Lingua italiana

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Questa pagina nasce, nel dicembre 2010 dc, dalla pagina "Cultura".

Premetto che non sono un linguista e non conosco neanche molti termini tecnici: mi permetto di dire la mia usando l'istinto per le regole di un corretto italiano. Premetto anche che me ne infischio se i dottor Balanzone dell'Accademia della Crusca mi darebbero torto o se, di fronte a certe mancanze di "senso" che io denuncio da anni, hanno fatto o faranno "spallucce": io cerco di ragionare con la mia testa usando la ragione ed il buon senso. Se quelli preposti a farlo per istituzione non lo fanno non posso farci nulla...

Se qualcuno tra le lettrici e i lettori (pochi, lo so benissimo...) di questo sito vorranno intervenire.....

Si tratterà qui anche delle incongruenze e degli errori frequenti dei cosiddetti "giornalisti": la vecchia, e valida, idea di portare i quotidiani nelle scuole non ha senso se non si fa una severa critica del modo di scrivere di costoro.

Come di consueto gli scritti più vecchi sono alla fine della pagina, quelli più recenti all'inizio.


da LucidaMente, anno X, n. 109, gennaio 2015
Lo sfacelo della lingua italiana

L’Italiano, soprattutto nella sua forma scritta, è usato correttamente da sempre più pochi. Quali sono le cause?

«Non sanno scrivere». Questa l’affermazione-accusa che si sente ripetere monotonamente nelle università, a scuola, nelle redazioni giornalistiche, nelle case editrici…

morte lingua italianaStereotipi? Pregiudizi? Falsità? Purtroppo no. Davvero chi opera nel settore della cultura, dell’editoria, della letteratura, della saggistica, del giornalismo, si trova di fronte a testi sgrammaticati, disordinati, sconnessi, eppure scritti proprio da chi poi dovrebbe intraprendere un percorso professionale o addirittura artistico. E, anche quando non si arriva agli errori ortografici, manca il rispetto elementare della strutturazione dei testi, della loro specificità, delle citazioni, delle regole bibliografiche. A tutto questo si aggiunga l’arroganza, la supponenza, la mancanza di volontà di imparare, l’indisciplina mentale.

A chi attribuire le responsabilità? Ormai tanti sono stati gli interventi al riguardo. Sul banco degli imputati salgono di volta in volta la scuola, la famiglia, la società, l’uso incontrollato dei nuovi media, ecc., ecc. Più nel dettaglio: classi numerose (oltre trenta alunni per aula); troppi allievi di origine straniera e di disabili per classe; insegnanti stressati, malpagati, demotivati, schiacciati da folli adempimenti burocratici; il linguaggio invalso, scorretto, di sms, email, social network; in famiglia mancanza dell’amore per la lettura e per la cultura; genitori che inseguono le mode consumistiche, ecc., ecc.

E, poi, gli scaricabarile, per cui i docenti delle scuole superiori accusano quelli delle medie; i docenti universitari le scuole superiori; gli psicologi le famiglie, troppo assenti e permissive; le famiglie i modelli sociali imposti dall’alto; tutti la Rete (con annessi Facebook, YouTube e… persino Wikipedia), i videogame, la Tv-spazzatura e… il malcostume politico.

Che i giovani studenti avessero già da tempo difficoltà nella ricerca scientifica, nel rispettare le regole redazionali e nel compilare in modo accurato una tesi di laurea o un saggio, è testimoniato dalla pubblicazione, nell’ormai lontano 1977, del celebre saggio di Umberto Eco su Come si fa una tesi di laurea. Un vero best seller. Tuttavia, si dà il caso che ancora oggi esso venga ripubblicato tale e quale, mantenendo anche alcune sue “direttive” che oggi appaiono superate dai nuovi strumenti di indagine, di ricerca bibliografica, di catalogazione, ecc. Per non dire delle caratteristiche grafiche, come – nella Parte VI del testo dello studioso piemontese – le sottolineature o i caratteri da macchina da scrivere Lettera 32, che, francamente, oggi, nell’era dei computer e dei programmi di videoscrittura, non hanno assolutamente ragione di essere.


