Malatesta

contributi, commenti e opinioni

E-mail

kynoos@jadawin.info

Pagina ereditata da Atheia

 

Dal sito http://www.ecn.org/contropotere/convegno/ ho tratto alcuni materiali sul grande rivoluzionario anarchico.

----

MalatestA - ai lettori di A rivista anarchica

da A rivista anarchica, anno 33 n. 294, novembre 2003

Nato nel 1853 a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) e morto nel 1932 a Roma, Errico Malatesta è stato – a nostro avviso (ma non solo) – la figura meglio rappresentativa e più equilibrata di quel movimento anarchico militante che, nato all’epoca della Prima Internazionale, ha conosciuto il suo massimo sviluppo internazionale nella prima metà dello scorso secolo.

A 150 anni dalla sua nascita i gruppi anarchici napoletani aderenti alla Federazione Anarchica Italiana promuovono un convegno, che la nostra rivista sostiene con particolare convinzione, anche perché rare – purtroppo – sono le iniziative di tanto spessore promosse al Sud. Il 5, 6 e 7 dicembre 2003 – si legge nel testo di convocazione – compagni provenienti da tutta Italia (e anche dall’estero) si riuniranno per cercare di raccontare e capire la figura di Errico Malatesta, un uomo dotato di qualità apparentemente contrastanti. L’uomo della comprensione e dell’apertura all’altrui punto di vista, ma anche colui che, per fermezza di convincimenti e chiarezza di idee, divenne ed è a tutt’oggi punto di riferimento dell’anarchismo italiano ed internazionale.

Fu uno dei rivoluzionari più famosi del suo tempo e simbolo di libertà per tutte le componenti del movimento operaio italiano. Dal dopoguerra c’è stato un tentativo di cancellarlo dalla memoria storica, insieme a tutto ciò che ha rappresentato e continua a rappresentare. Questo convegno è un’occasione non solo per chi condivida le idee e gli obiettivi di Malatesta, ma anche per tutti coloro che desiderano confrontarsi con la storia non ufficiale.

Sui prossimi numeri ci occuperemo ancora di Malatesta: intanto contiamo di pubblicare un resoconto del Convegno napoletano. Nell’ambito delle attività editoriali di una giovane casa editrice libertaria (le Edizioni Spartaco) – di cui trovate una prima segnalazione nella rubrica Tamtam – è prevista la pubblicazione del volume Errico Malatesta. Autobiografia mai scritta. Ricordi (1853-1932), curato da Piero Brunello e Pietro Di Paola; potrete leggere in anteprima sul prossimo numero di “A” l’introduzione del nostro amico e collaboratore Piero Brunello.

Per i tipi della Franco Angeli è uscito da poco un volume fondamentale, di cui da decenni si sentiva la mancanza. Si tratta del monumentale (816 pagine) Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale (1872-1932) di Giampietro “Nico” Berti, docente di Storia contemporanea e Storia dei movimenti e partiti politici nell’Università di Padova. Sotto lo pseudonimo di Mirko Roberti, Nico ha collaborato intensamente con la nostra rivista negli anni ’70. A lui si devono, in particolare, le quattro “letture” (di Bakunin, Kropotkin, Proudhon e – appunto – Malatesta) pubblicate come supplementi all’interno di “A” e, più volte ristampati, tuttora disponibili per un primo (ma tutt’altro che superficiale) approccio alla vita e al pensiero di questi classici dell’anarchismo.

Questa grossa biografia critica – tanto sul piano storico quanto su quello del pensiero – rappresenta comunque una pietra miliare per chiunque intenda avvicinarsi a Malatesta. Per parlarne abbiamo scelto la strada dell’intervista e ne abbiamo affidato la responsabilità a Massimo Ortalli, responsabile dell’Archivio Storico della FAI e nostro stretto collaboratore.

Nel frattempo, leggetevi su questo numero la presentazione del Convegno napoletano a cura di uno degli organizzatori. Vi trovate anche tutte le indicazioni per raggiungere il luogo, per organizzare la vostra permanenza a Napoli, per leggere sul sito il programma dei lavori (non ancora disponibile al momento in cui “chiudiamo” questo numero).

