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Pagina ereditata dal sito di Atheia

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Visitate il bel sito di Mikado a http://www.emik.it/ . La Mikado é meritoria per l'alto valore dei film pubblicati, alcuni mai visti in Italia, alcuni in versione originale con sottotitoli in Italiano. Verificate il catalogo: troverete delle piacevoli sorprese, come alcuni dei film a tematica gaylesbica, presentati nelle edizioni del Festival Internazionale di Cinema Gaylesbico di Milano!

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Musica

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Musica

Capiterà che in questa pagina si parli di musica. Cercherò di farlo tenendo ben presente che non è tutto oro quello che luccica. Tra di noi "fruitori" della musica abbiamo, come è ovvio, gusti musicali e preparazione differenti: c'è chi ritiene noiosa la musica classica e c'è chi l'apprezza. Stesso discorso per l'opera lirica e per gli altri "generi". Ma io,  quando sento qualcuno che parla di "musica colta", ho una forte sensazione di fastidio...

In generale non ho molta considerazione per la musica che, per comodità, definisco semplicemente "da discoteca". Per quanto riguarda il genere rap  lo considero proprio sgradevole e il gradino più basso raggiunto dalla musica in senso lato. Ma si sa, i gusti sono gusti...

In generale non ho preclusioni aprioristiche e rifuggo, come per tutti gli aspetti della vita, la FISSAZIONE e il FANATISMO. Che sia per un genere, un artista, un gruppo, un album, una canzone.

Segnalerò  alcuni concerti ed eventi interessanti nell'ambito musicale. Se vorrete segnalarmi qualcosa, informarmi su solisti o gruppi interessanti non esitate, scrivetemi in e-mail.

C'è una cosa che molti fan di lingua inglese di gruppi e cantanti di cui sono fan anch'io non capiscono facilmente quando cerco di spiegarlo loro: dal momento che l'inglese non è la mia lingua nativa e che non sono così bravo da capire i testi di una canzone al volo, mentre la sento, come molti fruitori italiani di musica con testo inglese io bado all'impressione generale che mi da il singolo brano. Se mi piace il sound complessivo, il cantato, il ritmo etc, beh...vuol dire che quel brano MI PIACE, punto. Sarà solo in un secondo momento, se ne avrò voglia, che mi preoccuperò di capire cosa dicono i testi. Ecco perché, io ateo senza ombra di dubbi, ho tra i miei gruppi favoriti l'Incredible String Band, che in quanto a misticismo non scherzava affatto. O i Popul Vuh, o i Quintessence...

E poi mi ci sono messo, di tanto in tanto, a tradurre parecchi testi, o ho trovato la traduzione già fatta (spesso male...): diciamoci la verità! Se vogliamo proprio guardare, molti testi delle canzoni che tanto ci piacciono sono proprio banali e convenzionali, a volte sono proprio stupidi, e altre volte ancora così complicati da essere difficilmente comprensibili.....

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31 Luglio 2008 dc

Maurizio Pollini si offende se gli dicono che è una pop-star!

In una trasmissione RAI di Luglio 2008 dc si è parlato del fenomeno del momento: un disco del pianista classico Maurizio Pollini sta vendendo talmente tanto che la giornalista ha paragonato le vendite di questo cd a quelle delle stelle della musica pop e gli chiede, più o meno, "cosa pensa del fatto che il suo cd sta vendendo come fosse una pop-star?" (ma il termine "pop-star" lo dice, eccome!). Pollini, dimenando entrambe le braccia al cielo, risponde scandalizzato con una frase come questa "Lei mi fa impazzire se dice così!".

Il Pollini conferma quanto ho scritto all'inizio di questa pagina: questi signori impomatati, con lo spartito sempre davanti alla faccia, irrigiditi nei loro abiti funerei "da concerto", che si ritengono depositari di una cultura "alta", "unica", "elitaria", che autodefiniscono la propria musica "colta", dimostrano ad ogni occasione il disprezzo che hanno per la gente, per il grande pubblico, per la massa, e paradossalmente questo stesso disprezzo non lo riservano ai diritti d'autore che entrano nelle loro tasche grazie alle vendite dei loro cd da "pop-star"! Ah no! Questo non li offende! Si sa, denaro non olet! E non basta, come qualcuno mi ha fatto osservare, che si siano prestati (forse gratuitamente, ma non ci giurerei...) a dirigere o eseguire concerti di musica "colta" nelle fabbriche per renderli "democratici", "alla mano" o meno "elitari": è proprio la loro mentalità in generale, la loro impostazione culturale, il loro approccio ad essere irritante.

Altro che lancio di uova alla prima della Scala! Questi signori meritano ben altro!

Jàdawin di Atheia

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CLASSIFICA DI VENDITA DI ALBUM

ITALIA

Classifica settimanale dal 19/12/2008 dc al 25/12/2008 dc (Negozi specializzati)

dal 15/12/2008 dc al 21/12/2008 dc (Grande distribuzione)

(e ci sarebbe comunque da dire che questa è una classifica incongruente, se non altro per lo sfalsamento delle date)

Pos. Att. Pos. Prec. N. Sett.
Titolo
Artista
1 1 6
Primavera in anticipo
Laura Pausini
2 3 4
Canzoni per Natale
Irene Grandi
3 6 49
Safari
Jovanotti
4 5 6
Fleurs 2
Franco Battiato
5 2 6
Gaetana
Giusy Ferreri
6 4 7
Alla mia età
Tiziano Ferro
7 9 5
San Siro Live (2008)
Negramaro
8 8 5
Spirito libero
Giorgia
9 7 9
Incanto
Andrea Bocelli
10 10 4
L'animale
Adriano Celentano

Classifica rilevata l'1/01/09 dc (cercherò per quanto possibile di dare a questa classifica una regolarità periodica decente...). Non posso citare la fonte perché questa classifica è protetta da copyright, e comunque è stata da me modificata e ridotta. La classifica completa è di 100 posizioni, il numero nella colonna "N. Sett." si riferisce al numero di settimane di presenza nella classifica fino a 100, così come nella colonna "Pos. Prec." si fa riferimento alla classifica completa.

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Dylan, il camaleonte fedele a se stesso

Ha esplorato e rinnegato ogni religione, scavato su ogni idea. Ma non è mai cambiato

di Dario Salvadori 

Fonte: Iltempo.it  2006 dc circa

ALLA vigilia dell’ennesimo tour italiano, il mito di Bob Dylan continua a non presentare smagliature. Alla già cospicua serie di pubblicazioni dylaniane, si aggiunge ora il poderoso volume "Lyrics 1962-2001", edito da Feltrinelli, contenente tutte le canzoni del menestrello di Duluth album per album, brano per brano, tradotte da Alessandro Carrera. Sarebbe il caso di definirlo un libro imperdibile, se non fosse per il prezzo, 60 euro, e anche per la mole non certo incoraggiante. Ma gli amanti di Dylan, soprattutto i fedelissimi del cartaceo, sono abituati a fatiche maggiori e sicuramente apprezzeranno la specificità del volume. Fra gli amanti di Dylan va sicuramente annoverato Alessandro Carrera stesso, che da anni si dedica con passione e successo alla divulgazione poetica del grande cantautore.

La parte più interessante del libro risiede nelle appendici, particolarmente nelle classiche "note del traduttore", che qui assumono un valore aggiunto. Carrera delizia gli appassionati con le sue minuziose descrizioni brano per brano, soffermandosi sulla dietrologia delle canzoni, sui difetti, gli errori, le "alternative takes", le false partenze, i sensi figurati di ogni espressione, tutto ciò che si cela dietro a quel linguaggio autentico e senza retorica del cantautore. Ma al di là del valore lirico, dell’abilità del cantore di storie capace di passare dai momenti "on the road" (legati soprattutto alla produzione degli anni Sessanta) all’iperrealismo e all’amarezza della maturità, emerge la figura del filosofo brillante, quasi "bright".

È diventato complicatissimo parlare di Bob Dylan, se si vuole evitare la storia e i luoghi comuni che non hanno mai abbandonato ogni intervento sulla sua produzione e sulle singole, talora spiazzanti, prese di posizione.

Bob Dylan è ancora oggi, dopo decenni, uno dei maggiori intellettuali d’America e il suo apparente mutismo non deve trarre in inganno, poiché di fatto guida una motivatissima crociata contro il creazionismo, si definisce ateo, agnostico e difensore di Darwin, aggiungendo che oggi la religione non ha più motivo di esistere. Detto da lui vale di più, visto che nel corso degli anni, in fatto di religione, ha cambiato "casacca" più di una volta. I suoi detrattori l’hanno definito "darwiniano fondamentalista" e lui, fra un never-ending tour e l’altro, ha cercato di spiegare che tutti gli ideali ritenuti più sacri di cui è stato in qualche modo testimonial (pacifismo, anti-autoritarismo, individualismo, diritti civili e qualsiasi forma di "io") possono e devono essere spiegati in termini di cieca sopravvivenza. Le oltre mille e duecento pagine offrono la possibilità di capire – o perlomeno di entrare in stretto contatto – quell’America sognata, poi ripudiata, in seguito addirittura rimpianta che rimane alla base dell’interesse del Dylan autore di canzoni (il performer è tutt’altra cosa e non sarebbe male se qualcuno affrontasse anche questo lato del musicista).

È lui l’artista che più di chiunque altro ha rivoluzionato la forma della canzone unendo tradizioni diversissime: blues, country, rock and roll, gospel, rhythm and blues, ballad. Un’impresa che avrebbe tagliato le gambe a chiunque, soprattutto se si fosse espresso nell’arco di cinque decadi musicalmente molto affollate e contraddittorie. Opinionista amaro, poeta severo quanto si vuole, Dylan è rimasto il solo a tracciare l’immaginazione come via di fuga, anche se a vincere, a conti fatti, sembra essere sempre l’inquietudine. Il fatto è che a lui i prepotenti non sono mai andati giù e fin dall’inizio aveva capito che si potevano sfidare, che non possono fare male. A leggerli uno dopo l’altro questi testi, laddove sia possibile, la statura del poeta non sovrasta tutto il resto; Dylan non sembra poi così cambiato. Ha le stesse aspirazioni, gli stessi amori, la stessa debolezza. Scorrendo i testi delle canzoni del primo album si trovano già la maggior parte delle idee che ha avuto. Forse è stata quella la sua fortuna. A differenza di tanti altri artisti della sua generazione, lui ha tenuto sempre il motore acceso e ancora oggi si scaglia contro quel nefasto "meteorologismo" che sembra caratterizzare l’ambiente musicale non soltanto negli Stati Uniti. 

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Da "il Manifesto", 2004 dc (con una pessima punteggiatura..)

Uomini di dio, cantate e colpite!

Festival di musica cristiana a Pensacola (Florida), la città dove si sono avuti i peggiori episodi di violenza antiabortista. E dove impazzano nelle scuole le teorie creazioniste. Ma Pensacola è solo uno dei mille luoghi degli Stati uniti dove i «tranquilli fanatici» dell'integralismo cristiano sono maggioranza. E sostengono George W. Bush.