Del resto, il fatto stesso che siano prolificati i manuali pratici sullo scrivere correttamente indica come il problema, nel corso del tempo, si sia aggravato, nonostante (oppure, anche a causa dei) i nuovi strumenti informatici e telematici. Un po’ come le «gride» contro i bravi riportate da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi: il fatto che nel corso del tempo si ripetessero a scadenze sempre più brevi e si rafforzassero i provvedimenti contro i farabutti che infestavano la Lombardia del Seicento non denotava che il problema fosse affrontato e in via di risoluzione, ma, semmai, aggravato. E che lo Stato non fosse forte, ma debole, e impotente. Così come oggi: si elevano le pene, gli anni di carcere, a mostrare forza e volontà di combattere certi reati, mentre, in realtà…

Rino Tripodi

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Quando si citano titoli di opere, nomi di periodici e quotidiani....

Ora, vediamo se qualcuno mi sa dire se ci sono regole in proposito....

A mio modesto avviso ci sono, e secondo me sono le seguenti.

Cominciamo dalle sigle e dagli acronimi. Le sigle di aziende o enti sono le lettere iniziali delle parti che le compongono, escluse le congiunzioni e gli articoli (ma non sempre). Di solito sono tutte in maiuscolo, ma si può usare anche solo la prima lettera maiuscola.

Ad esempio la Confederazione Generale Italiana del Lavoro si può indicare CGIL o Cgil.

Come si può notare in questa sigla non ci sono i "puntini" tra una lettera e l'altra. A tal proposito, all'incirca nel 2000 dc, l'allora segretario dell'UAAR Giorgio Villella, peraltro infaticabile attivista e organizzatore, incappò in un errore clamoroso e per giunta molto convinto di avere ragione!

Concluse il Congresso Nazionale incitando iscritti e simpatizzanti a essere precisi nell'indicare l'UAAR "senza" puntini, e perché? Perché la FIAT, Fabbrica Italiana Automobili Torino, non li aveva!

Ma la scelta di avere o non avere i puntini nella propria sigla è esclusiva dei diretti interessati, non è una regola! Infatti il G.A.MA.DI., Gruppo Atei Materialisti Dialiettici (tanto per fare un esempio nel "campo"), ha i puntini! Ah, dimenticavo: questo è un acronimo, non una sigla. Anche l'U.N.I.R.E., Unione Nazionale Incremento Razze Equine, ha i puntini! E tantissime altre.....

Il nome dei giornali: nei quotidiani ci si sbizzarrisce. Abbiamo il Corriere della sera, il Resto del Carlino, la Repubblica, il Mattino.

Il primo si chiama Corriere della sera, scritto in tutto maiuscolo e senza articolo. A mio modo di vedere andrebbe quindi scritto SEMPRE, come tutti i titoli di opere, con le virgolette "Corriere della sera" oppure in corsivo Corriere della sera, e senza l'articolo determinativo, come invece fanno tutti e come scrivono ormai anche sui manuali di lingua italiana (e come sicuramente indicherà l'ineffabile Accademia della Crusca), in frasi come queste:

"è stato pubblicato su Corriere della sera del 2 aprile";

"l'ho letto su "Corriere della sera" del 20 maggio".

Per i giornali con l'articolo il comportamento, per me, è identico, comprendendo l'articolo, perché FA PARTE del nome stesso:

"...come si legge su "il Resto del Carlino" di ieri" (non "il resto del carlino"!);

"interessante l'articolo di lunedì scorso su la Repubblica...";

"i brillanti giornalisti de "il Mattino"..."


