente. Ma qui oltre a scegliere facce, gesti, voci, molto contemporanei, domina una chiave 'soft' che per non speculare sull'orrore toglie impatto al racconto e dribbla i veri problemi di messinscena posti dal soggetto. Peccato, le bellissime interviste ai reduci girate durante la preparazione e confluite in un notevole video presentato a Venezia, 'I ragazzi di El Alamein', lasciavano sperare in tutt'altro film". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 novembre 2002 dc)

Le fate ignoranti

Titolo originale identico, Italia/Francia, 2001 dc, drammatico, durata 116', regia di Ferzan Ozpetek

Molto bello. La recensione di http://www.libero.iol.it/ 

Antonia e Massimo sono sposati da molti anni ed il loro sembra essere un matrimonio felice. La vita di Antonia ruota tutta attorno alla figura del marito che ama profondamente così, quando un terribile incidente la priva di Massimo, cade nella depressione più totale. Antonia non lavora più, non frequenta più le sue amiche ma si chiude nel suo dolore escludendosi dal resto del mondo. A nulla servono le prediche della madre o l'aiuto della domestica Nora. Accade però che, per puro caso, la donna scopra della relazione extraconiugale che Massimo portava avanti da sette anni. Decisa a conoscere l'identità dell'amante di suo marito, Antonia comincia le sue personali indagini. Riuscirà a trovare chi cerca e, con gran sorpresa, non si troverà di fronte ad una donna ma ad un uomo: Michele. Dopo un drammatico confronto, i due si accorgono delle tante cose che hanno in comune e Antonia impara a conoscere 'l'altra famiglia' che Massimo si era costruito. Un nucleo di persone che non hanno distinzioni di sesso, di età o provenienza sociale, una famiglia 'aperta' completamente diversa da quella che lei e Massimo rappresentavano. Da Michele ed i suoi amici Antonia avrà modo di imparare molte cose e, soprattutto, che la vita continua...

Fucking Åmål - Il coraggio di amare

Titolo originale Fucking Åmål, Svezia, 1988, commedia, durata 98', regia di Lukas Moodysson

Film svedese, ambientato in una cittadina di provincia, tra i ragazzi delle scuole. Una ragazza lesbica, e per questo derisa dagli altri ragazzi, é innamorata di una compagna, che a sua volta é a disagio con i ragazzi e con l'ambiente. A dispetto di tutto e di tutti le due ragazze si conosceranno e si ameranno e riveleranno il loro amore di fronte all'intera frotta dei loro stupidi ed immaturi compagni di scuola. Un gran bel film.

Il grande Lebowsky

Titolo originale The big Lebowsky, USA/Gran Bretagna, 1997, commedia, durata 117', regia di Joel Coen

Gran bel film. Lietta Tornabuoni ne ha parlato su "L'Espresso". Riproduco uno stralcio del suo articolo.

Il film è un esempio della capacità dei fratelli Coen di cogliere il presente ostentando di rimpiangere il passato, di restituire come nessuno l'aria del tempo: oltre ad essere un film entusiasmante, ricco di idee, d'invenzioni visuali, d'intelligenza, di divertimento, di stile. L'ironia, o meglio l'irrisione, la derisione, è la chiave di lettura del ridicolo o della demenza sociali. Il protagonista non ha occupazione, come tanti adesso, non ha amori ne ideologie ne passioni, non pretende di dare alla propria vita altro senso se non quello di viverla con meno problemi e più gioco possibile. Nel 1991 della guerra del Golfo, in California, Jeff Bridges, il piccolo Lebowsky detto Dude (Drugo nel doppiaggio italiano), torna a casa di notte, ci trova due criminali che lo picchiano, quasi lo affogano tuffandogli la testa nel cesso, per sfregio gli pisciano sul tappeto, urlano pretendendo il pagamento dei debiti accumulati da sua moglie. È un errore di persona, un caso di omonimia: la vittima designata era il grande Lebowsky, un miliardario invalido autorecluso in una sterminata dimora, che all'arrivo di Bridges per avere almeno un tappeto nuovo, incongruamente lo incarica d'occuparsi dell'ambiguo rapimento della propria giovane moglie piccante e scapestrata. Lui preferirebbe starsene al bowling a giocare e chiacchierare con amici e nemici: John Goodman (strepitoso) che non riesce a dimenticare il Vietnam e che come molti violenti soldati combina un guaio dopo l'altro; Steve Buscemi, laconico e dolce; John Turturro, fiammeggiante aggressivo campione di bowling, gay latino di nome Jesus. Durante avventure caotiche all'inseguimento della ragazza sequestrata s'incontrano: un tetro gruppo di nazi-nichilisti, un pornoproduttore vestito di bianco che è Ben Gazzara, una artista concettuale ("la mia arte è apprezzata per la sua natura vaginale"), il mignolo di un piede femminile con l'unghia laccata di verde tagliato e avvolto nell'ovatta, un Saddam Hussein addetto alla distribuzione delle scarpe da gioco in un bowling onirico. E il protagonista, ex-ragazzo degli anni Settanta, scoraggiato, fumato, mite ma non inerme, resta l'unico a conservare decenza e umanità in una società isterica, mistificata, assassina.

