Umberto Bindi
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Pagina ereditata da Atheia
Ho iniziato a sviluppare questa pagina per il sito di Atheia (www.atheia.net) ancora prima che Umberto Bindi morisse. Quello che segue è quanto ne è venuto fuori, con le opportune modifiche ed aggiornamenti.
di Jàdawin
Voglio parlare anche di questo cantautore, anzi, proprio colui per il quale questo termine é stato inventato. Ora, 24 Maggio 2002, è morto e nello scorso Aprile il suo caso è venuto alla ribalta nei telegiornali, sui quotidiani e alla trasmissione RAI "Buona Domenica": dopo una operazione al cuore e altri problemi di salute il perenne problema fiscale di Bindi lo aveva costretto ad abbandonare ancora una volta una casa da lui valorizzata ed abbellita per accontentarsi di un piccolo appartamento sulla Cassia bis. Gino Paoli e Giorgio Calabrese, tra gli altri, si sono mossi per fargli riconoscere una pensione ai sensi della legge Bacchelli, e ciò è avvenuto con inusitata celerità. Come si sa, infatti, ancora a seguito della disonestà di chi doveva versare per lui tasse e contributi fin dagli anni '60, e a investimenti sbagliati e fallimentari, i diritti di autore di Umberto Bindi finiscono ancora adesso, in tutto o in parte, direttamente al fisco.
Sono dalla parte delle personalità scomode e non posso essere che dalla parte di una persona che ha subìto un'operazione di voluto ostracismo e persecuzione che ha dell'incredibile. Ognuno di noi ha il suo carattere e anche Umberto Bindi, per sua stessa ammissione, ha commesso degli errori di leggerezza, ha ostentato, in un certo senso, la sua omosessualità in un periodo in cui ciò non era "di moda". Gli anni '60 in Italia erano esclusivo appannaggio della Democrazia Cristiana e della chiesa cattolica e Bindi, pur essendo cattolico, faceva "scandalo". Non era possibile tollerarlo. E, dopo uno strepitoso successo italiano e mondiale, hanno voluto, scientemente, annientarlo. L'unica che ha voluto avvisare Bindi di ciò che si stava preparando é stata la sua amica Mina. Ma Umberto non non potè impedire che avvenisse. Non gli hanno più rinnovato i contratti, le serate, le apparizioni in televisione: terra bruciata, insomma. E molti giornali hanno cominciato a denigrarlo e, secondo alcuni, in modo feroce: io non ho potuto finora vedere questi giornali molto vecchi e chissà che, prima o poi, riesca a fare un po' di indagini per appurare la verità.
Bindi si é ritirato in silenzio e ha proseguito nella provincia e nei piano bar come poi, per altre cause, hanno dovuto fare anche Gino Paoli, Sergio Endrigo e Bruno Lauzi. Il suo carattere timido, la sua mitezza d'animo e a volte anche la sua scontrosità e mancanza di tatto (tutti lati del suo carattere) non lo hanno certo aiutato.
Sviluppando questa pagina lo seguirò dagli inizi ai giorni nostri, ripercorrendo il suo e il nostro magnifico concerto.
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Ciò che segue é liberamente tratto (e integrato con parole mie) da "Umberto Bindi. È stato solo un arrivederci"" di Ernesto Bassignano e Marco Ranaldi, interessante piccolo libro edito nel 1996 da Pieraldo Editore di Roma per la collana "Quaderni i maestri della musica".
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Umberto Emilio Bindi nasce a Genova il 12 Maggio 1932, con il destino segnato di musicista.
A 12 anni inizia lo studio del pianoforte sotto la guida del Maestro Tretti, arrivando dopo diversi anni a un livello medio, e nello stesso tempo suona con la stessa passione la fisarmonica. Ha rapporti solo con Tenco e con Lauzi al quale si lega maggiormente, tanto da trovarlo al suo fianco negli anni '70. Bindi conosce Paoli negli anni '60, quando al Teatro Lirico di Milano viene presentato da Nanni Ricordi in una memorabile serata che aveva come ospiti l'intero cast di "Rocco e i suoi fratelli" di Luchino Visconti, antico estimatore.
La prima canzone, "T'ho perduto", Bindi la scrive nel 1950, caratterizzata dalla tonalità insolita di Re minore. Bindi, però, fin dall'infanzia conobbe appieno l'opera lirica, e questa passione rimane in lui ancora oggi così forte da fargli possedere una invidiabile discoteca con le opere più strane di tutte le epoche. Ma Bindi é affascinato anche dal teatro leggero: musical, operetta e commedia musicale, e segue con attenzione le musiche dei film dei grandi maestri austriaci trapiantati in America. Nel 1952 compone "La passerella", uno dei pochi lavori non inseriti nel repertorio romantico e sinfonico. Nel 1954 scrive le musiche per una rivista rappresentata al Lido di Venezia con attori allora poco noti come Paolo Villaggio, Rosanna Schiaffino e la veterana Marisa Allasio. Di questo lavoro faceva parte una delle prime canzoni romantiche che, in seguito, diverrà famosa con il titolo di "Riviera". Nel 1955 nasce la canzone "Non so". Nel 1956 scrive le musiche per la commedia "I nodi al pettine" rappresentata al "Duse" di Genova. Anche i balletti qui presenti erano musica sua. Faceva parte di quest'opera la canzone "Piove a Roma".
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Il compositore Franco Mannino lo scopre e gli commissiona un valzer alla francese dal titolo "Il barcarolo della Senna", prima composizione pubblicata. Nello stesso periodo Bindi si esibisce nei salotti genovesi e milanesi insieme al poeta Pier Maria Virgilio che decantava le sue poesie e a Joe Sentieri, interprete di canzoni dello stesso Bindi come "Aimèz vous Paris?". Questo nel 1957: l'anno dopo Bindi scrive le musiche per la commedia goliardica "Oscar non ti spogliare" interpretata da giovani studenti universitari in un giro di trasformismi dal femminile al maschile. Il regista Silverio Blasi lo incarica di scrivere le musiche della commedia televisiva "Non te li puoi portare appresso" con Sergio Tofano, Germana Paolieri e Boselli. Nello stesso anno Joe Sentieri lo fa arrivare a Milano per proporlo all'editore Sonzogno che però non lo apprezza. Allora, grazie a Tony De Vita approda alla Ariston dove esordisce con la difficile canzone "Odio". |
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All'inizio Bindi a Milano é spaesato e senza un sostegno economico di garanzia: lo aiuterà in questo Tony De Vita. Gli anni 1958 e 1959 sono decisivi. Bindi incontra Nanni Ricordi e Giampiero Boneschi. Marino Barreto jr. ascolta alcune canzoni di Bindi e sceglie, per un 45 giri della Philips, "Arrivederci" insieme alla già famosa "Angelitos negros". |
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Ed é il vero successo per Umberto, e subito altri interpreti decidono di inciderla. Nel 1958 Alfredo Rossi della Ariston pensa di presentare una sua canzone a Sanremo ma la scelta di "I trulli di Alberobello" si rivelerà infelice. La canzone, interpretata dal Duo Fasano, dal Trio Joyce e da Aurelio Fierro (che cambia l'accentazione di alcune note) non entra in finale. Ma rimane per tre settimane tra i primi dieci nella hit-parade dei 45 giri del 1958.
Marino Barreto jr. chiede a Bindi altre due canzoni, che sono "Nuvola per due" e "Non so", entrambe su testo di Giorgio Calabrese. Nanni Ricordi decide quindi di far incidere i primi 45 giri a Bindi stesso, il quale nel frattempo ha intrapreso lo studio della composizione sotto la guida di Orazio Fiume e Bruno Bettinelli.
Sull'onda del successo di "Arrivederci" arriva il primo LP prodotto da Nanni Ricordi per la Ricordi: "Umberto Bindi e le sue canzoni", che raccoglie, oltre alla più famosa, diverse altre composizioni scritte da Bindi precedentemente e mai incise. Tra le quali il grande successo mondiale di “Il nostro concerto”, sempre con testi di Calabrese, e incisa anche questa da Marino Barreto jr. Questo pezzo, definito da alcuni, anche recentemente, “la più bella canzone mai scritta”, ebbe un successo complessivo superiore ad “Arrivederci” ed aveva un’introduzione strumentale di settanta secondi e una durata totale di 5 minuti e 40 secondi. Davvero una rivoluzione nella canzone, ma per i juke-box, come per l’altra, dovettero approntare versioni ridotte di minor durata…

Dopo il 1960 Bindi passa dalla Ricordi alla RCA: con questa partecipa al Sanremo del 1964 con "Passo su passo", su testo di Migliacci, interpretata da Claudio Villa e Little Peggy March, ma non ottiene un grosso successo. Nel breve periodo con la RCA Bindi realizza quattro 45 giri con brani inediti: "Un ricordo d'amore" (Testo di Gino Paoli), "Vieni, andiamo" (Ofir-Bardotti), "Vacanze" (Rossi), "Ave Maria" (Siberna), "Un uomo che ti ama" e "Quello che c'era un giorno" (Rossi), "Il giorno della verità" (Paoli) e il grande successo di "Il mio mondo", su testo di Paoli, che diviene per Cilla Black "You're my world", rimanendo nella classifica inglese del 1964 al primo posto per 14 settimane. La canzone viene ripresa da Richard Antony divenendo prima nella classifica francese e belga: in seguito è interpretata da Dionne Warwick nel 1976 (arrangiata da Burt Bacharach) e rimane per diverso tempo prima nella classifica americana come in seguito fa Helen Reddy ottenendo lo stesso risultato. Infine è interpretata nel 1978 da Tom Jones.
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Nel 1965 Bindi è alla CGD di Sugar con il quale, per l'intervento di certe persone, non instaura un buon rapporto. Nello stesso anno Bindi scrive le musiche per "Turandot" di Carlo Gozzi diretto da Beppe Menegatti, con la partecipazione di Carla Fracci, Giulio Brogi, Ottavia Piccolo, Paolo Poli e dei ballerini del Maggio Musicale Fiorentino. Bindi è anche attore, partecipando alla tournée che dura tutta l'estate.
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È accolto nuovamente alla Ariston in vesti di autore: scrive "Di fronte all'amore" (Simoni) portata a Sanremo nel 1965 da Gianni Mascolo e Dusty Springfield. La canzone è poi ripresa da Richard Antony con il titolo "Le temps de comprendre". È nuovamente a Sanremo nel 1967 con il grande successo di "La musica è finita" (Nisa-Califano), interpretata da Mario Guarnera e Ornella Vanoni (per due settimane al primo posto in classifica) e a Sanremo 1968 con "Per vivere" (Nisa) cantata da Iva Zanicchi e Udo Jurgens.
Fra "Umberto Bindi" del 1961 e "Con il passare del tempo" del 1972 trascorrono undici anni nei quali Bindi passa da grandi successi a scottanti delusioni: soprattutto gli viene a mancare quel pubblico entusiasta dei suoi lavori, indirizzato dalla stampa verso giovani stelle nascenti, pulite, certamente inferiori musicalmente al Nostro ma rassicuranti per quell'Italia degli anni '70 che vive nel moralismo, nel rispetto dei costumi. Bindi inizia a divenire scomodo: la televisione di Stato, chiusa nel suo perbenismo e nella esagerata "censura intellettuale", non dà certo spazio ad un artista diverso.