A proposito

dell'imprecisione e degli errori di

la Repubblica

Come fatto notare altre volte la Repubblica, l'unico quotidiano nazionale che leggo con una certa regolarità, e da cui traggo anche informazioni su mostre ed iniziative culturali, si conferma nei suoi errori, nel suo pressapochismo, nella sua incoerenza.

Ora vi voglio parlare di un ennesimo errore.

Nel numero di Giovedì 4 Maggio 2009 dc, nella pagina XI della parte Milano, si parla del bouldering, ovvero di una recente (recente solo per l'attuale notorietà, in realtà è nata negli anni '70 in Valtellina) variante dell'arrampicata, che invece di svolgersi su estese pareti viene esercitata su massi di varie dimensioni.

Il nome della manifestazione di cui si parla è Melloblocco, raduno nato nel 2004 dc, e che svolge la sua sesta edizione da oggi fino a domenica 10 Maggio in Val di Mello, appunto. La Val di Mello è una valle secondaria della Valtellina (che chissà perché si scrive così invece di Val Tellina...), una grande valle che si snoda pressappoco da ovest a est, guardandola dalla fine, dalle propaggini settentrionali del lago Lario (comunemente inteso e fascisticamente e ufficialmente ri-denominato Lago di Como), passando per Sondrio per poi piegare verso nord-est fino a Bormio e poi decisamente a nord verso Livigno.

Ora, già in una didascalia tra l'articolo e le foto, dal titolo DOVE, si scrive che "L'area...si estende in varie località di Val Masino".

Un primo errore è che si scrive "della Val Masino" e non "di Val Masino". A meno che esista il comune denominato Val Masino...(ma non ho indagato su questo aspetto).

Un secondo appunto da fare è questo: allora, la manifestazione si svolge in Val di Mello o in Val Masino?

Il terzo errore, ancora più incredibile, è rappresentato dalla cartina presente: nella cartina, lungo l'asse orizzontale della Val Tellina e nella parte meridionale della stessa c'è la scritta "Val di Mello" (dove, semmai, ci doveva stare "Valtellina")!

Nella cartina però non compaiono le scritte indicanti la Val Masino e, nella giusta posizione, quella appunto della Val di Mello.

È vero che i nomi di luoghi geografici, e la stessa terminologia usata, sono invenzioni e convenzioni della specie umana e che alle valli stesse non importa alcunché né di essere considerate come tali né di essere nominate in un modo o nell'altro ma, dico io, se le convenzioni ci sono rispettiamole, nei limiti del buon senso e della precisione.

I precisissimi romani (suppongo) di la Repubblica, comunque, dimostrano ancora una volta la mediocre qualità del loro lavoro: si da il caso, infatti, che non si sono informati minimamente neanche dando un'occhiata ad un atlante, ad una cartina (cartacei od elettronici non importa, purché precisi), prima di scrivere il pezzo e la didascalia e realizzare la cartina. Infatti, venendo dalla Valtellina, si incontra la Val Masino, che punta a nord (!) e che nei pressi della località (S.)Antonio si divide in due rami: quello di destra è la Val di Mello, quello di sinistra è la Val di Bagni, dove c'è l'abbastanza famosa località termale di Bagni di Masino.

la Repubblica ha toppato un'ennesima volta!

Jàdawin di Atheia, Giovedì 7 Maggio 2009 dc:


Alcune osservazioni sulla lingua italiana

Io c'ho una mela. Tu c'hai una penna. Che c'hai lì? C'abbiamo fame!

Quante volte sentiamo parlare così? Non ci facciamo più neanche caso. Tanto così parla la "gente", i giornalisti, i cantanti, gli uomini di spettacolo, i politici e, cosa ancora più grave, i parlamentari. Ma non basta: gli scienziati, i divulgatori del sapere, i luminari di questa e quella disciplina. È il gergo normale, perché stupirsene?

Io, però, non mi stupisco. M'incazzo.