L'avvocato del diavolo.

Titolo originale The Devil's advocate, USA, 1997, thriller, durata 143', regia di Taylor Hakford

Grande prova ulteriore di Al Pacino. Forse il doppiatore ha esagerato con voce roca e sopratoni. Ma il film merita veramente, soprattutto nel finale: alla fine, tutto ricomincia col giornalista che si trasforma nel diavolo, vincente un'altra volta con la sua più grande arma, la vanità. Interessante l'esposizione che fa della sua filosofia: il mondo è suo, non c'è dubbio, ma il grosso del lavoro l'hanno fatto gli esseri umani. Guerre, assassinii, stermini, corruzione, lotte fratricide, inquinamento, speculazioni e quant'altro non hanno poi grande bisogno del diavolo per diffondersi e imperversare in tutto il mondo. A me personalmente che scrivo, poi, non è affatto antipatica l'idea, che non è proprio tutta di questo film, di ribaltare il concetto di Bene e Male: il cosiddetto Male non è altro che la forza della vita, del piacere di vivere, della libertà che le religioni e il cosiddetto Bene ci vogliono impedire di assaporare. Il vero Male è allora il Bene, del cristianesimo in particolare: una vita contrita, triste, austera, rigida, frigida quanto ipocrita e collusa con tutto ciò che dichiara, a parole, di combattere. Andate a vedere questo film, in ogni caso: vi divertirete e magari rifletterete.


Televisione

Segnalo, nell'elenco seguente, alcuni sceneggiati e serie di telefilm, italiani e stranieri, che hanno fatto epoca negli anni '60,'70 e '80 dc (al di là di critiche e appunti che ci vorrete fare sugli stessi, grazie). Segnalo anche dove potete trovarli (in DVD e/o VHS).

Titolo

Se e dove trovarlo (in VHS e/o DVD)

Note

A come Andromeda

http://www.elleu.com/ cofanetto 3 dvd (al 29 Maggio 2009 dc)

Curioso tentativo italiano di fantascienza. Nonostante i tempi lunghi è interessante. Anche qui una splendida Paola Pitagora e un intenso Luigi Vannucchi

Agente speciale (in inglese: The Avengers)

http://www.elleu.com/ 3 volumi da 3 dvd ciascuno (al 29 Maggio 2009 dc)

Accattivante serie inglese: tra gli interpreti, oltre al bravissimo Patrick McNee che interpreta l'agente segreto inglese John Steed, una splendida Diana Rigg che interpreta la seconda, e più famosa, delle sue compagne di avventura: Emma Peel

Arsenio Lupin (in francese: Arséne Lupin)

 

Lo scanzonato e divertente George Descrieres, attore della Comedie Francaise, interpreta splendidamente le mirabolanti avventure del ladro gentiluomo

Attenti a quei due (in inglese: The Persuaders)

 

Roger Moore (il raffinato inglese Lord Brett Sinclair) e Toni Curtis (il rozzo americano Danny Wilde) in una divertente serie di avventure poliziesche

Belfagor il fantasma del Louvre

http://www.elleu.com/ , http://www.nannucci.it/

Indimenticata serie ambientata a Parigi, storia un po' complicata e anche divertente

Belle et Sebastien

 

Nulla a che vedere col gruppo musicale. Una serie di avventure nelle Alpi svizzere con un bambino, Sebastien, e un bianco pastore maremmano, Belle.