Inizia il boicottaggio di cui abbiamo parlato all'inizio. Per vivere Umberto Bindi decide allora di accettare di suonare nei pianobar e nelle migliori crociere: una soluzione fortunata che gli permette di stare a casa ad ascoltare la sua amata lirica e a scrivere melanconiche melodie. Ed è certamente la tristezza che lo accompagna in questo lungo periodo.
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Per "Con il passare del tempo" Bindi ha a disposizione il maestro della musica da film Bill Conti, in quel momento ancora poco conosciuto in Italia, una buona orchestra composta da maestri del Teatro alla Scala di Milano con l'aggiunta di batteria, percussioni e soprattutto da chitarre caratterizzate dalla personale scrittura di Conti. Il disco viene realizzato da una piccola etichetta di proprietà di Aurelio Fierro, la West Record, che deve certamente la sua breve sopravvivenza proprio grazie a questo LP, prodotto da Bindi stesso.
La Durium nel 1976 decide di realizzare il nuovo lavoro di Bindi, diverso dagli altri perché estremamente sinfonico e - unico nella storia della produzione discografica di allora - a contenere ben quattro pezzi solo orchestrali
Per "Io e il mare" Bindi avrebbe voluto Ennio Morricone ma il compositore, preso da altre partiture, consiglia al cantautore il nome del giovane chitarrista Bruno Battisti D'Amario, il quale lavora con impegno e professionalità, realizzando un album ricco di spunti e di ricerche sonore. Il lavoro è significativo perché Bindi è preso dalla tragica e controversa morte della madre, alla quale dedica il lavoro. Il cantautore, da sempre innamorato del mare, decide di confezionare l'intero disco come omaggio alla sua terra e alle sensazioni dell'acqua creando così un secondo album a tema, dopo "Con il passare del tempo".
Anche per "Io e il mare" Bindi ricorre ai testi ispirati di Bruno Lauzi, ricchi di assorta poesia contemplativa e di nostalgia. "Albatros", di Pallavicini, è una canzone incantata e sognante, il cui protagonista volante è l'oggetto delle riflessioni esistenziali dell'autore. Tutte le composizioni comunque si distinguono per l'arrangiamento d'archi e per un unico, lungo, ricorrente tema d'amore per il mare e per le sensazioni semplici e genuine.
Passano ancora gli anni e Bindi viene ricordato da pochi o, meglio, pochi sono gli addetti ali lavori che lo ricordano, perché il pubblico che ha la fortuna di ascoltarlo è sempre pronto a tributargli il giusto plauso.
Il 30 maggio 1979 Umberto partecipa alla trasmissione televisiva "Secondo me" condotto da Ric e Gian, su Antenna Tre.La foto sottostante dovrebbe riferirsi a quell'occasione

Finalmente, però, la piccola etichetta milanese "Targa Italiana", passata al grande pubblico con le incisioni dei primi lavori di Vasco Rossi, nel 1982 decide di pubblicare "D'ora in poi": tra i più convinti sostenitori di Bindi è il poeta Sergio Bardotti, che scrive i testi dell'album, lo realizza e lo produce.
E' un disco quasi "pop", perché manca una grande orchestra a dare respiro alle composizioni del nostro. "Le voci della sera" è una delicata melodia molto soft e contenuta, in cui Umberto Bindi canta solo "sera", sostenuto da un'altra voce maschile. "Caro qualcuno" è un altro capolavoro della nostalgia e del pacato passare degli anni, dei bilanci nonostante tutto positivi e della mancanza di rancore. "Signora di una sera" è la leggera canzone di un incontro di una signora con uno gigolo: ironia e ammiccamento. "L'impossibile idea" della libertà, della "nave pirata", "l'aria e la libertà" giocate sul dipanarsi della melodia sul forte della voce di Bindi.
Il disco si chiude con un brevissimo strumentale di "Le voci del mattino" mentre di seguito il cantante intona il tema di "Caro qualcuno" per chiudere con un altro frammento.

E in quell’occasione Bindi ricompare a sorpresa alla RAI ed esegue l’incredibile versione de “Il nostro concerto”, presente nel disco.
Bindi apre con una versione senza fronzoli di "Il nostro concerto", che ha però un particolare e accattivante arrangiamento. Duetta con Anna Identici in "Se ci sei", canta da solo "Lasciatemi sognare", da una versione pop di "Nuvola per due" con il gruppo vocale, di cui si sono poi perse le tracce. Loredana Bertè da una straordinaria interpretazione di "Il mio mondo" mentre un po' improbabile appare "Arrivederci" con Bindi e Sonia Braga. Suadente la voce di Bindi in "E' vero", duettando con Celeste. Di nuovo solo in "Amare te", con una bravissima Antonella Ruggiero in "Chiedimi l'impossibile e un arrangiamento accattivante, di nuovo solo nella lapidaria "Un ricordo d'amore". La particolare voce della Mannoia interpreta "Un giorno, un mese, un anno", Bindi da vita alla pessimistica "Il confine", a suo tempo incompresa, mentre chiude con Ornella Vanoni, quasi simbolicamente, con "La musica è finita". A ulteriore chiusura un frammento de "Il nostro concerto".
Da questo disco i tentativi di rientrare nel giro, almeno come veterano, sono difficoltosi. Da Sanremo viene escluso diverse volte e giudicato dal pluri-indagato Aragozzini come "non interessante"!
Al "Maurizio Costanzo Show" Bindi si lascia andare alle lacrime dopo aver rivelato quella diversità che lo aveva così condannato per anni.
Nel 1991 viene invitato al festival della canzone d'autore di Recanati e inizia lentamente una certa risalita o, meglio, la riscoperta da parte dei "critici" delle testate nazionali. Proprio a Recanati incontra il giornalista Ernesto Bassignano con cui collaborerà successivamente ai testi.
Nel 1992 viene realizzato un omaggio a Umberto Bindi: in un quaderno vengono raccolte testimonianze dei maggiori critici e storici della canzone in Italia.
Nel 1993 Umberto Bindi intraprende una tournée teatrale con l'antico amico Bruno Martino, co-autore di "Storia al mare". Ad uno dei concerti di Roma Bindi di nuovo si commuove ricordando l'amicizia che Bruno gli ha sempre riservato. Viene realizzato un CD, in vendita solo ai concerti, dal titolo, guarda caso, di "Il 'nostro' concerto".
Nel 1995 viene realizzata una pubblicazione con l’analisi di tutte le canzoni di Bindi, con note di Marco Rambaldi: “Umberto Bindi – Un sogno in una nuvola”.

Nel 1996 esce l'antologia "Il mio mondo", secondo noi troppo incentrata sulla prima produzione del cantautore: manca infatti tutta la produzione dal capolavoro "Con il passare del tempo" in poi.
Nello stesso anno partecipa a Sanremo con "Letti", con testi di Renato Zero, cantata con i New Trolls: su venti finaliste la canzone finisce 20^.....

Nello stesso periodo torna al “Maurizio Costanzo Show” cantando, da solo, “Letti” e dicendo che non prova rancore per il male che gli hanno fatto e che, sostanzialmente, ha “dimenticato”, e per questo riscuote sinceri applausi. Amedeo Minghi, in quell’occasione, difende il Sanremo di Pippo Baudo e la RAI di quel periodo che avrebbero avuto il coraggio di riproporre Bindi, ancora scomodo e ostracizzato.
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Sempre in quell'anno Renato Zero produce per la sua Fonopoli un nuovo lavoro di Bindi: "Di coraggio non si muore". Notevoli le canzoni: purtroppo Renato Zero interpreta da solo "E' tutto qua" e non se capisce il motivo. E' vero che abbiamo sempre detestato Zero: ma un motivo in più sarebbe anche il fatto che nella successiva e noiosissima sua trasmissione televisiva questo Zero, in mezzo a tanti ospiti, si sia ben guardato dall'invitare Bindi.....
Nel 2000 BMG Ricordi e Ricordi pubblicano "Umberto Bindi", un doppio CD per la serie "Flashback: I grandi successi originali". L'album, inizialmente, è venduto nei cataloghi per corrispondenza poi, dopo la scomparsa del musicista, compare anche in qualche negozio ma contiene, ancora una volta, solo la prima produzione.
Dopo la morte di Bindi Pippo Baudo annuncia che il CD celebrativo che aveva pensato di realizzare per aiutare il musicista malato verrà realizzato nell'autunno del 2002. Sono passati mesi, è passato l'autunno, è passato anche il Natale del 2002 e, per puro caso, il doppio CD è stato visto, nel gennaio 2003 (!), in qualche negozio di dischi.
E' un doppio CD dal titolo "Umberto Bindi", è prodotto da BMG Italy-BMG Ricordi spa, ha il numero di catalogo 74321948922 e contiene, ancora una volta (!), la prima produzione e i cosiddetti "classici". Le uniche novità sono "Ave Maria", un'originale composizione che, per noi, è purtroppo da cancellare per il testo ultracattolico; "Flash", "Estasi", "Io e il mare" e "Albatros" da "Io e il mare". "Saltati" a pie' pari, di nuovo, "Con il passare del tempo", "D'ora in poi" e "Di coraggio non si muore". Da notare, invece, che sono state inserite canzoni opinabili o sdolcinate o mal riuscite come "Girotondo per i grandi" e "Ninna nanna di Natale". Coraggiosa la scelta, invece, di includere la difficile, anche musicalmente, "Odio": una canzone controcorrente per quell'epoca e, non a caso, difficilmente sentita e inclusa soltanto nell'antologia "Il mio mondo".
Ora che il suo concerto è finito avevamo purtroppo visto giusto. La sorte di Bindi non era delle più rosee: inseguito perennemente dai debiti e dall'ostracismo, da una salute sempre più precaria e dal disinteresse dei più, riesce però ora e, speriamo, anche in futuro ad essere nel cuore di chi ha amato le sue canzoni e di chi, come noi, ancorché lontanissimi dalle sue convinzioni religiose e dai suoi gusti musicali per l’opera lirica e la musica classica, riesce a trovare veramente notevoli la musica e il testo della canzone, suonata nei concerti del 1994 e 1995, con cui chiudiamo la prima parte di questa pagina che, nelle nostre intenzioni, doveva aiutarlo a farlo conoscere e ri-conoscere, non certo a commemorare la sua perdita….
Nel libretto di presentazione ai concerti del 1993, con Bruno Martino, c’è questo scritto di Ernesto Bassignano
Umberto Bindi
“Se qualcuno tra di voi vuol fare i conti sulla mia vita/se un altro saggio mi dirà che primavera è già finita sicuro non lo seguirò, sicuro non lo sentirò/pazzo incosciente ma sincero imperdonabile davvero…”
E’ la cicala Umberto Bindi che canta e confessa, come al solito un po’ drammatico e un po’ ironico, rimettendo fuori le ali e facendo capolino cent’anni dopo, curioso dopo il lungo, intenso letargo. Quella dell’artista che qualcuno ogni tanto qua e là ha segnalato in qualche compiacente oscurità di night davanti a qualche pianoforte in una qualche estate (ma non ne era sicuro), è stata solo una lunghissima vacanza.