MARCO D'ERAMO
INVIATO A PENSACOLA (Florida)

Ovest-Pascagoula; est-Pensacola: è la scelta che mi offre l'imbocco dell'autostrada a Mobile (Alabama). Sono affascinanti le reiterate assonanze indiane che incontri ovunque negli Stati uniti, dal fiume Pellissippi alla città di Chattanooga in Tennessee, dalla città di Pontiac in Michigan al fiume Chattahooochee tra Alabama e Georgia: persino il lago Seneca nello stato di New York si riferisce non al filosofo stoico ma a un popolo indiano. La toponomastica è l'unico tributo che l'America moderna paga ai suoi occupanti originari che ha sterminato.

Epicentro della violenza

Scelgo Pensacola perché negli anni '90 è stata l'epicentro della violenza anti-abortista, e perché vi si svolgerà il festival di musica cristiana «Grace». Proprio qui, in questa città costiera di 420.000 abitanti della Florida orientale, adagiata tra la penisola vera e propria e la Louisiana, avvenne il primo attentato contro una clinica dove si praticavano aborti: nel 1984 fu lanciata una bomba (che per fortuna non fece vittime) contro la clinica Ladies Center (che nel frattempo è diventata l'Healthcare Center).

Per tutti gli anni '80 andarono crescendo gli attentati contro le strutture, il personale e i medici che praticavano aborti, fomentati dai predicatori integralisti, secondo cui era legittimo uccidere per difendere la vita del feto. Gruppi come l'Army of God (l'esercito di dio) definivano questi omicidi come «u.d.r.», ultimate determined rescue, l'«ultimo risoluto soccorso»: e tre di questi sette u.d.r. avvennero a Pensacola.

Nel marzo 1993 l'attivista Michael Griffith sparò e uccise il dottor David Gunn all'uscita della clinica Pensacola Women's Medical Center. Un anno dopo, il 27 luglio 1994 Paul Hill uccise il dottor John Britton e la sua scorta volontaria (ex tenente colonnello dell'aviazione) James Barret. Nel 1994 furono 27 gli attacchi contro le cliniche abortiste (incendi, bombe, percosse, pugnalate o assassini degli addetti). La repressione fu decisa, Paul Hill è stato condannato a morte; sempre la logica americana: occhio per occhio, morte per morte. Nel 2003 c'è stato un solo attacco, ma con il secondo regime Bush il pedaggio può tornare a salire.

Perciò i cantanti della Christian Music giocano in casa in questa città. Per il festival Grace sono state chiuse tre strade nel minuscolo quartiere storico di Pensacola downtown.

Gli organizzatori promettevano una presenza di 14.000 spettatori per ascoltare i 40 gruppi che si esibiscono nelle due giornate (venerdì e sabato) di Grace: la prevendita dei biglietti (20 dollari a giornata) «è stata grande», fanfaronavano sul Pensacola News Journal. Ci trovo invece poche centinaia di persone, per lo più famiglie. E la fila è più numerosa davanti ai baracchini di hot dog che intorno ai palchi su cui si esibivano le celebrità di questo nuovo segmento di mercato.

Scarsa affluenza

Gli organizzatori attribuiscono la scarsa influenza alla pioggia che ha scrosciato per tutto il giorno sulla città, anche se a sera è tornato il sereno (però l'affluenza è altrettanto scarsa il giorno dopo, nonostante il tempo sia bello e cantino i gruppi più famosi: anche perché Grace deve competere con la molto più attraente Sagra del Gambero di fiume che si svolge a pochi isolati da lì e in cui per 10 dollari ti danno in una scatola di cartone da scarpe 1,5 kg di gamberi di fiume bolliti e passati nel peperoncino).

Le vendite di dischi che si rifanno alla Christian Music sono più che raddoppiate dal 2000 al 2003, arrivando a 12 milioni di dischi. Un fattore che ha contribuito a questa crescita è costituito dalle megachiese che somigliano più a stadi che a templi, come quella evangelica di Frankfort (Kentucky) che ha una capacità di 7.000 posti. In questi «stadi di dio» è impossibile intonare gli inni secondo la tradizione e si è diffuso invece il megaschermo che proietta il Dvd di gruppi musicali. È successo anche che alcuni gruppi già noti, come i Newsboys o i Third Day si siano messi a incidere canzoni religiose (i Third Day concludono il festival da uno dei due palchi, mentre sull'altro si esibiscono gli ApologetiX).

Io ascolto i Casting Crowns su un palco e i Colonel Travis sull'altro. I gruppi variano dal patetico al barboso. Sembrano ex chierichetti foruncolosi che scimmiottano le stelle pop e straziano plagi delle loro canzoni. Anzi, il gruppo ApologetiX è apertamente parodistico: sui temi musicali dei grandi successi altrui scrive testi cristiani. In genere i testi sono deprimenti. È tutto uno splendere di luce della speranza, un lenire le piaghe del peccato, un nascere a nuova vita, un credere in Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, ma soprattutto un affermazione di sé, un Io ti amo, Io credo in te, Io ti perdono, Io ti incorono. Il risultato è la brutta copia del pop mainstream, soprattutto perché deve autocensurare quella che è la componente specifica e più affascinante dei concerti rock e pop: cioè l'erotismo e la sensualità: cosa sarebbero stati i Rolling Stones senza Mike Jagger che mima in scena una scopata con la chitarra elettrica? Probabilmente un gruppo di musica cristiana.

Genitori bigotti

A proposito di pietre che rotolano (Rolling Stones) uno dei gruppi cristiani si chiama Falling Up (cadere in su). A vedere la faccia delle ragazzine presenti sembra che il successo commerciale della Christian Music sia più che altro opera di genitori bigotti che considerano queste canzoni come «il solo pop adatto ai nostri figli», non come il rap demoniaco e svergognato. Perciò altro che buonismo con i Clemency (rock), Everything Seven (pop rock), I.D.O.I. King (hip-hop), con i Jars of Clay (tradizionali), i Men of Standard e i Seven Days to Sunday (pop-rock).

Il fatto è che quando pensiamo al fanatismo c'immaginiamo subito oceaniche, scalmanate orde infuocate da un profeta o da un tribuno. Qui invece vedi la componente pantofolaia del fanatismo, la sua faccia cheta, provinciale, classe media, spesso obesa. Colpisce la modestia dell'insieme e la sua subalternità ai modelli consumistici. Contro l'immagine hitleriana o khomeinista del megafanatismo dall'alto, qui imperversa il microfanatismo dal basso.

Lo stesso microfanatismo lo ritrovo l'indomani quando guido per una decina di miglia a nord di Pensacola dopo aver letto un articolo del New York Times su un parco a temi creazionista, il Dinosaur Adventure Land, che si trova qui ai sobborghi della città: l'idea è quella di rendere seducente per i bambini la teoria creazionista, la teoria cioè secondo cui l'universo è stato creato 6.000 anni fa da Dio in esattamente sette giorni: ha quindi ragione il testo letterale della Bibbia e ha torto la scienza moderna che valuta l'età dell'universo a 15 miliardi anni e quella della terra a 5 miliardi di anni. Ma se il mondo è così giovane, solo 6.000 anni, non vi possono essere specie estinte da 65 milioni di anni, come appunto è successo ai dinosauri. E poiché i dinosauri sono la specie estinta più popolare, grazie alle loro dimensioni, al mistero della loro estinzione e grazie anche a Jurassic Park, diventa chiaro perché nel 2001 il pastore Kent Howind ha scelto questi animali come i protagonisti del suo parco a temi.

All'entrata, un pannello ci spiega l'idea generale: i dinosauri sono esistiti contemporaneamente all'uomo che li ha sterminati, e non erano altro che i draghi descritti dalla cultura popolare. Ma come mai la Bibbia non li nomina? Falso: la Bibbia non usa questo nome ma descrive due mostri, Beemoth e Leviatano che «corrispondono esattamente alla descrizione dei brachiosauri».

Come parco a temi (3 dollari l'ingresso per gli adulti), è proprio miserello in questa trasandata periferia di provincia, quanto lo era il festival Grace. Qualche dinosauro in cartapesta, qualche scivolo per bambini, un paio di altalene ammobiliano un praticello di circa 40 metri per 30. Due stanze pomposamente chiamate museo contengono foto e pretesi fossili di giganti umani (alti 3,6 metri) facsimili dei reperti dell'arca di Noè. Capito nella sala proiezioni mentre un giovane pedantino in calzoni corti spiega il creazionismo a 12 adulti e 25 bambini tra i 5 e i 12 anni, con l'autorità che gli dà il fatto che «io ho studiato un sacco i dinosauri e tutti i libri che vi raccontano un sacco di cose giuste su di loro hanno un errore cruciale nella prima riga: i dinosauri non si sono estinti 65 milioni di anni fa». La ragione profonda è che la Bibbia non può sbagliare e quindi, se la Bibbia non può sbagliare, il mondo ha 6.000 anni e quindi la Bibbia ha ragione (con alcuni trucchi, con un'interpretazione arzigogolata di Giosuè che ferma il sole, i creazionisti riescono però ad accettare l'eliocentrismo).

Una caramella a ogni bambino

Il giovanotto fa una domanda e lancia una caramellina a ogni bambino che risponde (anche a quelli che non rispondono). Dopo un po' ti stanchi del mare di oziosità, ti metti a fantasticare sull'infinita abbindolabilità degli umani. E allora guardi le fiduciose facce dei bambini, e quelle intente, volenterose dei loro genitori che pensano di fare il bene dei loro figli portandoli qui. Hanno un viso innocuo, inerme, inoffensivo. Ma presi tutti insieme costituiscono la più micidiale macchina da guerra ideologica degli Stati uniti. Sono loro che hanno costretto più di metà delle scuole secondarie americane a togliere la teoria dell'evoluzione dalle materie d'insegnamento e che costringono a insegnare queste sciocchezze.

A Santee in California c'è l'Institute for Creation Research (ICR) con la sua rivista Acts and Facts (150.000 copie). Il centro è stato fondato nel 1970 da Henry M. Morris, che nel 1963 insieme a John C. Whitcomb pubblicò il testo base della «scienza della creazione», Il diluvio della genesi, che ha avuto più di dieci edizioni. Il centro è visitato ogni anno da 30.000 pellegrini e dispensa corsi di geologia, fisica, biologia, dove si dimostra che la datazione dei fossili col carbonio 14 è una frottola, che la sedimentazione terrestre può avvenire molto in fretta (migliaia di anni e non miliardi), come dimostra il vulcano Sant'Elena, e così via. Gruppi creazionisti stanno promuovendo crociere creazioniste, vacanze creazioniste con campagne di scavi in South Dakota (dove sono stati ritrovati alcuni tra gli scheletri più stupefacenti di dinosauri), viaggi di raccolta di fossili in Australia e Nuova Zelanda, tour nel Gran Canyon. Secondo il New York Times, un gruppo chiamato Risposte nella Genesi sta costruendo un complesso da 9.000 metri quadri fuori Cincinnati con museo, planetario, aule scolastiche e sala cinematografica dove proiettare film con il Diluvio Universale e simili. Nel negozio all'uscita del Parco compro un opuscolo Insegnare Scienza della Crezione nelle Scuole Pubbliche (70 pp., 4,75 dollari) per regalarlo a Letizia Moratti.