Bonanza

 

Una mitica famiglia del West

David Copperfield

http://www.elleu.com/ raccolta 4 dvd (al 29 Maggio 2009 dc)

Intorno a Ottobre 2001 dc in quattro cassette nelle edicole

...E le stelle stanno a guardare

http://www.elleu.com/ raccolta di 5 dvd e 5 dvd singoli (al 29 Maggio 2009 dc)

 

George e Mildred

In edicola in dvd da agosto 2009 dc da Hobby & Work

Spassosa serie inglese, che in Italia è stata programmata dopo quella di "Un uomo in casa", nella quale un ragazzo e due ragazze vivevano in affitto presso la casa, appunto, di George e Mildred

I banditi del re

 

Appassionante, malgrado i protagonisti fossero contro la rivoluzione francese....

I Buddenbrook

 

 

I compagni di Baal

http://www.nannucci.it/

Una setta segreta nella Francia degli anni '60.

I fratelli Karamazov

http://www.elleu.com/ cofanetto 4 dvd (al 29 Maggio 2009)

Grandi interpretazioni per Umberto Orsini nei panni dell'ateo Ivan e di Corrado Pani in quelli di Dimitri, e poi il giovane Aldo Reggiani che interpreta Aliosha

Il cavalier Tempesta

 

 

Il conte di Montecristo

http://www.elleu.com/  raccolta 4 dvd (al 29 Maggio 2009 dc)

Ben riuscita serie con Andrea Giordana

Il giornalino di Gianburrasca

http://www.elleu.com/

Divertente serie intramezzata da musiche, con Rita Pavone protagonista

Il santo

 

Roger Moore interpreta egregiamente l'avventuriero inglese Simon Templar, metà ladro e metà "investigatore". In piena guerra fredda, inevitabilmente il telefilm ha un taglio rozzamente anticomunista. Ma la serie è molto elegante e divertente

Il segno del comando

http://www.elleu.com/ 2 dvd (al 29 Maggio 2009 dc)

Intrigante serie misterica ambientata nella Roma notturna, segreta e misteriosa. Grandi interpreti: Ugo Pagliai, Massimo Girotti, Rossella Falk, Carlo Hinterman e lei......Carla Gravina! Capelli rossi, occhi verdi...

Il tenente Sheridan (Editato anche come Sheridan)

http://www.elleu.com/ raccolta 10 dvd (al 29 Maggio 2009 dc)

Un ottimo Ubaldo Lay per uno sceneggiato di grande successo

Il tesoro delle tredici case

 

Una serie quasi dimenticata: un tipo stravagante aiuta un gruppo di ragazzini a trovare un tesoro. La scena più strepitosa: la discesa in bici dalla Tour Eiffel!

I Miserabili

http://www.elleu.com/ raccolta 5 dvd e 5 dvd singoli (al 29 Maggio 2009 dc)

Un impareggiabile Gastone Moschin e un gigantesco Tino Carraro interpretano il capolavoro di Victor Hugo

I promessi sposi

http://www.elleu.com/

Migliore questa prima versione italiana, con una giovane e splendida Paola Pitagora

I sopravvissuti (in inglese: Survivors)

Notizie

La Yamato Video, in un comunicato al gestore del gruppo Yahoo!Gruppi dedicato alla serie (circa a marzo 2007), ha annunciato la prossima edizione in DVD della serie!! Si presuppone che vengano pubblicate, con audio anche in italiano, le tre serie originali (compresa la terza, mai edita in Italia, e gli episodi non trasmessi dalla RAI). Resto in attesa di ulteriori dettagli nei prossimi mesi

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La Yanato ha ufficializzato le riedizione della serie durante il festival del Telefilm tenutosi a Milano nel maggio 2007 presentando due episodi. Successivamente è stata annunciata l'uscita della prima serie di 13 episodi in quattro DVD "nei primi mesi del 2008". Poi è stata annunciata per maggio 2008. Io li ho ordinati su DVD-Store.it, ho ricevuto diverse e-mail in cui mi si comunicava che Yamato aveva rimandato l'uscita dell'opera. Attualmente, 23 luglio 2008 dc, la data prevista è il 19 Settembre 2008 dc.

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Dopo continui rinvii (ma non di Yamato, che ufficialmente sul suo sito non ha più comunicato alcunché, dando prova di grande scorrettezza, ma di alcuni rivenditori, anche gentili e cortesi, come DVD-Store), è giunto il 13/10/2008 dc l'ultimo annuncio: il primo cofanetto di 4 dvd con la prima serie non sarebbe uscito perché i diritti di produzione sono stati ceduti alla Dolmen Home Video, con un nuovo distributore, e che forse nel giro di due mesi i dvd sarebbero finalmente stati in commercio. Ad una successiva mia e-mail di richiesta di spiegazioni DVD-Store ha risposto che Cecchi Gori sarebbe stato il distributore e che loro speravano quindi di avere di nuovo in catalogo questo prodotto quanto prima possibile.