Negare che una qualche amarezza e qualche recriminazione in lui siano affiorate, sarebbe stupido. Ma il capostipite dei cantautori-compositori, l’autore di tre o quattro straordinarie canzoni con le quali segnò indelebilmente tutta la nostra musica leggera e poi si defilò…Non è mai stato davvero né solo, né triste, è isolato. Ha continuato a suonare il suo amatissimo pianoforte di giorno e di notte, ha collezionato ed ascoltato qualche altro migliaio di dischi di classica (nostra nota: e di lirica), preparato minestroni per pochie buoni amici chiedendo loro di raccontargli ed aiutarlo a capire cosa diavolo stesse accadendo la fuori tra sirene, botti e corse affannate, odii e antipatie lancinanti. Elaborando costantemente la sua musica e raggiungendo sintesi ardite tra cinema, teatro, balletto, ambientalismo e poesia, non ha dimenticato di registrarsi centinaia di film in bianco e nero, di accudire cinque cani più un pappagallo, una tartaruga e variecocorite (nostra nota: e i gatti?), vivendo placidamente nel ricordo di De Andrè e Villaggio studenti alla filodrammatica che lo vedeva già in compagnia di Tenco col suo sax, delle prime canzoni scritte in cucina insieme a Giorgio Gaber, con Mina e Marino Barreto che s’affacciavano a chiedere un pezzo nuovo per loro.
Della tournèe con Gaber e la Monti e ancora Eddy Calve o Buscagliene; delle gare di ballo con Jane Russel Gasman in una Bussola ancora mitica, di corse pazze in autostrada a bordo d’una Daimler del ’32 con al fianco una Amalia Rodriguez che tentava di capire i segreti del pesto…Insomma, più che nostalgia…Incapacità e pudore di vivere i nuovi tempi affollati e affannati, troppo spesso fasulli, bugiardi, dominati dal business. Una carriera spezzata, quella della cicala, “diverso” che mai si pentì e scandalizzò, vestito di nero come uno chansonnier d’oltralpe, i benpensanti d’un belpaese di edere, mamme e vecchi scarponi. Da molti anni i Tom Jones, le Shirley Bassey e le Dionne Warwick non portano più i suoi pezzi nelle classifiche internazionali, ma la cicala non se n’è nemmeno accorta, tutto preso a comporre nuove ballate, cori e semplici canzoni per chissà quali interpreti e quale domani. Qualche ammiratore è riuscito a stanarlo e invitarlo nel suo locale, altri lo hanno intervistato e studiato per capire le ragioni d’un tanto strano isolamento.
Lui ha continuato a suonare e ad accontentarsi di piccole ma preziose testimonianze d’affetto e di stima, come quella dell’equipaggio d’una nave al termine d’una crociera, un biglietto furtivo di Tiziana Fabbricini che lo ringrazia di esistere, un lusinghiero pezzo di Bussotti su una rivista, una telefonata di Dorelli al termine di uno sfogo televisivo al Maurizio Costanzo Show. Io personalmente, dopo aver fischiato e cantato i suoi successi dall’infanzia fino ad oggi, l’ho scoperto di persona a Recanati ad un piccolo festival di musica e poesia.
Accanto a me, al termine della sua breve ma intensissima esibizione, ho visto duri colleghi balzare in piedi altrettanto vergognosi della propria commozione. Da allora scrivo parole per la sua nuova musica solo per il gusto di sentirle poggiate a quei fraseggi colti e popolari, nel solco della nostra grande tradizione melodrammatica.
“Arrivederci”, “Il nostro concerto”, “Il mio mondo”, “La musica è finita”!” La cicala questa volta è sopravvissuta al lungo inverno e le formiche la vedranno volare alta di nuovo…
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Il numero di Marzo 1999 del mensile “Babilonia” dedica un articolo-intervista a Umberto Bindi, subito dopo il Festival di Sanremo
Musica: Umberto Bindi
IL SOLE OLTRE SANREMO
di Enrico Salvatori
A pochi giorni dal Festival “più amato dagli italiani”, un omaggio al grande musicista, che ci racconta delle venature che percorrono l’ambiente dello spettacolo
Febbraio: il mese del Carnevale e di Sanremo. E il Festival, ormai alla 49ma edizione, è sempre lì. Piaccia o non piaccia. Tanti artisti sono passati per il palco dell’Ariston…e i desaparecidos sono parecchi! Tra i tanti, merita di essere citato Umberto Bindi, uno dei migliori compositori di musica leggera della canzone italiana. Sensibile e cordiale, come pochi sanno essere, ha accettato di incontrarci nella sua villa a Bracciano, vicino a Roma, in una fredda mattina di fine inverno.
Sei stato uno dei pochi musicisti a rivoluzionare la musica italiana, negli anni in cui trionfava il testo…
Beh, il “cantautorato” è stato sempre un equivoco. Il cantautore era colui che scriveva le sue canzoni: da De Andrè – che per me è il massimo – fino a perdersi nei meandri di Fidenco e altri. Veramente, per essere abbastanza selettivo, dovrei definire “cantautore” colui che scrive testi e musica: e quindi Cocciante, Battisti e, all’estero, Becaud non dovrebbero essere considerati tali (nostra nota: e allora neanche Bindi visto che, ufficialmente, scriveva solo la musica….). Il termine “cantautore” è stato coniato nei primi anni Sessanta, quando era riferito a un certo Bindi, più che a un Modugno, che ha dato comunque una forte spallata alla canzone italiana (nostra nota: continuiamo a non vedere quale “rivoluzione”abbia portato Modugno: solo per aver scritto una canzone che non parla d’amore?). Con il cantautore, infatti, nasceva una nuova espressività musicale, più sofferta, più attenta, più attuale sicuramente, perché veniva registrato il malessere comune.
Le tue composizioni sono state definite “sinfoniche”…
Dalla stampa venni prima tacciato di “barocchismo”…Col tempo questa attenzione alla composizione e la mia “completezza musicale” sono state apprezzate. Un paroliere come Giorgio Calabrese ha poi valorizzato le mie composizioni con dei “signori testi”. Non scordarti che, all’epoca, regnava il 45 giri, che relegava il 33 giri a una semplice raccolta di brani. Di conseguenza un pezzo come Arrivederci, che durava 5 minuti e 40, era penalizzato nei juke-box, in radio…
Com’era il tuo rapporto con l’industria discografica?
Era ed è difficile. Anzi, direi conflittuale. Non sono mai entrato nel sistema. A parte il fatto che sono sempre stato isolato nelle scelte e nelle frequentazioni, e quindi mi sono ritrovato fuori dal giro. Con una casa discografica dovresti accettare determinate imposizioni. Finché vendi va tutto bene…Oddio, a volte sei fortunato a trovare un discografico che abbia la sensibilità di capire i problemi dell’artista. All’inizio della mia carriera ho avuto la fortuna di conoscere Nanni Ricordi e Franco Crepax, gente di una sensibilità unica, che hanno fatto, all’epoca, scelte difficili e che sono stati ricompensati nel tempo dalle vendite di Gaber, Endrigo, della Vanoni, di Gino Paoli, Battisti, Jannacci e Lauzi. Il cantautore aveva talvolta una voce sgraziata, ma questo costituiva la sua forza, così come in campo lirico la Callas rivoluzionò il bel canto: mi si perdoni il paragone, ma all’epoca la musica lirica era davvero molto seguita…E poi, io ci son cresciuto! Vedi, oltre all’ascolto della lirica, io sono cresciuto con la canzone d’autore francese: con Becaud e Trenet, che allora emergevano…E poi, nel dopoguerra, con il grande musical americano, perché bisognava riempirsi gli occhi!
Quindi anche la Wandissima…
[ride]…ma la rivista era più “autarchica”!
Immagino che l’influenza culturale francese derivi dal fatto che Genova è vicina al confine e che la lingua straniera più conosciuta fosse qui il francese. Insomma, nel dopoguerra l’America era un paradiso lontano…
È così: pensa che, all’epoca, vedevamo film americani usciti dieci anni prima: la Garbo per noi era una novità, mentre in America già non recitava più!
A proposito di film: tu hai partecipato nel 1959 a un curioso film, Urlatori alla sbarra, accanto a Mina, Cementano e tanti altri giovani cantanti d’allora!
Ah sì, cosa non si fa per arrivare! L’unica cosa pregevole di quel film era la versione per tromba di Arrivederci, eseguita da Chet Bacher. Però, rivedendolo, credo vi si respirasse un’atmosfera nuova per allora. L’abbiamo girato divertendoci: era un po’…ruspante! Pensa che la mia prima composizione andò a Sanremo 1958: s’intitolava I trulli di Alberobello, ed era cantata da Aurelio Fierro e dal Duo Fasano…un pezzo simpatico, quasi naif…(nostra nota: peccato che sia stato giudicato da tutti, compreso chi l’ha cantato, la cosa peggiore scritta da Bindi…) L’anno dopo ci fu il boom di Arrivederci che, secondo la critica, chiude gli anni Cinquanta e apre un nuovo solco nella musica leggera. Per me si aprì il periodo, che durò tre-quattro anni, in cui ero più noto al pubblico, ed ero quindi un “personaggio”.
E questo “personaggio” di esistenzialista che, tuo malgrado, interpretavi aveva agganci con la realtà?
Indubbiamente sì: non riuscivo a comunicare, non amavo cantare, odiavo i servizi fotografici, al contrario di Gino Paoli, che pure era considerato “un duro”…
Come cantante sei stato due volte a Sanremo: nel 1961 e nel 1996. Cos’è cambiato?
La prima volta, come tutti i cantautori e gli urlatori presenti in gara, venni penalizzato dalla vecchia guardia. L’edizione del 1996…beh, spero che rimanga un episodio, perché è stata un’esperienza “discutibile”. Erano preponderanti le scelte di Renato Zero, a cui peraltro voglio molto bene…con due personalità a confronto, l’una più “discreta” (nel senso che a volte dovresti mostrare le palle!), e l’altra più forte, è chiaro che il mio lavoro è stato penalizzato dalle sue scelte. Se avessi dovuto scrivere una canzone per Sanremo cantata da Umberto Bindi e i New Trolls non avrei scritto Letti: avrei composto un’altra cosa. E qui si torna al tema dei contrasti con le case discografiche. Alla fine sono tutti scontenti: autore, produttore e pubblico. Spero che con i nuovi lavori possa riappropriarmi della mia personalità.
Tra l’altro, hai composto per Mina E’ vero, che lei presentò a Sanremo ’60…
Fu la sua prima grande interpretazione. La conobbi alle edizioni Ariston che era giovanissima…
Hai composto per Mina, per la Vanoni, Cilla Black, Dionne Warwick. Quali sono le difficoltà del comporre per una donna?