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Da "Musica!" (supplemento settimanale de la Repubblica) del 2/10/03 dc:

Come nascono le classifiche di vendita dei dischi

Come si entra, che fare per restarci, chi le controlla: le classifiche in 8 domande

1 Come si arriva in hit parade? Quanto bisogna vendere?

L'esperto "Per entrare nella top ten un cd deve vendere almeno 20.000 copie in una settimana" dice Mario Allione della FNLA, azienda legata all'AFI, l'Associazione Fonografici Italiani, "Il ciclo di vita di un prodotto esaurisce però il 50% delle potenzialità durante la prima settimana di vendita. L'indice da prendere in considerazione è quindi quello delle settimane di permanenza, spesso un cd ha un clamoroso exploit e la settimana successiva esce di scena, è capitato in passato con alcuni cd di gran qualità, ma pur sempre di nicchia".

L'agenzia "Siamo entrati in classifica al quinto posto nel 2001 con l'album dei Muse: ventimila copie spedite di Origin  of symmetry" dice Valerie Lynch della "SpinGo", l'agenzia di servizi che rappresenta in Italia molte etichette di culto. "Quattro anni fa invece Tom Waits raggiunse il sesto posto con un album per niente facile come Mule variations. Nella top ten si può accedere con 15.000 copie, come con 10.000 o addirittura 8.000, come sta succedendo in questi giorni".

Il caso Il nuovo cd dei Muse aveva 25.000 copie di prenotazione: un record che vale 1'hit parade.

2 Come si raccolgono i dati? Come si costruisce la classifica?

I rilevamenti Dal 1996 la "AC Nielsen C.R.A" stila settimanalmente l'hit parade dei cd più venduti in Italia, diffusa attraverso i media. La rilevazione si basa sulla registrazione delle vendite di cd (in gergo sell out) su un campione di 275 punti vendita rappresentativi dei negozi specializzati, della catena Media World/Media Music e degli ipermercati con superficie superiore ai 5.000 metri quadri. Dai rilevamenti sono esclusi gli autogrill. I punti vendita (tra cui megastore come Feltrinelli, Messaggerie Musicali e FNAC) sono dotati di penna ottica collegata a pc.

L'esperta "Il sistema" dice Nadia Baraldi, ufficio acquisti Nielsen,  "rileva solo i cd venduti. Conta l'affidabilità statistica: più alto è il numero dei negozi, più è credibile il dato. In Italia, infatti, le charts sono stilate solo sulle vendite di cd e singoli: non valgono le prenotazioni né i passaggi radiofonici".

L'indipendente "La classifica è un mezzo promozionale che genera vendite. Ma non parlino di "sell out"", contesta Paolo Dossena, che per 25 anni ha lavorato con una major e da lO è presidente della CNI, l'indipendente che ha lanciato gruppi come Almamegretta. "La hit parade è un falso", dice, "è un falso in bilancio".

3 Che criterio si usa per calcolare le vendite dei singoli?

L'esperta "Non esiste differenza tra singoli e cd" dice Nadia Baraldi. "Il sistema utilizzato per l'uno vale anche per l'altro. Il grande divario è sui numeri: con 2.000 copie di un singolo si va in classifica (nostra nota*: quale classifica? La Top Ten dei primi dieci? Se fosse così lo si darebbe per scontato, ma non lo è: il termine classifica è generico. Una classifica comprende TUTTE le posizioni: dalla prima all'ultima...), per un cd (ce ne vogliono) almeno 8000".

La discografica "Negli anni 60 il mio 45 giri Nessuno mi può giudicare si aggiudicò il disco d'oro con m milione di copie vendute" dice Caterina Caselli, amministratore delegato Sugar, l'etichetta di Andrea Bocelli, Avion Travel e Filippa Giordano. "Oggi si viaggia decisamente su cifre più ridotte. Con 3.000 copie un singolo resta in classifica (vedi nostra nota*) anche diverse settimane. Un album deve venderne almeno 8.000".

All'estero  Negli Stati Uniti per la classifica (vedi nostra nota*) dei singoli vengono conteggiati anche i passaggi radio. In alcuni paesi, come la Francia, il mercato dei cd singoli è considerato irrilevante. I pochi titoli disponibili sono comunque a uso e consumo dei dj.

4 Perché non tutti quelli che vendono entrano in classifica?

L'esperto "Bisogna vendere un certo numero di copie, da lO a 2Omila, in una settimana di rilevazione" dice Enzo Mazza, direttore generale FIMI. "Oggi si vende molto meno di qualche anno fa, il 20%. E la crisi prosegue. Poi è molto diverso entrare in classifica (vedi nostra nota*) a luglio, periodo di vendite basse, o a dicembre, quando l'industria fa il pieno d'incassi: durante le festività si incassa il 30 per cento del fatturato annuo".

L'agenzia "Tra luglio e agosto" dice "Micro" Franzetti della SpinGo "si può arrivare nella Top 50 anche solo con 2.500 copie distribuite. Mentre a novembre e dicembre, con la quantità di raccolte, cofanetti e cd nazional-popolari che invadono il mercato, è difficile entrare anche con quantità rispettabili di cd venduti".

L'indipendente "Fanno tutti un ragionamento: facciamo entrare il cd in classifica (vedi nostra nota*), che poi magari vende davvero" attacca Dossena. "Il prodotto è promosso per alcune settimane: spot, radio, magari una posizione "pilotata" tra i primi 10. Ma l'etichetta indipendente è tagliata fuori, perché ha bisogno di tempi più lunghi per imporre un prodotto. Almamegretta e Agricantus, per esempio, hanno venduto 60.000 copie in un lasso di tempo troppo lungo per entrare in hit parade" (nostra nota**: e qui, per hit parade, si intende la classifica dei primi dieci?).

5 Nel conteggio si considera solo il venduto o anche le prenotazioni?

L'esperto Le classifiche in 1talia sono stilate solo sulle vendite, per i cd e per i singoli. Le prenotazioni non sono valide ai fini della hit parade (vedi nostra nota**), come anche i passaggi radiofonici. Dice Enzo Mazza: "l dischi devono essere "scontrinati" perché si parli di venduto. Da noi le etichette discografiche premiano gli artisti con il disco d'oro assumendo anche il criterio della prenotazione.

Ma in America non è così. Non vale nemmeno quello che chiamano Music Control, cioè il sistema dei passaggi radiofonici di una canzone. Un disco può essere venduto e non avere una grande circolazione radiofonica, e viceversa".

L'indipendente "Non possiamo parlare di "sell out" se, come è capitato, un disco può andare in classifica quando non è stato ancora stato distribuito" dice Dossena, citando l'ultimo cd di Claudio Baglioni, Sono io-L'uomo della storia accanto. "Sappiamo tutti che non sempre i dischi sono venduti, cioè fatturati ai negozi. Molti punti vendita ricevono enormi quantitativi di cd in conto deposito. Se non li vendono, li rendono, un po' come si fa con i giornali: però intanto sono entrati in classifica. Siamo lontani dalla realtà americana, dove con il sistema SoundScan hanno una radiografia esatta delle vendite nelle rispettive aree geografiche".

6 Ma le vendite "on line" vengono conteggiate oppure no?

Il mercato La musica on line al momento copre solo l'uno per cento del mercato italiano e le vendite, per ora, restano fuori dalla hit parade (vedi nostra nota**) . In arrivo, invece, una nuova classifica: i dvd musicali. Le vendite, per la FIMI, sono cresciute tra il 2001 e il 2002 del 93 per cento. È un segmento molto importante. Segue il boom degli acquisti di lettori dvd, cresciuti del 35% negli ultimi sei anni. 

L'indipendente "I proventi on line ridaranno fiato all'industria" dice Dossena. "Macché decremento del consumo, è solo cambiata la fruizione: le radio vivono di musica (ma spesso non la pagano), le colonne sonore aiutano a promuovere i film, la musica esce da tutti i negozi (non solo di cd). Ma il mercato è massacrato dalla pirateria. Il consumo è identico a prima. Quest'anno abbiamo avuto il 20% di incremento e usiamo solo canali alternativi: vendite negli stand, librerie, web. La musica tornerà a vivere di diritto d'autore, gli editori torneranno ad avere un ruolo sui discografici. Pagherà chi consuma".

7 Italia, Inghilterra, Usa: quali sono le differenze?

Il mercato Fare paragoni tra il nostro mercato e quelli esteri è desolante. Per ogni copia venduta in Italia se ne acquistano cinque in Gran Bretagna. Il rapporto scende con la Francia, un disco acquistato ogni 3. Ma la forbice si allarga a dismisura con gli USA dove. in una settimana, con 350 mila copie si può arrivare in testa alle classifiche, come è accaduto ultimamente a John Mayer o a Hilary Duff, l'erede di Britney Spears. Una cifra che spesso i nostri cantautori vendono in un anno. Per entrare al decimo posto della Top 200 di Billboard occorrono circa 50 mila copie e con 35 mila copie si può entrare tra i primi 20 dischi in classifica, com'è accaduto al nuovo album degli Iron Maiden, Dance of death. Nei periodi clou un cd può raggiungere nella prima settimana 8OOmila copie. Ma si può dominare la top 200 di Billboard anche con 100 mila copie vendute in estate.

La discografica "Servono classifiche settoriali, modello Billboard. Gran Bretagna e USA, per esempio, hanno le charts della musica classica. Tanti progetti, infatti, si perdono in una hit parade generica".

8 Ma che sconti possono fare i negozi di cd? E quanto influenzano le classifiche?

Il rivenditore Secondo una ricerca di Altroconsumo oggi in Italia il prezzo per un disco novità può oscillare tra i 14 e i 21 euro. Che cosa si fa per tenerlo basso? "Esistono campagne promozionali, lanciate dalle stesse multinazionali, con cui si possono acquistare prodotti con sconti molto rilevanti" dice Luigi Morra, direttore del megastore Feltrinelli di Napoli. "Nel periodo estivo lanciamo delle campagne in cui acquistando due cd se ne ha uno in omaggio. Lo sconto è del 30%. Invece vendiamo i dischi che sono tra i primi dieci in classifica con il 15% di sconto". Campagne simili sono promosse anche da FNAC e Messaggerie Musicali. Il prezzo finale di un prodotto al dettaglio dipende sempre dal negoziante. I multistore possono applicare sconti molto più alti e prezzi più appetibili di un piccolo negozio al dettaglio. Un rapporto impari. Naturalmente i cd scontati sono quelli che "vanno"di più. E questo influisce ancora di più sulle hit parade alzando la soglia per far entrare i prodotti di nicchia.

L'indipendente "Va imposto il prezzo con uno sticker, per evitare che ognuno faccia come vuole, falsando il mercato" dice Dossena. "Noi indichiamo un prezzo massimo intorno ai 14 euro".