---

Cinquant’anni fa moriva Errico Malatesta

di Gaetano Manfredonia

pubblicato sulla stampa anarchica francese in occasione del cinquantenario della morte di E. Malatesta

 

Nell’ambito del movimento anarchico, Malatesta è visto come il prototipo stesso del militante sempre fedele a se stesso e a un ideale di giustizia e di libertà che difenderà con eguale fervore per tutta la vita. Malatesta costituisce un notevole esempio di coerenza rivoluzionaria.

La sua incredibile attività militante si sviluppa su più di mezzo secolo e lo vede coinvolto, in Europa come in America, nelle vicissitudini del movimento anarchico, dal congresso di Saint-Imier fino ai dibattiti sul piattaformismo degli anni ’30. Eppure, fino a qualche anno fa, si poteva dire che Malatesta fosse ampiamente sconosciuto in Francia. Successivamente, numerose riedizioni dei suoi opuscoli e la pubblicazione delle raccolte di suoi articoli sono giunte a colmare almeno in parte questa lacuna. Solo in parte, dato che il contributo specifico di Malatesta al movimento italiano ed internazionale resta ancora in gran parte da scoprire. Più pratico che teorico, troppo spesso alcuni hanno voluto vedere nella sua attività quella di un propagandista, instancabile certo, ma che si è limitato a compiere un’opera di sistemazione e di divulgazione delle dottrine anarchiche negandogli ogni apporto originale. Questo vuol dire, secondo noi, sottovalutare pesantemente il contributo dell’anarchico italiano.

Le problematiche sollevate da Malatesta, lungi dall’essere sorpassate, continuano a presentare una grandissima attualità. A Malatesta, più ancora che a Kropotkin stesso, va il merito di aver maggiormente contribuito a dare al nostro movimento la sua espressione politica più compiuta. Durante tutta la sua vita militante, Malatesta porta avanti uno sforzo costante di chiarificazione teorica mirante a mettere in luce i fondamenti sociali ed etici dell’anarchismo.

Un anarchismo fondato sulla coerenza dei mezzi e dei fini; un anarchismo senza aggettivi, largo, pluralista, antidogmatico, che poggia sull’analisi dei fatti, ma che non fa alcuna concessione sui principi.

Un anarchismo sociale, dopo un primo periodo giovanile - durante il quale Malatesta si mostra ancora troppo tributario di schemi insurrezionali ispirati al ‘48, e che derivano da un vecchio fondo di blanquismo condiviso in quel momento da tutti gli anarchici, - questi si renderà ben presto conto che una rivoluzione fatta da un solo partito, senza l’appoggio delle masse, condurrebbe ad una nuova dittatura. Rompendo risolutamente con le esitazioni dell’epoca, egli propone la lotta in seno alle masse, per gli scioperi e le rivendicazioni operaie, ricollegandosi così alla la tradizione di Saint-Imier.

Il discorso di Malatesta è un discorso di classe, tuttavia egli si rivolge indistintamente a tutti gli sfruttati della società borghese (contadini, operai o intellettuali). Talvolta pure, preferirà utilizzare la nozione di popolo piuttosto che quella di proletariato, senza per questo cadere nel populismo interclassista. La costante preoccupazione di essere con il popolo, condividere le sue aspirazioni, confondersi con esso, costituisce senza dubbio uno dei tratti specifici del modo di procedere malatestiano.
Ma contrariamente ad altri, egli si rifiuterà sempre di idealizzare le classi operaie, di indicare un “soggetto” rivoluzionario privilegiato, e si mostrerà sempre critico verso le possibilità rivoluzionarie intrinseche degli sfruttati. Profondamente umano nel suo procedere, Malatesta farà della realizzazione di una società anarchica il compimento di un ideale comune a tutti gli uomini. Mentre si oppone ad ogni violenza inutile, a tutti i fanatici di una idea, il suo discorso etico va tuttavia di pari passo con il riconoscimento della lotta di classe e dell’impiego necessario della violenza rivoluzionaria per venirne a capo.