Non è mica tanto facile! Forse adesso lo è di più perché, fortunatamente, le voci delle cantanti si vanno avvicinando al tono delle soprano: prendi una Celine Dion o questa giovane Giordano, che ha rifatto Vissi d’arte. Con la mia canzone, in Italia, ho avuto dei problemi: le interpreti erano impegnate sul versante sudamericano-jazzistico (come l’Ornella), oppure su un certo tipo di cantautorato e io mi sono sempre trovato un po’ spiazzato da queste impostazioni vocali.
Hai avuto varie esperienze come autore di canzoni per Sanremo: si sta meglio davanti o dietro il palco?
Ho seguito l’iter “normale” che hanno seguito un po’ tutti quelli della mia generazione. A un certo punto mi hanno proposto di cantare, mi hanno fatto un provino…Ma forse, se tornassi indietro, rinuncerei a cantare: visti e considerati i risultati e le amarezze che ho avuto, debbo dire che avrei rinunciato…
E c’entra qualcosa la tua omosessualità?
Mmh…vedi, c’è una forma di razzismo nel parlarne, anche benevolmente…Ma perché? Sono fatti miei! Ma ragazzi! Non per fare il portiere – anzi, la portiera – della situazione, parlando d’altri che “sicuramente”, “si dice”…ma il mio ambiente ne è pieno! D’accordo: un giorno io ho detto che la mia defezione dalla musica leggera era dovuta a questo. Ma ne ho parlato una volta, poi basta! Ma se mi dite che “non è un problema, perché siamo nel 2000”, allora perché ne parliamo? Eppure c’è sempre quest’assillo…C’era un’Italia diversa, ma in fondo è cambiato poco, pochissimo, siamo dei razzisti terribili, ci vendichiamo del nostro passato. Ieri eravamo ignoranti, oggi non lo siamo più: ma siamo sempre dei grandi razzisti.
Quindi di te si parlava come di un personaggio…
…scomodo. E allora noi, dato che siamo “moderni”, allora ne parliamo! “Ma io sono una persona normale! Ero vulnerabile, e non ho mai saputo difendermi. E non riesco a cambiare: invecchio, ma non cambio. E’ l’involucro che invecchia, ma io non maturo: che ci posso fare? In fondo con la gente ho un buon rapporto… E’ con la stampa che ne ho sempre meno, perché è indiscreta. A Sanremo non hanno capito che ero una persona serena, ero rinato dopo un’operazione chirurgica, e quelli mi vanno proprio a chiedere “Come mai lei è così buono, nonostante tutte le cattiverie che le hanno fatto?”! Questo pietismo mi ha infastidito. Quando poi mi hanno chiesto della mia omosessualità li ho guardati come per dire “Ancora?!”. Sono ritornato a Sanremo dopo 35 anni, e questi qui mi chiedono ancora questo? Avevano poco da dire e poco hanno detto! A proposito di Sanremo: quest’anno faccio parte della giuria che sancisce la vittoria finale, insieme con la Pivano ed altri. Saremo maledetti e benedetti ma…chi se ne frega! Io cerco di fare il mio dovere con trasparenza, perché provo tenerezza per Sanremo, mi ricorda tante cose…
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Articolo diffuso da ADNKronos il 6 Aprile 2002
Bindi: ''Il mondo è troppo cinico per me''
''L'ostracismo per la mia omosessualità? Personalmente ho superato quei problemi, anche se un po' mi pesa ancora''Roma, - ''Il mondo è sempre più cinico e distratto, succedono cose anche più gravi di quelle che capitano a me''. Umberto Bindi commenta così gli attestati di affetto che sono arrivati ieri in suo favore. ''All'inizio sono rimasto sorpreso e impreparato dall'affetto degli amici che ho sentito intorno a me -spiega Bindi, ancora molto affaticato per le precarie condizioni di salute- Poi mi ha fatto sicuramente piacere vedere, da parte di alcuni miei colleghi, grande entusiasmo e voglia di starmi vicino in questo momento''.
Bindi non entra nel merito delle sue difficoltà finanziarie: ''Sono cose più grandi di me -dice- io non capisco molto di vicende materiali, non ho mai dato loro peso. Ma se Gino Paoli ne ha parlato nel suo appello, mi pare credibile che le cose stanno come le riporta lui''. ''Per me -spiega Bindi- in questo momento non è tanto importante che questi aiuti arrivino ora che la situazione è precaria e che non siano arrivati prima. La cosa importante è che la situazione si scuota e che le istituzioni dimostrino ogni tanto di essere un po' più attente.
Sul fatto che io sia stato dimenticato, beh, vorrei dire che in buona parte è anche colpa mia: c'è chi è capace di bussare alle porte e chi non lo è. E io sicuramente non lo sono. C'è stata grande disattenzione nei miei riguardi, sicuramente, ma è il risultato del mondo in cui viviamo: il mondo oggi è quel che è, ci sono ingiustizie ancora più grandi della mia, purtroppo il mondo è distratto e cinico, troppo cinico per uno come me, siamo oberati dalla mattina alla sera da tragedie immani''.
''Dunque -prosegue il cantautore- a un certo punto mi sono stancato di frequentare alcune persone che avrebbero potuto aiutarmi, mi sono stancato di chiedermi il perché di certi atteggiamenti. Ne ho preso atto, mi ci sono abituato.
L'ostracismo per la mia omosessualità? Personalmente ho superato quei problemi, anche se un po' mi pesa ancora''. Bindi ringrazia dunque ''gli amici veri, quelli che ho avuto vicino, da Bruno Lauzi a Gino Paoli, da Giorgio Calabrese a Sergio Endrigo a Sergio Bardotti. Lauzi ha ragione nel sostenere che io non ho mai chiesto aiuto a nessuno: non sono uno che si piange addosso quando hai problemi, si può piangere, certo, ma a casa e da soli''.
''Mi piacerebbe ringraziare tutti -conclude Bindi- magari in occasione del concerto che so che stanno cercando di organizzare. Farò di tutto per esserci anche se in questo momento seguo il consiglio che mi hanno dato tutti: ristabilirmi in salute. Il più bel regalo sarebbe essere presente di persona per abbracciare chi mi è stato vicino''.
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Il “Corriere della Sera” del 10 Aprile 2002 pubblica un ampio articolo-intervista di Mario Luzzato Fegiz
Incontro con il cantautore genovese, 70 anni, per il quale dovrebbe essere approvato il ricorso alla legge Bacchelli
Umberto Bindi: sono stato una cicala
“Ammalato e senza soldi, ma non è una tragedia”. E il suo compagno: “Ha sempre regalato tutto”
Viterbo. Monterosi è un paesino sulla Cassia bis, a metà strada fra Roma e Viterbo. Da due anni Umberto Bindi ci vive con il suo amico Massimo, artigiano calabrese abilissimo sia nel creare composizioni con le piastrelle sia nel giardinaggio. Umberto Bindi, 70 anni il 12 Maggio, siede sul divano nel salottino: l’appartamento, modesto, è un bilocale a pianterreno in una palazzina che sorge dove la campagna ha cessato di essere tale per lasciar posto a un’urbanizzazione stracciona e incompiuta.
Bindi porta un pigiama, bianco a coste, e sopra un maglione di lana fatto a mano, dello stesso colore. Il volto è scavato, ma lo sguardo è sempre vivace, la voce bassa, flebile ma ferma, il pensiero veloce. Due cellulari suonano in continuazione. Il prefetto di Viterbo vuol conoscere l’esatto indirizzo di Bindi e le sue generalità. Maurizio Costanzo lo chiama per rassicurarlo: gli dice di aver saputo per certo che gli verrà riconosciuto il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli. Il Consiglio dei Ministri potrebbe occuparsene già oggi. Da un lato Umberto Bindi si mostra contento, dall’altro cerca di minimizzare.
Com’è andata la storia?
“Io sono solo un cantante, autore abbastanza famoso che è rimasto senza soldi e senza salute. Senza soldi sicuramente per colpa mia. Perché sono una cicala, non una formica”.
“Ha regalato sempre a tutti…” prova a intervenire Massimo, ma viene prontamente zittito.
Bindi, ma una casa sua non ce l’ha?
“No, ho sempre abbellito le case in affitto, e quelle altrui. E al momento dello sfratto…tanti saluti. Lo ripeto: la mia non è una tragedia. Anche se, in effetti, continuando così, senza salute e senza soldi, potrebbe anche diventarlo”.
Fa fatica a parlare e a respirare…
“Non mi reggo in piedi. E’ tutta colpa di questa maledetta ritenzione di liquidi”.
Si interrompe. Domanda:”E’ suo l’autista che aspetta fuori? Lo faccia entrare a bere almeno un caffè con noi”. Rientra Massimo: “Sta dormendo”. “Allora non svegliatelo”.
Riprende Bindi: “Da due anni ho un rene fuori uso, quattro by-pass, un’angioplastica, il fegato che non funziona con un principio di cirrosi. Ma il vero guaio è una debolezza terribile e quell’acqua che mi si forma dappertutto e che mi devono togliere con la siringa”.
Di quali cure avrebbe bisogno?
“Devo essere rimesso a nuovo. Tengo sempre il capo reclinato, non è una bella posizione. La voce ha avuto un grosso calo, come se non ci fosse più grasso nelle corde vocali”.
Sembra che l’Italia si sia accorta improvvisamente di lei…
“Io non ho mai chiesto nulla a nessuno. Anche di fronte a chi non rispettava con me impegni contrattuali ho preferito sorvolare. A un certo punto Gino Paoli si è messo in testa che bisognava occuparsi di me, e quando lui decide qualcosa…chi lo ferma? D’altra parte non riesco ad accettare nessuna proposta di lavoro. Però non voglio elemosine. Di tutti i progetti, quello che mi piace di più è una serie di concerti con le mie canzoni e tanti ospiti”.
Quando ha cominciato ad avere i primi guai con la salute?
“Orai è parecchio tempo. Due anni or sono mi si gonfiavano i piedi e non riuscivo più a infilare le scarpe. Ma sa qual è la cosa peggiore? In condizioni normali io ascolto musica classica per sette ore al giorno (nostra nota: ci sembrerebbe comunque esagerato anche se fosse rock, folk, leggera e jazz alternata…) . Adesso mi da come un dolore allo stomaco, mi fa star male”.
E la televisione?
“Ho guardato il Festival di Sanremo. E ho visto tanti cantanti dotati di talento. Bravi. Più bravi per voce e presenza di quelli della mia generazione alla loro età. Mancavano però le canzoni. Mi è piaciuta quella di Gino Paoli, semplice ed essenziale. Brava anche la Nava. I Matia Bazar mi sono sembrati soprattutto un fenomeno televisivo”.
Da uomo e da artista che cosa ha imparato in questo pellegrinaggio fra cliniche e ospedali?
“Che non c’è paragone tra ospedale pubblico e cliniche private. Nell’ospedale pubblico ti curano meglio. Lavorano con molto più entusiasmo. Lo scoprii già anni fa al San Camillo di Roma dove fui ricoverato per un’ulcera”.