Adesso avete voi il potere

A fine Ottobre 2001 dc, sul supplemento "Musica!" de " la Repubblica", è stata pubblicata un'altra interessante lettera, questa volta di Lorenzo.

Cara "Musica!", finalmente trovo un po' di conforto, sì perché ero abbastanza preoccupato: pensavo che solo io fossi condannato ad avere a che fare con gente ottusa e fiera del proprio becero qualunquismo, che naviga contenta nel mare della propria indifferenza. Invece, "per fortuna", non è così, esistono altri individui così altamente superficiali: e me ne sono accorto leggendo in lettere di Tulp e di Mario '79. "Voi alternativi, comunisti", "la musica non è politica, è evasione". Ho i brividi solo a pensare cosa sarebbe anche la musica senza quel briciolo d'impegno politico, sociale e civile che le è rimasto. Venivamo accusati noi "comunisti, alternativi" (che parolacce, vergogna!) di essere un fenomeno di massa, di andare di moda; ma penso che questa predominanza degli alternativi possa essere attribuita a qualsiasi periodo storico, eccetto questo: ora, proprio, no. In questo periodo mi sento in minoranza. Per citare Guccini, caro Tulp, "adesso avete voi il potere, adesso avete voi supremazia, diritto e polizia". Quindi, caro Tulp, ti prego di pensare un momento: tutta la vita è politica, è rapportarsi. E allora perché, se tutta la vita è politica, la musica, che è assoluta e trascendente, non deve parlare di politica?

Sullo stesso numero di "Musica!" c'erano anche le altre interessanti lettere di Domenico e Giacomo. Per tutte e tre non ho altro da dire che approvo incondizionatamente!

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L'importanza di schierarsi

In Marzo 2001 dc, sul supplemento "Musica!" de " la Repubblica", è stata pubblicata questa interessante lettera di Flavio di Pisa.

Ciao a tutti, ho 17 anni e volevo, più che contestare, dire ciò che penso riguardo alla musica impegnata in risposta alla lettera di Gabriele di Napoli (n.ro 270). La musica per molte persone, come per me, non può escludere le ideologie e quindi la politica, perché io vivo delle mie ideologie e non occuparsi di politica significa fregarsene di ciò che esce dal nostro piccolo. Le mie ideologie stanno scomode in ogni schieramento politico parlamentare, tuttavia non sopporto il disinteresse politico, non sopporto la repellenza verso il voler avere un'idea, verso lo schierarsi, l'orgoglio di quei ragazzotti che dicono "io di politica non ci capisco nulla", non capisco questa guerra contro le utopie. Saluto in particolare Lorenzo e Luciana perché anch'io amo Guccini, e Gabriele ricordandogli di non universalizzare troppo i suoi pensieri perché se per lui le emozioni non hanno ideologia, per molti le ideologie creano forti emozioni.

Grazie, giovane Flavio. Sono piacevolmente sorpreso di sapere che, senza entrare nello specifico della "tua" ideologia, esistano persone come te. Continua così, non farti corrompere e dimostra quanto vali a tutti.

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ALCUNI CONCERTI  INTERESSANTI in Italia

(Avvertenza: per "interessanti" si intende che lo siano dal punto di vista musicale e del "sound" complessivo (musica + eventuale canto), al di là dei testi delle canzoni, della personalità degli artisti, delle loro dichiarazioni - vere o presunte tali - , delle loro posizioni politiche, del loro look etc)

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La mia ricerca dei concerti viene effettuata tramite la "ricerca avanzata" di Kataweb Musica, nella quale concerti ed artisti sono classificati in generi ma assolutamente con...i piedi! Provare per credere: vi troverete lo stesso artista/gruppo con alcune date in un genere ed altre in un altro genere. Un ulteriore esempio di lavoro fatto male.....

la ricerca "avanzata" tramite Kataweb, con date impostate tra 2 e 29 febbraio 2008 per tutti i generi, effettuata il giorno 1 febbraio, ha trovato 1 (uno) solo concerto, quello degli "Him" (si suppone sia un gruppo...) a Firenze ma...indovinate quando? Il giorno 7 marzo 2008.

Lascio a voi qualsiasi commento......

Marzo 2008 dc: lascio definitivamente Kataweb Musica come fonte per la ricerca dei concerti perché la ricerca "avanzata" dei concerti non esiste più (per la serie "sempre in meglio") e si deve scegliere per forza la data singola. Per ora le mie ricerche le faccio su Lycoos http://canzoni.lycos.it/concerti/

Gennaio 2009 dc

Francesco Guccini-23-Roma-Palalottomatica

Premiata Forneria Marconi-15-Gallipoli (Lecce)-Teatro Italia

Febbraio 2009 dc

Francesco Guccini-7-Piacenza (Località Le Mose)-Palabanca

Oasis-23-Bolzano-Palaonda

Aprile 2009 dc

Francesco Guccini-17-La Spezia-Palasport

Sì Viaggiare-Tributo a Lucio Battisti-22-Mantova-Teatro Sociale

Maggio 2009 dc

Simply Red-Conegliano (Treviso)-Zoppas Arena

Giugno 2009 dc

Eagles (unica data in Italia)-13-Assago (Milano)-MediolanumForum ex-DatchForum


Cinema

Amo il cinema, e il discorso fatto per la cultura vale anche per questa forma d’arte.

Per cui, viva il cinema, di tutti i generi, ma possibilmente niente HORROR.

Anche in questo caso vi terrò informati di quello che succede. Se avete qualcosa da dirmi o da segnalarmi fatelo, ed io lo pubblicherò.

Come sempre: senza rincorrere l'attualità, proporrò alcune recensioni dei film che mi sono piaciuti. Verrà indicato solo il titolo: niente regista, niente anno di produzione, niente nomi di tecnici della fotografia, della sceneggiatura o quant'altro. Sono uno spettatore, non un critico, ne un fanatico.

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Martedì 8 Dicembre 2008, dalle "Ultimissime dell'UAAR" www.uaar.it

Censura a Brokeback Mountain:

la Rai fa marcia indietro

Ieri sera il film di Ang Lee I Segreti di Brokeback Mountain, vincitore di tre Oscar, del Leone d’Oro e di ben quattro Golden Globe, è stato trasmesso da Rai due ma senza le scene di amore omosessuale, che sono state tagliate.

Le proteste sono partite da Aurelio Mancuso, Presidente nazionale dell’Arcigay, ma l’indignazione generale ha aumentato le proteste, spingendo Antonio Marano, direttore di Rai due, a fare marcia indietro.

L’On. Grillini ha sottolineato che “il fatto che la tv di Stato, cioè il servizio pubblico, censuri un film vincitore di un Festival di Stato, rappresenti già di per sé un’assurdità”.

Rai due ha quindi deciso di ritrasmettere il film, questa volta senza censure.

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Resta da capire quando lo ritrasmetteranno, e a che ora della notte.....

Jàdawin di Atheia

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Edoardo Semmola (poi diventato direttore responsabile di Resistenza Laica) ha inviato ad Atheia il 18 Gennaio 2007 dc la seguente e-mail con una richiesta a cui prontamente è stato risposto. La ripropongo qui positivamente, ringraziandolo:

La censura culturale della chiesa cattolica

Salve a tutti amici bloggers e gestori di siti a contenuto ateo e anticlericale...   A due giorni dall'uscita nelle sale dell'orribile film "Manuale d'amore 2" di Giovanni Veronesi con Carlo Verdone, vorrei rendervi partecipi di un'intervista, rilasciatami due anni fa dallo stesso Verdone (per l'uscita del primo "Manuale d'amore") e che non è stata pubblicata da nessun giornale per l'eccessiva "forza" dei suoi contenuti...

Cliccando al link racchiuso fra parentesi

(http://www.alteredo.org/index.php?option=com_content&task=view&id=91&Itemid=63 )

troverete il testo trascritto e l'audio mp3 scaricabile di Carlo Verdone che, da me provocato, si lascia andare ad un'accesa invettiva contro la censura culturale apportata dalla Chiesa cattolica e dai suoi "servi" (Bruno Vespa in testa).   Se invece volete far apparire direttamente il link al file mp3 e rendere "ascoltabile" l'intervista direttamente sul vostro spazio web, basta che inseriate nelle vostre pagine html la seguente stringa:

(il sottostante è il collegamento funzionante, NON la stringa html)

  ASCOLTA L'accusa. "In Italia non potrei mai girare un film come Million Dollar Baby, Vespa aprirebbe subito le sue Porte ai cardinali"

Al tempo l'intervista fu censurata. E ora che il film viene riproposto, vi chiedo di darne il più ampio risalto possibile nei vostri blog e siti. L'accusa di Carlo Verdone contro il Vaticano è chiara e diretta. Ma questa intervista non ha avuto modo di poter accedere ad un vasto pubblico per ragioni sia di censura che di scarsità di canali massmediatici.   Sia la fotografia che il file mp3 sono privi di copyright (in quanto consegnatami dall'ufficio stampa della Filmauro la prima e da me registrato il secondo), quindi non correte il rischio di incorrere in nessun tipo di problema legale.   Vi prego di segnalarla con tutti i mezzi a vostra disposizione, linkando la pagina, e precisando che è possibile scaricare gratuitamente e del tutto legalmente la viva voce di Carlo Verdone che inveisce contro la Chiesa e Bruno Vespa .   Vi prego inoltre di segnalarmi l'eventuale pubblicazione di questa notizia, così che io possa fare una "rassegna stampa" e un piccolo censimento delle pagine web che l'hanno voluta ospitare.   Grazie dell'attenzione e saluti a tutti.

Edoardo
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cercami su skype, l'indirizzo è "alteredo"
visita i siti
www.alteredo.org

www.lalente.net
quindicinale di approfondimento politico e culturale
 

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FILM

(non sono critico professionista ne voglio esserlo: troverete qui recensioni di altri e qualcuna di mio pugno. Spesso sono citati solo i titoli dei film e nient'altro. Sono film che, in un modo o nell'altro, sono stati interessanti)

I miei film preferiti

Qui di seguito un breve elenco dei film che mi sono piaciuti di più in assoluto, i film che prediligo o, se preferite, i miei film di culto. Ah, dimenticavo: sarà per via della mia scarsissima memoria ma sta di fatto che i film che mi piacciono li rivedo un numero pressoché senza limite di volte.

Ovviamente questi sono i MIEI film: per alcuni saranno pessimi, per altri mediocri, per altri ancora appena appena sufficienti. Pazienza....i fissati per il latino direbbero de gustibus...., no?

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Gli avventurieri del pianeta Terra

USA, 1975 dc, titolo originale The ultimate warrior (L'ultimo guerriero),

Regia: Robert Clouse

Interpreti: Yul Brinner, Joanna Miles, Max Von Sidow

Durata: 95'

Il film appartiene al genere che preferisco, ovvero quello in cui questa stupida umanità, o gran parte di essa, se ne va a farsi benedire per le cause più disparate: catastrofe ambientale, guerra nucleare, virus sconosciuti e micidiali. Non scherzo dicendo che per il pianeta Terra, in fondo, sarebbe il male minore: eliminato l'uomo, il pianeta e l'ecosistema, abbandonati a loro stessi, ne trarrebbero sicuro giovamento.