Così parla Maurizio Costanzo. Direttore, tanti anni fa, di un pessimo quotidiano, "L'Occhio", per fortuna fallito in pochi mesi. Autore di teatro. Anchor man, come si dice. 

Così parla anche Gianfranco Funari. Giornalista, attore, conduttore televisivo di dibattiti su temi importanti.

Così si esprimono attori, cantanti, giornalisti, uomini politici. 

La forma in questione è un toscanismo, e come tale era normale nella lingua, anche scritta, fino a tutto l'anteguerra. Ora non più. È sbagliata e suona male. È sbagliata perché ritengo che quel "c" sia una contrazione di "ci", particella riflessiva, che è corretto usare in frasi come "ce l'abbiamo noi, la brioche", "ce ne hai dato troppo di vino", "ce ne siamo andati", "ci manca tanto la Peroni", "ci hai fatto un grande favore", e così via. Non penso che sia corretto interpretare ancora questo "ci" come, diciamo così, un "rafforzativo" del verbo avere. Anche i vari "esperti" della lingua, da quelli che intervengono in televisione a quelli dell'Accademia della Crusca, continuano a ritenere normale questa forma del verbo e, anzi, a disquisire se sia lecita la forma scritta con l'apostrofo!

Giustificare l'uso diffusissimo di questa forma con il fatto che la gente parli così non è un alibi. Se la lingua, è vero, si evolve e si modifica nell'uso quotidiano compito dei linguisti, degli esperti e degli insegnanti dovrebbe essere quello di stabilire regole certe, insegnarle e diffonderle.

Altro errore, che ormai è regola tollerata di italiano persino in alcuni testi scolastici di lingua italiana, é il seguente:

"glielo hai detto, a Luisa, che andiamo a cena?"

Quel "gli" sta per "a lui", é maschile, é un errore. Peccato che in italiano non sia prevista la particella pronominale femminile. Potremmo dire solamente "lo hai detto, a Luisa, che andiamo a cena?". Però possiamo rispondere "no, le ho detto che saremmo passati da lei". Ma la gente dice "no, gli ho detto....".

Stesso errore, ma al plurale:

invece di dire "ho dato loro le istruzioni", intendendo a più persone, tutti dicono "gli ho dato le istruzioni". Questo é un errore di ignoranza. Ma alla particella pronominale plurale i nostri maschilisti filologi del passato non hanno pensato: devi dire per esteso "le ho date loro", sottintendendo "le istruzioni", ma non puoi dire "gliele ho date" perché, come detto prima, "gli" vuol dire "a lui", non "a loro". Si potrebbe coniare una nuova particella, "li", anche a costo di far ridere i polli. Si potrebbe dire "lilo ho date", come nel femminile singolare si potrebbe dire "lelo ho date", introducendo la particella "le".

Ma, tanto, questo discorso non serve a niente. La gente continuerà a parlare sempre peggio, i linguisti ufficiali (compresi i membri dell'Accademia della Crusca) diranno, come dicono, che la lingua "cambia", che si "modifica", che si "adegua", io mi incazzerò sempre di più, e quando saremo morti noi, i rompiballe, non s'incazzerà più nessuno.

Jàdawin di Atheia, circa 2008


Qualcuno dissente dall'appiattimento culturale!

Dal quotidiano "la Repubblica" del 20 febbraio 2002 dc:

Gli alunni di una scuola di Treviso chiedono in una lettera che giornalisti e speaker tornino a rispettare la grammatica

Un appello dalle elementari per la difesa del congiuntivo

Il presidente dell'Accademia della Crusca: "Parliamone, ma non chiudiamo l'uso sociale del linguaggio in gabbie rigide"

TREVISO - Giornalisti, speaker televisivi, parroci, panettieri: gli adulti non sanno usare il congiuntivo e pronunciano abitualmente frasi che persino alle orecchie di chi la grammatica italiana la sta appena imparando suonano come eclatanti strafalcioni. La denuncia arriva dai bambini di Treviso, dagli alunni di quinta elementare della scuola "Ciardi". In una lettera-appello ai giornalisti e a quanti operano nel sistema delle comunicazioni chiedono che siano rispettate le regole grammaticali e propongono di fondare il "Movimento per la difesa del modo congiuntivo".