E i soldi? Non le arriva niente dalla SIAE, i diritti sulle sue canzoni famose?
“Come no, ma si prende tutto il fisco. Vede, chi doveva provvedere al pagamento di tasse, IVA e contributi per il mio lavoro non lo ha fatto”.
Intanto suona il telefono: lo chiama la zia Natalina, 82 anni, per sapere come sta. Poi anche la sorella Marisa, che di anni ne ha 72. Arriva il direttore della sua ultima band – La fabbrica dei miracoli – e gli porta in regalo un microfono Shennaizer, quello che lui usa nelle serate.
Stanco, a un certo punto Bindi sembra assopirsi. Massimo, approfittando del pisolino del maestro, prende coraggio e confessa: “Ci sono cassetti pieni di inediti e anche cassette audio. Lui crede di registrare sempre sulla stessa, cancellando le vecchie incisioni, ma io di nascosto le sostituisco con altre, nuove”.
Umberto ci guarda, come se non avesse davvero sentito, riprende a parlare: “Siamo finiti in questo paesino per caso. E’ tranquillo, anche se Roma è così lontana…”.
“Fai un giro in giardino” gli propone Massimo, che ha sistemato il verde con le sue mani, dal prato ad alcuni piccoli alberi da frutto, macchie di fiori, una zona a ciotoli.
“No, adesso sono stanco e non voglio incontrare nessuno in questo stato”.
Sembra esausto, ma i pensieri non si fermano. Tornano a Genova, agli amici della Foce, a quelli che si sono fatti vivi come Paoli, Lauzi, Calabrese, e a quelli che non possono più farlo, come Fabrizio De Andrè: momenti belli, qualche addio. E il ricordo di certi funerali gli ispira una battuta, di un’eleganza interiore che povertà e malattia non possono cancellare: “Sa una cosa…trovo che l’applauso, soprattutto in chiesa, sia una gran mancanza di classe”. (mia nota: mi dispiace dissentire, caro Umberto, ma per noi atei, si sa, è la stessa esistenza delle chiese che è ben peggio che una mancanza di classe….)
***
l’Unità, Sabato 25 Maggio 2002, pubblica, come tanti giornali, i commenti sulla morte di Umberto Bindi. Pubblica anche un articolo dello stesso cantautore scritto poco prima della scomparsa.
Così nacque il mio “Concerto”
di Umberto Bindi
Lo ammetto. E’ passato qualche annetto, da quella fatidica sera in cui mio zio, mio zio tenore, volle portarmi con sé al teatro a vedere un’incredibile Madame Butterfly”! Chissà…forse proprio quella sera al teatro Paganini, rapito da Puccini, misi le basi del mio stile un po’ melodrammatico e un po’ sinfonico.
Certo nacque la mia prima ispirazione fondamentale, tra quelle poltroncine, rapito da quelle note e quella storia che rifletteva tanto bene i mie sogni dell’epoca…chissà.
Certo che in quegli anni, tra dopo-guerra ed echi americani, la Francia dei grandi chansonnier e la voglia di studiare uno strumento seriamente, applicandolo ai classici della musica, Genova con i suoi colori e il suo mare…Genova con la sua Bohème era un crogiuolo giustissimo per passare dal conservatorio alle soffitte, dalla spiaggia alla Foce, dalla lanterna ai paradiso.
E da quella sera (e dalla prima fisarmonica) il passo fu breve verso la fame totale continua di buona musica e la voglia di mescolarla, sempre con un orecchio a quella a stelle e strisce, a Trenet e la Piaf e l’altro orecchio a sognare la grande orchestra, concentrato sull’operetta e le grandi colonne sonore…Le mie prime composizioni? Non furono certo né canzonette né cose facilmente etichettabili. E neppure quel primo grande successo che fu “Arrivederci”, nonostante i dischi venduti e le interpretazioni in tutto il mondo, facile ed intrigante fu evidentemente il testo del nuovo importante amico e complice Giorgio Calabrese, facile e bello anche se in contrasto netto con le storie dell’epoca, tutte con lieto fine. Giorgio, conoscendo fin troppo bene il mio carattere romantico quanto irascibile, aveva scritto apposta quella cosa ispirandosi ad una delle mie tante, forse troppe storie d’amore tremende, che finivano male…malissimo. Forse con quell’Arrivederci tenero e tutt’altro che drammatico aveva però tentato di insegnarmi una nova strada…chissà…
Certo Don Marino Barreto fece il miracolo: pochi giorni dopo il lancio, una mattina ascoltai il fornaio che – alla sua maniera popolare e gridata, strappacuore – interpretava quel saluto. Alla stazione, qualche ora dopo, dei viaggiatori salutarono l’amata nella stessa maniera: ero raggiante. Gli esperti però si accorsero di quel difficilissimo inciso in scala esagonale. I colleghi ancora di più, visto che, dopo le prime strofe, si accorgevano quanto spesso non potessero arrivare a quelle inusuale e improvvise scalate…
Ma ora veniamo al vero e proprio “boom”, dopo quel primo seppur grande successo che altri mi aiutarono a far deflagrare. Veniamo a quel “Concerto” che ancor oggi continua ad essere reinciso e interpretato (ultimamente da Baglioni, Zero, la Berti, la Zanicchi e Spagna): un concerto che stavolta avrei cantato io e fatto crescere da solo grazie alle mie passioni liriche e d’autori d’oltralpe. Quello che io e Giorgio chiamammo “Il nostro concerto” era anche più difficile da interpretare di “Arrivederci”, ma con un po’ di esercizio e mille stratagemmi ci seppi arrivare, pur con l’ugola non particolarmente dotata che possedevo.
Tutto nacque in una sera bella e limpida a Faenza, dopo che Mina aveva portato al successo la mia “E’ vero” e le serate si susseguivano l’una alle altre. Mi trovavo in quella cittadina con la mia band (e dico band perché ero uno dei pochissimi, forse l’unico autore, a girare non accompagnato soltanto dal piano, ma da un camioncino al seguito con dentro un monumentale organo Hammond e relativo organista). Ero là e fui lasciato solo per metà pomeriggio dal maestro Eddy Calvert e da Giorgio Gaber, miei partner della serata. Mi trovai dunque nella penombra di quel teatro settecentesco e i brividi che essa mi diede furono l’esca per lo sgorgare delle note dell’inciso. Dovendo io partecipare ad una rassegna organizzata dal “Corriere Lombardo”, pensai subito che quel tema potesse funzionare all’uopo.
Anche il mio editore Rossi e Giorgio Calabrese lo trovarono interessante. Completai il brano e mi accorsi che durava quasi sei minuti, avendolo io corredato di un’introduzione lunghissima. Forse anche per questa sua struttura (che qualcuno disse rivoluzionaria) arrivai solo terzo, ma proprio lui (Calabrese, ndr) aveva dovuto adattare le sue parole all’idea del concerto, dell’eco del concerto che aleggiava in quel luogo per l’eternità, in qualsiasi luogo: un po’ di me, del mio pianoforte a coda, sarebbe rimasto a presidiare per sempre quell’amore.
Intanto avevo lasciato Genova, così, senza grandi rimpianti. Per un gruppo e una “scuola” che in realtà non esistevano se non nella penna dei giornalisti. Ero dovuto andare a Milano dove c’erano i grandi produttori e il grande business. In realtà scappavo da tutti e da tutto. Continuai a scappare perché erano già nati i primi scandali attorno alla mia scandalosissima “diversità” e io non sapevo né volevo rispondere. L’Italietta mi aveva già bollato per sempre! Ma sono contento, oggi, di poter dire che, con tutto quello che hanno detto e scritto su di me, i pochi veri amici (con Lauzi stiamo progettando grandi cose) più i miei gatti e i miei cinque o sei brani (che le enciclopedie chiamano immortali) mi fanno una splendida compagnia. I tempi d’altronde sono quelli che sono…e bisogna sapersi accontentare…
***
Alcune cose su Umberto Bindi tratte dalla stampa (di tutto quello che sono riusciti a leggere ho volutamente evitato di citare quello che ha scritto “l’Avvenire”: SEMPLICEMENTE VERGOGNOSO…)
Musicisti, intellettuali e politici ricordano il cantautore scomparso. "Massacrato dalla stampa e dal pubblico perché omosessuale", ricorda Gino Paoli.
Gino Paoli:
“Negli ultimi giorni
sentivo Umberto e la persona che gli vive vicino. Ma ormai non voleva più
vivere. Ha voluto chiudere lui la sua storia, purtroppo credo sia andata così”.
Negli ultimi tempi il cantautore genovese aveva provato ad aiutare Bindi
“Speravo di riuscire a dargli un po’ di tranquillità economica per più tempo
-spiega Paoli- ma le cose sono andate troppo velocemente, la situazione è
peggiorata, nessuno se lo aspettava”.
“Bindi -ricorda Paoli- è stato dimenticato perché è stata commessa
un’ingiustizia, è stato massacrato dalla stampa e dal pubblico perché era
omosessuale in un’epoca in cui evidentemente era considerata una colpa. Io gli
sono sempre stato vicino perché ho sempre pensato che ognuno ha diritto di
vivere come vuole. Lui era un grande artista per quello che scriveva e per
quello che faceva, la sua vita privata non doveva riguardare nessuno se non lui.
Quella storia - prosegue Paoli - gli ha toccato la carriera. Quando ho lanciato
l’appello per la Bacchelli c’è stato un coro di amici affettuosi che gli ha
sicuramente fatto piacere. Ma quel che gli mancava di più era il contatto con il
pubblico. L'isolamento ha continuato a rattristarlo. Ed è la cosa che avrei
davvero voluto fargli riavere, l’affetto del pubblico. Purtroppo non ci sono
riuscito”.
Secondo il musicista, Bindi è stato “il primo a scrivere canzoni diverse da
quelle che si componevano alla fine degli anni ‘50. Lo aveva scoperto Joe
Sentieri, che lo aveva portato a Milano a farlo conoscere a un editore milanese
e lo aveva fatto lavorare come autore. Nei primi anni Sessanta ha scritto
canzoni che hanno fatto il giro del mondo, sono state interpretate da grandi
artisti internazionali e hanno venduto milioni di copie. Poi - conclude
amaramente Paoli - ha continuato a scrivere. Ma non è più stato preso in
considerazione”.
Bruno Lauzi: “E’ stato il miglior compositore italiano, il nostro George Gershwin”. Il cantante genovese, amico da 50 anni di Umberto Bindi, ricorda con commozione il musicista. “E' stato il più geniale nel fondere la cultura classica con il folk, e soprattutto è stato il più sfortunato -dice Lauzi- E’ stato vittima della difficoltà di essere intelligente e, di conseguenza, solitario. Ma era molto amato da quei pochi che lo amavano. Lo avevo sentito due o tre giorni fa, mi aveva detto “Cerchiamo di vederci, ci abbracciamo ancora una volta”. Ma sapeva che sarebbe stato difficile”. Lauzi manda un appello: “Non battete le mani al funerale di Umberto -dice- è ora di finirla con questa specie di trionfo dell'operetta. Per i musicisti esiste il 'tacet', anche il silenzio è musica e chi va ai funerali dei musicisti dovrebbe saperlo”.