Non è però detto che gli eventuali sopravvissuti imparerebbero la lezione ed edificherebbero una bella e nuova società o addirittura l'Utopia: sull' Homo Sapiens è meglio non farsi eccessive illusioni.

Questa è la breve trama del film da www.film.tv.it (a proposito: il nostro pianeta si chiama Terra, non terra, e, a mio avviso, non ci dovrebbe neanche essere l'articolo (come per Luna, il nostro satellite). Sarebbe come dire "L'uomo prima o poi sbarcherà sul Marte"...):

La guerra atomica ha distrutto la terra. In una New York deserta si battono il gruppo guidato dal "Barone" e quello guidato dallo spietato "Carrot". Il Barone assolda Carlson, un potente guerriero, per combattere il rivale ma dissidi interni al gruppo portano alla sua eliminazione. Carlson riuscirà a raggiungere una pacifica isola con la figlia del Barone. Filmetto di fantascienza abbastanza balordo, con un cast di stelle.

Dissento, ovviamente, sul giudizio. Definirlo "balordo", addirittura!  Il Barone, il capo della comunità, è interpretato dal sempre ottimo Max Von Sidow. Il gruppo, nella difficile sopravvivenza dopo la catastrofe, ha bisogno di un guerriero esperto e risoluto. Lo trovano in Carlson, a cui presta fisico e volto il roccioso Yul Brinner, che si offre al miglior offerente stando in piedi e immobile su un muro nei pressi, per ore. Il Barone tenta di coltivare qualcosa sul tetto dell'edificio principale della comunità. La penuria alimentare fa scoppiare dissidi all'interno del gruppo, ed il Barone viene ucciso. Ci sono scontri col gruppo rivale guidato da Carrot, pressoché composto da delinquenti e sbandati.

A Carlson non resta che fuggire con la figlia incinta del Barone (che poi partorirà), inseguiti per le vecchie gallerie della metropolitana dagli uomini di Carrot, diretti ad un isola in cui si dovrebbe vivere molto meglio.

Nella lotta finale con Carrot a Carlson, per sopravvivere, non resterà che amputarsi una mano con un colpo d'accetta....

Questa è la recensione (le " aggiunte prima e dopo i titoli dei film sono mie), invece, di Fantafilm www.fantafilm.net  (il personaggio di Yul Brinner, qui, si chiama Carson: chi avrà ragione? Dovrei rivedermi il film.):

New York nel 2012 presenta lo scenario post-apocalittico di una metropoli piegata dalle malattie e dalla scarsezza di cibo. I pochi sopravvissuti, divisi in piccole e isolate comunità, vivono asserragliati tra mura fatiscenti e minuscole serre sopraelevate in cui si coltivano striminzite piante commestibili. Il Barone governa una di queste enclave secondo i principi della ragione e della democrazia, ma in assenza di un potere che ripristini le leggi e ne garantisca il rispetto, gli sforzi per incanalare la vita quotidiana verso una pacifica convivenza sono destinati, prima o poi, ad essere vanificati dalla cieca violenza delle bande capeggiate dal sanguinario Carrot. Per difendersi dalla continua, mortale minaccia dei predatori, il Barone ingaggia Carson, un mercenario che si offre di combattere per loro. Quando i razziatori sembrano sul punto di annientare la piccola comunità, al guerriero verrà affidata Melinda, figlia del Barone, e la vita che ella porta nel grembo, affinché per loro si schiuda, lontano dalla metropoli in rovina, l'orizzonte di un futuro migliore.

La sequenza che apre il film promette una lotta per la sopravvivenza, senza esclusione di colpi: due colombi si posano leggeri su una strada apparentemente deserta... e subito mani rapaci li afferrano in un turbinio di piume e di grida (mia nota: i colombi erano ben più di  due e non si posavano in una strada ma all'interno di un edificio).

Di agguati, violenza, combattimenti corpo a corpo, il film offre, in effetti, una buona dose, e se il tema che affronta non è nuovo (ed in parte può riecheggiare situazioni tipiche da western) ed il finale (al campione viene affidato insieme alla ragazza il prezioso tesoro di una manciata di semi non contaminati da far germogliare altrove) può sembrare un po' retorico, il film trae forza da un'atmosfera di cupo pessimismo che lo pervade.

Incisive, come sempre, le interpretazioni di Max Von Sydow nella parte del saggio Barone e Yul Brynner, scultoreo, monolitico ed enigmatico guerriero senza passato e senza domani.

In Italia, il film non ha avuto una buona accoglienza. Liquidato forse troppo frettolosamente dalla critica e - come spesso accade da noi - distribuito con un titolo che poco ha a che fare con la vicenda, può rivendicare il merito di aver inaugurato il filone post-apocalittico urbano, ripreso poi con più o meno successo dai film alla "Mad Max", da "1997 fuga da New York" ai nostrani "1990 i guerrieri del Bronx" e "2019 dopo la caduta di New York" e loro epigoni.

Per trovare la cassetta di questo film, come per altri, ho dovuto fare parecchie ricerche in Internet.

Direi che forse questo è il film migliore di Robert Clouse, solo leggendo i titoli degli altri che ha diretto: L'ultimo combattimento di Chen, I 3 dell'operazione Drago, The big brawl - Chi tocca il giallo muore...

Se qualcuno di voi è interessato ad avere una copia in DVD di questo film, per uso esclusivamente domestico, mi contatti in e-mail.

2001 Odissea nello spazio

Il giorno dello Sciacallo

Il tocco della Medusa

Il pianeta delle scimmie

Il dottor Zivago

L'ultima valle

GB, 1970 dc, titolo originale The last valley

Regia: James Clavell

Interpreti: Omar Sharif, Florinda Bolkan, Michael Caine, Nigel Davenport

Durata: 128'

La scheda del film su FilmTV.it www.film.tv.it

http://www.film.tv.it/scheda.php/film/14508/l-ultima-valle/

La recensione dal sito dell'UAAR www.uuar.it :

L'ultima valle (The Last Valley, GB 1970) di James Clavell, con Omar Sharif, Florinda Bolkan, Michael Caine, Nigel Davenport, Per Oscarsson, Madeleine Hinde, Arthur O’Connell, Yorgo Voyagis, Miguel Alejandro, Christian Roberts, Brian Blessed.

Questo film è nella scarna lista di opere cinematografiche con contenuto anticlericale o ateoagnostico: il protagonista, uomo pacifico, fugge per boschi e montagne da quella spietata guerra di religione che sconvolse per tre decenni l'Europa centrale, cercando un posto tranquillo. Lo trova in una sperduta valle di quella che, secoli più tardi, sarà la Svizzera. Il paesino in cui si rifugia, dapprima deserto, viene poi conquistato dalle truppe guidate da Michael Caine (non ricordo a quale fazione appartenessero). Tra le truppe e gli abitanti del villaggio si instaura l'accordo di difendere la valle da altre truppe, che prima o poi arriveranno. E così infatti succede.

Ma alla fine della vicenda narrata nel film Vogel dovrà riprendere il suo cammino per sfuggire al delirio fanatico ed assassino che imperversa....

Capricorn One

Come sposare la compagna di banco e farla in barba alla maestra

Ulteriore esempio dell'idiozia italiota nella scelta dei titoli italiani di molti film, infatti:

GB, 1971 dc, titolo originale: Melody

Regia: Waris Hussein, sceneggiatura di Alan Parker

Interpreti: Mark Lester, Jack Wild, Tracy Hide

Durata: 103'

La trama dalla scheda in www.cinematografo.it  (attenzione. viene svelato il finale!)

Daniel, un ragazzo di dodici anni, allievo di una scuola media inglese, si innamora, pienamente contraccambiato, della coetanea e compagna di classe Melody. Trascurando le rispettive amicizie, i due fanciulli prendono a frequentarsi assiduamente, si giurano amore eterno e si scambiano promesse di matrimonio. Un giorno, marinata la scuola per concedersi una breve vacanza in riva al mare, vengono sorpresi ed aspramente redarguiti dal preside. Delusi dall'incomprensione degli adulti e non sopportando l'idea di una lunga attesa prima di giungere in età matrimoniale, Daniel e Melody decidono di sposarsi senza indugiare oltre. I compagni di classe, dopo una prima reazione ironica e crudele, accettano la situazione e marinano compatti la scuola per assistere alla cerimonia nuziale. All'interno di un deposito ferroviario abbandonato, Daniel e Melody si scambiano solennemente l'impegno di considerarsi marito e moglie. Poco dopo giungono sul posto genitori, preside e insegnanti: l'intera scolaresca coprirà la fuga dei due "sposini" a bordo in un carrello semovente.

Daniel è interpretato da Mark Lester, l'amico con cui fa subito amicizia in classe, più "esperto" e con la fama di duro e scapestrato, è interpretato da Jack Wild. Entrambi gli attori avevano esordito pochi anni prima in "Oliver!", un musical che aveva avuto un enorme successo. Melody è interpretata dall'esordiente Tracy Hide, e tutti e tre i giovani attori sono bravissimi. Il film, a mio avviso, è veramente bello: è divertente ed anche commovente (senza essere strappalacrime). Mark Lester e Tracy Hide interruppero poi la carriera di attori, Jack Wild continuò senza eccelsa fortuna ma condusse anche una vita piuttosto sregolata che lo condusse a morte prematura qualche anno fa (scrivo nel 2007). La colonna sonora dei Bee Gees è semplicemente perfetta e l'ultimo brano, "Teach your children" di Graham Nash, conclude degnamente questo bel film: lo vidi alla sua uscita e poi solo trent'anni dopo, quando riuscii ad averne una copia in VHS cercandola in Internet.

Se qualcuno di voi è interessato ad avere una copia in DVD di questo film, per uso esclusivamente domestico, mi contatti in e-mail.

Gli altri film

Ultimatum alla Terra

USA, 2008. Fantascienza, durata 103', regia di Scott Derrickson
Con Keanu Rives, Jennifer Connelly

La recensione di FilmTV www.filmtv.it :

Un alieno giunge sulla Terra, portando con sé un messaggio di pace e intimando la distruzione di tutte le armi, ma l'accoglienza non è quella che ci si può aspettare e le cose rischiano di mettersi molto, molto male.

Remake del classico film omonimo del 1951 di Robert Wise. Ultimatum alla Terra secondo Derrickson non aggiunge niente alla sceneggiatura originale di Edmund North anche se David Scarpa ha riscritto il tutto. Di Klaatu, messianico ambasciatore galattico, si accentua il tratto cristologico in linea con certo spiritualismo new age, mentre Gort, identico nel look ma dotato di un sensore video stile Cylon, subisce l’inevitabile lifting digitale.