È quello che io e tutti i fan di questa serie continuiamo pazientemente a sperare.....Ma la Yamato, il 28 ottobre 2008 dc, smentisce "quanto affermato in rete da fonti non informate": ecco il comunicato

Aggiornamento gennaio-maggio 2009 dc: finalmente è uscito il cofanetto di 4 dvd (con contenuti extra) e poi, in edicola, le tre serie complete in uscite di due dvd ciascuna: Yamato Video e Hobby&Work. L'ultima uscita l'ho acquistata, nell'edicola dove ho prenotato tutte le serie, intorno al 15 Maggio 2009 dc)

 

Una mitica serie tv della BBC inglese, tratta dal romanzo di successo di Terry Nation, trasmessa non interamente dalla RAI: in origine era suddivisa in tre serie. La RAI, oltre a non trasmettere mai la terza serie, ha rimescolato gli episodi delle due serie per allungare la durata di ogni puntata, sortendo così l'effetto di creare episodi di durata e contenuto diversi dall'originale (e non trasmettendo, inspiegabilmente, alcuni episodi). La serie ha un vasto seguito di fan: http://www.sopravvissuti.altervista.org/  propone anche un link per un appello per ottenere la ri-trasmissione in Italia e una edizione in DVD (dal momento che in Gran Bretagna sono uscite tutte e tre le serie tra il 2003 e il 2005). Ha creato anche un gruppo in Yahoo!Gruppi http://it.groups.yahoo.com/group/isopravvissuti/ .

Vedere anche http://www.serietv.net/ 

Ho inviato una e-mail a Elleu Multimedia per suggerire loro la riedizione in DVD in lingua italiana dell'intera serie ma non si sono neanche degnati di rispondere...

È stata da tempo (2008 dc) annunciata la produzione di una nuova serie da parte della BBC. Nella pagina della BBC

http://www.bbc.co.uk/survivors/

viene annunciato l'inizio delle trasmissioni per il 23 Novembre 2008 dc. Ci sono anche i trailer.

È successivamente uscita, nei primi mesi del 2009 dc, in DVD la nuova serie composta di 6 episodi. La seconda serie (in televisione?), prevista in partenza per Maggio 2009 dc, è stata rimandata per aspettare gli esiti della peste suina (ed eventualmente aggiornare la serie in tempo reale....)

In occasione del Roma Fiction Festival 2009, in programma nel luglio 2009 dc, mercoledì 8  verrà trasmessa la prima puntata della nuova serie con sottotitoli in italiano .

Aggiornamento settembre 2009 dc

Ho scoperto per caso l'inizio della trasmissione su RAITRE (per ora il giovedì alle 21,10) della nuova serie della BBC. Giovedì 3 settembre è stata trasmessa la prima puntata. Incredibile! Cosa può aver convinto i gestori della Rai a fare ciò? C'è da aspettarsi, come già successo per altre serie, che un eventuale "scarso ascolto" induca questi intelligentoni a troncare la programmazione già dopo la prima puntata...

Ed infatti...

Già la terza puntata è slittata in seconda serata alle 22,40 circa dopo un altro telefilm nuovissimo di cui non c’erano notizie.

In seguito la serie è stata riproposta in orari e giorni disparati, secondo il malcostume abituale della Rai.

Nel 2010 la BBC ha prodotto una seconda serie per altri 6 episodi. Il finale lascerebbe intuire una serie successiva, ma la BBC ha annullato la prosecuzione della serie, un po' per la crisi economica generale ed in parte per presunto scarso successo. Ci sono state petizioni da parte dei fans per far proseguire la serie.

Anche questa seconda serie è stata programmata senza criterio sui canali Rai. A tutt’oggi (Maggio 2013 dc) non ho notizie di eventuali ripensamenti da parte della BBC.

I tre moschettieri

 

Una delle tante versioni: questa è, secondo me, la più riuscita. Bella fino alla commozione la colonna sonora di Francis Lai

Ivanhoe

 

Mitica serie di avventure tra cavalieri, dame e castelli.

Jeckill

 

Straordinaria e moderna versione dal famoso romanzo di Stevenson. Negli anni '70 ha fatto scalpore questa bellissima edizione, così anticonvenzionale, con l'insuperabile interpretazione di Giorgio Albertazzi e Massimo Girotti. RAI 3 lo ha programmato a tarda notte alla fine di ottobre 2006....