 

Volere l’anarchismo

 

La nostra società fondata sull’oppressione dell’uomo sull’uomo, non morirà a causa della sue contraddizioni interne; le possibilità di realizzare una società libertaria non dipenderanno dalle leggi della società, da una qualsiasi evoluzione interna. Se la storia dovesse dimostrarci qualcosa, sarebbe semmai il contrario: dovunque lo sfruttamento ha trionfato e trionfa.

Sta a noi, e con noi a tutti gli sfruttati, a tutti i rivoluzionari, conquistare un nuovo mondo. L’anarchismo per Malatesta non è affatto una cosa ineluttabile, ma una scelta di società necessaria che ci spetta di concretizzare. Da questo punto di vista, l’attualità di Malatesta è particolarmente presente.

In un’epoca in cui l’assenza di scelta appare come la principale caratteristica del movimento rivoluzionario, in cui le sole possibilità di cambiamento sociale che ci sono offerte passano attraverso un pallido riformismo, volere l’anarchismo, affermare la nostra scelta libertaria deve permettere di spezzare il cerchio del consenso sociale. L’anarchismo di Malatesta tuttavia non è mai idealismo. Fare di questi il difensore di un ideale anarchico a-temporale, i cui canoni sono stati formulati una volta per tutte e che conterrebbe già tutte le risposte possibili, è un procedimento falso che costituisce una negazione flagrante sia dello spirito che della lettera dell’insegnamento malatestiano.

Il suo anarchismo è profondamente ancorato alla storia e si sforza di fornire risposte alle domande poste dalla storia. Il suo ideale anarchico non resta tra le nuvole, ma si modifica a contatto con la realtà.

 

Un approccio politico

 

In fondo, l’approccio della rivoluzione sociale da parte di Malatesta è essenzialmente “politico”. Che si tratti del suo insurrezionalismo, del “partito” anarchico, del problema delle alleanze rivoluzionarie, la sua preoccupazione costante sarà di rendere conto delle condizioni che rendono possibile la rottura rivoluzionaria e di integrarle nel suo discorso militante. In un dato momento della nostra storia, quando ogni sforzo organizzativo, ogni accordo stabile tra i gruppi, e persino l’idea stessa di un congresso erano percepiti da uno come Jean Grave come “vestigia del parlamentarismo” o “forme antiquate d’organizzazione”, a Malatesta spetterà il merito di aver propugnato, per primo (fin dal 1889, dopo la scomparsa dell’AIT anti-autoritaria), l’organizzazione delle forze anarchiche sulla base di un programma liberamente accettato e rispettato da tutti. E ciò per condurre un’azione specifica di “partito”, indipendente da ogni organizzazione operaia e sindacale . Malatesta non abbandonerà mai questo punto di vista, e rilancerà in diverse occasioni l’idea di organizzare il partito anarchico, sempre animato da un largo sentimento di tolleranza verso le altre correnti dell’anarchismo.

 

Certo, Malatesta sa, e lo dice, che la rivoluzione non è il fatto di un partito, foss’anche quello anarchico, ma sono le masse che la faranno, e gli anarchici costituiranno solo una della forze che agirà nel suo seno. Essi dovranno così tener conto degli altri partiti che si richiamano alla rivoluzione; da qui il problema di stabilire alleanze rivoluzionarie, problema che egli risolverà in maniera empirica nel 1914, durante la settimana rossa, o nel 1920, durante l’occupazione delle fabbriche.

 

Ma il ruolo che devono svolgere gli anarchici è considerevole: minoranza agente, che deve spingere le masse “a fare” da sé. Educarle, dare l’esempio, guadagnarle alle nostre idee, insomma imprimere nel movimento di rivolta popolare lo slancio libertario necessario per evitare che ricada in strade già battute in passato. “Una rivoluzione – scriverà - sarà anarchica solo in misura delle nostre forze”. La costruzione di una società anarchica non si farà in un colpo solo, ma per tappe, tappe segnate ognuna da una rottura rivoluzionaria.