La mia:

Grande pubblicità, grande attesa...grande delusione. Io mi ero detto "se mi piace lo vedo ancora", ora mi dico "una basta e avanza". Il film è noioso (in confronto il film degli anni '50 è un documentario su Indianapolis), non aggiunge nulla al primo film anzi aggiunge, al posto dei dischi volanti "classici", queste strane ed improbabili sfere. Non muore quasi nessuno, il robot, inutilmente ingigantito, ha un ruolo ancora minore, e non c'è nessun rinnovamento della storia. Vengono minacciati sfracelli, quel poco che succede avviene in una città evacuata, ci saranno una decina di vittime si e no. Nel primo film il tema era la guerra, in questo l'ecologia: è vero che io sono un catastrofista e avrei voluto la distruzione pressoché totale dell'umanità, ma questo film è di un buonismo disarmante. No, non ci siamo, non ci siamo proprio.

Jàdawin di Atheia

Changeling

USA, 2008, Giallo, durata 141', regia di Clint Eastwood
Con Angelina Jolie, John Malkovich, Michael Kelly, Jeffrey Donovan, Jason Butler Harner, Devon Conti, Eddie Alderson, Gabriel Schwalenstocker, Jason Ciok, Kevin Glikmann, Anthony Giangrande

La recensione di FilmTv http://www.film.tv.it/ :

Torna il vecchio Clint vestendo i panni di regista, ancora con un film drammatico che ha per protagonista una donna (Angelina Jolie) e una sua battaglia.

Los Angeles, 1928 dc. Christine, che vive in un sobborgo, lascia come tutte la mattine suo figlio Walter a scuola per recarsi al lavoro. Il bambino viene rapito ma l'accorata preghiera della madre perché i rapitori glielo restituiscano viene ascoltata e, dopo alcuni mesi, il piccolo torna a casa. Frastornata dalle emozioni e dalla folla di poliziotti e giornalisti, accoglie il bambino nella sua casa. Ma in cuor suo sa perfettamente che quello che è tornato non è suo figlio. La polizia, i media e l'opinione pubblica non le danno però retta. Inizia quindi un battaglia per far emergere la verità, con l'aiuto di un attivista - il reverendo Briegleb -, ma incontrando una grande resistenza del sistema.

Anche questo film, che cammina con il passo fermo e silenzioso dell’ultimo Eastwood uguale a quello di Henry Fonda in un film di John Ford, è un asciutto e desolante capitolo di ammissione d’impotenza nei confronti dell’intransigenza del fato e dell’ingiustizia. Forse il migliore di Angelina Jolie. Disperata, coriacea e affusolata come un cipresso o una stalattite, alterna immensità della sofferenza e feroce determinazione rievocando attrici del calibro di Barbara Stanwyck o Joan Crawford.

La recensione di MyMovies http://www.mymovies.it/ :

Los Angeles, marzo 1928. In una mattinata di sabato Christine Collins, una giovane donna che lavora in un centralino, lascia a casa da solo il giudizioso figlio Walter che ha avuto da un uomo che li ha abbandonati. Al ritorno dal lavoro fa una terribile scoperta: il bambino non c'è più e di lui si è persa ogni traccia. Finché, 5 mesi dopo, la polizia locale che non gode di buona reputazione, sembra aver risolto il caso. Consegna infatti a Christine un bambino che dice di esser Walter e che un po' gli assomiglia. La madre è però certa che non si tratti di suo figlio ed è supportata in questo anche da altre persone che lo conoscevano bene, a partire dalla maestra. Le autorità di polizia, sostenute da un'opinione pubblica desiderosa di rassicuranti lieto fine, insistono nella loro versione fino a decidere di internare Christine attribuendole disturbi mentali che l'avrebbero spinta a non riconoscere nel sedicente Walter il proprio figlio. Christine però non si arrende e, sostenuta dal reverendo Guistav Briegleb, continua a lottare perché le ricerche di Walter continuino.

La sinossi che avete appena letto sembrerebbe essere il frutto della creatività di un buon sceneggiatore di Hollywood invece si tratta della pura e semplice realtà. Una realtà che lo sceneggiatore J. Michael Straczynski ha riportato in luce grazie alla segnalazione di un amico che lo ha informato che numerose carte processuali di cause tenutesi negli anni Venti a Los Angeles stavano per andare al macero e che, tra queste, c'erano gli atti di un processo che avrebbe potuto interessargli.

Così la vicenda della lavoratrice Christine Collins in lotta contro l'arroganza di una polizia corrotta ed incapace può inscriversi come nuovo ritratto nella lunga serie di figure alla ricerca di giustizia che il cinema americano ha portato sullo schermo. Il nobile cavaliere Clint Eastwood non poteva non interessarsi a una simile vicenda. Essa contiene numerosi elementi che costituiscono la base dell'etica eastwoodiana: l'individuo solo contro il Potere corrotto, l'infanzia segnata da traumi irreparabili, il rapporto tra il sistema sanitario e i pazienti/oggetto, la pena di morte.

Senza aver bisogno di citare il relativamente recente Mystic River basta andare con la memoria a Un mondo perfetto per avere la prova di come le sofferenze inflitte ai più piccoli stiano da tempo a cuore al regista. In questa occasione il repubblicano Clint sembra però voler lavorare su un doppio registro. Da un lato narra l'impari lotta dell'individuo nei confronti di un potere che si arroga qualsiasi diritto di limitazione delle libertà in nome di presunte esigenze di sicurezza (e qui le misure adottate dall'amministrazione Bush non possono non venire in mente). Dall'altro, dopo una cruda e significativa sequenza sull'esecuzione di un serial killer, sembra aver desiderio di rileggere i sentimenti e i legami familiari con uno sguardo che ha bisogno di rivolgersi a un passato in cui l'imperitura arroganza del Potere poteva vedersi contrastare da una solidarietà popolare e da una determinazione nella ricerca della verità che oggi sembrano essersi drasticamente ridimensionate. Clint non smette di ricordarci che i diritti individuali non devono 'mai' venire calpestati. Lo fa, in questa occasione, riuscendo anche a commuoverci.

di Giancarlo Zappoli

The Passion (il titolo in italiano è “La passione di Cristo”). Questa è l'e-mail critica che ha inviato ad Atheia l'amico Lucio Garofalo il 5 Maggio 2006 dc:

UN FILM ORRENDO

Ho visto il film di Mel Gibson, “The Passion” (il titolo in italiano è “La passione di Cristo”) mandato in onda su RAI 1 la sera di Pasqua, addirittura in prima serata.

Francamente ho assistito ad un film inguardabile, eccessivamente truculento e vomitevole.

Un film da vietare, in quanto è in grado di atterrire e inorridire persino il più feroce serial killer. Eppure è stato trasmesso in televisione, su una rete pubblica, esattamente sul primo canale nazionale, in una fascia oraria che viene abitualmente classificata come “protetta” per i minori.

La mia riflessione non è mossa da un proposito bigotto e farisaico, degno di un baciapile, anzi.

A scanso di equivoci preciso subito che non amo per nulla la censura, al contrario la detesto e sono ostile ad ogni forma di censura e divieto, di ispirazione politica, ideologica, religiosa, tranne la censura fondata su autentici e rigorosi giudizi di ordine estetico ed artistico.

Ebbene, proprio in virtù di motivazioni estetiche confesso di essere stato nauseato dal film di Mel Gibson, un autore/attore che critico soprattutto per il suo pessimo gusto, oltre che per il suo insopportabile integralismo religioso e per il suo fanatismo antisemita che è fin troppo palese. Inoltre, non si può ignorare che il signor Gibson, prima di tentare la fortuna come regista, si è affermato sulla scena dello starsistem hollywoodiano come attore protagonista di film il cui tasso di violenza e raccapriccio è sempre stato assai elevato e fastidioso.

Come autore e regista Mel Gibson non poteva certamente smentirsi.

A mio modesto avviso, il suo film è presuntuoso e velleitario in quanto ha la presunzione e la pretesa di essere realistico, ma è semplicemente orrido e sadico, impregnato di un oltranzismo religioso e politico di segno reazionario e razzista. In fondo, le aspre polemiche che accompagnarono l’uscita del film nelle sale cinematografiche erano più che giustificate.

Il film di Gibson è esageratamente e inutilmente “realista” e fantasioso insieme, crudelmente iper-realista e mistificante, un film a cui si può probabilmente riconoscere un solo “merito”, se di merito si può parlare, e nemmeno tanto pregevole essendo in netta discordanza con il resto, ossia l’aver restituito, almeno in apparenza, un tratto di autenticità sotto il profilo dell’identità linguistica nel contesto storico-ambientale di riferimento, in quanto all’epoca di Gesù l’aramaico era la lingua parlata dagli Ebrei, mentre il latino era l’idioma usato da Pilato e dai Romani.

Tuttavia, in questo dato non c’è nulla di veramente nuovo e straordinario.

Semmai, come dicevo, si rileva una netta dissonanza, una stonatura, nel senso che la presunta e pretenziosa fedeltà dei dialoghi agli idiomi originali (aramaico e latino) contraddice vistosamente con l’eccesso di fantasia e di mistificazione storico-culturale, anche rispetto alla narrazione dei Vangeli, a cominciare dai Vangeli sinottici di Luca, Marco e Matteo, laddove si evince chiaramente che la vera causa per cui Gesù venne condannato a morte fu la rivolta contro i mercanti del Tempio di Gerusalemme. Questo atto di “sedizione” di stampo anarchico ante-litteram fu la vera “blasfemia” commessa da Gesù, poiché il gesto era un vero e proprio attentato contro il fariseismo dell’epoca, contro il potere ipocrita e affaristico imposto dai sacerdoti del Sinedrio, qualcosa di simile al ribellismo dei giovani odierni contro i MacDonald’s, visti come simboli dell’economia del mercato globale, delle sue ingiustizie e disuguaglianze sociali, delle sue violazioni dei diritti umani più elementari, a cominciare dal diritto alla salute.

Certo, esistevano anche altre ragioni, ma la classica goccia che fece traboccare il vaso fu proprio la brusca cacciata dei mercanti dal Tempio di Gerusalemme. Per questo il Sinedrio (neanche nella sua totalità) decise di far arrestare Gesù, per consegnarlo ai Romani che lo crocifissero. D’altronde la crocifissione era la pena capitale prevista dal diritto romano per i “sediziosi” e i “sovversivi”, e fu applicata in tantissimi casi di insurrezioni politiche e sociali.

A titolo emblematico mi limito a citare la famosa rivolta degli schiavi capeggiati da Spartacus.

Faccio queste puntualizzazioni (provando ad attenermi non solo ai Vangeli sinottici prima menzionati, ma anche ad altre fonti storiche) per smascherare l’acceso, estremo e rozzo antisemitismo che trasuda da ogni sequenza della pellicola cinematografica di Mel Gibson.

Del resto non occorre un grande sforzo dialettico per dimostrare una verità così manifesta.

Tuttavia, aggiungo altre osservazioni relative all’estetica grottesca e primitiva del film, che concede troppo, in modo insulso, perverso e grossolano, alle sequenze sceniche più orripilanti.