La cittadella

http://www.elleu.com/ raccolta 4 dvd (al 29 Maggio 2009 dc)

Un intenso Alberto Lupo in una serie di grande successo.

La famiglia Benvenuti

http://www.elleu.com/

Qualche caduta di tono, ma comunque godibile, ed un bravo Enrico Maria Salerno

La fiera delle vanità

 

 

La freccia nera

http://www.elleu.com/  cofanetto 4 dvd (al 29 Maggio 2009 dc)

Mitico, con una giovanissima Loretta Goggi, il bel Aldo Reggiani e Arnoldo Foà. Non dimenticata anche la canzone della colonna sonora.

Ora, ottobre-novembre 2006, su Canale 5 la riedizione dello sceneggiato, con molte modifiche. Non ci possiamo esimere dal notare che la protagonista femminile si distingue per le scarse qualità recitative, per il tono di voce monocorde, per il solito accento romano-marchigiano e per il difetto di pronuncia, "zampilli" salivari inclusi, così diffuso nelle ultime generazioni, specialmente tra le donne.

Le inchieste del commissario Maigret

http://www.elleu.com/

Una delle maggiori interpretazioni del grande Gino Cervi. L'opinione di chi scrive è che questa resta la migliore interpretazione cinetelevisiva del personaggio di Simenon

Lancillotto

 

Altrettanto mitica serie, come Ivanhoe di cui dovrebbe essere contemporaneo.

Lassie

 

Ancora oggi l'ignoranza regna sovrana e molti si ostinano a chiamare "Lassie" i Pastori Scozzesi (o Collie), protagonisti della serie di telefilm e di alcuni film.

L'isola del tesoro

http://www.elleu.com/ cofanetto 4 dvd (al 29 Maggio 2009 dc)

Mitica realizzazione RAI. Ne fu fatta, molti anni dopo, una versione fantascientifica dal titolo Il pianeta del tesoro, non male

Nero Wolfe

http://www.elleu.com/ raccolta di 10 dvd, 2 raccolte di 5 dvd ciascuna, 10 dvd singoli (al 29 Maggio 2009 dc)

Il grasso investigatore Nero Wolfe, interpretato da un grande (in tutti i sensi) Tino Buazzelli, è amante della buona cucina e delle orchidee e, molto pigro, non esce quasi mai di casa: i suoi casi li risolve grazie al suo assistente Archie Goodwin, interpretato da un ottimo Paolo Ferrari.

Odissea

http://www.elleu.com/

Una delle più belle realizzazioni in assoluto: Bekim Femiu nella parte di Ulisse e la splendida Irene Papas in quella di Penelope

Perry Mason

 

Una colonna del genere. Raymond Burr ha dovuto faticare a svolgere altri ruoli, tra cui il "cattivo" in "La finestra sul cortile" di Hitchcock. E ha dovuto nascondere a lungo la sua omosessualità e poi subirne le conseguenze quando la verità venne a galla. Negli anni '80 vennero prodotti altri lunghi telefilm a colori con Perry Mason che abbandona la veste del giudice (nel frattempo aveva fatto carriera...) per tornare a fare l'avvocato.

Primeval

 

Recente serie fantascientifica (dal 2007 circa) della BBC e ambientata a Londra. Molto ben fatta e con un bel soggetto, malgrado certa ripetitività che forse ha causato morti tra i protagonisti per camuffare gli abbandoni di alcuni protagonisti: vengono scoperte le cosiddette "anomalie" che consentono passaggi temporanei tra il presente e diverse epoche, prima del passato e poi del futuro, con terrificante, e spesso divertente, passaggio di mostri vari. L'equipe eterogenea degli scienziati-militari-studenti che si occupa di contrastare e studiare queste anomalie si trova ad affrontare nemici esterni ed interni (tra cui apparati diversi dello Stato....), ed in gioco c'è la scomparsa della specie umana.

La Rai come al solito si è distinta per l'assurda ed idiota programmazione delle tre serie. Ha poi rimediato programmando (ma per due volte di seguito!) tutte e tre le serie nel tardo pomeriggio dal lunedì al venerdì, su RAI 4, intorno a Novembre 2010 dc.

Dopo la minaccia della cessazione definitiva della produzione inglese (con la terza serie finita in modo tale che se ne attendeva senza dubbio il seguito...), pare certo che la quarta sia già stata finita e che la quinta si stia girando a cavallo del 2010 e del 2011 dc.

Purtroppo non è certo se e quando vedremo su canali gratuiti queste due brevi serie....