 

Il gradualismo di Malatesta non è né riformismo né riconoscimento di un periodo di transizione, ma il tentativo più avanzato di definire l’atteggiamento degli anarchici prima, durante e dopo la rivoluzione.

 

Il revisionismo di Malatesta

 

Malgrado la sua costante preoccupazione di mettere in valore e salvaguardare la specificità anarchica contro ogni “deviazione” individualista, terrorista, sindacalista, bolscevica del movimento, ciò non di meno Malatesta fu un “revisionista” dell’anarchismo. Si sforzerà sempre di fa aderire l’anarchismo alla realtà sociale denunciando i miti facili di cui i militanti si nutrivano, di andare controcorrente quando le scelte del movimento gli sembravano pregiudizievoli per la causa.

Non ci sarebbe ironia peggiore che fare di lui una sorta di cerbero posto a difesa di una “ortodossia” anarchica che avrà contribuito di più a forgiare. Lui, che era stato uno degli istigatori dell’adozione del comunismo anarchico e dell’abbandono del collettivismo bakuninista in seno all’AIT, si rifiutò sempre di vedere nel comunismo la sola forma di organizzazione economica compatibile con i principi libertari.

 

Dopo aver “teorizzato” e praticato la propaganda attraverso il fatto in gioventù, sarà uno dei pochi, con il suo amico Merlino, ad osare alzare la voce per protestare in piena infatuazione ravacholista contro gli eccessi del terrorismo, al punto di vedersi, lui partigiano dell’insurrezione armata, accusato di legalismo. Malatesta, che aveva indicato la necessità per gli anarchici di entrare nelle organizzazioni operaie per farvi della propaganda, sarà colui che contribuirà maggiormente a preservare la specificità anarchica di fronte all’entusiasmo sindacalista del momento.

La lista degli esempi sarebbe ancora lunga. Limitiamoci a segnalare che Malatesta, fino agli ultimi anni della sua vita, proseguirà quel lavoro di rielaborazione delle scelte tattiche del movimento, fino ad attaccare lo stesso Kropotkin e le sue concezioni giudicate troppo ottimistiche. E se oggi le scelte di Malatesta ci appaiono essere tributarie del semplice “buon senso”, se la fondatezza delle sue opinioni si è imposta a tutti, non dimentichiamo che all’epoca in cui le sue idee erano espresse, non sollevavano certo l’unanimità.

Il grande merito di Malatesta sarà stato quello d’aver scosso le idee correnti, le credenze facili del momento, per compiere un proficuo lavoro di messa a punto rivoluzionaria del nostro ideale.

 

Un insegnamento per l’avvenire

 

Malatesta non ha fatto tutto, non ha detto tutto. I suoi grandi meriti rappresentano oggi i suoi limiti. IL suo approccio anarchico rimanda ad una metodologia che si fonda sulla coerenza del rapporto mezzi/fini. Questa metodologia è certamente quello che resta di più vivo nell’apporto di Malatesta. Essa deve servirci da cornice per la nostra azione militante di tutti i giorni, ma questa cornice in se stessa è incapace di fornirci le risposte di cui abbiamo bisogno. Non bisogna chiedere a Malatesta quello che non può offrirci; questo compito è demandato al valore, alle capacità, alla chiaroveggenza degli uomini del presente. Malatesta non ha una risposta bell’e fatta da fornirci, ma piuttosto dei consigli da darci. Così, ad esempio, una volta riconosciuta la necessità dell’organizzazione anarchica, niente è ancora detto sul modo effettivo del suo funzionamento. Contrariamente a quello che pensano gli autoritari, non c’è una sola forma di organizzazione, ed è possibile concepire diversi raggruppamenti anarchici specifici funzionanti con modalità diverse, ma sempre anarchiche. È solo l’esperienza del momento, il contesto storico che decideranno la validità di una forma o di un’altra d’organizzazione.