Quello di Mel Gibson è un film sulla figura di Gesù, anzi sulla passione di Cristo, ma non presenta e non suggerisce alcunché di spirituale e poetico, essendo totalmente privo di speranza, di gioia e di amore, che pure sono i valori più autentici e preziosi trasmessi e contenuti nel messaggio evangelico, mentre indulge eccessivamente ad immagini di orrore, sangue e violenza, nella peggiore tradizione horror splatter del cinema hollywoodiano.

La cruda rappresentazione, che pretende d’essere realistica, del supplizio di Gesù, è forse fin troppo realistica e brutale, a tal punto da diventare fantastica, stucchevole e spettacolaristica. In alcuni tratti la descrizione risulta quasi patologica e agghiacciante, nella misura in cui offre una morbosa e minuziosa ricostruzione dei dettagli più cruenti e sanguinosi, dal momento in cui Cristo viene fatto prigioniero dalle guardie del Sinedrio, quindi viene consegnato ai soldati romani che lo flagellano senza pietà, martoriandone la carne con armi sempre più terrificanti, e attraverso una massacrante via crucis si giunge alle sequenze riservate alla crocifissione, nelle quali il regista non risparmia alcun orrore, come del resto in tutto il film, ma propone un’overdose massiccia di strazianti violenze, con varie fratture di ossa e altri tormenti inflitti sul corpo di Gesù, eccedendo in una riproduzione ultra-spettacolare che è puramente gratuita e scurrile e si poteva facilmente evitare.

Il ribrezzo e il disgusto trascendono ogni limite nel momento in cui si pensa che l’inaudita volgarità del film si annida (neanche tanto) dietro un’ipocrita parvenza di raffinatezza e ricercatezza linguistica, che occulta invece un bieco tentativo di mistificazione storico-culturale e un’operazione ideologica di stampo reazionario e antisemita.

Sin dall’inizio del film si ravvisa tale intento propagandistico, almeno io l’ho colto in quanto è fin troppo evidente il tentativo di demonizzazione compiuto da Gibson rispetto alle azioni, ai comportamenti e alle presunte responsabilità degli Ebrei rispetto alla morte di Cristo.

In modo particolare nella prima parte del film, quando Gesù viene arrestato dalle guardie del Sinedrio, viene processato e giudicato dai sacerdoti e poi quasi linciato dalla folla inferocita, il popolo ebraico (non dimentichiamo che Gesù era un Galileo, un Israelita, ed era amato dalla sua gente, soprattutto dalle masse reiette e diseredate che lo accolsero trionfalmente al suo ingresso a Gerusalemme) viene dipinto come una stirpe abietta, fanatica, maledetta, nei termini di un “popolo deicida”, seguendo la tradizione dell’antisemitismo ideologico classico.

Insomma il regista ha compiuto precise opzioni di natura politico-religiosa, ed ha  scelto il tipo di estetica cinematografica che gli era più consona, anche per subdole finalità commerciali.

Pertanto, confermo le mie convinzioni in merito al cattivo gusto artistico di Mel Gibson, e ribadisco la necessità e l’opportunità di censurare e vietare il film per motivi estetico-creativi.

Di sicuro non era un film da proporre ad un pubblico come quello di RAI 1 in prima serata, quando è noto a tutti che a quell’ora anche i bambini (milioni di bambini) restano davanti al video, spesso privi di qualsiasi sorveglianza da parte degli adulti.

A mio parere è stata una decisione assolutamente irresponsabile ed infelice assunta dalla RAI.

Se i dirigenti dei network nazionali, addirittura della principale rete televisiva (di un ente pubblico come la RAI, a cui versiamo un canone annuo) scelgono di mandare in onda un film talmente disdicevole e diseducativo, non solo per i bambini, non dobbiamo meravigliarci che il signor Berlusconi e la sua banda di criminali e sovversivi legalizzati riescono ancora a riscuotere quasi il 50% dei consensi dell’elettorato nazionale, ossia la metà circa dei voti di un popolo che si è abbrutito e imbarbarito dopo oltre un ventennio di Tv spazzatura.

Lucio Garofalo

Il caimano

L'attesissimo film di Nanni Moretti nella recensioni di www.cinematrografo.it :

24/03/2006 dc - Drammatico, disperato, politico. E' il morso di Nanni Moretti all'Italia di oggi, sospesa "tra orrore e folklore"

Chi si aspetta un film su Berlusconi rimarrà deluso: il nostro Presidente del Consiglio rimane sullo sfondo, relegato in un ruolo minore. Ecco la prima sorpresa del Caimano di Nanni Moretti, commedia con andamento vivace, allegro, sentimentale, drammatico. L'altra, che non andrebbe svelata, è in chiusura della storia ed è duplice: chi interpreta Berlusconi (non lo vuole fare nessuno) e come e dove finiranno società e istituzioni. Moretti corona un sogno e ne infrange un altro, quello dei militanti che volevano una presa di posizione, un'opera su e contro Berlusconi. Come Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio, il Caimano è un film sul cinema. Dalle comparse ai protagonisti, tanti i volti noti, soprattutto per gli addetti ai lavori, che il pubblico percepirà in parte. Così il gioco di citazioni, di frecciate divertite, sarcastiche, di veri ritratti d'autore: Michele Placido che reinterpreta se stesso, una prima donna, rude, volgare e scanzonata. Il quasi ottuagenario Giuliano Montaldo, regista di vecchie glorie come Sacco e Vanzetti e Tiro al piccione, che Silvio Orlando, di mestiere produttore, rimprovera aspramente quando lo molla all'improvviso perché Aurelio De Laurentiis ha deciso di finanziare il suo copione su Cristoforo Colombo. "Se non era per me, gli dice, non avresti lavorato. Nessuno ti voleva, ti chiamava più da anni". Il secondo livello, il sottoplot, è sentimentale e drammatico: Moretti (che compare due volte) mette in scena l'Italia di oggi, la crisi sociale, etica, morale, le rovine della famiglia, la crudeltà della separazione dopo decenni di fiducia nell'istituzione del matrimonio. I figli a metà, le coppie di fatto, l'omosessualità, l'incapacità di accettare il cambiamento. Berlusconi compare qua e là nelle prime inquadrature, interpretato dal semisosia Elio De Capitani, nella sceneggiatura "sognata" da Silvio Orlando. Niente di nuovo? Sì, la disperazione di un paese, di un popolo, ripiegato in se stesso. Diventato villano, violento, indifferente. Sospeso "tra l'orrore e il folklore" come dice Jerzy Stuhr (grande attore e regista nella vita, qui nei panni del produttore che finanzia Il Caimano). "La vostra è un'Italietta - prosegue Stuhr - quando pensiamo che siete arrivati al fondo e vi solleverete, ci stupite ancora. Continuate a scavare". E a dirlo non è, come nelle barzellette, un inglese, un francese, un tedesco, ma un polacco. Il terzo livello è la storia, il film nel film. Orlando è il produttore fallimentare di lavori di serie B (Mocassini assassini, Stivaloni porcelloni…) che viene contattato da una giovane regista, Jasmine Trinca. Lei non ha mai girato un lungometraggio, ha 24 anni e un copione in mano: Il Caimano, molto ispirato alle vicende del nostro Presidente del Consiglio. Orlando si sta separando dalla moglie, Margherita Buy, e non ha nulla da perdere. Inserti veri (il famoso discorso di insediamento all'Europarlamento del 2 luglio 2003, quando Berlusconi dà del kapò al capo della delegazione tedesca Schultz) si mescolano a quelli di finzione, in un'escalation raggelante che raggiunge il culmine, il paradosso, alla fine del film. Un bravo regista sa dirigere gli attori: è un piacere vedere recitare Silvio Orlando, bravissimo anche nella disperazione, e Margherita Buy nella parte anche quando urla e piange. Buono il risultato della giovane Jasmine Trinca, nettamente superiore a tutti i ruoli da lei finora interpretati.

Marina Sanna

Angel-A

La recensione di www.cinematografo.it :

17/03/2006 dc - Il ritorno alla regista del francese Luc Besson. Dopo sei anni con una fiaba romantica e dai toni universali

Luc Besson torna alla regia. Con una tenera fiaba d'amore Piccolo, brutto, scuro, lui. Alta, bionda, avvenente, lei. Gli opposti si incontrano. A Parigi. Un rendez-vous casuale quanto fatale: sia André che Angela si stanno per suicidare gettandosi da un ponte sulla Senna. Ed entrambi si buttano. Lui perché i debiti non gli lasciano scampo. Lei per salvarlo. Tanto basta. Il ritorno di Luc Besson alla regia dopo sei anni di operosa latitanza si deve a un atto d'amore, quello per la splendida protagonista Rie Rasmussen: difficile dargli torto. Pur mosso da - e forse pure concluso in - ragioni sentimentali, Angel-A non si rinchiude in un'idiosincrasia affettiva impermeabile dal pubblico, anzi aspira esplicitamente a una universalità dai toni fiabeschi. Una fiaba calata nella Parigi contemporanea, politicamente tradotta nell'anti-americanismo d'ordinanza e nelle estemporanee tirate anti-razziste, ma anche sottratta all'hic et nunc dalla fotografia in bianco & nero del fedele Thierry Arbogast. In questo territorio contraddittorio Besson installa il conflitto etico-pragmatico tra il truffatore da strapazzo e l'angelo della saggezza, che si riversa nella corporeità, ovvero nella fisicità antitetica dei protagonisti. Non c'è storia, in fondo, ma non manca sviluppo morale. Fortunatamente Besson non si prende troppo sul serio, lascia trapelare dalle immagini l'occasionalità del progetto, quasi si schermisce. E a noi quasi viene voglia di assecondarlo.