La Rai, molto intelligentemente come sempre, ha programmato la terza serie tra luglio e agosto 2011 dc, al sabato intorno alle 18.30 su Rai2!

Rin Tin Tin

 

Una serie che non è mai stata dimenticata

Sandokan

http://www.elleu.com/ cofanetto da 3 dvd (al 29 Maggio 2009 dc)

Beh, che dire! Kabir Bedi e Philippe Leroy, perfetti nei panni di Sandokan e Yanez! Per non parlare di Adolfo Celi: perfidamente insuperabile.

Spazio 1999

 

Malgrado le scenografie visibilmente false, la serie ha avuto un vasto e meritato successo

Thibault il cavaliere magico

 

 

Thierry La Fronde

Ci sono video su Youtube e pare che si possa trovare da scaricare. C'è una versione in DVD in lingua francese e u'edizione, sempre in francese, in cofanetto (non ho altri dati: nel sito citato nella pagina di Wikipedia si possono vedere le immagini relative alle confezioni)

Da Wikipedia www.wikipedia.it (Agosto 2011 dc): Thierry la Fronde è una serie televisiva francese, andata in onda dal 1963 al 1966. Il soggetto e la sceneggiatura erano di Jean-Claude Deret: la regia fu affidata a Robert Guez per le prime due serie e a Pierre Goutas per la terza e quarta serie.

In Italia è stata trasmessa sul programma nazionale nell'ambito della TV dei ragazzi.

La storia è ambientata nel XIV secolo, durante la Guerra dei cent'anni. Gran parte della Francia è occupata dall'Inghilterra e il re Giovanni II è prigioniero degli inglesi. I francesi sono oppressi da Edoardo il Principe Nero, figlio del re Edoardo III d'Inghilterra. Un giovane nobile francese, Thierry de Janville, decide di opporsi agli inglesi ma è tradito dal suo intendente Florent e perde il titolo e le terre. Thierry riesce a fuggire nella foresta, dove si unisce ad altri giovani e si dà al banditismo per combattere contro gli inglesi. Dato che la sua arma preferita è la fionda, viene soprannominato "Thierry la Fronde" (Thierry la Fionda).

UFO attacco alla Terra

 

Prima di Agosto 2000 le prime 5 puntate su Italia 1 alle ore 21,50 nella trasmissione Doctor Futuro (condotte con allucinante pronuncia romano-marchigiana) e inopinatamente interrotte, e poi riprese parzialmente. Da agosto 2006 la serie viene pubblicata in edicola da Achette, http://www.hachette-fascicoli.it/index.cfm . Pare che la stessa serie si trovi anche, in due cofanetti, nella catena Blockbuster: la prima serie a circa 75 euro, la seconda a circa 55.

Vidocq

  

Una serie interessante: peccato per il pessimo, recente film...

Visitors

http://www.elleu.com/ la serie completa in cofanetto da 10 dvd, e in tre volumi da 2, 3 e 5 dvd - la cui descrizione nel sito è però un po' confusa e può trarre in inganno (al 29 Maggio 2009 dc)

Pubblicata una prima serie con 6 cassette con due episodi l'una e una seconda serie di 14 cassette con un episodio ognuna. Ci sono stati anche due episodi lunghi per il cinema. La serie presenta certi cliché tipici dei telefilm americani ed alcune incongruenze: come possono parlare, mascherati da umani, questi alieni con una bocca di serpente e senza labbra? Perché, quando parlano tra di loro, non si è scelto di farli parlare, più realisticamente, nella loro lingua, con i sottotitoli?

Zorro

  

Un'altra mitica serie: i telefilm duravano circa 25 minuti.

 

A coloro che mi hanno scritto chiedendomi come trovare le videocassette o i DVD di questi sceneggiati devo dire che non so molto più di loro: il consiglio che do è questo:

1.   provare nelle edicole cercando gli sceneggiati editi, prendere nota della azienda produttrice e chiedere a loro direttamente. Diversi sono editi dalla Elleu Multimedia (vedi il link, dove presente, nella tabella)

2.    andare nei negozi della catena Blockbuster (2014 dc: chiusi ormai da qualche anno): dovrebbero avere un annuario con TUTTI i film pubblicati e la notizia se sono mai stati prodotti in VHS. È possibile che in tale annuario ci siano anche i telefilm e gli sceneggiati.