Ognuno dei venti paladini della lingua porta il suo esempio di errore grammaticale e se la maggior parte arrivano dalla televisione c'è anche chi fa notare gli strafalcioni delle persone che incontra ogni giorno, dal panettiere al parroco. "In occasione della cresima di mio cugino - racconta Giovanni Pandolfi - ho sentito il parroco pronunciare questa frase: 'Venghino, venghino i padrini'. Quando sono uscito dalla chiesa, non ho potuto trattenermi dal sottolineare l'errore a mio cugino e di fare una risata insieme a lui". Implacabili in difesa della grammatica non si lasciano sfuggire nemmeno un dettaglio. Pregano poi chi la lingua italiana ha il compito di divulgarla correttamente di smettere di sbagliare. "Quando ci accorgiamo di qualche errore, ci viene il mal di orecchi, - affermano decisi - e non perdiamo l'occasione di sottolineare, se possibile, la forma corretta".

"In questi giorni stiamo affrontando il modo congiuntivo - spiega l'insegnante, Maria Cristina Andreola - ed è su questo terreno che abbiamo iniziato a osservare gli errori". "Ma le violazioni delle regole della grammatica - aggiunge - abbracciano un panorama più ampio e non sempre si possono attribuire a refusi". Una volta indotti ad analizzare gli sbagli nel linguaggio comune, gli alunni hanno imparato presto a scovarli negli articoli di giornale, nel parlato dei presentatori televisivi e nel loro stesso reciproco comunicare. Lo scorso anno, tra l'altro, questi stessi alunni avevano "bacchettato" uno storico trevigiano che, in un suo libro, aveva scambiato due personaggi storici, errore che lui stesso aveva poi ammesso.

Il presidente dell'Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, non ha lasciato cadere l'appello dei bimbi e li ha invitati tutti nella sede principale, a Firenze, per discutere dell'argomento, anche se ha teso a ridimensionare la portata della loro denuncia. "È positivo - ha detto il presidente - che le scuole riflettano e dibattano su questi temi, ma bisogna conoscere bene anche la storia della lingua e l'uso sociale del linguaggio e non chiudersi in gabbie di norme rigide. Scopriremmo così che è una tendenza praticata da secoli quella di alternare il congiuntivo all'indicativo. Dunque, non ne farei un problema"

Mia  nota: se anche l'Accademia della Crusca fa di questi discorsi siamo proprio ridotti male.....


Dal sito http://www.appelloalpopolo.it 31 Luglio 2011 dc:

Anglicismi e impazzimento linguistico:

l’immagine di una cultura decaduta. Una lettura politica fuori dai purismi.

di Lorenzo Dorato

L’ultimo vezzo linguistico che mi è capitato di leggere e ascoltare è il termine “location” al posto di “luogo” o “posto”.

Si tratta di una tra le tante parole facenti parte dell’infinita serie di anglicismi entrati prepotentemente e del tutto inutilmente nel linguaggio quotidiano italiano parlato e scritto, spesso anche in maniera inappropriata rispetto allo stesso significato inglese originario. Si tratta di un fenomeno massiccio in rapida espansione che investe l’intero spettro del lessico quotidiano e, non solo, come è comprensibile che sia, il linguaggio specialistico relativo a discipline (ad esempio informatiche) elaborate in origine nel mondo anglosassone.

La questione non va impostata in termini di purismo linguistico, poiché è chiaro che le lingue nascono e si evolvono sulla base di continue contaminazioni graduali sia interne a sé stesse sia esterne. Ciò è un bene! Ed è altrettanto chiaro che le contaminazioni saranno più spesso provenienti da lingue parlate da nazioni egemoni sul piano geopolitico. Questo non è un bene, ma è qualcosa che comunque entro certi limiti può essere solo parzialmente frenato e contrastato, se non se ne contrasta l’origine.