Federico Pontiggia

Truman Capote

La recensione di www.cinematografo.it:

17/02/2006 dc - Elegante, ambiguo, controverso: è il celebre scrittore americano. Nella folgorante interpretazione di Philip Seymour Hoffman

Truman Capote descrive in maniera dolorosa e complessa quello che è sostanzialmente un peccato di Hybris, ovvero di tracotanza: la problematica genesi di un capolavoro della letteratura, nato dal sangue e da un grado di disperazione molto personale. Nel novembre del 1959, infatti, un’intera famiglia di agricoltori fu massacrata da due sbandati finiti nella loro proprietà, nella campagna americana. Un drammatico fatto di cronaca che colpì l’attenzione del giornalista del New Yorker e scrittore Truman Capote, reduce dal grande successo di Colazione da Tiffany. Raffinato, elegante e gay, Capote partì alla volta della piccola cittadina del Kansas insieme alla sua assistente Harper Lee che proprio in quel periodo stava per pubblicare il suo romanzo più famoso: Il buio oltre la siepe, vincitore l’anno successivo del premio Pulitzer. La palese ostilità degli abitanti del piccolo stato conservatore nei confronti dell’eccentrico giornalista proietta sin da subito lo spettatore in un’atmosfera molto pesante e densa, vagamente alleggerita dall’humour sarcastico di Capote che fa di tutto per entrare nelle grazie dei concittadini delle vittime. Tutto precipita, però, quando i due assassini vengono arrestati. Capote - che ormai ha deciso di scrivere un romanzo che lui sa già essere il suo capolavoro - finisce per diventare loro amico e vincendone la diffidenza inizia ad ottenere le loro confidenze. Condannati a morte, i due sono abbandonati a se stessi, con il giornalista che se da un lato trova loro un avvocato, dall’altro se ne va per un anno in Spagna con il suo compagno (lo scrittore Jack Dunphy ) a scrivere quello che è uno dei libri più importanti della letteratura americana: A sangue freddo. Costretto a tornare e a fronteggiare l’estenuante fine dei due balordi (l’esecuzione avverrà quattro anni dopo i tragici fatti di sangue) Capote sembrerà non trovare più la strada per tornare indietro dalla discesa nell’abisso delle personalità dei due omicidi. Intenso e coinvolgente, Capote è una riflessione sulla manipolazione in nome dell’arte e sui limiti da non superare. Una pellicola diretta dal pressoché esordiente Bennett Miller con protagonista uno straordinario Philip Seymour Hoffman capace di dare vita ad un personaggio al tempo stesso fascinoso, ma non simpatico, né tantomeno positivo. Una figura controversa, ambiziosa, ma anche fragile nel suo rapporto di presunta amicizia con un assassino con cui sente di avere diversi punti in comune.

Marco Spagnoli

Aeon flux

La recensione di www.cinematografo.it:

24/02/2006 dc- Fantascienza pura (con vocazione indipendente) su etica, scienza e uso politico della paura. Affascinante Charlize Theron
Ispirato alla serie televisiva creata dieci anni fa dall’ideatore di Animatrix, Peter Chung, Aeon Flux è una pellicola di fantascienza "pura". Lontana dalle suggestioni alla Lara Croft e da derive splatter - horror o collegate al mondo delle arti marziali, Aeon Flux è una produzione interessante dalla vocazione di film indipendente ad alto budget. Nella città perfetta di Bregna, quattrocento anni nel futuro, quando il mondo così come lo conosciamo oggi è stato distrutto da un virus, un gruppo di terroristi combatte il governo dispotico del Presidente Trevor Goodchild che - a dispetto del cognome che farebbe pensare a qualcosa di positivo - sembra fare in modo che dissidenti e persone innocenti scompaiano misteriosamente. La letale ribelle Aeon Flux è pronta ad ucciderlo. Quando ne ha finalmente l’occasione, non riesce a farlo. Che cosa le è accaduto quando ha guardato Goodchild negli occhi? Soprattutto, perché questo l’ha chiamata con un nome che lei non ricorda, ovvero Katherine? A chi appartengono i ricordi che ogni tanto emergono nella sua mente? A quale vita? Interpretato da un'affascinante Charlize Theron con un carismatico Marton Csokas, il film è una pellicola sulla necessità di continuare a sperare nella Natura nonostante tutto. Sexy ed elegante, sinuoso e intenso Aeon Flux è una riflessione profonda, ma anche di intrattenimento sui rischi della scienza sganciata dall’etica e sull’esercizio di paura e menzogna per mantenere il potere.

Marco Spagnoli

Million dollar baby. Un gran bel film di e con Clint Eastwood

La recensione di www.35mm.it 

"Million dollar baby": La cognizione del dolore 

Clint Eastwood cambia forme e toni rispetto a "Mystic River", ma non smarrisce quell'intensità classica e moderna al tempo stesso che ne fanno uno dei più grandi cineasti in circolazione.

Dopo la discesa dolorosa nelle acque melmose del fiume Mystic, Clint Eastwood riparte. Dopo aver 'messo il punto' su un genere (il noir derivante dal gangster movie) con una autorevolezza che non si vedeva dai tempi di Kubrick, si innamora della sceneggiatura di Paul Haggis che tratteggia esistenze in cerca di redenzione e riscatto, in quel mondo a parte fatto di palestre maleodoranti dove si cresce tirando e incassando pugni. Clint si rimette in gioco in prima persona, intuendo che la sua faccia di cuoio e il suo humour velenoso sono ideali per impersonare Frankie Dunn, allenatore troppo attaccato ai propri pugili, troppo impegnato a proteggerli per fargli (mia nota: "far loro") spiccare il volo. Ma anche uomo di chiesa (mia nota: irlandese, e con molti dubbi) e padre addolorato per una figlia che non vede più. Un surrogato di lei arriverà dietro le spoglie di Maggie Fitzgerald, macchina da pugni che ha solo bisogno di essere oliata e messa in pista.

Il quadro è abbastanza chiaro, le dinamiche psicologiche sono riconoscibili ma mai stucchevoli, e per buona parte il film scorre pacato, essenziale, classico. Gli screzi dialettici virili tra Frankie, Scrap e Maggie potrebbero venire da un western di Ford, la fotografia 'non lavata' e vecchio stampo di Tom Stern ci trasporta in una dimensione 'altra' da quella luccicante dei film odierni, le note di steel guitar danno al tutto il sapore di una vecchia ballata folk, suonata in veranda al chiaro di luna.

Poi, nell'incontro che può portare Maggie il titolo, lo scarto improvviso che fa deragliare. Haggis e Eastwood decidono per un accanimento del destino che impone alla loro eroina un martirio fisico e mentale di stampo quasi 'vontrieriano'. Dolore e dignità, da temi sommessi e mimetizzati, come erano nel racconto, vengono sovraesposti e sbattuti in faccia allo spettatore, e ci vuole la mano felice di un regista in stato di grazia per conservare una 'misura', un tono asciutto che lascia attoniti. Scorrono i titoli di coda, si rimane soli con le proprie lacrime, a chiedersi se siano sacrosante o inevitabilmente 'costruite' da uno snodo di sceneggiatura 'vagamente' ricattatorio.

di: Giorgio Nerone

DOCUMENTARIO: Fahrenheit 9/11

La recensione da http://www.35mm.it/. Altre interessanti recensioni su http://www.cinematografo.it/ 

"Fahrenheit 9/11": lo dice Orwell

di Mattia Pasquini

Nessuna sorpresa. Michael Moore non ha bisogno di cambiare nulla nella struttura del precedente fortunatissimo "Bowling a Columbine" per regalarci un nuovo lucido sostanziato e riuscito atto d'accusa ai soliti soggetti. Anche loro gli stessi. Lo stesso. Le novità (ma anche queste non lo sono completamente, non per tutti) sono tutte dentro il film, nelle lunghe ricerche di Moore e collaboratori, nei documenti e nelle testimonianze di combattenti, dirigenti, madri, democratici e repubblicani, pentiti e sostenitori, commercianti e iracheni che non fanno altro che delineare un quadro vergognoso della tanto celebrata 'Lotta al terrorismo'.
Dell'uso, la fornitura delle armi, il loro commercio tra Stati Uniti e Talebani - e del definitivo impiego - si era già detto nel precedente, stavolta non c'è bisogno di mostrare null'altro di quel fatidico 11 settembre che le reazioni della gente, i terribili rumori a riempire un'evocativo schermo buio, gli sguardi levati al cielo e lo sfruttamento da parte di alcuni soggetti politici ai propri fini. L'abitudine a non dare spiegazioni cozza contro la dimostrazione di collegamenti economici, di interessi, di favoreggiamenti e inammissibili vicinanze tra i Bush e i Bin Laden... Ma questa è solo una parte (la prima) del film, propedeutica; dopo un prologo sulla controversa elezione di Bush, a scapito del già festeggiante Gore (chi sapeva che il responsabile Fox nel momento in cui la rete televisiva propendeva per la vittoria di Bush in Florida era il di lui cugino? Divertente...), e sui suoi primi - esilaranti a tratti - sette mesi di mandato, la seconda parte del documentario è tutta dedicata alle tristi e note conseguenze di quei fatti. C'è spazio per ridere amaramente delle contraddizioni di una politica assente sul territorio e capace di infiltrare agenti in gruppi pacifisti, ma incapace di essere presente in caso di reali necessità e tutta tesa a spostare i propri uomini oltre confine oppure ad approfittare delle sacche di povertà ed indigenza come potenziali serbatoi cui attingere offrendo condizioni di vita migliori - dovute di diritto e che non si è in grado di salvaguardare altrimenti - in caso di arruolamento.
Politici elusivi, ammissioni sconcertanti, inadempienze gravi e conflitti di interesse si alternano a dolori veri, confronti, documenti ufficiali, incredulità, impotenza, racconti dal fronte, domande senza risposta e confessioni soddisfatte di tanti responsabili delle grandi aziende pronti a godersi una "buona situazione per gli affari", pur se "negativa per la gente", e gli effetti delle opportunità di commercio offerte in Irak "come in nessun altra parte del mondo oggi".
le testimonianze e le storie raccontate certo abbassano il tono, si ride meno, si piange, la progressione è meno dinamica, ma in fondo stiamo parlando di un documentario. E che documentario. Grazie Michael, ancora una volta. Con la speranza che il maggior numero di gente lo veda, negli Stati Uniti, in America (e non è lo stesso), nel mondo, e abbia voglia di approfondire ed andare oltre la scodella calda di tanta 'informazione' capace solo di amplificare gli slogan xenofobi di una politica sempre più anacronistica e in malafede. 

Volevo solo dormirle addosso

Dal libro è stato tratto l'omonimo film sul mondo del lavoro nella new economy italiana. Il motto aziendale: far credere alle persone di essere importanti e poi "segarle" senza pietà.

[ZEUS News - http://www.zeusnews.it/ - L'occhio di Zeus, 18-11-2004 dc]

"Volevo solo dormirle addosso" è un film vero sulle vere aziende italiane: un film perfetto, migliore anche del film francese sullo stesso argomento "Risorse Umane". 

La frase attorno a cui gira tutto il film è "Io ti stimo": il protagonista, giovane manager in carriera, la ripete alla nausea, persino alla mamma. E' la frase tipica di tutti i progetti di motivazione e "fidelizzazione" delle risorse umane, per farle sentire centrali. Per esempio, nel Gruppo Telecom Italia c'è il "Progetto Sono", in Vodafone si chiama "People Care", nella fantomatica impresa del film invece c'è "People First". 

Far credere alle persone di essere importanti e poi "segarle" senza pietà, come si dice spesso nel film. E' tutto vero: dalla contrattazione dei dipendenti sulla cifra da avere come incentivo alla fuoriuscita da un'azienda, che deve avvenire all'interno di un budget prefissato, ai dipendenti che contestano la cifra perché un anno prima al loro collega era stato dato molto di più, al vecchio dipendente che non si fida ad andare in pensione prima della fine dell'anno perché ha paura che cambino le regole, fino alla dipendente malata di cancro da sbattere fuori senza pietà. 

Non manca la donna che ha avuto quattro maternità e rientra, perfettamente, nel target su cui tagliare. E' vero e realistico perfino nella preoccupazione che queste pressioni per mandare via le persone non turbino il clima aziendale e non provochino problemi con il sindacato.