Così, per quel che concerne il movimento operaio, Malatesta ci fornisce tutt’al più la cornice del nostro intervento.

Lavorare dentro o fuori i sindacati, insieme o contro, non è in Malatesta, malgrado la sua luminosa critica del sindacalismo, che troveremo la risposta. Il pensiero di Malatesta non costituisce la soglia invalicabile dell’anarchismo odierno. E tuttavia questo è vero almeno nella misura in cui il nostro movimento è stato incapace di risolvere finora i problemi sollevati da Malatesta e che necessitano ancora di una risposta.

Malatesta ci sembra essere oggi il punto di partenza obbligato, ma solo il punto di partenza, di ogni ulteriore riflessione sul movimento anarchico.

Siamo malatestiani fino in fondo e andiamo avanti.

---

Coerenza tra mezzi e fini. Errico Malatesta, anarchico.

di Massimo Ortalli

Da "Umanità Nova" n. 39 del 30 novembre 2003

Errico Malatesta nasce a S. Maria Capua Vetere nel 1853 e muore a Roma nel 1932. Esattamente 150 e 71 anni orsono. Un abisso temporale, in questa epoca di velocissime trasformazioni, forse ancora più profondo di quello che può apparire dal semplice calcolo degli anni che ci separano da queste date. Eppure, ancora oggi, in gran parte del movimento anarchico di lingua italiana l'importanza del pensiero e dell'azione malatestiana rimane talmente marcata da manifestarsi, quotidianamente, in molte delle sue più importanti scelte tattiche e strategiche. Se fossimo etologi, potremmo legittimamente parlare di un processo di imprinting del pensiero malatestiano su quanti oggi si muovono nel solco dell'anarchismo sociale e organizzatore, e potremmo notare come questo imprinting non cessi di "influenzare" l'attività di un movimento che individua coerentemente in questo grande rivoluzionario anarchico il più importante dei suoi "padri fondatori". Basti pensare, ad esempio, che tuttora l'adesione alla Federazione Anarchica Italiana avviene anche attraverso il riconoscersi in quel Programma Anarchico da lui scritto in occasione del Congresso bolognese dell'Unione Anarchica Italiana del luglio 1920, e da quel Congresso accettato. Non sorprende quindi l'interesse e il tenace nesso che tuttora ci legano a Malatesta, e non è un caso, dunque, che proprio in questi giorni due nuove importanti iniziative vadano ad aggiungersi alle tante a lui dedicate negli anni passati, aprendo così nuovi e stimolanti momenti di conoscenza e di studio sulla sua irripetibile esperienza rivoluzionaria, umana e sociale.

La prima di queste è la monumentale biografia dedicata all'anarchico campano da Giampietro "Nico" Berti (G. Berti, Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale. 1872.1932, Franco Angeli Editore, 2003, pp. 814, 40,00 euro), un saggio di grande spessore e respiro, nel quale l'autore, docente di Storia contemporanea e Storia dei movimenti e dei partiti politici presso l'Università di Padova, non solo ricostruisce l'intensissima vita di Malatesta con uno straordinario e sicuramente esaustivo ricorso a tutte le fonti disponibili, ma affronta efficacemente anche la complessità del pensiero malatestiano evidenziandone la profonda evoluzione teorica e pratica avvenuta nel corso dei sessanta anni della sua attività. La seconda iniziativa di cui stiamo parlando è il Convegno a lui dedicato dai gruppi anarchici partenopei aderenti alla Fai, che avrà luogo a Napoli dal 5 al 7 dicembre prossimo venturo (Convegno a 150 anni dalla nascita di Errico Malatesta, anarchico - Napoli, 5-6-7- dicembre 2003, Palazzo dello Spagnolo, via Vergini 19) nel corso del quale si "cercherà un confronto [...] per sperimentare le attuali possibilità del pensiero malatestiano nei diversi campi dell'organizzazione sociale dove l'agire degli anarchici è concretamente presente". E da queste "attuali possibilità" conviene partire per tentare alcune riflessioni su come l'esperienza pratica e l'elaborazione teorica di Malatesta siano ancora pienamente in grado di trasmettere fertili spunti operativi all'anarchismo del ventunesimo secolo.