Renzo Arbore: “Per noi ragazzi degli anni Cinquanta che abbiamo fatto il night Bindi era un grande punto di riferimento e un capostipite dei cantautori che poi hanno rinnovato la canzone italiana”. E aggiunge: “Era inevitabile eseguire all’epoca Il nostro concerto e Arrivederci - ricorda Arbore - pensavamo a lui come al più raffinato cantautore in un’epoca in cui le canzoni ancora non erano troppo raffinate. Mi spiace solo - conclude Arbore - che sia stato sfortunato nel corso della sua vita”. Per Arbore, comunque, il fatto di essersi dichiarato omosessuale non ha influito sulla sua carriera: “Questo non ha nessun valore. Forse ha subito i pregiudizi quand'era giovane, negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma noi artisti non facciamo caso a queste cose. Siamo talmente abituati ad avere dei geni, degli artisti eccelsi in quella categoria, che non ci facciamo proprio caso...'' (mia nota: intanto Bindi non si è affatto “dichiarato omosessuale”: lo sapeva chi lo vedeva in giro perché lui, ingenuo e spontaneo, non si nascondeva certamente. Poi, caro Arbore che in modo truffaldino hai chiamato la tua Orchestra Meridionale col nome impostore di Orchestra Italiana, non è affatto vero che non “ha influito sulla sua carriera”, è la realtà dei fatti ad averlo dimostrato. Inoltre, visto che è così, ai tuoi numerosi spettacoli – ANCHE TU! – non lo hai mai invitato….)
Ornella Vanoni: “E’ un bene che se ne sia andato. Era davvero troppo malmesso, soffriva troppo”. Ornella Vanoni parla con tristezza del cantautore scomparso. Nel corso della sua carriera la cantante ha spesso interpretato vari successi del musicista genovese, primo tra tutti “La musica è finita”. “Era un bel musicista, che ha avuto grandi respiri in certi momenti - spiega la Vanoni - ma era anche una persona molto triste. Me lo ricordo così 40 anni fa, quando cercavo canzoni: c’era sempre un’ombra scura sul suo cuore, di lui ho un ricordo molto triste”.
Tony Renis: “Umberto Bindi è stato l’orgoglio di questo Paese, per la grande musica che lui ha scritto e per tutto quello che ha rappresentato”. Tony Renis ricorda con commozione il cantautore ligure appena scomparso. “Bindi ha scritto pagine indimenticabili della nostra canzone, un grande musicista. Ma anche un uomo con una straordinaria sensibilità. Io sono particolarmente costernato perché è stato un grande amico degli inizi della mia carriera”. Oltre alle condoglianze alla famiglia, Renis ha espresso il suo affetto “a tutti gli amici, tutti quelli che gli hanno voluto bene. Come Gino Paoli, animo nobile, e Maurizio Costanzo. Sono loro che si sono interessati a lui, che gli sono stati molto vicino fino alla fine”.
Vittorio De Scalzi (uno dei fondatori dei New Trolls): “Una perdita grandissima per la canzone d'autore nata a Genova e per tutta la musica italiana”. “Avevo sentito Umberto Bindi una quindicina di giorni fa - ricorda ancora De Scalzi - per concordare alcuni concerti estivi con il suo gruppo e come in altre occasioni mi ha confessato di sentirsi un po’ dimenticato dalla sua città, ma soprattutto molto stanco e con problemi di salute che contava, però, di superare”.
Franco Grillini (presidente ARCIGAY e deputato DS): “Ci vorrebbe un po’ d’autocritica da parte di chi lo ha maltrattato” e aggiunge, “uno dei primi omosessuali ad uscire alla luce del sole”. Per il presidente di ARCIGAY il cantautore ligure rappresenta “un pezzo di storia felice, bella, creativa, gentile e affettuosa della comunità omosessuale italiana. Il mondo gay nel suo complesso prova una sincera gratitudine nei suoi confronti”. “Bindi ha pagato duramente, sulla sua pelle, il fatto che la sua omosessualità fosse nota – ha detto Grillini - Ma, ironia della storia, la legge Bacchelli è arrivata tardi. Per questo la legge andrebbe rivista”. Grillini poi ricorda che Bindi partecipò alla prima diretta tv sull'omosessualità, su Raitre. “Era il 28 giugno 1991 - dice - il programma era condotto da Gad Lerner dal Teatro Testoni di Bologna. Io ero tra gli ospiti. C’era anche Carlo Giovanardi, attuale ministro per i Rapporti con il Parlamento, che disse che l’omosessualità è un ‘binario morto’... Il programma, che durò un paio d’ore, si aprì con Bindi che cantava una delle sue memorabili canzoni. Ora è morto in miseria e questo non fa certo onore all’Italia. Bindi - conclude - è un po’ l’immagine dell’omosessualità nella passata generazione, di chi ha pagato la cultura omofobica e di chi ha paura del diverso”.
Giuliano Urbani: il Ministro per i Beni culturali si è detto “molto rattristato” per la scomparsa di Umberto Bindi. “E’ una notizia molto triste - ha detto Urbani, che un mese fa aveva ottenuto la concessione dei benefici della legge Bacchelli per il cantautore - anche in considerazione della difficile situazione che Bindi ha dovuto vivere negli ultimi anni, assolutamente immeritata visto il contributo che ha dato alla musica italiana”.
Vittorio Sgarbi: “La concessione dei benefici della legge Bacchelli ad Umberto Bindi - sottolinea il sottosegretario Vittorio Sgarbi commentando la scomparsa del cantautore - dimostra la lungimiranza e la sensibilità per i problemi della musica leggera del ministro Urbani, che ci hanno consentito di dare un segnale di attenzione verso un grande cantautore finché era in vita”.
Giuseppe Pericu (sindaco di Genova): “aveva una grande personalità artistica che ha dato moltissimo alla musica italiana'' ed ha lasciato “un segno indelebile nel mondo della canzone d’autore che ha le sue origini proprio nella nostra città”. “Le sue composizioni - prosegue Pericu - pregevoli, delicate, spesso di struggente malinconia, rimarranno nel tempo e accompagneranno nel ricordo, la nostalgia del passato”.
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Da un articolo su “La Stampa”, 25 maggio 2002, di Marinella Venegoni
La musica è finita, Bindi se n’è andato
“Umberto deve tutto a Joe Sentieri – ci ha raccontato ieri Gino Paoli – una delle persone più buone del mondo. Lui cantava sulle barche e così fu scoperto dall’editore Alfredo Rossi. Si ricordò del suo amico Umberto bravo a scrivere e glielo presentò. Fu Rossi a far lavorare Bindi, mandandolo a Sanremo come autore... Gli aprì la strada.
Paoli ha sempre seguito le peripezie del vecchio amico. Sorvola sui termini dell’umana solidarietà, preferisce raccontare l’amico: “Umberto ha fatto tanto per altri, che non lo hanno contraccambiato a causa di un particolare che non ricordo. E su un giornale di Firenze cominciarono le rivelazioni sulla sua omosessualità: oggi servirebbe come promozione, l’essere gay. A quel tempo invece si creò nel pubblico un rifiuto per quell’omosessualità che i giornali presentarono nel suo cotè grottesco. Ne uscì rovinato”. Iniziò per Bindi la prima di tante crisi depressive. Emarginato, senza scritture, però poi riacchiappato dalla RCA: “Melis, una persona intelligente, lo mise sotto contratto. Era il ’63, e Umberto aveva i suoi risvolti da divo, era difficile trattarci. Mi chiesero di parlargli, non eravamo grandi amici ma lo diventammo. Insieme abbiamo scritto tre canzoni, “Un ricordo d’amore”, “Il mio mondo”, un’altra l’ho dimenticata (nostra nota: “Il giorno della verità”). Quell’anno la RCA si rifiutò di andare a Sanremo e fece un suo festival al teatro Greco di Taormina. Stavo con Stefania Sandrelli e mi ricordo che noi tre eravamo sempre insieme. Presi come arrangiatore Bacalov, Bindi rispettava quel che faceva ed era esigentissimo: quando uscì sul palco prese dei bei fischi, ma poi cantò “Il mio mondo” e ci fu un’ovazione. Uscì piangendo e mi abbracciò. Ed è un po’ la storia che ricominciava adesso, stavo cercando di aiutarlo ad avere un applauso, perché noi dell’applauso abbiamo bisogno. Avevo già parlato con Red Ronnie, per il suo programma di Retequattro (nostra nota: che in anni di vaccate, dopo quella “Rotonda sul mare” in cui Bindi aveva battuto, stranamente, il suo rivale del momento, non si è mai ricordato di Umberto Bindi…. Per non parlare di Paolo Limiti, che si è limitato a brevi accenni ma, dopo aver riesumato i peggiori cadaveri ambulanti di quegli anni, si è ben guardato dall’invitare il ben più meritevole Umberto….): quel che mancava a Umberto era proprio l’amore del pubblico. Spesso l’ho perduto di vista, ogni volta lo ricercavo: per quarant’anni sono stato la sua spalla, ma spariva da malato, non voleva pietismi”.
L’Italia dei Sessanta era tanto bacchettona, Paoli?
“Figurarsi. La RAI rifiutò Mina perché era mamma senza un matrimonio, a me tagliarono una canzone perché si parlava di lenzuola. Era la TV democristiana, che metteva i mutandoni alle ballerine”.
***
Da “il Giornale” del 25 Maggio 2002
Bindi – Addio al poeta della canzone italiana
di Cesare G. Romana
(estratto)
Se n’è andato certamente in silenzio, lui che il silenzio sapeva farlo cantare e al quale la malattia andava togliendo, ormai, anche il fiato per parlare. E sarà anche per questo, o sarà che il dolore, come tutti i moti del cuore, ha i suo nonsensi, se la prima cosa che mi torna in mente, ora, è la sua loquacità così amena, quando si parlava di argomenti che lo appassionavano e il flottare delle parole, per una sorta di pudore da ligure, ricorreva allo sberleffo per dissimulare l’entusiasmo. Era il suo, del resto, un umorismo mai confinante con la rabbia, semmai con l’allegria: quella che fa da antidoto a tanto cantautori, costretti per tutta la vita a cantare la vita, che allegra non lo è mai troppo.
Forse per questo Umberto, che le ferite della vita le conosceva tutte, sapeva essere così ridanciano: con quella risata che gli spalancava la bocca e gli accendeva gli occhi, figlia dell’anima, quelle irresistibili barzellette sulle checche, quelle parodie di colleghi che tramutavano in vero teatro, grazie a lui, le lunghe cene con Beppe Grillo, Michele, Antonio Ricci. Fino alla gag finale: arrivava il vassoio dei caffè, lui ghermiva una tazzina annunciando, con tono da gran dama: “Prima le signore”. E rideva, rideva, contagiandoci.