3.      fare ricerche, a volte estenuanti, in Internet

Quelli che hanno più di 40 anni e che si commuoveranno mi segnaleranno forse i titoli che mi sono sfuggiti. Io sono tra quelli che non andavano a letto dopo Carosello e vedevano la televisione insieme alla famiglia, senza censure. Nel bene e nel male la televisione ha riempito la mia vita e di questo sono grato al carrozzone della Rai.

Con le mie scarse forze vorrei segnalare programmi, documentari e film interessanti sulle emittenti nostrane. Naturalmente cercherò di essere tempestivo. Fatemi poi sapere che ne pensate, ovviamente.


Da www.fantascienza.com link diretto http://www.fantascienza.com/magazine/notizie/10141/28 Novembre 2007 dc

I sopravvissuti torneranno

I protagonisti: Jenny Richards, Abby Grant e Greg Preston
I protagonisti della serie originale

Tempo di remake anche per la tv britannica, che va a ripescare un altro piccolo cult televisivo degli anni '70

Probabilmente è cosa poco nota da noi, ma la televisione inglese è in realtà estremamente vitale da tempo immemore, capace di scegliere strade innovative se non estrose, al punto che potremmo paragonarla alla libertà creativa che si respira nelle tv via cavo Usa, in nessun modo simile alla nostra paleolitica programmazione televisiva.

Nel periodo che va dal 1975 al 1977 entrava in scena sulla sovrana BBC una serie apocalittica dal titolo Survivors, che in tre stagioni raccontò la storia dei pochi sopravvissuti (in Inghilterra ovviamente) a un misterioso virus che aveva sterminato il 99% della popolazione mondiale.

Il telefilm partiva seguendo l'evolversi (ma sarebbe meglio dire "involversi") della situazione tramite due personaggi femminili, una cosa che persino oggi sembra visionaria in un mondo dell'intrattenimento alquanto (ne sa qualcosa la Kate di Lost, che doveva essere la protagonista) male-dominated.

Le due donne si chiamavano Jenny Richards, un'operaia che girava senza meta il paese ormai devastato e Abby Grant, sorta di casalinga disperata ante litteram, alla ricerca del figlio Peter. Le due si incontravano, insieme all'ingegnere Greg Preston e presto capivano che dovevano ricostruire la società dalle fondamenta. Trovavano così un posto chiamato The Grange, dove, con altri sopravvissuti, cominciavano a costruirsi i mezzi per sopravvivere.

L'autore della serie, Terry Nation (che aveva già creato una cosina chiamata Doctor Who), come spesso accade abbandonò la serie dopo la prima stagione, un po' per seguire nuovi progetti e un po' per dissidi con la produzione, che aveva altre idee per lo sviluppo del telefilm.

Vi ricorda qualcosa?

Di fatto il pubblico all'epoca notò un certo cambio di direzione nelle due stagioni seguenti, fino alla sua chiusura, nel 1977.

Tanto per cambiare e prima dell'avvento dell'illuminata SKY, da noi arrivarono sono le prime due stagioni, sulla tv svizzera e poi sulla Rai.

Ma, malgrado il passare del tempo la BBC cercò sempre di acquistare i diritti della serie dal suddetto Nation, per poterla riportare in vita.

Progetto evidentemente andato in porto solo 20 anni dopo, visto che è stato annunciato il remake televisivo.

La nuova serie sarà scritta da Adrian Hodges, creatore di Primeval, e svilupperà in chiave moderna l'idea di persone che sopravvivono a un virus capace di sterminare il 99% delle popolazione mondiale.

Il paragone che viene fatto in rete è, ovviamente, con l'attuale Jericho, per cui sarà interessante vedere come riusciranno a differenziare la controparte britannica.

Come è ovvio, è alquanto presto per conoscere la data della messa in onda, ma trattandosi di un progetto intrigante, continueremo a seguirne le tracce. Chissà, magari loro sono in grado di scoprire come realizzare una società migliore di quella attuale.

Non che ci voglia molto, a patto di ripartire da zero. Anzi, da 0,1.