L'azione sociale di Malatesta ha attraversato e segnato tutta la storia del nostro movimento, dal suo nascere, nella tumultuosa ed entusiasmante esperienza della Prima Internazionale, fino alla pesante sconfitta delle forze rivoluzionarie sfociata nell'affermarsi del fascismo e nel suo consolidarsi come nuova teoria totalitaria dello stato. Appare quindi comprensibile come, in questi sessant'anni di attività, egli sia venuto adeguando la propria teoria rivoluzionaria e i conseguenti strumenti di lotta ai problemi e alle tematiche affrontate, in un ininterrotto confronto, e scontro, con una realtà quanto mai mutevole e in costante evoluzione. Dai tentativi insurrezionali degli albori alla lotta contro il parlamentarismo costiano, dal tentativo di costruire una organizzazione "partitica" capace di coinvolgere l'intero movimento anarchico al dibattito serrato sia con le tendenze sindacaliste che con quelle individualiste presentatesi sulla scena a cavallo del secolo, dalla spinta rivoluzionaria contro il riformismo giolittiano sfociata nella Settimana rossa per finire alla grande stagione organizzativa e di lotta del biennio rosso, il pensiero e l'azione di Malatesta furono sempre ispiratori dell'azione e del pensiero degli anarchici italiani. E in questo continuo succedersi di agitazioni, che vedevano aprirsi concrete prospettive dell'anarchismo, spesso seguite da pesanti fasi di riflusso, e vedevano alternarsi momenti di grande forza a momenti di altrettanta debolezza, l'anarchico campano seppe trovare, mantenere e affermare, quell'inalienabile filo rosso della coerenza rivoluzionaria, teorica e pratica dell'anarchismo, che più di ogni altra cosa ne contraddistinse l'esperienza. Una coerenza che pagò tra l'altro subendo continue persecuzioni, come lui stesso ricordò, con sottile ironia tutta partenopea, agli ennesimi giudici che se lo trovavano davanti ancora una volta, quasi settantenne, nel 1921: "Io, quantunque non abbia scontato che sette mesi di condanne - tutte le altre condanne sono state o prescritte o amnistiate - pure l'autorità ha trovato il modo, a pezzi e a bocconi, di farmi passare più di dieci anni della mia vita in prigione" (e la sua naturale bonomia gli impedì di infierire, come avrebbe potuto, computando anche gli anni, ben più numerosi, in cui fu costretto all'esilio).

Come si vede, il suo fu un percorso difficile, pieno di ostacoli e di asperità, segnato dalla pesante repressione dello stato, dalle lusinghe degli avversari e dal "tradimento" di tanti compagni di strada, un percorso lungo il quale le sirene dell'opportunismo, che così duramente colpirono all'interno del campo rivoluzionario, non solo italiano, si fecero costantemente e subdolamente sentire. Eppure, lungo questo percorso che avrebbe piegato una quercia, Errico Malatesta oppose a scudo la propria coerenza e la propria volontà rivoluzionaria, facendone l'arma migliore per minare, dalle sue basi, il principio d'autorità. Un'arma tanto più efficace quanto più pericolosa per il potere (Malatesta fu indubbiamente il rivoluzionario più temuto e controllato da tutti i governi con i quali ebbe a scontrarsi), aliena dal dogmatismo e capace di misurare la sua validità nella concretezza dello scontro quotidiano, sempre ostinatamente fedele alla preminenza dell'etica e dei suoi irrinunciabili principi rispetto a qualsiasi altra contingenza. La grande forza di Malatesta, infatti, quella che ne fece un vero e proprio mito per le classi popolari e per i movimenti rivoluzionari dei suoi tempi (il "Lenin italiano" lo acclamavano le grandi folle accorse da ogni dove al rientro dall'esilio londinese nel 1920, e il fastidio che questo gli provocava non attenuava l'esaltazione che la sua figura provocava nel paese) risiedeva nella piena corrispondenza, in tutte le sue azioni, fra le finalità della nuova società da lui tanto tenacemente perseguite e i mezzi della sovversione sociale utilizzati per raggiungerle. Ed è questa corrispondenza, fra il fine di una società fondata sulla libertà e sulla solidarietà e i mezzi per arrivare a questa società senza sbavature autoritarie e coercitive, il lascito più importante, più attuale, che Malatesta ha consegnato all'anarchismo militante.