Quando però una serie interminabile di parole straniere (tanto più di un’unica lingua straniera) entra in tempi estremamente rapidi nel linguaggio comune delle persone sostituendo di sana pianta parole di uso quotidiano perfettamente calzanti, assumendo toni persino grotteschi e ridicoli, allora il fenomeno assume toni diversi e deve essere indagato in termini socio-politici.

Prima di tirare alcune conclusioni, vediamo subito qualche esempio.

Per ciò che riguarda il linguaggio settoriale, un esempio emblematico è il linguaggio calcistico. Vero è che agli esordi del calcio moderno in Italia tale linguaggio era dominato da una quasi integrale terminologia inglese, frutto della semplice circostanza che il football moderno era uno sport nato in Inghilterra e in Italia veniva inizialmente seguito da gruppi elitari ristretti. Tuttavia, per un misto di italianizzazione espressamente ricercata, durante e prima del ventennio fascista, e di naturale inclinazione dei ceti popolari ad usare termini autoctoni, nel momento in cui il calcio divenne uno sport sempre più seguito, l’uso della terminologia italiana divenne egemone e di corrente uso popolare di massa. Sta di fatto che fino a venti anni fa nessuno si sarebbe mai sognato di alterare e sostituire arbitrariamente termini come rigore, calcio d’angolo, fuori, partita, allenatore, coppa campioni, mentre da qualche tempo a questa parte, a partire dai giornalisti sportivi, si è iniziato a dire senza nessuna ragione linguistica motivata: “penalty”, “corner”, “out”, “coatch”,” champions league” e via dicendo.

Il problema tuttavia, come detto al principio, non concerne soltanto linguaggi strettamente settoriali, ma anche e soprattutto il linguaggio politico, economico, nonché il semplice linguaggio quotidiano: “weekend”, “ok”, “authority”, “public company”, “meeting”, “break”, “workshop”, “step”, “fiction”, “show”, “feeling”, “stress”, “shock”, “new entry”, “know how”, “question time”, “road map”….e ancora… “brain storming”, “backstage”, “background”, “trading”, “fitness”, “magazine”, “live”, “feedback”, “random”, “outsider” etc etc…. al posto di “finesettimana”, “d’accordo/va bene”, “società ad azionariato diffuso”, “incontro”, “pausa”, “seminario/conferenza”, “passo”, “finzione/serie”, “spettacolo”, “intesa”, “tensione”, nuovo entrato”, “sapere/conoscenza”, “interrogazione parlamentare”, “tabella di marcia/piano”, “libera condivisione di idee/spunti”, “dietro le quinte”, “contesto/bagaglio o retroterra culturale”, “compravendita finanziaria”, “attività fisica/benessere”, “rivista”, “tempo reale”, “riscontro”, “a caso”, “esterno” etc etc..

L’elenco è lunghissimo e si potrebbe continuare per due o tre pagine intere, ma sarebbe inutilmente noioso. Ciò che è rilevante è che moltissime delle parole inglesi in uso nel linguaggio comune vanno a rimpiazzare spesso e volentieri termini di uso quotidiano di estrema semplicità e pregnanza già propri dell’italiano. Discorso diverso, ovviamente, per quei termini che nascono in ambito anglosassone ed indicano concetti di cui non esiste un corrispettivo italiano. In quest’ultimo caso il prestito straniero ha una sua logica, anche se anche qui un abuso porta ad un ristagno cronologico della propria lingua che potrebbe invece evolversi dall’interno tramite apposite traduzioni di termini nuovi o semplici rese in italiano di concetti relativamente agevoli da indicare. Spagnoli e francesi ad esempio denominano il “computer” “ordenador” e “ordinateur” e non sarebbe stato affatto scandaloso se in italiano tale oggetto fosse stato chiamato fin dal principio “calcolatore”. E lo stesso vale per altre decine e decine di parole potenzialmente traducibili (ovviamente entro i giusti limiti, ovvero senza scadere in inutili purismi esasperati).