Autore: Leo Lorusso - Data: 28 novembre 2007 - Fonte: SFX


Da La repubblica del 22 Novembre 2006 dc:

Dure critiche dal giornale vaticano alla fiction "Il padre delle spose" in cui l'attore è papà di una ragazza lesbica sposata con la propria compagna

L'"Osservatore" contro l'amore gay

"Film Banfi, polpetta di terzo livello"

Gentiloni: "Brava Rai a trasmettere un prodotto sui diritti delle persone omosessuali" L'Arcigay: "Basta pregiudizi, il Vaticano condanni, piuttosto, la violenza"

ROMA - "Una polpetta tra sceneggiata di terzo livello e trionfo finale che si presume popolare". L'Osservatore Romano boccia senza appello Il padre delle spose, la fiction andata in onda lunedì 20 novembre su RaiUno (7 milioni 26 mila telespettatori e il 26.74% di share), protagonista Lino Banfi nei panni del padre di una ragazza lesbica e sposata, in Spagna, con la sua compagna. Una fiction che, lamenta il giornale vaticano, nell'articolo firmato dal critico Franco Patruno, "viene assunta a simbolo ideologico del matrimonio tra donne omosessuali". E che già prima della messa in onda aveva suscitato la disapprovazione di una parte del mondo cattolico. Dal ministro della Comunicazione, Paolo Gentiloni, un plauso, invece, alla Rai, per aver trasmesso un prodotto che affronta la questione dei diritti delle persone omosessuali. Replica all'Osservatore anche l'Arcigay: "Fomenta pregiudizi e ostilità. Il Vaticano, piuttosto, condanni le violenze di cui sono vittime le donne lesbiche".

Il giornale della Santa Sede taccia il film di "pochezza, prevedibilità e ovvietà della storia", e contesta "l'evidente esaltazione finale della situazione matrimoniale tra le due donne", che non sarebbe una "semplice esposizione della verità", come aveva sostenuto il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà, ma "una magnificazione della situazione di fatto". E appunta le proprie critiche sul fatto che il servizio pubblico avrebbe dovuto "prendere coscienza" che un argomento come quello sviluppato in prima serata dal film "può far apparire più che ordinario ciò che antropologicamente ed eticamente non è".

Infine, un appunto anche a Banfi, e alle sue ripetute professioni di fede, citando l'invito, mosso dal cardinale Ersilio Tonini, a non mandare in onda "la sceneggiata" poiché "l'omosessualità e il matrimonio tra due donne è un dramma grave, è una cosa riprovevole": "Forse il cardinale - conclude l'Osservatore - faceva appello anche alla sensibilità di Banfi, il quale, in diverse occasioni, ha testimoniato il suo cristianesimo e la particolare devozione a Padre Pio".

Il ministro della Comunicazione, Paolo Gentiloni, affida il suo commento a una pagina del suo blog su internet: "Non posso giudicare la qualità del prodotto - scrive - ma penso che la Rai abbia fatto bene a trasmettere una fiction che affronta il tema dei diritti delle persone omosessuali". Gentiloni invita a maggiore prudenza "coloro che temono che Il padre delle spose abbia creato 7 milioni di supporter del matrimonio gay: "Quando nel 2000 il governo dell'Ulivo cercò un testimonial per i suoi spot sulla famiglia, scelse proprio Lino Banfi. Che potrebbe essere associato a Zapatero solo nel titolo di un film della serie Fifa e arena".

Dura l'Arcigay: "L'Osservatore Romano non si accorge, o forse sì, di fomentare pregiudizio e ostilità contro lesbiche e gay. Altro che carità pastorale: siamo alla richiesta di confinare nel campo dell'anormalità milioni di uomini e donne". Così commenta Sergio Lo Giudice, presidente nazionale dell'associazione. E si chiede come mai le gerarchie cattoliche, "piuttosto che inveire contro un'immagine reale e serena dell'amore omosessuale, non si preoccupano di quelle donne lesbiche oggetto di violenza, come Doriana e Marcella, una giovane coppia della provincia di Brescia, simile a quella del film di Banfi, bersaglio da settimane di volgari e violente intimidazioni. Non ha niente da dire su questo l'Osservatore Romano?".


Teatro

Sono sincero: di teatro ne mastico poco. Preferisco comunque un teatro il più possibile vicino alla realtà comune, senza manierismi ed elucubrazioni. Non il realismo esasperato ma, comunque, una tecnica non "fine a se stessa". Non il "teatro per il teatro" dunque. Ho una particolare repulsione per un regista teatrale che gode invece del successo e del mellifluo elogio di "chi se ne intende": Luca Ronconi. Costui rappresenta esattamente l'opposto di quello che io, povero rozzo ignorante, intendo per teatro.

Un'altro autore, anche se alcune cose che ha scritto e detto mi trovano d'accordo, non mi convince: Bertold Brecht. Io, che sono per la partecipazione totale dell'attore a ciò che mette in scena, non posso accettare il distacco voluto e forzato degli artisti propugnato da questo protagonista di un teatro molto impegnato.

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