Non è un caso che i suoi esordi, Umberto, li abbia vissuti sul palco della Baistrocchi, la rivista en travestì da cui hanno preso le mosse anche Villaggio, Tortora, De Andrè: era una fucina di sghignazzi e goliardia, la Baistrocchi, lui arrivava in scena, magro come la fame, con la fisarmonica che aveva uno sbrego nel mantice e ansimava come un asmatico. Umberto intonava Tzchaikovskij, l’amplificazione dilatava l’ansito fino a trarne rantoli laceranti, e la contegnosa platea genovese schiattava di risate.
Era uno dei tanti modi di sbarcare il lunario, per il timido studente di conservatorio che per una vita avrebbe fatto sua la massima di Cervantes, secondo cui “dove c’è musica non può esserci cattiveria”. E infatti era un uomo buono come pochi, e la sua voglia di dare era grande come raramente s’incontra, nell’egotismo di tanti suoi colleghi. La vita non lo ripagò con eguale amore, anche se lui, chissà se più generoso o più orgoglioso, mi disse, appena due mesi fa: “Ci sono, al mondo, guai peggiori dei miei”. E a parlare era un genio ormai misconosciuto, avviato alla morte, incalzato da angustie economiche come accade, a volte, più agli artisti grandissimi che ai venditori di nulla.”
…Era il 58. L’età dei cantautori sarebbe decollata di lì a due anni…”A volte cantavamo davvero male, eravamo sgraziati e un po’ tetri ma, rispetto ai tanti cantautorini d’oggi che vivono di sola immagine, avevamo quello che a loro manca, le canzoni”, come mi disse di recente, in uno dei suoi rarissimi accessi di causticità.
…Durò poco, il successo: l’omosessualità non era ancora di moda, in quei remoti anni ’60, e poi “Non sono mai stato bravo – ammetteva lui stesso – a occuparmi di cose materiali”, come l’amministrazione dei propri guadagni. Ma soprattutto l’amore di Umberto per la musica era troppo puro per lasciarsi inscatolare nelle meschinità bottegaie del marketing.
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Da “il Corriere della Sera” del 25 Maggio 2002
Addio a Bindi, cantore della solitudine
di Mario Luzzato Fegiz
(estratto)
Non voleva disturbare, crear fastidi. Ora, se sapesse che in Campidoglio, a furor di popolo, verrà aperta una camera ardente, direbbe che è un’esagerazione.
…Considerato cantautore, ma in realtà qualcosa di più, Bindi si colloca nella realtà musicale dell’epoca come un “diverso” in tutti i sensi. “Abitavo da ragazzo nel quartiere Foce – ci confidò al Festival di Sanremo del 1996, dove approdò grazie a Renato Zero e ai New Trolls – I miei vicini e amici erano i fratelli Gianpiero e Franco Riverberi. Musicisti come me e come altri ragazzi che incontrai a casa loro e di cui divenni amico: Luigi Tenco e Bruno Lauzi…Ero anche schizzinoso: rifiutai di lavorare in una rivista in cui cantava una ragazza stonata. Più tardi scoprii che si trattava di Rosanna Schiaffino”.
“Allora a Genova – ricordava Bindi – l’artista era un buono a nulla, un fannullone, uno che non aveva voglia di lavorare. Mamma Bice, alla quale devo molto, col tempo mi ha capito”.
…Bindi si presentava in scena con pellicce vistose, anelli e gioielli stravaganti e atteggiamenti che richiamavano la sua omosessualità (dichiarata apertamente allo show di Costanzo (nostra nota: più di trent’anni dopo…)). Che fu fonte di notevoli problemi: da un lato l’ostracismo della RAI e di molti impresari e luoghi di spettacolo, dall’altro piccoli guai con la giustizia come una condanna per atti osceni nel 1958 a Milano. Senza contare altri problemi connessi con la sua vita un po’ sregolata: denunce per frode fiscale, insolvenza, guida senza assicurazione (nostra nota: tutte cose dovute all’aver affidato a dei ladri senza scrupoli la propria amministrazione…). Le compagnie che frequentava non erano delle migliori: fra le conseguenze un pestaggio subito nella pineta di Viareggio dopo uno spettacolo alla Bussola e la continua spoliazione dei suoi beni a opera di falsi amici.
Nel ’67 aveva piazzato un successo clamoroso con “La musica è finita”, composta con Califano e cantata da Ornella Vanoni. In tutto il mondo Umberto Bindi è conosciuto per brani come “Il nostro concerto”, “Il mio mondo”, “Arrivederci”. Eppure la canzone che ci confidò di amare di più era “Io e la musica”, scritta con Bruno Lauzi nel 1972, quando la sua stella cominciava ad appannarsi (nostra nota: la sua stella era già appannata da tempo e il disco di cui quel pezzo memorabile fu la colonna, “Con il passare del tempo” fu, nel 1972, un ritorno dopo anni di silenzio, almeno in Italia, e fu un disco eccezionale. Ma quasi nessuno ne ha parlato e ne parla e lo stesso Bindi, come altre volte abbiamo detto, sbagliò a riproporre insistentemente, nelle raccolte, sempre e solo la prima produzione). Riflettendo sulle ragioni del suo declino una volta disse: “Forse mi sono rincretinito. Passo la vita a inaugurare piano-bar e probabilmente ho perso il senso del mio mestiere, della mia immagine. Vivo alla giornata. Sono un carattere mite. Faccio quello che mi si chiede, vado dove mi vogliono, ma non spingo mai per partecipare a uno show tv o avere un’intervista”.
Nell’agosto 1975 la madre muore, all’età di 70 anni, uccisa accidentalmente in casa da un colpo di pistola (nostra nota: e anche qui la disinformazione della stampa è vergognosa. Alcuni giornali hanno detto che fosse stata uccisa da un ubriaco, altri addirittura durante una rapina. Sembra che, in realtà, in casa ci fosse una festa tra amici e che uno di questi, maneggiando un fucile (!) che però era carico, per pura fatalità colpisse a morte, davanti a tutti, la madre di Bindi…).
…(Massimo) Aresi è stato nominato erede nel testamento. Il “patrimonio” consiste solo in un gran numero di canzoni inedite. Negli ultimi giorni Bindi appariva stanco e provato. “Io sono solo un cantante, autore abbastanza famoso che è rimasto senza soldi e senza salute. Senza soldi sicuramente per colpa mia. Perché sono una cicala, non una formica”. Doveva tornare in scena Giovedì 30 (Maggio 2002, ndr), al Festival Ferrè di San Benedetto del Tronto. Ma la “cicala” ha finito di cantare prima.
L’intervista
Villaggio: “Era un grande artista. Subì la ferocia degli intolleranti”.
“Umberto viveva male l’intolleranza verso la sua omosessualità”. Così Paolo Villaggio, genovese come il musicista scomparso, ricorda il carattere di Bindi con il quale ha condiviso gavetta ed esordi negli anni Cinquanta. Assieme a loro, negli stessi locali, c’era anche Gino Paoli, pienamente d’accordo con l’attore. “Gli hanno rovinato la carriera – accusa – la sua omosessualità è stata messa alla berlina, è stato crocifisso”. Colleghi come Ornella Vanoni e Renzo Arbore, Franco Grillino a nome della comunità gay, personaggi come Baudo e Costanzo hanno reso omaggio ieri a quello che Villaggio dipinge ancora come “un giovane, piccolo, con i capelli neri che non si separava mai dalla sua fisarmonica a tasti (nostra nota: ci sembra, da ignoranti, che le fisarmoniche siano SOLO a tasti…).
Villaggio, quando conobbe Bindi?
“In una tripperia, l’ultima che ancora resiste a Genova, nel 1952. Era un locale nel quale si andava verso il tardo pomeriggio per bere brodo di trippa e mangiar ‘fagiolane’. Entrambi sapevamo chi era l’altro, ma da buoni genovesi non ci si salutava. La prima volta che parlammo fu proprio quando gli chiesi della sua fisarmonica”.
E poi?
“In quegli anni nasceva ‘la Rametta’, la vineria degli artisti di Genova. Io ci andavo con De Andrè per fare dei numeri comici, poi c’era Bindi che proponeva musica concertistica. E lì tutte le sere c’erano anche Tenco, Paoli, Lauzi. Siamo diventati culo e camicia in quel periodo. Siamo stati compagni di strada e carriera in una Genova che ormai si è persa e che non riconosco più”.
Come viveva la sua condizione di omosessuale?
“Non ha mai esibito i suoi ‘amici’, anche se a volte veniva accompagnato da ‘ragazzini’ dei quartieri poveri. Nel gruppo non c’era razzismo nei suoi confronti. Anzi. Era quasi una sacca di tranquillità che lo aiutava a dimenticare. Nella zona dove abitavamo, invece, era perseguitato e costretto a subire il subibile dalla ferocia degli intolleranti”.
Che musicista era?
“Aveva molto talento creativo, era un grande musicista. L’unico del gruppo della Rametta che la sapeva lunga avendo fatto il conservatorio”.
Amici e anche compagni di carriera?
“Nel ’56 eravamo nel cast di una rivista al Duse di Genova. Si chiamava “Come, quando, fuori, piove”. Le musiche, tra le quali successi come “Arrivederci” e “Il nostro concerto”, erano sue. Due anni dopo un’altra rivista, poi le strade si sono separate”.
Sapeva delle sue difficoltà?
“Sì. Ha vissuto gli ultimi anni infelice, con pochi soldi, ammalato e senza che i suoi meriti venissero riconosciuti. La legge Bacchelli è stata solo retorica di uno Stato carente”.
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Da “la Repubblica” del 25 Maggio 2002
Una infinita malinconia
di Gino Castaldo
Melodie impalpabili e raffinate, da cantare con un fruscio vellutato o con slancio sinfonico, tra le prime a dare in Italia la sensazione che la canzone potesse essere decisamente una forma d’arte. Il talento del genio innovatore ce l’aveva, da vendere, ma era tanto, troppo scomodo per essere riconosciuto come tale. E infatti Bindi queste canzoni le cantava nella dorata e maliziosa intimità dei più noti night-club italiani. Zone franche di permissività, ma dalle quali era proibito uscire, pena la mortificazione inflitta dal solito oceano di ipocrisia, non tanto quella recente della ostentata trascuratezza nei suoi confronti, delle radio che promuovono le classifiche e ignorano tutto ciò che è gusto e bellezza, dei festival che cercano il “tutto e subito” dell’Auditel, quanto dell’Italia di allora, che rinasceva nel boom economico e non poteva ancora comprendere l’effeminata sensualità del suo stile, tanto meno la sua omosessualità, in quegli anni nascosta, ma rivelata impietosamente dalle sue stravaganti pellicce di foca e dalla cronaca rosa a caccia si scandali. Ma quel tempo è passato, a noi resta la melodia della sua enorme, infinita malinconia.