Il caso però davvero inquietante e rilevante, che forse non ha paragoni in altre lingue europee, è proprio quello del linguaggio quotidiano, ovvero del linguaggio non strettamente settoriale-specialistico o comunque che riguarda tutti quei termini che vanno a rimpiazzare parole italiane perfettamente calzanti e di uso comune. Ad esempio non esiste alcuna ragione per utilizzare i termini “weekend”, “feeling”, “random”, “ok”, “feedback”, “authority”, “governance”, “location”, “bipartisan” e tantissimi altri ancora, in molti casi alterando anche l’originario significato inglese, storpiando così insieme l’italiano e l’inglese.

Ma qual è la base primaria di questo fenomeno che ha raggiunto negli ultimi due decenni proporzioni massicce?

Alla resa dei conti non si tratta di niente di più complicato del riflesso del dominio geopolitico mondiale degli Stati Uniti d’America cresciuto a dismisura con la caduta dell’Unione Sovietica negli anni ‘90 del secolo scorso e solo da qualche anno messo parzialmente in discussione dall’ascesa di nuove potenze. Come per ogni dominio che si rispetti, l’aspetto culturale è un pezzo forte della propria strategia di invadenza e permanenza. Laddove una classe dirigente nazionale politica e culturale assuma una posizione di totale integrazione passiva o persino di attivo e propositivo servilismo rispetto alla strategia di dominio, è chiaro che la pervasività di quest’ultimo resterà incontrastata e totale e sarà persino facilitata e resa agevole dall’operazione di mediazione attuata dalla classe dirigente locale. Giornalisti, politici, economisti, filosofi, uomini di spettacolo mediano quindi dall’alto l’imbarbarimento linguistico (che ovviamente non passa soltanto per gli anglicismi, ma è un fenomeno che investe lo stesso utilizzo dell’italiano), veicolando le nuove mode veicolate dai poteri più influenti.

Scendendo più nel dettaglio del problema, si potrebbero rilevare quattro diverse modalità e cause specifiche che caratterizzano il fenomeno del prestito linguistico inglese, alla cui base primaria, come si diceva, vi sono i rapporti di forza internazionali intesi a tutti i livelli (materiale, ideologico, culturale).

In primo luogo si assiste in molti casi ad una vera e propria trasformazione silenziosa di un concetto, non quindi al semplice ingresso di un nuovo concetto, ma alla sostituzione insidiosa e non esplicita di un vecchio concetto con un nuovo concetto gravido di conseguenze. E’ il caso ad esempio dei termini “governance” e “authority”.

La governance viene spesso utilizzata come concetto per esprimere l’attività di governo di un’entità politica (oltre che di un’impresa o azienda). Letteralmente “governance” è l’attività del governare. La resa italiana è quindi “governo”, inteso come attività di governo (e non come organo- in italiano i due termini coincidono-). Tuttavia governance, all’inglese, evoca immediatamente un’idea di governo nel senso di pura gestione tecnica e amministrativa priva di connotazioni discrezionali di ordine politico ed ideale: ovvero esattamente ciò che nella sostanza predica l’ideologia dominante a proposito della gestione della società capitalistica contemporanea. Non è un caso quindi che il termine inglese sia divenuto di uso comune, poiché è parte integrante, sul piano semantico, di una voluta e ancora oggi in piena accelerazione, trasformazione post-ideologica della sfera politica, nell’orizzonte della fine delle grandi ideologie e dei tentativi di trasformazione politica delle strutture sociali.