Parte infatti dalla necessità di mantenere sempre tale corrispondenza, il lungo e ininterrotto processo evolutivo che ha contrassegnato la sua elaborazione teorica, basata sulla fedeltà ai valori originari sui quali si era innestato il pensiero anarchico, ma anche sulla riflessione costante su come mantenere la vitalità di questi valori nel mutare della situazione sociale. Un processo maieutico, in sostanza, in grado di affermare, nella temperie della lotta quotidiana, l'universalità dei principi fondanti dell'anarchismo, individuando, fra i mezzi coerenti con i fini, quelli più idonei ad affrontare le più diverse situazioni.

Da qui, quindi, le ragioni della preminenza dell'etica, intesa come coincidenza fra azione e tensione libertaria, su quelle del "realismo" politico, e da qui le basi di quel profondo umanesimo sociale che vedeva nella libertà individuale, inscindibile dalla libertà collettiva, il motivo fondante del progetto anarchico. E da qui soprattutto la prevalenza della "volontà", intesa come il tratto caratteristico di un consapevole desiderio di liberazione, in contrapposizione con le interpretazioni dominanti dello scontro sociale che l'epoca offriva, vale a dire il materialismo marxista, che riduceva tutto a un processo dialettico automatico destinato ad esaurirsi nella ineluttabile sintesi della rivoluzione, e il determinismo kropotkiniano, ingenuamente fiducioso nella linearità di un processo evolutivo "positivistico". E in piena coerenza con l'affermazione della centralità della volontà "rivoluzionaria" e della specificità del singolo individuo, si poneva la costante riproposizione del principio della responsabilità individuale, della sperimentazione come antidogmatica affermazione di libertà, del gradualismo riformatore come percorso di avvicinamento all'anarchia.

Dotato di grande capacità d'azione, e in grado di capire "a fiuto" le potenzialità offerte dalle varie situazioni, Malatesta agì sempre per promuovere e conseguire l'unità delle forze rivoluzionarie, pur preservando la specificità dell'anarchismo e dei suoi principi. E convinto della necessità dell'organizzazione, che coerentemente propugnò fin dalle prime lotte internazionaliste, lavorò incessantemente per dare al movimento anarchico gli strumenti e i mezzi più idonei a rafforzarne l'azione. E, in questa riflessione sui mezzi da utilizzare per la costruzione di una società antiautoritaria e antigerarchica, comprese di dover riconsiderare il ruolo della violenza, passando dalle primitive posizioni possibiliste, legate soprattutto alla drammatica repressione più volte vissuta dal movimento, al progressivo rifiuto della sua centralità come "levatrice" del processo rivoluzionario, nella consapevolezza che solo l'unione delle coscienze libere, formatesi nel corso delle lotte in una continua ginnastica rivoluzionaria, avrebbe consentito la costruzione di una società veramente libertaria. Non a caso ebbe ad affermare che "se per vincere si dovesse elevare la forca nelle piazze, io preferirei perdere". E non a caso, nel corso della sua lunga vita sovversiva non ha mai compiuto un atto di violenza gratuita o crudele, perché anche se partecipe delle durezze e delle necessità dello scontro sociale, al centro della sua azione pose quel profondo umanesimo, quell'insopprimibile amore per l'uomo, che ne hanno fatto il più grande e determinato rivoluzionario del nostro paese.

 

 

 

contributi, commenti e opinioni

E-mail

kynoos@jadawin.info