La testimonianza
La rabbia dell’amico: “Che ipocrisia, lo stesso accadde anche per Tenco”
Paoli: dimenticato da tutti e adesso lo applaudono
di Flavio Brighenti
Roma. Quanta ipocrisia, attorno a Umberto Bindi. Il vecchio amico Gino Paoli si ribella: “La verità è che, a parte pochi intimi, lo avevano dimenticato tutti quanti. E adesso non mi stupisce più di tanto che ci si affretti a tesserne le lodi, che lo si definisca ‘il più bravo’”. Era accaduta la stessa cosa alla morte di Luigi Tenco, di Piero Ciampi, di Fabrizio De Andrè. “Ma quel che più mi fa rabbia” continua Paoli “è successo quarant’anni fa. Quando la stessa società, che oggi fa la gara a chi applaude più forte Umberto, arrivò a massacrarlo nella forma più subdola e cattiva”.
Cosa accadde, esattamente?
“Iniziò un attacco perfido contro la sua persona, le battute dette a mezza voce, i ritratti beffardi e sfottenti. Poi gli diedero brutalmente della ‘checca’, ne fecero un’orrenda caricatura. E la sua carriera finì praticamente lì, malgrado Umberto abbia scritto anche successivamente molte canzoni notevoli”. Che Bindi fosse inadeguato al suo Paese, come autore e come interprete, lo dimostra la sorte toccata a uno dei suoi brani più fortunati, “Il mio mondo”, di cui proprio Gino Paoli aveva scritto il testo. “È una canzone che ha fatto il giro del mondo, vendendo due o tre milioni di copie, all’epoca, ripresa in centinaia di versioni diverse. Ma la verità è che a fare i soldi furono soprattutto Richard Antony sul mercato francese e Cilla Black su quello anglosassone (mia nota: è pur vero che Bindi guadagnò tantissimo anche con i semplici diritti d’autore, ma le sue disavventure economiche e finanziarie, come investimenti e soprattutto amministratori ladri e la sua smisurata generosità, mai ripagata, e il suo essere “cicala”, per sua stessa ammissione, influirono pesantemente….). A dimostrazione che la canzone era buona ma che il personaggio Bindi non era accettato. Malgrado la sua statura fosse evidentemente internazionale”.
Pochi mesi fa Paoli si fece promotore dell’iniziativa tesa a salvare Bindi dall’indigenza attraverso i benefici della legge Bacchelli. “L’ho fatto per amicizia, naturalmente, e per contribuire a riscattare Umberto da quell’infamia che gli appiopparono quarant’anni fa. E devo ringraziare quelli che si sono mossi per la causa, da Marco Molendini a Maurizio Costanzo. Non è servito a molto, però…”. Però il nome di Umberto Bindi è uscito dall’insopportabile cappa di silenzio che era calata su di lui, e gli è stato almeno riconosciuto un ruolo di caposcuola. Pochi come lui hanno fatto la storia musicale di un paese che ha sempre la memoria corta. “Volevo farlo stare bene, fargli avere un ultimo applauso. Perché Bindi ha avuto il grande merito, da un punto di vista musicale, di usare canoni classici, sinfonici, operistici, per scrivere canzoni di enorme qualità. E poi sì, forse è vero che i suoi capolavori appartengono a una prima, felice stagione” concorda Paoli “ma è anche vero che la vena più fervida di un artista è collegata alle sue vicende umane, e la campagna di denigrazione architettata contro di lui nei primi anni Sessanta lo recise dal calore del suo pubblico, sottraendogli energia. Poi il suo pudore, il suo divismo, nel senso buono del termine, hanno fatto il resto”.
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Nel ricordo di Bindi l’8° Festival Ferré
30-31 Maggio 2002, San Benedetto del Tronto, Teatro Calabresi
Parte della cronaca da “Musica!” di “la Repubblica”
Una forte ondata emotiva ha investito il Festival Ferrè, quest’anno. A sorpresa e senza annunci il sipario si è aperto su Gino Paoli che ha reso a Umberto Bindi un omaggio fuori da ogni retorica con il medley improvvisato di “Arrivederci” e “Il nostro concerto”, un segno di profondo rispetto per l’amico scomparso….Tutta la serata è fatta di poesia e di emozione con la voce di Bindi che evoca Ferrè e con la partecipazione di Lucio Matricardi, Alessio Lega ed Enrico Medail la cui canuta nuvola di capelli ricorda quella di Leo. Poi ancora l’omaggio di Pippo Pollina, la cui voce sicura ha incantato la platea con una straordinaria e personale versione de “La memoria e il mare”, di Leo (scritta a quattro mani con Moustaki) e di “Gracias a la vida” dedicata a Bindi il cui Trio ha chiuso lo spettacolo in piena tensione emotiva con le più belle canzoni del musicista genovese…
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Tullio De Piscopo, nell'intervista di Paola De Simone per www.musicaitaliana.com, parla così di Umberto Bindi
....E allora proviamo a dare un contributo. Secondo te come dovrebbe cambiare la discografia?
La discografia dovrebbe avere innanzitutto rispetto per chi ha fatto la storia, vedi Umberto Bindi. L'hanno ammazzato! Mettiamoci una mano sulla coscienza tutti quanti. Bindi è stato abbandonato da tutti, radio, televisione, discografie, impresari, musicisti, ma cosa aveva? La peste? La discografia non vuol sentir parlare di nomi storici ...(omissis)...Però non c'è spessore, non c'è qualità. Con Bindi abbiamo avuto un esempio lampante. Che fine pazzesca ha fatto, senza un lira, ma stiamo scherzando? Uno che doveva fare recital con teatri strapieni. Io non ci sto a questo, assolutamente...
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Il 24 maggio 2006 a Mantova, nell'ambito del "Mantova Musica Festival 2006", si è svolto un
Omaggio a Umberto Bindi
tra i cantanti che hanno interpretato i brani di Umberto Bindi:
Ricky Gianco, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Franco Battiato, Antonella Ruggero, Giorgio Calabrese (paroliere di Bindi), Cristiana Polegri (ha pubblicato un disco-omaggio a Bindi in chiave jazz), Maria Perantoni Giua (vincitrice della scorsa edizione del festival)
Estratto da "La Gazzetta di Mantova" on line del 24 maggio 2006 (articolo di Cristina Del piano) http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Il%20Mantova%20Musica%20apre%20stasera%20ricordando%20Bindi/1296088 :
Quali i brani che proporranno? Renato Sellani
presenterà un mix al piano di ‘Il mio mondo’, ‘La musica è finita’,
‘Arrivederci’ e ‘Il nostro concerto’. Maria Pierantoni Giua
(vincitrice della scorsa edizione del Mmf) ‘Un giorno, un mese, un anno’ mentre
Cristiana Polegri (che ha pubblicato da poco un cd omaggio a
Bindi in chiave jazz) canterà ‘Rame’ e ‘Basta una volta’. La coinvolgente
Antonella Ruggiero proporrà ‘Arrivederci’, Carlo Fava
‘La musica e’ finita’ e ‘Girotondo per i grandi’. Gino Paoli ha
scelto invece ‘Il nostro concerto’ mentre Ricky Gianco ‘Non mi
dire chi sei’. Tra gli ospiti anche l’attesissimo Franco Battiato
che canterà ‘Il mio mondo’. Morgan proporrà invece ‘Amare te’ e
‘Odio’ mentre Bruno Lauzi ‘Io e il mare’. Una prestigiosa
serata dedicata alla canzone d’autore che aprirà ufficialmente la quattro giorni
musicale. A presentare gli ospiti ci penserà Pamela Villoresi e
per questa inaugurazione ufficiale, da Striscia la Notizia, dovrebbe arrivare
anche Dario Ballantini nei panni di Gino Paoli (nella prima
edizione del Mantova Musica si era presentato cammuffato da Tony Renis).
Nell’ambito della serata verrà assegnata la ‘Targa Bindi’, una scultura
dell’artista Mario Molinari, al musicista Franco Piersanti, recentemente
insignito del David di Donatello per le musiche del film di Nanni Moretti ‘Il
Caimano’’. Viste le richieste di informazioni arrivate agli organizzatori, non è
difficile immaginare che oggi piazza Sordello accoglierà il grande pubblico. La
serata, lo ricordiamo, è a pagamento e il pubblico seguirà il concerto seduto in
tribuna o nelle poltroncine (prezzi: tribuna 12 euro, platea 15 euro).
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Discografia, canzoni, testi, musiche:
Non si garantisce l'esattezza di questi elenchi: se avete correzioni, precisazioni ed integrazioni da segnalarci, siete invitati a farlo.
LP (33 giri)
1960 - UMBERTO BINDI E LE SUE CANZONI - Volume I - Ricordi MRL 6003 Note: è questa la preziosa edizione, ormai per collezionisti, a forma di album. Alle mostre-mercato del disco da collezione lo si è visto in vendita, ed esposto tra i pezzi rari, a 250.000 lire, fino al 2001. Non ci risulta un Volume II.

1961 - UMBERTO BINDI - Ricordi Special MRL 6012 Note: Anche questo LP è stato visto nelle mostre-mercato del disco da collezioni a prezzi sul livello del primo LP.

1972 - UMBERTO BINDI - Family Records SFR-RI 627 Note: Dovrebbe essere la riedizione del precedente. Appare in copertina Bindi al pianoforte ripreso dal basso, foto in bianco e nero, la confezione è semplice, a una busta sola.
1972 – CON IL PASSARE DEL TEMPO - West Record WLP 102. Note: a forma di album apribile, foto di un tramonto di campagna a colori in prima di copertina, disegno di un mulino all’interno, risvolto nero sulla terza con parole di Bindi, sulla quarta, su fondo nero, compare la foto a colori in alto in questa pagina.
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1976 – IO E IL MARE – Durium ms A1 77374. Note: forma ad album, in prima una foto di mare aperto in leggero tramonto, all’interno foto di Bogliasco virata in giallo e blu, presentazione di Cesare G. Romana, i testi delle quattro canzoni (quattro sono strumentali) e la dedica alla madre.

1982 – D’ORA IN POI – Targa TAL 1405. Note: busta semplice, in prima disegno di, pare, Venezia sormontata da un cavallo bianco alato.

1985 – BINDI – Ariston TAB/LP 12422. (Antologia). Note: busta semplice in azzurro carta di zucchero e il nome “Bindi” a intaglio, sul retro ringraziamento dell’autore alle cantanti (Fiorella Mannoia, Ornella Vanoni, Celeste, Antonella Ruggiero, Loredana Bertè, Anna Identici, Sonia Braga e Gruppo Vocale Kappy Y Nerey) .

Note alla discografia: da segnalare
· un LP con vari interpreti degli anni ’60. Sul retro, tra le immagini, compare Bindi in una foto già con i capelli lunghi
· un LP antologico in coppia con Nico Fidenco. Copertina divisa verticalmente in due parti, con le foto dei due.
· Una antologia degli anni '70, su LP, che contiene un mix dei primi due LP: UMBERTO BINDI - Dischi Ricordi - Collana Orizzonte -ORL 8142, con busta semplice e immagine completamente rossa di un tramonto.
· la ristampa su LP, in busta semplice, copert