Analogo discorso per il termine “authority” che indica quasi sempre un’autorità di regolazione e controllo settoriale o generale antitrust finalizzata a porre le condizioni per il buon funzionamento del libero mercato capitalistico. Mentre autorità evoca un concetto politico, “authority”, così come “governance” evoca un concetto tecnico-efficientistico che presuppone, senza dirlo, la bontà a priori della libera concorrenza, facendo diventare tecnica quella che è invece una scelta squisitamente politica. Non a caso le cosiddette autorità indipendenti sono state costituite come vero e proprio potere tecnocratico (la cui fonte principale è il diritto comunitario) privo di legittimità democratica e di legittimazione politica sostanziale.

In secondo luogo dietro l’uso massiccio di anglicismi, vi è una implicita volontà di rendere il linguaggio incomprensibile, ultra-specialistico, tecnico e fuori dalla portata dei non addetti. E’ il caso ad esempio di tutto il linguaggio della letteratura economica moderna che fa uso smodato e quasi provocatorio della lingua inglese spesso rendendo concetti estremamente semplici assolutamente incomprensibili. Quando ad esempio in luogo di “disoccupato” si usa il termine “outsider” si sta evidentemente giocando con le parole e con la loro trasparenza. Anche in questo caso, vi è alla base l’idea di tecnicizzare ciò che tecnico non è e che dovrebbe essere accessibile anche a chi semplicemente fa costruttivamente uso del proprio pensiero. Vi è altresì la precisa idea di emulare modelli sociali, politici ed economici di derivazione anglosassone, ovvero quelli più confacenti alle strategie di dominio delle classi dominanti.

In terzo luogo gli anglicismi ossessivi sono il segno dell’ostentazione (voluta o meno che sia) di uno stile che si pretende superiore, moderno e avanzato in opposizione al linguaggio semplice e vecchio. Ciò da una parte crea, evidentemente, una frattura di fatto tra individui, generazioni e ceti sociali; dall’altra pone enfasi sulla distruzione simbolica di un mondo che non deve esistere più (ad esempio il mondo del lavoro come diritti e dei diritti sociali mediati attraverso la lotta politica).

In quarto luogo l’anglicismo ossessivo rende evidente l’esterofilia maniacale che caratterizza il popolo italiano e in particolare la sua classe dirigente e colta, in primis (ma non solo) nei confronti del mondo anglosassone. La sostituzione di termini italiani di uso comune con paroloni inglesi, è la spia di quel sentimento di minorità culturale che si attribuisce al proprio popolo e da cui ci si vuole tirar fuori tenendosene a distanza e cercando una fuga esterofila compensativa.

In conclusione, fuori da ogni purismo linguistico di sorta, si può dire che il fenomeno degli anglicismi continui e gratuiti, va interpretato in termini politici e culturali come una forma deleteria di autodistruzione del proprio patrimonio culturale, linguistico e, indirettamente politico. Non si tratta certo di proporre la sostituzione integrale dei forestierismi in nome della purezza della lingua (che pura fra l’altro non è e non potrà mai essere, basti pensare alla stessa genesi dell’italiano).I forestierismi sono sempre esistiti e sono la testimonianza vivente non soltanto dei rapporti di forza tra nazioni, ma anche della benemerita compenetrazione delle culture e delle tradizioni di ogni popolo ed area geografica del mondo.

Si tratta invece di porre un freno cosciente alla pratica (tutti ne siamo inevitabilmente vittime quanto meno passive, a partire dallo scrivente) dell’uso di termini tanto inutili quanto grotteschi e irritanti che, sospinti da quella che altro non è che una vera e propria indigestione di servilismo politico e culturale, hanno indebitamente invaso la nostra lingua. Tanto più che, come detto, dietro a tale invasione, oltre al servilismo culturale, vi è spesso un subdolo tentativo di trasformazione semantica degli stessi concetti dalle gravide conseguenze.

La lingua, in fondo, come ogni aspetto della cultura, non è affatto qualcosa di neutrale rispetto alla totalità socio-politica.

Già pubblicato su Comunismo e comunità


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